Dopo una appassionante prima
stagione, il ritorno di Severance (Apple TV+) non ha deluso, anzi la serie si è
fatta via via più intrigante e può definirsi uno dei thriller più stimolanti e
cerebrali degli ultimi anni. Elicita una intensa “libido abduttiva”, come la
definirebbe Nicola Dusi facendo riferimento ad Eco, ovvero ha il gusto della
sfida e del rompicapo e si accompagna al piacere di risolverlo, spinge alla
ricerca di un sistema, di regole alla luce delle quali i dettagli creativi
vengano illuminati di un significato coerente. Kafkiano e Lynchiano, in equilibrio
fra Realpolitik e esaltazione da setta religiosa, con la Lumon Industries,
intorno a cui si svolgono le vicende, che incoraggia la visione del fondatore
Kier come quella di un profeta: un cult, è il caso di dirlo, in divenire, a
partire dall’artistica sigla d’apertura, evocativa e cervellotica. A sentire
l’autore stesso nel segmento delle brevi riflessioni che fanno seguito a
ciascun episodio, l'idea è che Severance
mostri il modo in cui siamo diversi in ambienti diversi e che la stagione 1 sia
l'infanzia e la stagione 2 l'adolescenza, con i personaggi che iniziano ad
avere un senso di sé e a conquistare la propria indipendenza (2.03), fino a
un’esplosiva, dinamica, intensa season finale, che mi ha tenuta meno in
suspence di quella della stagione precedente, ma che ha appassionato ed è stata
pressoché perfetta, spiegando molto ma lasciando molto anche da risolvere, e
con un uso formidabile delle luci (bianco e nero, blu, rosso). In chiusura, chiarendo
alcuni aspetti (che cos’è Cold Harbor, and esempio), ci ha permesso di
concentrarci meno sugli aspetti “investigativi” e di andare più a fondo al
cuore della questione, alla lotta umana che i personaggi devono affrontare. La
recitazione è stata di primordine su tutta la linea. Sono stata entusiasta di
tutta la stagione. E hanno promesso che non dovremo aspettare altri tre anni
prima di avere la terza.
Dopo che Mark S. (Adam Scott) ha
corso per infiniti labirintici corridoi, cinque mesi dopo (o così dicono) quella che la Lumon
chiama la “Rivolta dei Macrodata”, in cui Helly (Britt Lower), Mark, Dylan
(Zach Cherry) e Irving B. (John Turturro) hanno trovato un modo per risvegliare
il proprio io nel mondo esterno, per denunciare la schiavitù e l’infelicità in
cui vivono, viene messo a capo di una nuova squadra: non la vuole, pretende
quella vecchia, ed è così che si riuniscono. Rispetto al passato, ho forse
notato di più la palette cromatica con cui è costruita l’estetica, un vero
codice emotivo, ma in questa stagione ho ripreso le vecchie sensazioni,
trovando tutto molto più umoristico e autoironico. Si trova fin dal pilot anche
nel semplice “Lumon is listening – Lumon ascolta” e nel video dell’azienda
pentita che cerca di imparare da propri errori, con l’edificio che
nell’originale ha la voce di Keanu Reeves, da intendersi come “ascoltiamo tutto ciò che
dici” e non nel senso di “siamo aperti a ciò che dici” come vorrebbe far
credere. La sorpresa iniziale è stata che, mentre tutti raccontano la verità su
quello che hanno scoperto di se stessi là fuori, Helly ha mentito non rivelando
che è in realtà Helena, figlia del fondatore dell’azienda. Gli episodi iniziali
hanno lasciato del dubbio, poi svelatosi corretto, se Helly non fosse in realtà
Helena che si fingeva la sua “innie”.
Ci si è molto concentrati sul
dualismo, non solo fra “innie” (interni) e “outie” (esterni), ma inizialmente
in particolare anche in altre inquadrature: in 2.01 l’aquario sembra diviso in
due con due pesci di colori diversi; al colloquio di lavoro di Dylan, quando il
potenziale datore di lavoro gli dice “you remind me of me” (mi ricordi me
stesso) sono l’immagine speculare l’uno dell’altro. Perfino la composizione
della musica in fondo, come è evidente da quella della sigla iniziale, risponde
a questa esigenza: la mano sinistra suona la normale vita degli “outie”, la
sinistra offre accordi dissonanti che simboleggiano l’inquietante realtà deli “innie” ̶ affascinante peraltro anche la sigla finale
dell’ultima puntata, con un notevole gioco di linee che ripercorre gli elementi
visivi della serie. Ho trovato stimolante che il fatto di essere “severed”
(scissi) fosse visto come qualcosa di disgustoso e ha elicitato una sorte di
severancephobia – scissionefobia – discriminatoria. C’è un’esplorazione dell’io
e i personaggi sono stati davanti ad altri se stessi, anche in contrasto con se
stessi, e sono stati in grado di esprimere come il fatto di essere stati
separati abbia permesso loro di raggiungere qualcosa che il loro esterno non ha
mai permesso loro di avere. A volte siamo oppressi da ciò che siamo nella vita
e non ci permettiamo di essere qualcun altro, e per i personaggi la loro
separazione è stata un modo per “essere di nuovo innocenti”, come ha detto Burt
(Christopher Walken) a Irving (2.09). Lo abbiamo visto in Helena che ha trovato
in Helly una libertà che la rigida educazione paterna non le ha mai concesso,
in Irving che si è innamorato ed è finalmente pronto a vivere una storia d'amore, in
Dylan la cui moglie Gretchen (Merritt Wever) “lo tradisce” scambiando un bacio
con il suo “innie” che le si dichiara. È stato agrodolce vedere come fossero
invidiosi di se stessi, alla fine, desiderando il potenziale in loro che non
sono riusciti a ottenere come “outies”. Abitano più persone nello stesso corpo,
e vogliono cose diverse. Non è mai stato così chiaro come in chiusura, con Mark
S soprattutto. Molto si è giocato anche sulla triade, in seguito. Seth Milchick
(Tramell Tillman), la neoarrivata Miss Huang (Sarah Bock), Harmomy Cobel
(Patrucia Arquette) a cui è stata interamente dedicata “Dolce Vetriolo” (2.08),
Drummond (Ólafur Darri Ólafsson)… su ogni personaggio ci sarebbe tantissimo da
dire.
Numerosi sono anche gli echi di
altre serie che vengono richiamate, come già osservato nella prima stagione (ne
ho parlato qui).
Al di là dell’esplicito (2.09) The Twilight Zone - Ai Confini della Realtà,
mi sono stati richiamati Counterpart, Foundation (Jame Eagan e il
loro impero ricordano tantissimo i regnanti clone uno dell’altro), Stranger
Things e Monarch (2.03), Äkta människor e Real Humans
(2.06 e 2.07), Black Mirror (2.07) e perfino Six Feet Under (2.05
– appropriato in una puntata che ha un funerale). Lo show è molto ricco in
generale, che sia per il senso pittorico molto deciso ̶ penso ad esempio a quando hanno mostrato
Helena camminare all’interno degli edifici nel pilot con un gran senso di
solitudine che, mutati mutandis, mi ha fatto ricordare Hopper; che sia
nell’inquadrare il complesso Bell Labs Holmdel, che ospita le industrie Lumon, dell’architetto
Eero Saarinen e per me una bellezza architettonica e una scelta culturalmente
appropriata come luogo di sperimentazione; che sia il riferimento di Gemma all'illusione del
coniglio/anatra, tanto più come elemento ricorrente, di cui abbiamo visto anche
la rappresentazione tridimensionale nell'ufficio di Milchick, o le loro
letture: Gemma che studia i temi delle conversioni religiose ne La morte di
Ivan Ilyich di Leo Tolstoj e Mark che legge un saggio sull'uso di droghe da
parte dei soldati arruolati durante la Prima Guerra Mondiale (2.07); che sia
infine che spettacolosa cinematografia che ci ha regalato Jessica Lee Gagné nel
ricostruire la storia d’amore di Mark e Gemma, con alcuni passaggi visivi danno
l'idea di onde cerebrali che si reintegrano e di memoria che va in profondità ̶ anche il modo in cui ciò viene realizzato è
molto artistico (2.07).
C’è tanto da decodificare. Il
linguaggio tutto crea una realtà aliena e separata – e portate pazienza ma ho
seguito in inglese e non ho idea di quali siano i corrispettivi italiani, anzi,
se volete dirmeli voi, siete benvenuti: il
“verboso” di Milchick, ripreso per usare un linguaggio troppo aulico (“devour
feculence”), le espressioni bizzarre e datate (“Fetid moppet”), o semplicemente
originali (“shared vessel” per “fare sesso”) sono significanti che gli
appassionati condividono nel loro significato, ma che li separano da chi non
segue le vicende. L’estetica è astorica, atemporale. Severance è un
mondo da cultori, un trionfo televisivo che ci regala anche la visione di
adorabili caprette, una serie veramente degna di una celebrazione della banda musicale
Choreography and Merriment, diventato Coreografia e Meraviglia in italiano.
Io ho seguito e commentato ogni episodio della stagione come parte di The Box Set, club della TV curato da Tim Goodman (https://timgoodman.substack.com/).
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