venerdì 28 luglio 2023

MO: un rifugiato palestinese in Texas

Già confermata per una seconda (e ultima) stagione, Mo (Netflix) ha come protagonista Mohammed "Mo" Najjar, un rifugiato palestinese che vive a Houston, in Texas ed è liberamente ispirata dalla vita di Mo Amer (Ramy), che lo interpreta (mentre da bimbo gli dà il volto Ahmad Rajeh) e che ha ideato la serie insieme a Ramy Youssef, già autore di Ramy, a cui si accosta come tipo di sensibilità per la riflessione su tematiche di immigrati che si trovano divisi fra la propria identità di partenza e il contesto nuovo in cui vivono, appartenendo a entrambi e a nessuno contemporaneamente, e che devono conciliare modi di pensare e valori che non collimano. Si affrontano anche questioni come le labirintiche peregrinazioni burocratiche e l’islamofobia.  

Mo sono vent’anni che aspetta di avere la cittadinanza americana, ma per un motivo o per l’altro non riesce mai ad averla. Quando perde il lavoro si ritrova a doversi arrabattare con attività poco pulite, come vendere merce contraffatta, e non poco pericolose. Suo malgrado, poiché vuole una vita onesta. Vive con la madre Yusra (Farah Bsieso) e il fratello Sameer (Omar Elba), che è nello spettro autistico, ed è moto protettivo nei loro confronti. La sorella Nadia (Cherien Dabis, e Mariah Albishah da piccola) vive invece per conto proprio. Mo ha una ragazza, Maria (Teresa Ruiz), cattolica (e per questo non ben vista a Yusra), di origine messicana, che lavora in una sua officina di riparazione auto, mentre il suo migliore amico è Nick (Tobe Nwigwe).

La serie è stata molto lodata dalla critica perché riesce a trattare con levità tematiche anche molto pesanti. Quando l’avvocata che li segue si dimostra poco interessata al suo caso, Mo decide di licenziarla e assume un’esperta di immigrazione, Lizzie Horowitz (Lee Eddy), che sembra finalmente poter dare una svolta alla situazione, nonostante venga guardata con sospetto dalla madre perché non è palestinese come la precedente. Emergono situazioni dolorose e difficili. Con una serie di flashback si ricostruisce la storia di fuga dal Kuwait della famiglia Najjar durante la Guerra del Golfo, le torture subite dal padre, l’infanzia e l’adattamento alla nuova realtà… È raro che in TV si racconti l’esperienza palestrinese. Qui lo si fa in modo agrodolce, umoristico, ma anche amaro. E le trappole del sistema emergono in moto autoevidente. Mo si trova davvero in situazioni molto pericolose. Il ricordo del padre Mustafa (Mohammad Hindi) fa sì che lui si interroghi anche sul tipo di uomo che vuole essere, nel presente anche in virtù del passato, per rendere onore al genitore.

Un’altra ragione di elogio è stata la rappresentazione di Sameer. A quanto pare, nonostante la grande prevalenza in tutto il mondo, nei confronti dell’autismo c’è particolare stigma in Medio Oriente, ed è molto meno diagnosticato nella cultura araba. Per il personaggio non c’è una diagnosi ufficiale, visto il tabù, nonostante sia nella trentina inoltrata, ma semplicemente si è consapevoli che è diverso da chi lo circonda ed ha alcune peculiarità. Lo stesso interprete è nello spettro, anche se a un livello diverso rispetto a Sameer, e ha fatto specifiche ricerche in modo da rappresentalo nel modo più autentico possibile: “Elba ha scritto una parte delle scene, in particolare quelle che comprendono le fasi di meltdown di Sameer, dalla perseveranza al discorso frammentato e all'ecolalia ritardata (in cui un individuo autistico memorizza una frase o addirittura un paragrafo del discorso - da un libro o da un programma televisivo, per esempio - e poi lo ripete dopo un certo periodo di tempo)” (Middle East Eye).

Mo non è un programma rivelazione, e potrebbe essere più divertente, ma è uno di quei programmi che già sono radicali per il solo fatto di esserci, riuscendo anche a non farsi intrappolare dalla rappresentazione stereotipica di musulmani e arabi come cattivi o vittime. Il protagonista ha l’aria di un orsacchiottone che tiene molto alla propria famiglia e cerca di fare del suo meglio anche quando questo non porta ai risultati sperati. I personaggi sono complessi ben recitati. E, come ha scritto Farah Cheded su The Playlist, “(i)l solo fatto che l'identità palestinese abbia un ruolo così centrale nello show è di per sé importante; inoltre, permette alla serie di riconoscere i legami intercomunitari creati dalle esperienze di Mo e della sua famiglia. In alcuni punti, la serie punta i riflettori di conseguenza: l'episodio conclusivo della stagione, "Vamos", dedica una piccola parte dell'attenzione ai pericoli e alle difficoltà che i rifugiati devono affrontare al confine tra Messico e America. Per esempio, altrove vengono fatti dei paralleli con le ingiustizie commesse nei confronti del popolo Karankawa dell'ambientazione texana del programma. Si tratta di piccoli momenti, ma che parlano dell'autoconsapevolezza dello show: sa che, ad Alief, Houston, le esperienze di Mo e l'identità che le ha informate non lo isolano dagli altri, ma lo collegano”.

martedì 18 luglio 2023

BEEF - LO SCONTRO: una dark comedy amara e catartica

Beef, divenuto “Lo scontro” in italiano, è una serie rivelazione in 10 puntate che conto io stessa già fra le migliori dell’anno: esplora il tema della rabbia, dalla scintilla di uno scontro di road rage, come viene chiamato in inglese, ovvero di una schermaglia stradale che lancia i due coinvolti in una spirale di ritorsioni e vendette che va fuori controllo, fino a un finale spettacolare, profondo, divertente e un “arrendersi” esistenziale che mostra i due contendenti più vicini l’uno all’altra di quanto non ci si sarebbe aspettati. Se al debutto ho percepito questa dark comedy come fastidiosa più che divertente, perché l’amarezza di due persone che sfogavano la propria infelicità e frustrazione cercando di distruggersi a vicenda era più dolorosa e demoralizzante che esilarante, a mano a mano che le motivazioni di entrambi si sono rilevate e la loro umanità si è mostrata come tridimensionale ha brillato sempre più, ed è stato catartico  l’eccesso in cui sono arrivati i loro comportamenti squilibrati, nel memorabile, emotivamente coinvolgente finale.  

Amy Lau (Ali Wong) è una ricca donna d’affari di origine coreana che gestisce Kōyōhaus un’attività di vendita di piante, e sta per concludere un importante affare con Jordan (Maria Bello), che ha uno store di articoli per la casa, Forsters. È sposata con un giapponese, George (Joseph Lee), uno pseudo-artista che crea vasi e che nessuno prende sul serio, nemmeno la madre Fumi (Patti Yasutake), e con lui ha una figlia. Il loro rapporto però è un po’ in crisi. Lei è sempre con i nervi a fior di pelle, lui è un tipo sempre ultra-positivo. David Cho (Steven Yeun, The Walking Dead), pure di origine coreana, è un appaltatore in bolletta che si arrangia con i lavoretti che riesce a trovare per sbarcare il lunario e sogna di costruire una bella casa per i propri genitori, costretti a tornare in Corea dopo il fallimento della loro attività come manager di motel. Ha un fratello più giovane, Paul (Young Mazino), che passa il tempo a giocare ai videogiochi e a investire in criptovalute, che lui vorrebbe coinvolgere nel proprio lavoro. Lo aiuta all’occorrenza il cugino Isaac (David Choe), da poco uscito di galera. Un po’ di tensione riesce a scaricarla frequentando la chiesa evangelica.

Amy e David si incontrano, o meglio si scontrano, nel parcheggio fuori da Forsters, quando lui per poco non va addosso all’auto di lei, che era andata lì per firmare un accordo molto lucrativo, mentre lui per ritornare degli oggetti (il cui significato lo scopriremo in seguito e non lo rivelo per evitare spoiler). L’alterco ha un’escalation e lei sfreccia via con la sua auto bianca, ma non prima che lui riesca a prendere il numero di targa. Rabbioso, si presenta a casa di Amy fingendosi qualcun altro e, da lì, si progredisce in dispetti reciproci via via più intensi e pericolosi che coinvolgono anche gli alti personaggi, perché Amy si avvicina al fratello di lui e David al marito di lei.

Lee Sung Jin ha ideato una miniserie che, a detta di chi è in grado di valutarlo, è ricchissima di specificità e inside jokes per la cultura coreano-americana, senza tropi per arruffianarsi i bianchi, come osservano sull’HuffPost (qui) dove pure riflettono sul backlash che si è sollevato quando è venuto fuori un video in cui Choe, che interpreta il cugino Issac, si vantava di aver costretto una ragazza a del sesso orale. In seguito ha ritrattato dicendo che le sue dichiarazioni erano finzione artistica. Questa glorificazione di una fantasia di stupro su una piattaforma pubblica può causare danni irreparabili. La giornalista, lei stessa vittima di stupro, ha dichiarato che ha trovato difficile separare il personaggio dal suo interprete, e chiosa: “Considerando il capitale culturale di piattaforme come Netflix e il potere dei direttori di casting di Hollywood, spero che questo contraccolpo ricordi loro che le loro decisioni creative hanno conseguenze di vasta portata al di là delle loro visioni artistiche. È importante ritenerli responsabili ed esigere che non sostengano finanziariamente coloro che considerano l'abuso sessuale una questione scherzosa”.

Al di là di questa polemica, su cui vale la pena riflettere, la serie è stata vista anche come una metafora dei social media, dove feroci faide, rabbia, ossessioni, rancori e meschinità vengono talvolta fomentate da sciocchezze e divampano per dar sfogo a insoddisfazioni che spesso non sono nemmeno ideologiche, ma dovute a malessere individuale. Al di là della differenza di stato economico da protagonisti, qui è proprio la psicologia dei personaggi a fare da motore al loro scontro. Si è caustici nel riuscire a mostrare l’amarezza di due persone infelici, che cercano di sabotarsi a vicenda rendendo la propria vita via via più miserabile, con due notevoli prove attoriali da parte degli interpreti.

Beef ha ricevuto nei giorni scorsi la nomination agli Emmy come miglior limited series, così come l’hanno ricevuta i due interpreti.

sabato 8 luglio 2023

SILO: una entusiasmante distopia

"Non sappiamo perché siamo qui. Non sappiamo chi ha costruito il silo. Non sappiamo perché tutto ciò che è fuori dal silo è così com'è. Non sappiamo quando sarà sicuro uscire. Sappiamo solo che quel giorno non è oggi". Viene ripetuto più volte, quasi un mantra, questo ricorsivo epigramma che gli abitanti del Silo della omonima serie distopica di AppleTV+ conoscono a memoria. È ideata da Graham Yost (Justified) e basata sulla La Trilogia del Silo, nove romanzi dell'autore Hugh Howey. Ha debuttato lo scorso 5 maggio 2023 ed ha appena chiusa la sua coinvolgente prima stagione con una season finale appagante, ma alo stesso tempo intrigante a sufficienza da lasciare sete per una già confermata seconda stagione. Sin dall’esordio è molto appassionante, una serie che sa quello che è e dove vuole andare e non perde tempo, asciutta, efficace, di grande atmosfera. La sigla, soprattutto musicalmente parlando, richiama Westworld, ed è uno spettacolo in sé con i suoi giochi di spirali, scale a chiocciola, e rimandi al DNA, alla spina dorsale e al generatore che sostiene la vita della comunità ritratta. 

Siamo in un futuro imprecisato e la gente vive in un bunker sotterraneo, il silo del titolo, da cui non ha la possibilità di uscire a meno che non lo chieda espressamente. In quel caso, se proprio dice ad alta voce “Voglio uscire”, non può più ritirarlo, diventa irrevocabile, la persona viene arrestata ed espulsa, cosa che equivale ad un suicidio, perché la vita fuori è invivibile. Ma lo è davvero? Viene chiesto a queste persone, debitamente preparate con un apposito abbigliamento stile “astronauta”, di pulire una volta uscite il vetro degli oblò delle vetrate da cui la comunità che abbandonano riesce a guardare fuori e che mostrano una terra invivibile, e gli eventuali cadaveri di chi è uscito. Non sono però obbligati a farlo. Se si deve eliminare qualcuno dalla comunità in ogni caso, lo si manda “a pulire”, come dicono in gergo.

Agli inizi della storia si festeggia il 140° anniversario del Giorno della Libertà, il giorno in cui fu sedata una ribellione che minacciava di aprire le porte del silo al mondo esterno, durante la quale sono stati distrutti tutti i file e i libri appartenenti al mondo passato.  Quello che è stato prima non si sa, si conosce solo attraverso “reliquie”, oggetti del mondo passato, ammessi solo se legali. I livelli del silo sono numerosissimi e tutta la vita è regolata da ferree regole sotto il controllo del Giudiziario. La serie debutta con lo sceriffo Holston (David Oyelowo) che chiede di poter uscire. Tempo prima lo aveva fatto la moglie Allison (Rashida Jones), convinta che fuori non fosse così invivibile come dicevano, a seguito della scoperta di alcuni file e, pur avendo ricevuto l’autorizzazione a rimanere incinta, sospettosa del fatto che i loro problemi di fertilità non fossero dovuti a loro. George, l’esperto di computer con cui Alison aveva fatto queste scoperte, viene trovato ucciso, e Juliette (Rebecca Ferguson, anche produttrice esecutiva), che era la sua ragazza (con cui aveva una relazione, anche se non autorizzata), è convinta che non sia un suicidio come vogliono far credere. Lei è un’ingegnera da cui dipende il buon funzionamento del motore che tiene in vita il silo e George l’aveva messa a parte di alcune scoperte.

Presto si sente in dovere di accettare una proposta che le arriva dalla sindaca Ruth (Geraldine James, Anne with and E) e diventerà lei la nuova sceriffa, incarico che accetta per poter meglio indagare. Viene affiancata nel suo ruolo da Paul Billings (Chinaza Uche), vero esperto del Patto, il documento che regola la vita nel loro microcosmo, e affetto dalla "sindrome", una condizione medica che provoca tremori che vuole tenere nascosta. Juliette finirà per scontrarsi con Robert Sims (Common) il minaccioso capo della sicurezza, e con Bernard Holland (Tim Robbins), a capo del Dipartimento IT. Trova invece degli alleati, anche se in qualche caso riluttantemente, in Patrick Kennedy (Rick Gomez), un rustico addetto alla manutenzione ed ex contrabbandiere di "reliquie", e nel timido Lukas Kyle (Avi Nash), un esperto di tecnologia che per primo le fa notare che nel cielo ci sono dei puntini luminosi, anche se nessuno dei due sa che cosa possano essere. Juliette scoprirà che le cose non sono come sembrano. E lo scopriamo anche noi. È separata dal padre, il dottor Pete Nichols (Iain Glen, Il Trono di Spade) da quando era ragazzina, e ad avere nei suoi confronti un ruolo genitoriale e farle da confidente è “Walk”, ovvero Martha Walker (Harriet Walter, Succession) esperta di ingegneria elettrica che gestisce un'officina nei livelli inferiori del Silo da cui non esce letteralmente mai.

Con grande atmosfera, e un’illuminazione di primordine che impedisce che ci sia la sensazione di claustrofobia nonostante di svolga in sotterraneo, questa distopia procede lla creazione di un mondo istantaneo. Il world building avviene senza spiegoni o complicanze e riesce ad essere dettagliato e a fornire i punti di riferimento essenziali per muoversi con agilità in quel contesto, come il fatto che i vari piani del silo, oltre 100 e privi di ascensore, si portano dietro anche differenze di classe (più socialmente importante sei percepito, più stai in altro). Le tematiche che si toccano sono legate alle divisioni sociali, al potere delle informazioni e come vengono usate o tenute nascoste per il controllo sociale, all’autoritarismo, alla nascita di teorie di cospirazione, alle menzogne del potere, al valore del vedere (il panottico che è il silo, in cui tutti vengono controllati anche senza saperlo, quello che si vede fuori, le immagini del mondo di prima), il ruolo della memoria… Come scrive Lucy Mangan sul Guardian, è uno studio sulla cancellazione e su chi può scrivere e riscrivere la storia e tratta anche dei vantaggi e degli svantaggi che si incrociano e competono di sapere la verità o di negarla, sia per l'individuo e per la collettività; un ruolo di rilievo lo hanno anche un paio di donne anziane (la sindaca e Walk), cosa rara e preziosa da vedere, che ho apprezzato.

Si tratta di un drama fantascientifico ibridato con una storia da detective, uno di quegli appuntamenti a cui non vedi l’ora di concederti non appena esce il nuovo episodio. Le prime due puntate in particolare sono uno dei debutti migliori dell’anno, con la terza c’è forse un calo perché ci si focalizza sulle indagini, ma non c’è un momento di stanca, la trama si infittisce e ti trascina fino alla fine. Per me  indubbiamente una dei programmi migliori dell’anno.