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mercoledì 14 gennaio 2026

PLURIBUS: il ritorno di Vince Gilligan

Salutata fin dal pilot, giudicato da molti fra i migliori di tutti i tempi, come una serie imperdibile, Pluribus (AppleTV+), o meglio PLUR1BUS, è una serie drammatico-satirico-fantascientifica e post-apocalittica dalla penna di Vince Gilligan (Breaking Bad, Better Call Saul, ma anche sceneggiatore di The X-Files).

LIEVI SPOILER. Siamo nella Albuquerque che è un paesaggio feticcio di questo autore. Carol Sturka (Rhea Seehorn, Better Call Saul) è una scrittrice best-seller di romanzi romantasy. Disprezza il proprio pubblico e ritiene di scrivere “stronzate”, parole sue, sebbene la sua partner e agente letteraria, Helen (Miriam Shor, Younger), cerchi di ricordarle che se anche la sua non è arte, se rende felici le persone è comunque qualcosa di importante, oltre a darle sicurezza economica.

Da 600 anni luce di distanza arriva un segnale, un virus extraterrestre che contagia tutta la popolazione terrestre. All’improvviso diventano tutti un unicum, una mente collettiva con una memoria condivisa, solo in corpi diversi, si riferiscono a loro stessi con il “noi” e sono apparentemente perennemente inquietantemente felici e come-ipnotizzati, simil-zombie. Quando arrivano, le persone vengono prese da convulsioni e alcuni muoiono, compresa Helen, e solo una manciata di persone, 12 per la precisione, è immune, prima di tutte Carol, che nonostante le ripetano continuamente “vogliamo solo renderti felice” e le possano dare tutto ciò che chiede, non vuole perdere se stessa nella collettività amorfa. Zosia (Karolina Wydra), che le viene affiancata come assistente, come rappresentante di tutti, cerca di convincerla di quanto sia bella una realtà in cui tutti condividono ogni pensiero, non ci sono gerarchie né conflitti, ma lei non ne vuole sapere e vuole riportare il mondo a come era. Cerca di studiare questi alieni facendo una lista di caratteristiche, ad esempio il fatto che non riescono a mentire o che non possono ferire nessuno, né animali né piante. E nel suo sforzo per salvare il mondo cerca la collaborazione degli altri non contagiati, ma i più sono solo infastiditi. C’è chi come Koumba (Samba Schutte), un mauritano, si gode la nuova vita in cui può avere tutto ciò che desidera. Il solo che sembra pensarla come lei, e che rifiuta qualunque aiuto o contatto con la nuova realtà, è il paraguaiano Manousos (Carlos Manuel Vesga).

Rhea Seehorn, che per questo ruolo ha appena vinto un Golden Globe come miglior attrice in una serie drammatica, è una forza della natura, straordinaria sia nella tragedia che nella commedia: feroce, vulnerabile, reattiva, determinata. In più di un’intervista l’autore ha dichiarato di aver pensato il ruolo per lei, sapendo quanto fosse brava e non c’è un dubbio al mondo specie per un programma che di fatto poggia quasi esclusivamente sulle sue spalle. Sono moltissime le situazioni in cui recita da sola. Spettacolosa.

L’idea di invasori alieni che si impossessano dei corpi degli umani sicuramente non è nuova, la troviamo già negli anni ’50 con il classico L'invasione degli ultracorpi, e la serie trae ispirazione e fa riferimento anche esplicito ad altra fantascienza, non ultima Ursula K. Le Guin, di cui vediamo Carol leggere a bordo piscina (1.09) la sua celeberrima “La mano sinistra delle tenebre”. Naturalmente non può non ricordare la mente alveare dei borg di Star Trek: The Next Generation e Picard che vogliono assimilare gli individui nel collettivo, sebbene qui in apparenza almeno assumino una forma più benigna o, come qualcuno ha notato, fa pensare anche alla prima stagione della serie classica di Star Trek dell’episodio “Il ritorno degli Arconti”.

Gilligan ha un approccio realistico, poco verbale ma con molta azione, di tipo operazionale e cerebrale, lento anche, ma brillante, sofisticato, sottile, ricco di sfumature, ed è denso di tematiche con molte possibili interpretazioni e decodificazioni, sebbene risulti di fatto ideologicamente aperto. Prima facie è probabilmente infusa anche dello spirito della pandemia, anche se è più una super-imposizione mentale nostra che l’abbiamo appena vissuta. Un argomento importante è quello dell’individualità. Se si elimina l’io si eliminano i conflitti, ma c’è appiattimento, si elimina la preziosità dell’esperienza personale. C’è omologazione. Quello che rende diversa Carol è quello che gli alieni vogliono aggiustare, ma questo significa anche rinunciare all’indipendenza di pensiero e alla forza della sorpresa e alla gioia che può derivarne. La rabbia in questa prospettiva anche è considerata sbagliata – letteralmente causa la morte di questi alieni – ma invece è moralmente legittima, motrice per agire contro quello che si ritiene sbagliato. Naturalmente individualità vs. collettività può avere molteplici letture, in primis politiche. Il New Yorker (si ascolti il podcast qui) ci vede anche un parallelismo con la propaganda sovietica e il comunismo, ad esempio. È un commento anche della realtà americana degli ultimi anni – non si può dimenticare peraltro che un motto statunitense, anche presente sui passaporti sebbene originariamente nato con la fusione delle tredici colonie, è “E Pluribus Unum” (Dai molti, uno).

Una riflessione è anche sull’intelligenza artificiale – il collettivo di Pluribus sa tutto alla stessa maniera e alla stessa maniera informe e distaccata risponde; Gilligan è stato esplicito nella sua ostilità per l’AI che giudica la macchina da plagio più costosa e dispendiosa di energia del mondo e nei credits della serie scrive che “il programma è stato realizzato da umani”. Si presta pure come metafora dell’estremismo religioso e repressivo, o comunque di qualunque ideologia che non ammetta la possibilità di dissenso e alterità, per quanto piacevole possa apparire o desiderabile, o per quanto felici possano dichiararsi quelli che sono sotto una simile influenza (e in questo senso viene in mente anche il Mulo nella terza stagione di Foundation, dove coloro che sono da lui mentalmente schiavizzati contro la propria volontà dichiarano di non aver mai provato un amore simile). Il femminismo, i diritti LGBTQ, l’empatia…le lenti attraverso cui dare senso all’allegoria sono variegate.

Un grande tema è quello della solitudine – ci insegna che le esperienze vanno condivise per essere davvero godute, ci servono gli altri, anche solo per confrontarsi nel parlare. E un quesito centrale riguarda la felicità. Che cos’è? È davvero avere tutti i propri desideri realizzati? E se uno vuole la bomba atomica? Questo ultimo esempio è significativo nella diegesi. L’esperienza personale mi ha insegnato che non sempre riusciamo a prevedere che cosa ci rende felici, anche se pensiamo di saperlo. In questo mondo infestato dal virus alieno non c’è spazio per questa possibilità, per la scoperta. E su questo la serie mette un riflettore. Per me sarà quello che ne segnerà la disfatta.    

Se è una fine del mondo, è una fine del mondo diversa da come ce la si aspettava. Sono argomenti densi ed importanti, ma trattati con originalità e anche con umorismo. Sai di essere nelle mai di un narratore esperto quando riveli che hai alieni che si nutrono di esseri umani (Ricordate V-Visitors?)  e l’informazione si sgonfia immediatamente risultando volutamente anticlimatica. Un seconda stagione è già prevista, e Vince Gilligan ha dichiarato che per lui almeno quattro sono sicuramente possibili.  

sabato 26 ottobre 2024

FOR ALL MANKIND: la quarta stagione

Mi rammarico di non aver mai scritto prima su For All Mankind  (AppleTV+), anche perché la quarta stagione di cui mi accingo a parlare è quella che di tutte finora mi è piaciuta meno, pur comunque nell’alto livello di apprezzamento.

ATTENZIONE SPOILER PER LA QUARTA STAGIONE

Questa non è la fantascienza in cui si indossano tutine aderenti e si incontrano alieni antropomorfi ma è, semmai di fantascienza vogliano parlare, quella in cui ci si muove scafandrati su una superficie arida e ostile e si cercano disperatamente molecole di potenziali esseri viventi. Si tratta di un’ucronia in cui sono stati i sovietici i primi ad allunare e la quarta stagione parte nel 2003 iniziando con “Glasnost” (4.01) e finendo con “Perestrojka” (4.10). Fulcro dell’azione è in questo caso Marte, dove la base "Happy Valley" si è molto ampliata, e salvo un piccolo avamposto nordcoreano,  è gestita all’unisono da americani e russi, con Danielle Poole (Krys Marshall) richiamata dal pensionamento per comandarla al posto di Edward Baldwin (Joel Kinnaman).

Come sempre, questa serie, ideata Ronald D. Moore (Battlestar Galactica, Outlander), Matt Wolpert e Ben Nedivi, con questi ultimi due responsabili di buona parte della sceneggiatura, è meticolosamente costruita verso una season finale che porta molta suspense. In questo caso, se nel sottofinale (“Brazil”, 4.09) arriva come un fulmine a ciel sereno l’assassinio di Sergei (Piotr Adamczyk, Karol, un uomo diventato papa), un personaggio molto amato (anche se narrativamente non ci si è non potuti chiedere che fine avesse fatto in ultimo la moglie), la conclusione ha tenuto con il fiato sospeso al pari delle stagioni precedenti con un asteroide chiamato Goldilocks/Riccioli d’oro, ricco di prezioso iridio, che NASA, con l’amministratore Eli Hobson (Daniel Stern), e ROSCOSMOS,  con a capo Irina Morozova (Svetlana Efremova), vogliono portare in orbita verso la terra e HELIOS (un’agenzia privata) che invece intende sabotare il loro progetto e dirottarlo perché rimanga nell’orbita di Marte assicurando così continui investimenti e ricerca nel pianeta rosso che diversamente verrebbe abbandonato al proprio destino. Si testano così punti di vista e si creano alleanze inaspettate.  E l’inaspettato ruolo di Dev Ayesa (Edi Gathegi) in tutto questo è stato coerente con quello che il personaggio è per come è stato presentato dall’inizio.

Parte del motivo per cui mi è piaciuta meno questa stagione è che ci si è tanto concentrati sul malcontento e le rivendicazioni operaie, in particolare capeggiate da Samantha Massey (Tyner Rushing) e Miles Dale (Toby Kebbell, Servant), ex lavorante di piattaforma petrolifera diventato contrabbandiere, che in chiusura diventano inaspettatamente eroi della situazione. In realtà ho apprezzato molto però come siano riusciti a mostrare le ragioni di entrambe le parti. Tutti avevano regione e allo stesso tempo nessuno aveva ragione, se è vero che quelli dei “piani bassi” sono stati imbrogliati e si trovavano in una situazione più disagiata dei “piani alti”, è vero altrettanto che spesso non è colpa di questi ultimi che cercano di fare il possibile e spesso hanno le mani altrettanto legate, e che sappiamo bene dalle stagioni precedenti che in un certo senso eventuali piccoli privilegi se li sono anche guadagnati, con molti anni vissuti in condizioni ben più restrittive e di sacrificio di quelli degli attuali “piani bassi”. La capacità di mostrare più prospettive è uno dei punti di forza del programma, così come la capacità di dimostrare che non è tutto bianco o nero, come ben illustra l’emblematica storyline di Margo Madison (Wrenn Schmidt), creduta morta e passata ai russi e, ma poi rivelatasi viva, con grande sorpresa in particolare di Aleida Rosales (Coral Peña), che peraltro ha stretto un magnifico rapporto professional-amicale con Kelly Baldwin (Cynthy Wu), mostrando una volta in più che non si ha timore di mettere in primo piano donne competenti. I comportamenti e compromessi che ha fatto Margo, a cui noi abbiamo potuto assistere passo passo, ma che non vengono accettati da Aleida, sono una vera gemma perché pur nella loro problematicità, difficilmente non verrebbero compresi dallo spettatore che facilmente avrebbe fatto scelte simili, incastrato dagli eventi. Margo in questa stagione richiama alla memoria un evento passato in cui lei era stata profondamente accusatoria nei confronti di un suo mentore Wernher von Braun, quando aveva scoperto che aveva lavorato per i nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, pur consapevole del trattamento dei prigionieri che costruivano il razzo V-2. Si domanda se, mutatis mutandis, non abbia fatto scelte ugualmente biasimevoli. È stata una finezza da parte degli autori riprendere con la memoria un evento della prima stagione e una citazione di una riflessione che questi le aveva fatto, “Il progresso non è mai gratuito, Margo. C’è sempre un costo” (1.02), che dimostra una volta in più con quanta cura sia stato pensato questo arco. Mantenere i personaggi moralmente in bilico nell’impossibilità di riuscire a stabilire in via definitiva qualche sia la scelta più giusta nelle specifiche circostanze, da cui ci si sente costretti, e far sì che si tifi comunque per loro, non è abilità da poco.  

Proprio all’ingegnera prima donna del Controllo Missione della NASA passata all’Unione Sovietiva viene affidato il pensiero conclusivo della stagione, recitato in voice-over, per una serie che deve il proprio titolo alla placca commemorativa lasciata sulla Luna dall'equipaggio dell'Apollo 11, che riporta la scritta «We came in peace for all mankind» (Siamo venuti in pace per tutta l'umanità): “i nostri sentimenti possono non essere convenienti, possono anche rallentare il nostro progresso, ma sono anche il solo modo per cominciare davvero a comprendere il mondo intorno a noi, e i nuovi mondi che ci attendono” (traduzione mia). Insomma gli esseri umani che agiscono “per tutta l’umanità” sono esseri imprevedibili e contraddittori e dobbiamo riconoscere la preziosità di questa caratteristica.

Rimane un certo idealismo – Danielle parlando con casa menziona Star Trek, e ci sono fugaci momenti in cui c’è la sensazione che ci sia in nuce quel tipo di futuro. La confermata quinta stagione partirà, come già si è visto dalla chiusura di questa, nel 2012nella diegesi, vista l’abitudine di For All Mankind di fare dei salti temporali fra un arco e l’altro. Vista anche l’età, su alcuni dei personaggi storici (Danielle, Margo, Edward) è probabile che cali il sipario, ma già è stato annunciato l’arrivo di Celia Boyd, membro della Forza di Sicurezza Pacificatrice sulla colonia di Marte, con il volto di Mireille Enos (The Killing). E se non si escludono possibili stagioni 6 e 7, con il rinnovo per la quinta si è intanto anche annunciato lo spin-off “Star City”, in cui si tornerà all'inizio della linea temporale alternativa stabilita da "For All Mankind", ma questa volta dalla prospettiva sovietica.

sabato 15 giugno 2024

CONSTELLATION: ambizioso, ma confuso

Constellation (Apple TV+) non è stata rinnovata per una seconda stagione: qualcuno ha avuto pietà. Non mancava di ambizione questa serie che presto (1.03) ha reso chiaro quale fosse il proprio concetto ispiratore, colonna vertebrale delle vicende, il principio di indeterminazione di Heisenberg. Peccato che sia stato svolto in modo molto confuso: ti aspettavi che progressivamente ci fosse maggiore senso e chiarezza, ma non arrivava mai. Spesso non si capiva chi era chi, e non mi considero una spettatrice del tutto sprovveduta. Poi si è scaduti in ingenuità risibili.

In questo thriller psicologico fantascientifico ideato da Peter Harness su un concetto di Sean Jablonski, Johanna “Jo” Ericsson (Noomi Rapace) è un’astronauta svedese che lavora per l’ESA sulla Stazione Spaziale Internazionale. Mentre sono impegnati in un esperimento chiamato Cold Atomic Lab (CAL), un oggetto li colpisce e il suo collega Paul (William Catlett) rimane ferito e muore. Jo esce in perlustrazione per valutare i danni e vede il cadavere di una cosmonauta russa. I colleghi sopravvissuti rientrano sulla Terra, lei invece rimane indietro per riparare il modulo di emergenza funzionante rimasto che, nonostante strani fenomeni a bordo, poi riporta a casa anche lei, dove la attendono con ansia il marito Magnus (James D'Arcy) e la figlioletta Alice (Davina Coleman e Rosie Coleman), ma dove desiderano conferire con lei anche l’eroe della NASA Henry Caldera (Jonathan Banks), che dirige l’esperimento che stavano conducendo, e Irena Lysenko (Barbara Sukowa), capo del volo della Roscosmos.

Tornata sul nostro pianeta però, la donna trova la realtà che la circonda e le persone intorno a lei diverse da com’erano e i fatti non sembrano collimare – la macchina di famiglia ha un colore diverso, la figlia non sa più parlare svedese, un collega dice di aver avuto una relazione extraconiugale con lei che lei ritiene di non aver mai avuto, il nome della vedova del suo collega è differente…-, viene messa in dubbio la sua stabilità mentale, almeno da alcuni, e le vengono somministrati dei farmaci contro quelle che apparentemente sono allucinazioni. Lei stessa non riesce ad essere sicura se il problema sia suo o meno. “La realtà è una cospirazione?”, recita la locandina.

È presto chiaro che esiste un mondo parallelo in cui ad essere morto non è il suo collega Paul, ma lei: Jo è il gatto di Shrödinger che è contemporaneamente vivo e morto, ma a causa dell’esperimento che stavano conducendo con il CAL in alcuni momenti il confine fra le due realtà è poroso: si hanno visioni dell’altra parte, che interferiscono con quello che accade, e delle due versioni della realtà, Jo sembra capitata in quella sbagliata. Anche sua figlia, particolarmente perspicace, si rende conto che quella che ha davanti non è la sua “mamma” o “mami” (la chiama in due modi diversi a seconda della versione in cui è). Anche di Caldera c’è un’altra versione, Bud, in cui non ha scritto un libro diventando una leggenda, ma è una sorta di fallito alcolizzato, e la stessa Irena ha vissuto lo stesso che sta passando Jo. C’è chi sa la verità, anche se non vuole dirla.

Come dicevo, ambizioso, ma estremamente contorto: le vicende si intuiscono, ma non si mai sicuri di sapere chi si sta vedendo, con il risultato di tanta confusione. Fra passato, presente e realtà parallele nello spazio e qui, i passaggi logici sfuggono e non in modo da stimolare una curiosità investigativa, ma in modo frustrante. Talvolta è bello lasciarsi trasportare dall’atmosfera, senza la necessità di comprendere ogni cosa. Non qui. La protagonista poi passa molto tempo in una baita in montagna immersa nella neve, ma poi le baite sono due, così come le figlie e lei cammina e cammina nella bufera fra una e l’altra. È un flashforward ricorrente, ma spostarsi su più timeline oltre che fra realtà diverse non è elettrizzante, rende solo più torbida la visione.  A bordo della stazione spaziale ha visioni di alcune delle realtà di casa. Tutto un minestrone. Il marito della protagonista, un insegnante di scuola elementare, pare un rammollito a cui la figlioletta di dieci anni deve spiegare le cose. Ad un certo punto la bimba esce dalla baita in piena notte e lui che cosa fa? Dorme. E passi, ma poi si sveglia, non la trova e va a cercarla riportandola indietro. Tempo di riprendersi e lei esce di nuovo non vista. Lui dov’è? Sta di nuovo dormendo. Ma andiamo! Risibile. E vedere un astronauta che si trova su una navicella di emergenza per il rientro che non si stacca e per farla funzionare si mette a tirare pugni al quadrante della sofisticata tecnologia, come faceva Fonzie per far partire la musica dei i juke-box, è stato imbarazzante. Mi sono sinceramente vergognata per loro. Non intendeva essere umoristico.

Forse era un potenziale film che è stato diluito impropriamente in una serie. Ci sono stati stimoli interessanti, riflessioni sull’orrore che può anche rappresentare lo spazio immenso, l’effetto psicologico che la distanza da casa può avere sulle persone, la sensazione di isolamento… il senso di disorientamento poteva avere un valore estetico di forma che rispecchia il contenuto, ma non può andare avanti ad oltranza, perché, anche complice il ritmo lento e le situazioni ripetitive, alla fine a nessuno piace rimanere perennemente nel vuoto.    

sabato 25 maggio 2024

IL PROBLEMA DEI TRE CORPI: deludente

Sono sinceramente rimasta delusa dalla trasposizione televisiva de Il problema dei tre corpi (Netflix), tratto dall’omonimo romanzo vincitore dell’Hugo Award di Liu Cixin, che avevo letto in prospettiva, e che era stato annunciato come un banchetto visuale. David Benioff e D. B. Weiss, che già avevano portato sul piccolo schermo Il Trono di Spade, e Alexander Wo sono anche stati convincenti nell’adattare quello che apparentemente era inadattabile, come ha ben osservato Variety — per quanto ne esista già una versione cinese, Sān tǐ, nome che fa riferimento agli alieni menzionati nelle vicende.

L’incipit, piuttosto violento, ci vede all’epoca della rivoluzione maoista nella Cina degli anni Sessanta, quando la brillante astrofisica Ye Wenjie (Zine Tseng da giovane;  Rosalind Chao da adulta) viene mandata in un campo di lavoro in Mongolia dopo essere stata costretta a vedere il padre, un professore universitario, picchiato a morte davanti a un pubblico per il quale doveva servire da esempio, e poi, grazie alle sue grandi capacità, trasferita in una remota stazione che cerca il contatto alieno, contatto che lei avvia all’insaputa degli altri, con una razza, i Trisolariani conosciuti come Santì, che spera possano finalmente salvare la razza umana, ma che in realtà vedono noi alla stregua di insetti.

Nei tempi odierni, lei li attende con ansia, con il fervore di una profetessa, e come lei anche Mike Evans (Jonathan Pryce, Il Trono di Spade, The Crown) un attivista ecologico miliardario. In Inghilterra, sua figlia Vera Ye (Vedette Lim), diventata una apprezzata insegnante di fisica, si toglie la vita. Non è la prima scienziata a farlo, e un investigatore della Strategic Intelligence Agency, Clarence "Da" Shi (Benedict Wong), si mette ad indagare e fa rapporto a Thomas Wade (Liam Cunningham, Il Trono di Spade) a capo di un'autorità segreta il cui obiettivo è preservare l'umanità. Viene così in contatto con ex-studenti della docente, “i 5 di Oxford”, fra loro diventati amici, anche lì dove si sono persi di vista e si ritrovano ora al funerale della mentore scomparsa.

Si tratta di Augustina “Auggie” Salazar (Eiza González), che si occupa di ricerca all’avanguardia sulle nanofibre, che comincia a vedere uno strano conto alla rovescia, e riceve l’ultimatum di interrompe quello che sta facendo; Jack Rooney (John Bradley, Josh Bradley, Il Trono di Spade), che nel frattempo ha fatto i soldi come imprenditore del campo degli snack e si gode la vita - lui è un po’ il comic relief in una serie dove di umoristico c’è ben poco; Jin Cheung (Jess Hong), che presto viene coinvolta in un gioco di Realtà Virtuale di tecnologia estremamente avanzata che le permette di venire in contatto con la razza aliena che cerca nella Terra la soluzione ai propri problemi, legati a quello dei tre corpi del titolo (un effettivo problema della fisica); Saul Durand (Jovan Adepo), un assistente di ricerca; e Will Downing (Alex Sharp) che sta morendo di cancro al pancreas ed è innamorato di Jin, sebbene lei non ne sia consapevole.

Lo show ha fatto un egregio lavoro nel semplificare un testo di fantascienza un po’ nerd nella misura in cui, scritto da un autore che è un ingegnere informatico, è infarcito di molti concetti di fisica teoretica e matematica. I passaggi meramente esplicativi sono tenuti al minimo e ben integrati. Anche chi non fosse una cima in queste materie riesce a seguire tutto con estrema facilità. E rilevo con interesse quello che ha fatto osservare Evan Lambert su Thought Catalog, che loda gli autori televisivi per aver dato maggiore equilibrio a un testo maschilista: “Pubblicata dal 2006 al 2010, la trilogia dei Tre Corpi […] non andava sul sottile nel sostenere che le donne non erano in grado di guidare il mondo impedendone la distruzione. Come da tradizione cinese, l'autrice del romanzo Liu Cixin sostiene in ultima analisi la tesi dello yin e dello yang, suggerendo che le donne hanno bisogno della logica degli uomini per trovare un equilibrio e temperare la loro irrazionalità. Inoltre, Cixin trasforma il personaggio dell'ex rivoluzionaria Ye Wenjie in una quasi-cattiva […] viene dipinta come una persona inaffidabile, incompetente e irrazionale. In generale, Cixin non è timido nell'attribuire la colpa della distruzione della Terra a donne come Ye Wenjie e sostiene addirittura che la Terra dei suoi romanzi è condannata perché troppo ‘femminilizzata’”. Si legga il suo pezzo per approfondire, ma la versione televisiva riesce ad evitare il sessismo e la misoginia anche dividendo il protagonista maschio Wang Miao in due personaggi femmine, Auggie e Jin, e riesce anche a fare un adattamento culturale otre che più strettamente narrativo, anche perché c’è una globalizzazione con un cast multi-etnico.

La storia ha momenti di debolezza lì dove i personaggi sono poco caratterizzati (e qui in parte il problema è del materiale di fonte) e la cui funzione all’interno della storia è troppo telefonata: che senso ha avere uno di loro malato di cancro se non per fargli fare una sorte di potenziale deus-ex-machina finale, ad esempio? Le parti investigative, nonostante la bravura dell’interprete, sono state dozzinali, da formulaico crime-show della settimana. Sono trattati temi ambiziosi: antropologia, conquiste intellettuali, potere governativo, numerose questioni morali sull’universo e la sua esplorazione, limiti della scienza, e anche ecologia con la citazione di un testo seminale come “Primavera Silenziosa” di Rachel Carson e la remota minaccia di un’invasione aliena letta anche come metafora della questione climatica, anche nel momento in cui l’agire o non agire nel presente o il lasciare alle generazioni future il problema si pone come una questione sui cui prendere posizione. Nonostante ciò il dialogo è insignificante, dimenticabile, e c’è piattezza, e temo che questa sia una critica condivisa anche da chi ha mostrato più entusiasmo di me verso la serie.

Ci sono stati passaggi, come il disidratarsi e il re-idratarsi degli alieni, che mi sono sempre domandata come avrebbero potuto rendere, o il ridurre a fattine una nave, che mi hanno molto convinta e soddisfatta, così come le ricostruzioni della realtà del videogioco sono notevoli, si vede che non hanno badato a spese, ma al di fuori di quello nulla mi ha colpita nemmeno dal punto di vista visivo. Mi trovo a condividere quello che Phillip Maciak ha scritto su The New Republic nella sua eccellente recensione, ovvero che “il suo stile è anonimo, ancillare, opera di un autore aziendale più che di un'intelligenza artistica”, blando.

La serie è stata riconfermata per una seconda stagione con un numero di episodi imprecisati (pochi, si spera), ma giusto per chiudere le vicende. 

sabato 8 luglio 2023

SILO: una entusiasmante distopia

"Non sappiamo perché siamo qui. Non sappiamo chi ha costruito il silo. Non sappiamo perché tutto ciò che è fuori dal silo è così com'è. Non sappiamo quando sarà sicuro uscire. Sappiamo solo che quel giorno non è oggi". Viene ripetuto più volte, quasi un mantra, questo ricorsivo epigramma che gli abitanti del Silo della omonima serie distopica di AppleTV+ conoscono a memoria. È ideata da Graham Yost (Justified) e basata sulla La Trilogia del Silo, nove romanzi dell'autore Hugh Howey. Ha debuttato lo scorso 5 maggio 2023 ed ha appena chiuso la sua coinvolgente prima stagione con una season finale appagante, ma allo stesso tempo intrigante a sufficienza da lasciare sete per una già confermata seconda stagione. Sin dall’esordio è molto appassionante, una serie che sa quello che è e dove vuole andare e non perde tempo, asciutta, efficace, di grande atmosfera. La sigla, soprattutto musicalmente parlando, richiama Westworld, ed è uno spettacolo in sé con i suoi giochi di spirali, scale a chiocciola, e rimandi al DNA, alla spina dorsale e al generatore che sostiene la vita della comunità ritratta. 

Siamo in un futuro imprecisato e la gente vive in un bunker sotterraneo, il silo del titolo, da cui non ha la possibilità di uscire a meno che non lo chieda espressamente. In quel caso, se proprio dice ad alta voce “Voglio uscire”, non può più ritirarlo, diventa irrevocabile, la persona viene arrestata ed espulsa, cosa che equivale ad un suicidio, perché la vita fuori è invivibile. Ma lo è davvero? Viene chiesto a queste persone, debitamente preparate con un apposito abbigliamento stile “astronauta”, di pulire una volta uscite il vetro degli oblò delle vetrate da cui la comunità che abbandonano riesce a guardare fuori e che mostrano una terra invivibile, e gli eventuali cadaveri di chi è uscito. Non sono però obbligati a farlo. Se si deve eliminare qualcuno dalla comunità in ogni caso, lo si manda “a pulire”, come dicono in gergo.

Agli inizi della storia si festeggia il 140° anniversario del Giorno della Libertà, il giorno in cui fu sedata una ribellione che minacciava di aprire le porte del silo al mondo esterno, durante la quale sono stati distrutti tutti i file e i libri appartenenti al mondo passato.  Quello che è stato prima non si sa, si conosce solo attraverso “reliquie”, oggetti del mondo passato, ammessi solo se legali. I livelli del silo sono numerosissimi e tutta la vita è regolata da ferree regole sotto il controllo del Giudiziario. La serie debutta con lo sceriffo Holston (David Oyelowo) che chiede di poter uscire. Tempo prima lo aveva fatto la moglie Allison (Rashida Jones), convinta che fuori non fosse così invivibile come dicevano, a seguito della scoperta di alcuni file e, pur avendo ricevuto l’autorizzazione a rimanere incinta, sospettosa del fatto che i loro problemi di fertilità non fossero dovuti a loro. George, l’esperto di computer con cui Alison aveva fatto queste scoperte, viene trovato ucciso, e Juliette (Rebecca Ferguson, anche produttrice esecutiva), che era la sua ragazza (con cui aveva una relazione, anche se non autorizzata), è convinta che non sia un suicidio come vogliono far credere. Lei è un’ingegnera da cui dipende il buon funzionamento del motore che tiene in vita il silo e George l’aveva messa a parte di alcune scoperte.

Presto si sente in dovere di accettare una proposta che le arriva dalla sindaca Ruth (Geraldine James, Anne with and E) e diventerà lei la nuova sceriffa, incarico che accetta per poter meglio indagare. Viene affiancata nel suo ruolo da Paul Billings (Chinaza Uche), vero esperto del Patto, il documento che regola la vita nel loro microcosmo, e affetto dalla "sindrome", una condizione medica che provoca tremori che vuole tenere nascosta. Juliette finirà per scontrarsi con Robert Sims (Common) il minaccioso capo della sicurezza, e con Bernard Holland (Tim Robbins), a capo del Dipartimento IT. Trova invece degli alleati, anche se in qualche caso riluttantemente, in Patrick Kennedy (Rick Gomez), un rustico addetto alla manutenzione ed ex contrabbandiere di "reliquie", e nel timido Lukas Kyle (Avi Nash), un esperto di tecnologia che per primo le fa notare che nel cielo ci sono dei puntini luminosi, anche se nessuno dei due sa che cosa possano essere. Juliette scoprirà che le cose non sono come sembrano. E lo scopriamo anche noi. È separata dal padre, il dottor Pete Nichols (Iain Glen, Il Trono di Spade) da quando era ragazzina, e ad avere nei suoi confronti un ruolo genitoriale e farle da confidente è “Walk”, ovvero Martha Walker (Harriet Walter, Succession) esperta di ingegneria elettrica che gestisce un'officina nei livelli inferiori del Silo da cui non esce letteralmente mai.

Con grande atmosfera, e un’illuminazione di primordine che impedisce che ci sia la sensazione di claustrofobia nonostante di svolga in sotterraneo, questa distopia procede lla creazione di un mondo istantaneo. Il world building avviene senza spiegoni o complicanze e riesce ad essere dettagliato e a fornire i punti di riferimento essenziali per muoversi con agilità in quel contesto, come il fatto che i vari piani del silo, oltre 100 e privi di ascensore, si portano dietro anche differenze di classe (più socialmente importante sei percepito, più stai in altro). Le tematiche che si toccano sono legate alle divisioni sociali, al potere delle informazioni e come vengono usate o tenute nascoste per il controllo sociale, all’autoritarismo, alla nascita di teorie di cospirazione, alle menzogne del potere, al valore del vedere (il panottico che è il silo, in cui tutti vengono controllati anche senza saperlo, quello che si vede fuori, le immagini del mondo di prima), il ruolo della memoria… Come scrive Lucy Mangan sul Guardian, è uno studio sulla cancellazione e su chi può scrivere e riscrivere la storia e tratta anche dei vantaggi e degli svantaggi che si incrociano e competono di sapere la verità o di negarla, sia per l'individuo e per la collettività; un ruolo di rilievo lo hanno anche un paio di donne anziane (la sindaca e Walk), cosa rara e preziosa da vedere, che ho apprezzato.

Si tratta di un drama fantascientifico ibridato con una storia da detective, uno di quegli appuntamenti a cui non vedi l’ora di concederti non appena esce il nuovo episodio. Le prime due puntate in particolare sono uno dei debutti migliori dell’anno, con la terza c’è forse un calo perché ci si focalizza sulle indagini, ma non c’è un momento di stanca, la trama si infittisce e ti trascina fino alla fine. Per me  indubbiamente una dei programmi migliori dell’anno. 

lunedì 9 gennaio 2023

MOONHAVEN: fantascienza hippy

Siamo nel futuro. La Terra è diventata un intollerabile inferno e sta morendo, la gente vive nello smog più oppressivo, non ha cibo e acqua pulita, ci sono guerre e conflitti costanti. Un’intelligenza artificiale (IO), la matrice computerizzata più sofisticata mai costruita, è stata spedita sulla Luna perché si creasse un ambiente e una società utopica che, tre generazioni dopo, tornasse sulla terra a salvarla. Ora è arrivato quel momento: questa è la premessa di Moonhaven (AMC+), che dopo le prime 6 puntate della prima stagione era stata già confermata per una seconda, anche se poi purtroppo la rete ha fatto marcia indietro cancellandola per un piano generale di riduzione dei costi. 

Bella Sway (Emma MacDonald) — un nome che, ci viene ricordato, è legato a bellezza in italiano, ma alla guerra pensando al latino —, una pilota terrestre, ha intenzione di contrabbandare della merce con la scusa di accompagnare sulla luna l’Inviata umana (la Envoy, in originale) dell’intelligenza artificiale Indira Mare (Amara Karan) per dare inizio al “Ponte” perché i Lunari possano ritornare sulla Terra ad aiutarla. Arrivata lì però, viene uccisa la sorellastra che non sapeva di avere, Chill (Nina Barker-Francis), e due detective (anzi ‘tective, nel gergo) della polizia locale, Paul (Dominic Monaghan, Lost – come non sorridere quando gli fanno pronunciare la battuta “I am lost”) e Arlo (Kadeem Hardison) indagano: a uccidere la ragazza è stato un certo Strego (Adam Isla O’Brian). Appare presto chiaro che sotto c’è una cospirazione, in cui è coinvolta anche la guardia del corpo dell’Inviata terrestre, Tomm (Joe Maganiello), e forse la stessa “reggente” della Luna, a capo del Consiglio, Maite (Ayelet Zurer), che ha come sua seconda Sonda (Yazzmin Newell). Alcuni giovani, fra cui Wish (Josh Tedeku), figlio di Arlo, si accingono alla partenza, perché sono quelli che chiamano “First Wavers”, i giovani della prima ondata che si sono preparati per la missione di rendere ri-abitabile la superficie del terzo pianeta dal sole. I ribelli separatisti che vogliono l'autonomia della Luna e lasciare la Terra al suo destino però aumentano: “Liberate Lune! Fermate il Ponte!” (1.04). Già in passato, peraltro, sul nostro satellite, era stata inviata una colonia, ma la situazione era andata male e l’esperimento terminato e ricominciato: con il nome di “Primo”, è una parte ancora selvaggia dove i vecchi coloni sono sepolti. Paul, insieme alla compagna Lone (Elaine Tan), cresce anche una figlioletta molto precoce per la sua età, Elma (Martha Malone), mentre sul lavoro viene affiancato da una giovane apprendista, Blu (Robyn Holdaway)

Di fronte alla situazione distopica del nostro pianeta, c’è quella utopica della Luna (Moon, Lune), e qui sta proprio l’originalità delle creazione di Peter Ocko (Lodge 49, che viene richiamato in certi modi di sentire la realtà) che mescola fantascienza, fantasy, giallo e atmosfere hippy. È stato pubblicizzato come thriller di suspense, e colpi di scena ce ne sono diversi, fino in ultimo. ma a dominare è l’atteggiamento un po’ new age, non proprio da setta ma quasi. I Lunari, vestiti di colori sgargianti di ogni tipo, dall’aspetto vagamente induista, si intrattengono nel verde in balli e canti, con cui punteggiano le loro giornate, sono motivati da nobili sentimenti, e gli stessi detective sono più interessati ad aiutare le persone emotivamente, che altro. Del resto nulla sfugge all’intelligenza artificiale che sa tutto di loro, grazie anche a un impianto sottopelle nella schiena, e che i ribelli si tolgono. Anche se, sottolinea l’idealista Paul, non li controlla, ma impara da loro – hanno letto Orwell, Kazuo e Mwangi, dice (1.01), e lo ribadisce in seguito anche Arlo (1.06). Parte del loro obiettivo nel ritornare sulla terra è anche di portarsi dietro un modo di pensare nella convinzione che il potere tecnologico di risolvere i problemi del pianeta possa distruggere gli umani se non si accompagna a una cultura in grado di contenerla.

In questa società, pacifica e in sintonia con la natura, figli e genitori biologici si vedono solo al momento della nascita e della morte - in cui si è elevati verso il cielo appesi su delle lettighe a degli alberi, non sotterrati (1.04). Tutti crescono i figli altrui, nella convinzione che il sangue porti sangue e che darci peso porti alla costruzione di famiglie e conseguentemente di tribù, di nazioni e così alle guerre. Loro credono in quelli che chiamano legami d’acqua. Io non sono molto convinta, ideologicamente parlando, ma è affascinante da contemplare. Mi sono domandata che senso avesse vedere i propri progenitori al momento del trapasso, dal momento che di fatto sono estranei, ma mi sono venuti incontro proprio rispondendo a questo quesito formulato dalle labbra di Bella: è solo un tributo ai vecchi costumi.

Ogni realtà porta con sé un linguaggio e qui ci sono numerosi neologismi (almeno in inglese) che si apprendono in modo naturale a mano a mano che si procede con la visione: come “gratz” per dire “grazie” o “doda” per dire “papà”, “mada” per dire “mamma”.

Moonhaven si interroga sulla natura umana, e se sia destinata al male, e su quali siano i meccanismi che la spingano ad autodistruggersi o al contrario a migliorarsi. Si riflette sul ruolo della conoscenza – e c’è un effettivo “albero della conoscenza” in questa sorta di Eden. “Non sopravviviamo a dispetto delle nostre ferite, ma sopravviviamo a causa di esse” (1.05), asserisce Bella. Nel nuovo mondo c’è armonia, o forse un’illusione di armonia, ma io ci ho visto una sorta di valore protrettico, di esortazione a una nuova filosofia, a un nuovo modo di concepire i rapporti umani e con la natura che ci circonda, ma non è una paternale ambientalista e anti-capitalista. È un’esperienza delicata ed eterea, stravagante e con un che di magico, con cui bisogna entrare in sintonia, e non necessariamente adatta al palato di tutti.

Apprezzarlo alla fine è questione di feeling. Io sono riuscita a lasciarmi trasportare anche con un po’ di stupore per i loro riti e, a sentimento, mi è piaciuta parecchio.

martedì 21 aprile 2020

DEVS: un thriller fantascientifico deludente


ATTENZIONE SPOILER. La concezione filosofica esplicitamente dichiarata nella diegesi di Devs (dell’americana Hulu) è il determinismo: non esistono eventi casuali, niente si verifica senza una ragione, ma tutto è determinato da qualcosa di precedente. “La vita è solo qualcosa che vediamo dipanarsi, come un film su uno schermo” (1.08). Il libero arbitrio è un’illusione.

Sulla base di questo principio, Forest (Nick Offerman, Parks and Recreations), CEO di una società chiamata Amaya, il nome della figlioletta morta prematuramente in un incidente d’auto, ha creato un misterioso, segretissimo progetto noto appunto come DEVS. Lui è come un messia, tanto che in realtà, come confessa in chiusura quel DEVS è da intendersi come DEUS, in realtà. Dichiara che non gli frega niente della sicurezza nazionale, trova che destinare risorse alle biotecnologie sia uno spreco, e che la fusione fredda sia l’equivalente dell’alchimia. Il suo è un obiettivo ben più ambizioso: grazie all’uso di computer quantistici vuole riuscire a visualizzare momenti del passato e del futuro (anche se per quest’ultima cercano di imporsi di non farlo). In parte ci riescono – individuano Cristo sulla croce (1.02) -, ma è tutto sgranato. A condividere il suo sogno c’è la progettatrice Katie (Alison Pill, Picard). E in questo reparto segretissimo dell’azienda lavorano anche l’anziano Stewart (Stepehn McKinley Anderson) e il giovane Lyndon  (Cailee Spaney – sebbene il personaggio sia un maschio, a interpretarlo è un’attrice ventiduenne, ma devo dire che se non lo avessi letto, non lo avrei mai capito sa sola, non me ne sono accorta alla visione). Quando l’ingegnere Sergei (Karl Glusman) viene ucciso da Forest, subito dopo essere stato assunto, perché voleva spifferare tutto al governo russo, la fidanzata di lui Lily, (Sonoya Mizuno), la principale protagonista, vuole andare a fondo di quanto accaduto. Per aiuto si rivolge al suo ex, Jamie (Jin Ha).

La serie è molto accattivante sul versante della cinematografia, della musica ipnotica pseudo-religiosa, e dell’uso del vuoto sia fisico che verbale nelle interazioni lente e pacate fra i protagonisti, già una cifra stilistica dell’ideatore, sceneggiatore  e regista Alex Garland nel suo film di maggior successo, Ex-Machina, che si evoca facilmente insieme a un pizzico di Westworld, Mr Robot, Osmosis e Counterpart. La recitazione è volutamente fredda, distaccata, mono-tonale, con i personaggi spesso persi a guardare nello spazio davanti a sé. Tutto è molto serio. C’è un mood di fondo molto specifico che lo fa percepire come un prodotto d’autore. Il problema per cui alla fine però delude è che è narrativamente e psicologicamente troppo grossolano.

La trama è forte e ben strutturata, ma rimane la sensazione che si sia “slongata la broda” di quello che, con il taglio del superfluo, sarebbe potuto essere un film, invece di una miniserie. La storia spionistica, anche con un finto senzatetto, Pete (Jefferson Hall), che osservava le vite di Lily e Sergei, era posticcia; le torture dell’addetto alla sicurezza Kenton (Zach Grenier, The Good Wife) inutili e inconcludenti. Ci sono stati passaggi di dialogo di cui vergognarsi. Alla fine della prima puntata l’ex di lei fa un lungo monologo in cui in pratica spiega per filo e per segno che cosa era capitato fra loro: è stata così smaccatamente pedestre che perfino io sarei riuscita a scrivere di meglio.

La conclusione lascia contenti a metà. Lily, a cui è stato mostrato il futuro, commette, a detta di Katie, il peccato originale, quello della disobbedienza, scegliendo di agire contro le previsioni. Sembra un momento “eureka”, ma se fosse stato così semplice non lo avrebbe fatto prima qualcun altro? Loro stessi non ci avrebbero provato almeno? Sembra poco credibile. Poi però, tutto si conclude comunque come da previsione. Strutturalmente mostrare a noi quello che è considerato inevitabile per poi inserire un atteso colpo di scena che in definitiva viene smontato dal fatto che gli eventi hanno comunque la conclusione anticipata è stato ben costruito. E la scelta terminale di una simulazione della realtà da parte del sistema operativo che si qualifica come una “resurrezione” dei protagonisti morti è appagante a sufficienza.

Se dico che è psicologicamente grossolana è perché se da un punto di vista della fisica quantistica viene messa in campo la teoria di De Broglie-Bohm e possibili critiche (l’esistenza di un multiverso, ad esempio), mostrando anche che se ne discute in un’aula universitaria, in campo di psicologia nemmeno ci si prova ad accennare a un paradigma non meccanicista. Vista la soluzione ultima per mettere in crisi il modello, forse una qualche lettura di base in campo psicologico-psicoterapico valeva anche la pena farla. Invece di ripeterci di continuo l’assunto di base, qualche argomentazione filosofica contraria in più, anche di tipo non specialistico, poteva essere abbozzata. Con la “scusa” del determinismo si azzera anche ogni interrogativo morale ed etico, che sia Forest che ammazza Sergei o Katie che istiga al suicidio Lyndon.

C’è un’ambizione intellettuale di fondo, che vuole indagare quesiti essenziali nella storia umana, ed è stimolante riflettere su quanto si mette in campo, ma alla fine questo thriller fantascientifico non ha lo spessore sufficiente per sostenere la ricerca oltre la premessa di base.  

venerdì 19 aprile 2019

COUNTERPART: la seconda stagione


Riprende da dove ha lasciato la seconda stagione di Counterpart (Starz) la serie spionistico-fantascientifica  (ne ho parlato qui) che vede due mondi che sono uno la copia dell’altro, il mondo Alpha e quello Prime, in comunicazione fra loro attraverso intricate relazioni diplomatiche. C’è forse stata più azione in questo arco,  ma il tono è rimasto quello di prima, cogitabondo e greve, apparentemente lento, sebbene accada molto.

In questa stagione assistiamo alla “origin story” della creazione dei due mondi, nella puntata “Twin Cities” (2.06), scritta dall’ideatore Justin Marks qui anche al suo debutto come regista. L’episodio si apre significativamente  nella Berlino Est del 1987 (quindi prima della caduta del muro che divide le due città “gemelle”, a cui fanno eco quelle della fantasia della serie), quando per un errore tecnologico, a cui assiste Yanek (James Cromwell), si creano due mondi che sono l’uno lo specchio dell’altro, e a questo punto, dopo una parte involontaria, ne segue una volontaria.

ATTENZIONE SPOILER. I due Yanek decidono di coinvolgere il proprio staff e portare avanti un esperimento, da scienziati quali sono. Un gesto banalissimo - uno dei due decide di acquistare una cassetta musicale alla figlia, l’altro no – diventa esiziale. Questo infatti porterà delle conseguenze enormi nelle loro vite. In una versione il figlio muore (la sorella, che sta ascoltando musica con gli auricolari, non si accorge di quello che gli sta capitando), nell’altra no (la sorella, che sta non sta ascoltando musica, si accorge e lo salvano).

E da questo evento più stravolgente si instaura una terza fase, che nasce dal raffronto della propria vita con quella dell’altro: insieme al dolore nasce l’invidia e il risentimento e diventano Caino e Abele, e tradiscono se stessi e i principi dell’esperimento. In quella che è una delle migliori puntate della stagione ci si interroga sulla natura umana e su quello che è un tema portante, ovvero sul modo in cui le circostanze ci rendono chi siamo.  

Dice bene poi Scott Tobias su Vulture quando afferma che lo show “rende metafisica la lotta umana”, nel momento in cui le persone non sono solo in conflitto gli uni con gli altri, ma con se stessi e le proprie contraddizioni. E Counterpart è esplicito esso stesso, per bocca dei propri personaggi, nel rivelare come l’allotropia del reale porta una crisi esistenziale perché mette ciascun “allotropo umano” di fronte all’interrogativo se il suo doppio sia migliore o peggiore di sé, se abbia fatto delle scelte più o meno sagge: è meglio l’Howard Silk (J.K. Simmons) che vede il mondo con chiarezza e distacco, che affronta la moglie Emily (Olivia Williams) quando vede che lei gli mente con la successiva dissoluzione del proprio matrimonio, o è meglio quello che guarda gli eventi con empatia, e sceglie di non chiedere spiegazione alla moglie per i propri comportamenti e costruisce un rapporto con lei che non è di totale condivisione come potrebbe essere? In “In from the cold”, scritta da Erin Levy (2.08), che vede le due coppie scambiate, si medita con grande pregnanza su questi temi e in fondo anche sulla loro labilità. E sull’amore, in che cosa consista. Le due Emily sono molto critiche l’una dell’altra, ma allo stesso tempo riescono ad apprezzare i reciproci pregi. Ci piaceremmo se ci incontrassimo? Con il personaggio di Claude Lambert (Guy Burnet), ambasciatore del mondo Prime in quello Alpha, in “Something Borrowed” (2.03) si porta a tutto in nuovo livello il termine “onanismo”.

Ciascuno viene messo sotto i riflettori perché non può non interrogarsi su quali siano gli elementi che fanno la differenza nella propria vita, se la realtà tutta non andrebbe in modo diverso se noi stessi fossimo in primo luogo diversi, anche nelle piccole scelte. Il doppelgänger di Peter Quayle (Harry Lloyd), un personaggio dominato dalla paura, che nella versione copiata si trova in una sorta di carcere costruito appositamente per rinchiudere personaggi di rilievo nell’altra parte di cui si vogliono conoscere dettagli del passato, a un certo punto si chiede proprio se sia lui a essere l’elemento che cambia la realtà (2.05). Ha importanza la nostra vita? Che significato e peso hanno le nostre scelte, quello che facciano e diciamo?

La crisi di Clare (Nazanin Boniadi) in questo è particolarmente significativa: mette in dubbio il fatto di essere lei l’eroina della vicenda. Se siamo gli uni lo specchio degli altri, se vediamo la comune umanità, non ci sono noi e loro, questa è solo un’illusione: loro sono noi e noi siamo loro, solo in circostanze diverse. Il personaggio della donna, reclutata da piccolissima dalla scuola Indigo per venire nel mondo Alpha come cellula dormiente, “Shadow” (Ombra), come viene chiamata, vede crollare le proprie certezze e la propria identità nel rendersi conto che probabilmente è vedo che è stata indottrinata. E di essere una fanatica, suo malgrado. Ci sono echi di The Americans nel riflettere sulla bontà della causa per cui si combatte, e la metafora della divisione fra Germania Est e Ovest non è mai stata così forte come in questo momento. La creazione di un virus contro l’altra parte e la mentalità del “se lo pensiamo noi, lo pensano anche loro” è l’allegoria per la corsa agli armamenti. Il rischio di una guerra batteriologica all’interno della diegesi non può non far riflettere anche sulle politiche di relazioni internazionali contemporanee. La via per la sopravvivenza, si ipotizza, non è quella di sradicare, ma accettare l’altro noi.

Parentesi: ditemi che non sono la sola ad aver pensato spesso, durate la visione, alle vicende personali della Boniadi, che interpreta Clare - era stata “reclutata” da Scientology per essere la compagna di Tom Cruise.   

Oltre a scoprire come è nato tutto e perché, in questa stagione si dà anche un volto per la prima vota a coloro che tirano le fila di tutto. “Management”, i manager delle relazioni fra i due mondi. Fino a questo momento erano una forza distante, invisibile, potente, entità simili a dei nella arbitrarietà e imponderabilità delle proprie decisioni. Nel dare loro il volto di quei primi scienziati, si riesce ad umanizzarli, nel bene e nel male, a vedere le loro buone intenzioni, forse anche la loro hubris iniziale, ma sicuramente anche la loro buona fede.

Counterpart non è stata rinnovata per una terza stagione e ha concluso la proprie vicende in modo forse scontato, forse inevitabile, ma appagante nella misura in cui non lascia conti in sospeso, ma chiude la porta che ha aperto.  

lunedì 15 ottobre 2018

COUNTERPART: psicologico ed esistenzialista

È stato un’ode alla gentilezza e un elogio alla mitezza “Counterpart”, il thriller-spionistico-fantascientifico di Starz di cui è già prevista una seconda stagione (dal 9 dicembre negli USA). Il ritmo di  questa creazione di Justin Marks è lento: è un po’ Rubicon, la serie che ricorda di più stilisticamente, un po’ The Americans, con una spruzzata di Kieslowski, di Mr Robot (ma con più tenerezza), di 12 Monkeys (dove la variabile in gioco è il luogo invece del tempo), di Wayward Pines…

Howard Silk (uno spettacoloso JK Simmons, vincitore di un Oscar per Whiplash, che merita di essere nominato all’Emmy alla prossima occasione) è un funzionario di basso grado che da una vita lavora presso una agenzia delle Nazioni Unite di base a Berlino, l’Ufficio di Interscambio, ignaro di quello che è lo scopo del suo lavoro. Presto viene a scoprire che, nel 1987, un gruppo di scienziati ha accidentalmente creato un mondo parallelo. A partire da quella data, la realtà si è copiata in un doppione che sta ora progressivamente divergendo, e c’è un passaggio che permette alle due realtà di comunicare, e i rapporti fra le due parti sono segretamente gestite da autorità diplomatiche a questo preposte. ATTENZIONE, SPOILER DI TRAMA NEL RESTO DI QUESTO PARAGRAFO. L’altra parte (il mondo Prime), decimata da una letale influenza, ne dà la colpa alla parte matrice (il mondo Alfa), e intende preparare attacchi terroristici per ritorsione. E una scuola segreta addestra fin da piccoli i bambini a diventare come i loro alter ego, per poi mandarli a rimpiazzarli in qualità di spie. Howard è un uomo dolce e pacato che si reca tutti i giorni in ospedale a far visita alla moglie Emily (Olivia Williams), in coma, profondamente innamorato di lei. Presto incontrerà il suo corrispondente, che al contrario di lui è tosto e ha fatto carriera, e, nonostante le resistenze del direttore della strategia, Peter Quayle (Harry Lloyd), viene coinvolto nei progetti del suo doppio, del suo “counterpart”, e si scoprirà altro della moglie, che un’assassina, Baldwin (l’italiana Sara Serraiocco, Francesco) è stata mandata ad uccidere. Lo stesso Peter scoprirà che la propria moglie, Clare (Nazanin Boniadi), non è chi lui credeva di essere.

Che l’ambientazione sia Berlino, un tempo divisa in due realtà diverse da un muro, non è casuale, ovviamente: identità e doppio sono in primo piano, l’allegoria della Guerra Fredda è esplicita. Il tono è vagamente filosofico, esistenzialista, di riflessione su che cosa ci renda noi stessi e quanto le scelte che facciamo ci modellino, su quanto l’ambiente in cui viviamo condizioni quello che diventiamo, sull’importanza di vivere per se stessi e non a imitazione di altri, sulla sostanza verso l’apparenza, su quali valori rendano una persona degna di ammirazione, sull’opacità dei rapporti umani, sull’amore…  e lo fa con delicatezza, e con una modulazione apparentemente minima, dimessa, ma che assorbe completamente l’attenzione dello spettatore. Il colore dominante si direbbe il grigio.

Le due realtà, e in particolare Howard, sono in un certo senso uno specchio distorto l’una dell’altra e paradossalmente è proprio in questa distorsione che è possibile vedersi meglio: esaminare se stessi e immaginare un’alternativa a quello che si è. Questo è ciò che affascina gli autori in primo luogo ed il loro oggetto di interesse principale. È la realtà psicologica il fulcro della narrazione, più che non l’azione, ridotta all’essenziale.  

Forse non per il palato di tutti, ma una delle migliori serie del 2018. Ideale per il binge-watching. 

venerdì 31 gennaio 2014

ORPHAN BLACK: la camaleontica Maslany interpreta cloni

 
È il tour de force della camaleontica Tatiana Maslany quello che spicca della serie canadese-americana Orphan Black, la seconda produzione originale di BBC America dopo Copper. Che non abbia ricevuto una nomination all’Emmy è scandaloso, come molti hanno giustamente arguito prima di me: l’attrice dice di trasformarsi da un personaggio all’altro con l’aiuto della musica, creandosi una playlist per ognuna delle diverse identità. Mozza il fiato per come riesce davvero a farti credere di essere ogni volta una persona diversa.
Sarah (la Maslany) è una ragazza punk inglese che si trova a New York. Sul marciapiede della metropolitana vede una donna gettarsi sotto il treno subito dopo averla vista in faccia: con shock si accorge che è identica a lei. Bisognosa di soldi, ne assume l’identità, diventando Beth, una poliziotta, che ha come partner il detective Arthur “Art” Bell (Kevin Hanchard).
L’inizio intriga ma è a carburazione lenta e la serie prende quota a poco a poco. Sarah è un’orfana ed è stata cresciuta in una famiglia affidataria da Mrs S (Maria Doyle Kennedy) insieme al fratello adottivo gay Felix (Jordan Gavaris), ha una bimba piccola, Kira (Skyler Wexler), pure affidata a Mrs S, e quando la conosciamo ha una relazione con uno spacciatore di droga, Vic (Michael Mando). Presto fa una scoperta: giovani donne che le somigliano ce ne sono diverse, perché sono tutte cloni.
E così incontra prima Katja, che viene presto uccisa. Insieme a Alison, una mamma e casalinga di periferia, e Cosima, una biologa lesbica esperta di sviluppo evolutivo, e con loro forma un club dei cloni. Insieme cercano di scoprire che cosa sono loro, chi sono i loro “monitor”, persone addette a tenerle sotto osservazione – quello di Beth era il suo ragazzo Paul (Dylan Bruce), poi diventato amante di Sarah -, per conto di chi e perché. Una, Helena, è una sociopatica che si auto-mutila, a cui viene fatto credere di essere l’originaria e che viene istruita per uccidere una dopo l’altra tutte le altre. Alla fine della prima stagione i cloni conosciuti sono 10.  
Ideata da Graeme Manson e John Fawcett, è una serie che mischia thriller e fantascienza urbana – c’è ad un certo punto un uomo con la coda! E  ci sono i “neoluzionisti”, “Proletiani”, il “pro-clone” Rachel… Il plot diventa sempre più appassionate, e affronta i temi dell’eticità di certi esperimenti, della evoluzione umana, del venire cresciuti dallo stato versus venire cresciuti da un’autorità religiosa (Sarah è stata affidata lo Stato, Helena è venuta su in un convento ucraino), dell’identità, della genetica vs l’ambiente…
Molto sinceramente ho iniziato a vederlo non credendo che avrei proseguito, ma ora so che lo farò di certo.

sabato 4 gennaio 2014

HELIX: i primi 15 minuti

 
Helix, la nuova attesissima serie di fantascienza firmata da Ronald D. Moore (Battlestar Galactica), ha reso disponibile in anteprima i primi quindici minuti del pilot, che debutta il 10 gennaio sulla rete Syfy. Eccoli sotto. 


martedì 6 novembre 2012

Battlestar Galactica: BLOOD & CHROME: sul web da venerdì


 
Secondo quanto riporta l’Hollywood Reporter, debutta questo venerdì sul web, sul canale di YouTube Machinima, il prequel di Battlestar Galactica, Battlestar Galactica: Blood & Chrome, diviso in 10 episodi della lunghezza dai 7 ai dodici minuti che verranno caricati fino a febbraio, per rimanere fino ad aprile. In data ancora da stabilire andrà poi in onda su SyFy.
Questa, da me tradotta, è la sinossi ufficiale: “Il film è ambientato nel mezzo della Prima Guerra dei Siloni. Mentre attraverso il mondo delle colonie infuria la battaglia fra gli umani e le loro creazioni, i siloni , robot senzienti, il dotato pilota da combattimento William Adama (Pasqualino), si trova assegnato a una delle più potenti navi stellari da combattimento della flotta coloniale: il Galactica. Pieno di ambizione e fame d’azione, Adama si trova presto a scontrarsi con il suo co-pilota, l’ufficiale Coker (Cotton), stanco della battaglia. Con soli 47 giorni di servizio rimanentigli, Coker desidera una fine della battaglia almeno quanto Adama ne brama l’inizio”.
Sotto, il promo.   
 

giovedì 28 luglio 2011

ALPHAS: un "Heroes" dei poveri



In prima battuta, con un pilot che al netto della pubblicità dura poco più di un’ora, Alphas, la nuova serie ideata da Zak Penn (X-Men) e Michael Karnow in onda sull’americana SyFy dallo scorso 11 luglio, dopo che era stata progettata in origine per la ABC, mi è parsa una sorta di Heroes dei poveri con i protagonisti che giocano a CSI.
Sotto la direzione del dottor Lee Rosen (David Strathairm, Temple Grandin, Good Night, and Good Luck ), neurologo e psichiatra impiegato dal dipartimento della difesa degli Stati Uniti, lavora un gruppo di persone che vengono chiamate Alpha perché hanno poteri straordinari, conosciuti appunto come abilità alpha, dovute a differenze neurologiche loro proprie. Si tratta di Nina Theroux (Laura Mennell, Watchmen), una “influenzatrice” che con lo sguardo riesce a piegare le persone alla propria volontà (nel pilot la vediamo far mangiare a un vigile urbano la contravvenzione che le ha appena fatto); di Bill Harken (Malik Yoba, New York Undercover) un ex-agente dell’FBI che, iperadrenalinico, in alcune circostanze assume una grande forza e risulta quasi immune al dolore; di Rachel Pirzad (Azita Ghanizada, Castle), una ragazza “sinestetica”, che concentrandosi riesce temporaneamente a potenziare fortemente uno dei propri sensi a scapito degli altri; e di Gary Bell (Ryan Cartwright, Mad Men, Bones), un “trasduttore”, un giovane che è una sorta di antenna umana capace di captare onde televisive, radio, telefoniche… A costoro alla fine del pilot si aggiunge, non senza una certa resistenza, Cameron Hicks (Warren Christie, October Road) che, grazie a quella che chiamano “ipercinesi”, ha mira, equilibrio e attività motorie eccellenti. Il pilot si apre proprio con lui che, in una sorta di trance, ammazza un uomo, dopo che ogni parola che sentiva e ogni messaggio che leggeva gli intimava che “è tempo di uccidere” e “premi il grilletto”, un inizio accattivante che per lui si è chiuso con una altrettanto intrigante chiusura, con il cattivo di turno che prima di morire gli dice che sta dalla parte sbagliata.  
Nonostante la possibilità di relazionarsi a protagonisti che, come persone comuni, sono improbabili supereroi, e a dispetto di una storia iniziale raccontata in modo diretto e anche solida, la narrazione mi è parsa forzata e semplicistica, con il sapore di tanti telefilm dimenticabili degli anni ’80, primo fra tutti Misfits of Science - in italiano semplicemente Misfits, ma che indico con il titolo originale anche per non confonderlo con l’omonima contemporanea serie inglese -, e, se si esclude il segmento del pilot prima della comparsa del titolo, molto “già vista” da un punto di vista registico.

martedì 5 luglio 2011

FALLING SKIES: la Terra occupata da creature aliene


I telefilm a cui la critica ha fatto riferimento per cercare di trasmettere l’argomento e le sensazioni di fondo del nuovissimo Falling Skies (su Fox da oggi 5 luglio, ore 21.00, dopo che ha debuttato negli USA su TNT solo il 19 giugno) si sprecano: The Walking Dead, Battlestar Galactica, Jericho, V-Vistitors, V, Lost, Invasion, Survivors, War of the Worlds, Outcasts e perfino Terra Nova che deve ancora debuttare, in virtù della presenza per entrambe di Steven Spielberg come produttore esecutivo. La verità è che questa serie ideata da Robert Rodat (Salvate il Soldato Ryan) - che ha scritto la prima parte del pilot, con la regia di Carl Franklin - non ha la qualità e la sottigliezza di metà dei titoli succitati. Lo spessore è più del tipo del film Independence Day, anche se poi chiaramente, molto dipende anche dal segmento che si guarda. Già nella seconda metà del pilot, che ha la regia di Greg Beeman, si è notata la scrittura qualitativamente superiore di Graham Yost (Justified).

Siamo sullo sfondo dello scenario distopico di una Terra che ha subito un’invasione e occupazione aliena, da parte di creature che assomigliano a una sorta di ragni giganti, con sei zampe: gli Skittle, li chiamano in originale (al momento del mio scrivere, non ho avuto modo di vedere la versione italiana), “creature che corrono velocemente”, si potrebbe dire con una parafrasi per rendere il senso del nome, ma altri personaggi li chiamano anche Cootie, dal nome, informano, di un gioco per bambini. Gli Skittle si avvalgono anche di robot bipedi denominati (sempre in originale) Mech (che ricordano, anche troppo, una sorta di siloni dell’universo di Galactica), che sparano delle letali luci laser. Non è chiaro che cosa vogliano o da dove vengano. Tutto è distrutto e a spezzare la monotonia ci sono solo guerriglia urbana, esplosioni di raffiche di proiettili o bombe. Gli esseri umani che non vengono uccisi vengono fatti schiavi e seguono come zombie gli alieni dopo che sono stati attaccati da una sorta di “parassita” che si attacca alla loro spina dorsale.

Protagonista principale è Tom Mason (Noah Wyle, ER), un a questo punto ex-insegnante di storia americana dell’Università di Boston che fa parte di un gruppo di resistenza che si è denominato Second Massachussets, un rimando alla Rivoluzione Americana, a cui si fa spesso riferimento con dei parallelismi che sono forse l’aspetto più originale di questa allegoria, anche se non è il solo riferimento storico fatto nel corso della serie. Tom ad un certo punto soppesa (letteralmente, oltre che figurativamente) quale fra due libri portarsi via, da un ammasso ai bordi di una strada: fra 20.000 leghe sotto i mari di Verne e Racconto di due città di Dickens sceglie quest’ultimo. L’ex-professore ha con sé due dei suoi tre figli, l’adolescente Hal (Drew Roy) e il piccolo Matt (Maxim Knight), mentre il terzo è prigioniero degli alieni. Tom vuole andare a liberarlo, anche se il resto del suo gruppo di sopravvissuti, guidati dal capitano Weaver (Will Patton), un ex-veterano della Guerra del Golfo, sono impegnati in un esodo dalla città di Boston. Fra i personaggi di maggior rilievo spicca anche una pediatra, la dottoressa Anne Glass (Moon Bloodgood) e il capo ribelle di una gang, uno dei personaggi più intriganti, non per niente introdotto in 1.02, John Pope (Colin Cunningham).

La serie fantascientifica tocca molte tematiche legate alla premessa: la sopravvivenza, l’eroismo, il cibo, le armi, la realtà civile versus quella militare, la fede, l’infanzia (al progetto c’è attaccato il nome di Spielberg dopotutto)… Non dice molto però. Il risultato finale è parecchio vecchio stile e scialbo, anche monotono a tratti.