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mercoledì 15 luglio 2026

TOO MUCH: idiosincratica

La limited series di Netflix Too Much, ideata da  Lena Dunham (Girls) e Luis Felber, è simbolicamente ben incarnata da Astrid, la Chinese crested dog adottata dalla protagonista umana, ovvero la cagnetta crestata cinese interpretata da Mia, una tredicenne pelata con la lingua di traverso perennemente di fuori, sorella di un’altra canina, si riporta, che ha vinto un concorso come Cane più brutto del mondo. Lei non ci va distante: la vedi e la trovi atroce, orribile, ma pur in questa valutazione estetica, ti fa tenerezza, e riesci a sprazzi ad apprezzane l’originalità e l’energia e la forza di essere sè stessa a dispetto di tutto. Uguale il programma TV, sgradevole per la gran parte, ma con momenti perfetti, che siano i due protagonisti che trascorrono tutta la notte a chiacchierare (1.03), o il megalomane, esilarante regista snob Jim Wenlich Rice, interpretato ad un Andrew Scott dalla verve umoristica eccezionale che trasforma in oro tutto quello che tocca (1.06 e 1.09). Non rimpiango di averla guardata, ma è un bene che non abbia una seconda stagione che non avrei seguito comunque.

Jessica Salmon (una coinvolta Megan Stalter, Hacks) è una produttrice pubblicitaria newyorkese trentenne che è emotivamente distrutta dopo aver visto Zev (Michael Zegen, The Marvellous Mrs Maisel), il suo ex-fidanzato di vecchia data, fare la proposta di matrimonio a Wendy (Emily Ratajkowski), l’influencer per cui l’ha lasciata. È ossessionata dall’Instagram di Wendy, con cui è in costante virtuale dialogo (con post che intende rimangano visibili solo a se stessa, in ogni caso). Con nell’immaginario molti film romantici – che i titoli delle puntate deliziosamente e intelligentemente ricordano distorcendo – accetta un trasferimento lavorativo a Londra. Il termine “estate” le fa immaginare che andrà a risiedere in una “tenuta” signorile, ma si ritrova in case popolari. Non ne fa una dramma, ma si sente sola e va in un pub. Esce e incontra un musicista indie in bolletta, Felix Remen (Will Sharpe, The White Lotus), con lui lega all’istante e che presto si trasferisce da lei – per loro ci sarà il lieto fine, per la cagnetta no, vi avviso. La serie è costruita sulle avventure professionali – con un ufficio che è una sorta di versione britannica alternativa di Emily in Paris - e personali, di lei in particolare ma anche di entrambi, che imparano a conoscersi gradualmente e a scoprire i rispettivi bagagli emotivi. Lei rimane in contatto con la famiglia a casa con cui si confronta occasionalmente con videochiamate: nonna Dottie (Rhea Perlman), mamma Lois (Rita Wilson), sorella maggiore Nora (Lena Dunham).

Indubbiamente uno dei pregi della serie è di dare spazio a diverse tipologie di donne rispetto a quanto non siamo abituati a vedere: Jessica è sovrappeso e si veste nel modo più improbabile e non se ne fa un problema – è autentica, vibrante, felice di sè stessa anche quando è insicura. Si arrabbia eccessivamente quando le dicono che è “incasinata”, ma ci prova sul serio, anche se poi scrolla i social del suo ex e finge solo di commentare interessata quando Felix le fa vedere il film Paddington, che è importante per lui, e lui si commuove. Del resto è stata una relazione istantanea, e non si può imporre a qualunque sentimento di avere radici troppo profonde quando non ha avuto il tempo di costruirle.

Dice bene Rivista Studio in un post quando afferma che non è una commedia romantica, ma un horror sentimentale, dove “too much”, ovvero troppo è “anche una diagnosi affettiva, un’etichetta imposta (o rivendicata?) a chi sente, vive, desidera con intensità non prevista dal manuale delle relazioni moderne”. O forse, come titola The Atlantic, “Il romanticismo sullo schermo non è mai stato così freddo. Forse è proprio veritiero”, osservando come “innamorati sullo schermo, i due hanno un’intesa quasi negativa: si avvicinano con un'alzata di spalle e restano insieme quasi per inerzia”. Sottoscrivo anche quanto afferma Sepinwall su Rolling Stone: “Too much” (troppo) qualche volta non è abbastanza. Ci sono momenti davvero luminosi e toccanti, ma la serie è incerta su quello che vuole essere davvero, idiosincratica, caotica, spesso cringe.  

venerdì 15 maggio 2026

QUANDO LA VITA DI DÀ MANDARINI: indimenticabile

Dopo le prime due puntate ero tentata di mollare la visione di Quando la vita ti dà mandarini: mi pareva un po’ troppo melodrammatico ed esageratamente piagnucolone. Avevo però sentito commenti entusiasti da parte di chi lo aveva visto, mi era caduto l’occhio su un articolo (qui) in cui chi scriveva diceva che l’aveva aiutata a capire i propri genitori, cosa che mi è ripetutamente tornata in mente,  TIME magazine lo ha scelto come miglior k-drama del 2025 e ha ricevuto 8 nomination, vincendo in 4 categorie compreso miglior serie drammatica, ai 61esimi Baeksang Arts Awards, uno dei più prestigiosi premi sudcoreani che premiamo l’eccellenza in campo cinematografico, televisivo e teatrale, oltre ad aver ricevuto una sfilza di altri riconoscimenti e nomination,  quindi ho deciso di perseverare.

Non potevo fare scelta migliore: è una delle serie più complesse, realistiche  e stratificate che io abbia visto, con personaggi a tutto tondo che hanno il gusto di persone vere che mi è sembrato di conoscere e che mi è dispiaciuto lasciar andare. È in effetti una di quelle narrative definite slice-of-life, fetta-di-vita. C’è lo spessore di un ritratto che percorre diverse epoche e generazioni, partendo dagli anni ’60 fino agli anni 2000, con una narrativa non lineare, ma che, pur seguendo un percorso storico, interseca quattro fasi nella vita dei protagonisti, punteggiata da eventi storici globali, come la morte del leader nordcoreano o le olimpiadi di Seul. Siamo nel contesto dell’isola di Jeju per noi pittoresco, ma anche molto duro, quasi selvaggio, e i mandarini del titolo vogliono infatti fare riferimento alle difficoltà della vita, ma anche alla sua dolcezza.

Ad averla vista, non si stenta a credere che sia stata una delle produzioni più costose mai realizzate per una serie TV coreana (si dice circa 41,5 milioni di dollari), così come si pensa che sia azzeccato quando detto dal regista Kim Won-suk (My Mister) in una conferenza stampa prima dell’uscita ovvero che “Questa serie è un omaggio alle generazioni passate dei nostri padri e delle nostre madri, ma è anche un inno di incoraggiamento per le figlie e i figli che ora si apprestano ad affrontare il mondo che li attende. Speriamo che questa storia contribuisca ad abbattere le barriere invisibili tra generazioni, generi e persone in generale.” Una cosa è certa, è estremamente commovente, strappalacrime, ma eviterei una connotazione negativa per questa parola. I personaggi frignano spesso e volentieri. Noi di più.

Le vicende seguono la vita di una coppia, Ae-sun (interpretata dalla cantante IU da giovane e da Moon So-ri  nella mezza età, dal altre da bimba ) e Gwan-sik (Park Bo-gum da giovane uomo, Park Hae-joon da uomo maturo), così come narrata dalla primogenita Yang Geum-myeong. L’ultima puntata si chiude proprio con la sua dedica: “Ai miei genitori. Con rimpianto, gratitudine e profondo rispetto. A una vita vissuta fino in fondo”. A volte li trova troppo coinvolti, ma riconosce anche che “Il mondo lontano dalle loro braccia era una giungla” (1.07). Parte della profondità viene anche proprio dal riuscire a vedere le vite dei propri genitori, e la propria, con una maturità che si acquisisce con l’età e il passare del tempo. E lei stessa si vede come un personaggio che ha amor proprio (1.11), e la forza di chi è stato profondamente amato e costantemente sostenuto e ne è consapevole.

Ae-Sun è la figlia di una haenjeo che rischia la vita ogni giorno per immergersi a pescare abaloni e che vuole per sua figlia una sorte diversa. La piccola, bravissima a scuola, non fa che sognare di diventare poetessa e andare all’università, ma rimane presto orfana, e nella povertà non si può permettere di studiare. Nonostante inizialmente lo respinga, si innamora del tenero ma un po’ imbranato Gwan-sik che, letteralmente dall’età dall’asilo, le fa il filo – e tutta la vita le regala quelle forcine per capelli che sono un suo segno estetico distintivo -  e che da adulto si guadagna da vivere facendo il pescatore e, molto amorevole, si dedica completamente alla famiglia - "papà era come il mare: contavamo su di lui per vivere" (1.16). Si sposano e hanno tre figli. Devotissimi l’uno all’altra e ai propri figli, passano molte traversie nella loro vita, tanti dolori e qualche gioia, fanno molti sacrifici e ci sono sempre gli uni per gli altri, anche circondati da altre persone che gravitano intorno alla loro vita. Ha scritto bene il suddetto TIME quando ha detto che questa miniserie ha il pregio di fare sembrare straordinarie le vicende ordinarie della vita. E l’ethos che la permea è che si è vissuta una vita felice quando, a dispetto delle molte privazioni e dei “dardi dell’avversa fortuna” che ha comportato, è stata vissuta nell’amore e nell’attenzione reciproca. C’è l’intimità del quotidiano, immersi in una natura madre e matrigna cinematograficamente magnifica.

Scritto da a Lim Sang-choon (When the Camelia Blooms),  è davvero una storia indimenticabile.

giovedì 30 aprile 2026

BRIDGERTON: la quarta stagione

È stata una sorta di retelling in salsa moderna di Cenerentola la quarta stagione di Bridgerton, con protagonista Benedict (Luke Thompson) che trova l’amore con Sophie Baek (Yerin Ha), una cameriera figlia illegittima di un nobile, Lord Penwood, che alla morte precoce di lui diventa la serva di matrigna Araminta (Katie Leung) e sorellastre, Rosamund (Michelle Mao) e Posy (Isabella Wei) – solo quest’ultima era stata gentile con lei. Dal secondogenito di casa Bridgerton Sophie viene inizialmente incontrata, poi disegnata e a lungo cercata, come la “lady d’argento”. Grazie all’aiuto della cuoca Irma (Fiona Marr) e del footman Alfie (David Moorst), suoi amici veri, era riuscita infatti a intrufolatasi in un ballo in maschera di apertura di stagione vestita proprio di quel colore e con il viso nascosto, e fuggita allo scoccare della mezzanotte, senza che ne sia stata rivelata l’identità. 

Questo arco è stato il secondo in termini di gradimento per me, dopo quello del fratello Anthony (Jonathan Bailey) nella seconda stagione, che qui fa una comparsata con la consorte, e prima di quello della sorella Daphne (Phoebe Dynevor) nella prima stagione, poi mai più vista, e del fratello Colin (Luke Newton) nella scorsa terza, convolato a nozze con l’amata Penelope (Nicola Coughlan). C’è stato spazio, con storyline secondarie, anche per mamma Violet (Ruth Gemmell), per cui si vocifera da tempo di un possibile spin-off, che ha avuto una liaison con Marcus (Daniel Francis);  e per Francesca (Hannah Dodd), il cui marito John (Victor Alli) soffre di mal di testa che si capirà presto non essere causati dalle preoccupazioni in Parlamento, e il cui percorso futuro già si sa che avrà un distanziamento rispetto ai libri e si innamorerà di una donna - forse la cugina di lui Michaela (Masali Baduza), con cui si è consolidata intanto un’amicizia?  

Bridgerton è Bridgerton e se lo si guarda è per i balli e la vita di società dell’epoca Regency (1811-1820), il romanticismo, il lieto fine e il senso di famiglia. Qualcuno lo seguirà anche per il gossip. Anche se è una bella liturgia sentire il refrain “Cari gentili lettori” e non mi dispiace che venga dato un ruolo e si faccia una riflessione su una pratica che ha un valore storico-sociale molto significativo, come numerosi studi sempre di più spiegano, la parte di ricerca del pettegolezzo a tutti i costi inseguito con gusto dalla regina Carlotta (Golda Rosheuvel) non mi appartiene. E sebbene lo spin off che la riguardi mi sia piaciuto e si cerchi di umanizzarla anche con l’amicizia con lady Davenport (Adjoa Andoh), il suo personaggio mi rimane odioso e, sebbene la simpatia o antipatia di un personaggio nulla dica sul merito narrativo, è una parte della storia che soffro e che sopporto solo per godermi il resto.

Le vicende dei due innamorati osteggiati dal destino e dalla società in fondo riflettono bene la cultura di un’epoca in cui il “mercato matrimoniale”, come senza mezzi termini viene chiamato, era molto rigido. Dalla sostanza della nostra epoca, certi impedimenti risultano assurdi, eppure si vede bene come, costretti a sposarsi solo per rango, molti fossero necessariamente poi portati a creare delle storie extra-matrimoniali, e come certi legami sgraditi siano stati invece accettati per non creare disonore alle proprie famiglie o per non danneggiare le persone a cui si vuole bene. Il matrimonio di un nobile con una domestica non sarebbe mai stato accettato, e se un uomo avesse deciso ugualmente per un simile comportamento, sarebbe stata compromessa la possibilità di sposarsi degnamente anche delle sorelle. Se nella vicenda di Benedict e Sophie di trova alla fine l’escamotage di una bugia a fin di bene che le permetta di sposarsi e di rimanere alla luce del sole, nel corso della stagione, gli ostacoli non paiono frivoli, ma molto concreti, e sono l’occasione di mostrare le scelte difficili a cui sono tenuti i protagonisti, la loro nobiltà di cuore nel correre i rischi che corrono e come l’amore autentico trionfi.

Più che in passato prende rilievo la servitù, alla Upstairs Downstairs o alla Downton Abbey, volendo.  Brillantemente, anche perché legittimato dal fatto di essere una fantasia e almeno su quel piano ce lo si può permettere, continua la licenza poetica di un cast multirazziale. Non è passata inosservata anche l’apprezzabilissima inclusione di un personaggio con disabilità, Hazel, interpretato da un’attrice a cui manca parte di un braccio, Gracie McGonigal, con il moncherino ben visibile. Così come continua a essere un certo spirito pruriginoso nella rappresentazione delle scene di sesso, fatte con tatto e buon gusto ma spinte rispetto agli standard a cui siamo abituati.   

Per me proprio un godibile scacciapensieri e leggero nel senso migliore del termine. 

mercoledì 15 aprile 2026

THE FOUR SEASONS: amicizia a una certa età

Briosa e leggera, ma allo stesso tempo profonda nel riflettere su amicizia e rapporti di coppia, mi ha presa praticamente all’istante la commedia The Four Seasons (Netflix), ideata da Tina Fey, Lang Fisher e Tracey Wigfield sulla base dell’omonimo film di Alan Alda che qui fa un’apparizione come guest star nel ruolo del padre di una delle protagoniste. Il titolo viene dal fatto che 3 copie di amici di lunga data si incontrano per una vacanza insieme a ogni stagione. Le puntate sono otto, due per stagione e, appropriatamente, la musica di Vivaldi le punteggia tutte e quattro.

Si inizia in primavera, nella casa al lago di Nick (Steve Carell, The Office) ed Anne (Kerri Kenney-Silver, Reno 911!) dove è tradizione che trascorrano del tempo insieme a Jack (Will Forte, The Last Man on Earth), un insegnante, e sua moglie Kate (Tina Fey, 30 Rock) e insieme a Danny (Colman Domingo, che ha all’attivo più di una nomination all’Oscar e nel 2024 è stato inserito dalla rivista Time fra le 100 persone più influenti al mondo), un architetto, e suo marito Claude (l’italiano Marco Calvani), perennemente preoccupato per la salute del consorte. 

Durante un'escursione, Nick confessa agli amici quello che presto diventerà chiaro a tutti: nonostante siano lì per festeggiare il loro 25esimo anno di matrimonio, lui si sente soffocare in un rapporto dove la moglie è completamente apatica, e vuole il divorzio. Gli amici cercano di evitare che questo accada, cercando di ragionare con lui e pungolando Anne che dal canto suo capisce prima che si ufficiale e cerca di scongiurarlo organizzando una cerimonia di rinnovo dei voti coniugali. Nulla da fare. Alla successiva vacanza, in estate, Nick arriva accompagnato dall’igienista dentale che ora frequenta, la 32enne Ginny (Erika Henningsen), che organizza per loro tutti, meno Anne, di fermarsi in un eco hotel tropicale, odiato da tutti che cercano di mostrarsi comunque di supporto. La relazione continua anche in autunno, quando vanno in visita all’università dove Kate, Jack e Danny si sono conosciuti, nonostante la figlia della coppia, Beth (Ashlyn Maddox), che studia lì, esprima tutta la sua rabbia per la separazione dei genitori, realizzando un per-noi-esilarante spettacolo teatrale di sfogo. Si chiude con l’inverno, il festeggiamento del capodanno, e un inaspettato colpo di scena con la sua coda. Tutte le interpretazioni sono impeccabili.

La forza del programma, già confermato per una seconda stagione che vedrà il segmento invernale ambientato in provincia di Trento, in Italia, è nella amicizia semplice di persone che si conoscono da molto tempo. Sono vere tante delle critiche di chi ha risposto in modo tiepido alla serie: non c’è particolare approfondimento dei personaggi – il melodrammatico Claude è particolarmente macchiettistico; non è costruita per avere uno smaccato umorismo, anche se ci sono molte battute sagaci e qualche momento veramente ilare – penso allo spettacolo che mette in scena la figlia di Nick e Anne; la prima stagione è costruita sulla classica crisi di mezza età… ma c’è una levità vissuta con cui è gradevole intrattenersi.

Si indaga l’amore e in particolare quello all’interno del matrimonio, che cosa lo sostenga e che cosa lo affondi, e quali siano i segnali che fanno capire la direzione in cui sta andando. Mostra come essere sposati sia lavoro e dedizione, una scelta quotidiana fatta anche di compromessi, oltre che gioie, ma anche di inaspettati piccoli piaceri che diventano rivelazioni. Sono personaggi che sono invecchiati, e alcune delle battute riguardano questo inevitabile processo, il corpo che cede e le abitudini che vengono messe in discussione. Con Nick che comincia una relazione con una ragazza più giovane, e con la figlia, si medita anche sulle differenze generazionali. E ovviamente grande tema è l’amicizia, come ridere delle stesse cose e cogliere gli stessi riferimenti possa essere banale e scontato, ma è il collante di relazioni che scaldano il cuore e fanno famiglia, fanno festa – i racconti di Nick non vengono colti dagli amici della sua nuova compagna, lui si sente tagliato fuori e desidera il facile genuino rapporto con i suoi vecchi compagni d’avventure.  

Condivido anche l’acuta osservazione di  Brian Tallerico su RogerErbert.com quando scrive che “l'idea che mostriamo diversi aspetti di noi stessi non solo ai nostri amici ma anche ai nostri partner quando siamo lontani dalle restrizioni della normale vita domestica è molto interessante”. Ed è, con la prospettiva di anni, fare un bilancio valutando quello che funziona e quello che si vorrebbe diverso, anche con riconoscenza per quello che si ha. In parte si richiama The White Lotus ma solo perché ci sono persone in vacanza, e nell’esame di coscienza sulle proprie scelte e la propria vita, con i suoi limiti e trionfi. Qualche piccolo passaggio sembra un po’ tirato per i capelli, ma per la gran parte suona vera. Autentica nella sua ordinarietà di eventi.

giovedì 29 gennaio 2026

WEDNESDAY: la seconda stagione

È partita in sordina la seconda stagione di Wednesday (Netflix, rilasciata in due blocchi il 6 agosto e 3 settembre 2025), nonostante l’arrivo del nuovo preside Barry Dort (un gustosamente disonesto manipolatore Steve Buscemi), e un notevole filmato di animazione proprio al rientro in “Una tristezza senza fine” (2.01) in classico stile Tim Burton, che firma la regia di metà delle puntate, ma per fine stagione mi sono dovuta ricredere, perché ha confezionato una storia convincente, ricca di colpi di scena, con due succosi punti di forza, oltre a parlare estensivamente di rapporto madri-figli/e e di identità e storia personale, autenticità e amicizia.

La riapertura vede Mercoledì (Jenna Ortega) ritornare a Nevermore, questa volta con il fratello Pugsley (Isaac Ordonez) a seguito. Ormai è diventata una sorta di celebrità e ha “groupie” a destra e a manca che la adorano e vogliono imitarla. Fra queste, una diventa una vera e propria stalker, Agnes (Evie Templeton), che ha l’abilità di diventare invisibile, e se la protagonista la tratta sempre come una pezza da piedi, alla fine c’è una certa amicizia effettiva e quest’ultima impara ad essere se stessa (tema della stagione). La giovane Addams dal canto suo ha delle visioni che la mettono in pericolo, in particolare crolla a terra e ha una sorta di crisi epilettica dopo aver visto una visione della lapide di Enid (Emma Myers) in un cimitero infestato dai corvi. Morticia (Catherine Zeta-Jones) è preoccupata e nel risolvere i conflitti reciproci, entra in scena anche la nonna Hester Frump (Joanna Lumley), che pure ha un rapporto contrastato con la figlia e vede di miglior occhio la nipote. I conflitti fra le generazioni sono un fulcro significativo, anche nell’ottica dell’adolescenza, della disapprovazione da parte di Hester del genero Gomez (Luis Guzmán) e dei segreti di famiglia pure legati a una zia di Mercoledì, Ophelia (Eva Green), che ci si aspetta abbia un ruolo più significativo in una annunciata terza stagione.

Grazie all’escamotage di farla comparire come fantasma pronto a dispensare consigli, desiderosa anche che la propria eredità spirituale venga ricordata, si è riusciti a tenere nel cast Gwendoline Christie (Il Trono di Spade) nel ruolo della defunta ora ex-preside Larissa Weems, e la trama risulta davvero molto ben costruita nell’intreccio finale di storyline apparentemente disconnesse di vari personaggi, riprendendo sia il passato prossimo di quanto accaduto nella prima stagione che quello remoto con lo storico della famiglia. Pugsley riporta accidentalmente in vita come zombie Isaac Night / "Slurp" (Owen Painter), che, ATTENZIONE SPOILER, si scopre essere lo zio di Tyler (Hunter Doohan) che, come Hyde, tanto peso aveva avuto nella prima stagione, e il fratello della madre di lui, Françoise (Frances O'Connor), lei stessa una Hyde. I due erano molto legati ai genitori di Mercoledì, e in una serie di rivelazioni si viene a scoprire che Gomez aveva perso i propri poteri proprio per il tradimento di Isaac che voleva curare la sorella sacrificando lui.

Una delle puntate più convincenti è stata “Woe Thyself” (2.06), che in italiano è diventata “La tristezza in te”. Peccato che non l’abbiamo intitolata “Freaky Wednesday” e in italiano “Tutto accadde un mercoledì”. “Tutto accadde un venerdì”, “Freaky Friday” in orginale, è un film della Disney del 1976  ̶  che ha peraltro nel cast, oltre a Jodie Foster e Barbara Harris, anche John Astin, che era il Gomez della serie televisiva originaria della Famiglia Addams  ̶  che si basa sullo stesso principio di questa puntata: lo scambio dei corpi, nel film fra una figlia e una madre, qui fra Mercoledì ed Enid. Questo switch inaspettato ha messo in risalto una volta in più la versatilità e vis recitativa delle due interpreti, veramente convincenti l’una nei panni dell’altra, e ha raggiunto lo scopo di questo tipo di storia, ovvero quello di far capire la prospettiva dell’altro dal di dentro, generando empatia. Enid in particolare accusa l’amica di essere troppo autocentrata e non rendersi conto di quello che lei stessa sta passando, e lo stratagemma funziona alla grande per far scoprire alle due ragazze situazioni a cui con altri gusci di carne non avrebbero avuto accesso, e per far notare anche le reazioni diverse che il proprio comportamento elicita negli altri.

Un altro punto di forza è stata la origin story di Mano (Thing in inglese, Victor Dorobantu). L’abbiamo sempre conosciuta così, come una parte di corpo smembrata. Nulla si sapeva della sua identità, a chi appartenesse originariamente. La vediamo anche partecipare a un gruppo di supporto. In una esplosiva, trainante season finale un po’ Frankenstein, un po’ steampunk (2.08, “This Means Woe”, “Guerra, triste guerra”) si scopre ATTENZIONE SPOILER che era la mano destra di Isaac Night (e Thing è l’anagramma di Night), geniale scienziato che era caro amico di Morticia e Gomez, ma che li aveva traditi per salvare la sorella, come accennavo sopra. Voleva sacrificare Gomez che a causa sua ha perso i suoi poteri, ma che sarebbe morto se non fosse intervenuta quella che ora è sua moglie recidendo la mano che, nell’esplosione degli eventi, era diventata autonoma e ha sviluppato nel tempo una sua autonomia, è rimasta fedele agli Addams ed è diventata a tutti gli effetti parte della famiglia. Perfino commovente.

Un ruolo significativo lo ha avuto anche la storia di Enid che è una Alpha, un tipo di licantropo particolarmente potente capace di trasformarsi anche se non c’è la luna piena, spesso obbligato all’isolamento sociale, cosa che porta ansia alla ragazza – e bella metafora di alcune potenziali difficoltà dell’adolescenza. Si sacrifica per la sua amica, e questo apre a succoso materiale già per la prossima stagione che, a questo punto, credo proprio seguirò.  

martedì 29 aprile 2025

THE RESIDENCE: uno spassoso whodunit

Ispirata all’omonimo libro saggistico scritto da Kate Andersen Brower, The Residence di ShondaLand, ideata da Paul William Davies (Scandal), ha al centro delle vicende una investigatrice troppo magnetica e iconica per essere sfruttata per una sola stagione: Cordelia Cupp (Uzo Aduba, Orange is the New Black) è quel genere di detective alla Sherlock Holmes, Miss Marple e Colombo che risolve i casi grazie alla sua attenta capacità di osservazione, ascolto e deduzione. Talvolta pare vacuamente interessata ad altro, nel suo caso al birdwatching, ma puoi star certo che non si è persa un dettaglio.

Non si sovverte un genere, lo si frutta al meglio. Il giallo ha perciò un gusto antico, quello in cui tutti i colpevoli sono riuniti in un solo posto, secondo la classica tradizione di Agatha Christie, e in questo caso il luogo è d’eccezione: la Casa Bianca. La narrazione si muove su due piani temporali: la notte dell’omicidio dell’usciere capo A.B. Wynter (Giancarlo Esposito, Breaking Bad, Better Call Saul, ineccepibile in un ruolo che doveva essere di Andre Braugher, alla cui memoria è dedicata la season finale), responsabile di tutto il personale della residenza presidenziale, che aveva dichiarato poche ore prima “sarò morto prima della fine della serata”, quando ad indagare viene chiamata dal capo della polizia Larry Dokes (Isiah Whitlock Jr.) proprio Cordelia Cupp, consulente del Dipartimento di Polizia Metropolitana, che viene affiancata dall’agente speciale dell’FBI Edwin Park (Randall Park, WandaVision), nonostante il consigliere capo Harry Hollinger (Ken Marino, Party Down) spinga affinché la morte venga dichiarata un suicidio; e c’è poi una seconda linea temporale, quella di un'udienza del Congresso durante la quale il senatore Aaron Filkins (Al Franken) ascolta i vari testimoni di quanto è accaduto in quell’occasione, spesso interrotto dalla senatrice Margery Bay Bix (Eliza Coupe, Happy Endings), che accusa l'amministrazione del presidente Perry Morgan (Paul Fitzgerald) di aver coperto l’avvenuto.

In sé la serie non è qualcosa di cui correre a raccontare in giro, ma è un cozy mystery infarcito di umorismo, è perciò gradevole con un misto di mistero e humor, politica dei rapporti e gossip sulle relazioni fra i sospettati, anche se Cordelia si rifiuta di chiamarli così; la dimora di 1600 Pennsylvania Avenue è un personaggio a sé, ricostruita anche con un modellino che ce ne fa vedere la sezione. Sono 132 stanze, e i potenziali colpevoli sono ben 157, dal momento che l’omicidio si è verificato in occasione di una cena di stato piena di ospiti organizzata dal presidente e dal First Gentleman, il marito Elliot Morgan (Barrett Foa),  con l’obiettivo di risanare rapporti incrinati con l’Australia – curioso notare che ad interpretare il primo ministro australiano è Julian McMahon (Nip/Tuck), che nella vita reale è il figlio di un ex-primo ministro australiano William McMahon. Fra gli ospiti ci sono Kylie Minogue (che interpreta se stessa) e Hugh Jackman (che in realtà non compare). Lilly Schumacher (Molly Griggs) segretaria del presidente, che ha le idee molto chiare su come vuole che le cose cambino, e Colin Trask (Dan Perrault), agente dei servizi segreti esilarante nel suo vagamente patetico timore reverenziale, cercano di tenere tutto sotto controllo.

A “dare l’allarme” è stato il  grido di shock della suocera del presidente, Nan Cox (Jane Curtin), che ha trovato il cadavere. Chi sarà il colpevole fra i numerosi idiosincratici personaggi? Molti avevano litigato con il leale e severo Wynter quella sera. L’assistente usciere Jasmine Haney (Susan Kelechi Watson, This is us) che fa da cicerone e spiega come funziona la gestione della casa, che sperava di prenderne il posto prima che lui rinunciasse ancora alla pensione? La valletta Sheila Cannon (Edwina Findley) perennemente ubriaca che rimpiange l’amministrazione precedente e le è stato impedito di interagire con gli ospiti durante la serata? Il pasticcere Didier Gotthard (Bronson Pinchot) la cui creazione è stata relegata in una stanza meno prestigiosa o la chef Marvella (Mary Wiseman) che arrabbiata lo aveva minacciato di morte? Magari il fratello del presidente Tripp Morgan (Jason Lee) che vive lì in modo parassitario? Forse la cameriera Elsyie Chayle (Julieth Restrepo) o l’ingegnere-idraulico Bruce Geller (Mel Rodriguez)? Non lo rivelerò se non per dire che l’immagine del/la colpevole è fra le immagini dei personaggi indicati della locandina della serie.

Cordelia Cupp, tutta sicura di sé al punto da essere perfino arrogante, e arguta nelle battute di spirito, impaurisce con la sua calma gli interrogati. Il più delle volte si siede in silenzio davanti a loro che si contorcono a disagio e finiscono per spifferare tutto. È gioiosa perché sa di essere brava. I tempi comici sono impeccabili ed Edwin Park le fa da spalla alla perfezione, sempre un passo indietro e a rincorrerla sia fisicamente che metaforicamente nei suoi ragionamenti, un po’ impressionato un po’ intimorito. Fa uscite inaspettate, come quando alla domanda di come definisca il sesso dice che è qualcosa che le piace di più dei beni immobili e meno del bird-watching. E quest’ultima passione travolge tutto, perché è sempre un momento buono per praticarla e perché fornisce ottimi paragoni in quello che sta per dire, spesso davanti all’esasperata reazione degli altri. Le prove si accumulano, le relazioni fra i vari personaggi vengono alla luce.  

Uno spassoso whodunit di puro intrattenimento.  

mercoledì 9 aprile 2025

ADOLESCENCE: una miniserie necessaria

Memorabile, necessaria. A meno che nell’ultimo mese non abbiate vissuto da eremiti, è probabile che abbiate profusamente sentito parlare della mirabile, celebrata, acuta, scorticante miniserie britannica Adolescence (Netflix), rilasciata lo scorso 13 marzo. Mutatis mutandis è per quest’anno quello che l’anno scorso è stata Baby Reindeer, e non solo sta venendo sezionata da un punto di vista artistico (come accade a un Severence), ma sta avendo un forte impatto socio-culturale con potenziali evidenti dirette conseguenze: una politica inglese, Anneliese Midgley, sostenuta dal primo ministro Starmer, ha chiesto che la serie venga proiettata in Parlamento e nelle scuole. Ideata da Jack Thorne e Stephen Graham è un pseudo-giallo drammatico poliziesco, anche se è un’etichetta che sta strettissima, in cui un ragazzino di 13 anni, Jamie Miller (Owen Cooper) viene accusato dell’omicidio di una coetanea compagna di scuola, Katie Leonard (Emilia Holliday), che viene trovata pugnalata sette volte. Siamo nello Yorkshire, in Inghilterra.

Nella prima puntata l'ispettore capo Luke Bascombe (Ashley Walters) e la sergente capo Misha Frank (Faye Marsay) arrestano il ragazzo che viene condotto alla stazione di polizia, mentre lui si dichiara innocente. Gli viene affiancato un avvocato e il padre Eddie (Stephen Graham, che è il co-autore, non un omonimo) fa da garante al figlio. Seguono la procedura, viene visitato. Mi ha colpito la gentilezza con cui lo hanno trattato. Nella seconda puntata, tre giorni dopo, la polizia si reca nell’istituto scolastico del ragazzo,  dove studia anche il figlio di Bascome, e interrogano alcuni ragazzi, fra cui Jane (Fatima Bojang), migliore amica della vittima. Che dettaglio fantastico quando presentano lui ma non lei alla classe, poi scusandosi! Nel terzo episodio il giovane Jamie, sette mesi dopo il suo arresto, ha un colloquio con una psicologa forense, Briony Ariston (Erin Doherty), che deve fare una valutazione e relazione su di lui che, in attesa del processo, si trova in una struttura di detenzione minorile. Per me è stato il più riuscito: fa una dissezione chirurgica di quello che vuole essere il tema principale, la rabbia maschile e le sue radici. È recitato alla grande, ma in primo luogo è scritto in modo mozzafiato, nel mostrare Jaime che da solo con una donna cerca di sfidarla e di provocarla, di come lei eccellente nel suo lavoro ma profondamente scossa debba mostrarsi indifferente alle minacce e agli scatti d’ira, e di come lui in fondo sia solo un bambino ma non per questo poco pericoloso. Il quarto e ultimo episodio, molti mesi dopo, a ridosso del processo in cui il figlio annuncia di volersi dichiarare colpevole, è concentrato sui familiari e in particolare sui genitori.  

Con la regia di Philip Barantini, ogni singola puntata è un unico piano sequenza, quindi segue in tempo reale e senza stacchi di scena tutti gli eventi che si susseguono nella puntata, un notevolissimo vero tour de force, coreograficamente e anche attorialmente, che dà forza di realtà impattante a quello che vediamo perché non ti permette davvero di staccare mai. Ti lascia senza respiro. Il solo che ho letto che lo ha trovato privo di senso e giudicato un mero gimmick, un trucchetto che distrae dalla storia, è Robert King (The Good Wife, The Good Fight), che ha giudicato il programma molto ben scritto e ben recitato e ritiene che anche in forza di questo dovrebbero essere proprio gli attori il fulcro, non la steadicam (qui). Pur comprendendo il suo punto di vista, io non ho sentito che ci fosse troppo “blocking baggage”, come lo definisce lui, quindi un eccessivo bagaglio tecnico nello stabilire chi sta dove, anzi dà la sensazione di essere senza filtri, crudo. È una scelta che Barantini ha usato in precedenza, nel film del 2021 Boiling Point che ha nel cast anche lì Stephen Graham. Non ho visto il film ma qui nello show questa “tecnica” è indubbiamente usata con virtuosismo. Lo valuto, come la maggior parte dei critici, un successo estetico.    

È comunque forma che sostiene contenuti altrettanto pregnanti, perché mostra, in modo potente ma anche sottile, come si crea invisibilmente una cultura misogina, di violenza contro donne e ragazze, diffusa dalla subcultura Incel che nasce nella manosfera (quelle variegate risorse web che promuovono odio per la donna, opposizione al femminismo e pompano un’idea di mascolinità prepotente) e che trova poi tragica attuazione nella realtà quotidiana. Non fa grandi lezioni sull’argomento, lo mostra di atto. Così come non mostra il risentimento degli uomini che con autocommiserazione e odio pianificano di sfogare la propria rabbia repressa prendendo come bersaglio il sesso femminile, come magari può essere stato mostrato in The Power - Ragazze eletttriche, dove vediamo che il protagonista maschile adolescente viene davanti ai nostri occhi radicalizzato perché si ritiene ingiustamente defraudato di privilegi che dovrebbero essergli dati di diritto in quanto uomo. Qui si parte delle conseguenze, un’orrida morte di una ragazzina, per sviscerare le ragioni umane di un simile atto d’odio, per portare alla luce i meccanismi di quella che viene chiamata mascolinità tossica, dove gli uomini sono anche vittime di una mancanza di educazione che li fa sentire sessualmente inadeguati quando sono ancora giovanissimi e rabbiosi nei confronti di una vita da cui si sentono traditi e di cui scaricano la colpa sulle donne. In questo senso si trovano in una situazione di vulnerabilità  nella società attuale. “Non ho fatto niente di male” continua a ripetere il ragazzino, che non ritiene di aver fatto nulla di male, di avere una giusta legittimazione al suo comportamento.

Si mostrano genitori che non se ne sono fregati, hanno cercato nei liniti del possibile di essere brave figure parentali, sicuramente migliori di quelle che hanno cresciuto loro, ma si trovano davanti a un fallimento clamoroso, questo anche a ribadire che è un problema di tipo sistemico, nel senso che puoi anche avere una brava famiglia alle spalle, ma sei a rischio di radicalizzazione in una società che facilmente approfitta della tua fragilità – bella la versione cantata da un coro di ragazzi alla fine del secondo episodio di “Fragile” di Sting. La voce della ragazza che emerge sugli altri, riporta Netflix (qui) è quella della ragazza che interpreta la compagna di scuola uccisa.

Si mostra anche il distacco fra le generazioni adulte e quelle giovani che hanno un linguaggio loro. È il figlio di Bascombe, Adam (Amari Jayden Bacchus), che a scuola prende da parte il padre per spiegargli che le emoticon con cui commentavano le immagini di Jaime su Instagram erano insulti. La scollatura non permette comunicabilità, non rende visibile agli adulti che potrebbero fare da guida un disagio che matura in rancore. E gli adulti sono privi di strumenti per farvi fronte. Una lettura importante, tanto più in un contesto come quello britannico, è anche in termini di classe. In proposito rimando a questo post di Sophie Pender.

Con la serie entrano così nel mainstream queste questioni, essenziale anche perché gli Incel vengano visti nella loro pericolosità sociale, invece di normalizzarli, come be arguisce Attilio Palmieri in questo post che invito a leggere, e questioni come il 80-20 (ovvero l’80% delle donne sarebbe attratta dal 20% degli uomini) e la teoria redpill (ovvero in qualche modo risvegliati alla presunta verità che le donne cercano negli uomini solo bell’aspetto, denaro e potere, con un termine che deriva dalla pillola rossa di Matrix rivisitato ad hoc). Ipoestesia sociale unita a giovani istigati alla violenza e aggressività, misoginia e maschilismo, controllo e dominazione, come forme di successo e potere per essere maschi alfa, veri uomini, conduce facilmente al femminicidio.

Non è un vero giallo: anche se il ragazzo nega, capiamo subito che è lui il colpevole; è un horror dove l’orrore non è quello del mostro, è quello del ragazzino della porta accanto dall’aria pulita che per pressione e cyberbullismo da parte dei coetanei che lo umiliano, per quella difficile fase dell’età che è l’adolescenza (che è non a caso il titolo del programma), privi di anticorpi verso la cultura misogina e maschilista in cui è immerso, e in contatto con modelli educativi inadeguati al contesto in cui deve muoversi, conduce a conseguenze drammatiche.

Un appunto però mi sento di farlo. Da un lato penso che la serie sia perfetta così com’è, completa. “Mio Dio, ogni momento, ogni battuta, ogni personaggio, ogni pensiero. Perfetto. Furioso. Geniale. Orripilante. Cosa facciamo? @netflixuk” ha commentato Russell T Davies (qui), che a cui ho pensato per due ragioni: con Queer As Folk mi ha insegnato che ogni racconto è parziale, si sceglie di raccontare uno spicchio, senza che debba rappresentare tutti e parlare per tutti; con il corto Screwdriver (ne ho parlato qui all’interno del saggio su Cucumber), ha vocalmente fatto una chiamata alle armi contro l’abbandono dei ragazzini alle influenze nefaste della rete, in quel caso rispetto alla pornografia, chiedendo lui stesso che fosse fatto qualcosa contro la vulnerabilità dei ragazzi, tema qui significativo. Dall’altro, forte anche di molti corsi deontologici di aggiornamento professionale come giornalista fatti su questo argomento che insistono sulla necessità di quanto segue, condivido a pieno un’osservazione fatta in questo post su Instagram che riporto in parte, di seguito, tradotto, di Charlotte Archibald,

“Per comprendere veramente la portata delle azioni di Jamie, avevamo bisogno di sentire il vuoto lasciatosi dietro quando Katie è stata strappata al mondo.

Un quinto episodio, incentrato sulla sua storia attraverso gli occhi delle persone a lei più vicine, avrebbe potuto illustrare con forza l'impatto profondo e duraturo della violenza maschile sulle donne. Avrebbe permesso allo spettatore di comprendere appieno le devastanti conseguenze della rabbia di Jamie.

Ma questa cornice, o la sua mancanza, non è nuova. È una narrazione fin troppo familiare nello storytelling, nel riportare le notizie e nel modo in cui discutiamo di questi crimini: le donne e le ragazze diventano note a piè di pagina nei loro stessi omicidi.

Quindi sì, raccontate la storia del mondo di oggi in cui viene cresciuto Il Ragazzo. Raccontate il ruolo che tutti noi dobbiamo avere nel creare una società che nutra e protegga. Mostrare quanto disperatamente i ragazzi abbiano bisogno di amore, rassicurazione, tenerezza e modelli positivi. Adolescence lo ha fatto brillantemente.

Ma dobbiamo anche raccontare le storie delle ragazze e delle donne le cui vite sono sconvolte da queste ideologie tossiche. Dobbiamo ascoltare le loro voci e riconoscere la loro umanità. Perché solo quando le loro storie saranno raccontate, e solo quando le donne e le ragazze saranno viste e valorizzate come persone, potremo sperare che meno di noi saranno ferite o uccise da ragazzi e uomini.

FINO AD ALLORA, IL CICLO CONTINUERÀ, E LE DONNE E LE RAGAZZE RESTERANNO invisibili nelle loro stesse tragedie”.

Penso che sia voluto, la voce delle donne non esiste nel mondo distorto che viene rappresentato, c’è anche un’osservazione in questa direzione ad un certo punto. Non è un programma didattico, e non si può dire tutto appunto. Eppure…è il motivo per qui all’inizio del mio post ho voluto indicare la vittima con nome e cognome, e con l’indicazione dell’attrice che la interpreta, per quanto non la si veda veramente mai, se non molto di sfuggita.

Molto si potrebbe ancora dire, e sicuramente molto verrà ancora detto. Un impatto in ogni caso c’è stato non solo a livello di dibattito che ha elicitato, cosa già importante: sembra che le scuole nel Regno Unito inizieranno a offrire lezioni contro la misoginia nell’ambito delle materie di educazione sessuale, salute e relazioni, cominciando per gradi a seconda dell’età per trattare poi nella scuola secondaria temi come consenso, comunicazione ed etica delle relazioni romantiche. Un risultato importante a quello artistico che è innegabile.

giovedì 20 marzo 2025

SQUID GAME: la seconda stagione

Sono passati tre anni dagli eventi della prima stagione di Squid Game, sia nella diegesi che per la messa in onda, e torniamo a respirare la stessa aria brutale e terrificante di allora – avevo parlato della prima stagione al link sul titolo e i principi lì espressi rimangono validi anche per questa. Forse alla ferocia si è aggiunta anche una nota di sadismo, o forse sono più sensibile io che ho trovato più difficile della scorsa volta stomacare tanta violenza. Se quando ho seguito la prima stagione non c’era il doppiaggio in italiano, questa volta sì, e ho deciso perciò di seguirlo doppiato nella nostra lingua e mi pare che abbiano fatto un buon lavoro.

Continua ad essere quello che Daniel Fienberg dell’Hollywood Reporter ha ben definito una serie sulla disperazione economica, anche se lui la stronca. Se è evidente che la seconda stagione, e la terza il cui debutto è previsto per il 27 giugno, è stata fatta per mungere il successo della prima, non di meno la serie ha avuto ancora da dire e per me il messaggio forte in questo caso è stato “finchè il mondo non cambierà, il gioco non si fermerà” (2.02), non importa quanto lo vuoi, quanto ti sgoli perché accada. Forse è ancora più esplicito, semmai fosse stato necessario, il fatto che il sistema capitalista che mette il denaro davanti a tutto, vede le persone con una vita al limite perché schiacciate dai debiti come spazzatura, come “scarafaggi”. Progetto di seguire anche la prossima stagione, ma più per completismo che per vero desiderio di proseguire, per quanto io sia curiosa di vedere come lo chiudono. Lo trovo intelligente e in una certa misura anche appassionante, ma non è una visione facile. 

Seong Gi-hun (Lee Jung-jae), vincitore della precedente edizione dei giochi, si rende conto dell’aberrazione che sono, e decide di fermarli. Si ritrova a doverli giocare nuovamente, sempre con il numero 456. Torna anche quello che un tempo era stato il frontman dei giochi, Hwang In-ho (Lee Byung-hun), che ha preso il posto di giocatore 001 dal creatore originale del gioco, ma di cui nessuno conosceva l’identità dal momento che era in precedenza mascherato. Questi due personaggi sono pensati, come ha proprio spiegato l’autore stesso Hwang Dong-hyuk (si veda lo speciale post-seconda stagione), l’uno come l’opposto dell’altro, ovvero il primo come fiducioso nella bontà ultima dell’essere umano, il secondo come convinto nella sua corruttibilità e detestabilità, che incarnano in prima persona. Fra i personaggi tornano c'è anche Hwang Jun-ho (Wi Ha-joon), il poliziotto che già in passato si era infiltrato sull'isola per cercare il fratello scomparso, che si era scoperto essere proprio il frontman, e che ora cerca di ritrovare il luogo, e il reclutatore (Gong Yoo), simbolicamente micidiale nelle scene in cui fa scegliere a dei senza tetto del pane o in alternativa dei biglietti della lotteria.

Il primo gioco è lo stesso, gli altri cambiano, e mantengono lo stesso spirito, la stessa grottesca eppur mortale semplicità. In pista sono nuovi disperati: un ex marine amico di Gi-hun alle prese con il divorzio dalla moglie e il fallimento del negozio di famiglia, un padre con spese mediche da pagare per la figlia malata di leucemia, un ex militare che si sta sottoponendo alla transizione di genere, una anziana che è sopravvissuta alla guerra di Corea e suo figlio, una giovane incinta senza famiglia, un ex influencer che ha causato la rovina economica di diversi dei giocatori con i suoi suggerimenti finanziari rivelatesi delle truffe anche ex fidanzato della ragazza incinta, un rapper, “Thanos”, sempre mezzo strafatto, un anziano che ha un debito di 100 miliardi di won, una pseudo-sciamana mezza folle…

Sono tornati anche i controllori di “quel gioco maledetto” con le loro maschere con quadrato, triangolo e cerchio, simboli che indicano il loro rango in ordine da più alto a più basso e che rappresentano le lettere coreane che sono l’inizio del nome coreano di Squid Game. Dall’anonimato emerge in questa stagione la storia di una di loro, Kang No-eul (Park Gyu-young), che dopo aver disertato dalla Corea del Nord lavora in un parco di divertimenti e, quando sono in corso, come cecchino in questi giochi. Riconosce fra i partecipanti il papà della bambina malata, che le aveva regalato un disegno nel suo altro lavoro. Lei vuole guadagnare quello che le serve per trovare e riunirsi alla figlia, è lei stessa è vittima di minacce e violenza dal momento che quando vede qualcuno agonizzante, ma non morto, cerca di finirli, cosa che non sta bene a chi vuole esportare gli organi dei poveri malcapitati. Nessuno è immune dalla società crudele che si è costruita.

Più che non in passato ci si sofferma su lunghe scene in cui i giocatori devono votare se interrompere o continuare i giochi, che avviene alla fine di ogni prova, con gli uni che cercano di convincere gli altri e di portarli dalla propria parte spiegando le proprie ragioni. Forse ha rallentato il ritmo, ma l’ho trovato un bel commento sulla democrazia e su come funziona, anche su come si rimane incastrati da voti che legano la propria vita a decisioni aberranti che per se stessi non si vogliono e di come ci sia spesso una letterale guerra fra poveri.

Il finale rimane sospeso, perché come è evidente da subito, la terza stagione è di fatto semplicemente il prosieguo di questa.

mercoledì 29 gennaio 2025

NOBODY WANTS THIS: una irresistibile rom-com

Nobody Wants This, la commedia romantica che ha debuttato su Netflix lo scorso settembre, ha i due protagonisti principali interpretati da attori molti popolari e amati, che conosciamo da quando erano poco più che adolescenti e interpretavano personaggi che lo erano. Adam Brody (45 anni) lo abbiamo messo a fuoco in The O.C. dove interpretava Seth Cohen, anche se aveva avuto anche ruoli precedenti, e che si ricorda anche sempre per aver reso popolare Chrismukkah. Recentemente lo abbiamo apprezzato in Fleishman is in Trouble. La deliziosa Kristen Bell (44 anni) era la brillante investigatrice Veronica Mars, e più recentemente era finita nell’aldilà e cercava di redimersi diventando una brava persona in The Good Place, ma è stata anche la voce narrante di Gossip Girl e quella della principessa Anna nell’originale del film Frozen.  

Qui sono lui un rabbino, Noah, lei una podcaster che parla di sesso e relazioni sentimentali, Joanne, che si innamorano l’uno dell’altra. A condurre il programma con Joanne c’è anche la sorella Morgan (Justine Lupe, Succession), che si trova spiazzata che finalmente lei abbia una relazione appagante. Lui può contare sull’amicizia del fratello maggiore un po’ impacciato Sasha (Timothy Simons, Veep), ma dal momento che ha deciso di lasciare quella che tutti davano per sua futura sposa, Rebecca (Emily Arlook), nessuno è molto contento. Nessuno vuole questa cosa, come recita il titolo in traduzione. Il motivo è anche che Joanne è una “shiksa”, che originariamente doveva essere il titolo del programma, ovvero una non ebrea che, come si può leggere più approfonditamente al link, bionda dagli occhi azzurri che nulla sa dei precetti religiosi che tanto importanti sono per Noah. 

La godibilissima serie ideata da Erin Foster, già rinnovata per una seconda stagione, mi ha visto subito entusiasta perché fa quello che ultimamente sembrano non sprecarsi a fare più, ovvero permettono ai personaggi di conoscersi realmente per gradi, facendo capire a loro e a noi che cosa trovano attraente. Quello per cui ha riscosso tanti consensi è che mostra poi per una volta una coppia funzionale. Degli adulti con i loro problemi, ma disposti ad affrontarli e a cercare degli accomodamenti per stare insieme. Entrambi i personaggi, ben supportati da attori ben navigati in tal senso, sono venati di un lieve umorismo e da autoironia, che non guasta. Anche i comprimari funzionano alla perfezione.

Molte delle situazioni in cui si ritrovano i personaggi hanno il potenziale da sit-com, ma il modo in cui lo humor è costruito è ben poco tale e le emozioni e gli ostacoli che la coppia deve superare per stare insieme sono molto vere, come il fatto che vengano da due mondi diversi: per lei non c’è mai stato posto per la religione nella vita, lui ne fa il fulcro e gli dà pace e sicurezza, ma il fatto di essere accoppiato con lei può impedirgli una carriera di rabbino a cui aspira, lei è disposta a convertirsi? Si piacciono genuinamente, ma è sufficiente? E, sebbene ci sia una grande leggerezza di fondo,  si affrontano anche questioni su cui ci si interroga in generale nella vita, attraverso le parole che sono lo strumento per entrambi, lui con i sermoni, lei con il podcast. Abbiamo la possibilità di svegliarci e dare una nostra direzione alla nostra vita, ci ricordano, e tutto può avere un proposito se lo permettiamo. Quanto è importante essere privati e quanto invece essere aperti senza vergogna per questioni su cui c’è apparentemente pudore? Raccontare qualcosa che ti fa sentire a disagio aiuta le persone a connettersi con te.

Le famiglie sono importanti per entrambi e il complicato rapporto con i loro membri è molto sotto i riflettori: la sorella di lei è quella con cui condivide tutto, ma non sempre vanno d’accordo, il padre è gay e separato dalla madre. La famiglia di cui ostracizza la nuova scelta di lui e in questo forse il programma mostra una evidente debolezza quando ritrae le donne ebree un po’ macchiettisticamente poco disposte a qualunque apertura verso l’esterno. Anche se è giustificato nel caso delle amiche della ex di lui e della severa madre Bina (Tovah Feldshuh), è anche vero che hanno calcato un po’ la mano. Come ha ben scritto Dani Kessel Odom su Screen Rant. “Quando si tratta della rappresentazione delle donne ebree in TV, gli stereotipi si trovano all'incrocio tra antisemitismo e misoginia. Le donne ebree sono state stereotipate come avide, invadenti, aggressive, dominatrici, prepotenti, nevrotiche e bugiarde - tratti considerati indesiderabili. Due dei tropi ebraici più significativi che si basano su queste caratteristiche sono la principessa ebrea americana e la madre ebrea”. E se la prima sarebbe Rebecca, “nevrotica, invadente ed egoista sulla base della sua introduzione”, la seconda “appare subito come prepotente, controllante e poco accogliente, caratteristiche del tropo della madre ebrea”, ma non viene risparmiata nemmeno la cognata di Noah, Esther (Jackie Tohn) “presentata come aggressiva e dominatrice nei primi due episodi”. Ammetto di avere molta poca familiarità con gli stereotipi nei confronti delle donne ebree, ma non c’è dubbio che gli aggettivi con cui le descrive l’articolo citato riflette quello che ho visto sullo schermo.

In ogni caso è una rom-com che non sarà particolarmente innovativa, e con qualche stereotipo di cui avrebbe potuto facilmente fare a meno, ma è irresistibilmente dolce e genuinamente romantica e sono stata contenta di vederla rinnovata per una seconda stagione.  

martedì 5 novembre 2024

HIERARCHY: una scuola d'elite coreana

Scritto da Chu Hye-mi, e con la regia di Bae Hyeon-jin, Hierarchy (ovvero “Gerarchia”, in coreano 하이라키) è una serie scolastico-romantico-adolescenziale di Netflix ambienta nell’esclusiva Jooshin High School dove il prestigio, in un Paese che valorizza moltissimo la cultura, in questo caso è dettato dai frequentanti, tutti ricchissimi rampolli di famiglia a cui viene impartita la più vasta istruzione possibile. A fondare questa scuola privata, il cui motto è proprio “noblesse oblige”, è il Jooshin Group.

Un ragazzo che frequentava la scuola con una borsa di studio rimane ucciso e il fratello Kang Ha (Lee Chae-min) si iscrive nella stessa scuola, sempre grazie a una borsa di studio, per scoprire che cosa è accaduto e per vendicarsi. Qui incontra subito un ambiente molto snob dove chi non è danaroso viene regolarmente bullizzato. Re e regina della cricca di giovani sono considerati Kim Ri-an (Kim Jae-won), che è l’erede designato del gruppo Jooshin, che ha una madre completamente anaffettiva, che nel momento in cui lui le chiede più attenzione gli domanda se non sia sufficiente il numeroso personale che ha assunto per seguirlo; e Jung Jae-i (Roh Jeong-eui), figlia di un potente capo di un gruppo d’affari rivale, il Jaeyul Group che tiranneggia la figlia disprezzandola come la madre da cui si è separato e usandola solo ai fini di business. Ri-an e Jae-i erano una coppia innamorata, ma eventi in partenza poco chiari li vedono separati. La migliore amica di lei, He-ra (Ji Hye-won), è gelosa della loro relazione e non si accorge che il comune amico Lee Woo-jin (Lee Won-jung) è interessato a lei.

La serie è inclusa in un filone che comprende titoli come Élite, Sweet Revenge, The Glory e Boys Over Flowers. Personalmente non li ho visti e mi fido della critica e dei fan che li reputano migliori. Nonostante una sigla di gran stile infatti, la qualità della produzione  elevata da scenografie stilose e una fotografia elegante, Hierarchy non riesce a catturare le simpatie degli spettatori. Vorrebbe essere una storia di amore, amicizia e vendetta, ma non si distingue a sufficienza da titoli indicati sopra per offrire qualcosa di nuovo, ripete dinamiche già viste in altri teen drama. La mancanza di una direzione chiara, personaggi stereotipati e l’assenza di coesione fra alcune parti della trama sono lamentele sollevate che condivido. La soluzione alla morte del fratello di Kang Ha è appagante, ma il triangolo fra questi, Ri-an e Jae-i è inconsistente. Sembra un’opportunità sprecata, perché il potenziale in realtà c’era.

Centro focale di interesse sono il privilegio e le gerarchie sociali che contaminano la società coreana, il potere e le manipolazioni messe in atto per mantenere il proprio status: chi è economicamente benestante gode evidentemente di maggiori possibilità, ma la critica che si muove è di costituire una casta chiusa che non solo non condivide il proprio benessere, esclude volontariamente gli altri per puro senso di superiorità e perché può e ostracizza gli esterni alla propria cerchia umiliandoli e ritenendoli sacrificabili. La generazione giovane, almeno nei tre-quattro leading characters, è mostrata migliore rispetto a quella dei propri genitori nella misura in cui credono ancora nella responsabilità personale, nel voler rendere la realtà migliore e nell’esserci gli uni per gli altri.

Ammetto di aver avuto grande difficoltà nel valutare la capacità recitativa dei personaggi.  Ji Hye-won che interpreta He-ra mi è parsa molto convincente nel ruolo dell’amica d’infanzia gelosa di Jae-i, che ora le è vicina ora cerca di affossarla, che ricchissima cade in disgrazia ma è lei stessa maciullata dalle macchinazioni altrui e dalle sorti economiche della propria famiglia. È stata estremamente espressiva. Diversamente da lei  Roh Jeong-eui, che è appunto l’amica Jae-i, mi è sembrata molto piatta. Sono consapevole però che in estremo oriente fa parte della cultura cercare di non mostrare sul proprio volto i propri sentimenti: dissimularli o nasconderli è incoraggiato. Quindi non sono stata davvero in grado di valutare se certe scelte di recitazione fossero scarso talento da parte dell’attrice o, come mi pare di poter intuire da altri momenti di narrazione, scelte di mostrarsi stoicamente impassibile. Forse la voce avrebbe aiutato, ma non conosco il coreano e per semplicità ho guardato il programma doppiato in inglese (in italiano non c’era la possibilità). In ogni caso ho sentito lo scarto culturale e la mia mancanza di strumenti per fare una valutazione adeguata. Genericamente le interpretazioni sono state apprezzate nonostante per qualcuno siano state troppo smaccate e mancassero di sfumature.

Se si è amanti del sottogenere di ragazzi ricchi e viziati in collegi esclusivi non scoraggio la visione, ma non la incoraggio nemmeno. Al mio scrivere non è prevista una seconda stagione, comunque poco probabile vista la tiepida ricezione.

venerdì 9 agosto 2024

LA REGINA CARLOTTA: uno spin-off di Bridgerton

La regina Carlotta (Netflix), la serie che ha debuttato il 4 maggio 2023, con molta consapevolezza adotta il sottotitolo Una storia di Bridgerton. La ragione non è solamente che è, appunto, uno spin-off di Bridgerton, ma che sebbene sia ispirata infatti alle vicende della Regina consorte del re del Regno Unito, Carlotta di Meclemburgo-Strelitz, non è storia vera, è una rilettura rosa che si prende molte licenze poetiche.

La più significativa di tutte è che molti studiosi ritengono fondatamente che la regnante avesse un'eredità culturale mista e fosse nera, ma questo è stato spesso insabbiato. La serie, che non a caso è stata ideata e prodotta da Shonda Rhimes (Grey’s Anatomy), si è invece chiesta che cosa sarebbe successo se la società avesse accolto queste differenze invece di ignorarle e negarle e avesse elevato le persone nere (o di colore in senso più ampio) a posizioni e ranghi di rilievo. Nelle vicende ci si riferisce a questo come al “grande esperimento”, che non è avvenuto nella realtà, ma nella fantasia degli autori che reimmaginano come sarebbe potuto essere il mondo se fosse stata fatta una scelta simile. Urge domandarsi che tipo di valore epistemologico abbia un simile esperimento, in questo caso non sociale ma narrativo, se ne abbia uno al di là della mera soddisfazione di un mondo più equo almeno nella fantasia e dell’aprire la mente ad immaginarlo come possibile.

Queen Charlotte si muove fra due assi temporali: uno nel 1817, il presente di Bridgerton (si è debuttato fra la seconda e la terza stagione di questa), in cui la regina (Golda Rosheuvel) fa pressione sui suoi numerosi figli perché si decidano a fornirle un/a erede al trono – nella realtà, solo il quarto è stato in grado di produrne uno, quella che poi sarebbe diventata la regina Vittoria, quando lei era ormai scomparsa; uno nel 1761, che ci fa scoprire la backstory di Carlotta, quando giovanissima (una perfetta India Amarteifio) viene data in sposa dal fratello Adolfo (Tunji Kasim), a un uomo che non conosce nemmeno, re Giorgio III (Corey Mylchreest, e se nel suo scarnissimo curriculum ha interpretato Adone in The Sandman è perché brutto non è, mettiamola così), conosciuto dalla storia come il “re pazzo”.  

Le vicende, che portano tutte la regia di Tom Verica (che per me sarà sempre il papà nella rimpianta serie American Dreams), si concentra sullo spaesamento delle nuova venuta e sul matrimonio con il re che mal vive la pressione del suo ruolo. Vorrebbe poter essere “solo Giorgio”, dedicarsi alla scienza, all’astronomia e all’agricoltura e non agli impegni imperiali che gravano su di lui, anche perché periodicamente ha episodi psicotici. Ufficialmente si dice che soffrisse di porfiria, ma oggidì si sono avanzate altre ipotesi (avvelenamento da arsenico, disturbo bipolare, problemi psichiatrici di altra natura). Sebbene nella sue fasi buone il consorte fosse amabile e affascinante, il pubblico empatizza subito con la neo-arrivata che si ritrova a dover far fronte a comportamenti inspiegabili che la lasciano profondamente triste e sola, anche perché per questi non vi è alcuna spiegazione. Quando la spiegazione arriva (dedicando una puntata a “riempire i vuoti” che c’erano dall’aver visto la sola prospettiva di lei al comportamento di lui, mostrando così l’immagine completa) si soffre con il paziente che si fa sottoporre a letterali torture da un medico sadico che promette di guarirlo, pur di star meglio, e si ha nuovo rispetto per Carlotta che gli sta vicino e fornisce il balsamo migliore con il suo amore. E se la “malattia mentale” è tabù e si brancola nel buio ora, immaginarsi fra ‘700 e ‘800.

Personalmente non ho mai avuto in particolare simpatica il personaggio della regina, troppo capricciosa e distante per i miei gusti, né al di là di questo aspetto in fondo irrilevante l’ho mai trovata degna di un secondo sguardo. Eppure, questo approfondimento l’ha davvero umanizzata e resa vulnerabile e amabile: una donna risoluta, forte, ma mossa da cervello e cuore al posto giusto, si direbbe. E allo stesso tempo si è dato ampio e gradito rilievo ad altri personaggi: la dinamica, frizzante Lady Agatha Danbury (Adjoa Andoh), che diventa presto la migliore amica della regina, ma che era inizialmente (Arsema Thomas) incastrata in un matrimonio con un uomo molto più vecchio di lei e alla sua morte si era innamorata niente meno che del padre della giovanissima Violet (Connie Jenkins-Greig), che ora conosciamo come la viscontessa madre di tutti i Bridgerton (Ruth Gemmell) e assistiamo a come è nata quella amicizia e le vediamo ora vedove confidarsi sul proprio “giardino” (il luogo principe del piacere sessuale insomma), sulla solitudine e le relazioni; e, grande sorpresa, scopriamo un giovane Brimsley (Sam Clemmett), segretario e valletto personale della regina, sempre pochi passi dietro a lei: siamo abituati a vederlo ritto accanto a lei (Hugh Sachs) ormai anziano, ma è magnifico infilarsi nei ricordi che lo vedono avere una romantica storia con Reynolds (Freddie Dennis), segretario e valletto del re, e scoprire quello che i due hanno fatto per la coppia di cui sono fedelissimi servitori. Plot secondari molto ben calibrati. La voce di Lady Whistledown (Julie Andrews in originale, Melina Martello nella versione italiana) assicura continuità. L’ampiamento del worldbuilding dell’epoca antecedente a quella Regency in cui abbiamo conosciuto i personaggi è appagante per chi segue le vicende.

In costumi mozzafiato e gloriose ambientazioni, non mancano balli e occasioni mondane, l’attesa riflessione su protocolli e convenzioni sociali, e c’è naturalmente il classico must del genere rosa in cui lui confessa di non poter vivere senza di lei, ragione di vita, con un fluire di sentimenti e passione che non si riescono a trattenere. Però si va oltre: Carlotta acquisisce progressivamente consapevolezza della sua posizione e del suo ruolo, così come Agatha sa mantenersi in buon equilibrio facendo valere i propri interessi, ma allo stesso tempo mantenendosi fedele all’amicizia con la regnante. E non c’è l’asettico “vissero felici e contenti”, ma vissero felici nella misura in cui le circostanze della vita lo hanno consentito, che vista la malattia di lui non è stata poi così generosa. In mezzo a tanta fantasia, un nocciolo amaro che non ha reso meno apprezzabile la serie, anzi. Molti l’hanno salutata come la migliore. Non disdegnerei altre incursioni del passato dei personaggi con appositi spin-off.

martedì 30 luglio 2024

DEAD BOY DETECTIVES: un teen drama sovrannaturale scacciapensieri

   

Sarà che non conoscevo in precedenza i personaggi di Dead Boy Detectives, ideati originariamente da Neil Gaiman e Matt Wagner per la DC Comics, per cui avevo aspettative su come dovessero essere, ma ho trovato gustosissima questa serie gotico-sovrannaturale portata da Steve Yockey su Netflix dopo che inizialmente doveva debuttare su HBO Max. Poi il ritmo è diventato più tradizionale, ma nel pilot è stato così incalzante per me, e con il plot segmentato in momenti con una titolazione apposita che ne scandisce le parti che conserva anche in seguito, che ho pensato che era proprio adatta alla generazione attuale che vuole momenti agili “spelled out”, esplicitamente spiegati rispetto a quello di cui tratteranno. Una forte mitologia e protagonisti affascinanti testimoniano il talento di Gaiman, ma mi hanno anche fatto ripensare a Buffy. Non è a quel livello come serie, ma nessuno vieta che possa crescere. Gagliarda anche la sigla.     

Protagonisti sono due fantasmi di ragazzi poco più che adolescenti: Edwin Payne (George Rexstrew) che è finito all’inferno, dopo che i suoi compagni di college nel 1916 lo hanno offerto in sacrificio, e dopo decenni di torture è riuscito a scappare; e Charles Rowland (Jayden Revri), ragazzo punk dell’era Thacheriana già oggetto di abusi domestici da parte del padre, morto nel 1989 a seguito di bullismo da parte dei compagni di classe per ipotermia ed emorragia interna. Se il primo è ingessato e un po’ saputello, il secondo è apparentemente sempre di buon umore. Cercano di scampare alla Morte (Kirby Howell-Baptiste), e intanto gestiscono una loro agenzia per risolvere casi sovrannaturali, per aiutare spesso i defunti a lasciare finalmente questo piano di realtà in cui sono intrappolati seppur morti e raggiungere l’aldilà. Un giorno si rivolge a loro una ragazza medium, Crystal Palace (Kassius Nelson), che come tale è in grado di vederli, a cui ha rubato la memoria un demone, David (David Iacono). Presto si unisce al duo e si spostano per un caso da Londra a Port Townsend, Washington, dove rimangono bloccati (solitamente riescono a spostarsi da un luogo all’altro attraverso gli specchi). Crystal affitta una stanza sopra la macelleria Tongue & Tail gestita da  Jenny Green (Briana Cuoco) e fa amicizia con un’altra affittuaria, la confettosa Niko Sasaki (Yuyu Kitamura), che a causa di un’esperienza di pre-morte pure riesce a vedere Edwin e Charles e diventa ufficiosamente parte di un quartetto.

Nella cittadina americana hanno a che fare con una serie di personaggi ricorrenti, che aggiungono fascino a questa serie adolescenziale: hanno feroci scontri con Esther Finch (Jenn Lyon), una strega immortale che fa di tutto per rimanere giovane, e che ha trasformato il suo corvo in un attraente ragazzo Monty (Joshua Robert Colley) per avvicinarsi a loro per distruggerli; devono eludere la Night Nurse (Ruth Connell), che si occupa del dipartimento di soggetti smarriti dell'Aldilà che cerca di individuarli per riportarli dove ritiene debbano stare, e il Re dei Gatti (Lukas Gage), che si è invaghito di Edwin; il solo ad aiutarli in qualche occasione è Tragic Mick (Michael Beach) un tricheco diventato uomo che rimpiange la sua forma passata e che gestisce un negozio di oggetti magici.

Uno degli aspetti migliori della serie è l’amicizia fra i due protagonisti, entrambi con un passato tragico alle spalle e che ci sono sempre l’uno per l’altro; le due ragazze si sono unite in seguito, ma Chrystal in particolare si è integrata subito. Molto spassoso è stato come hanno giocato sull’omosessualità repressa di Edwin in considerazione che, oltre alla naturale timidezza, proviene da un’epoca diversa dalla nostra. Si è riuscito a flirtare un po’ con i doppi sensi, che inizialmente lui non coglieva o con cui si sentiva a disagio, per arrivare progressivamente a un riconoscimento di se stesso che è stato comunque intenso e delicato.

Si sono ben amalgamate le classiche tematiche adolescenziali e tropi del genere (ad esempio l’amore non corrisposto) a quelle gustosamente horror, ma non con l’estetica macabra che pare caratterizzasse il lavoro di Gaiman, ma più giocoso  - un leggero steampunk incontra Heath Robinson, dice bene il Guardian - e di fatto però anche trascurabile. Quello che motiva la missione della Dead Boy Detective Agency è ha un che di amaro: le loro morti non avevano importanza e nessuno le ha mai risolte e loro vogliono di garantire che altre anime non vengano dimenticate come loro e così, fra mostri, demoni e spiritelli dispettosi dei denti di leone che possono essere conservati in un barattolo, risolvono il caso della puntata, accumulando anche una mitologia molto densa.

Un perfetto scacciapensieri: una serie pop-corn che spero rinnoveranno perché intendo proseguirla.