martedì 30 giugno 2026

TIP TOE: disturbante e necessario

Forse l’ho già scritto in passato, per me è molto semplice: se Russell T. Davies (It’s a Sin, Years and Years, Cucumber) scrive qualcosa, io lo guardo. Mi sono perciò fiondata su Tip Toe (Channel4, e dicono in arrivo su HBO Max), che lo rivede con 5 puntate, tutte con la sua sceneggiatura e con la regia di Peter Hoar, di nuovo in quella Canal Street di Manchester con cui era esploso grazie al seminale Queer As Folk, e più in forma che mai – sono fioccate intense reazioni.

Fin dalla straziante primissima scena shock, che fa in seguito dichiarare a uno dei personaggi “questo non è un omicidio, è un’esecuzione” (1.03), è chiaro che la violenza fa da padrona ed è centrale, insieme a rabbia e paura – non entro nei dettagli qui per evitare spoiler, ma ne parlo in seguito. Come va a finire perciò, prosaicamente, lo sappiamo da subito, il modo in cui si verifica perseguita la memoria ben oltre la visione. Più terrificante di qualunque horror, ha commentato qualcuno.

È l’idea espressa nel breve discorso del personaggio di Melba (Paul Rhys) nel pilot lo spunto per il titolo della serie. Nella mia traduzione: “Se nel 1996 mi avessi chiesto come sarà il 2026, avrei detto ‘giorni gloriosi’…ma ci hanno ingannato, non è vero? Hanno solo aspettato. Oh, ci hanno lasciato uscire allo scoperto. Così, ora ci troviamo all’aperto, pronti perché ci abbattano…Guardami sono più out e orgoglioso che mai. Ma negli ultimi due anni sono molto più cauto…Ero solito entrare in una stanza e Ta-da! Ora entro in punta di piedi, non si sa mai.”. Insomma, se in passato la speranza era che uscire allo scoperto ed essere visibili fosse la soluzione, ora c’è la paura che, regrediti in una nuova era oscurantista, essere visibili significhi solo essere un bersaglio, e per questo essere costretti a entrare in punta di piedi (tip toe).

Spero che sia solo pessimismo quello di Davies, perché vedo la situazione della comunità LGBTQIA+ molto migliore del passato comunque, ma che essere più esposti significhi anche esser e più vulnerabili penso sia vero. Chi non ha il lusso di poter scegliere di nascondersi  - penso ai neri, giusto per fare un esempio, penso alle donne come nella diegesi stessa si osserva -, credo lo sappia bene. Però quest’anno per la prima volta sento amici in carne e ossa appartenenti a quella stessa comunità esprimere paura e ansia che qualcosa di brutto possa loro accadere. Ancora una volta questo autore dimostra di avere il polso di quello che la sua gente sta vivendo in un preciso momento storico, in questo caso quello della nostra attualità, con storie di vita reale.   

Leo Struthers (un sempre strepitoso Alan Cumming, The Good Wife) è il proprietario di un locale, lo Spit & Polish, in cui ruotano numerose persone che afferiscono alla comunità LGBTQIA+. Fra questi, lavorano con lui Zee (Iz Hesketh), una dragqueen, Judy (Luyanda Unati Lewis-Nyawo), che co-gestisce il bar, Mikey (Gabriel Clark), un barista, e regolari avventori sono la sopracitata drag queen Melba e l’anziana Diane (Denise Welch). Non è visto di buon occhio dal suo vicino di casa, l’elettricista Clive Goss (David Morrissey, The Walking Dead), in crisi sul lavoro dove guadagna poco ed è ostracizzato dai colleghi, e nel suo matrimonio con Marie (Pooky Quesnel); è padre di due figli: Saul (Joseph Evans), un giovanotto che lo aiuta nei suoi ingaggi, ma arrotonda le entrate con video hard sul web; e George (Jackson Connor), un sedicenne segretamente gay che non sa bene come gestire la situazione quando è chiaro che il proprio genitore è molto bigotto, quintessenza di mascolinità tossica. Un giorno Leo si chiude per errore fuori di casa e si rivolge al vicino per contattare un’amica, Stephanie (Elizabeth Berrington), che ha una chiave di riserva. Riluttantemente Clive lo aiuta.

Quello che Davies, con disperata urgenza, denuncia è come la presenza fisica di qualcuno che è un tuo vicino di casa e che dovresti conoscere e che come tale dovresti vedere per quello che è – qualcuno che è una brava persona e che se può cerca di aiutarti -, ben poco può contro la radicalizzazione che spesso avviene online o comunque dai mezzi di comunicazione che alimentano la disinformazione e le cospirazioni (Leo è sieropositivo, Clive pensa che l’HIV sia una menzogna), la retorica dell’estrema destra (con esplicito riferimento alla vittoria di Trump come scusa per chiunque di comportarsi in modo incivile e aggressivo senza pagarne le conseguenze, ma facendosene un vanto), la transfobia (in una delle prime puntate si vede come Iz abbia paura di tornare a casa propria, che condivide con altri, e debba con gli amici fare una scappata di nascosto nella propria stanza per raccattare i propri scarni averi, rischiando la pelle per farlo), il bullismo (George che diventa il bersaglio di facile umorismo dai cosiddetti amici del padre), l’omofobia vagamente nascosta sotto la superficie, i pregiudizi che distorcono la percezione, la rabbia, il velenoso risentimento, il machismo della manosfera, l’odio…

SPOILER NEL PROSSIMO PARAGRAFO

Esplode in quella terrificante conclusione che vede un gruppo inferocito di uomini che si erano incontrati per una partita trascinare Leo, che era andato al vicino con un ideale ramoscello d’ulivo, fuori di casa e  linciarlo impiccandolo a un lampione, una bandiera umana in risposta alle bandiere arcobaleno. Davvero agghiacciante, devastante. E Davies chiude questo thriller suburbano, come è stato definito, raccontando che cosa ne è poi di ogni personaggio, un po’ come se fosse un documentario. Leo, sei mesi dopo, dopo varie narrazioni, verrà ricordato sul web come un pedofilo, accusa che, per il solo fatto di essere omosessuale lo stesso autore si è sentito rivolgere più volte, da quanto ha dichiarato in più di un’intervista, in generale ispirato da eventi reali della propria vita o di persone a lui vicine.

Anche solo essere gay nel 2026 è politico, ci dice Davies, attraverso ancora una volta la voce di Melba. Descrive l’Inghilterra, il mondo, come una polveriera pronta a esplodere, come quel Clive che si sente intrappolato e che non ha alcun modo di sfogare le proprie frustrazioni e la propria rabbia in modo sano e sceglie il peggior modo possibile per farlo. In questo la scrittura mostra rispetto della profondità emozionale di ciascuno. Ritrae questa realtà sociopolitica in modo anche smaccato, perché non è tempo per essere sottili, con allarme, con senso di urgenza della necessità di farvi fronte. Scrive bene Metro quando dice che questa serie è un campanello d’allarme, dove Adam Miller commenta “Non ho alcun dubbio che “Tip Toe” avrà ancora una volta un impatto sismico. Né Davies né io possiamo prevedere quale sarà l’entità di tale impatto, ma spero che riesca a mobilitare la comunità gay per ricordarci che non possiamo abbassare la guardia. Abbiamo ragione a essere in stato di massima allerta e, sebbene sia giusto aggrapparci alla gioia, dobbiamo anche essere più vigili di quanto molti di noi abbiano mai sperimentato – pur riconoscendo che altri ci sono già passati prima di noi. Per tutti gli altri, spero che questo aiuti a capire che il pericolo è reale, si sta diffondendo e che le persone queer che amate hanno bisogno che siate impegnati e determinati proprio come lo siamo noi”.

Un bene che se ne stia parlano a profusione. Disturbante e necessario.

lunedì 15 giugno 2026

DTS: ST. LOUIS: solitudine e amicizia maschile

Definito una black comedy, è il giallo che non ti aspetti DTF: St. Louis (Apple TV+), dalla penna di Steven Conrad (Patriot), a quanto pare ispirato a un reale evento di cronaca nera per il quale era stato fatto un articolo del New Yorker. DTF è il nome di una app di incontri, che sta per “Down to Fuck” (Pronti a Scopare), rivolta a persone sposate che vogliono avere rapporti extramatrimoniali, in questo caso nella zona di St Louis, nel Missouri, USA.

La miniserie in 7 parti si apre con la bella "Let the Sunshine In", canzone della fine degli anni ’60 dei 5th Dimension.

Durante una tempesta, il meteorologo Clark Forrest (Jason Bateman), una piccola celebrità locale, e l’interprete di lingua americana dei segni Floyd Smernitch (David Harbour), uomo gentile e di gran cuore, stringono amicizia. Invitato a un evento di famiglia, Clark, pur lui stesso sposato, si invaghisce della moglie di Floyd, Carol Love-Smerenitch (Linda Cardellini) e comincia una storia con lei. Floyd, dal canto suo è un po’ in crisi con lei sotto le lenzuola -  soprattutto quando la vede abbigliata da arbitra di baseball, lavoro extra che lei ha intrapreso per far fronte alle molte spese, anche a causa di un figlio che ha difficoltà, Richard (Arlan Ruf). Floyd soffre della malattia di Peyronie, che gli provoca una curvatura del pene anche, e un po’ di attività con qualcun altro potrebbe aiutarlo a trovare la sua autostima. Clark gli suggerisce DTF. Qualche settimana dopo che ha scaricato la app viene trovato morto nello spogliatoio della locale piscina pubblica, mezzo discinto, con davanti un vecchio Playgirl con un’immagine porno di Indiana Jones a cui è stato cancellato il volto, e la lattina di una bibita. Il rapporto tossicologico rivela che è stato avvelenato. Chi è il colpevole?  Floyd doveva avere un lì un incontro con TigerTiger. 

Quando un filmato della telecamera di sicurezza mostra che Clark si era allontanato da con la sua bicicletta reclinata, viene arrestato. È stato lui ad ucciderlo per liberarsi di un rivale in amore? È stata la moglie sperando di incassare i solidi dell’assicurazione sulla vita? È stato qualcun altro ancora, magari qualcuno con cui aveva appuntamento per un incontro casuale? Il detective Donoghue Homer (Richard Jenkins) e l’agente della squadra crimini speciali Jodie Plumb (Joy Sundau) inizialmente sono in disaccordo rispetto all’inquadramento del crimine, ma decidono di collaborare e arrivano alla verità. Noi la scopriamo attraverso una narrativa non lineare, che ricostruisce gli eventi ma che soprattutto indaga il rapporto fra i vari personaggi.

Il giallo è credibile, e fino all’ultimo si rimane incerti sul possibile colpevole, che poi ha senso, ma la vera forza dello show è un’altra: è quella di scavare nella psicologia umana e in particolare in quella maschile. Si parla di infedeltà, di crisi e malesseri di mezza età, di disillusioni, di autostima, di percezione del corpo, di solitudine maschile e di amicizia maschile, di identità, di ethos personale. Un refrain è “nessuno è normale, lo sono tutti visti da lontano”.

Centrale è proprio il rapporto fra i due uomini: stanno invecchiando, osservano il proprio corpo e, specie Floyd, non ne è soddisfatto: ha la pancia, è sovrappeso, non riesce a non paragonarsi alle immagini di se stesso quando era giovane e aitante. E si sentono soli. Si confidano le reciproche insicurezze, i propri imbarazzi, i propri desideri e le illusioni che si sono rivelate tali. Non si vergognano ad ammettere che si vogliono bene, a essere vulnerabili, cercano di esserci l’uno per l’altro, e lo fanno con amorevolezza, con tenerezza,  in un modo che non credo di aver visto altrove. Scrive bene il New Yorker quando parla di “nuova mascolinità”, ragionando anche in parallelo con Heated Rivalry, e quando scrive “(c)’è un aspetto fantastico, da fantascienza, in “DTF St. Louis”.(…) in cui il fatto che due uomini eterosessuali confessino apertamente e ripetutamente i propri sentimenti l’uno per l’altro non è né un tabù, né sospetto, né tantomeno un po’ strano. (…) Floyd e Clark si scambiano complimenti e confidenze; fanno insieme un giro in bicicletta con degustazione di vini e scivolano sotto il fogliame screziato, tenendosi per mano. (…) Come sarebbe, sembra chiedere la serie, se gli uomini eterosessuali potessero accedere, senza vergogna, a quel tipo di intimità emotiva e fisica che è generalmente appannaggio delle amicizie femminili strette?”. La serie è proprio sbalorditiva in questo, unica, per gli estremi a cui arriva (penso sul fronte del rapporto con Carol) e per l’innocenza anche. Non è un caso che sia considerata surreale, in una certa misura. E come osserva acutamente Tim Goodman, che su Substack ha analizzato tutti gli episodi, ha mischiato stranezze e dolcezza, ilarità e tristezza. E tutte la recitazione è di prim’ordine. Anche sul fronte dei due investigatori, l’anziano sorpreso dalle novità della società moderna, e la più giovane e arguta agente che riesce ad andare oltre l’apparenza.   

Una postilla: mi rammarico che in italiano abbiano usato il termine “non udenti” invece di “sordi” nella traduzione e doppiaggio. In originale era “deaf” e chi ha dimestichezza con la Cultura Sorda sa che è preferibile usare S/sordo/a, perché si mette in evidenza non una mancanza, ma un caratteristica, ed eventualmente una cultura che vi si accompagna.