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martedì 30 giugno 2026

TIP TOE: disturbante e necessario

Forse l’ho già scritto in passato, per me è molto semplice: se Russell T. Davies (It’s a Sin, Years and Years, Cucumber) scrive qualcosa, io lo guardo. Mi sono perciò fiondata su Tip Toe (Channel4, e dicono in arrivo su HBO Max), che lo rivede con 5 puntate, tutte con la sua sceneggiatura e con la regia di Peter Hoar, di nuovo in quella Canal Street di Manchester con cui era esploso grazie al seminale Queer As Folk, e più in forma che mai – sono fioccate intense reazioni.

Fin dalla straziante primissima scena shock, che fa in seguito dichiarare a uno dei personaggi “questo non è un omicidio, è un’esecuzione” (1.03), è chiaro che la violenza fa da padrona ed è centrale, insieme a rabbia e paura – non entro nei dettagli qui per evitare spoiler, ma ne parlo in seguito. Come va a finire perciò, prosaicamente, lo sappiamo da subito, il modo in cui si verifica perseguita la memoria ben oltre la visione. Più terrificante di qualunque horror, ha commentato qualcuno.

È l’idea espressa nel breve discorso del personaggio di Melba (Paul Rhys) nel pilot lo spunto per il titolo della serie. Nella mia traduzione: “Se nel 1996 mi avessi chiesto come sarà il 2026, avrei detto ‘giorni gloriosi’…ma ci hanno ingannato, non è vero? Hanno solo aspettato. Oh, ci hanno lasciato uscire allo scoperto. Così, ora ci troviamo all’aperto, pronti perché ci abbattano…Guardami sono più out e orgoglioso che mai. Ma negli ultimi due anni sono molto più cauto…Ero solito entrare in una stanza e Ta-da! Ora entro in punta di piedi, non si sa mai.”. Insomma, se in passato la speranza era che uscire allo scoperto ed essere visibili fosse la soluzione, ora c’è la paura che, regrediti in una nuova era oscurantista, essere visibili significhi solo essere un bersaglio, e per questo essere costretti a entrare in punta di piedi (tip toe).

Spero che sia solo pessimismo quello di Davies, perché vedo la situazione della comunità LGBTQIA+ molto migliore del passato comunque, ma che essere più esposti significhi anche esser e più vulnerabili penso sia vero. Chi non ha il lusso di poter scegliere di nascondersi  - penso ai neri, giusto per fare un esempio, penso alle donne come nella diegesi stessa si osserva -, credo lo sappia bene. Però quest’anno per la prima volta sento amici in carne e ossa appartenenti a quella stessa comunità esprimere paura e ansia che qualcosa di brutto possa loro accadere. Ancora una volta questo autore dimostra di avere il polso di quello che la sua gente sta vivendo in un preciso momento storico, in questo caso quello della nostra attualità, con storie di vita reale.   

Leo Struthers (un sempre strepitoso Alan Cumming, The Good Wife) è il proprietario di un locale, lo Spit & Polish, in cui ruotano numerose persone che afferiscono alla comunità LGBTQIA+. Fra questi, lavorano con lui Zee (Iz Hesketh), una dragqueen, Judy (Luyanda Unati Lewis-Nyawo), che co-gestisce il bar, Mikey (Gabriel Clark), un barista, e regolari avventori sono la sopracitata drag queen Melba e l’anziana Diane (Denise Welch). Non è visto di buon occhio dal suo vicino di casa, l’elettricista Clive Goss (David Morrissey, The Walking Dead), in crisi sul lavoro dove guadagna poco ed è ostracizzato dai colleghi, e nel suo matrimonio con Marie (Pooky Quesnel); è padre di due figli: Saul (Joseph Evans), un giovanotto che lo aiuta nei suoi ingaggi, ma arrotonda le entrate con video hard sul web; e George (Jackson Connor), un sedicenne segretamente gay che non sa bene come gestire la situazione quando è chiaro che il proprio genitore è molto bigotto, quintessenza di mascolinità tossica. Un giorno Leo si chiude per errore fuori di casa e si rivolge al vicino per contattare un’amica, Stephanie (Elizabeth Berrington), che ha una chiave di riserva. Riluttantemente Clive lo aiuta.

Quello che Davies, con disperata urgenza, denuncia è come la presenza fisica di qualcuno che è un tuo vicino di casa e che dovresti conoscere e che come tale dovresti vedere per quello che è – qualcuno che è una brava persona e che se può cerca di aiutarti -, ben poco può contro la radicalizzazione che spesso avviene online o comunque dai mezzi di comunicazione che alimentano la disinformazione e le cospirazioni (Leo è sieropositivo, Clive pensa che l’HIV sia una menzogna), la retorica dell’estrema destra (con esplicito riferimento alla vittoria di Trump come scusa per chiunque di comportarsi in modo incivile e aggressivo senza pagarne le conseguenze, ma facendosene un vanto), la transfobia (in una delle prime puntate si vede come Iz abbia paura di tornare a casa propria, che condivide con altri, e debba con gli amici fare una scappata di nascosto nella propria stanza per raccattare i propri scarni averi, rischiando la pelle per farlo), il bullismo (George che diventa il bersaglio di facile umorismo dai cosiddetti amici del padre), l’omofobia vagamente nascosta sotto la superficie, i pregiudizi che distorcono la percezione, la rabbia, il velenoso risentimento, il machismo della manosfera, l’odio…

SPOILER NEL PROSSIMO PARAGRAFO

Esplode in quella terrificante conclusione che vede un gruppo inferocito di uomini che si erano incontrati per una partita trascinare Leo, che era andato al vicino con un ideale ramoscello d’ulivo, fuori di casa e  linciarlo impiccandolo a un lampione, una bandiera umana in risposta alle bandiere arcobaleno. Davvero agghiacciante, devastante. E Davies chiude questo thriller suburbano, come è stato definito, raccontando che cosa ne è poi di ogni personaggio, un po’ come se fosse un documentario. Leo, sei mesi dopo, dopo varie narrazioni, verrà ricordato sul web come un pedofilo, accusa che, per il solo fatto di essere omosessuale lo stesso autore si è sentito rivolgere più volte, da quanto ha dichiarato in più di un’intervista, in generale ispirato da eventi reali della propria vita o di persone a lui vicine.

Anche solo essere gay nel 2026 è politico, ci dice Davies, attraverso ancora una volta la voce di Melba. Descrive l’Inghilterra, il mondo, come una polveriera pronta a esplodere, come quel Clive che si sente intrappolato e che non ha alcun modo di sfogare le proprie frustrazioni e la propria rabbia in modo sano e sceglie il peggior modo possibile per farlo. In questo la scrittura mostra rispetto della profondità emozionale di ciascuno. Ritrae questa realtà sociopolitica in modo anche smaccato, perché non è tempo per essere sottili, con allarme, con senso di urgenza della necessità di farvi fronte. Scrive bene Metro quando dice che questa serie è un campanello d’allarme, dove Adam Miller commenta “Non ho alcun dubbio che “Tip Toe” avrà ancora una volta un impatto sismico. Né Davies né io possiamo prevedere quale sarà l’entità di tale impatto, ma spero che riesca a mobilitare la comunità gay per ricordarci che non possiamo abbassare la guardia. Abbiamo ragione a essere in stato di massima allerta e, sebbene sia giusto aggrapparci alla gioia, dobbiamo anche essere più vigili di quanto molti di noi abbiano mai sperimentato – pur riconoscendo che altri ci sono già passati prima di noi. Per tutti gli altri, spero che questo aiuti a capire che il pericolo è reale, si sta diffondendo e che le persone queer che amate hanno bisogno che siate impegnati e determinati proprio come lo siamo noi”.

Un bene che se ne stia parlano a profusione. Disturbante e necessario.

martedì 26 settembre 2023

NOLLY: ritratto di una leggenda delle soap

Funziona più o meno così: se Russell T. Davies (A Very English Scandal, It’s a Sin, Years and Years, Queer As Folk, Cucumber) scrive qualcosa, io lo guardo. Come ha scherzato, la “T” nel suo nome sta per “Television”. Non ho visto proprio tutta-tutta la sua produzione, certo è che se la penna è sua ci presto attenzione. Nolly, miniserie biografica in tre puntate dedicata alla memoria di Noale Gordon, star della soap opera britannica Crossroads, non è la migliore delle sue opere a mio gusto, ma è nostalgica e celebrativa, ed è un tributo affezionato, da vero appassionato del genere quale è sempre stato (e a cui ha pure contribuito come sceneggiatore). Nolly, come veniva appunto chiamata, è stata la prima donna della televisione mondiale ad apparire a colori (nel 1938), come ci ricordano, una personalità grintosa a affascinante, una vera star, mancata nel 1985 per cancro allo stomaco.

Con Helena Bonham Carter (The Crown) che le dà brillantemente il volto, si percorre rapidamente l’arco di una carriera che l’ha vista celebratissima e amatissima nel ruolo di Meg Mortimer, proprietaria di un motel, per soffersi poi su un momento cruciale. Era la spina dorsale del programma in cui recitava da quasi vent’anni, era pluripremiata, con grande esperienza e sicura di sé, tanto da sapersi far valere. Quando una nuova arrivata, Poppy (Beathny Antonia), sta per sedersi sulla sua sedia tutto il cast la avverte di non farlo: è solo e soltanto di Nolly, un trono praticamente. Non le mandava a dire e imponeva con autorevolezza il proprio punto di vista su quello degli altri (produttori, registi, colleghi) per cui poteva essere una spina del fianco, e lo era in particolare per il produttore Jack Barton (Con O’Neill, Our Flag Means Death, Cucumber), perché cambiava le battute, suggeriva nuove inquadrature, voleva sempre migliorare qualcosa; non era però scorretta o scortese, conosceva il nome di tutti, aiutava dentro e fuori dal set. Jane (Antonia Bernath), sua figlia nella finzione della soap, la chiama "mamma"; con Tony Adams (Augustus Prew), suo più giovane collega, scambia gossip e va a guardare le vetrine; una dello staff ricorda come il giorno delle nozze le abbia prestato la Rolls Royce e l’abbia accompagnata al suo matrimonio…

Poi, il gran colpo di scena, a lungo inspiegato: licenziata. Diventa uno scandalo nazionale, con titoloni sui giornali e fibrillazione per capire sia che cosa fosse successo dietro le quinte, sia che fine avrebbe fatto il personaggio. Morirà? Uscirà di scena in altro modo? Davies, nella seconda delle tre tranches crea una suspence incredibile, con tutti all’oscuro a fiondarsi sul copione per capire che cosa accadrà dopo: uno degli stilemi del genere che dimostra di conoscere bene e di infondere nella sua scrittura, quel tanto che è necessario. Nolly, una donna apparentemente sola, nonostante le manifestazioni di affetto di tutti quelli che incontra, vede crollare il mondo per come lo ha conosciuto. Si sente umiliata, cacciata senza nemmeno capirne il motivo. È vulnerabile, e deve reinventarsi, quando si rende conto di essere ormai probabilmente sorpassata, vecchia, fragile. Con un vecchio amico che le propone il teatro, Larry Grayson (Mark Gatiss), pure in una fase di declino della carriera, scambia parole di confronto e conforto. Realizzano di non essere più rilevanti e cercano un nuovo posto del mondo, c’è paura e rassegnazione, tristezza.

Nolly sa però difendersi quando denigrano le soap. In una scena in un autobus (1.02) rivendica ferocemente il diritto a un intrattenimento che non è da meno solo perché è considerato per donne: soap, casa e tè sono per le donne l’equivalente di football, pub e birra per gli uomini, eppure nessuno guarda questi ultimi con la supponenza che è riservata al contraltare femminile, solo perché tale. C’è una riflessione femminista nel momento in cui dice: “Quando sei una donna senza marito, senza partner, senza figli la società non sa chi sei. Non c’è posto per noi. L’armata silenziosa di donne senza nome”. Anche se lei una storia sentimentale importante l’ha avuta. E si sofferma anche (1.03) sul fatto di come succede spesso in queste situazioni, che quando una donna non ha un uomo, dicono che ha fallito, che le manca qualcosa, che è strana e ipotizzano che sia lesbica, equivalenza che ritiene offensiva per chi lo è. Reclama il proprio valore, e il proprio diritto ad essere se stessa e lo fa per tutte quelle donne che vengono considerate “difficili" solo perché assertive; ci si schiera anche contro l’ageismo di metterle da parte quando hanno “una certa età”.

Alla fine Nolly ha il suo riscatto, ma quello che rende pregevole questo ritratto è che ci sono molto calore ed empatia, e apprezzamento di una donna quando è diva ed è glamour, ma anche quando è in decadenza ed è ai margini dello showbusiness. Ci sono cuore e umanità, pure un pizzico di umorismo. Diretta da Peter Hoar, credo che sia una lettera di un fan molto speciale che la vera Nolly avrebbe apprezzato. 

martedì 23 marzo 2021

IT'S A SIN: Russell T. Davies guarda all'AIDS negli anni '80

“Questo è quello che le persone dimenticheranno, quanto è stato bello”: dice così, nella mia traduzione, un personaggio (non dico chi né in che momento per evitare spoiler significativi) di It’s a Sin (È peccato), la più recente miniserie firmata dal magnifico Russell T. Davies (Queer As Folk, Cucumber, Years & Years, A Very English Scandal, Doctor Who, Torchwood) che è recentemente stato premiato  al Festival CanneSeries con l’Award for Eccellence. Qui si parla di AIDS, negli anni ’80, ai suoi esordi quando era associato agli omosessuali che ne sono stati una comunità fortemente colpita, e ci sono molte inevitabili lacrime, ma la narrazione è vitale, esuberante, gioiosa, assertiva, come già l’autore ci ha abituato in titoli precedenti. In Queer As Folk in particolare (1999), la seminale serie “più gay che sia mai stata realizzata”, come veniva definita, il tema di questa malattia era stato volutamente evitato – ma invece trattato nel successivo remake americano – e questo perché allora era gran parte di quello a cui i gay erano associati e si volva andare in una direzione diversa. Si voleva una necessaria distanza.

Quella che inizialmente doveva chiamarsi The Boys, ma ha poi cambiato titolo per evitare di essere scambiata con l’omonima serie Amazon di supereroi, racconta le vite di un gruppo di giovani ragazzi di provincia che si trasferiscono a Londra: Ritchie (Olly Alexander, noto per far parte di una popolare band) ha passato la vita sull'Isola di Wight insieme alla sorella e ai genitori, sognando di fare l’attore; Colin (Callum Scott Howells) è un timidissimo vergine che prende una camera in affitto da solo, prima di incontrare gli altri, e comincia a lavorare in una sartoria dove viene preso sotto l’ala protettrice di Henry (Neil Patrick Harris); Roscoe (Omari Douglas), molto effemminato e sicuro della propria identità, con minigonna e tacchi alti,  scappa dalla famiglia che vuole rimandarlo in Africa e si fa mantenere da un politico che lo tiene come proprio “giocattolo”; Ash (Nathaniel Curtis) si interessa a Ritchie. Completa il quadro di amici Jill (Lydia West) - in giro si legge descritta come eterosessuale, ma in realtà non è specificato, potrebbe anche ben essere asessuale o demisessuale -, che diventa presto un’attivista sull’AIDS, conducendo campagne di raccolta fondi per sensibilizzare e raccogliere fondi per la ricerca e offrendo aiuto concreto ai molti soli, perché abbandonati dalla famiglia o troppo pieni di vergogna per potersi rivolgere a qualcuno. Jill è ispirata a un'amica di Davies (come scrive THR), Jill Nader, che qui interpreta la madre di Jill.

L’ignoranza, la negazione, il tabù, la confusione, la mancanza di informazioni, lo stigma, la vergogna e il disprezzo di sé, la paura, il senso di colpa riguardo a tutto quanto riguardasse HIV e AIDS è stato al centro di tanti passaggi memorabili e toccanti, illuminanti. Quando Ritchie si traferisce, sul traghetto il padre Clive (Shaun Dooley) gli passa una scatola di preservativi perché ritiene che nel nuovo ambiente gli serviranno: non sa che è gay, glieli dà a fini anticoncezionali. La trasmissibilità sessuale di malattie è talmente fuori da quello a cui il ragazzo pensa che li getta in mare, pensando di non averne bisogno. Jill prega l’amico Colin di procurarsi tutti i giornali e i libri possibili sull’argomento una volta che va per lavoro a New York, perché lei non riesce a trovare nulla, perfino il medico la liquida irritato dicendo che lui non ne sa molto e che tanto a lei non può interessare. Tutti si controllano e disinfettano tutto in maniera ossessiva (e a me non possono che venire in mente i racconti in questo senso di amici che questo lo hanno vissuto sulla propria pelle). Uno degli aspetti che ho amato di più è stato vedere all’inizio come le notizie di questa nuova “peste” fossero nell’aria, in modo obliquo: è la conversazione di due persone che ti sono sedute vicine e che tu nemmeno ascolti perché stai pensando ad altro, ma che cominciano così a insinuarsi nella coscienza collettiva – questo è straordinario della scrittura di Davies, che ha dato voce a dei personaggi basandosi sui propri ricordi, all’epoca studente a Manchester (dove sono state fatte molte delle riprese).

Un aspetto che non avrei notato da sola in questi termini, ma che mi è stato fatto notare dalle parole dell’autore stesso in un’intervista a TV’s Top5 (Ep. 109 – 26 febbraio 2021), è come si sia voluto mostrare (in particolare con l’episodio 4) come la maggior parte della gente non sia attivista. Gli storici guardano a quello che gli attivisti hanno ottenuto perché quello che fanno nella loro battaglia è documentano, mentre naturalmente non viene registrato quello che non viene fatto. La maggior parte della gente però non è attivista, vive la propria vita e basta, e questa esistenza delle persone ordinarie è quella che lui ha voluto mettere in scena e celebrare. È molto vero e significativo.  Contemporaneamente, io come malata di MECFS e come attivista di una patologia trascurata in cui regnano altrettanta ignoranza, confusione, mancanza di informazione, stigma, incomprensione e vite perdute (anche se solo di rado in termini di effettiva morte) non posso che guardarlo anche in questa prospettiva – anche perché è scoppiata negli stessi anni – e vedere la differenza delle azioni per far riconoscere la verità di una realtà, rammaricarmi del tempo perduto e auspicare che ci sia altrettanto margine per riconoscere la sofferenza di questa situazione e agire per cambiare le cose. Bene nella storia si mescolano la consapevolezza del fatto che costituisce una condanna e disperazione per la ricerca della cura – Ritchie che beve la propria urina è il frammento di un istante, ma ben incapsula l’angoscioso tentativo di cercare una via d’uscita che ancora non c’è.

Adoro Russell T. Davies. Ho scritto saggi sui suoi lavori (guadate sotto “leggimi”) e ho apprezzato anche testi minori (penso a Bob & Rose). È importante nella mia formazione umana e trovo che abbia sempre qualcosa di nuovo da dirmi. Anche qui ha sparso qualche pepita inaspettata. Credo che sia una delle pochissime volte in cui ho visto lo spettro dell’incombente molestia sessuale di un uomo gay su un altro uomo gay, come accade a Colin quando lavora da Savile Row. È stato molto Stuart Allan Jones (lo storico personaggio di Queer As Folk) la reazione di Roscoe all’uomo con cui andava a letto, che lo ha pesantemente insultato. Sono sempre stupita di come riesca ad essere empowering di fronte alle più odiose e umilianti delle situazioni. 

Ho amato moltissimo tutto il discorso trasversale sul non vedere, non sapere, o meglio nel non voler vedere e non voler sapere - è il nerbo dell’intento etico di Davies: che esca dalla bocca di Ash (ep. 4) che racconta la filippica a chi gli ha chiesto di epurare i testi omosessuali dalla biblioteca, che ha pensato ma di fatto non ha mai pronunciato; o che esca dalle rimostranze rivolte a Valerie (Keeley Hawes), la madre di Ritchie, che viene accusata da Jill e dalla madre di un altro paziente per non aver visto perché non voleva. Quella è stata la vera condanna di molti malati di AIDS.             

"C'è un'autentica energia queer che emerge da questo show. È negli spazi liminali […]. È molto tangibile. E ne sono immensamente orgoglioso". Dice Davies (THR). Ha ragione di esserlo. La scoppiettante colonna sonora pure è piena di verve, impeccabile fino al brano di chiusura dei REM.

Chiudo con una citazione che solo chi ha visto il programma (Channel4) capirà, ma che credo riempirà loro il cuore di una gran gioia, insieme ai ricordi di una visione ricca di commozione: “La!”

sabato 30 marzo 2019

A VERY ENGLISH SCANDAL: un successo artistico e morale


C’è una storia d’amore proibito, un gay loud & proud, c’è vergogna e autoaffermazione, c’è humor e tragedia: si vedono a grana grossa le impronte digitali di Russell T. Davies (Queer As Folk, Cucumber) nella sua apprezzata miniserie in tre puntate A Very English Scandal (BBC One, Amazon prime e Fox Crime in Italia) basata sull’omonimo libro di John Preston, che racconta di un effettivo scandalo risalente agli anni ’70: Jeremy Thorpe (Hugh Grant), deputato molto in vista del partito liberale, ha una storia omosessuale di diversi anni (le vicende partono nel 1965) con un giovane stalliere, Norman Josiff, poi Norman Scott (Ben Whishaw). Quando Jeremy vuole scaricare Norman per il rischio che porta alla sua carriera politica, Norman minaccia di rendere pubblica la loro relazione che può provare avendo conservato alcune lettere d’amore. Jeremy cerca di pagare il silenzio di Norman, anche con l’aiuto dell’amico Peter Bessell (Alex Jennings), e in seguito arriva addirittura ad ordinare la sua morte. Il tentato omicidio fallisce, la vicenda diventa pubblica e finisce in tribunale.

La quintessenza del messaggio di Davies si vede nel personaggio di Norman, un ragazzo non troppo equilibrato, ma onesto e sfacciato nell’essere se stesso, e per questo forte. Se all’esordio il giovanotto è un timido campagnolo che accusa l’amante di averlo contagiato con il virus dell’omosessualità, e che legge La stanza di Giovanni di Baldwin, presto acquista una forte consapevolezza della propria dignità, e ci sono un paio di brevi monologhi che riecheggiano il famoso coming out di Stuart ai genitori in Queer As Folk. Norman, quando racconta della sua relazione non ha dubbi nel dichiarare (1.02) che lui per Thorpe non era stato una prostituta, non era stato la scopata di una notte o una sveltina al buio, era il suo amante. Dice la verità. Con tutta la forza e la veemenza che la verità sa avere. 

In tribunale (1.03) al processo, accusato di voler solo screditare una persona famosa per un tornaconto economico, appassionatamente declama “Se mi pagano è perché posso dire la verità. Non mi interessano i soldi, ma quello che mi interessa è che uomini come me vengono spinti in un angolo e masturbati al buio e poi buttati fuori dalla porta come fossimo sporcizia, come se non fossimo niente, come se non esistessimo, e tutti i libri di storia vengono scritti con uomini come me assenti. Per cui sì, parlerò, verrò ascoltato e verrò visto, vostro onore. Per cui potete pagarmi o no, non mi importa, ma quello che non riuscirete a fare è farmi stare zitto!”. (La traduzione è mia. L’originale è: If they are paying me, it's because I can say the truth.I don't care about the money, but I do care how men like me are shoved into corners and masturbated in the dark and then thrown out the door like we're dirt, like we're nothing, like we don't exist! And all the history books get written with men like me missing. So, yes, I will talk, I will be heard and I will be seen, Your Honour You can pay me or not pay me, I don't care, but the one thing you will not do is shut me up!). Si concede di crollare a piangere nel bagno, ma poi, ai complimenti delle amiche, risponde con verve: “Sono stato rude, sono stato vile, sono stato frocio, sono stato me stesso”. Autoaffermazione, in puro stile Davies.

E questo si pone in contrasto alla condanna di una società che, disapprovando relazioni e sentimenti che considera inappropriati, spinge le persone alla vergogna di sé. I suicidi degli omosessuali sono considerati alla stregua di omicidi perpetrati dalla legge (1.01) e si contestualizza la vicenda in un momento storico in cui si combatte per legalizzare il rapporto fra persone dello stesso sesso: ma se la legge porta la libertà, non è quella che libera dal senso di pietà e disprezzo altrui, che si interiorizza. Quella trasformazione si ha solo trasformando la cultura. Si è realistici nel mostrare anche i pericoli di vivere le relazioni nell’ombra.  Alcune donne, come in passato in altri lavori di Davies, affiancano i protagonisti mostrando grande comprensione e solidarietà.  

C’è molto humor nella narrazione: nella brillantezza di Norman in tribunale, che spiazza l’avvocato di Thorpe, nella sua ostinazione nel cercare di ottenere la National Insurance Card, una tessera necessaria a trovare un lavoro in Inghilterra, nel suo rapporto con i cani, nella relazione stessa. Ed è mescolato a critica sociale, tragedia, cuore. Davvero c’è Davies al suo meglio, con un cast che riesce a rendere giustizia ad ogni parola: sia Hugh Grant che Ben Whishaw sono impeccabili, sottili nel rendere le sfumature di quello che è stato anche amore, ma non solo quello. 

Un successo artistico e morale.

martedì 16 dicembre 2014

In arrivo CUCUMBER e BANANA, dalla penna di Russell T. Davies

 
Per l’inizio del 2015 sono in arrivo due serie di Russell T. Davies (Doctor Who), l’autore di Queer As Folk che, a distanza di 16 anni dal programma-icona che lo ha reso celebre, torna ad esaminare la vita gay. Si tratta di Cucumber e di Banana che, cosa molto originale, saranno due serie separate, ma interconnese fra loro che mostrano gli eventi dalla prospettiva di due diverse generazioni. L’ambientazione è quella urbana di Manchester, nel Regno Unito. Per il progetto sono scesi in pista Logo TV e BBC Worldwide North America.
Cucumber  (8 episodi) dura un’ora e ha come protagonista Henry Best e il suo ragazzo da nove anni Lance Sullivan di cui si narrano vita e disavventure.  
Banana dura mezz’ora e segue le vicende e le storie d’amore di personaggi più giovani che orbitano intorno al mondo di Henry.
Alle due serie è associato un terzo programma che ne trae ispirazione ed è un programma web di vite vissute di gente comune, intitolato Tofu.
L’idea per i titoli, dice l’autore a The Indipendent, gli è venuta da un effettivo studio scientifico sull’erezione, che le divide, in base alla durezza, in quattro categorie, da molle a duro: uno, tofu; due, banana sbucciata; tre, banana; quattro, cetriolo. In quel momento ha realizzato di avere pronto un drama.
Dice Davies all’Hollywood Reporter: “In entrambe le serie esploriamo storie gay, lesbiche, bisessuali e  trans gender, così come l’amore al di là delle etichette – questo è 50 sfumature di gay, e oltre!”.
Storie “divertenti, incisive e molto umane”, promette Stephen Friedman, presidente di Logo ed MTV. A conoscere Davies, c’è da crederci.

giovedì 26 luglio 2012

QUEER AS FOLK: una guida agli episodi - 2.02


Episodio 2.

Scritto da: Russell T. Davies
Regia: Menhaj Huda

Plot. Al bar, i tre protagonisti raccontano le loro rispettive serate: Stuart l’ha fatto con uno dallo sperma arancione, Vince ha mandato via uno a cui fanno vomitare gli spazzolini e Nathan ha svegliato l’intero quartiere col clacson della macchina in cui stava a pomiciare con la sua ultima conquista. Hazel e Bernie mettono delle riviste porno nella macchina di Graham, il collega di Vince, suo rivale, e con una scusa fanno sì che la responsabile delle promozioni le noti. Risultato: con gran gioia di tutto il supermercato, Vince è il nuovo vicedirettore. È il compleanno di Nathan (ne fa 17, ma ufficialmente fa dire 18), e lui organizza una gran festa. Stuart gli regala sesso che, di proposito, non va a buon fine. Nathan si sente un leone e considera Stuart un “vecchio decrepito”. A scuola si ribella al bullismo di compagni e professore. Alexander tenta il suicidio. Stuart, sapendo che la colpa è della madre di quest’ultimo, va da lei e le fa saltare in aria l’auto. Decide poi di trasferirsi a Londra. Hazel fa irruzione  nella riunione di Vince e lo convince a non farsi scappare l’amico. Con una spericolata corsa in auto porta il figlio da Stuart. Decidono di scappare insieme, ma per gli USA.


Commento. L’ultimissimo episodio si apre con un parallelismo a tre e prosegue con la diversa direzione che le rispettive vicende prendono. Nathan, in parte, è l’erede spirituale di Stuart. Rimane il forte filo conduttore dell’omofobia su cui si agisce per prendere il sopravvento: Nathan che stanco dell’insegnante che finge di non sentire gli insulti lo invita a farsi mandare dal preside, Vince che ha la rivalsa sul collega, Staurt a cui non basta più dire “fanculo”, di fronte al comportamento della madre di Alexander. La puntata è puntellata da micropennellate: la scelta registica iniziale di come raccontare la serata dei tre, il dolore di Alexander, Stuart che fa il santerellino con la polizia e cavalca l’immagine del gay da stereotipo che non capisce nulla di motori contando sul pregiudizio per farla franca, Stuart nel bagno con Nathan, Stuart che dà del denaro a Hazel, le reazioni corali dei dipendenti del supermercato… Danno chiaroscuro a tutti gli eventi. Ci si ferma a riflettere un attimo su ciò che è stato. Su ciò che si vuole sia. C’è l’urgenza e il coinvolgimento nella gran corsa finale verso il grande incontro con Stuart, resa di maggiore suspense grazie agli ostacoli: le majorette che li bloccano, loro che le ignorano, l’inseguimento della polizia che li ferma, Hazel che colpisce un poliziotto e incita Vince a scappare, la sua corsa a perdifiato. Inaspettato il cambio di registro, con il giorno che diventa notte e l’auto di Stuart che ruota come fosse su una pedana e sfreccia verso gli USA. Infine una piccola coda con, a flash, la sorte dei personaggi. E’ significativa anche per la versione americana, che riprende questi lampi in alcune sue storie. Si dice che Bernie diventa un magnate del porno. Nella versione USA, a questa carriera si dedica Ted. Hazel sposa il poliziotto a cui ha tirato un pugno nella sua fuga con Vince. Anche la madre di Michael, il corrispettivo di Vince nella versione americana, finirà per mettersi con un poliziotto. Il finale rimane comunque aperto: Stuart e Vince alla fine che cosa hanno scelto per se stessi? Amore o amicizia? La lettura è ambivalente. Per dirla con Queer as Folk: “Girano molte storie su Stuart e Vince. E sono tutte vere”.

giovedì 19 luglio 2012

QUEER AS FOLK: una guida agli episodi - 2.01


Episodio 1.

Scritto da: Russell T. Davies
Regia: Menhaj Huda

Plot. Vince e Stuart vanno a casa di quest’ultimo con un terzo uomo.  Vince però non si sente di fare qualcosa a tre e, con una scusa, si defila. La sorella di Stuart lo utilizza come baby-sitter per i propri bambini. Il più grandicello ricatta lo zio: se non riceve dei soldi, rivela a tutti che è gay. Stuart lo prende di peso gli mette la testa nella tazza del cesso e tira l’acqua per dargli una lezione. Il nipote lo minaccia di accusarlo di pedofilia se non riceve una somma di denaro periodica che ora si è fatta più elevata. A casa dei suoi, tutti presenti, Stuart fa outing, rivela il ricatto del nipote e annuncia di aver avuto un figlio. Su invito di Hazel accompagna Vince al matrimonio della sorellastra di questi. Stuart e Vince ballano insieme e prendono una camera per la notte, ma decidono di dormire solamente. Nathan torna in città, e a scuola. Porta a casa il fidanzato da far conoscere alla madre e alla sorella, poi, insoddisfatto, lo molla. Alexander viene convocato dalla madre in ospedale, dove il padre è ricoverato per un infarto. Questa gli chiede di firmare dei documenti in cui rinuncia all’eredità.


Commento. Stuart da questa puntata ha un nuovo appartamento, più grande e spazioso. La produzione cioè può permettersi di spendere di più. La puntata è fortemente incentrata sul tema dell’omofobia, che spunta fuori in ogni angolo e non risparmia nessuno. Alexander viene completamente tagliato fuori dai genitori. Nathan viene minacciato di morte da Christian Hobbs nel momento in cui allude all’omosessualità di quest’ultimo. Vince riceve un commento sprezzante al lavoro e vede minacciata la possibilità di una promozione in favore di un collega eterosessuale. Stuart viene disgustosamente ricattato dal nipotino, definito un “bastardo” dal padre, e uno “spreco” dallo sposo, al matrimonio della sorella di Vince – “Di cazzo? Di sperma? Di scopate?” si arrabbia lui. La sceneggiatura è molto concentrata su quello che deve dire, e non perde un colpo. Allo stesso tempo però vola alto in scene apparentemente marginali. Il momento con le madri dei tre ragazzi, che si confrontano sui rispettivi figli e che ridono della loro difficoltà a farsi penetrare da dietro, è un vero spasso. Psicologicamente acutissimo e ineccepibile lo scambio fra Hazel e Stuart al matrimonio. Davies ha detto che si scriveva da sola, doveva solo digitare le parole come un forsennato prima che gli scivolassero via. Non si stenta a credergli. Fila liscia come l’olio ed è molto densa nel rivelare il profilo dei due personaggi, così come il loro rapporto e quello fra Staurt e Vince, in una puntata di maestria nel loro gioco di sguardi. La battuta da ricordare è quella di Alexander, che commenta su Stuart e Vince che prendono una camera insieme: “Beh, hanno fatto presto. Ci hanno messo solo 16 anni”.

giovedì 12 luglio 2012

QUEER AS FOLK: una guida agli episodi - seconda stagione


STAGIONE 2
(su YouTube in nove segmenti: primo, secondo, terzo, quarto, quinto, sesto, settimo, ottavo, nono).

Questa stagione, in soli due episodi, potrebbe essere quasi un film per la televisione, se non fosse che non ne ha il tono. Serrato è il legame con la prima stagione di cui si riprendono motivi e atmosfere. Allo stesso tempo è un racconto a sè. Si sente una maggiore compattezza e l’unitarietà dettata dalla necessità di chiudere definitivamente la storia, dicendo tutto ciò eventualmente mancasse da dire. C’è una maggiore esigenza di plot, che è più teso. Le scene sono più aderenti allo scheletro della vicenda, che ha un inizio, una metà, una fine. Le vicende di Nathan si intersecano meno con quelle degli atri protagonisti. Assente Donna, per l‘indisponibilità dell’attrice a causa di precedenti impegni.

È più un’epopea, poi, questa. C’è inoltre maggior rabbia. A scandirla, a segnare il tempo, è un gesto che si ripete all’inizio della prima puntata, e viene ripetuto in chiusura, tanto della prima, quanto della seconda: è quello della pistola. La prima volta è Vince, che, con la prezzatrice, all’interno del supermercato, spara idealmente al collega che, slealmente, cerca di farsi promuovere al posto suo. La riprende poi Stuart in ospedale, che mette le mani a forma di pistola e punta con aggressività sulla fronte della madre di Alexander, rea di aver tagliato fuori il figlio dalle propria vita. Chiude l’ideale circolo una pistola vera, puntata da Stuart, presente Vince, contro un uomo che li aveva insultati quando si erano presi per mano. Insieme, lo costringono a scusarsi. E’ un segno potente in una simmetria studiata per una stagione molto più politica.

giovedì 5 luglio 2012

QUEER AS FOLK: una guida agli episodi - 1.08


Episodio 8 (su YouTube in quattro segmenti: primo, secondo, terzo, quarto)


Scritto da: Russell T. Davies
Regia: Sarah Harding

Plot. Stuart sfonda la vetrina del rivenditore d’auto da cui ne ha appena comprata una, per rivalsa contro i commenti omofobi da questi pronunciati. Poi corre da Lisa e Romey: l’immigrazione ha fatto loro visita e Lance viene arrestato per essere deportato. Romey incolpa Stuart, ma il poliziotto dice che è stato Nathan ad avvertirli e lui si prende la colpa come d’accordo. Questi poi decide di tornare a casa, ma di fronte al comportamento del padre, scappa di casa per andarsene a Londra e nella sua fuga si unisce a lui Donna, scontenta del nuovo compagno della madre. Vince esce a pranzo con Stuart e parlano della storia che il primo ha con Cameron. Più tardi, quest’ultimo tratta Vince come un bambino e questi si sente ferito. Chiede a Cameron di nominargli tutti gli attori che hanno interpretato Doctor Who che gli vengono in mente. Cameron ne rammenta a stento un paio, lì dove a pranzo Stuart glieli aveva giocosamente sciorinati tutti senza battere ciglio. Vince molla Cameron e in discoteca invita Stuart a ballare.

Commento. E’ una puntata che affronta il tema dell’omofobia, più o meno diretta e opprimente: a scuola (il poeta Wilfred Owen è deriso perché “finocchio”), sul lavoro (Vince vede dei colleghi ridere di lui e teme sia perché hanno scoperto che è gay – in realtà è per la cravatta che indossa), nel mondo esterno (il rivenditore d’auto, la casa di Nathan).  E’ un issue che più massicciamente verrà ripreso nella seconda stagione, e mostra i piccoli atti di coraggio per farvi fronte (Vince che commenta il sedere di un collega al lavoro, Nathan che, al locale, svergogna Christian davanti a tutti annunciando al microfono che quello è il ragazzo che a scuola li pesta dicendo che sono delle checche) e le decisioni più impulsive e drastiche (Stuart che sfonda la vetrina del rivenditore auto, e minaccia ripercussioni legali per i commenti omofobi, Nathan che scappa di casa di fronte all’atteggiamento del padre che gli intima di non mettere idee strane in testa alla sorella e gli dice che in quella casa “l’ano serve per cagare”). E’ uno degli episodi che più esplicitamente lega a doppia mandata Vince e Stuart nel loro amore reciproco e più mostra come il loro rapporto sia fondato su vera conoscenza e accettazione reciproche, e come contemporaneamente i loro mondi siano differenti. Ed è una vera season finale, con una chiusura che vede tutti un passo più in là: Stuart non più a rischio di perdere il bimbo di cui è padre; Nathan che affronta il grande mondo da solo; Vince affrancato da un compagno che lo tratta come un infante, out nel lavoro, e capace di invitare Stuart sulla pista da ballo. Tutti paghi e sicuri di sé.

giovedì 28 giugno 2012

QUEER AS FOLK: una guida agli episodi - 1.07


Episodio 7 (su YouTube in tre segmenti: primo, secondo, terzo).

 

Scritto da: Russell T. Davies
Regia: Sarah Harding

Plot. Vince compie 30 anni e Stuart ha organizzato per lui una festa a sorpresa, a cui lui arriva già informato da Cameron. Stuart gli rovina a sua volta la sorpresa rivelandogli in anticipo il regalo di compleanno che questi ha in serbo per lui: un’auto, piccola, usata, ma “proprio un regalo serio”. Tornato dal giro di prova, Vince, attorniato da tutti i suoi amici, trova Stuart con la sua sorpresa: un robot telecomandato di K9. Vince va in visibilio e fa le feste a Stuart, che mette così in scacco Cameron. Arriva alla festa Rosalie, invitata appositamente da Stuart che le presenta Cameron rivelandole così che Vince è gay. Rosalie lascia la festa sentendosi presa in giro e Vince se ne va, lasciando a Stuart il suo regalo e interrompendo con lui ogni rapporto. Hazel capisce che è stata una mossa volontaria da parte di Stuart per “liberare” Vince. Stuart, a cui Lisa lo ha chiesto come piacere, usa Nathan, con il suo consenso, perché riveli all’immigrazione (inviando delle lettere) che Romey e Lance si sposano solo perché lui abbia la cittadinanza.

Commento. La puntata parte con la stessa canzone con cui si è chiusa la precedente: c’è un collegamento infatti fra ciò che Cameron e Stuart si sono detti e quanto accade in questo nuovo segmento narrativo. C’è un primo piano per il tiro alla fune fra Stuart e Cameron, che è tutto un gioco di sguardi e di potere di conoscenza di Vince. Magistrale l’uso a cascata di sbigottimento artificiale. La puntata si apre con Vince che fa le prove nel dire un “oh mio Dio!” convincente, da esibire nell’entrata alla festa a sorpresa. Torna inaspettato quando Vince riceve da Cameron le chiavi della macchina – pezzo di bravura recitativa per Craig Kelly (Vince), giocata tutta sull’intonazione. Poi, la seconda parte della puntata è Stuart nella sua forma migliore che imposta gran scene con un obiettivo preciso, ma viene smascherato entrambe le volte. Prima da Hazel che si rende conto che il gran dramma di Rosalie Stuart l’ha architettato per dare una bella spinta a Vince, perché smetta di scodinzolargli dietro e si faccia una vita con una persona che lo apprezza. Poi da Nathan. Stuart si spoglia e riveste per sedurre, finge di voler mandar via Nathan per far sì che si sia lui ad offrirsi di mandare all’immigrazione le lettere che rivelano che Romey è lesbica. Lui ci casca, ma la brillantezza della scrittura fa sì che Nathan lo scopra proprio dopo che, nel cercare una spiegazione al perché lui avrebbe dovuto farlo agli occhi degli altri, inventa la ragione e si dice ad alta voce: “anche se volessi farmelo fare, non me lo chiederesti”. Capisce solo dopo averlo detto che è proprio quello che sta succedendo: Stuart non ha avuto il coraggio di chiederglielo esplicitamente, ma lo sta manipolando per farglielo fare. Il ragazzino è cresciuto. Le posizioni sono ribaltate. Il re è nudo non solo letteralmente e, in serrati, minuti scambi, Stuart viene messo alle spalle al muro nella sua incapacità di chiedere, di dire, di essere esplicito. L’elemento disgustoso della puntata: Hazel fa passare per cocktail il piscio di Bernie.

giovedì 21 giugno 2012

QUEER AS FOLK: una guida agli episodi - 1.06


Episodio 6 (su YouTube in tre segmenti: primo, secondo, terzo)


Scritto da: Russell T. Davies
Regia: Sarah Harding

Plot. Stuart viene spinto dalla sorella a interessarsi di più della vita dei genitori, che stanno per divorziare, anche se alla fine vi rinunciano perché risulta economicamente poco conveniente, e a uscire allo scoperto con loro. Vedendo che la madre di Nathan si interessa al figlio, Stuart lo riporta a casa dicendogli che non sa quanto sia fortunato ed invitandolo a creare un rapporto con loro. Trovano però il padre arrabbiatissimo che gli va addosso da dietro con l’auto e lo minaccia, e con una scenata vuole che il figlio rientri in casa. Stuart alla fine si riprende Nathan in macchina e riescono a scappare. Cameron conosce la madre di Vince, ma in ogni aspetto si sente tagliato fuori dalla sua vita, che ruota sempre intorno a Stuart, perciò invita quest’ultimo a lasciare che l’amico prenda la sua strada. Lisa vorrebbe sposarsi perché l’immigrazione non cacci dal Paese un amico.

Commento. Episodio fortemente centrato sul rapporto genitori-figli: Stuart sprezzante e fiero verso il mondo, ma distante dai genitori; Vince totalmente sostenuto dalla madre; Nathan in rotta con i genitori, imbarazzato dalla madre che lo segue e che ci tiene a instaurare un dialogo con lui; Alexander, totalmente ignorato dai propri genitori per i quali è inesistente, nella amara scena – QAF nel suo più doloroso meglio - in cui lui li saluta e loro fingono di non vederlo e di non sentirlo; ancora Stuart, che nella possibilità che Lisa si sposi, intravede la possibilità che si modifichi il proprio rapporto con figlioletto appena nato, e che non si preoccupa di lasciare il fagottino ad Hazel per andare in discoteca a ballare e a drogarsi.

La comunicazione è un altro tema portante: “è come se ci fossimo detti tutto ormai, ma credo che forse non ci siamo mai detti niente”, dice il padre di Stuart al figlio, rispetto al suo rapporto con la madre. C’è la totale assenza di comunicazione (Alexander); c’è il desiderio di trovare una forma di comunicazione, ma il non riuscire a trovare un canale (Stuart - il padre; Nathan – la madre); c’è il fraintendimento nella comunicazione (Romey); c’è l’incapacità di farsi sentire (Cameron, Alexander).  

giovedì 14 giugno 2012

QUEER AS FOLK: una guida agli episodi - 1.05


Episodio 5 (su YouTube in tre segmenti: primo, secondo, terzo)


Scritto da: Russell T. Davies
Regia: Sarah Harding

Plot. Vince, al lavoro, viene avvicinato da Cameron, che lo invita fuori a cena. Lui è titubante, ma accetta il biglietto da visita. Mentre discute sul da farsi con Stuart e mentre si lamenta di Nathan che si è ormai piazzato da sua madre Hazel, Stuart chiama Cameron e lo passa a Vince, che viene messo alle strette e cede a un appuntamento per la cena. Al ristorante Vince è perennemente distratto dal cellulare che squilla: fulcro di tutto è Stuart. Lo vuole la sorella, a cui aveva promesso che avrebbe tenuto i bambini, e lo vuole la segretaria, che cerca un cliente del lavoro, sposato uomo di famiglia, a cui Stuart, su sua insistenza, ha fatto conoscere i locali da lui frequentati e che è con lui, ma si nega al telefono. Cameron, esasperato, prende il cellulare di Vince e lo butta in acqua. Lo bacia e se ne va dicendo di richiamarlo. Vince esce con un altro che, sul più bello, al sesso con lui preferisce le sue videocassette. Si decide a richiamare Cameron e lo invita fuori. Stuart, mentre Vince è a prendere da bere, ci prova con lui e Cameron, a casa di Vince, glielo riferisce. Cameron e Vince si danno con ingordigia l’uno all’altro. La madre di Nathan, Janice, cerca conforto e confronto in Hazel.

Commento. Cambio di testimone alla regia per un episodio molto frastagliato che sembra quasi di passaggio e che raccoglie però anche tanti piccoli dettagli importanti per il futuro e per la costruzione della storia: conosciamo l’ospite di Romey e Lisa; da casa di Stuart escono due uomini che lui saluta, mentre lei gli porta i nipotini; viene menzionato il divorzio dei genitori di Stuart e c’è l’invito della sorella ad andare a trovarli; Nathan comincia a frequentare Daniel/Dazz; Nathan sente la pressione di due madri e Donna ridimensiona i suoi problemi; la collega di lavoro di Vince, passata per invitarlo, è delusa che lui possa uscire con qualcun altro. Dalle esagerazioni di Nathan sull’ “ortodossia eterosessuale fascista” – ma il poster con queste parole appeso sul muro della camera da letto in cui si risvegli accanto a Daniel non ha degli errori ortografici? – alla decisa intimazione di Stuart al suo cliente a non fare il turista sessuale nel mondo gay - o lo fa o non lo fa: c’è lo scacco di un’età e un’esperienza diverse. Nel primo (Nathan) c’è un risveglio d un empowerment che è ancora grezzo e da ragazzino imberbe, a cui devono lavare e stirare la biancheria. Nel secondo (Stuart) c’è la denuncia di un’ipocrisia eterosessuale di chi quel potere su di sé lo ha già conquistato da un pezzo e lo vive quotidianamente. C’è la prima tappa di un incruento braccio di ferro fra Stuart e Cameron. E un classico è il rimpiattino telefonico fra Vince, Stuart, la sorella di Stuart e la segretaria di Stuart, fatto di avvisi di chiamata, fermi in linea, linee sbagliate e momentanei piccoli equivoci. Non può non venire in mente un altro classico, magistrale inseguimento telefonico della penna di Russell T. Davies, quello in Bob & Rose fra gli omonimi personaggi.

giovedì 7 giugno 2012

QUEER AS FOLK: una guida agli episodi - 1.04


Episodio 4 (su YouTube in tre segmenti: primo, secondo, terzo)


Scritto da: Russell T. Davies
Regia: Charles McDougall

Plot. È il giorno del funerale di Phil, ma ha più l’aria di una festa, per i ragazzi. Vince, per richiesta del defunto, legge in chiesa un branetto che è una celebrazione della discoteca. Stuart adocchia quello del banco davanti a lui. Alla veglia funebre, mentre Stuart flirta e sbriga lavoro al telefono, Vince ha una conversazione a cuore aperto con la madre del giovane amico scomparso, poi gli amici, con le chiavi sottratte di nascosto, si recano all’appartamento di Phil per far sparire tutto il porno che aveva. Nathan, a scuola, nello spogliatoio, fa una sega ad un compagno, Christian Hobbs, poi vede questi pestare un compagno di scuola più giovane e insultarlo con epiteti omofobi, mentre intenzionalmente guarda Nathan. La madre di Nathan gli chiede se è gay e lui nega, poi si rifugia a casa di Hazel, dicendo che a casa non torna. In camera di Vince, Nathan e Stuart fanno sesso. Quando scendono al piano di sotto, Vince coglie al volo che cos’è successo e, deluso e irritato, lascia di fretta la casa, con Stuart che gli corre dietro cercando di rabbonirlo.

Commento. Questa puntata segna il debutto di un personaggio di Cameron, che molto peso avrà nelle puntate successive e che qui fa solo una comparsata alla veglia funebre di Phil, di cui era il contabile. Tema forte della puntata è quello dell’età, dell’invecchiare e della morte, che astutamente non si vede al funerale, ma si coglie obliquamente, dalle frasi minime (Hazel, la signora Maloney, Bernie, Alexander).  Stuart è Stuart. Sta “morendo davanti a tutti” perché presto raggiungerà i 30, sogna per sé un funerale in cui tutti “singhiozzino come vitelli sgozzati”, parla di sesso e flirta durante l’intera cerimonia, ricicla per lavoro al telefono alla segretaria le sentite, distrutte parole della madre del defunto, si prefigura vecchio, ma identico. Ignora, sfida, sbeffeggia la morte. Altro grosso pilastro è il che cosa significhi essere gay: si affastellano in dialoghi fuggevolmente complessi, minimali, tangenziali, quelli che sono stereotipi e preoccupazioni e domande e prospettive e scelte comportamentali. Le storie di ordinaria angheria a scuola; il contegno contenuto e addolorato di Vince, raccoglie lo sfogo della madre di Phil: “con una donna sarebbe stato lo stesso?”; Bernie, alla fuga di casa di Nathan, commenta che “è solo cazzo”, non essere omosessuale; Stuart con Vince scherza sul fatto che Phil fra il porno aveva foto di ragazzini. Se a questo non crede nemmeno per un secondo, per un attimo crede alla burla che Phil conservava decine di sue foto. Questo, per i personaggi della versione americana, sarà vero. Magistrale, come sempre il lavoro di sguardi nella relazione Stuart-Vince.

giovedì 31 maggio 2012

QUEER AS FOLK: una guida agli episodi - 1.03


Episodio 3 (Su YouTube in tre segmenti: primo, secondo, terzo)



Scritto da: Russel T. Davies
Regia: Charles McDougall

Plot. Alexander torna dalle vacanze e Vince, accompagnato da Phil, va a prenderlo all’aeroporto. Fanno una rimpatriata fra amici, da Stuart prima e a scolarsi una birra in Canal Street a seguire. Arriva anche Nathan, accompagnato da Donna, a cui ha confidato di essere stato scaricato da Stuart. Poi, “Di sabato sera? Si va al Babylon!”. Tutti guardano ammirati mentre Stuart, sulla pista da ballo, rimorchia non uno, ma due dei ragazzi più belli e desiderati, in un colpo solo. A casa fa sesso sfrenato con entrambi e poi si riguardano insieme la registrazione. Vince manda via il suo lui, causa parassiti anali, e si consola con un porno. Phil accetta della droga dalla sua conquista che, preso dal panico, scappa lasciandolo sul pavimento della cucina morto di overdose.

Commento. La puntata è una delle più complesse e devastanti, con l’agghiacciante chiusura di Phil morto sul pavimento giustapposto alle scene dei sui amici che, altrove, si divertono, e con la telefonata di comunicazione della madre di Phil a Vince, che gli fa sapere che lo hanno trovato giorni dopo, accostata a quelle del gruppo che folleggia mezzo fatto. Crudo e spietato come solo QAF sa essere, freddo e di un insensato chiarissimo senso. Facendo un passo indietro, il magnetismo di Stuart che conquista 2 adoni senza nemmeno provarci sotto gli occhi sorridenti ed ammirati di tutti è l’apoteosi di quello che il personaggio è. C’è il suo desiderio, il suo adocchiare la preda, il suo avanzare sicuro di ottenerla e il suo afferrarla senza sforzo e godersela. È il leone, è il re, è il migliore. Lo fa per tutti. E la sua corte se ne compiace. Lo humor abbonda (soprattutto alle spalle di Vince e Alexander). La stravaganza: Vince e gli amici, nella rimpatriata, riguardano e commentano il video del funerale di lady Diana. 

giovedì 24 maggio 2012

QUEER AS FOLK: una guida agli episodi - 1.02


Episodio 2  (su YouTube in tre segmenti: primo, secondo, terzo)


Scritto da: Russell T. Davies
Regia: Charles McDougall

Plot. Stuart, al lavoro, si porta nel bagno un cliente e se lo fa. Lisa e Romey lo invitano a firmare un’assicurazione sulla vita per il fatto che, non si sa mai, potrebbe ammalarsi. Nathan a scuola confida a Donna di aver trascorso la notte con un uomo. Intanto sua madre, a casa, capisce che è gay dal materiale pornografico che trova nella sua stanza. Al supermercato dove lavora Vince c’è una nuova arrivata, Rosalie, con cui i colleghi vorrebbero che lui si mettesse. Lo invitano a passare al pub dopo il lavoro. Lui lo fa controvoglia, ma si trova molto bene con Rosalie. Poi però, Stuart chiama. Al pub “New Union” arriva Nathan. Stuart cerca di svignarsela, ma Vince lo riprende e costringe l’amico ad essere più gentile con il ragazzino. Trascorrono un po’ di tempo insieme, poi Stuart va al suo appartamento e invita per del sesso un tizio mai visto rimorchiato su internet, dal nomignolo Mr. Goodfuk. Arriva proprio quando Nathan si presenta al suo appartamento. Stuart lo caccia, poi, anche su pressione del suo invitato, lo segue e gli paga il taxi per tornare a casa.

Commento. Stili di vita. Guardano sederi e di sottofondo si sente la canzone “Sexy boy”, ma lo sguardo è alle vite dei tre protagonisti fuori dalle serate trascorse in Canal Street: Stuart un vero “sciupauomini”, Vince ancora non uscito allo scoperto al lavoro e Nathan pieno di trasporto per la nuova scoperta. È ancora timido e spaesato nonostante l’entusiasmo e la colonna sonora si fa complice nel sottolinearlo. “You think you are a man, you are only a boy, you think you are a man, you are only a toy” suona mentre lui entra nel locale dove trovano Stuart e Vince. E’ infatti ancora un ragazzino, e per Stuart è stato solo un giocattolo: “Nathan, mi ti sono già fatto”, gli dice per chiarirgli una volta per tutte perché non lo vuole fra i piedi. Stuart ritiene che sia un’“informazione irrilevante” il nome dell’uomo a cui sta per succhiarlo e che sia sposato (“sono tutti sposati”), ha fatto il test “281 avventure di una notte fa” e soprattutto non vuole seccature perché “io non ho mai promesso niente a nessuno”. Vince ha una madre che senza inibizioni partecipa all’animazione di locale gay (“Sembra mongoloide!” commenta Nathan non credendo che sia realmente la madre di Vince) e che lo accetta senza riserve, ma al lavoro Vince ride anche lui della presa in giro alla coppia gay di turno, salvo poi vergognarsene. L’età esce fuori come tematica della puntata, ma ancor più il come ci si comporta e come ci si dovrebbe comportare, dai personaggi principali, ma anche da quelli secondari (Hazel, Phil, Mr Goodfuk).