Forse
l’ho già scritto in passato, per me è molto semplice: se Russell T. Davies (It’s
a Sin, Years and Years, Cucumber)
scrive qualcosa, io lo guardo. Mi sono perciò fiondata su Tip Toe
(Channel4, e dicono in arrivo su HBO Max), che lo rivede con 5 puntate, tutte con la sua sceneggiatura e con
la regia di Peter Hoar, di nuovo in quella Canal Street di Manchester con cui
era esploso grazie al seminale Queer As Folk, e più in forma che mai –
sono fioccate intense reazioni.
Fin dalla
straziante primissima scena shock, che fa in seguito dichiarare a uno dei
personaggi “questo non è un omicidio, è un’esecuzione” (1.03), è chiaro che la
violenza fa da padrona ed è centrale, insieme a rabbia e paura – non entro nei
dettagli qui per evitare spoiler, ma ne parlo in seguito. Come va a finire
perciò, prosaicamente, lo sappiamo da subito, il modo in cui si verifica
perseguita la memoria ben oltre la visione. Più terrificante di qualunque
horror, ha commentato qualcuno.
È l’idea espressa nel breve discorso del
personaggio di Melba (Paul Rhys) nel pilot lo spunto per il titolo della serie.
Nella mia traduzione: “Se nel 1996 mi avessi chiesto come sarà il 2026, avrei
detto ‘giorni gloriosi’…ma ci hanno ingannato, non è vero? Hanno solo
aspettato. Oh, ci hanno lasciato uscire allo scoperto. Così, ora ci troviamo
all’aperto, pronti perché ci abbattano…Guardami sono più out e orgoglioso che
mai. Ma negli ultimi due anni sono molto più cauto…Ero solito entrare in una
stanza e Ta-da! Ora entro in punta di piedi, non si sa mai.”. Insomma, se in
passato la speranza era che uscire allo scoperto ed essere visibili fosse la
soluzione, ora c’è la paura che, regrediti in una nuova era oscurantista,
essere visibili significhi solo essere un bersaglio, e per questo essere
costretti a entrare in punta di piedi (tip toe).
Spero che
sia solo pessimismo quello di Davies, perché vedo la situazione della comunità
LGBTQIA+ molto migliore del passato comunque, ma che essere più esposti
significhi anche esser e più vulnerabili penso sia vero. Chi non ha il lusso di
poter scegliere di nascondersi - penso
ai neri, giusto per fare un esempio, penso alle donne come nella diegesi stessa
si osserva -, credo lo sappia bene. Però quest’anno per la prima volta sento
amici in carne e ossa appartenenti a quella stessa comunità esprimere paura e
ansia che qualcosa di brutto possa loro accadere. Ancora una volta questo
autore dimostra di avere il polso di quello che la sua gente sta vivendo in un
preciso momento storico, in questo caso quello della nostra attualità, con
storie di vita reale.
Leo
Struthers (un sempre strepitoso Alan Cumming, The Good Wife) è il
proprietario di un locale, lo Spit & Polish, in cui ruotano numerose
persone che afferiscono alla comunità LGBTQIA+. Fra questi, lavorano con lui
Zee (Iz Hesketh), una dragqueen, Judy (Luyanda Unati Lewis-Nyawo), che
co-gestisce il bar, Mikey (Gabriel Clark), un barista, e regolari avventori
sono la sopracitata drag queen Melba e l’anziana Diane (Denise Welch). Non è
visto di buon occhio dal suo vicino di casa, l’elettricista Clive Goss (David
Morrissey, The Walking Dead), in crisi sul lavoro dove guadagna poco ed
è ostracizzato dai colleghi, e nel suo matrimonio con Marie (Pooky Quesnel); è
padre di due figli: Saul (Joseph Evans), un giovanotto che lo aiuta nei suoi
ingaggi, ma arrotonda le entrate con video hard sul web; e George (Jackson
Connor), un sedicenne segretamente gay che non sa bene come gestire la
situazione quando è chiaro che il proprio genitore è molto bigotto,
quintessenza di mascolinità tossica. Un giorno Leo si chiude per errore fuori
di casa e si rivolge al vicino per contattare un’amica, Stephanie (Elizabeth
Berrington), che ha una chiave di riserva. Riluttantemente Clive lo aiuta.
Quello
che Davies, con disperata urgenza, denuncia è come la presenza fisica di
qualcuno che è un tuo vicino di casa e che dovresti conoscere e che come tale
dovresti vedere per quello che è – qualcuno che è una brava persona e che se
può cerca di aiutarti -, ben poco può contro la radicalizzazione che spesso
avviene online o comunque dai mezzi di comunicazione che alimentano la disinformazione e le cospirazioni (Leo è sieropositivo,
Clive pensa che l’HIV sia una menzogna), la retorica dell’estrema destra (con
esplicito riferimento alla vittoria di Trump come scusa per chiunque di
comportarsi in modo incivile e aggressivo senza pagarne le conseguenze, ma
facendosene un vanto), la transfobia (in una delle prime puntate si vede come
Iz abbia paura di tornare a casa propria, che condivide con altri, e debba con
gli amici fare una scappata di nascosto nella propria stanza per raccattare i
propri scarni averi, rischiando la pelle per farlo), il bullismo (George che
diventa il bersaglio di facile umorismo dai cosiddetti amici del padre),
l’omofobia vagamente nascosta sotto la superficie, i pregiudizi che distorcono
la percezione, la rabbia, il velenoso risentimento, il machismo della
manosfera, l’odio…
SPOILER
NEL PROSSIMO PARAGRAFO
Esplode
in quella terrificante conclusione che vede un gruppo inferocito di uomini che
si erano incontrati per una partita trascinare Leo, che era andato al vicino
con un ideale ramoscello d’ulivo, fuori di casa e linciarlo impiccandolo a un lampione, una
bandiera umana in risposta alle bandiere arcobaleno. Davvero agghiacciante,
devastante. E Davies chiude questo thriller suburbano, come è stato definito,
raccontando che cosa ne è poi di ogni personaggio, un po’ come se fosse un
documentario. Leo, sei mesi dopo, dopo varie narrazioni, verrà ricordato sul
web come un pedofilo, accusa che, per il solo fatto di essere omosessuale lo
stesso autore si è sentito rivolgere più volte, da quanto ha dichiarato in più
di un’intervista, in generale ispirato da eventi reali della propria vita o di
persone a lui vicine.
Anche
solo essere gay nel 2026 è politico, ci dice Davies, attraverso ancora una
volta la voce di Melba. Descrive l’Inghilterra, il mondo, come una polveriera
pronta a esplodere, come quel Clive che si sente intrappolato e che non ha
alcun modo di sfogare le proprie frustrazioni e la propria rabbia in modo sano e
sceglie il peggior modo possibile per farlo. In questo la scrittura mostra
rispetto della profondità emozionale di ciascuno. Ritrae questa realtà
sociopolitica in modo anche smaccato, perché non è tempo per essere sottili,
con allarme, con senso di urgenza della necessità di farvi fronte. Scrive bene Metro
quando dice che questa serie è un campanello d’allarme, dove Adam Miller commenta “Non ho alcun dubbio che “Tip Toe” avrà ancora una volta un impatto sismico. Né
Davies né io possiamo prevedere quale sarà l’entità di tale impatto, ma spero
che riesca a mobilitare la comunità gay per ricordarci che non possiamo
abbassare la guardia. Abbiamo ragione a essere in stato di massima allerta e,
sebbene sia giusto aggrapparci alla gioia, dobbiamo anche essere più vigili di
quanto molti di noi abbiano mai sperimentato – pur riconoscendo che altri ci
sono già passati prima di noi. Per tutti gli altri, spero che questo aiuti a
capire che il pericolo è reale, si sta diffondendo e che le persone queer che
amate hanno bisogno che siate impegnati e determinati proprio come lo siamo noi”.
Un bene che se ne stia parlano a profusione. Disturbante e necessario.

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