martedì 26 ottobre 2021

GHOSTS: una sit-com di spiriti e di spirito

Avevo casualmente visto il pilot della versione inglese di Ghosts in un viaggio aereo di ritorno dagli Stati Uniti, nel 2019, anno in cui ha debuttato. Mi era piaciuto a sufficienza da voler vedere subito il remake americano, che gli rimane molto fedele, nell’incipit. Da quello che ho letto – non ho modo di verificarlo di prima mano – se ne discosta dalla terza puntata.

Il concetto è forte, e l’umorismo non manca. Una giovane giornalista freelance newyorkese, Samantha (Rose McIver, iZombie) riceve in eredità una grande dimora di campagna che non sa essere abitata da fantasmi. Nonostante l’iniziale diffidenza di lui, lei e il marito Jay (Utkarsh Ambudkar), un cuoco, decidono di rinnovarla per farne un bed&breakfast. Durante la permanenza sul luogo, lei cade dalle scale. Tecnicamente morta per 3 minuti a seguito dell’esperienza, quando torna a casa, questi fantasmi li vede come se fossero in carne e ossa. Non è pazza. E per gli spiriti che vagano per la casa è fantastico avere una viva con cui comunicare. Loro sono morti in varie circostanze e epoche diverse.

Hetty (Rebecca Wisocky) è l’originaria proprietaria della casa. Issac (Brandon Scott Jones) è un veterano della guerra d’Indipendenza morto per dissenteria, evidentemente ma non esplicitamente attratto dagli uomini. Pete (Richie Moriarty) è un capo dei boy scout morto nel 1985 per una freccia conficcata nel collo. Flower (Shelia Carrasco) è una hippie morta per l’attacco di un orso con cui cercava di fare amicizia (complici le droghe). Trevor (Asher Grodman) è l’ultimo deceduto in ordine di tempo, un trader di Wall Street donnaiolo e amante della bella vita, morto senza pantaloni. Alberta (Danielle Pinnock) è una cantante flapper morta per un possibile attacco di cuore, anche se lei è convinta di essere stata assassinata. Sasappis (Roman Zaragoza) è un nativo americano della tribù dei Lenape. Thorfinn (Devan Chandler Long) è un tonitruante vichingo che ha visto la fine colpito da un fulmine. Crash (Hudson Thames), decapitato, è per ora apparso solo nel pilot, ma la produzione dice che potrebbe tornare in episodi futuri. Poi ci sono una serie di fantasmi senza nome morti di colera, emaciati, puzzolenti.

Le dinamiche fra i fantasmi sono scoppiettanti. Sono un gruppo di mal-abbinati che difficilmente si sarebbero trovati volontariamente insieme, ma che ora devono passarci l’eternità, o quanto meno il tempo necessario a, finalmente, raggiungere l’aldilà a loro negato. Parte dell’umorismo viene da fatto che arrivano da contesti e epoche molto diverse fra loro per cui non colgono i reciproci riferimenti culturali, o hanno modi di pensare diversi. Molti di loro non hanno idea di che cosa possa essere un film, ad esempio, e Thorfinn è esaltato quando vede per la prima volta un televisore e vede che parlano della sua gente; Isaac è entusiasta all’idea che in Internet si possa sapere qualcosa di lui, in che modo viene ricordato, avvilito che Alexander Hamilton sia diventato più famoso di lui; Hetty ha vissuto in un’epoca in cui alle donne non era concesso votare, e lei è contraria che lo facciano, e ci vuole Alberta a farle vedere la situazione in una prospettiva differente, quando si tratta di scegliere qualcuno che faccia loro da rappresentante con i vivi...  

Ideato da un nutrito gruppo di autori (Mathew Baynton, Simon Farnaby, Martha Howe-Douglas, Jim Howick, Laurence Rickard, e Ben Willbond) la sit-com è stata adattata per l’americana CBS da Joe Port e Joe Wiseman, già produttori di Zoey’s Extraordinary Playlist. L’umorismo è ora buffo e un po’ svitato, ora profondo e intenso. Da una premessa anche sufficientemente sciocca infatti c’è il potenziale di riflettere col sorriso in termini storico-antropologici su diverse questioni, volendo. La serie è stata confermata per un’intera stagione per cui ci sarà tempo di approfondire gli archetipi messi in scena. Inizialmente non ero troppo convinta dell’intesa fra i due sposini, che apparivano poco in sincronia, ma già dalla seconda puntata questa sensazione per me è sparita – forse ero io. Se regge nel tempo quello che le prime puntate offrono, si ha garantita una serie allegra, con cuore, leggera ma non stupida, insomma piena di spiriti e di spirito.     

sabato 16 ottobre 2021

SQUID GAME: euristica e umanità

Squid Game (오징어게임 in orginale), letteralmente il Gioco del Calamaro, è il più recente fenomeno mediatico planetario di Netflix: 9 puntate, rilasciate il 17 settembre 2021, di un k-drama in cui un gruppo di disperati partecipano a semplicissimi giochi da cortile dell’infanzia – il primo è “Un, due, tre, stella”, in italiano, “Red Light, Green Light” in inglese, nel pilot che in originale si intitola “Il giorno in cui fiorisce l’ibisco”, un altro è un intenso tiro alla fune (1.05). In palio c’è una grossissima somma di denaro, 45,6 miliardi di Won (circa 33-34 milioni di euro), ma chi perde viene eliminato, fisicamente: ucciso brutalmente su due piedi. Appassionante, intenso e con inaspettati colpi di scena.

La serie prende quello che è un vero topos della produzione telefilmica sudcoreana, quello dei debiti pecuniari e delle scommesse, e ci fa un trattamento alla Battle Royale, ovvero al prototipo che ci ha regalato, ispirandoli, anche i vari Hunger Games. In fondo il principio è lo stesso. Qui il twist sta nel senso per cui la brutalità del gioco, con la sua futilità ed infantilità, non è in fondo differente da quello che c’è fuori, da quello che è la vita. Il denaro è la sopravvivenza. È una scelta partecipare, dovuta alle circostanze gravose che i personaggi si trovano a vivere, ma pur sempre una scelta. “Volevo scrivere una storia che fosse un'allegoria o una favola sulla moderna società capitalista, qualcosa che rappresentasse una competizione estrema, un po' come l'estrema competizione della vita” dice l’autore a Variety.

Ci sono tre sole regole: 1. Al giocatore non è permesso di smettere di giocare; 2. Un giocatore che si rifiuta di giocare viene eliminato; 3. I giochi terminano se la maggioranza acconsente. E in questo senso già, grazie a queste regole, in “Inferno” (1.02) c’è un colpo di scena che medita su questioni di scelta, di democrazia, di imposizioni più o meno visibili. E chi applica le regole del gioco non è meno una pedina alla mercé dei pochi eletti che quel gioco lo vogliono per il proprio piacere: sono una piramide gerarchica di senza volto e senza voce che viene eliminata tanto quanto i giocatori stessi, se infrangono le regole o mostrano una qualunque identità fuori dal sistema. Politicamente è una metafora pungente. Qui, piuttosto, a differenza della vita, si ripete più volte, tutti sono sullo stesso piano, nessuno può godere di vantaggi rispetto agli altri – una sottotrama di due puntate sul commercio di organi rimarca questa etica.    

456 persone partecipano nei 6 giochi previsti. Il protagonista principale di questo survival game è Seong Gi-hun (Lee Jung-jae), a cui viene assegnato proprio il numero 456, che deve una fortuna agli strozzini, e vuole potersi prendere cura della madre diabetica che ha bisogno di un’operazione e della figlioletta di 10 anni, che vive con la sua ex da cui lui è separato e con il patrigno. Cho Sang-woo (Park Hae-soo), numero 218, è un suo caro amico d’infanzia: a capo di una società di investimenti, è ricercato dalla polizia per appropriazione indebita. Kang Sae-byeok (Jung Ho-yeon), numero 67, è una ventenne il cui fratellino è in orfanatrofio, una nordcoreana che cerca di farsi raggiungere dai genitori. Oh Il-nam (Oh Yeong-su), con il numero 1, è un anziano che ha comunque un tumore al cervello che gli lascia poco tempo da vivere, e non ha per questo nulla da perdere.  Abdul Ali (Anupam Tripathi), con il numero 199, è un immigrato pakistano che non riceve uno stipendio da mesi, ma deve mantenere la moglie e il figlio. Jang Deok-su (Heo Sung-tae), con il numero 101, è un gangster che deve dei soldi a dei filippini. Han Mi-nyeo (Kim Joo-ryoung) dice di essere una povera madre nubile (ma la sua backstory non la vediamo).

Il gioco è controllato da un Frontman (Lee Byung-hun), che indossa una maschera nera, e da un elevato numero di guardie che indossano delle tute rosse e delle maschere con il simbolo di un cerchio, un triangolo o un quadrato a seconda del loro grado, figure geometriche che sono diventate anche il simbolo del programma, che riprendono le lettere del titolo scritte in coreano. Fra loro si è infiltrato un poliziotto Hwang Jun-ho (Wi Ha-joon) che è alla ricerca del fratello scomparso.

Scritto e diretto da Hwang Dong-Hyuk, questo survival thriller è tanto violento quanto pregnante. Non è raro vedere che si spara un colpo alla testa a bruciapelo a un personaggio. Mi è tornata in mente Buffy, di come avevano deciso di far morire i vampiri polverizzandoli quando vengono impalettati, sia perché fa effetto vedere cadaveri insanguinati, sia perché poi c’è sul set molto da pulire. Lì quella scelta è stata intelligente, qui l‘impatto è in parte anche andare nella direzione opposta. E i cadaveri finiscono in bare che sono infiocchettate come pacchi regalo. I giochi di sopravvivenza sono estremamente facili da seguire per lo spettatore, ma molto intelligentemente congegnati (un buon esempio è “VIPS”, 1.07) spremendone ogni possibilità drammatica, e il vero fulcro poi di fatto è sui rapporti umani e sul dramma che i personaggi vivono, e in questo senso emblematica è “Ggambu” (1.06), termine che sta a indicare una sorta di “amico per la pelle”, in cui proprio amicizia, altruismo e fiducia sono sotto i riflettori, in un gioco con le biglie che spezza il cuore. Quello a cui assistiamo sotto al gigante porcellino trasparente che si riempie ulteriormente di banconote a mano a mano che diminuiscono i giocatori in questa sfida letale è l’umanità di ciascuno. Interessante è anche il discorso che la serie imposta sui bias cognitivi e sull’euristica in decisioni, giudizi e comportamenti, un leit motiv nei dialoghi fra i personaggi. Si vedono sofferenza, empatia, generosità, calcolo. Ugualmente intensa (1.07) è la riflessione sul potere e quello che è concesso e sull’anonimato. Poi io non sono competente a sufficienza da argomentare qui in proposito, ma dal momento che viene inquadrato il testo “La Teoria del Desiderio” di Lacan (1.02) non è un grande salto di immaginazione pensare che la tematica del desiderio venga esplorata e con quella cornice di riferimento. Ci si interroga su quale sia la vera ricchezza.

Un grande altro elemento di impatto è quello estetico. Dai costumi – che siano le tute da ginnastica dei giocatori con le candide scarpe Vans tornate in auge, o quelle rosse delle guardie con i simboli geometrici sulla maschera - che sono sia immediatamente riconoscibili e di impatto, e hanno fatto ricordare La Casa di Carta e The Handmaid’s Tale, sia praticamente pronte per merchandise di facile vendita. Alla scenografia: il contrasto fra i pastellosi labirinti di scale – sono l’unica ad aver pensato alla litografia “Relativity” di Escher? -  e la crudezza delle esperienze a cui conducono, il dormitorio, la Corea in bilico fra modernità e tradizione, le postazioni dei VIP fatte anche di corpi umani che diventano mobili o sculture di carne, dipinte da diventare all’occhio oggetti come altri (qui un esempio). E la capacità di coniugare la specificità locale con l’appeal internazionale, alimentando l’Hallyu.  

Parte del piacere per lo spettatore a questo punto è partecipare alla febbre collettiva e al fandom che si lancia in tutta una serie di attività paratestuali collegate – io ammetto di voler provare presto a fare il dolce dalgona, mostrato ne “L’uomo con l’ombrello” (1.03).

Un simile successo per questa serie nessuno lo aveva previsto: la BBCnews riporta (qui) che, secondo quanto riferito dalla piattaforma di streaming, nell’arco di 25 giorni dal debutto Squid Game è stata assaggiata da 111 milioni di utenti. E addirittura Damon Lindelof (Lost, The Leftovers, Watchmen) nella sua pagina ufficiale di Instagram (qui) ha commentato che la serie è perfino meglio di quello che tutti diconoSempre la BBC scrive (qui) che alcuni fan che parlano coreano si sono però lamentati dei sottotitoli in inglese, che non avrebbero una traduzione fedele, e in giro ho sentito lo stesso per lo spagnolo.  Sarei curiosa di sapere per l’italiano, anche se io personalmente ammetto che per pigrizia, pur amando il suono del coreano, ho seguito la serie doppiata in inglese.

sabato 9 ottobre 2021

SEX EDUCATION: la terza stagione

Anche nella sua terza stagione Sex Education (Netflix), che si apre con un montaggio di persone che copulano, si è confermata una serie da non perdere: divertente, romantica, umanamente complessa e che fa vera educazione sessuale. Quale modo più efficace di illustrare che la vulva è per ogni donna diversa, ad esempio, che far preparare a Aimee (Aimee Lou Wood), che ha scoperto questa verità, tante deliziose cupcake dalla glassatura diversa l’una dall’altra? Non sono lesbica, ma golosona sì, e mi sarei mangiata volentieri quei dolcetti leccando il frosting così invitante, magari ridacchiando con malizia. Missione compiuta con garbo e simpatia.

La colonna vertebrale di questo terzo arco l’ho trovata poco credibile, un po’ costruito a tavolino in maniera telefonata: l’arrivo di una nuova preside, Hope Haddon (Jemima Kirke, Girls), che deve dare nuova credibilità al liceo di Moordale, etichettata come “la scuola del sesso”, fa credere che ci saranno migliorie, ma si capisce ben presto che è molto rigida, e diventa repressiva e oscurantista; si va di male in peggio, al punto che gli studenti vengono svergognati pubblicamente costringendoli ad indossare appeso intorno al collo un titulus crucis, con scritta la loro colpa. Era troppo evidente dall’inizio che quella era la direzione che si sarebbe imboccata e richiede molta sospensione dell’incredulità pensare che in corso di via nessun insegnante e nessun genitore abbia protestato della piega che stavano prendendo le cose. Questa latitanza era pretestuosa: permettere ai ragazzi di inscenare la propria rivolta dichiarandosi orgogliosi della loro reputazione di scuola all’avanguardia. Come saggiamente mettono in bocca ad Otis (Asa Butterfield): certe domande e certe problematiche ci sono sempre state, solo che ora c’è la consapevolezza di poterle richiedere e sapere. Nonostante Hope sia stata un facile capro espiatorio, una cattivissima la cui backstory di mancata gravidanza ha fatto ben poco per umanizzare, non di meno ho apprezzato quello che la narrazione di Laurie Nunn ha cercato di mettere in scena, incapsulando in lei una serie di atteggiamenti, mostrando quanto sia facile interdire e censurare e obbligare, e quanto invece sia necessario accogliere istanze importanti in un argomento così delicato come il sesso, anche se l’umiliazione ultima della preside alla fine l’ho anche trovata eccessiva.

Che non ci sia dimenticati delle molestie vissute da Aimee nella stagione precedente, e che non sia lasciata cadere la questione dopo averla affrontata allora così bene, mostrando in questa come abbia poi avuto difficoltà nell’intimità, è stato inaspettato, intelligente e delicato. Il riavvicinamento di Otis e Maeve (Emma Mackey) è quello per cui si tifava, ma si è riusciti ugualmente a redimere in modo credibile Isaac (George Robinson), il ragazzo tetraplegico che aveva cancellato dal cellulare di Maeve la dichiarazione d’amore che Otis le aveva fatto, e a umanizzare Ruby (Mimi Keene) che nel suo rapporto sentimental-sessuale con Otis ha perso la sua patina di sola reginetta snob della scuola per emergere nella sua vulnerabilità. Il viaggio nell’originaria Nigeria per Eric (Ncuti Gatwa) ha contemporaneamente sollevato questioni importanti rispetto all’essere apertamente gay nella società, e creato una frattura con Adam (Connor Swindells) che stava familiarizzando solo ora con la propria identità. C’è stata l’introduzione, per quanto in sordina, di due personaggi non binari, e in particolare di Cal Bowman (Dua Saleh), che ha cominciato un intenso rapporto con Jackson (Kedar Williams-Stirling). Lily (Tanya Reynolds), affascinata dagli alieni e disegnatrice di fumetti pornografici con quella tematica, si è scontrata con l’ostilità o la semplice incomprensione che le sue passioni trovano in chi la circonda, una perenne emarginata: ha spezzato il cuore. Viv (Chinenye Ezeudu), divisa fra la lealtà ai compagni e l’autorità scolastica, ha pure avuto un arco significativo che è  stato di crescita e di scoperta di che cosa è importante per lei.

E poi ci sono state le vicende degli adulti, Micheal Groff (Alistair Petrie), padre di Adam ed ex-preside della scuola, che ha voluto riscoprire se stesso e riconquistare la moglie da cui era separato, e Jean Milburn (Gillian Anderson), la madre di Otis, che è stata vista meno nel suo ruolo di sessuologa in questo caso e più in quella di donna gravida ormai matura che deve capire che tipo di rapporto costruire con Jakob (Mikael Persbrandt) e la figlia di lui Ola (Patricia Allison).  Tante clavette lanciate in aria che acrobaticamente hanno volteggiato tutte in perfetta sincronia.

La forza del programma sta sicuramente nel fornire anche così en passant tante informazioni accurate in campo di sessuologia, di cui si parla sempre poco, ma anche nel non limitarsi ad asettiche informazioni di biologia, ma lavorando anche su un piano che possiamo ben definire psico-affettivo. Lo fa con onestà e rispetto, senza falsi pudori. E lo fa con verve e leggerezza, e coinvolgimento, facendoti sentire  genuinamente investito nel destino dei personaggi. Le performance sono tutte convincenti, brillanti, dalla prima all’ultima. L’annunciato rinnovo per una quarta stagione è più che meritato e gradito.  

giovedì 30 settembre 2021

ORDINARY JOE: tre scelte, tre vite alternative

Nell’incipit di Ordinary Joe, che ha debuttato sull’americana NBC lo scorso 20 setembre, Joe Kimbreau (James Wolk, Mad Men, Zoo) è alla sua cerimonia di laurea. Deve decidere che cosa fare subito dopo: andare a pranzo con i suoi, uscire con una compagna appena conosciuta, Amy (Natalie Martinez), o andare in spiaggia con la sua migliore amica, Jenny (Elizabeth Lail). Lui cita Frost, “La strada non presa”, pensando che il poeta ce l’aveva facile avendo davanti a sé solo due alternative, mentre il suo miglior amico Eric (Charlie Barnett) lo spinge a prendere davvero una decisione per una volta. Una scelta diversa si porta dietro conseguenze di vita a lungo termine differenti, e la serie le esplora in parallelo, mostrando punti di contatto fra i vari risultati.   

Con la prima opzione, finisce per cedere alle pressioni dello zio Frank (David Warshofsky) e diventa poliziotto ed è single; con la seconda diventa il cantante di successo che ha sempre desiderato essere ed è sposato con Amy, che nonostante ripetuti tentativi non riesce a portare a termine una gravidanza; nella terza strada, è sull’orlo della separazione con Jenny, dalla quale ha avuto un figlio disabile, Christopher, e lavora nel turno di notte come infermiere, mentre il suo miglior amico Eric ha sposato Amy. Sono passati 10 anni da quella scelta.  

Le timeline funzionano in modo lineare e autonomo, con la produzione che le differenzia sulla base della palette di colori: blu per il poliziotto, verde per l’infermiere, arancione per il cantante rock. E il carismatico James Wolk, con la sua aria da simpatico compagnone, rende credibile ogni sua possibile diversa incarnazione. I personaggi sono grosso modo gli stessi e ciò che intriga sono alla fine anche i punti di contatto che sembrano emergere dalle diverse opzioni di questo Sliding Doors.       

Dal pilot, sviluppato da Russel Friend e Garrett Lerner sulla base di un format di Caleb Ranson, è difficile valutare quanto le alternative ai bivi della vita facciano riflettere sul valore di certe scelte o in che modo il confronto fra le diverse conseguenze possa gettare reciprocamente luce, se si mediterà su successi, rimpianti, obblighi, destino e libero arbitrio. La sceneggiatura non mostra picchi memorabili, ma c’è un’atmosfera confortevole e accogliente, che rendono forse le vicende “ordinarie”, ma abitabili senza sforzo.    

sabato 25 settembre 2021

THE LOST SYMBOL di Dan Brown: potenziale sprecato

The Lost Symbol, che ha appena debuttato sull’americana Peacock, è ispirato all’omonimo libro di Dan Brown, Il simbolo perduto in italiano. Dei popolari romanzi si dice che sono degli appassionanti thriller ricchi di curiosità, ma che, seppur ben costruiti, sono scritti in modo linguisticamente pedestre e per questo hanno scarso valore letterario. Lo stesso di fatto si può dire della realizzazione televisiva, a giudicare dal pilot. L’intreccio scorre bene, senza momenti morti, c’è un buon cast, ma la sceneggiatura è cheap e la regia piatta. Non c’è un’inquadratura memorabile nemmeno nel pilot, dove di solito si cerca di fare un po’ di colpo presentandosi al meglio.

Il professore di simbologia ad Harvard Robert Langdon (Ashley Zuckerman, Succession, Manhattan) con la scusa di una conferenza viene attirato a Washington dove scopre che il suo mentore, Peter Solomon (Eddie Izzard, The Riches) è stato rapito, e gli è stata mozzata una mano, che viene ritrovata al centro delle Rotonda del Campidoglio, coperta di tatuaggi con simboli che rimandano alla massoneria. Il rapitore, Mal’ahkh (Beau Knapp), - e non si vedeva un personaggio così tatuato dai tempi di Prison Break - costringe lo studioso a cercare un antico portale, se vuole rivedere vivo l’amico. Si trova così, fra luoghi misteriosi, artefatti e citazioni a dipanare un’intricata serie di indizi, anche con l’aiuto dell'agente della CIA Sato (Sumalee Montano), e di una guardia con un passato militare (Rick Gonzalez) e con quello della figlia di Peter, Katherine (Valorie Curry), che si interessa di scienza noetica e per questo viene guardata da lui con un po’ di supponenza.  

Nelle prime scene gli autori Dan Dworkin e Jay Beattie mostrano il protagonista mentre fa lezione ai suoi studenti sul potere dei simboli e sul significato che hanno e su come cambiano anche nel tempo. Li spinge ad interrogarsi su a che punto determinati simboli da benigni diventano maligni. Nella convinzione della liberà di ciascuno di credere in quello che vuole, in qualunque superstizione, domanda loro in che momento rischiano di diventare una minaccia per le proprie convinzioni. Fa notare come alcune frange estremiste si appropriano di alcune immagini (una per tutti la svastica, ma ne mostra diverse altre) e come interpretazioni spesso libere forgiano il cospirazionismo. In che modo diventa un pericolo? Come distinguere i fatti dalle finzioni? Sono quesiti importanti, e il fatto che gli eventi sono collocati nella capitale statunitense, alla luce dei riot di recente avvenuti proprio incoraggiati da questo genere di teorie, poteva dare uno spessore pregnante alla storia, ma in realtà il discorsetto finisce lì.

Non ho letto questo romanzo di Brown, ma ho letto Il Codice Da Vinci, capisco quindi il fascino delle sue storie e apprezzo la sua abilità nel costruire misteri intriganti e affascinare con questi simboli millenari: qui non si viene avvinti allo stesso modo, ma si inanellano una serie di puzzle, che siano oggetti o frasi in latino magari, per cui il professore dà la spiegazione e si va oltre. Non si riesce a tenere un minino di suspence. E visivamente si poteva elevare la narrazione rendendola elettrizzante, ma non ci si riesce. Se avesse avuto più mordente, lo avrei seguito. In questa incarnazione non lo farò, non mi pare nemmeno in fondo che riesca a rendere giustizia alla capacità affabulatoria dello scrittore del materiale originale.

Potenziale sprecato.

lunedì 20 settembre 2021

EMMY AWARDS 2021: i vincitori

Credits dell'immagine: The Hollywood Reporter

Ieri sera sono stati consegnati gli Emmy Awards, giunti alla loro 73esima edizione e presentati da Cedric the Entertainer. Sotto, i vincitori.


Per le categorie drammatiche:

Miglior drama: The Crown (Netflix)

Miglior attrice: Olivia Colman, The Crown (Netflix)

Miiglior attore: Josh O’Connor, The Crown (Netflix)

Miglior attrice non protagonista: Gillian Anderson, The Crown (Netflix)

Miglior attore non protagonista: Tobias Menzies, The Crown (Netflix)

Miglior sceneggiatura: The Crown (Netflix) Peter Morgan

Miglior Regia: The Crown (Netflix), Jessica Hobbs

 

Per le categorie di commedia:

Miglior comedy: Ted Lasso (Apple TV+)

Miglior attrice: Jean Smart, Hacks (HBO Max)

Miiglior attore: Jason Sudeikis, Ted Lasso (Apple TV+)

Miglior attrice non protagonista: Hannah Waddingham, Ted Lasso (Apple TV+)

Miglior attore non protagonista: Brett Goldstein, Ted Lasso (Apple TV+)

Miglior sceneggiatura: Hacks (HBO Max), Lucia Aniello, Paul W. Downs, Jen Statsky

Miglior Regia: Hacks (HBO Max), Lucia Aniello

 

Per le categorie Limited Series/Film per la TV/ Serie antologica:

Miglior Limited Series: The Queen’s Gambit (Netflix)

Miglior attrice: Kate Winslet (Mare of Easttown)

Miiglior attore: Ewan McGregor (Halston)

Miglior attrice non protagonista: Julianne Nicholson, Mare of Easttown (HBO)

Miglior attore non protagonista: Evan Peters, Mare of Easttown (HBO)

Miglior sceneggiatura: I May Destroy You (HBO), Michaela Coel (

Miglior Regia: The Queen’s Gambit (Netflix), Scott Frank


Altre categorie:

Miglior Variety o Talk

Last Week Tonight with John Oliver (HBO)

Miglior sceneggiatura per un Variety

Last Week Tonight With John Oliver (HBO)

Miglior Variety a Sketch

Saturday Night Live (NBC)

Miglior serie di competizione

RuPaul’s Drag Race (VH1)

Miglior Variety Special (Live)

Stephen Colbert’s Election Night 2020: Democracy’s Last Stand Building Back America Great Again Better 2020 (Showtime)

Miglior Variety Special (Pre-Registrato)

Hamilton (Disney+) (WINNER)


giovedì 16 settembre 2021

LA FERROVIA SOTTERRANEA: fuga dalla schiavitù

“L’uomo bianco è il diavolo” diceva inizialmente Malcom X, nella sua autobiografia raccontata ad Alex Haley, l’autore di Radici da cui è stata tratta una storica miniserie televisiva. Erede spirituale di quella produzione, per i tempi contemporanei, è “La Ferrovia Sotterranea” (Amazon Prime), adattata da Berry Jenkins anch’essa da un romanzo, l’omonimo di Colson Whitehead, che dimostra bene come quell’affermazione del leader nasca in un substrato storico che non la rende proprio gratuita, ma al contrario ben condivisibile.

The Undergroud Railroad, in originale, è la storia di un viaggio, meglio una fuga, di una schiava nera, Cora (Thuso Mbedu), dalla piantagione dei Randall in Georgia attraverso numerosi stati del Sud, in cerca della libertà, attraverso la misteriosa ferrovia sotterranea del titolo e perennemente e ferocemente inseguita dal cacciatore di schiavi Arnold Ridgeway (Joel Edgerton), che ha al suo seguito un piccolo aiutante nero, Homer (Chase W. Dillon). La ferrovia in questione è un’invenzione della finzione, lì dove quella opzione di salvezza nella realtà era costituita da una rete di abolizionisti e nascondigli secreti che aiutavano uomini e donne a fuggire e mettersi in salvo.

L’aspetto che più mi ha sorpreso è quanto questa produzione mi abbia richiamato Westworld. Al di là di questo accostamento, che non ho idea se altri l’abbiano fatto, è la cinematografia l’elemento che la eleva, con inquadrature di scenografie naturali che ci si incanta a guardare. Nel suo intimo la storia è non tanto forse di denuncia quanto di testimonianza di quello che un popolo, se così vogliamo chiamarlo, ha dovuto subire – ai passeggeri che trovano così la fuga viene chiesto infatti di raccontare la propria storia, annotata su appositi libroni. Assistiamo al senso del raccontare la propria storia come atto rivoluzionario, come azione di consapevolezza della propria identità e rilevanza, dinanzi alle atrocità subite.

È un pugno nello stomaco. Si fatica a scrollarsi il sadismo del pilot dove un fuggitivo viene arso vivo dopo essere stato frustato ai limiti dell’incoscienza mentre i padroni si godono lo spettacolo banchettando, o a dimenticare il proprietario bianco che sta a guardare i suoi schivi mentre copulano per assicurarsi che figlino, come fossero bestiame. L’apparente buonismo della Carolina del Sud (1.02) nasconde esperimenti medici sugli uomini e donne operate perché non possano avere figli, in nome di una società che mira a migliorare la “razza negra”; il supremazismo bianco della Carolina del Nord, con i suoi sentieri alberati di impiccati e i suoi roghi di libri, cerca un folle stato “puro” dove agli afro-americani non è permesso neppure di esistere, nemmeno come schiavi, annullati completamente, e con coloro chi osa aiutarli.

Ci sono le vite sprecate per nulla, e talenti – Cora incontra ed è costretta a lasciarsi alle spalle numerosi altri fuggitivi come lei che incontrano un brutto destino, da quel Caesar (Aaron Pierre) dagli occhi azzurri che deve nascondere di saper leggere, che inizialmente scappa con lei, al testardo Jasper che canta e si rifiuta di mangiare, il cui corpo viene abbandonato nell’inferno del Tennessee.

Oltre alle aggressioni al corpo nero, come ben ce le ricorda Ta-Nehisi Coates, la deumanizzazione dei neri, creduta dai bianchi e dai neri stessi, ha mostrato come si è potuti arrivare a legittimare pratiche che sembrano incivili e insensate ora, che erano messe in atto solo l’altro ieri. E di come i neri stessi possano essersene fatti complici. Alla fine questa epopea è una lotta di volontà, quella della ragazza indomita che fa di tutto per lasciarsi alle spalle gli orrori, credendo di essere stata abbandonata dalla madre, la cui storia viene abbozzata in chiusura (1.10), e quella del cacciatore che pure è scresciuto con un padre antischiavista (Peter Mullan) che gli insegna a cercar il “grande spirito” in tutti gli esseri umani, ma non lo trova e diventa un terribile persecutore, per denaro.

C’è speranza di fronte a tutto il male e la violenza a cui si assiste. Ce lo trasmette la protagonista con la sua resilienza, ma viene anche dall’idea, espressa da uno dei personaggi (1.09), che “un’illusione feconda è meglio di un’infeconda verità”, credere di poter costruire una società in cui ci sia uguaglianza e rispetto reciproco, anche quando le circostanze fanno credere che non sia possibile, aiuta a renderla vera, più di quanto non farebbe un realistico disfattismo che vede con cruda desolazione i fatti.  

Mi sono chiesta, se, al di là di una solida narrazione, qualitativamente notevole, mi sia stato detto qualcosa di nuovo sul razzismo, qualche prospettiva inusuale che non avessi già incontrato. Devo ammettere, con rammarico, che non credo sia così. Non mi ha svelato nulla di nuovo. Il solo taglio inatteso è la giustificazione della schiavitù come una prova della teoria del “destino manifesto”, ovvero nel ruolo di predominio che Dio avrebbe assegnato agli Stati Uniti. Non l’avevo mai considerata in questi termini. Al di là di quello non mi pare di aver scoperto altro sulla condizione dei neri d'America, come invece magari mi era capitato con LovecraftCountry. Forse sono stata cieca io?

Ammesso questo: che valore etico ha questa miniserie? Io per me lo vedo, metaforicamente, nel sacchettino di semi che Cora si porta dietro come un piccolo tesoro, che qui tanto metaforico non è. Queste storie, proprio come dei semi, dovrebbero far germogliare la consapevolezza di come il razzismo sia cresciuto endemico e sistemico e della necessità dell’antirazzismo.  

lunedì 6 settembre 2021

THE CHAIR: per un paradigma di sviluppo umano

Sono tutte persone che stanno metaforicamente annegando e devono arrabattarsi per stare a galla, i personaggi di The Chair – La direttrice (Netflix), la commedia in sei dinamiche puntate di mezz’ora circa ideata da Amanda Peet (Togetherness), anche produttrice esecutiva insieme a David Benioff e D.B. Weiss (Game of Thrones), e Annie Julia Wyman, una laureata di Stanford con PhD in inglese ad Harvard che come accademica ha un grande interesse per la comicità, sulla quale lavora in prospettiva di una teorizzazione trans-storica (profilo LinkedIn; bio sul sito di Harvard).

Ji-Yoon Kim (Sandra Oh, Grey’s Anatomy) è la prima donna, peraltro di origine coreana, a diventare direttrice (chair, in originale) di un dipartimento di lingua e letteratura inglese in un’università, il fittizio Pembroke College, che sta perdendo rapidamente iscritti. Avere quel ruolo è per lei il sogno di una vita che si realizza, ma si trova subito a dover affrontare situazioni spinose. Il preside Paul Larson (David Morse) la informa che, dato che i fondi sono scarsi, deve mandare in pensione alcuni professori che, pur bravi, non attirano studenti. L’anziana studiosa di Chaucer, Joan Hambling (Holland Taylor), che riceve innumerevoli recensioni negative, è stata relegata in uno scantinato; le classi del professore di letteratura americana Elliot Rentz (Bob Balaban) sono così scarne che Ji-Yoon, per non ferire il suo ego, unisce le sue lezioni a quelle dell’emergente, grintosa, richiestissima collega Yazmin McKay (Nana Mensah), che aspira a diventare di ruolo e di cui lui però non condivide il metodo didattico. E poi c’è Bill Dobson (Jay Duplass), ammirato professore di modernismo che, vedovo da circa un anno, perde un po’ la rotta ora che la figlia parte per il college e lui rimane solo: Ji-Yoon gli vuole bene. Sul fronte di casa, la direttrice è separata dopo che il compagno si è trasferito per lavoro e l’ha lasciata per un’altra. È madre adottiva della bimba ispanica Ju-Hee (Everly Carganilla), detta Ju-Ju, a cui ogni tanto finisce per fare da baby-sitter il vecchio padre che le parla in coreano, Habi (Ji-Yong Lee).

Non c’è un momento di pausa in questa produzione che, scrive bene The Atlantic (qui), segue la struttura della piramide di Freytag: nello spazio di circa tre ore affronta con leggerezza bene molte questioni significative, anche se ritengo fallisca nella sua argomentazione principale.

Un punto forte della serie è che si vede che chi scrive ha una effettiva competenza letteraria che va al di là della citazione erudita. Troppo spesso certe professioni si pensa che possa farle chiunque perché il senso comune fa ritenere intuitivo un certo genere di sapere. In chiusura si fa una dichiarazione d’amore per le lettere: una storia è uno stato di possibilità, una conversazione, un’occasione per appropriarsi di un punto di vista diverso dal proprio. Dal primo all’ultimo, i personaggi sono convinti di svolgere un compito sociale rilevante insegnando lettere. Quando la scuola decide di assumere David Duchovny (The X-Files), nel ruolo di sé stesso, per sostituire Bill, in modo da attirare nuovi iscritti grazie alla sua fama, Ji-Yoon si mostra indispettita del fatto che, come syllabus questi vuole rispolverare la dissertazione di dottorato mai finita scritta decenni prima. Ma gli studi sono andati avanti. Gli snocciola (1.05) che nel frattempo ci sono stati teoria degli affetti, ecocriticismo, informatica umanistica, nuovo materialismo, storia del libro, studi di genere e teoria critica della razza…Quello che la serie fa qui è mostrare con consapevolezza che, forse dall’esterno appariranno statici, ma anche in questi studi ci sono ricerca e novità di rilievo per il pensiero. E in tutto il percorso diegetico – e in che modo necessiterebbe uno specifico approfondimento – ci si tiene in costante equilibrio nella necessità di dar valore allo stesso tempo alle radici passate e alle innovazioni di concetti e prospettive e metodologie. Mai l’ho visto fare come qui. Anche perché l’unica serie che io ricordi che si è avvicinata a queste tematiche è la troppo-presto-cancellata The Education of Max Bickford.

Un ulteriore punto di forza è la multiculturalità. Madre di origine coreana e figlia ispanica sembrano avere di fatto poco in comune, eppure le tradizioni di ciascuna convivono e si intersecano in modo pregnante. La piccola Ju-Ju viene accompagnata ad una cerimonia Doljabi, dove una bimba di un anno deve scegliere fra diversi oggetti, che rappresentano quello che le riserva il futuro. Ci sono uno stetoscopio (sarà medico), una matita (insegnante), un pennello (artista), una pallina (sportiva), una banconota (ricca), e una lunga corda (avrà lunga vita). Poi però in casa contemporaneamente si prepara per essere ambasciatrice culturale per la sua classe del messicano Dia de los muertos, e per Bill che la segue in queste tradizioni culturali hanno un impatto umano che va al di là dell’aspetto folkloristico. Per la piccola unirle è naturale e in chiusura - ATTENZIONE SPOILER – la vediamo capire un’osservazione fatta in coreano dal nonno, quando quest’ultimo era convinto che lei non lo intendesse.

Dove ritengo che l’intenzione degli autori fallisca è nella gestione della propria storia principale. Bill, durante una lezione seguitissima, videoregistrata coi cellulari, nel fare considerazioni sul potere e il fascismo, in modo satirico fa il saluto nazista. La reazione degli studenti rispetto a quel gesto innesca un focoso dibattito sulla libertà di espressione e sull’importanza del dissenso e culmina con la sospensione e successiva richiesta di licenziamento dell’insegnante.

Ora, la questione di Hitler mi è parsa pretestuosa. Questo non perché un evento del genere non possa verificarsi  - anzi, posso dire senza timore di smentite che una cosa del genere si è verificata nel mio liceo, con intenzioni molto meno sacastiche da parte dell’insegnante di quanto non si sia verificato qui e con una gestione dell’accaduto molto differente. Questo nemmeno perché non meriti di venire messa in discussione l’opportunità in toto di un simile gesto, anche se con un intento di certo non di supporto dell’ideologia che rappresenta. Però qui sta il punto, se dico che la questione è stata pretestuosa è perché, sebbene la lettura che ne è stata fatta sia stata pronazista, allo spettatore è evidente senza alcunissima ombra di dubbio che non era minimamente intesa in quel modo, ma era di critica e di smacco. Forse non era appropriata comunque, e questo meritava di essere discusso – ovvero quali siano i limiti dell’espressione del pensiero e in che modo specifici registri di espressione possano colorare una stessa locuzione con un significato piuttosto che con un altro – ma non si sono di fatto messi in contrapposizione due modi di pensare diversi.

Il professore e gli studenti la pensano allo stesso modo qui rispetto al nazismo, ma il professore lo ha comunicato in un modo che non è stato decodificato come era inteso. E qui sta per me il fallimento, che è un fallimento pedagogico. Questo quei professori dovevano insegnare. La serie sottoscrive l’idea per cui l’educazione (e tanto più quella universitaria) non è solo passiva assimilazione di contenuti, ma è una formazione a un metodo e un allenamento a recepire fatti e traduzioni culturali in modo attivo e critico, tenendo conto delle complessità. Qui c’è un atteggiamento di un ragionevole dissenso verso un contenuto tossico, ma contemporaneamente appunto pretestuoso, perché incapace di legare quel gesto al significato che aveva nel contesto con cui è stato utilizzato. Se fosse stato un gesto fatto sul serio sarebbe stato diverso ma così si mostra solo un corpo studenti privo degli strumenti necessari per leggere appropriatamente un elemento del discorso. Potevano osteggiarlo ugualmente appunto, nella sua opportunità – i riferimenti al nazismo sono purtroppo sufficientemente ubiquitari da rendere rilevanti simili disquisizioni. Così gli autori hanno solo trovato una facile scappatoia per creare un contrasto senza compromettere un co-protagonista dandogli un modo di pensare scomodo (che poteva essere un tema anche meno problematico di questo). Per aver costruito gran parte della sua narrazione intorno a questo nucleo, si sono curate troppo poco le argomentazioni. Un piano di speculazione importante poteva essere dato dalla dissonanza fra quello che è e quello che sembra, e sul ruolo dell’apparire in un certo modo, tanto più in una società visuale come la nostra – tangenzialmente infatti questi temi sono emersi. Insomma, l’agone intellettuale ingaggiato doveva essere combattuto su un piano diverso.

Ci sono in nuce variegate riflessioni sul ruolo delle donne e delle minoranze etniche, su come è cambiato nel tempo, in un ambiente tradizionalmente dominato da uomini bianchi restii al cambiamento, in modo minore anche sull’ageismo – Joan, declinata prevalentemente in modo comico, ne è un esempio; si desume dalle poche parole della moglie del rettore; Yaz, in modo molto interessante, rimarca a Ji-Yoon che si comporta nel suo ruolo come se finalmente le concedessero di averlo, non come se lo meritasse. Emerge anche la flessibilità del mondo accademico americano, comparata al nostro.

La protagonista principale ama insegnare, ma quello che deve imparare a navigare sono le richieste burocratiche, le pubbliche relazioni, le pressioni di budget e di gestione del personale… Sono questioni che non ha il lusso di poter ignorare, ma alla fine in ogni caso quello che si può evidenziare – e si rileva nella protesta di Bill nei confronti del tentativo di influenzare la scelta della bimba di un anno nella cerimonia doljabi come dalle parole di Ji-Yoon che lo difende dinanzi alla commissione disciplinare – è che la serie crede in quello che Martha Nussbaum, nel suo “Not For Profit” chiama un paradigma di sviluppo umano contrapposto ad un paradigma orientato alla crescita economica, un’argomentazione non da poco per una serie frizzante di circa tre ore totali che spero rinnovino per una seconda stagione.     

venerdì 27 agosto 2021

THE WHITE LOTUS: satira dolorosa e umoristica

Ideato, sceneggiato e diretto in modo brillante e avvincente da Mike White (Enlightened), The White Lotus (HBO Max, e dal 30 agosto 2021 su Sky Atlantic per l’Italia) è un dramma comico-satirico ambientato in un resort di lusso alle Hawaii. Gli ospiti della struttura vanno lì in vacanza, ma non riescono a prendersi una pausa dai propri problemi, anzi questi vengono intensificati dalla reciproca prossimità, con una progressiva escalation esplodono, e si creano pesanti frizioni con il personale che gestisce l’albergo, mettendo in luce come le diverse posizioni di privilegio (economico, sociale, razziale, di gender) impattano la vita di ciascuno. Già dal pilot, dai primi minuti, sappiamo che ci scapperà il morto, perché la salma di un cadavere viene imbarcata sull’aereo di ritorno, ma solo alla fine (1.06) scopriamo chi è la vittima, in quella che è una serie antologica già rinnovata per una seconda stagione.

Armond (Murray Bartlett, Looking), direttore del resort il Loto Bianco (the White Lotus), è un uomo gay sempre con il sorriso sulle labbra con passati problemi di dipendenza da droghe e alcol, sobrio da 5 anni, che insegna a una neoarrivata che mostrare sé stessi è scoraggiato per i dipendenti. Loro praticano quello che lui chiama “kabuchi tropicale”, ovvero indossano perennemente delle maschere, con il solo obiettivo di trattare gli ospiti come bambini, coccolati e fatti sempre sentire speciali. Presto la sua facciata crollerà, sotto forti e ripetuti attacchi.

Ci sono tre gruppi di persone che arrivano in questo piccolo angolo di paradiso. Nicole (Connie Britton, Nashville, Friday Night Lights, American Horror Story) e Mark (Steve Zahn, Treme) Mossbacher sono una coppia un po’ in crisi. Lei è la manager finanziaria, molto performante e controllante, di un motore di ricerca, lui è il marito che è in ansia perché teme di avere il cancro ai testicoli. Con loro ci sono il figlio Quinn (Fred Hechinger), interessato più al telefonino e ai videogiochi che a qualunque tipo di attività e socializzazione, ostracizzato dalla sorella Olivia (Sidney Sweeney, The Handmaid’s Tale) che si è portata in vacanza una cara amica del college, Paula (Brittany O’Grady, Little Voice). Quest’ultima viene presto attratta da Kai (Kekoa Scott Kekumano), che fa parte dello staff del resort.

Shane (Jake Lacey, Ms America, Fosse/Verdon) e Rachel (Alexandra Daddario, True Detective) Patton sono due novelli sposi in luna di miele. Lui è un odioso bullo, cocco di mamma Kitty (Molly Shannon), che scontento perché gli è stata assegnata una suite diversa da quella prenotata, diventa una spina del fianco della direzione. Rachel lo ha sposato senza conoscerlo bene come credeva e si accorge presto di aver fatto un errore e di esser per lui solo una moglie trofeo. Lui in realtà non la ascolta. È una giornalista free-lance, ma con poco talento e prospettive, ed è indecisa su quale sia la decisione migliore da prendere per il proprio futuro.

Tanya (Jennifer Coolidge, Two Broke Girls) è una donna matura, piena di dolori fisici ed emozionali, sull’orlo del tracollo, che è venuta a disperdere in mare le ceneri della madre scomparsa. Trova il sostegno della responsabile della spa dell’albergo, l’empatica, disponibile Belinda (Natasha Rothwell, Insecure), a cui propone anche di avviare un’attività in proprio, e in seguito lega con un uomo con problemi di salute, Greg (Jon Cries).  

Se la premessa può suonare un po’ Fantasilandia, già le immagini della sigla d’apertura, una carta da partati in cui i disegni di paradiso terrestre sanguinano, si decompongono, o diventano comunque “disturbanti”, fanno capire che non assisteremo a uno spensierato idillio. Gli opening credits si chiudono con il logo del Loto bianco (e il fatto che White sia anche il cognome dell’autore è un bel tocco): è un fiore che è simbolo di rinascita, ma non solo, si mostra bello ma affonda le proprie radici nel fango (Salon). Tra l’altro, nella diegesi, per bocca di Armond si cita anche la lirica “I mangiatori di loto”, “che parla di andare alla deriva nella vita e di non integrarsi realmente alle cose e di volersi nascondere dalla realtà della vita" (Salon). L’apparenza di lusso e perfezione perciò è una copertina che nasconde ben altro.  

La costruzione dei singoli personaggi e di che cosa li motiva, e dei rapporti fra loro, è forte e ben delineata. Armond e Tanya in particolare, nella loro spirale, lui tragica, lei in positivo, sempre sull’orlo del crollo definitivo, sono ineccepibili. Le dinamiche si creano in un crescendo via via più intenso e riescono a mostrare le vulnerabilità di ciascuno. Belinda raccoglie le paure e i dolori di Tanya, che le si aggrappa in modo disperato, nel tentativo di colmare il proprio vuoto; si crea apparentemente un rapporto intenso, ma alla fine Tanya è troppo autocentrata e incapace di comprendere il male che provoca a Belinda, che ne esce distrutta. Shane è il bambino ricco e viziato che fa i capricci se non ottiene tutto quello che vuole e Armond è il sottoposto costretto a fare i salti mortali per accontentarlo fino ad arrivare all’esasperazione.

Paula e Rachel osservano una realtà che non approvano, ma alla fine non riescono a disvincolarsi da essa: per paura, per comodità, per mancanza di alternative. Quinn è forse l’unico che, costretto ad una vita altra, riesce ad apprezzarla e a sceglierla. In Pop Culture Happy Hour (qui) si è fatta l’osservazione di come guardando i personaggi all’interno del proprio gruppo si vede che hanno problemi come tutti e sono magari brave persone, ma nel rapporto verso l’esterno si vedono i loro punti deboli e come perpetuino certe dinamiche negative, anche solo per “associazione”. Rachel non è una cattiva persona e non si comporterebbe mai nel modo disgustoso in cui fa suo marito nei confronti del personale, ma per associazione anche lei si rende complice di quel comportamento nel momento in cui, pur non mettendolo in atto in prima persona, ne ottiene i vantaggi collegati. Il tema del colonialismo riemerge più volte, in particolare attraverso Olivia, disturbata dallo spettacolo di nativi hawaiiani ridotti a dare spettacolo per un gruppo di bianchi, responsabili di averli derubati delle proprie terre.

Lo humor è sempre presente, sottile, cringe. La visione è sempre godibilissima. La fine anteposta, in cui sappiamo che c’è un cadavere, ormai uno stratagemma narrativo abusato, fa sì che ci aspettiamo che qualcuno muoia, e si ipotizza chi in corso di via, ma non è mai quello il vero motore. Alla fine in fondo quell’aspetto è anche anticlimatico. L’ipnotizzante musica, a partire da quella della sigla, ci trasmette un costante senso di vaga minaccia. L’autore ha dichiarato (Los Angeles Times) che voleva un genere di musica che facesse sentire allo spettatore l’ansia di un possibile imminente sacrificio umano, come se si fosse in una sorta di Hitchcock hawaiiano. La colonna sonora creata da Tapie de Veer “presenta flauti discordanti e percussioni in costante accelerazione stratificate con grida animalesche e intensi gemiti”; ha “anche usato uno strumento sudamericano chiamato charango (simile a un ukulele); una dozzina di tamburi di diverse culture (per lo più tamburi fatti a mano in legno e pelle animale); una varietà di shaker naturali; e un po' di piano malinconico”. È inquietante, e ben si alterna a momenti vocal in hawaniiano che danno un’identità musicale molto ben definita e memorabile.

La serie è anche ricca di numerose citazioni librearie: da Nietsche, a Freud, a “L’Amica Geniale” di Elena Ferrante, a “Blink” di Malcom Gladwell, nelle mani di Shane, e altri ancora.

Bellezza di superficie e una disillusa, feroce, dolorosa e umoristica realtà al di sotto. 

martedì 17 agosto 2021

THE NEVERS: uno steampunk whedoniano

Che cosa significa essere una donna? Essere zittita se vuoi usare la tua voce, magari per sempre se quello che canti dà speranza alle altre. Essere vilipesa e vista come un pericolo se mostri talento, estro, doti particolari. Essere allontanata ed emarginata se sei diversa. La sola via d’uscita è unirsi alle altre, è contare sulla sorellanza.

Sembra questo il messaggio di fondo di The Nevers (HBO, Sky Atlantic), ambientato nella Londra vittoriana. Joss Whedon è diventato Joss Whedon per una ragione: si sarà anche giustamente trasformato in un paria per i comportamenti abusanti di cui è stato accusato, ma non c’è dubbio che sappia fare il suo mestiere. In questa produzione si sente il suo stile e il suo gusto, e quello del suo team (Jane Espenson in primis), compresa la sua inclinazione a ibridare i generi e a costruire arguti repartee. Questa non è la più riuscita delle sue opere, ma questa creazione steampunk è solida a sufficienza, con pennellate che rimandano alla settimana stagione di Buffy (con le “potenziali”) e magari echi di Dollhouse e Firefly. Percepire lui dietro a tutti per molti sarà una nota dolente, ma non per me, che non ho difficoltà in questa istanza a separare opera e autore.  

A causa di un evento sovrannaturale di una nave spaziale aliena che rilascia delle spore, alcune persone, donne soprattutto ma non solo, ricevono doti particolari, chiamate “turn” in originale, “svolte”. Sono i “Toccati”, visti dal governo britannico e dalla popolazione ordinaria come un pericolo. Amalia True (Laura Donnelly, Outlander), una giovane vedova che ha delle premonizioni a flash su eventi futuri, prende sotto la sua ala protettrice le sue simili in un orfanatrofio, di proprietà di Lavinia Bidlow (Olivia Williams, Counterpart), una ricca ereditiera confinata sulla sedia a rotelle. Accanto ad Amalia, che ha periodica necessità delle cure del dottor Horatio Cousens (Zackary Momh) che ha il potere della guarigione, c’è la sua migliore amica Penance Adair (Ann Skelly), prodigiosa inventrice che precorre il suo tempo. Da lei è attratto Augustus “Augie” (Tom Riley), fratello minore di Lavinia, anche lui con un potere che tiene segreto, quello di possedere la mente degli uccelli. Altre dotate di “svolte” sono la matura Lucy (Elizabeth Berrington), che distrugge le cose al toccarle; Myrtle (Viola Prettejohn), che parla infinite lingue mescolandole; Primrose (Anna Devlin), alta più di tre metri; Harriet (Kiran Sonia Sawar), che con un soffio tramuta tutto in vetro; Désireé (Ella Smith), prostituta che riesce a far confessare a chiunque quello che chiede; l’angelica Mary (Eleanor Tomlinson, Poldark), che con la sua voce riesce a cantare una melodia che quelli come lei riescono a sentire… Di quest’ultima è innamorato Frank Mundi (Ben Chaplin), l’ispettore di Scotland Yard, che cerca in particolare di catturare Maladie/Sarah (Amy Mandon) che, squilibrata e piena di dolore, è a capo di un gruppo di ribelli, fra cui Annie (Rochelle Neil) che produce e lancia fuoco dalle mani. Nelle loro vicende rimane coivolto anche Nimble Jack (Vinnie Heaven), ladro transessuale che riesce a produrre degli scudi “volanti”.      

A capo del potere tradizionale che non vede di buon occhio i cambiamenti c’è Lord Gilbert Massen (Pip Torrens, The Crown, Poldark), che incarna il passato, l’Impero, il patriarcato; il dottor Edmund Hague (Denis O’Hare, True Blood, American Horror Story) è un chirurgo che fa esperimenti sui “toccati” per capirne le “svolte”; Hugo Swann (James Norton) è un aristocratico pansessuale che impiega le doti di questi esseri speciali nel suo privato club sessuale; il “Re Mendicante” (Nick Frost) è un leader dei criminali londinesi; i “puristi”, che si identificano con un fazzoletto rosa annodato intorno al braccio, pure, sono un movimento di persone ostili.

La prima stagione è stata suddivisa in due parti, e a chiusura della prima vendono date alcune essenziali spiegazioni su come tutto questo ha avuto origine. In “True” (1.06) infatti la narrazione si sposta in un futuro remoto in cui un’unità di soldati della Coalizione di Difesa Planetaria (PDC) cercano di difendere un Galanthi da un’altra fazione chiamata FreeLife Army. I Galanthi sono una razza aliena in grado di attraversare portali spazio-temporali che cercano di aiutare gli umani a salvare una terra sull’orlo dell’annientamento ecologico. A emergere è il personaggio di Stripe (Claudia Back). Qui il fulcro della mitologia di base, che dall’elenco di personaggi sopramenzionati è evidente essere molto ricca e dettagliata, è definito con chiarezza, e chiude la parentesi whedoniana.

Che sia un’allegoria antropologico-politica è perfino scontato da dire. Quella che è riuscita è la commistione passato-presente-futuro in modo che commenta la realtà su più livelli temporali. E l’asse di scontro principale è fra tradizione e progresso. Lord Masse e Amalia hanno un diverbio in cui lui sostiene che il caos non è cambiamento, che nel mondo c’è un’armonia che vale la pena preservare, e che gridare per avere riconoscimento non rende la gente degna di ottenerlo. Lei ribatte acutamente che l’armonia, per come la capisce lei, è formata da voci differenti che cantano note differenti, al che lui rincalza ammettendo che è vero, ma che una è sempre sopra all’altra (1.01). In seguito (1.05), l’aristocratico osserva che una cosa che minaccia l’ordine naturale, per quando carina possa essere, è per definizione mostruosa, mentre il Re Mendicante sostiene che in realtà non c’è niente di naturale nell’ordine. Quello che è il motore di fondo ideologico qui sembra perciò essere proprio la lotta e l’equilibrio fra rivoluzione e restaurazione, fra passato e futuro, in ogni possibile declinazione, come si incontrano e scontrano. 

Si è in bilico fa momenti di lotta fisica e momenti più meditati e delicati, ma nel personaggio centrale della tosta True c’è matura disillusione, ma anche consapevolezza dell’importanza di combattere per quello in cui si crede. E senso di solidarietà, particolarmente solido nell’amicizia fra lei e Penance, che ancora le vicende.

Dal settimo episodio la serie va in mano alla showrunner britannica Philippa Goslett, di cui al mio scrivere ancora si devono vedere le creazioni (previste per il 2022), e si può solo aspettare per capire che cosa il programma diventerà.

sabato 7 agosto 2021

SERVANT: dall'atmosfera creepy

In Servant (su Apple TV+, già dal novembre 2019), i Turner, Dorothy (Lauren Ambrose, Six Feet Under), giornalista televisiva di successo, e Sean (Toby Kebbell), cuoco-fotografo culinario che si definisce un bon vivant professionale, una coppia di Philadelphia, hanno perso un bambino di tredici settimane, Jericho (Mason e Julius Belford). La madre ha rimosso l’evento e per aiutarla a ritornare gradualmente alla realtà dopo il crollo psicologico le hanno affidato, come oggetto terapeutico transitorio, una bambola che lei tratta come un bambino vero, tanto che finisce per assumere una tata a tempo pieno, Leanne (Nell Tiger Free, Game of Thrones), che si trasferisce a casa loro per prendersi cura di lui. La ragazza, che viene da un paesino rurale del Wisconsin, è molto timida, riservata e religiosa, non batte ciglio e si prende cura dell’oggetto come se fosse un bambino vero. Lo diventa, e questo spaventa e insospettisce Sean, che comincia a indagare su chi sia questa ragazza, e Julian (Rupert Grint, il Ron di Harry Potter), fratello minore di Dorothy.

Con già una seconda stagione a disposizione, ideata da Tony Basgallop che è sceneggiatore di tutte le puntate del primo arco, e con M. Night Shayamalan (Il Sesto Senso), che fa anche un breve cameo nel ruolo di un fattorino della pizza ed è regista di alcune puntate, fra i produttori esecutivi, la serie si muove sul terreno dell’inquietante. Il fulcro è il lutto e la depressione post-partum. Tagli obliqui, inquadrature di primissimo piano e a grandangolo, palette grigia, ritmo da perenne suspense, ansia sottesa, insistenza sui dettagli di cibo che viene eviscerato per le preparazioni del giorno e attenzione al senso del sapore. Anche se lo chiamano horror non mi sento di definirlo tale, perché non c’è nulla che faccia paura, ma è creepy al punto giusto, con un tocco di sovrannaturale.  

Lauren Ambrose mostra una Dorothy volutamente troppo gioiosamente carica e allegra e per questo sempre in qualche modo stonata rispetto all’ambiente e alla situazione. Sean per qualche ragione si trova sempre schegge di legno in qualche parte del corpo e ha perso il senso del gusto e dell’olfatto (e non c’entra il COVID). La glaciale Leanne è in bilico fra l’innocenza, l’ossessione religiosa (prega inginocchiata davanti al letto ogni sera, si fustiga la schiena e realizza crocifissi di stoppie). Percepisci che l’equilibrio mentale è andato perduto e c’è un senso perenne di minaccia, ma la lancetta si sposta costantemente fra la madre Dorothy e la tata Leanne, senza essere mai certi su chi è più instabile e per questo potenzialmente pericoloso. Julian è il mondo esterno che entra nella claustrofobia di quella casa e non sa bene come intervenire. Sean pure rimane di fatto fondamentalmente inerme, più focalizzato sulle proprie creazioni culinarie che autenticamente responsivo.

Le 10 puntate della prima stagione vanno da qualche parte nel senso che si arriva, almeno in parte, a spiegare perché Jericho è morto; intriga ma non trascina. Pur essendoci qualche colpo di scena, c’è un certo senso di staticità, di reiterazione di schemi fissi, che non ammette nemmeno troppa vera umanità nei personaggi, ingabbiati in un dolore che soffoca, si direbbe, anche la narrazione: si suonano le stesse note ancora e ancora, senza che appaia di fatto ripetitivo, ma piuttosto psicologicamente anestetizzante, paralizzato.  Uno show non imperdibile, ma da godersi più che altro per l’atmosfera che crea.

giovedì 29 luglio 2021

LITTLE FIRES EVERYWHERE: razzismo e arte

Little Fires Everywhere (Amazon Prime) incorpora la propria poetica nella diegesi con una riflessione dall’evidente valore metatestuale all’inizio della sesta puntata. In una lezione universitaria di arte, e in particolare di fotografia, ci si interroga: “Che cos’è la bellezza? Come la si riconosce? La troviamo nello straordinario? Nella quotidianità? O in das Umheimlich? Il perturbante”. Si continua spiegando che Freud definiva quest’ultimo come quella sorta di spaventoso che risale a ciò che ci è noto da tempo, a ciò che ci è familiare, e che in quel semestre l’intenzione è di guardare a ciò che è usuale e casalingo e a come diventi perturbante, repellente o anche terrificante, fuori ma anche dentro se stessi. La serie fa questo, guarda a quelle parti di noi che abbiamo paura di guardare, ed in particolare, ma non solo, lo fa guardando e mettendo sotto i riflettori il tema del razzismo, quello strisciante e mascherato, sistemico e pervasivo.

Si esordisce con l’incendio che dà il titolo alla miniserie: tanti piccoli fuochi sono stati all’origine di quel disastro. Si va indietro per capire come si è arrivati a quel punto. Siamo a Shaker Heights, un quartiere realmente esistente a Cleveland, in Ohio. Mia Warren (Kerry Washingon, Scandal) è una fotografa che gira il Paese in compagnia della figlia Pearl (Lexie Underwood), non fermandosi mai troppo a lungo in un luogo, e lavorando come cameriera part-time per sbarcare il lunario. Va a vivere in affitto nella dependance di una ricca famiglia, formata da Elena Richardson (Reese Witherspoon, Little Fires Everywhere), reporter part-time, sposata con Bill (Joshua Jackson, The Affair), un avvocato dal quale ha avuto quattro figli: Lexie (Jade Pettyjohn), studentessa modello; Izzy (Megan Stott), pecora nera della famiglia; Trip (Jordan Elsass, Superman & Lois), molto popolare; e Moody (Gavin Lewis), più timido e riservato. Fra Mia ed Elena non corre buon sangue, ma la figlia di Mia trova appoggio e conforto in Elena, e viceversa le figlie di Elena in Mia. Quando Mia decide di aiutare Bebe (Huang Lu), una collega immigrata irregolare, a riprendersi la figlia Mei-Ling data in adozione ad un’amica di Elena, Linda (Rosemarie DeWitt), e nell’interazione fra le due famiglie, emergono segreti tenuti a lungo custoditi.

Liz Tigelaar, che trasporta su schermo l’omonimo libro di Celeste Ng, che ho letto e che ritengo reso con acume, è molto misurata, a carburazione lenta, ma ricca di eventi. Meno viscerale di quanto non sia l’arte fotografica usata nelle diegesi di cui è autrice una delle due protagoniste principali, nondimeno riesce ad essere chirurgica nello sviscerare gli stati d’animo e le motivazioni delle due donne che si contendono la scena. E le due attrici, in forma smagliante, riescono a rendere credibili le rispettive vulnerabilità e il rapporto di schiumoso astio a stento trattenuto fra le due.  

Allo stesso tempo, se proprio una critica negativa devo muovere, non va molto per il sottile, vuole proprio essere sicura che attribuiamo a razzismo interiorizzato e inconsapevole atteggiamenti che, a mio vedere, in qualche caso erano altro. O attribuisce a ipocrisia comportamenti che forse sono biasimevoli nella loro cecità, ma sono comunque messi in atto in buona fede. Forse sono io che, ingenuamente, non lo vedo per il razzismo che effettivamente è, anche se è razzismo ben coperto da una patina di gentilezza. In ogni caso, anche lì dove io vi davo un’altra spiegazione, se non altro ha mostrato come sia facile anche interpretarli come tali lì dove colora davvero tutto. E ha saputo ben mostrare come il privilegio facilmente dà delle opportunità che ad altri semplicemente non sono a disposizione e come essere bianchi rientra fra questi provilegi. Una donna povera di origine cinese finisce per perdere la propria bambina che viene data in adozione – non può permettersi di darle da mangiare. La proprietaria di un negozio non le presta nemmeno una cifra irrisoria per sfamarla. Quello stesso ammontare è abbuonato senza problemi a Izzy una ragazzina bianca che non ha i soldi per pagare il biglietto dell’autobus. Lei avrà anche problemi suoi in quanto lesbica e gender nonconforming, ma nella scala sociale rimane comunque in una situazione di vantaggio.

Cambiare come guardiamo le cose cambia le cose, propone una narrazione diversa, trasformativa: questo in una cornice che esplora temi come l’identità, i segreti, la maternità, i rapporti madre-figlia, l’arte.