Opulenta,
suntuosa, una festa per gli occhi: è questo uno di piaceri di The Gilded Age (HBO, HBO Max) che ha confezionato una solida, appassionante terza stagione, in una certa
misura anche favola per adulti, alla maniera in cui l’ideatore Julian Fellowes
ci ha abituati con Downton Abbey, e con cliffhanger a fine puntate alla
soap-opera maniera, ma anche con profondità storico-antropologica nel trattare
alcune tematiche. I riferimenti culturali non mancano, il cast è sempre di
prim’ordine e i costumi sono curatissimi, ispirati ad autentici abiti – come
numerosi post mettono in luce (se veda qui, qui e qui, ad esempio). Per me è
stata sicuramente la stagione più riuscita finora di quella che, non
dimentichiamolo, è una serie ispirata a Edith Wharton.
Quest’anno
in particolare sotto i riflettori è finito l’istituto del matrimonio, che è
stato il tema dominante. Il solido rapporto fra George (Morgan Spector) e
Bertha Russell (Carrie Coon) si è incrinato per l’eccesso di zelo, diciamo
così, da parte di lei nello spingere la figlia a sposare un uomo che non
desiderava, sebbene il padre le avesse promesso che avrebbe potuto sposarsi per
amore. Lui non la accusa di essere ambiziosa perché è un tratto che li accomuna
e che lui apprezza, ma di farlo con gli affetti, mentre lui si limita ad
esserlo solo in campo di affari. Cosa porta alla felicità in un rapporto di
coppia? “La felicità è il sottoprodotto di una vita ben ordinata, come
obiettivo è invariabilmente destinata a fallire” (3.01) dice Bertha alla figlia
Gladys (Taissa Farmiga) che insiste sposi il duca di Buckingham (Ben Lamb). Lo
fa per il prestigio e la posizione che ne ricava, ma le sue motivazioni sono più
profonde di così. In una società che concepisce le donne solo in ottica
matrimoniale, vede questo legame come lo strumento per la figlia per avere una
voce, per avere un impatto nella società nel modo in cui desidera, per
realizzarsi insomma, invece di cedere al romantico sentimento adolescenziale
verso qualcuno che giudica per lei meno compatibile, invece di pensare a lungo
termine. E in questo senso c’è meno cinismo di quando non lo si possa pensare
nella società attuale. E forse la vera sorpresa è quando bene vada poi quel
matrimonio, nonostante la ragazza fosse così recalcitrate da non sapere fino
all’ultimo se sarebbe scesa dalla camera in cui si era barricata prima di
sposarsi. Vederla felice e con una vera intesa con il marito è originale.
Marian (Louisa
Jacobson), e la sua storia d’amore con Larry (Harry Richardson), sono un altro
punto cruciale. Già in un paio di occasioni lei è arrivata vicina alle nozze,
salvo poi non farne nulla. Questa volta vuole prendere le cose con calma. Anche
perché poi è per sempre, nodo essenziale di tutte queste storie e vero commento
sociale. Nella New York dell’epoca, sola ragione per ammettere il divorzio è
provare l’infedeltà. Anche in quel caso, l’onta per una donna significa
diventare un paria sociale, esclusa da ogni evento e attività. Nel mostrare
l’ethos dell’epoca si illustra quanto difficile e importante sia stato poter
ottenere un divorzio e come la disperazione di non venire più invitate alle
feste non fosse solo la frivolezza di essere escluse da un divertimento, ma
quello di venire nullificate socialmente, di diventare inesistenti per le
persone che si sono sempre frequentate. Quindi non solo mores e decoro, ma quotidianità e identità. E non necessariamente questa
conseguenza negativa è una tua “colpa”. Charlotte, la figlia di Mrs. Astor può esserne
la causa, ma Aurora Fane (Kelli O’Hara) non vorrebbe affatto mettere fine al
proprio matrimonio con Charles che pretende il divorzio perché la tradisce e
costringe lei a chiederlo, dal momento che appunto solo il tradimento può
giustificarlo.
Questi
cambiamenti mettono in scena anche come si verifichi l’emergere di nuove voci
nella cultura dominante, e di come cambino gli equilibri di potere: Bertha apre
alle donne divorziate, contro il parere della signora Astor che avrebbe escluso
anche la propria stessa figlia. Questi stravolgimenti li vendiamo anche
altrove: la stagione si apre proprio con Ada (Cynthia Nixon) che all’interno
delle mura domestiche inverte il proprio ruolo di dominanza con la sorella
Agnes (Christine Baranksi), dopo che la morte del marito della prima l’ha
lasciata ricca e gli affari andati male del nipote della seconda l’hanno
lasciata senza un soldo. Come viene gestito fra loro e con la servitù, che non
sa a chi deve dare retta, è foraggio per la narrazione. La possibile nuova
mobilità sociale pure ne è un esempio. L'ambizione e il talento di Jack che ha inventato un nuovo
orologio gli permette di guadagnare moltissimo denaro e fare una inaspettata
scalata sociale che lascia di stucco la vecchia guardia e titubante lui stesso.
Sono esempi concreti di come sia stato difficile e inevitabile scrollarsi di
dosso certe rigidità sociali, nel nuovo mondo, non importa con quanta
riluttanza le classi dominanti abbiano dovuto imparare a vedere che i propri
privilegi potevano essere alla portata di tutti, a prescindere dal decantato
lignaggio.
La
posizione delle donne vuole essere diversa, e il dibattito e il supporto per il
suffragio diventano importanti anche attraverso Peggy (Denée Benton), che
riceve un incarico di scrittura a Filadelfia per intervistare Frances Watkins
Harper, una suffragetta realmente esistita, che fa discorsi sull’argomento,
dibattendo vari aspetti della questione. Già in passato la serie ha intrecciato
personaggi di fantasia a uomini e donne realmente esistiti, come è stato in
questa stagione anche con la presenza già in “Who is in charge here?” (“Chi
comanda qui?”, 3.01) del pittore John Singer Sargent, chiamato a realizzare un
ritratto di Gladys – si fa pure riferimento al suo celeberrimo Ritratto di Madame X,
con la famosa storia della spallina, anche se francamente condivido la
perplessità di chi ha notato che poi il dipinto che raffigura Gladys è stato
realizzato su modello dell’olio del 1988 di Giovanni
Boldini “Signorina Concha de Ossa”. Tornando a Peggy, è una donna ambiziosa
e determinata e proprio questo suo essere tale da un lato affascina il giovane
medico Dr. Kirkland (Jordan Donica), introdotto in questo arco, ma respinge la
madre di lui (Phylicia Rashad, I Robinson). Vediamo qui bene, attraverso
questa dinamica, come in qualche caso, le donne fossero poco d’aiuto per il
proprio genere, anche rispetto a uomini illuminati. E in materia di snobismo, si
è mostrato come anche l’elite nera, pur discriminata dai bianchi, non si
risparmiasse di snobbare gli altri, in questo caso con di nuovo la madre di lui
nei confronti dei genitori di lei (Audra McDonald e John Douglas Thompson),
quando viene a scoprire che lui non molto tempo prima era stato uno schiavo.
Il lutto pure ha avuto un peso nella narrazione. Ada troppo precocemente vedova si rivolge alla sensitiva Madame Dashkova (Andrea Martin) sperando di contattare il defunto attraverso quelle sedute spiritiche che così di moda erano all’epoca. Capisce presto che ci si vuole approfittare del suo dolore. Meno fortunato è Oscar (Blake Ritson) che, in quanto gay, non può godere del privilegio di vedere il suo lutto per l’amore della sua vita riconosciuto pubblicamente. Il suo sodalizio con Mrs. Enid Winterton Turner (Kelley Curran) a fine stagione lascia intendere che ci saranno non pochi intrighi nella confermata prossima.
Condivido la posizione di Judy Berman su TIME che titola “The Gilded Age è semplicemente troppo britannica per amare il sogno americano” argomentando che “(c)iò che Fellowes non può tollerare sono i privilegiati che mancano della magnanimità che si addice al loro rango e, soprattutto, i domestici che non sono sufficientemente grati ai loro benevoli datori di lavoro. Se i Russell sono presentati come antieroi moralmente ambigui, allora uno degli unici veri cattivi della stagione è un membro del loro staff che fa trapelare informazioni sulla famiglia alla stampa. "I soldi sono soldi", dice questa presunta mostra quando viene catturata. Non ci si chiede mai se Bertha compensi adeguatamente i propri dipendenti, né si riesce a conoscere il colpevole abbastanza bene da capire il contesto del crimine. Dopo tre stagioni, The Gilded Age ha esplorato a malapena il suo enorme cast di personaggi della servitù. Come Downton, ha più simpatia - e curiosità - per gli aristocratici che cercano disperatamente di mantenere una fortuna che non hanno guadagnato che per i lavoratori la cui ricerca della felicità è sancita dai documenti fondanti dell'America”. Fascino per lo sfarzo e il buon cuore, non denuncia di iniquità sociali e pretese di giustizia, perciò, per quanto non è del tutto corretto nel caso dei Russell dire che non se la sono guadagnata, almeno in una certa misura. Frivolezze e serietà, forse un po’ come nella vita, si miscelano con brio in questa serie. Gustosa, se si ama il genere e si hanno le adeguate aspettative.










