È degno
erede della serie madre, The Testaments (che ha appena concluso la prima stagione su Disney+), spin-off di The Handmaid’s
Tale (di cui trovate un mio saggio qui).
Ho letto l’omonimo libro di Margaret Atwood da cui è tratta non appena è
uscito, nel 2019. Ho un bel ricordo di quel volume per averlo comprato nella
libreria universitaria di Stanford, negli Stati Uniti, mentre ero lì per un
convegno (lo avevo menzionato anche quando ero stata ospite del
podcast Bookatini per parlare del Racconto dell’Ancella). A distanza di
anni, salvo qualche eccezione (la backstory di zia Lydia, il dentista,
le protagoniste e comunque il senso finale del libro) non ricordo molto del
contenuto, ahimè, e parte di quello che rammento lo hanno cambiato nella serie
TV. Poco male: così me lo sono goduto senza lo spetto del romanzo a farmi fare
continui paragoni.
Già
rinnovata per una seconda stagione, questa incarnazione di Gilead è più
delicata e apparentemente frivola, concentrata su un pubblico YA, ma è
ugualmente devastante e sotto una superficie “pastellosa” - costumi e
cinematografia rimangono di prim’ordine - emerge prepotente la disperazione e
l’impotenza di giovani donne cresciute nell’ignoranza (emblematiche in tal
senso le lezioni sulla riproduzione), nell’indottrinamento e in una ferrea
disciplina religiosa che le vuole succubi. Lo showrunner è sempre Bruce Miller
e, come sappiamo, bene, il mondo immaginato da Margaret Atwood non è inteso
come distopia, ma come fiction speculativa, dove la differenza sta nel fatto
che se la prima è invenzione, la seconda ripropone invece in forma narrativa,
mutatis mutandis, situazioni che si sono effettivamente verificate da qualche
parte del mondo nel corso della storia. E quello che qui mi ha colpito è
proprio il fatto che riesci anche a cogliere il potenziale fascino di una
società che cerca ordine e innocenza, ma poi ti accorgi che al di là
dell’apparenza si nasconde il marciume più nero che non consente di essere
dichiarato e denunciato. Sicuramente aiuta conoscere gli antefatti, ma non è
necessario: sta in piedi con le sue gambe.
L’adolescente
Agnes (Chase Infiniti), la primogenita di June/Offred che le era stata rapita
da bimba, vive ora con i genitori adottivi, il comandante MacKenzie (Nate
Corddy, For All Mankind) e la sua seconda moglie dopo la vedovanza,
Paula (Amy Seimetz). Quest’ultima non ha troppa simpatia per lei, ma viene
invece trattata maternamente dalla devota “Marta” di casa MacKenzie, Rosa (Kira
Guloien). Frequenta una scuola d’élite per le figlie delle autorità dello
stato, che vengono addestrate a essere buone mogli, e sono le “ragazze prugna”
dal colore del loro abbigliamento, fino al menarca, quando diventano “verdi” e
si apre per loro il mercato matrimoniale. Ad annunciare il primo ciclo, segno
dell’approvazione di Dio, c’è uno specifico rituale, fatto di suono di campane
anche – ecco che un passaggio importante nella vita di una donna, giustamente
celebrato, diventa qui uno strumento di coercizione a uso maschile.
La scuola,
dove vengono educate in materie come musica, cucito, ricamo e portamento, è
diretta da zia Lydia (la sempre formidabile Ann Dowd) – in 1.06 abbiamo il suo
passato al momento del colpo di Stato -
e conosciamo le zie che educano le giovani: la rigida zia Vidala (Mabel
Li), la altrettanto severa zia Gabbana (Zarrin Darnell-Martin) e la più gentile
Zia Estee (Eva Foote). Zia Lydia chiede ad Agnes di prendersi cura di una nuova
venuta dal Canada, Daisy (Lucy Halliday). Interamente vestita di bianco,
ufficialmente è una “ragazza perla”, ovvero una del mondo esterno reclutata da
missionarie che ha volontariamente deciso di convertirsi. In realtà è
un’infiltrata di Mayday, il gruppo che cerca di sovvertire il regime, che si è
unita alla causa dopo l’assassinio dei propri genitori adottivi. Il suo
contatto con l’esterno è Garth Chapin (Brad Alexander), guardiano di Agnes, che
in realtà è lui stesso un infiltrato della resistenza.
Le altre
ragazze che la frequentano sono la nuova generazione di future mogli, il cui
marito viene scelto per loro a tavolino dalle zie, e sono le co-protagoniste: l’entusiasta
Huldah (Isolde Ardies, Wayward: Ribelli); l’altolocata Shunammite (Rowan
Blanchard), che è sempre informata sul dietro le quinte; Becka Grove (Mattea
Conforti), figlia del dentista che visita le ragazze prima delle nozze,
migliore amica di Agnes, che non è esplicitato ma sembra essere innamorata di
lei e arriva a grandi estremi (1.09) per proteggerla; Jehosheba (Shechinah
Mpumlwana) e Miriam (Birva Pandya).
È una società brutale e sessuofoba: già
all’esordio a un uomo viene tagliata una mano perché è stato trovato a
masturbarsi e quando le ragazze vanno in gita sul percorso si vedono cadaveri
impiccati e sono circondate da uomini con il mitra spianato. È una società crudele e misogina, dove versare del
tè a un ricevimento appositamente dedicato (1.04) può condannarti a una vita
misera e dove si è un pericolo mortale per uomini altrimenti buoni e reprimere
gli impulsi terribili che elicitano è un fardello che sono le donne a dover
portare.
Ci si interroga su come la gente comune possa essere quiescente rispetto a pratiche oppressive e su come sia difficile evadere da strutture sociali costrittive, reggimentate, indottrinanti e deumanizzanti lì dove non hai conosciuto altro e dove ti hanno fatto il lavaggio del cervello. Scrive bene Laura Bradley su The Atlantic quando dice che la serie esamina uno strumento più sottile di disciplina della persecuzione: l’aspirazione. Per queste ragazze, addestrate ad una iper-domesticità performativa l’ideale è sposare un uomo in grado di garantire stabilità e sicurezza, offrendo un’osservazione acuta: “è più facile controllare le persone per le quali la sottomissione appare desiderabile”. Agnes ha una casa di bambola: è segno di innocenza che si sta per lasciare alle spalle ma è anche, alla Ibsen, un luogo in cui si è intrappolati, un segno di una storia di formazione in cui una coscienza femminista è destinata a risvegliarsi.
Amicizia, amore, diventare adulte, disperazione, sopravvivenza, rabbia…Intenso e ricco di colpi di scena, ma più leggero di The Handmaid’s Tale, con un po’ di humor, è un racconto ammonitore sulle derive di discorsi che sentiamo fare nella realtà e può godere di una recitazione di prim’ordine da parte di tutto il cast con giovani talenti di cui essere entusiasti. Nella season finale, a sorpresa, c’è anche un brevissimo cameo dell’autrice dalla cui fantasia tutto è nato. Una delle migliori serie dell’anno.










