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mercoledì 30 settembre 2026

SMALL PROPHETS: stravagante, agrodolce, piena di magia, umorismo e umanità

Stravagante, agrodolce, pieno di magia, umorismo e umanità, Small Prophets (BBC2, su Apple TV dal 7 ottobre) è stata una meravigliosa piccola scoperta.

Siamo a Manchester. Michael Sleep (Pearce Quigley) è un uomo, che vive solo in un cul-de-sac letterale e figurato, che non si rassegna alla scomparsa della sua compagna Clea avvenuta 7 anni prima, alla vigilia di Natale. Una stanza della casa in cui abita è rimasta intoccata da quel giorno, ancora addobbata per le feste, come se aspettasse il suo ritorno da un momento all’altro. Conserva ancora in scatoloni mai aperti tutte gli oggetti di lavoro che le appartenevano, nonostante il fratello di lei, Roy (Paul Kaye), lo inviti ripetutamente a mettersi l’evento alle spalle, credendola morta. È un ritratto toccante di un uomo che molto ha amato e non riesce a chiudere definitivamente con il passato, visto che la sparizione non ha un perché.

La sua vita si divide fra un lavoro in un negozio di attrezzi per il fai-da-te, per cui ha scarsissimo interesse e da cui si assenta spesso, e l’attenzione nei confronti di un padre anziano, Ben (Michael Palin) che si trova in casa di riposo. È quest’ultimo che gli rivela quello che diventa il suo progetto principale: crescere in enormi vasi di vetro degli homunculi, piccole creature umanoidi che sono in grado di profetizzare accuratamente il futuro. Qualunque domanda tu ponga loro, sono costretti a risponderti in modo veritiero. Inizialmente non ci crede, ma quando trova un diario alchemico del padre con l’immagine di un homunculus cresciuto, decide di  lanciarsi nell’impresa, nella quale viene coinvolta anche una collega e amica, Kacey (Lauren Patel). Il suo obiettivo è semplice: chiedere se Clea tornerà mai e se la risposta è no, domandare se lo abbia mai amato, e se invece è sì, se lo ami ancora. La sua attività in tal senso attira  le attenzioni dei vicini di casa che lo spiano, Clive (Jon Pointing) e Bev (Sophie Willan), trovandolo molto bizzarro già in partenza.

Scritta e diretta da Mackenzie Crook (Detectorists) che, a quanto pare, ha avuto l’idea da una nota a piè di pagina in un libro dell’alchimista Paracelso, questa serie di 6 puntate da mezz’ora si chiude con un “to be continued”, quindi ci aspettiamo almeno una seconda stagione che risolva le vicende, ma una cosa si può dire, senza che sia uno spoiler eccessivo: Michael arriverà ad avere un qualche tipo di risposta.

Momenti di divertimento con genuine risate si hanno per la gran parte nel contesto lavorativo, per l’esasperata reazione del capo al lavoro di Adam, Gordon (Mackenzie Crook), che deve avere a che fare con le sue continue assenze e ritardi e con il suo prendere in giro i clienti, come quando dice che non vendono secchi in negozio quando alle spalle ne si vede una parete piena (1.02), anche se poi per una cliente assidua si mette a costruire lui quello che cerca e che non hanno; ma ci sono anche altri momenti, come quando viene derubato e il ladro lo scambia per Babbo Natale.

Momenti di magia si hanno con le tappe per la creazione degli homunculi. Il recupero degli ingredienti della ricetta alchemica, come monete d’argento antiche, cristalli di ametista, un anello d’oro, lavanda, incenso, …il letame in cui sotterrare i barattoloni di vetro in cui crescerli… e la loro progressiva crescita in un cavaliere, un contadino, un monaco, un serafino, una regina e un re. C’è meraviglia nel vedere animate quelle potenti creaturine, che fanno anche un po’ ribrezzo a dirla tutta, ma tanto di cappello a chi le ha realizzate visivamente. E che dire quando cade un meteorite?

Momenti di tensione si hanno con i vicini di casa ficcanaso che lo spiano con un binocolo e che cominciano a insospettirsi di quello che lui sta facendo, o con il “cognato” che comincia a volerlo sfrattare una volta che scopre che fra i beni lasciatisi alle spalle dalla sorella c’è un volume di ornitologia che potrebbe farlo diventare ricco: si teme possano mandare tutto a monte.

Momenti di umanità si hanno nella crescente amicizia fra Michael e Kacey, nel teenager vicino di casa che li osserva dalla sua bicicletta senza dire nulla, dai personaggi tutti e proprio dall’obiettivo di un protagonista eccentrico, dolce, triste, che ci parla di mancanza e speranza, devozione e memoria, e della necessità di credere nei propri sogni, non importa quanto bizzarri.

È una narrazione luminosa, delicata e meravigliosa che ha vinto come miglior serie nella sezione Competizione Internazionale nella edizione del 2026 di Festival Séries Mania, un festival internazionale dedicato alle serie televisive, che si tiene ogni anno a Lille, in Francia, che sulla scheda del programma ha scritto “(c)on “Small Prophets”, Mackenzie Crook (“Detectorists”) dimostra di essere il maestro indiscusso del sublime nell’ordinario” che “unisce l’assurdità quotidiana a un realismo magico di infinita tenerezza” e “ci ricorda come la meraviglia possa semplicemente nascondersi in fondo alla rimessa del giardino”.

La sigla finale, "The Wise Man's Song" è composta e cantata dalla musicista Cinder Well appositamente per la serie.


lunedì 15 dicembre 2025

ADULTS: un "Friends" per la Gen Z (?)

Ideata da Ben Kronengold e Rebecca Shaw, Adults (Disney TV+) è stata definita una Friends della Gen Z, sebbene non sia una sit-com multicamera. Il paragone regge nella misura in cui parla di giovani adulti che sono amici fra loro e condividono un appartamento a New York, in questo caso l’abitazione in cui è cresciuto uno di loro nel Queens, e che con la co-abitazione affrontano insieme anche le piccole e grandi sfide della vita, lavorative, sentimentali, sociali. È stato anche accostato a Happy Endings e Girls. Originariamente di intitolava Snowflakes e, come per Friends, è stato scelto un cast di talenti poco conosciuti per interpretare i personaggi.

Protagonisti sono Samir (Malik Elassal), che è il proprietario della casa che usa mentre i genitori sono via ed è un ragazzo molto dolce e benintenzionato ma pieno di ansia e in difficoltà nel trovare lavoro; Billie (Lucy Freyer), amica d’infanzia di Samir, che si vede licenziata per aver seguito il cattivo consiglio di minacciare il proprio capo nel tentativo di fare carriera più velocemente e fa fatica a trovare il proprio posto nel mondo, legata ai tempi del liceo dove invece brillava, tanto che si reca un po’ troppo spesso nella sua vecchia scuola e finisce per avere una relazione con un suo vecchio insegnante; Anton (Owen Thiele), amico di lunga data di Samir, che è un ragazzo che ha molta facilità nel fare amicizia con tutti, perfino troppo (in 1.03 questo lo porta a invitare involontariamente in casa un accoltellatore ricercato), ma che allo stesso tempo non riesce a lasciarsi andare e prendere un impegno con qualcuno che nella sua vita diventi un partner sessual-sentimentale significativo; Issa (Amita Rao, Deli Boys), la più disinibita e drammatica del gruppo, che passa da un lavoro e un partner all’altro, in questo momento insegna danza ai bambini e frequenta Paul Baker (Jack Innanen), che viene sempre chiamato sia con nome che con cognome, un ragazzo bisessuale di origine canadese che va a vivere con il gruppo proprio per la propria relazione con Issa.

L'impatto iniziale con la serie non mi ha entusiasmata, forse perché l’ho trovata un po’ troppo sfrontata e caricata, irriverente e cringe, una caratteristica che rimane nel tempo – e gli aspetti più spigolosi sono quelli a mio avviso meno riusciti. Proprio nel pilot, Issa per rispondere irritata dal fatto che in metropolitana un uomo stesse masturbandosi davanti a tutti, di risposa fa lo stesso, senza rendersi conto di come questo peggiori le cose. L’umanità e la genuina amicizia fra i personaggi e la loro apertura mi ha poi però convinta, e ci sono momenti autenticamente esilaranti. Una volta conosciuti i personaggi, per quanto non definiti ancora in modo forte, sono diventati più reali. Sono insicuri, non ancora veri adulti a dispetto del titolo, ma un po’ allo sbando mentre cercano di diventarlo. E non lo si diventa solo per età, come sembra suggerire la serie: quando Billie comincia a frequentare il suo vecchio prof del liceo, Andrew, o Mr Teacher (Charlie Cox) come tutti lo chiamano, si rendono conto che è più incasinato di loro.

Non sono persone particolarmente brillanti, sono ragazzi qualunque alle prese con la carriera, le relazioni sentimentali, i problemi di salute… e non hanno minimamente chi li guida, qualcuno che ci sia già passato che possa dar loro dei consigli o con cui confrontarsi, anche magari scontrandosi. Devono cavarsela da soli, improvvisando, e in una società apparentemente senza freni, priva di vere regole codificate. Forse anche per quello fanno cappelle madornali con nonchalance, e fra loro non ci sono barriere, la parola privacy non sembra far parte del loro vocabolario, nemmeno se si tratta di usare il bagno. Ognuno è fortemente concentrato su di sé e l’ansia di essere “senza direzione” sembra essere una nota distintiva del descrivere la generazione Z. Allo stesso tempo traggono però forza da quella intimità, fisica ed emotiva, dal sostegno reciproco e dalla co-dipendenza, e possono condividere letteralmente tutto, anche le cose più vergognose o imbarazzanti con i propri amici, sapendo di trovare accoglienza, e con la garanzia di quello che chiamano “mind wipe”, ovvero con la richiesta che quello che andranno a dire venga poi cancellato dalla memoria immediatamente. Nelle situazioni varie si impegnano genuinamente e talvolta finiscono per peggiorare le situazione, ma proseguono ugualmente.

Scrive bene Angie Han nell’Hollywood Reporter, quando dice “le conversazioni di gruppo sono un vortice di chiacchiere, che saltano tra insulti scherzosi, consigli sbagliati e riflessioni oziose sui misteri irrisolvibili della vita ("Cos'è un JoJo Siwa?") mentre sgranocchiano cereali a colazione. Sono questi i tocchi che conferiscono ad Adults la sua piacevole atmosfera di vita vissuta; basta uno sguardo a questo gruppo di persone ammassate l'una sull'altra sul divano per capire che lo fanno da anni”. E coglie bene anche Alan Sepinwall su Rolling Stone quando la descrive come un'impressionante miscela di farsa, satira sociale e commedia di carattere, piena in egual misura di stupidità e di vibe amichevoli.

La parte più vulnerabile e relazionabile alla fine è quella che prende di più, non quando Billie cerca una relazione a tre (1.08), ma quando Issa e Paul Baker decidono di sposarsi perché lui non venga deportato, salvo poi avere entrambi molti dubbi perché il matrimonio forse deve essere altro. Anche quando le situazioni sono molto esagerate, c’è molto umorismo, e la serie funziona. Una seconda stagione è stata confermata. 

giovedì 18 settembre 2025

DYING FOR SEX: intensa, poetica, potente

La primissima cosa da osservare su Dying for sex è indubbiamente qualcosa di risaputo ma non meno meritevole di essere ribadito espressamente, ovvero quanto sia straordinaria Michelle Williams: vulnerabile, cruda, onesta, distrutta, vogliosa, sconfitta, vincente, abbattuta, piena di vita, impertinente, insicura, carica, entusiasta, eccitata, morente…interpreta Molly Kochan, una donna realmente vissuta che ha raccontato la sua storia con un omonimo podcast, da cui la serie scritta da Liz Meriwether e Kim Rosenstock è liberamente tratta. A Molly viene diagnosticato un cancro metastatico alla mammella al quarto stadio. Rendendosi conto di non avere molto da vivere (il podcast è stato pubblicato dopo la dipartita della reale Molly), decide di lasciare il marito Steve (Jay Duplass), che pure si prende cura di lei in modo molto attento e premuroso. Cerca di proteggerla, ma è una cosa che lei alla fine non vuole, e non si percepisce che, ovviamente con i distingui di grado del caso, è in fondo una cosa che capita anche a lui.

Molly si rende conto di non aver mai avuto un orgasmo con lui ed è anche inibita nel godersi il sesso dall’abuso del fidanzato della madre che le ha imposto del sesso orale all'età di sette anni. Nel poco tempo che le rimane vuole sperimentare il piacere sessuale, scoprire cos’è anche. Immunocompromessa, non dovrebbe avere rapporti intimi con estranei, ma agogna essere toccata da qualcuno che desideri toccarla, per lei diventa una vera priorità. A starle vicino è l’amica Nikki Boyer (nella realtà co-ideatrice del podcast e nella finzione interpretata con vigore e vera emozione da Jenny Slate, una forza della natura), che perde anche il lavoro che trascura per starle vicino al meglio, pur non essendo l’organizzazione il suo forte e che trascura il suo partner Noah (Kelvin Yu) dal quale finisce per separarsi. È molto cruda nella sua partecipazione emozionale, una ferita aperta, ma che sa mettere da parte per stare vicina all’amica. A seguire Molly, in modo diversi, ci sono il suo oncologo il Dr. Pankowitz (David Rasche), la specialista di cure palliative Sonya (Esco Jouléy) e la madre Gail (Sissy Spacek). Cominciano così la sua esplorazione alla ricerca del piacere sessuale, con persone diverse, a partire dal suo vicino di casa (Rob Delaney) con il quale i sentimenti diventano via via più intensi e coinvolgenti.

Si può ben dire che ci sono eros e thanatos in una serie che, visto il contenuto, sorprende vedere su DisneyTV+, dove eros ha un valore apotropaico, e thanatos è qui la diagnosi di una malattia terminale. Molly sviluppa un gusto da dominatrice, e per il kink in senso più ampio, ma soprattutto impara ad ascoltare se stessa e i propri desideri senza preconcetti o paure. La incoraggiano a capire che il sesso è un’onda, un stato della mente, ad ascoltare anche cose che non comprende intellettualmente e di darci e darsi una possibilità, ad essere presente (1.04). “Il dolore è politico, il piacere è politico” (1.03) Quindi dolore e piacere sono centrali, in declinazioni ludiche e no, e c’è Sehnsucht nei confronti di una vita che sta sfuggendo e un futuro che non si potrà avere. Si rifiuta anche la positività tossica, rinunciando ai sensi di colpa perché non si è positivi, nella consapevolezza che al cancro non importa nulla se sei positivo o meno.

C’è rabbia, desolazione, e c’è amicizia: consumante, totale, presente, una mano tesa nelle sabbie mobili che risucchiano. Da parte di Nikki, ma poi in realtà da parte di tutti quelli che la circondano. Grande umanità, senso di perdita e lutto, superati solo dall’amore e dalla condivisione. È straziante e doloroso, ma non deprimente per lo spettatore, piuttosto agrodolce. Una operatrice dell’hospice in cui viene ricoverata per gli ultimi momenti, Amy (Paula Pell, Girls5Eva), fin troppo entusiasta, la descrive come un’ultima fase piena di momenti di lucidità alternati a momenti di estati allucinatoria. Un momento importante tanto quanto la nascita. Non la vediamo esalare l’ultimo respiro, e bene così. Non era quello il punto. La destinazione finale tutti sappiamo qual è. Intensa, poetica, potente. Sicuramente una delle serie top di quest’anno.

mercoledì 26 agosto 2020

AVENUE 5: delude, ma migliora


In Avenue 5, avventura comica di Armando Iannucci (Veep), siamo in un futuro in cui gli esseri umani vanno in crociera nello spazio.

A causa di una momentanea perdita di gravità artificiale e della morte dell’ingegnere capo, la nave interplanetaria del titolo, di proprietà dell’egocentrico, odioso  multimilionario Judd (Josh Gad), che pure è a bordo, si ritrova molti gradi fuori rotta, e al capitano Ryan (Hugh Laurie, House), che presto si rivela essere qualcuno di diverso da quello che tutti pensano che sia, tocca l’amaro compito di annunciare che il previsto viaggio di 8 settimane intorno a Saturno, si prolungherà: ci vorranno addirittura circa tre anni per tornare sul pianeta Terra. Equipaggio e passeggeri devono tenere la calma e imparare a convivere, ma sono arrabbiati.

Se le sparate del mercuriale, viziato Judd vengono gestite alla meno peggio dalla sua assistente personale Iris (Suzy Nakamura), al rapporto con la clientela è preposto Matt (Zach Woods, Silicon Valley), i cui tentativi di calmare tutti spesso hanno l’effetto opposto a quello desiderato, e la matura Karen (Rebecca Front) si fa portavoce delle esigenze dei passeggeri, fra cui il suo stesso marito Frank (Andy Buckley) e la coppia in crisi Mia (Jessica St. Clair) e Doug (Kyle Bornheimer, Worst Week). Chi cerca di venire a capo della situazione con delle soluzioni sono, sulla Terra, Rav Mulcair (Nikki Amuka-Bird), a capo della missione e sempre più stressata, anche per il costante scarto di tempo in cui avvengono le comunicazioni fra lo spazio e la base, e sulla nave la giovane ingegnera Billie (Lenora Crichlow, A to Z), anche se il suo contributo vorrebbe poterlo dare anche l’ex-astronauta Spike (Ethan Phillips). Ad alleggerire la tensione ci prova il giovane cabarettista Jordan (Himesh Patel).

Questa comedy inizialmente delude, ma prende vigore a mano a mano che procede. E anche se è facilmente interpretabile in modo metaforico-politico – da Judd a Trump il passo non è lungo – non è sempre del tutto chiaro quale sia l’obiettivo della satira. Diversi dei personaggi (Judd, il capitano Ryan e Matt, in particolare) incarnano l’ossimoro fra quello che sono e quello che professionalmente dovrebbero essere chiamati ad essere: sono una farsa, l’assurdo di una società per cui è sempre più difficile distinguere realtà e apparenza – a questo proposito la season finale (1.08), in cui ciascuno reagisce in modo diverso all’ipotesi che la situazione in cui si trovano sia una simulazione, è emblematica. E una delle tematiche più interessanti che sono emerse è quella della competenza, e di come se non è esteticamente appetibile viene tenuta nascosta, e si premia invece la facciata più accattivante, anche se nasconde inettitudine.

Forse complice il fatto che in quarantena ho seguito la serie, in quella prospettiva si legge facilmente: persone bloccate in modo imprevisto in uno stesso ambiente, e persone a cui tieni che sono distanti. Con un tocco di antropologia sociale non indifferente (non credo di averne visto uno su questo principio dai tempi di Caprica), il capitano, il  cui matrimonio viene messo in crisi dalla situazione, è sposato non con una, ma con due persone – e i coniugi che gli chiedono il divorzio sono sulla terra.

Occasionalmente caustica, l’ilarità si potenzia nel tempo, e non solo perché conosciamo di più i personaggi, ma perché si riesce a costruire mungendo il più possibile umorismo da una stessa idea. Un esempio concreto è il fatto che ad un certo punto la nave deve espellere la cacca dei passeggeri che finisce, per effetto della gravità creata dal veicolo aerospaziale stesso, a rotearle intorno. La merda è davvero terreno fertile per battute e situazioni che montano con il tempo in vis comica – e causa di risate non solo scatologiche, ma anche allegoriche – e che mostrano l’abilità degli autori che, appunto, da una occasione iniziale continuano a cavare spunti.   

Scrive poi bene Troy Patterson sul New Yorker, che richiama ora l’Aereo più pazzo del mondo, ora Pirandello, Star Trek e Love Boat, quando dice che “(i) personaggi consumano un sacco di aria riciclata per criticare l’uno la dizione dell'altro, a lamentarsi del tono, a controllare le sfumature di connotazione, a sbuffare sul "gergo", a misurare la gestazione delle pause ricche di significato e, in generale, a trovare le figure retoriche gli uni degli altri”. Sebbene fino in fondo non convinca del tutto, non è sicuramente una commedia di autori alle prime armi e, rinnovata per una seconda stagione, avrà tempo di aggiustare la rotta.

lunedì 12 agosto 2019

L'eccellente RAMY: un musulmano in cerca di identità


È un viaggio, prima di tutto metaforico, ma per un paio di puntate anche fisico, alla ricerca della propria identità personale, culturale, spirituale e sociale quello che Ramy Yousseff intraprende come autore dell’autotitiolata Ramy (dell’americana Hulu), un tentativo di scoprire chi è, in che cosa crede e chi vuole essere nella vita, sia come singolo che nella comunità a cui appartiene. E con una voce distintiva e originale confeziona quella che per me, almeno per ora, è la miglior serie dell’anno: non c’è puntata in cui non si venga provocati a pensare, non si rimanga a bocca aperta per la profondità della riflessione e per la vis comica che permette di ridere anche nella più inaspettata delle situazioni – chi avrebbe detto che lo avrei fatto di fronte alla tragica dichiarazione di una adolescente che minaccia di togliersi la vita (1.08) o che avrei sorriso con partecipe comprensione dell’affermazione di una donna che lamenta la mancanza di “misogninia vecchia scuola”. Questa serie ci riesce.

La coordinata principale mi pare alla fine il disorientamento,  l’essere persi alla ricerca di qualcosa che forse non esiste, o esiste solo per tasselli che si giustappongono e compongono un mosaico ben diverso da quello che ci si aspetterebbe. “Sono perso” (1.09) gli dice il cugino ad un certo punto: lo sono tutti, lo siamo tutti.

Ramy Hassan (Ramy Youssef) è un musulmano di orgine egiziana che vive in New Jersey, negli Stati Uniti, con i genitori Farouk (Amr Waked) e Maysa (Hiam Abbass, Succession),  amorevoli (lo chiamano spesso “habibi”) e relativamente permissivi, e con la sorella Dena (May Calamawy), studentessa universitaria. Lavora, ha delle relazioni, e un gruppo di amici, fra cui Mo (Mohammed Amer) e Ahmed (David Merheje), con il suo stesso background religioso, e Steve (Stephen Way), che ha una grave disabilità dovuta ad una forma di distrofia muscolare ed è sulla sedia a rotelle e necessita spesso anche del ventilatore, che conosce fin da ragazzino, quando in seguito agli attacchi dell’11 settembre gli amici che precedentemente frequentava lo allontanano: “sei un terrorista?” gli chiedono dopo che non si sentono di fidarsi più di lui visto che quello che racconta sulle sue abitudini masturbatorie, che non ha ancora propriamente sviluppato e capito, non li convincono (1.04).

Ramy è un millennial che cerca di essere una brava persona. Solo, non ha ancora capito del tutto che cosa vuole dalla vita e che peso vuole che abbiano le proprie radici. È diviso fra la comunità religiosa e  la vita laica intorno a sé e si sente non del tutto appropriato in nessuna delle due, lacerato e frastornato da ipocrisie e da valori contraddittori. Intraprende un viaggio in Egitto (1.09; 1.10) per comprendere meglio la cultura da cui proviene, per trovarsi ancora di più a brancolare nel deserto in preda ad allucinazioni e vedere che la vecchia realtà così come l’aveva immaginata alla fine è morta.

Molte sono le tematiche affrontate e prima fra tutte l’essere diversi, esotici, e per questo isolati, soli: lui si sente spinto in direzioni opposte di fronte a “tentazioni” che gli si propongono e non vorrebbe seguire, come bere, drogarsi, fare sesso durante il Ramadan – trova il tutto o il nulla, ma cerca un equilibrio; la sorella soffre la discriminazione legata al fatto di essere una donna e, ancora vergine, è perseguitata dagli insegnamenti del padre che da quando era bimba ha dipinto il sesso come il peccato peggiore, con conseguenze apocalittiche – “un uomo e una donna non sono mai soli, fra loro c’è sempre il diavolo” (1.06) è la prima cosa con cui aveva esordito quando era ancora in età da avere le carte dei Pokemon come interesse principale; la madre non regge la solitudine ora che i figli son grandi e il marito sempre al lavoro e non si sente più desiderata e cerca, inventandosi un lavoro, un contatto umano che possa dare nuovo senso alle sue giornate (1.07); l’amico Steve è fino troppo consapevole che la disabilità gli limita fortemente le possibilità di relazioni sentimental-sessuali e vorrebbe poter cogliere le poche occasioni che ha…Ogni puntata, per ragioni diverse, è un piccolo gioiello.

Ramy è concentrato sulla propria ricerca di autenticità e di senso della vita, ma non in modo così egoico da non vedere quella degli altri, da non vedere ad esempio che certe frasi che i genitori gli ripetono hanno il valore apotropaico di scongiurare quello che temono, vede ed è anche spaventato dalle difficoltà altrui verso cui mantiene un distacco comunque empatico. Fatica invece a riconoscere all’inizio le stesse difficoltà in un mondo altro, che si aspetta più “vero”, l’Egitto, per rendersi poi conto che cambia la realtà – è un luogo in cui è percepito come potenzialmente più pericoloso bere un bicchiere d’acqua di rubinetto che farsi una pista di coca-, ma le difficoltà sono le stesse.

Ramy è celebrata per essere la prima serie su una famiglia arabo-musulmana, fatta di persone normali, non di percepiti potenziali nemici dell’occidente. Per alcuni aspetti siamo un po’ sullo stesso terreno di Master of None, ma raggiunge vertici maggiori perché è meno “fighetto”, meno staccato dalla cultura di origine, è più disorientato. Leggero e divertente, ma allo stesso tempo acuto e reale. Notevole davvero. È stato rinnovato per una seconda stagione.

mercoledì 15 marzo 2017

FLEABAG: una dark comedy dolorosa ed esilarante


Nel pilot della serie comica Fleabag (BBC3, Amazon), la protagonista arriva a casa del padre nel mezzo della notte e gli dice: “Ho l’orribile sensazione di essere una donna avida, pervertita, egoista, apatica, cinica, depravata e moralmente corrotta che non può nemmeno definirsi una femminista”. “Beh”, esita un momento il padre, “Hai preso tutto da tua madre”. All’autodemolizione del personaggio, di cui non a caso non conosciamo mai il nome (così come accade per altri all’interno della serie), ma solo il nomignolo del titolo, che potremmo tradurre in italiano come “sacco di pulci”, “topaia”, “cesso”, segue una battuta che, se fa ridere, è allo stesso tempo spietata. Rende bene il tono della serie che è inteso come uno studio sul dolore, sulla difficoltà di esprimerlo, sulle maschere e le strategie usate per coprirlo, e che, pur cedendo alla malinconia e a molta drammaticità, assicura risate vigorose, non mancando mai di lasciare come preminente un forte senso umoristico e ironico, accentuato dalla tecnica di rompere la quarta parete, per commentare con lo sguardo e le parole quanto accade e cercare la complicità dello spettatore. Se in House of Cards, che pure usa questa tecnica, accade occasionalmente, qui è un elemento ricorrente, usato con sagacia e efficacia.

Fleabag -  a cui dà il volto Phoebe Waller-Bridge, che ha sviluppato la serie sulla base di un’opera teatrale da lei stessa scritta e interpretata -  è una giovane londinese che gestisce da sola, dopo che la sua amica e partner in affari Boo (Jenny Reinsford) è accidentalmente morta, un locale in crisi che ha come logo e leit motiv un simpatico porcellino d’India. Ha perso la madre in giovane età, e nella sua vita ci sono la sorella Claire (Sian Clifford), bella, posata e di successo, sposata con Martin (Martin Gelman),  il padre (Bill Paterson) emotivamente distante e una matrigna (Olivia Colman) passivo-aggressiva che lei non sopporta e da cui ruba una piccola scultura a inizio di stagione. Ha una serie di relazioni con uomini diversi: da tempo, a intermittenza, con Harry (High Skinner); brevemente con “il roditore dell’autobus” (Jamie Demetriou), un ragazzo dai denti sporgenti; con l’attraente “arsehole guy” (Ben Aldridge), dove il nickname potrebbe sì significare “il tipo stronzo”, ma qui è da intendersi in modo più letterale come il “ragazzo del buco del culo” per il fatto che ama il sesso anale. Nella sua vita ha un posto anche il manager di una banca (Hugh Dennis) a cui lei si rivolge, senza successo, per un prestito.

Fleabag si comporta come una ragazzina dispettosa e un po’ fuori di testa, pronta sempre a combinarne una, allegramente diabolica, offensiva anche, o comunque senza filtri o senso di appropriatezza - la “sorpresa” nella doccia fatta al suo fidanzato fa scompisciare dal ridere anche solo a pensarci ed emblematico è il suo comportamento in occasione di una sorta di ritiro in cui a lei a alla sorella viene richiesto di rimanere in silenzio. Agisce con distacco e menefreghismo, è triste, auto-distruttiva e intensamente sola  - in fondo il suo rompere la quarta parete è un segno di alienazione, quasi un appigliarsi a un esterno dove la sua realtà non le basta. È cupa e briosa allo stesso tempo. Con una riuscita mescolanza di commedia e tragedia si parla di fragilità e connessione umana.  “Penso che [il mio obiettivo] fosse davvero di parlare di amicizia in un modo che evitasse il sentimentalismo delle migliori amiche per sempre, e anche di mostrare come possiamo darla per scontata, e la perdita, la profonda perdita di qualcuno che ti conosce meglio di chiunque altro” (AV Club). Una dark comedy che è uno dei migliori debutti del 2016.   

martedì 10 maggio 2016

MASTER OF NONE: contemporanea e universale


A ragione Master of None (su Netflix), ideata da Aziz Ansari (Parks and Recreation) e Alan Yang,  è stata considerata una delle migliori serie del 2015, per il modo originale in cui riesce a parlare di rapporti familiari e interpersonali, e questioni identitarie, razziali e culturali coniugando un’universalità di temi alla capacità di cogliere la specificità del momento in cui viviamo, legato anche ai cambiamenti tecnologici, cosa che Ansari ha affrontato sia nel suo recente libro Modern Romance: An Investigation che, da anni, nel suo materiale di stand-up.  
Dev Shah (Ansari) è un attore trentenne che fatica a sfondare, figlio di immigrati indiani, che naviga la realtà newyorkese contemporanea. Per tanti versi è ancora un uomo-bambino, di cui ha i pregi, ma anche i difetti: è gioioso e ha un entusiasmo quasi infantile per le cose, ma tende ad essere anche superficiale ed egocentrico. La sua vita personale è divisa fra la fidanzata Rachel (Noël Wells), che lavora nel campo della musica – e in modo tanto curioso per questo formato televisivo quanto riuscitissimo, quasi due anni della loro relazione vengono esaminati in una puntata di circa mezz’ora (1.09); i genitori Ramesh e Nisha (interpretati dai veri genitori di Ansari); e gli amici Brian (Kelvin Yu), taiwanese-americano che vive dei paralleli con Dev nel suo rapporto con i propri genitori,  Denise (Lena Waithe), afro-americana lesbica che gli dà il punto di vista femminile sulle ragazze con cui esce prima di trovare Rachel, e Arnold (Erir Wareheim), il gettone-presenza di un bianco fra gli amici, come è stato inteso, la cui amicizia è basata su quella della vita reale dei due interpreti.
Lo stile è rilassato, e le interazioni con i suoi amici sono molto naturali. Sotto i riflettori sono le  varie situazioni e insicurezze della vita. Al suo meglio è stato concepito come un Louie senza l’amarezza e le spigolosità caratteriali di quest’ultimo, ma più dolce e ben intenzionato; al peggio è stato valutato come troppo smaccato, nell’affrontare ogni volta una tematica diversa in quello che sembra un enunciare una serie di tesi una dopo l’altra poi spiegate via via, quasi un’esercitazione di studente in cinema che ha appena fatto un’immersione in Woody Allen (su questa argomentazione, che io capisco ma non condivido, si veda il ben ragionato dialogo fra i partecipanti al podcast  Pop Culture Happy Hour del 20 novembre 2015).
La serie mostra sul serio in che modo vuole raccontare la vita a partire da “Parents” (1.02) in cui Dev e Brian si rendono conto di non sapere molto dei propri genitori e della loro esperienza pre e post immigrazione e decidono perciò di trascorrere del tempo con loro. Le autentiche difficoltà e i sacrifici affrontati dalla generazione precedente viene messa in contrasto con le banali difficoltà, in paragone, dei due giovani, o quanto meno messa in prospettiva, con anche il possibile senso di colpa che i due ragazzi possono provare nel confronto con i propri genitori. Sono trattate in più puntate tematiche connesse, come l’invecchiare (1.08) o l’abbondanza di scelte attuale rispetto al passato, che può risultare paralizzante (1.10), o la difficoltà a capire quando si è veramente soddisfatti o se e quando sia giusto accontentarsi delle proprie scelte nella vita.  
Gli stereotipi razziali – e il modo di gestirli nello showbiz (campo in cui Dev lavora) sono a centro della brillante “Indians on TV” (1.04) che mostra come vi possano essere vari “gradi di razzismo”. Dev riflette come le minoranze etniche difficilmente trovino lavoro in un programma di bianchi al pari loro. Se c’è più di uno di loro, immediatamente viene etichettato come programma etnico. Si rammarica di non poter essere scelto per una parte per cui sarebbe perfetto perché c’è già un altro indiano a cui la parte è stata data. “Gli indiani non sono ancora a quel livello. Sì, ci sono più indiani che saltano fuori una volta ogni tanto, ma siamo come la decorazione del set. Non siamo quelli che hanno le storie principali, non scopiamo le ragazze e tutto quel genere di roba. Non siamo ancora a quel punto. Non ce ne possono essere due. I neri sono appena arrivati al loro ‘ce ne possono essere due’. Status, sai. Anche loro però, non  possono essercene tre, altrimenti è uno show nero, o un film nero. Gli indiani, gli asiatici, i gay, ce ne può essere uno, ma non ce ne possono essere due” (la traduzione è mia). Un’analisi acuta a accurata che provoca un riso amaro.     
La serie è anche una commedia romantica, che non si fa intimidire al punto da evitare di trattare spinose questioni di gender e femminismo che mette in scena invece con una quotidiana concretezza, e che riesce bene in una impresa davvero difficile, come acutamente ha osservato Linda Holmes (al link di cui sopra), ovvero nel far litigare sul serio i due innamorati (Dev e Rachel) e nel far risolvere bene questi scontri e recuperare bene il loro rapporto senza far ricorso al sesso o al pomiciare in senso ampio.
Dulcis in fundo. Il protagonista, grande amante del cibo, tanto che gli vediamo preparare una carbonara da zero in “Mornings” (1.09), in chiusura prende un’aereo per l’Italia perché, appunto, adora la pasta. Da italiana, come non approvare?

lunedì 28 settembre 2015

SCREAM QUEENS: morti e cattiverie gratuite


Delude fortemente la nuova serie antologica comico-horror-trash in 13 puntate firmata da Ryan Murphy (American Horror Story, Glee), Brad Falchuk  e Ian Brennan, Scream Queens. Ci troviamo nella fittizia Wallace Univesity dove l’associazione femminile più ambita di cui far parte è la Kappa Kappa Tau. Nel 1995 una ragazza che ne faceva parte era stata trovata morta in una vasca da bagno dopo aver dato luce a un bebè, ma la faccenda era stata insabbiata dal rettore di allora, Cathy Munsch (Jamie Lee Curtis), che ricopre ora lo stesso ruolo.
Interessate solo ad essere belle, ricche e popolari, le studentesse della  sorellanza, dopo la morte sospetta di un’altra ragazza, nel 2015 sono comandate con un pugno di ferro dalla “regina” Chanel Oberlin (una Emma Roberts in forma smagliante), giovane esasperatamente snob che delle sue tirapiedi non conosce il nome perché tanto le chiama con il proprio, seguito da un numero. C’è perciò un personaggio che si chiama ufficialmente Chanel n. 5  (Abigail Breslin). Tiranneggia e umilia chiunque le capiti a tiro, che sia la cameriera dei loro alloggi o il barista Pete Diller (Diego Boneta). L’intervento della presidente nazionale della sorority Gigi Caldwell (Nasim Pedrad) impedisce che la confraternita venga chiusa, ma sono obbligate ad accettare qualunque richiesta di iscrizione, ed è così che fanno domanda diverse indesiderate, fra cui Hester Ulrich (Lea Michelle, Glee), che porta un grande apparecchio al collo, Zayday Williams (Keke Palmer), voce della ragione del gruppo, e Skyler Samuel (Grace Gardner), dolce e ficcanaso (e se fosse la bimba venuta alla luce in quella vasca da bagno 20 anni prima?). Nella premiere che è una puntata doppia compaiono come guest star Ariana Grande, nel ruolo di Chanel n. 2 e Nick Jonas nel ruolo di Boone. Un uomo vestito da diavolo comincia ad ammazzare ragazze a destra e a manca. Si trattengono a stento panico e urla.
Un miscuglio di American Horror Story: Coven, Glee, Greek, Popular, Scream, Gossip Girl, Pretty Little Liars e Mean Girls, la serie preme l’acceleratore su tropi e cliché. Occasionalmente c’è qualche guizzo ben riuscito (come il caso della ragazza e l’assassino che, faccia a faccia, si parlano via sms sul cellulare) e ci sono venature di humor anche apprezzabili, ma l’eccesso caricaturale sfocia nella vignetta risibile, e la parodia della superficialità non si vede bene quanto parodia alla fin fine sia. Come sempre con questi autori, si è particolarmente efficaci sul versante dell’omofobia, ma per il resto si può ridurre tutto a qualche morto e una sfilza di cattiverie gratuite.

giovedì 4 luglio 2013

La tavola rotonda deli Emmy di THR - 2013: gli ATTORI COMICI

La tavola rotonda di The Hollywood Reporter fatta prima degli Emmy, ha dato la voce ai seguenti attori comici, quest’anno:  Matthew Perry (Friends, Go On), Jake Johnson, (New Girl), Fred Armisen, (Portlandia, Saturday Night Live), Jim Parsons (The Big Bang Theory), Adam Scott, (Parks and Recreation), Eric Stonestreet (Modern Family).
Sotto, il video.

venerdì 14 giugno 2013

Le tavole rotonde degli Emmy di THR - 2013: gli SHOWRUNNER delle COMEDY



 
The Hollywood Reporter, nella sua tradizionale tavola rotonda pre-Emmy, quest’anno ha parlato con i seguenti showrunner delle comedy: Matthew Carnahan, (House of Lies), Greg Daniels (The Office), Bruce Helford (Anger Management), Liz Meriwether (New Girl), Steve Molaro (The Big Bang Theory) e Mike Schur (Parks and Recreation).

Sotto, il video.
 

venerdì 24 agosto 2012

La tavola rotonda degli Emmy di THR: le attrici comiche


La tavola rotonda degli Emmy che The Hollywood Reporter ha fatto con la attrici comiche è stata molto vivace quest’anno e le personalità presenti - Julia Louis Dreyfus (Veep), Martha Plimpton (Raising Hope), Christina Applegate (Up All Night), Laura Dern (Enlightened), Julie Bowen (Modern Family), Zooey Deschnel (New Girl) e Jane Lynch (Glee) - si sono lanciate di gusto nella conversazione.

Tante delle domande sono state le stesse che sono state poste agli altri attori, ma i temi emersi sono stati sviluppati in modo particolarmente partecipato: il momento più imbarazzante che hanno vissuto come attrici; chi le ha influenzate nello sviluppare il loro talento comico; le interviste e il rapporto con la stampa; come gestiscono la fama; la più strana interazione avuta con i fan; se domani terminasse la loro carriera che cosa farebbero…

 Sulla scorta del fatto che il vice presidente americano Joe Biden ha dichiarato che la sua idea rispetto ai matrimoni omosessuali è stata influenzata da quello che ha visto in Will & Grace, hanno domandato quale credono sia l’influenza del loro programma e come si relazionano rispetto a questa questione. E sull’essere donne in quell’ambiente ne è uscito un dibattito davvero stimolante che mi ha fatto anche sentire orgogliosa come donna per il livello della conversazione.
Sotto, il video:

venerdì 29 giugno 2012

La tavola rotonda degli Emmy di THR: gli showrunner delle comedy



La tavola rotonda degli Emmy di The Hollywood Reporter degli showrunner delle comedy si è svolta quest’anno con Carter Bays (How I Met Your Mother), Bill Prady (The Big Bang Theory), Liz Meriwether (New Girl), Paul Lieberstein (The Office), Steve Levitan (Modern Family) e Emily Spivey (Up All Night).
Molti, come sempre, gli argomenti trattati: la cosa più difficile e inaspettata dell’avere un programma comico proprio, quanto della loro vita c’è in quello che scrivono, se si preoccupano che la gente si stufi di quello che portano in scena,i commenti che ricevono, quanto sono cambiati i personaggi del tempo, come si lavora con un altro showrunner – una delle risposte? Si fa come negli Hunger Games! – l’interazione con i fan, come affrontano lo stress, se usano il fatto di essere famosi per ottenere dei vantaggi, i sogni che fanno, come comportarsi sul set…

Sotto, il video:

martedì 18 ottobre 2011

LE 50 PERSONE PIÙ POTENTI DELLA TELEVISIONE (2011)



The Hollywood Reporter, per la quarta volta, ha stilato la lista di quelli che ritiene siano i 50 showrunner più potenti e di valore della televisione contemporanea (americana), leader creativi che aiutano a scrivere, produrre e ridefinire la televisione. Il metodo usato per sceglierli ha tenuto conto della loro diretta responsabilità nel constante output creativo, di quanto sono prolifici, degli ascolti, della critica e degli Emmy, della loro professionalità e reputazione. Per ciascuno ha steso anche un profilo, e per quello vi rimando al sito che li divide in autori drammatici e autori comici. Qui riporto l’elenco dei nomi con l’indicazione dei programmi a cui fanno riferimento in questo momento specifico della loro carriera.

Drama:
Alan Ball (True Blood); Carol Mendelsohn (CSI), Ann Donahue (CSI:Miami) e Pam Veasey (CSI: NY); Steven S. DeKnight (Spartacus); Vince Gilligan (Breaking Bad); Brenda Hampton (La vita segreta di una teenager americana); Hart Hanson (Bones, The Finder); Bruno Heller (The Mentalist); Neil Jordan (I Borgia); Jason Katims (Parenthood); Michelle King and Robert King (The Good Wife); Peter Lenkov (Hawaii 5-0); Ryan Murphy e Brad Falchuck (Glee, American Horror Story); Shane Brennan (NCIS: LA) e Gary Glasberg (NCIS); Matt Nix (Burn Notice); Jeff Pinkner e J.H. Wyman (Fringe); Shonda Rhimes (Grey’s Anatomy, The Practice, Revenge); Michael Rauch e Andrew Lenchewski (Royal Pains); Josh Schwartz e Stephanie Savage (Gossip Girl, Chuck, Hart of Dixie); Craig Silverstein (Nikita); David Simon (Treme); Veena Sud (The Killing); Kurt Sutter (Sons of Anarchy); Janet Tamaro (Rizzoli & Isles); Matthew Weiner (Mad Men); D.B. Weiss e David Benioff (Game of Thrones); John Wells (Shameless); Kevin Williamson e Julie Plec (The Vampire Diaries); Terence Winter (Boardwalk Empire); Graham Yost (Justified).

Comedy:

Salim e Mara Brock Akil (The Game); Carter Bays e Craig Thomas (E alla fine arriva mamma); Jenny Bicks (The Big C); Liz Brixius e Linda Wallem (Nurse Jackie); Louis C.K. (Louie); Tina Fey e Robert Carlock (30 Rock); Greg Garcia (Raising Hope); Dan Harmon (Community); Al Jean (I Simpson); Bill Lawrence (Cougar Town); Steven Levitan e Christopher Lloyd (Modern Family); Paul Lieberstein (The Office); il “Team Lorre”: Chuck Lorre e Lee Aronsohn (Due uomini e mezzo), Bill Prady (The Big Bang Theory), Mark Roberts (Mike & Molly); Seth MacFarlane (Family Guy); Suzanne Martin (Hot in Cleveland); Rob McElhenney, Glenn Howerton e Charlie Day (It’s Always Sunny in Philadelphia); Trey Parker e Matt Stone (South Park); Tyler Perry (House of Payne); Mike Schur (Parks and Recreation); David Zuckerman (Wilfred).
Per una riflessione sul termine showrunner, e su quando e come si è cominciato ad usarlo, si legga qui.

giovedì 7 luglio 2011

Le tavole rotonde degli Emmy di THR: gli autori

The Hollywood Reporter ha tenuto di recente, in prospettiva degli Emmy, alcune tavole rotonde con persone "in odore di nomination" che vale la pena guardare (sono in inglese).

Ecco sotto quella degli autori di drama. I partecipanti sono: Kurt Sutter (Sons of Anarchy), Frank Darabont (The Walking Dead), Jason Katims (Friday Night Lights, Parenthood), John Wells (Shameless), Mike Royce (Men of a Certain Age), Graham Yost (Justified) and Terence Winter (Boardwalk Empire).


Per la tavola roptonda degli autori di comedy non era disponibile il codice per incorporare il qui video, ma la trovate qui. I partecipanti sono: Steve Levitan (Modern Family), Jenny Bicks (The Big C), Bill Prady (The Big Bang Theory), Liz Brixius (Nurse Jackie), Mike Schur (Parks and Recreation) and Dan Harmon (Community).