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giovedì 18 settembre 2025

DYING FOR SEX: intensa, poetica, potente

La primissima cosa da osservare su Dying for sex è indubbiamente qualcosa di risaputo ma non meno meritevole di essere ribadito espressamente, ovvero quanto sia straordinaria Michelle Williams: vulnerabile, cruda, onesta, distrutta, vogliosa, sconfitta, vincente, abbattuta, piena di vita, impertinente, insicura, carica, entusiasta, eccitata, morente…interpreta Molly Kochan, una donna realmente vissuta che ha raccontato la sua storia con un omonimo podcast, da cui la serie scritta da Liz Meriwether e Kim Rosenstock è liberamente tratta. A Molly viene diagnosticato un cancro metastatico alla mammella al quarto stadio. Rendendosi conto di non avere molto da vivere (il podcast è stato pubblicato dopo la dipartita della reale Molly), decide di lasciare il marito Steve (Jay Duplass), che pure si prende cura di lei in modo molto attento e premuroso. Cerca di proteggerla, ma è una cosa che lei alla fine non vuole, e non si percepisce che, ovviamente con i distingui di grado del caso, è in fondo una cosa che capita anche a lui.

Molly si rende conto di non aver mai avuto un orgasmo con lui ed è anche inibita nel godersi il sesso dall’abuso del fidanzato della madre che le ha imposto del sesso orale all'età di sette anni. Nel poco tempo che le rimane vuole sperimentare il piacere sessuale, scoprire cos’è anche. Immunocompromessa, non dovrebbe avere rapporti intimi con estranei, ma agogna essere toccata da qualcuno che desideri toccarla, per lei diventa una vera priorità. A starle vicino è l’amica Nikki Boyer (nella realtà co-ideatrice del podcast e nella finzione interpretata con vigore e vera emozione da Jenny Slate, una forza della natura), che perde anche il lavoro che trascura per starle vicino al meglio, pur non essendo l’organizzazione il suo forte e che trascura il suo partner Noah (Kelvin Yu) dal quale finisce per separarsi. È molto cruda nella sua partecipazione emozionale, una ferita aperta, ma che sa mettere da parte per stare vicina all’amica. A seguire Molly, in modo diversi, ci sono il suo oncologo il Dr. Pankowitz (David Rasche), la specialista di cure palliative Sonya (Esco Jouléy) e la madre Gail (Sissy Spacek). Cominciano così la sua esplorazione alla ricerca del piacere sessuale, con persone diverse, a partire dal suo vicino di casa (Rob Delaney) con il quale i sentimenti diventano via via più intensi e coinvolgenti.

Si può ben dire che ci sono eros e thanatos in una serie che, visto il contenuto, sorprende vedere su DisneyTV+, dove eros ha un valore apotropaico, e thanatos è qui la diagnosi di una malattia terminale. Molly sviluppa un gusto da dominatrice, e per il kink in senso più ampio, ma soprattutto impara ad ascoltare se stessa e i propri desideri senza preconcetti o paure. La incoraggiano a capire che il sesso è un’onda, un stato della mente, ad ascoltare anche cose che non comprende intellettualmente e di darci e darsi una possibilità, ad essere presente (1.04). “Il dolore è politico, il piacere è politico” (1.03) Quindi dolore e piacere sono centrali, in declinazioni ludiche e no, e c’è Sehnsucht nei confronti di una vita che sta sfuggendo e un futuro che non si potrà avere. Si rifiuta anche la positività tossica, rinunciando ai sensi di colpa perché non si è positivi, nella consapevolezza che al cancro non importa nulla se sei positivo o meno.

C’è rabbia, desolazione, e c’è amicizia: consumante, totale, presente, una mano tesa nelle sabbie mobili che risucchiano. Da parte di Nikki, ma poi in realtà da parte di tutti quelli che la circondano. Grande umanità, senso di perdita e lutto, superati solo dall’amore e dalla condivisione. È straziante e doloroso, ma non deprimente per lo spettatore, piuttosto agrodolce. Una operatrice dell’hospice in cui viene ricoverata per gli ultimi momenti, Amy (Paula Pell, Girls5Eva), fin troppo entusiasta, la descrive come un’ultima fase piena di momenti di lucidità alternati a momenti di estati allucinatoria. Un momento importante tanto quanto la nascita. Non la vediamo esalare l’ultimo respiro, e bene così. Non era quello il punto. La destinazione finale tutti sappiamo qual è. Intensa, poetica, potente. Sicuramente una delle serie top di quest’anno.

lunedì 16 ottobre 2023

SEX EDUCATION: la quarta e ultima stagione

Sex Education (Netflix) ha confezionato una appagante quarta e ultima stagione (distribuita dal 21 settembre 2023) – con una conclusione che lascia un buon margine per una già desiderata reunion in là nel tempo. Si è confermata una serie feel-good dalla sensibilità moderna, che ribadisce l’importanza di inclusività e accessibilità e della comunicazione e del consenso, in primis in campo sessuale ma nella vita in generale, ed è un’educazione a come la verbalizzazione possa essere un grande strumento per creare intimità.

ATTENZIONE SPOILER PER LA QUARTA STAGIONE.

Gli studenti si trovano in una nuova scuola, dopo la chiusura della Moordale. Ora vanno alla Cavendish, che sembra fin troppo laissez faire nella gestione educativa, che di primo acchito pare prevalentemente in mano agli studenti. In ogni caso è un ambiente molto aperto, tanto da avere non una, ma potenzialmente due “cliniche” di consulenza sessuale per gli studenti, con Otis (Asa Butterfield) che trova come rivale un'altra compagna di scuoa, Sarah “O” Owens (Thaddea Graham). Questa rimane per me la vera nota dolente, e problematica e grave, della serie: il fatto che lasciano che due studenti senza alcuna preparazione formale e titoli esercitino apparentemente al pari di professionisti – O addirittura condivide con la madre di Otis, che fa questo di lavoro, un programma radiofonico sull’argomento risultando quasi più brava. Che i due ragazzi siano competenti perché hanno approfondito l’argomento in via personale è sacrosanto, e nessuno dice che non possano essere anche in una ipotetica realtà effettivamente bravi, ma non è sufficiente, per nessuno. Se nelle prime stagioni si era riusciti a rendere narrativamente credibile la sospensione dell’incredulità, in questo caso non ci si prova nemmeno. Rimango perplessa.

Lo scontro Fra Otis e O è stato una storia saliente e quello che ho apprezzato è stato il fatto che abbiano rivelato O come asessuale, un po’ perché personaggi così ce ne sono pochi, e un po’ perché lo ritengo molto credibile per esperienza personale. Da demisessuale (quindi da persona che rientra nello spettro della asessualità) io stessa ho sempre avuto un forte interesse (e voglio credere competenza) nei confronti del sesso, e per le ragioni in parte anche simili a quelle addotte dal personaggio, quindi l’ho trovato davvero ben riuscito, ed è la prima volta che mi capita di vedere una cosa simile in questo ambito. Bravi.

L’intreccio più riuscito, se non altro perché ha mostrato la miglior credibile maturazione dei personaggi, è stata quella fra Adam (Connor Swindells) - l’unico fra i ragazzi a decidere di non proseguire con gli studi, ma di trovarsi un lavoro che lo porta in un maneggio - e suo padre Michael (Alistair Petrie) che ha avuto un percorso di miglioramento personale notevole che lo ha riavvicinato alla moglie da cui era separato e al figlio con il quale ha cercato di ricostruire un rapporto. Toccante e realistico. La vicenda meno convincente invece è stata la microstoria di Viv (Chinenye Ezeudu) che ha cominciato una relazione con un ragazzo Beau (Reda Elazoura) che, all’apparenza gentile, si è rivelato possessivo e controllante in modo potenzialmente violento. Capisco la necessità di trattare un social issue, un problema a sfondo sociale, che lanci il messaggio di stare attenti alle red flag e di non farsi incantare da chi è potenzialmente abusante, ma questa è stata fatta in maniera che ho percepito come affrettata.

Convincente è stato l’arco di Maeve (Emma Mackey) che continua il suo percorso di studi negli Stati Uniti d'America per diventare scrittrice per rientrare a seguito della morte della madre, indecisa se poi riprenderlo o meno. Quando ha deciso di lasciare temporaneamente la scuola di scrittura, anche delusa dalla feroce critica del suo professore, una scena di un suo scritto gettato in un cestino adocchiato da una compagna di studi già mi faceva paventare che glielo rubassero e che il professore si rivelasse il frustrato di turno che cerca di minarla per non avere una rivale, ma mi sono fortunatamente sbagliata, e la collega l’ha aiutata, ma non in un modo da apparire favolistico, e il docente era genuinamente critico per mirare a migliorarla, anche se forse ha scelto una modalità inefficace. Bello poi che per questo ruolo minore del prof. Molloy abbiano scelto Dan Levy (Schitt’s Creek), come la comica Hanna Gatsby per quello della responsabile della stazione radio dove va a lavorare Jean (Jillian Anderson). Un applauso agli addetti al casting. E se le scene del funerale della madre di Maeve hanno saputo calibrare bene dolore e momenti umoristici, il suo ritorno negli USA, con tutto quello che ha significato nel rapporto fra lei e Otis, è stato sviluppato in maniera adulta, con la lezione che chi ti ama vuole che tu possa essere la versione migliore e più realizzata di te stessa, anche se talvolta significa essere fisicamente distanti. 

La crisi religiosa di Eric (Ncuti Gatwa), con la sua amicizia con Otis un po’ in stand-by, che non sa se battezzarsi in una chiesa che non gli permette di rivelare la propria omosessualità, e che decide a fine stagione di diventare pastore; Jackson (Kedar Williams-Stirling) che trova un nodulo a un testicolo che lo porta a indagare su chi sia suo padre biologico, che ha sempre creduto essere stato un donatore di sperma; Ruby (Mimi Keene) che nella nuova scuola non riesce ad inserirsi come vorrebbe, lei che è sempre stata popolarissima, e aiuta Otis; Aimee (Aimee Lou Wood) che non ha ancora superato le difficoltà psicologiche legate alle molestie subite e che intreccia una tenera relazione con Isaac (George Robinson); Cal (Dua Saleh) che prende testosterone ma è in difficoltà con la sua transizione; Jean che trascura Otis ora che è nata la figlia Joy, si sente sopraffatta anche se non riesce ad ammetterlo, e vede navigare un difficile rapporto con la sorella Joanna (Lisa McGrillis) arrivata da lei su richiesta di Otis che l’ha vista in difficoltà… le storie che si sono intrecciate sono state molte, ma hanno saputo intrattenere e divertire e lasciarci con tanto affetto nei confronti dei personaggi.

venerdì 1 aprile 2022

BRIDGERTON: la seconda stagione

La seconda stagione di Bridgerton (Netflix), che mi sono goduta più della prima, è la definizione di frivolezza disimpegnata: un perfetto scacciapensieri che si basa su gusto del gossip, i più tradizionali schemi di romanzo rosa all’insegna del senso del dovere versus i desideri del cuore, una lieve vena parodistica e costumi da fare invidia. “Solo le persone superficiali non giudicano dalle apparenze”, diceva Oscar Wilde, e qui di apparenze ce ne sono molte e il suo famoso aforisma calza a pennello allo spirito del programma, anche se lui è lievemente posteriore rispetto all’epoca Regency in cui la serie è ambientata. Ci si è lamentati per le poche scene di sesso, ma io penso che sia stata una buona scelta, e spiegherò perché. Questa creazione di Chris Van Dusen basata sui popolari libri di Julia Quinn, non è alta televisione, ma di certo non è nemmeno trash: sa quello che vuole fare e lo fa bene.

Protagonista di questa seconda stagione è il primogenito della famiglia, Anthony (Jonathan Bailey) - ricordo che i figli sono stati chiamati in ordine alfabetico. Intende prendere moglie ed è subito uno degli scapoli più desiderati della stagione. Lady Danbury (Adjoa Andoh) ha sponsorizzato la famiglia Sharma: lady Mary (Shelley Conn), che a causa della sua scelta di marito è stata ripudiata dai genitori e rientra in Inghilterra dall’India dopo anni di assenza, ha due figlie, Miss Kate Sharma (Simone Ashley), l’altra metà della coppia per cui si fa il tifo in questo arco, e Miss Edwina Sharma (Charithra Chandran). La regina sceglie ogni anno quella che ritiene essere il “diamante” della stagione, e la sua scelta ricade proprio su Edwina. L’obiettivo della regina (Golda Rosheuvel) è quello di scoprire, attraverso di lei, chi sia Lady Whistledown, la misteriosa persona che rivela i pettegolezzi di tutta la città in una periodica newsletter, e che noi dalla fine della scorsa stagione sappiamo essere Penelope (Nicola Coughlan). Anthony decide di sposare Edwina: non è interessato all’amore, vuole solo adempiere a un dovere. Per farlo deve però superare il vaglio della sorella di lei, Miss Sharma, che gli è ostile dal momento che gli ha sentito dire che non è per amore che si sposa. Vuole il meglio per la sorella e sa anche quello che nessun altro di loro sa: i nonni di Edwina, nobili, hanno offerto l'accesso alla fortuna di famiglia se lei sposerà un pari rango per ripristinare l’onore perso a causa della figlia ripudiata. Il visconte Anthony corteggia Edwina, ma è presto evidente che dietro l’apparente ostilità e i battibecchi, la vera attrazione è fra lui e Miss Sharma, che si innamorano progressivamente l’uno dell’altra.

In storie secondarie, Portia (Polly Walker), accoglie il nuovo erede dei Featherington e si trova a dover far fronte alle finanze in bolletta, Penelope cerca di non farsi scoprire e continua ad essere innamorata di Colin (Luke Newton), Eloise (Claudia Jessie) si scalda alle rivendicazioni femministe, Benedict (Luke Thompson) aspira a dedicarsi alla pittura, rivediamo Daphne (Phoebe Dynevor), ora mamma. È tutto un susseguirsi di incontri mondani, feste, giochi balli, cene…E qualche colpo di scena.

Bridgerton ha aggiunto un po’ di colore e necessaria, benvenuta inclusività ai nostri schermi: delle eroine di origine indiana, tanto più nell’ottica del colonialismo inglese, sono una scelta brillante. La serie è una delle più viste al mondo, attingere a un bacino di rappresentazione più ampio del solito è sensato, anche facendo solo dei biechi calcoli interessati. E qui vengo alla presunta carenza di scene di sesso nella storia. Non tutte le culture mostrano il sesso con la stessa facilità di quella americana come coronamento dell’amore. Qui, visto il contesto culturale dei personaggi, un maggiore riservo non è sembrato fuori luogo, e con i k-drama che spopolano e che fanno penare a lungo anche solo un bacio, perché non dovrebbe essere apprezzabile usare lo steso tipo di metro? In fondo è quello che hanno fatto le soap opera e le telenovele per anni. E anche in fondo certa letteratura: farci sospirare perché una coppia si avvicini, e farci appassionare più con la costruzione del rapporto reciproco e la tensione frustrata dell’uno verso l’altra. Il piacere sta nel desiderio e dell’attesa, in questo caso, più che nel suo appagamento. E sta bene così. Mi godo sempre buone scene di sesso, ma allo stesso tempo, penso che siano anche troppo spesso la regola e mi fa piacere che ci sia varietà anche in questo senso. Già di fronte agli onnipresenti allosessuali, se anche ci fossero personaggi che non provano attrazione sessuale non sarebbe poi la fine del mondo, anzi, ma qui non è nemmeno quello: è bello vedere personaggi provare attrazione reciproca non solo per il sesso, ma per temperamento. Probabilmente, se non mi fosse stato fatto notare dalle molte voci che si sono espresse in tal senso, nemmeno ci avrei fatto caso alla scarsità di sesso. La costruzione delle vicende era tale da non renderlo necessario. Poi, quando finalmente cedono alla passione, il climax è stato goduto da loro come dagli spettatori. E anche in chiusura. Io sotto questo profilo sono del tutto soddisfatta.     

Pensieri sparsi: quanto è meta sentire i personaggi parlare della “stagione” (loro pensano a quella sociale, noi a quella televisiva)? Ma perché continuo a sorprendermi che a Benedict piacciano le donne? Non faccio spoiler, era chiaro dove sarebbero arrivate Eloise e Penelope, ma che commozione. Mamma Bridgerton, Violet (Ruth Gemmell). meriterebbe una stagione sua, ma chissà che le sue vicende non abbiano spazio ne vociferato spin-off dedicato alla regina.  Certo, Newton (il cui vero nome è Austin), il corgi delle Sharma, lo avrei voluto un po’ più protagonista. Amo i corgi!

mercoledì 10 novembre 2021

PURE: coraggiosa e audace

Pure (su RaiPlay in Italia, ma dell’inglese Channel4), una serie britannica di una sola stagione (non è stata rinnovata) di sei episodi basata sull’omonimo libro di Rose Cartwright, ha come protagonista Marnie (Charlie Clive, al suo primo ruolo televisivo), una ventiquattrenne tormentata costantemente da pensieri sessuali intrusivi da quando aveva 14 anni.

Quando questi costanti flash di atti sessuali, in cui lei a volte è coinvolta, a volte è solo spettatrice, in occasione dell’anniversario dei suoi genitori cominciano a riguardare anche loro, si spaventa ancora di più e scappa dalla Scozia a Londra cercando una via di fuga. Lì almeno, fra milioni di persone, non deve dimostrare niente a nessuno e può essere chiunque.  

È un dramedy, e c’è molta leggerezza anche nel trattare una questione delicata e difficile. Lei a un certo punto dice di essere come il protagonista de ll Sesto Senso, solo che invece di vedere persone morte, lei vede persone nude (1.01). Si sghignazza, ma a quel punto è già molto ben chiaro come sia una sofferenza per lei vivere tutto questo, e di come lo sarebbe per chiunque. Ipotizza di essere lesbica, e di non ammetterlo nemmeno con sé stessa, ma queste fantasie che non riesce a controllare le impediscono anche di fare sesso: quando si trova con la testa fra le gambe di una ragazza per la prima volta, immagina di farlo con sua madre e non riesce a proseguire. Non esattamente una goduria.  E fantasie con uomini mettono in crisi anche l’ipotesi che sia lesbica. “Non so che cosa non vada in me”, si dice, e si vede che è un tormento. “Non è sexy, è disgustoso” (1.02) quello che le accade, per come lo vive.

Non trova sollievo nemmeno dal partecipare a un gruppo di auto-aiuto (1.02) per persone dipendenti dal sesso o dalla pornografia. Gli altri la guardano senza riconoscerla e lei stessa si rende conto che non appartiene a nessun gruppo. Finché non sembra riuscire a dare un nome a quello che ha: OCD – disturbo ossessivo compulsivo, che per sé stessa aveva escluso. Il titolo lo avevo immaginato come un riferimento alla purezza in modo ossimorico, visto il problema con cui convive la ragazza, ed è probabile che anche questa lettura sia voluta, ma in realtà viene proprio da “Pure O”, O puro, noto anche come OCD puramente ossessivo, l’etichetta che viene data a quello di cui soffre. Finalmente prova sollievo. Ma non è sufficiente, rimane fortemente confusa: perché lo immagina, se non desidera farlo? Come distinguere se si tratta di una compulsione patologica o se è genuinamente attratta da qualcuno e arrapata? (1.04)

Alle normali difficoltà di scoprire chi si è e che cosa si cerca in una relazione e nel rapporto con gli altri si aggiunge tutta una dimensione che fa interrogare la protagonista su sé stessa e se mai possa avere una vita normale. C’è paura, disorientamento e solitudine. E si medita anche sull’intimità, su come sia il poter confessare a qualcuno le proprie vulnerabilità e quello che ci spaventa di noi stessi, cosa che lei non riesce a fare con l’amica Shereen (Kiran Sonia Sawar, The Nevers) che la ospita a casa sua, o con l’amica storica Helen (Olive Gray) che va a trovarla (1.05), ma che invece le viene naturale con l’amico appena conosciuto nel gruppo di auto-aiuto, Charlie (Joe Cole, Black Mirror), che ha una storia secondaria, con il quale si trova in sintonia per avere entrambi problemi “inconfessabili” perché socialmente tabù. Poi la gente magari ti sorprende. Il messaggio finale è infatti comunque di speranza: per trovare veramente se stessi bisogna avere il coraggio di mostrare agi altri chi si è veramente, anche o forze soprattutto quando mostrarlo ci fa paura.

La sceneggiatura di Kirstie Swain, che ha adattato il libro, ci offre una serie su sessualità e salute mentale che non è azzardato definire coraggiosa e audace. 

sabato 9 ottobre 2021

SEX EDUCATION: la terza stagione

Anche nella sua terza stagione Sex Education (Netflix), che si apre con un montaggio di persone che copulano, si è confermata una serie da non perdere: divertente, romantica, umanamente complessa e che fa vera educazione sessuale. Quale modo più efficace di illustrare che la vulva è per ogni donna diversa, ad esempio, che far preparare a Aimee (Aimee Lou Wood), che ha scoperto questa verità, tante deliziose cupcake dalla glassatura diversa l’una dall’altra? Non sono lesbica, ma golosona sì, e mi sarei mangiata volentieri quei dolcetti leccando il frosting così invitante, magari ridacchiando con malizia. Missione compiuta con garbo e simpatia.

La colonna vertebrale di questo terzo arco l’ho trovata poco credibile, un po’ costruito a tavolino in maniera telefonata: l’arrivo di una nuova preside, Hope Haddon (Jemima Kirke, Girls), che deve dare nuova credibilità al liceo di Moordale, etichettata come “la scuola del sesso”, fa credere che ci saranno migliorie, ma si capisce ben presto che è molto rigida, e diventa repressiva e oscurantista; si va di male in peggio, al punto che gli studenti vengono svergognati pubblicamente costringendoli ad indossare appeso intorno al collo un titulus crucis, con scritta la loro colpa. Era troppo evidente dall’inizio che quella era la direzione che si sarebbe imboccata e richiede molta sospensione dell’incredulità pensare che in corso di via nessun insegnante e nessun genitore abbia protestato della piega che stavano prendendo le cose. Questa latitanza era pretestuosa: permettere ai ragazzi di inscenare la propria rivolta dichiarandosi orgogliosi della loro reputazione di scuola all’avanguardia. Come saggiamente mettono in bocca ad Otis (Asa Butterfield): certe domande e certe problematiche ci sono sempre state, solo che ora c’è la consapevolezza di poterle richiedere e sapere. Nonostante Hope sia stata un facile capro espiatorio, una cattivissima la cui backstory di mancata gravidanza ha fatto ben poco per umanizzare, non di meno ho apprezzato quello che la narrazione di Laurie Nunn ha cercato di mettere in scena, incapsulando in lei una serie di atteggiamenti, mostrando quanto sia facile interdire e censurare e obbligare, e quanto invece sia necessario accogliere istanze importanti in un argomento così delicato come il sesso, anche se l’umiliazione ultima della preside alla fine l’ho anche trovata eccessiva.

Che non ci sia dimenticati delle molestie vissute da Aimee nella stagione precedente, e che non sia lasciata cadere la questione dopo averla affrontata allora così bene, mostrando in questa come abbia poi avuto difficoltà nell’intimità, è stato inaspettato, intelligente e delicato. Il riavvicinamento di Otis e Maeve (Emma Mackey) è quello per cui si tifava, ma si è riusciti ugualmente a redimere in modo credibile Isaac (George Robinson), il ragazzo tetraplegico che aveva cancellato dal cellulare di Maeve la dichiarazione d’amore che Otis le aveva fatto, e a umanizzare Ruby (Mimi Keene) che nel suo rapporto sentimental-sessuale con Otis ha perso la sua patina di sola reginetta snob della scuola per emergere nella sua vulnerabilità. Il viaggio nell’originaria Nigeria per Eric (Ncuti Gatwa) ha contemporaneamente sollevato questioni importanti rispetto all’essere apertamente gay nella società, e creato una frattura con Adam (Connor Swindells) che stava familiarizzando solo ora con la propria identità. C’è stata l’introduzione, per quanto in sordina, di due personaggi non binari, e in particolare di Cal Bowman (Dua Saleh), che ha cominciato un intenso rapporto con Jackson (Kedar Williams-Stirling). Lily (Tanya Reynolds), affascinata dagli alieni e disegnatrice di fumetti pornografici con quella tematica, si è scontrata con l’ostilità o la semplice incomprensione che le sue passioni trovano in chi la circonda, una perenne emarginata: ha spezzato il cuore. Viv (Chinenye Ezeudu), divisa fra la lealtà ai compagni e l’autorità scolastica, ha pure avuto un arco significativo che è  stato di crescita e di scoperta di che cosa è importante per lei.

E poi ci sono state le vicende degli adulti, Micheal Groff (Alistair Petrie), padre di Adam ed ex-preside della scuola, che ha voluto riscoprire se stesso e riconquistare la moglie da cui era separato, e Jean Milburn (Gillian Anderson), la madre di Otis, che è stata vista meno nel suo ruolo di sessuologa in questo caso e più in quella di donna gravida ormai matura che deve capire che tipo di rapporto costruire con Jakob (Mikael Persbrandt) e la figlia di lui Ola (Patricia Allison).  Tante clavette lanciate in aria che acrobaticamente hanno volteggiato tutte in perfetta sincronia.

La forza del programma sta sicuramente nel fornire anche così en passant tante informazioni accurate in campo di sessuologia, di cui si parla sempre poco, ma anche nel non limitarsi ad asettiche informazioni di biologia, ma lavorando anche su un piano che possiamo ben definire psico-affettivo. Lo fa con onestà e rispetto, senza falsi pudori. E lo fa con verve e leggerezza, e coinvolgimento, facendoti sentire  genuinamente investito nel destino dei personaggi. Le performance sono tutte convincenti, brillanti, dalla prima all’ultima. L’annunciato rinnovo per una quarta stagione è più che meritato e gradito.  

martedì 5 gennaio 2021

BRIDGERTON: "Gossip Girl" incontra Jane Austen

È un incrocio fra Gossip Girl e Jane Austen la goduriosamente romantica Bridgerton (rilasciata da Netfllix il giorno di Natale), tratta dal ciclo di romanzi rosa di grande successo di Julia Quinn, ed in particolare dal primo volume “Il Duca e io” (che diventa qui il titolo del quinto episodio). Siamo nell’Età della Reggenza, quindi nell’arco fra il 1811 e il 1820, e specificatamente nel periodo del 1813 in cui le debuttanti dell’alta società vengono presentate a corte. I Bridgerton sono una famiglia inglese, composta da otto figli, quattro maschi e quattro femmine, che hanno l’iniziale del nome in ordine alfabetico per età, e dalla loro madre vedova. La prima stagione è dedicata a Daphne (Phoebe Dyenevor), la più vecchia delle sorelle, e alla sua appassionata storia d’amore con il Duca di Hastings, Simon (Regé-Jean Page), il più desiderato fra gli scapoli. Anche i familiari hanno rilievo nella storia, così come la famiglia Featherington, con le tre figlie, e la temuta scrittrice misteriosa, Lady Whistledown, in originale con la voce di Julie Andrews e in italiano di Melina Martello,  che, proprio come in Gossip Girl, rivela gli scandali e i pettegolezzi in una periodica pubblicazione che attira la curiosità di tutti e la cui identità viene rivelata (ma solo al pubblico a casa, non ai personaggi intra-diegesi) nell’ultimo episodio.

Superati i primi dieci minuti di messa in onda, in cui la narrazione mi pareva troppo smaccata, ho apprezzato questa serie, di cui mi auguro future stagioni dedicate agli altri fratelli, che indossa i propri riferimenti e influenze con consapevolezza e gusto. A momenti ha avuto il sapore di una favola e di una soap opera, e in particolare penso alle vicende dei Featherington o alla figura del padre del Duca, e il gusto naturalmente di un romanzo rosa, visto il materiale d’origine, e la sua forza è stata proprio quella di conoscere bene i cliché dei vari generi attigui, sapendo quando usarli e quando distanziarsene. Li ha irrisi, evidenziandoli, e penso in particolare alle scene in cui i protagonisti commentano i comportamenti di alcune dame e gentiluomini (gli sguardi, i finti svenimenti…), così rivelando le convenzioni e i mores della società dell’epoca, ma al contempo li ha utilizzati senza ritegno (i giuramenti, il duello, i balli…), rinnovandoli anche. Scenografia e costumi sono stati mozzafiato. Il trucco, specie maschile, l’ho trovato un po’ troppo carico, ma è un peccato veniale. 

Questa creazione di Chris Dan Dusen è riuscita anche ad elevarsi dai propri modelli, mostrandosi moderna e intelligente, lì dove ha constatato con realismo come di fronte all’apparente romanticismo ci fosse una pressione inaudita per le giovani donne ad essere il “diamante della stagione”, a trovare marito come unico modo di sopravvivenza, e lì dove con altrettanta precisione ha mostrato come il mantenere la virtù fosse un costo non indifferente non solo per le giovani donne coinvolte, ma per le loro famiglie tutte, che potevano esserne onorate o disonorate, e per gli uomini che le avevano sotto la propria tutela. Ne andava letteralmente della vita, in qualche caso. La politica dei rapporti interpersonali e di coppia come transazione economica è emersa a ogni piè sospinto, da frasi come il pretendente che dichiara che se intende comprare un cavallo non lo chiede all’animale, ma al proprietario, quando ci si rivolge al fratello per avere la mano di Daphne, alla indicazione di “mercato matrimoniale” (1.08) per indicare il senso delle varie soirée, promenade e balli a cui sono tenuti a partecipare i personaggi.

Non si è totalmente cinici, si aspira all’amore che si riconosce come un bene raro, ma si riflette su che cosa faccia un buon matrimonio, talvolta un vero “campo di battaglia” (1.03), arrivando alla conclusione che è una solida amicizia di base che tiene unite le coppie. E solitamente in questo genere di narrazioni le nozze sono il premio ultimo, dopo di che “vissero per sempre felici e contenti”. Non qui: la cerimonia nuziale (1.05), sfarzosa ma ridotta a pochissimi momenti essenziali, non è l’apice, né il traguardo a cui si giunge superati numerosi ostacoli. È solo una tappa, fra le tante di un percorso accidentato, nella consapevolezza che le relazioni sono sempre in fieri, e nella riflessione su questo il rapporto madre-figlia ha avuto bei passaggi.

Il ruolo del vil denaro e dello status, così come dei gender issues, escono dalla bocca dei protagonisti di continuo e danno spessore ideologico piuttosto esplicito alle vicende, così come c’è una pregnante riflessione sul sesso. L’ignoranza in cui erano tenute le giovani donne è un liet motiv che si rivela la spina dorsale della storia, ed è stata declinata ora come occasione di seduzione e intimità - Simon che chiede a Daphe se si tocchi e lei che viene mostrata poi masturbarsi (1.03) sono stati da applauso, sia per la loro deliziosità nella costruzione della relazione fra i due, che per la pregnanza valoriale – ora come ostacolo alla felicità della coppia - il coito interrotto di Simon ai danni dell’ignara neosposa è stato emblematico (1.06). Se questa serie è in una certa misura “l’educazione di Daphne Bridgerton”, come si è espresso l’ideatore (EW), è anche appropriatamente l’educazione sessuale della giovane donna. Le scene di sesso sono davvero sexy, un piacere da guardare, e anche qui, come era successo per Normal People, si è usato sul set un coordinatore di intimità, una figura emersa negli ultimi tempi che si sta rivelando molto importante.

Intelligente è stato anche  il modo di mostrare come le donne dell’epoca, fortemente ristrette nelle proprie libertà, abbiano usato come arma quello che avevano a disposizione, e in questo caso proprio il gossip, che lunghi dall’essere solo qualcosa di frivolo per gente che non ha nulla da fare, è stato uno strumento di  potere e liberazione e difesa (1.02). E attraverso la parola si costruisce anche la bellissima gioiosa amicizia che si mette in scena fra due delle protagoniste femminili, Eloise (Claudia Jessie) e Penelope (Nicola Coughlan), due fra i personaggi più riusciti.  

Questa è stata la prima scripted series per Netflix targata Shondaland, ovvero la casa di produzione di Shonda Rhimes (Grey’s Anatomy, Scandal) che con la piattaforma di streaming ha stretto un contratto da 150 milioni di dollari. Sebbene questo programma non sia scritto da lei (per quello dobbiamo aspettare Inventing Anna, il cui atteso debutto è previsto per quest’anno), si sente ugualmente la sua sensibilità, ed in primis con un casting inclusivo con molti attori BIPOC, come si dice ora  - che sta per Black, Indigenous and People of Color, ovvero Neri, Indigeni e Persone di Colore -, nel ruolo di nobili britannici, in un’epoca in cui presumibilmente non ce n’erano altrettanti. Ci è proprio domandati: è storicamente accurato? Alcuni storici suggeriscono che ci siano prove che nell’aristocrazia britannica ci fosse sangue nero (in proposito, volendo, si legga questo articolo del Post), ma in realtà è poco significativo. Non è un documentario, e la produttrice esecutiva Betsy Beers spiega come non sia un casting daltonico, ma hanno cercato di immaginare la storia e il mondo nel modo in cui volevano vederlo (Entertainment Weekly), nello stesso modo in cui sono state prese licenze poetiche nelle musiche scelte o nell’abbigliamento (e su questo si legga su Vogue l’intervista alla costumista).

Se mi calo per un momento dei panni di Lady Whistledown, e faccio un piccolo volo pindarico metatestuale, non posso che osservare che le debuttanti in società sono le attrici alle audizioni, e che la regina Charlotte (Golda Rosheuvel), nera, è la controfigura di Shonda Rhimes: una malignità senza un fondamento, da parte mia? Scherzi a parte, a meno di non considerare “storia rosa” alla stregua di una parolaccia, e anche però nei limiti di quell’etichetta, Bridgerton è per la gran parte un vero piacere.  

venerdì 13 novembre 2020

NORMAL PEOPLE: ut pictura poësis

 

Mi sento di dire “ut pictura poësis”, citando Quinto Orazio Flacco, quando si tratta di Normal People - Persone Normali (BBC3 e Hulu): come nella pittura, così nella poesia e viceversa, o nel nostro caso, come nel romanzo così nella miniserie. L’autrice Sally Rooney, che ha adattato il proprio libro per la televisione insieme ad Alice Birch e Mark O’Rowe ha dichiarato: “La storia e i personaggi sono rimasti intatti, ma il nostro modo di drammatizzare il loro rapporto è cambiato, e abbiamo dovuto prendere decisioni su come cambiarlo. Non per incasinare gli aspetti fondamentali del libro, ma per preservarli. Se cerchiamo di attenerci troppo al libro, ci ritroviamo con qualcosa che non preserva l'essenza della storia” (cfr. l’intervista su THR). Ho letto il libro, e purtroppo lo ricordo poco nonostante sia stata una delle mie letture preferite nel 2019 (è uscito nel 2018), ma la serie me ne ha fatto appassionare di nuovo e l’ho amata altrettanto, trovandola fedele nell’essenza al ricordo che ne avevo. Slate segnala le differenze fra la versione cartacea e quella video: non molte.  

La complessa relazione fra Marianne (Daisy Edgar-Jones) e Connell (Paul Mescal) è al centro di tutto. Si conosco al liceo nella contea di Slingo, in Irlanda: lei vive con la madre Denise (Aislín McGuckin), anaffettiva e fredda, e il fratello Alan (Frank Blake), invidioso e abusante, alienata dai compagni di scuola che la esludono e bullizzano e che lei tratta con sufficienza;  lui, laconico e dolce,  abita con la madre single, Lorraine (Srah Greene) che fa le pulizie nella ricca casa di lei; in seguito continuano a frequentarsi all’università Trinity College di Dublino, dove entrambi eccellono negli studi e hanno le proprie cerchie. Hanno una relazione, inizialmente segreta, a intermittenza. Il loro è un rapporto di sesso, di amore, di amicizia, di intimità, di affinità intellettuali, di conversazioni, di incomprensioni, di reciproco saziarsi l’uno dell’altra e completarsi e di comprendesi in profondità contemporaneamente nell’incapacità talvolta di farlo nel modo più basico ed elementare. Due anime diversamente tormentate, specie quella di lei che si sente perennemente non amata, non voluta e inadeguata, con impulsi masochistici, ma anche quella di lui, che non riesce a dimostrare quello che prova o che pensa e si nasconde perché si vergogna dell’opinione che gli altri hanno di lei pur non condividendola. Entrambi sono molto vulnerabili al di là dell’apparenza coriacea.

La resa televisiva è stata superlativa, nella messa in scena, nella sceneggiatura, nella recitazione spettacolosa da parte di tutti, riservata e coinvolta insieme, nei silenzi e nelle conversazioni anche apparentemente casuali, misurate, nel detto come nel non detto, nelle romantiche, spinte ma appropriatissime scene di sesso – raramente ho visto sullo schermo rapporti sessuali che sapessero così bene esprimere come al di là del piacere siano in grado di costruire un rapporto, dove l’intimità non è dovuta alla nudità frontale, ripetutamente mostrata, o nell’agio di abbandonarsi l’uno all’altra, ma è proprio sul piano fisico l’espressione del reciproco bisogno e appagamento e l’incarnazione del rapporto spirituale. E non sono certo la prima a lodare il modo in cui hanno reso integrante e naturale il loro modo di confermarsi il consenso reciproco. Sul set hanno anche utilizzato una “coordinatrice di intimità”, Ita O’Brien, che  nel suo lavoro si fa guidare da tre principi, “comunicazione aperta e trasparenza, accordo e consenso nel tatto e coreografia chiara” (Los Angeles Times) e lei stessa dichiara come “quelle scene descrivono la delicatezza, la bellezza, l'apertura” del rapporto. La stessa Rooney ha paragonato le scene di sesso a un’altra forma di dialogo. (The Guardian)

Due altri aspetti emergono in modo mirabile: l’evoluzione della loro storia e conoscenza, con il maturare anche in semplici termini di età, e le difficoltà comunicative che possono portare a rovinosi fraintendimenti anche fra persone che apparentemente tengono molto l’uno all’altra e che sono intelligenti e colte e hanno presumibilmente la capacità di esprimersi. Quello che per uno è auto evidente, per l’altro non lo è affatto.  

Il tono melanconico, quieto ed elegante della regia – di Lenny Abrahamson (Room) nella prima parte, di Hettie MacDonald nella seconda – ha reso tutto alla perfezione, compresa la gestione fra i momenti privati e quelli pubblici, fra la loro storia d’amore e il loro vivere pubblico, e nei loro momenti separati.

Lirico. Sublime. Assolutamente impeccabile. In 12 episodi, per me è il programma migliore dell’anno.

lunedì 9 marzo 2020

SEX EDUCATION (2.05): punti di scarso piacere


Amo Sex Education, e penso che abbia confezionato una magnifica seconda stagione, come ho avuto modo di scrivere nel mio post in proposito. Purtroppo però non sono mancati gli scivoloni. Penso a una storia del quinto episodio (2.05), scritto da Alice Seabright, piena di errori su tutta la linea. Jean (Gillian Anderson) tiene a casa sua un seminario rivolto ad un gruppo di donne sui “punti di piacere all’interno della vagina”.

Punto primo, mi rendo conto che nell’usare un modellino in plastica delle pudenda femminili (come da immagine che è un fotogramma della puntata),  si usa quello che si trova sul mercato, ma nell’indicare il clitoride, che qui sembrava una specie di chiodino e che per ragioni umoristiche si commenta non essere estraibile nella realtà, si poteva magari cogliere l’occasione proprio per ricordare come se ne conosca poco la forma, tanto che molti non lo sanno riconoscere. Se le scuole francesi dalle elementari alle superiori possono avere primo clitoride 3D open-source al mondo, anatomicamente corretto, utilizzato per l'educazione sessuale nelle scuole (si legga qui sul Guardian in proposito), sicuramente potrà permetterselo anche la produzione della serie.

Punto secondo, se si parla di punti di piacere all’interno della vagina, non si può sicuramente partire dal clitoride, che non fa parte della vagina, ma semmai della vulva. Ora, anche qui, sono consapevole che nel linguaggio si usi regolarmente ‘vagina’ per intendere ‘vulva’, ma sono altrettanto consapevole che il fatto che farlo regolarmente non lo rende corretto. Non solo, culturalmente è molto criticata questa riduzione che è storicamente vista come una visione patriarcale intesa a dare valore solo al piacere maschile e non a quello femminile (che può esserci anche senza il coinvolgimento della vagina). Non serve avere chissà quali approfondite conoscenze femministe o di critica freudiana o chi sa che cosa. Sono le basi, proprio. E qui proprio non ci sono. Un delitto in una stagione che mi sembra abbia cercato di dare un peso maggiore alla parte femminile della sessualità.

Punto terzo. Il personaggio in questione è una sessuologa professionista che trova ragionevole lasciare il gruppo a cui sta facendo lezione per una litigata a latere con il compagno che sta installando in cucina delle mensole. Sebbene sia chiaro l’intendo umoristico, è stato fuori luogo e professionalmente svalutante per il personaggio. È stato imbarazzante, ma per le ragioni sbagliate.

Punto quarto. Si sta parlando di piacere femminile e di scoperta dell’anatomia femminile. Quando Jean rientra dal suo alterco con il compagno e riprende la lezione, subito prima di staccare su un’altra scena e situazione, invita la compagnia muliebre a tirare fuori degli specchietti. Uno evidentemente si immagina che, secondo quanto si faceva già negli anni ’70 se non prima, si guarderanno poi le proprie parti intime. Tutto  bene. Ma allora perché quando la moglie del preside, che poco prima aveva manifestato la preoccupazione del fatto di essere molto arrugginita, per così dire, si sente l’esigenza di dire quasi sottovoce  “Venga a trovarmi dopo, ho una cosa che potrebbe aiutarla”? Quella cosa che poteva aiutarla, lo vediamo in seguito quando questa lo usa, è un semplicissimo vibratore. Vuol dire che per tutte le altre che erano lì quell’oggetto non era contemplato? Ma andiamo! Va bene che per una ragione di costi non poteva magari regalarne uno a destra a manca, ma in un corso del genere esce una domanda di questo tipo e lei non coglie la palla al balzo per parlarne a tutte? Ma che corso è? Di questi tempi è già tanto che non sia una marca di vibratori a sponsorizzarglielo.   

Punto quinto. G. No, così, giusto per battuta. Almeno quello ci rimane. Non ho altre obiezioni. Le quattro sopra direi che sono più che sufficienti. E con qualcun altro si poteva anche soprassedere, con questa serie proprio no.  Non sono stati punti di piacere, posso dirlo.

lunedì 2 marzo 2020

SEX EDUCATION: la seconda stagione

Ha convinto al pari della prima stagione la seconda tranche di Sex Education (Netflix), capace di essere piena di verve e umorismo, ma contemporaneamente di riuscire a trattare tematiche molto serie e rilevanti.

Si riprende con il protagonista adolescente Otis (Asa Butterfield) che finalmente ha superato la propria incapacità a masturbarsi. Sebbene venga rassicurato che è normale e sano farlo, ora ha l’impressione che il suo corpo abbia preso possesso di lui e si rende conto non solo che ha molto da imparare, ma che sebbene abbia tanta esperienza teorica ne ha poca di pratica, e questo è un nuovo terreno di esplorazione per lui. Convinto di essere bravissimo nei ditalini (2.02) alla sua ragazza Ola (Patricia Allison), rimane presto deluso nello scoprire di non esserlo. Qui, e cosa importante proprio attraverso questo personaggio che parecchio ne sa, ma anche attraverso altri (in 2.06 con il tema delle docce anali, ad esempio), si insegna a mio avviso una delle lezioni più importanti di tutte: nessuno “nasce imparato” come si suol dire, e anche nel sesso, come in altri aspetti della vita, c’è un percorso di apprendimento.

Si è parlato della necessità di ascoltare il proprio partner (2.02); si è mostrato che sono tematiche che interessano tutti a tutte le età, con la moglie del preside, Maureen (Samantha Spiro), timorosa di manifestare la propria insoddisfazione; si è fatto vedere che ci si può pensare in un modo per poi scoprire che la propria identità sessuale è diversa da quella che si immaginava, con Ola che si rende conto di essere pansessuale (2.05); si rassicura sul fatto che il sesso è solo una parte della vita e che per qualcuno può non essere importante, dando visibilità e sollievo a un personaggio asessuale (2.04); si è dato più peso rispetto alla prima stagione alla sessualità femminile, accennando anche a situazioni come vaginismo e perimenopausa (2.08); non si è avuto timore di dire, cosa che dovrebbe essere scontata ma non lo è, nella esigenza di rendere educative e scientifiche le conversazioni, che una componente importante è il piacere… A fronte di vergogna e cattiva comprensione, la madre di Otis che è sessuologa, Jean (Gillian Anderson), che si trova a lavorare come consulente per la scuola del figlio, vuole offrire fiducia, dialogo e verità. E astutamente la serie si “autodenuncia” portando alla luce la non eticità di quello che il protagonista adolescente ha fatto finora, ovvero fare consulenza a pagamento ai compagni.   

Nonostante qualche scivolone (a stretto giro pubblicherò un post apposito su questo), una grande forza della serie sta nel riuscire a fare davvero educazione sessuale. Magari riferire informazioni puramente mediche, come il fatto che la clamidia si trasmette attraverso lo scambio di fluidi sessuali (2.01), è anche sufficientemente semplice, e la brillantezza nel trasmetterlo è stata nel fatto di riuscire a renderlo umoristico, con tutta la scuola presa dall’isteria in proposito.

Ma si è anche stati davvero eccellenti con informazioni decisamente più umanamente complesse, con risvolti psicologici che richiedono sicuramente più finezza intellettuale.  A questo proposito non posso non applaudire la vicenda che ha coinvolto la dolce Aimee Gibbs (Amiee Lou Wood). Prende l’autobus (2.03) e uno dei passeggeri si masturba eiaculando sui suoi jeans. Lei prende la cosa alla leggera, apparentemente più seccata di aver rovinato uno dei migliori capi di abbigliamento che ha, che altro. Maeve (Emma Mackey) però la convince a sporgere denuncia. Nei giorni successivi la ragazza ha il terrore di prendere l’autobus. Si fa chilometri a piedi pur di non rimettersi nella stessa situazione e comincia a vedere il molestatore in ogni dove, mettendola in crisi nei suoi rapporti personali con l’altro sesso. L’intelligenza e la forza di questa storia stanno nel mettere in scena una situazione in fondo minore – non c’è stata propriamente un’aggressione, uno stupro o chissà che altro – e di mostrare come possa impattare fortemente in negativo la vita di una donna. La storia è diventata ancora più potente, e con echi più vasti, facendola diventare un’occasione di solidarietà femminile. Un gruppetto di ragazze viene messo in punizione e quello che devono fare per uscirne è fare una presentazione su quello che le lega come donne (2.07). Non c’è molto, scoprono, ma per tutte loro ci sono state attenzioni sessuali non richieste e sgradite: una è stata palpeggiata, un’altra seguita, un’altra ancora esposta alla visione delle parti intime di uno che frequentava la piscina dove aveva dovuto rinunciare ad andare, un’altra è stata molestata verbalmente…Se, per sostenere la compagna, decidono tutte insieme di salire sull’autobus e farle passare ogni timore, si denuncia il fatto che due terzi delle minorenni si trovano a dover gestire situazioni similari.

Non ho problemi particolari ad ammettere che #metoo, io stessa ho vissuto prima della maggiore età più di uno degli esempi qui descritti. In particolare mi sono travata proprio in una circostanza che presenta dei parallelismi con quella di Aimee, sebbene fosse in parte diversa e sebbene io fossi considerevolmente più giovane di lei. Forse anche per questo mi ci sono fortemente identificata: ho sperimentato la paura di trovarmi alla fermata dell’autobus, l’idea che poteva essere chiunque ad aggredirmi, la sensazione di non essere mai al sicuro…proprio come è stata descritta qui. Io quei paralizzanti timori me li sono portati dietro per anni e mi hanno condizionata. Sono, in effetti, esperienze comuni, ma non so se mi sia capitato altre volte di riconoscermi così autenticamente in una storia come in questo caso e vederlo rappresentato così mi è sembrato qualcosa di grande, di rilevante, di necessario. E non è stato pesante, ci si è anche riso su.     
      
Ci sono stati altri begli intrecci di plot con spessore: quello dell’amore contrastato fra Otis e Maeve, con il difficile rapporto di lei con la madre. E uno degli aspetti più mirabili nella costruzione di Otis si è avuto esplicitato dalle parole della compagna Ola: cerca così fortemente di comportarsi bene che finisce involontariamente a ottenere l’effetto opposto. Si è ragionato sulla mascolinità (con il preside Groff e il padre di Otis) e sull’omofobia interiorizzata verso se stessi attraverso la storia di Adam (Connor Swindells) e il suo rapporto con Eric (Nguti Gatwa), coinvolto in un bel triangolo con il nuovo arrivato Rahim (Sami Outalbali). La pressione, anche involontaria, dei sogni e delle aspettative dei genitori verso i figli è stata ben incarnata dalla storia di autolesionismo di Jackson Marchetti (Kedar Williams-Stirling), e si è costruita una bella amicizia fra lui e Viv (Chinenye Ezeudu).

Si è detto molto insomma, con uno stile fresco e accattivante. Già non si vede l’ora della terza confermata stagione.

domenica 20 ottobre 2019

EUPHORIA: disperata e autolesionista


È una gioventù disperata, autolesionista e allo sbando, quella messa in scena con bravura da Euphoria, il primo teen drama della HBO (in Italia su Sky Atlantic) con vite di sesso, droga e social media nella seconda decade degli anni 2000. A idearlo, sulla base di una omonima serie israeliana, è stato Sam Levinson (Assassination Nation, figlio di Barry Levinson) anche sceneggiatore di tutte le puntate della prima stagione e regista di cinque delle otto puntate. Per l’autore è anche una storia profondamente personale, autobiografica per la parte che concerne le droghe (THR).

Rue (una Zendaya da cui ci si aspetta una carriera di successi) è un’adolescente che comincia il suo penultimo anno di superiori dopo che è uscita da un centro di disintossicazione per un’overdose dalla quale l’ha salvata, trovandola, la sorella minore, Gia (Storm Reid). Lotta costantemente con la dipendenza da sostanze, iniziata prendendo le pillole del padre morente. Perfino uno spacciatore che tiene a lei, Fezco (Angus Cloud), cerca di allontanarla da possibili ricadute. Presto stringe un’amicizia, che diventa anche qualcosa di più, con Jules (Hunter Schafer), una ragazza trasngender appena arrivata in città. A gravitare intorno alla sua vita ci sono la sua migliore amica d’infanzia Lexi (Maude Apatow) e i compagni di scuola: Kat è una ragazza soprappeso, che all’esordio è vergine, che diventa avventurosa in campo di sesso, anche online, e matura un nuovo rapporto col proprio corpo; Nate (Jacob Elordi) è uno sportivo che proviene da una famiglia in vista con forti insicurezze sessuali  - ha una ragazza, Maddy (Alexa Demie) con cui ha un rapporto sentimentale a intermittenza, abusante, e un padre, Carl (Eric Dane)  che nasconde un segreto che potrebbe rovinargli la reputazione, per dirla in modo eufemistico, e con cui si sviluppa in rapporto affascinante da seguire; e poi c’è la dolce Cassie (Sydney Sweeney, The Handmaid’s Tale), sorella maggiore di Lexi, dal colorito passato sessuale che continua a influenzare la sua vita, che è fidanzata con il giocatore di football Christopher (Algee Smith), che il padre spinge ad eccellere.

La sceneggiatura ci va giù pensate, riesce ad essere brutale, e scioccante, ma mai fine a se stessa, ma proprio come parte del senso che intende trasmettere. Si preme l’acceleratore su droga e sesso con molta libertà – una puntata si annunciava come quella che avrebbe mostrato ben 30 membri maschili. La regia punta su toni scuri, plumbei, ma coperti di glitter, scintillii che mascherano lo straziante squallore, umano ed emozionale di un buildungsroman che avrebbe il sapore della distopia se non fosse così crudemente autentico. Cinematograficamente è stimolante. Ci sono inquadrature insolite, sperimentali, ancora più spinte lì dove si vuole dare il senso dell’allucinazione tossica e una alterazione del vissuto. Il senso che trasmette è che questa è la realtà, ma è una realtà marcia, malata, distorta, non è quello che dovrebbe essere.   

Rue nel pilot dice come la irriti il fatto che quando trapela il nudo di una persona famosa, la gente critica che tanto per cominciare non avrebbero dovuto scattare una simile foto:  “Mi dispiace, so che la vostra generazione faceva affidamento su fiori e il permesso del padre, ma è il 2019, e a meno che tu non sia Amish, i nudi sono la moneta dell'amore. Quindi smettetela di farci vergognare. Fate vergognare gli stronzi che creano elenchi online protetti da password di ragazze minorenni nude". (1.01 – traduzione mia). Non si hanno peli sulla  lingua, non ci si fa problemi a dire cose scomode.

Gli effetti del porno, la pressione dei coetanei, l’assenza di una bussola morale, le trappole del web, le famiglie sfasciate, gli abusi fisici e verbali, le app di incontri, gli adulti assenti, le paure e le insicurezze di un delicato momento della crescita: c’è molta profondità e umanità, anche se un’umanità di cui è triste rendersi conto, in questa serie che fa anche affidamento in modo molto estensivo alla voce fuori campo di Rue. Questa, si dice sempre, è una modalità di cui si approfitta troppo e di cui si potrebbe fare a meno se non viene utilizzata con una logica specifica che la renda significava. Qui ci sono lunghi brani di monologhi, e funzionano.

Se la figura dello “spacciatore buono”, che si dà alla criminalità per sostenere la nonna in coma di cui si prende cura, nonostante il bravo interprete, mi pare un po’ favolistica, le altre le ho trovate tutte convincenti, e ho particolarmente apprezzato quella che coinvolge Nate: l’odio per se stesso e il rapporto tossico con la sua ragazza, i ricatti che mette in piedi per preservare la sua immagine di bravo ragazzo, il confronto con il padre (spettacolosa la season finale a questo proposito)…  

La prima stagione, a cui ne farà seguito una seconda, termina, in modo inaspettato ma efficace, con un numero musicale.    

lunedì 11 marzo 2019

SEX EDUCATION: franca, divertente, romantica


Con una miscela di empatia e ironia, franchezza e pudore, ingenuità e competenza, Sex Education (Netflix) racconta delle scoperte sessuali e di vita di un gruppo di adolescenti inglesi.

Otis Milburn (Asa Butterfield, assolutamente perfetto per la parte e con un je ne se quoi che ricorda un giovanissimo Joshua Jackson dei tempi di Dawson’s Creek) è un adolescente vergine che, nonostante la sua inesperienza e la difficoltà a masturbarsi, ha una grande conoscenza indiretta in campo sessuale, acquisita ascoltando la madre con cui vive, un’apprezzata sessuologa, la dottoressa Jean Milburn (Gillian Anderson, The X-Files), che ha il suo studio professionale in casa. Una compagna di scuola di Otis, Maeve (Emma Mackey), abbandonata a se stessa, sempre a corto di soldi e con la reputazione di bad-girl, gli propone di fungere da improvvisato terapeuta per i compagni di classe che hanno ogni genere di problema e quesito. Spinto anche dal suo migliore amico Eric (Ncuti Gatwa), gay, Otis accetta e fra i primi suoi clienti c’è Adam (Connor Swindells, Harlots), bullo che tormenta Eric e figlio del rigido preside del liceo da loro frequentato, Mr. Groff (Alistar Petrie).

Ideata da Laurie Nunn, di primo acchito ci si domanda perché non si sia pensato prima a fare una serie di questo tipo, ovvero che parla di sesso agli e con gli adolescenti: brillante quanto necessario. Si fa davvero educazione sessuale. Otis si ritrova a che fare con il compagno che non riesce ad avere un orgasmo quando fa sesso con la sua ragazza, come con la coppia lesbica che non riesce a trovare un’intesa, quella che si lamenta di avere troppi peli pubici o quella che ha inaspettati problemi di vaginismo e quello che vuole solo fingere di parlare con lui per far credere alla ragazza che gli piace di essere sessualmente attivo... Si riesce a parlare di aborto (1.03)  mostrando la ragione per farlo, e il supporto necessario e utile in queste situazioni, non evitando tra l’altro la possibile ostilità degli antiabortisti piazzati fuori dalla clinica. 

[ATTENZIONE SPOILER da qui in poi]. Si è frizzanti e divertenti: non ci sono predicozzi, ma le vicende si dipanano anche come storie di formazione, amicizia e come commedia romantica. Otis si innamora di Maeve, e quando Jackson (Kedar Williams-Stirling), campione di nuoto della scuola, si rivolge a lui per chiedergli consiglio su come conquistarla lui (1.04) è in estrema difficoltà. La puntata scritta dall’ideatrice insieme a Laura Neal, è stata costruita in modo impeccabile, con Otis che all’inizio si lascia sfuggire dei suggerimenti nel tentativo di difendere la ragazza che ama, e poi, nonostante i buoni propositi etici, fa il gioco del suo “rivale” decidendo volontariamente di sabotarlo. Quando finalmente lei si rende conto di amare lui, lui comincia ad interessarsi ad Ola (Patricia Allison). Ostacoli che sono classiconi che ci fanno tifare perché la coppia riesca a stare insieme.

Chi lamenta il fatto che l’eteronormatività condanna l’omosessuale al perenne ruolo di “amico di” qui può gioire del fatto che, se è comune che sia amico della protagonista femminile, ben più raro è vedere che sia il punto di riferimento per un coetaneo maschio etero. Anzi, l’amicizia al maschile è una delle parti meglio riuscite di questa pregevole serie, ed è meraviglioso come si mostra un mondo in cui si può essere sicuri della propria mascolinità senza che questo implichi omo o tranfobia – la puntata del compleanno di Eric (1.04) è particolarmente efficace in proposito – o se si è consapevoli del potenziale implicito  sessismo di certi divertimenti ritualizzati – e qui basta pensare alle parole di Otis sul ballo scolastico e le inadeguate aspettative sul romanticismo che crea (1.07) – e di aspettative di gender e solidarietà femminile – non si può non pensare alle studentesse in assemblea scolastica che si alzano una a una a dichiarare “è la mia vagina”, riferita a un’immagine che era di una solo di loro, ma poteva rovinarle la reputazione (1.04), senza trovarla divertente, commovente ed empowering. Fa tornare alla mente una vecchia pubblicità di preservativi.

A chi lamenta la trita rappresentazione della sessuologa come una donna dai forti appetiti sessuali e molto disinibita, non posso che dare ragione, è uno stereotipo un po’ abusato, ma si riesce ad evitare di farne una macchietta, e diventa tridimensionale non solo nel suo ruolo di madre, ma anche nel rapporto con l’idraulico Jakob (Mikael Persbandt), che con lei vorrebbe una storia seria. A chi infine si lamenta che nelle serie in generale, e anche qui, ci si preoccupa sempre troppo di insegnare come far bene le fellatio e troppo poco a far bene il cunnilingus mi unisco io, ma c’è tempo per esplorare ulteriormente anche questi aspetti, che comunque si dimostra, dal proprio atteggiamento, di non voler trascurare.

La sessuologa clinica nella vita reale Lindsay Doe, che su YouTube ha un canale chiamato Sexplanations (che non ha nessun legame di per sé con questa serie) ha detto (non chiedetemi in quale delle molte puntate) che la domanda che le pongono più spesso le persone è “Sono normale?”. Azzardo a dire che qui si risponde un pochino a quella domanda nel senso che si mostrano tante situazioni e tanti comportamenti, o per lo meno si comincia a farlo sbirciando nell’argomento, e si mostra che la normalità ha tante facce. Lo stesso protagonista Otis, che pure lo sa bene, si sente diverso, indietro rispetto ai propri compagni (1.06). Se sotto i riflettori c’è la pubertà, la serie parla di fatto di sesso anche agli adulti perché alcune problematiche rimangono vere a tutte le età.

Si è molto espliciti, anche nel mostrare, si potrebbe forse dire pruriginosi ma l’intento non è di ammiccamento o solleticamento, è più maturo e si è attenti a non scindere la parte carnale dalle questioni psicoaffettive, e si mostrano con naturalezza insicurezze, imbarazzi e desideri. Per me la si può sicuramente inserire già fra le migliori serie del 2019.  


martedì 28 aprile 2015

MASTERS OF SEX: la seconda stagione


Attenzione spoiler. La seconda stagione di Masters of Sex si è tenuta qualitativamente sullo stesso livello della prima – di cui ho parlato estesamente in Osservatorio TV del 2014. Come avevano promesso gli autori però, si è concentrata su aspetti diversi rispetto alla prima, e in particolare sulla relazione, progressivamente sempre più intima, fra i protagonisti principali, William Masters e Virginia Johnson, esaminata in dettaglio, soprattutto attraverso il loro rapporto lavorativo-personale degli incontri clandestini in un hotel ad Alton. La scrittura qui ha raggiunto livelli davvero impareggiabili, e penso in particolare alla puntata “Fight” (2.03) scritta da Amy Lippman (Party of Five), quasi un bottle episode, in cui i due si rivelano l’un l’altra con sullo sfondo il contrappunto di un tanto scontro di boxe che va in onda sullo schermo della TV nella camera d’albergo in cui si trovano, tanto reale quanto metaforico – il tema della mascolinità nello specifico è eviscerato in modo acuto qui.
Nello stesso episodio il “caso medico” di un bimbo nato con organi sessuali ambigui ha reso la puntata ulteriormente pregnante su un altro livello, tratteggiando con pennellate tanto essenziali quanto efficaci la tematica molto attuale della discriminazione e della necessità di giustizia sociale nei confronti delle persone transgender.  Accanto a questa si è continuato ad approfondire quella già toccata nella prima stagione dell’orientamento sessuale. La terapia di conversione di Barton (Beau Bridges) seguita da un frustrato tentativo di fare l’amore con la moglie Margaret (Uallison janney) – doloroso da guardare per la sua violenta autenticità - e il suo successivo tentato suicidio sventato dalla figlia Vivian (Rose McIver) hanno aperto la stagione e veicolato l’uscita di scena di questi personaggi per altri vincoli contrattuali degli attori: Beau Bridges e Allison Janney sono impegnati sul fronte delle sit-com, e Rose McIver è diventata la protagonista di iZombie. Il testimone della famiglia Scully lo hanno raccolto Betty (Annaleigh Ashford) ed Helen (la comica Sarah Silverman in un ruolo drammatico), in una storia lesbica di forzate menzogne che ha danneggiato tutti.   
Il fondo della serie è rimasto quello che Bill ha bene espresso in una intervista per una stazione televisiva: “L’obiettivo è provocare una conversazione sulla sessualità umana che non sia condotta in sussurri fatti sottovoce. Il vocabolario del sesso (…) dovrebbe essere comune. (…) La censura perpetua la vergogna, che a sua volta favorisce l’ignoranza, e l’ignoranza impedisce il cambiamento, per cui è una traiettoria pericolosa ritirarsi intimiditi dal linguaggio del corpo” (2.11) È perfino sorprendente quanto ancora attuali siano le sue parole. E il come parlarne è emerso proprio rispetto al medium televisivo con Bill inizialmente riluttante,  poi comunque impacciato, a spiegare la propria ricerca attraverso un mezzo che, ancora agli esordi, doveva autocensurarsi molto e utilizzare circonlocuzioni e modalità costrittive e antitetiche all’essenza del messaggio che il ricercatore voleva trasmettere.
Questo arco è stato di fatto diviso in due parti, con uno stacco temporale di alcuni mesi fra la prima e la seconda parte della stagione – la prima fase si è chiusa con la morte per cancro della dottoressa DePaul (Julianne Nicholson): l’intenso rapporto fra lei e Virginia è culminato con decisioni difficili da entrambe le parti (Lillian di non continuare la terapia chemoterapica, Ginny di non chiamare i soccorsi quando l’ha trovata morente) che hanno mostrato quanta forzo e rispetto ci fosse in entrambe. E la seconda parte, con il dottor Masters che all’improvviso si è trovato non solo medico e scienziato, ma uomo incapace di avere un’erezione se non masturbandosi, ha spinto i due ricercatori verso una nuova tappa dei loro studi, quella non solo di osservare e descrivere il sesso da un punto di vista fisiologico, ma di cercare delle soluzioni per coloro che soffrono per disfunzioni di varia natura nel campo della sessualità. L’eterodosso approccio di Virginia alla psicologia ha reso giustizia sia a quest’ultima come disciplina autonoma con forti potenzialità che all’ignoranza dell’epoca sull’argomento.
Diverse altre le storie sono state sotto i riflettori: dal dottor Austin (Teddy Sears) che si è visto costretto a cedere alle avance sessuali del suo capo, Flo (Artemis Pebdani);  alle difficoltà fisico-relazionali di Barbara (Betsy Brandt), nuova segretaria, e Lester (Kevin Christy), documentarista del loro lavoro, poi divenuti pazienti; al fratello di William, Francis (Christina Borle, Smash), e l’alcolismo suo (di Francis) e del padre; fino alla storia di scoperta della realtà nera da parte di Libby (Caitlin Fitgerals), che si immagina dispensatrice di buone maniere e saggezza nei confronti della sua giovane baby sitter Coral (Keke Palmer) e scopre un mondo a colori e si impegna accanto al fratello di lei Robert (Jocko Sims) per la causa dell’uguaglianza razziale, su esempio e guida di Martin Luther King. La sua trasformazione è stata graduale e insieme alla maggiore consapevolezza c’è stata anche una certa disillusione: “Forse questa è la chiave, lasciar andare un qualche ideale per vivere la vita che hai, non la vita che pensavi che avresti avuto, per finalmente accettare ciò che è” (2.12).  
Su tutto però brillano sempre loro: William Masters e Virginia Johnson, e il merito è sì della scrittura, e nella regia – si pensi solo anche al significato e alla potenza dell’immagine Bill inginocchiato davanti a Ginny per praticarle sesso orale in “Giants” (2.05) - ma molto anche degli interpreti, sempre eccellenti,  Michael Sheen e Lizzy Caplan.
Il 12 luglio la serie torna con una terza stagione.