Visualizzazione post con etichetta terza stagione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta terza stagione. Mostra tutti i post

mercoledì 21 maggio 2025

THE WHITE LOTUS: la terza stagione, in Thailandia

La conclusione è stata degna di una tragedia classica, e il cast è di prim’ordine, ma per il resto, la terza stagione di The White Lotus (HBO, Sky Atlantic), sempre naturalmentre firmata da Mike White, è stata sottotono rispetto alle precedenti, pur comunque appassionante.

Ci siamo spostati in Thailandia e al resort vanno tre gruppi che seguiremo durante la vacanza. Ci sono tre amiche dai tempi della scuola, Jaclyn Lemon (Michelle Monaghan), che è diventata una famosa attrice e ha deciso di pagare l’esperienza alle altre due, Laurie Duffy (Carrie Coon), avvocata a New York recentemente divorziata, e Kate Bohr (Leslie Bibb), una texana conservatrice. Presto sono attratte da Valentin (Arnas Fedaravicius), aiutante coach del benessere.

C’è la famiglia Ratliff: padre Timothy (Jason Isaacs), un ricco uomo d’affari che sta avendo gravi problemi finanziari di cui non vuole dire nulla agli altri, la madre Victoria (Parker Posey) amante del lusso e perennemente impasticcata, e i loro tre figli. Saxon (Patrick Schwarzenegger), il figlio maggiore che lavora con il padre, sa di essere un ragazzo dalle attrattive non indifferenti ed è sicuro di sé come seduttore. Piper (Sarah Catherine Hook) è stata la causa del loro viaggio. Convertitasi al buddismo ha infatti detto di voler scrivere una tesi di laurea intervistando un monaco locale, quando in realtà la sua intenzione è quella di trasferirsi per un anno a vivere in monastero e ha voluto cogliere questa occasione per capire se possa andarle a genio; Lochlan (Sam Nivola) è il figlio più giovane e un po’ timido a cui il fratello maggiore vuole insegnare come far colpo sulle donne.

C’è poi una coppia. Rick Hatchett (Walton Goggins), il cui obiettivo non è quello di rilassarsi nel resort di proprietà dell’ex attrice e cantante Sritala (Lek Patravadi) ma di affrontare l’anziano marito di lei e co-proprietario, Jim Hollinger (Scott Glenn), che ritiene responsabile della morte del proprio padre, ha portato con sè anche la ben più giovane fidanzata Chelsea (Aimee Lou Wood, Sex Education) che, a dispetto della differenza di età, è genuinamente innamorata di lui. In loco Rick contatta un vecchio amico, Frank (Sam Rockwell).

In trasferta per imparare in Thailandia dal direttore del centro di wellness Pornchai (Dom Hetrakul) nuove tecniche di massaggio, c’è anche Belinda Lindsey (Natasha Rothwell), che avevamo già conosciuto perché direttrice della spa del White Lotus alle Hawaii, che viene poi raggiunta dal figlio Zion (Nicholas Duvernay). Con sorpresa trova lì Gary (Jon Gries), che riconosce come il vedovo e lei sospetta l’assassino di Tanya McQuoid con cui in passato era intenzionata a mettersi in affari prima che quest’ultima si tirasse indietro. Lui, divenutone l’erede, è ricchissimo e frequenta una giovane donna, Chloe (Charlotte Le Bon). Al resort, sotto la direzione di Fabian (Christian Friedel) lavorano anche Mook (Lalisa Manobal, a quanto pare una superstar nel suo Paese), coach del benessere, e Gaitok (Tayme Thapthimthong), timida guardia di sicurezza che è innamorato di lei.

SPOILER PER LA TERZA STAGIONE

Il percorso più affascinante e forse quello più affine a un tema conduttore di tutte le stagioni della serie, ovvero quello che il denaro corrompe, è quello di Belinda e di Piper, che arrivano a delle scelte diametralmente opposte a quelle con cui hanno iniziato. Piper, che si era vantata di dare poco peso al denaro e alle comodità, tutta protesa a una vita spirituale, ha conosciuto se stessa meglio realizzando di essere molto più attaccata alla bella vita di quanto non credesse; Belinda si considerava integerrima nel non sorvolare sul fatto che si trova davanti un presunto assassino, anche di fronte alla più grossa somma di denaro, salvo poi cedere invece e, cosa emotivamente ustionante, la vediamo fare a Pornchai, con cui aveva fatto progetti di aprire un’attività, quello che Tanya aveva fatto a lei, noncurante della sua situazione e dei suoi sentimenti. Davvero caustico, graffiante, corrosivo. E per quest’ultima in particolare davvero una corruzione dell’io che abbiamo visto sbriciolarsi più gradatamente, memori anche del suo storico. In fondo, per motivi diversi anche Gaitok tradisce se stesso, mite e non violento, per conquistare il cuore di Mook che lo vuole più ambizioso e macho.

La vicenda più piccante e chiacchierata, e godibile anche perché a tratti giocata in termini umoristici, è stata quella di Saxon e il fratello Lochlan e il loro rapporto incestuoso: Lochlan bacia il fratello (3.05) e poi successivamente Saxon si rende conto con dei flashback di semi-lucidità che quest’ultimo lo ha masturbato (3.06), e il suo imbarazzo e disgusto, sono stati fulcro di tanta attenzione. Con il fatto che entrambi erano sotto l’effetto di sostanze in quello che è partito come un ménage à trois con Chloe ha fatto sì che la questione diventasse meno “problematica” di quanto non avrebbe potuto diversamente essere, ma ugualmente è stata significativa, anche perché ha messo in crisi la mascolinità performativa del fratello maggiore, rivelandone la fragilità e rendendolo  molto più umano e di spessore di quanto non sembrasse inizialmente, indagando anche questioni di potere e identità. I tre fratelli Ratliff, mostrati all’arrivo metaforicamente come le tre scimmiette “non vedo, non sento, non parlo”, sono ri-mostrati come trio al ritorno con un parallelo ma ben diverso aspetto.

Le tre amiche, apparentemente legatissime ma poi pronte a sparlare l’una dell’altra fra loro alla prima occasione in cui una si assenta, è stata una disamina veritiera di alcune dinamiche femminili, ma concordo con chi ritiene che la serie non si sia guadagnata attraverso una adeguata costruzione narrativa quella che è la conclusione finale del loro rapporto, espressa in chiusura di vacanza da Laurie, durante l’ultima cena al resort, anche se per me rimane vero almeno per alcuni dei personaggi, e penso in particolare a Timothy, che ha avuto pensieri intrusivi di suicidio per tutta la stagione. Vista anche l’ambientazione, uno dei focus è stata la spiritualità. Che cosa ci fa andare aventi e che cosa è qualcosa a cui ci aggrappiamo come se fosse una religione? Per tutti i personaggi è qualcosa di diverso. Laurie in un breve monologo dice che per lei questo qualcosa è stato il lavoro, poi ha creduto lo fosse l’amore, che si è rivelata una religione dolorosa, successivamente ha sperato che a salvarla fosse il diventare madre. Alla fine la sua illuminazione è stata quella di non avere un sistema di credenze, ma si è resa conto – e questa è la lezione morale ultima della stagione – che non ha bisogno di religione e di Dio per dare un senso alla propria vita, perché è l’hic et nunc del tempo trascorso con le persone a cui si vuole bene quello che dà senso, quello che conta.  

Il marchio di fabbrica del ritrovamento di un cadavere nella scene d'apertura, con la soluzione riservata per la chiusura, rimane un espediente tensivo che funziona, rinforzato da piccoli dettagli in corso di via che ti fanno immaginare ora l’uno ora l’altro come possibile vittima. Questa eccitazione immaginativa rimane un buon propulsore. Ammetto che è stata una delusione la variazione della musica sui tableaux animati dei titoli di testa. Per il resto visivamente la serie rimane uno spettacolo, e ti porta in vacanza, ma in quel senso non c’è dubbio che la satira del capitalismo che mette in scena  ̶ dei soldi che non ti rendono meno infelice, dello stress che non ti fa mai staccare da una tecnologia che porta miseria, degli eccessi che non riescono ad anestetizzarti, delle apparenze che nascondono tensioni sommerse, del privilegio di gente che vede gli altri come persone da fruttare a proprio vantaggio  ̶ , riguardano gli americani, e americani in vacanza appunto. I locali, nel senso delle persone del luogo, per quanto presenti, sono un pensiero secondario.  C’è stato tanto su cui riflettere in ogni caso, anche sul potere corrosivo dei propri pensieri (penso a Rick in particolare).  

Già ci sono ipotesi su dove potrà essere ambientata la quarta stagione.

martedì 18 febbraio 2025

INDUSTRY: una fenomenale terza stagione

“Il denaro doma la bestia. Il denaro è pace. Il denaro è civilizzazione. La fine della storia è il denaro”: così dice Eric (Ken Leung) nel suo ispirato discorso aziendale nella season finale di una fenomenale terza stagione di Industry, ideata dagli ex-consulenti finanziari Mickey Down e Konrad Kay, parole, confesserà poi, che ha preso a prestito da un racconto di Denis Johnson pubblicato sul New Yorker nel 2014 intitolato “The Largesse of the Sea-Maiden”, da cui il finale della terza stagione trae il titolo: “Infinite Largesse”. 

La serie (HBO – BBC1; ho parlato della prima stagione qui e non ho invece scritto sulla seconda) è fenomenale, una delle migliori in assoluto, e in crescita, per cui mi rammarico che ancora in Italia non venga trasmessa. In realtà, pur essendo il denaro e l’etica capitalista necessariamente molto visibili per una narrazione ambientata nel mondo dell’alta finanza, è stato meno il fulcro in questo arco (la messa in onda originaria è andata dall’11 agosto al 29 settembre 2024), più interessato ai rapporti di classe. È stata proprio uno studio su quei rapporti, sulla difficoltà di cambiare classe sociale nonostante il portafoglio di cui uno possa ritrovarsi a godere e nonostante l’illusorietà della mobilità sociale; in un conteso come quello britannico che fa da sfondo alle vicende, anche sull’inevitabilità del classismo. E parallelamente, in mezzo agli intrighi, la politica, la plutocrazia, i media, la società, il privilegio, la pressione performativa sul lavoro, la meritocrazia, il desiderio, il passato, è uno studio sui personaggi ognuno a modo loro spezzato dalla vita, ma che cercano di andare avanti nonostante tutto.

ATTENZIONE SPOILER IMPORTANTI  

La Pierpoint  ̶  la banca londinese per cui lavorano i protagonisti e che nelle battute finali (3.08) verrà chiusa sei mesi dopo l’egregio lavoro di Eric di coinvolgere i finanziatori egiziani Al-Miraj per tenerla a galla  ̶  investe in un’azienda che è in procinto di essere quotata in borsa, la Lumi, il cui CEO è Sir Henry Muck (basta cambiare una lettera del cognome e si capisce facilmente che tipo di multimiliardario visionario intende rappresentare), interpretato da un Kit Harrington che dimostra di non essere memorabile solo come il Jon Snow di Game of Thrones. Presto lui comincia a mostrare interesse per Yasmin (Marisa Abela), alle prese con la scomparsa del padre, Charles (Arthur Levy), accusato di appropriazione indebita per aver sottratto soldi alla propria casa editrice, la Hanani Publishing. In seguito (3.06), con dei flashback si viene a scoprire che, in vacanza in Italia sullo yacht del padre, dopo una feroce litigata con lui durante la quale lei gli augura la morte, lui ubriaco si è buttato in acqua per stizza e ripicca, e lei non ha fatto nulla per aiutarlo mentre stava affogando ed è così morto. A saperlo è solo Harper (Myha'la Herrold), che alla fine della stagione precedente era stata licenziata dalla Pierpoint per aver falsificato le proprie credenziali sul curriculum, e ottiene un lavoro come assistente esecutiva in una piccola azienda, dove conosce una manager di portfolio, Petra (Sarah Goldberg), con la quale si mette in affari. Harper è brillante ma senza scrupoli: Otto (Roger Barcley), padrino di Henry, la saluta con un “ecce Brute”, in una di quelle gemme di dialogo (3.08) che fanno apprezzare una volta di più la serie. Robert (Harry Lawtey), dopo che si ritrova la propria cliente che lo usava come boy toy morta a letto, diventa una sorta di liaison fra la Henry e la Pierpoint. L’amicizia fra lui e Yasmin li conduce finalmente ad ammettere l’amore l’uno per l’altra, ma il giorno stesso in cui fanno l’amore lei decide di sposare Henry (3.08) in un gran colpo di scena. Rishi (Sagar Radia) è perseguitato da crescenti debiti di gioco che conducono all’assassinio a sangue freddo di sua moglie davanti ai suoi occhi nel girono del proprio compleanno. Sweetpea (Miriam Petche) è una nuova assunta alla Pierpoint, che a fine stagione viene chiusa, come dicevo a inizio paragrafo. Lei ed Eric si ritrovano così senza lavoro.

Tutti gli eventi portano ad un calo di sipario su una fase della serie, che finora può essere descritta come un incrocio fra Succession, Mad Men e qualcuno ha azzardato anche Girls. Allo stesso tempo è un mondo a parte che mai abbiamo visto in TV, con un linguaggio proprio (per me difficile da comprendere sinceramente, e non per l’inglese, in italiano sarebbe uguale, l’alta finanza non fa per me). Non c’è uno stile espositivo, ma il ritratto caratteriale di ciascuno, e le debolezze e i punti di forza di ciascuno bene emergono dalle relazioni, dalle interazioni reciproche.

È brutale e feroce, implacabile. Basti pensare a “Nikki Beach, or: So Many Ways to Lose" (3.06) puntata in cui Yasmin ricorda quello che è accaduto con col padre e quella in cui lei e Harper si distruggono verbalmente a vicenda: Yasmin la accusa di trovare utile per sè stessa il suo dolore, Harper le vomita addosso gli stessi dolorosi insulti del padre: “senza talento, puttana, inutile”.  Le persone sono un mezzo per un fine (3.06) e “la verità non è importante” (3.07). Un altro buon esempio è il ludopatico Rishi, naturalmente, quando viene pestato e si presenta al lavoro sanguinante (3.04), per cui nessuno mostra preoccupazione, e la morte della moglie alla fine ci porta ai limiti de I Soprano. Ed non si può non pensare a Eric, licenziato senza mezzi termini.

È priva di sentimentalismo. Yasmin e Robert si ameranno anche, ma appartengono a due mondi diversi, e Robert non se la prende nemmeno quando vengono annunciate le  nozze di lei con Henry nella season finale. Intorno a una lunga tavolata la regia fa scomparire tutto e rimangono idealmente soli i due innamorati: “mi dispiace” dice lei; “capisco” replica lui. Ma il vero brillante gioiello di scena è quando si fermano a una stazione di servizio sulla via per la tenuta di Henry. Lei lo vede grattare un “gratta e vinci” e cristallizza una volta in più (altre volte ci sono riferimenti, ad esempio col cibo) che lui viene dalla working class, diversamente da lei. 

È capace di convivere con l’ambiguità. A fine stagione Yasmin prende con sé una dipendente dello yacht su cui era stata in Italia, che al tempo era incinta, che aveva visto sul suo letto far sesso orale con suo padre. La donna è esplicita nel dire che, in altre occasioni, c’erano state molte bambine in quei party. Scene intense, anche per la reazione e per come sono costruite, ma noi pubblico rimaniamo con il dubbio se anche Yasmin sia stata molestata dal padre da piccola. Questa incertezza esiste anche sul piano finanziario, dove ci sono molti avvenimenti e piccoli colpi di scena, l’idea è che i mercati siano solo “fumo e specchi” (3.02), ma indistinguibili dalla realtà, perché la percezione è la realtà: “il denaro è un’illusione. È un costrutto sociale basato sulla fiducia” (3.04). E scrive bene Aramide Tinubu su Variety, quando dice che “(n)el corso degli otto episodi, gli spettatori vedono in ogni momento come la percepita responsabilità sociale non riesca a mascherare un nucleo marcio”.

Partito forse un po’ in sordina, ora Industry è uno sleeper hit acuto, audace, sicuro di sé, che non si contiene. Non è un caso che su Metacritic la terza stagione abbia un punteggio di 86 e una collezione di sfavillanti critiche positive.

lunedì 25 novembre 2024

HEARTSTOPPER: disturbi alimentari nella terza stagione

Continua con dolcezza, in linea con le precedenti stagioni, la serie LGBTQ+ adolescenziale Heartstopper, ormai alla sua terza stagione. Importante è stata in questo arco la tematica dei problemi di disturbi alimentari e di autolesionismo di Charlie (Joe Locke), realizzata con delicatezza ma senza paura. Sembra che questo genere di problemi siano più diffusi nella comunità LGBTQ+ che fra gli eterosessuali, e soprattutto fra i giovani, ma se ne parla poco e ancora meno quando si tratta di persone di sesso maschile. L’immaginario diffuso collega l’anoressia (che è quello di cui soffre il protagonista) in modo prevalente alle donne.

Alice Oseman, l’ideatrice, rivela in un’intervista ad Elle:

“Si trattava di trovare il giusto confine tra il mostrare troppo e il mostrare troppo poco, essenzialmente. Volevo che fosse realistico e che mostrasse in modo autentico la realtà di avere un disturbo alimentare, ma se mostravo troppo, allora diventava gratuitamente orribile e dannoso. Quello non è utile per nessuno. Anzi, è attivamente dannoso per le persone che guardano.

Ma d'altra parte, se tratto di sfuggita o glisso sugli elementi più oscuri di quella storia, allora non è realistica o nessuno riesce ad riconoscervisi. C'è una linea intermedia che ho cercato di trovare, e questa è stata la sfida anche quando ho scritto le graphic novel. Mi sono avvicinata alla storia pensando: cosa devo mostrare? Cosa non dovrei mostrare? Cosa dovrei raccontare al pubblico e non farglielo vedere?”

Da profana ritengo che abbiano fatto un buon lavoro, con i familiari e il suo ragazzo Nik (Kit Connor) che gli stanno vicino, ma se per esperienza con l’argomento ritenete che non sia così, mi fa piacere se mi commentate argomentando in proposito. 

I primi approcci al sesso pure hanno avuto il loro spazio, così come la tematica trans, con il rischio che venga vista attraverso quella lente qualunque cosa uno faccia: Elle (Yasmin Finney) rimane delusa e ferita che, convocata per un’intervista sulla sua arte, finiscano per chiederle poi in realtà più della sua sessualità che della sua opera.

Nel variegato gruppo è rincuorante vedere che non si dimenticano di chi è asessuale, anche perché se c’è una categoria sottorappresentata è quella. Di questo specifico aspetto in passato ne avevo parlato qui.

Graditissimo il cameo di Jonathan Bailey (Bridgerton, Fellow Travelers) che, grande fan lui stesso, si è attivato per poter partecipare. ‘Tutti coloro che hanno superato i 40 anni dovrebbero essere costretti a guardarlo. (…) E onestamente, se fossero costretti a guardare Heartstopper, il mondo sarebbe probabilmente migliore per questo”, ha dichiarato (qui). Non so se si dovrebbero costringere le persone a vedere cose, ma concordo; sarebbe per molti un’educazione.

lunedì 1 luglio 2024

BRIDGERTON: la terza stagione

Anche con la sua terza stagione Bridgerton si conferma una gustosa caramellina. Questa stagione mi ha convinta meno di altre rispetto alla coppia che era sotto i riflettori, Colin Bridgerton (Luke Newton) e Penelope Featherington (Nicola Coughlan), ma solo perché sono stati un po’ affrettati nel far sì che lui si rendesse conto dei suoi veri sentimenti, diversamente sono rimasta soddisfatta. E quante scene hot! Chi si sarebbe immaginato che una serie così mainstream e “di buoni sentimenti” (non siamo Game of Thrones, voglio dire) mostrasse scene a tre non con uno, ma ben due dei suoi leading men? Una era proprio con Colin con delle prostitute, e francamente non l’ho trovata particolarmente in linea con il personaggio, se non nella misura in cui lo si voleva far vedere ora smaliziato uomo di mondo. Potevano trovare un altro modo. L’altra era con Benedict (Will Tilston) e c’erano di mezzo i sentimenti e una storia vera e propria e in quel caso non mi è affatto dispiaciuta, anche perché per come era stato visto finora quel personaggio che non mostrasse attrazione anche per gli uomini mi era parso poco credibile. Audace, per quello che siamo abituati a vedere.

In primis bisogna riconoscere a Shondaland, che produce la serie, di aver saputo dimostrare con i fatti che non è poi così difficile realizzare la diversità sullo schermo se proprio lo si vuole. Inclusività e varietà basta volerle. Quand’è l’ultima volta che si sono visti tanti neri e bianchi insieme a pari merito? Evviva. E si è fatto lo stesso con la forma corporea. Non si non può notare l’ovvio. Parte del personaggio di Penelope è narrativamente condizionato dal fatto che è grassa.

Quando una giornalista ha commentato sul coraggio che la Coughlan ha avuto a mostrarsi senza veli, lei brillantemente ha risposto: "Sapete, è difficile, perché penso che le donne con il mio tipo di corpo, le donne con un seno perfetto, non si vedono abbastanza sullo schermo. Sono molto orgogliosa di far parte della comunità dei seni perfetti. Spero che vi piaccia vederli". È stata una battuta intelligente che ha creato ilarità, ma sappiamo ben tutti, anche perché in passato ha sempre riferito il fatto che le facevano bodyshaming grassofobico, che vedere una protagonista con la sua mole oggetto del desiderio romantico e sessuale maschile, al pari di chiunque altra, non è qualcosa che si veda di frequente. Ed è fantastico che ci sia.

La prima scena di sesso fra Pen e Colin (3.05) è stata davvero magnifica. Hanno mostrato lei nuda frontalmente dalla vita in su e lui totalmente nudo da dietro. Sono stati spinti, ma hanno saputo calibrare alla perfezione anche il consenso e il fatto che lei era vergine e “ingenua” – per tutte e tre le sorelle Featherington è stato reso chiaro che non se ne intendessero molto su quello che significasse andare fino in fondo, cosa giocata anche sull’ilarità, quando al “sorellastre di Cenerentola” della situazione dovevano cercare di rimanere incinte, ma era evidente che non mettessero in pratica attività consone all’ottenimento del risultato. Quindi un applauso su questo fronte.

E poi, per rimanere in tema di peso, la protagonista di questo arco non è mai stata definita solo dal suo aspetto fisico e ridotta a quello e basta. Certo, nessuno si aspettava attirasse un marito, ed è sempre stata la “carta da parati” dei balli, ignorata e sottovalutata da tutti;  anche per questo era potuta diventare la temuta scrittrice Lady Whistledown, che fa tremare l’alta società con i suoi gossip veritieri, e spesso impietosi. Penelope è sempre stata un personaggio a tutto tondo: tenera, amabile, intelligente, arguta, osservatrice, attenta, generosa, ma a tratti anche crudele. Attraverso il suo alter ego ha potuto prendersi delle rivincite, ma in primis esprimere se stessa.

Inizialmente il futuro sposo non gradiva questa sua attività, per il fatto di esserne stato ferito in passato, ma anche per invidia, come ha ammesso in seguito. Messa alle strette nello scegliere fra l’amore e la sua attività di scrittrice, che le dava potere e indipendenza, non è stata pronta a rinunciare alla seconda per il primo. Ha combattuto per mantenere questa parte della sua identità. Quando Cressida (Jessica Madsen) per un momento (3.05), mentendo, confessa di essere lei la temuta penna, Penelope se ne sente ragionevolmente usurpata. Alla fine, al centro dei riflettori di una grande festa da ballo ammette la verità e se ne prende oneri e onori (3.08).

Negli ultimi anni vari articoli hanno esaminato come il gossip abbia avuto un ruolo importante nelle relazioni sociali, per le donne in particolare, a cui non era permesso molto altro, e come sia stato spesso vilipeso proprio perché associato a loro, svilito a chiacchiera oziosa e demonizzato anche per il ruolo di solidarietà fra loro che creava. Sempre più studi lo esaminano non necessariamente come arma in negativo ma come strumento di potere sovversivo femminista.

In Bridgerton si è ragionato con leggerezza sulla condizione della donna e sul fatto che poter spettegolare significa poter avere una voce. In questa stagione si è parzialmente riabilitata la figura negativa e macchiettistica della madre di Pen, Portia Featherington (Polly Walker). Parlando con lei, la figlia si chiede che cosa ne sia dei suoi sogni se rinuncia alla sua scrittura. L’amara replica è stata “le donne non hanno sogni, hanno mariti”, con la conseguenza che una volta sposate sono i sogni dei mariti a diventare i loro. Se ci si crogiola nella fantasia della storia romantica e del vissero per sempre felici e contenti, non ci si limita alla favola da romanzo rosa, ma si mostra anche la verità della spietatezza del “mercato matrimoniale”, come viene chiamato senza mezzi termini, dove il valore della donna è solo legato al suo essere “sposabile”, nulla di meno romantico. Il personaggio di Cressida, che pure un po’ di backstory ha reso più umano e tridimensionale, è pure visto in quella prospettiva. Tanto zucchero e qualche pilloletta, insomma.

Come sempre ci sono stati costumi e  scenografie da sogno, e ci si può lamentare di storyline secondarie e scene riempitivo occupate da altri personaggi che hanno tolto spazio alla coppia, a cui un po’ più di tempo insieme non sarebbe guastato, e ci si sarebbe avvantaggiati di qualche episodio in più, se si escludono le considerazioni dei costi di produzione, ma al di là di molte critiche condivisibili, motivi per celebrare questo period drama che tanto buzz suscita ce ne sono anche al di là del semplice godersela come scacciapensieri.

giovedì 8 giugno 2023

TED LASSO: una terza e ultima stagione sottotono

Comincia con Ted Lasso (Jason Sudeikis) in aeroporto la terza e ultima stagione dell’omonima comedy (Apple TV+) che ha saputo conquistare il pubblico, e finisce ad arco quasi allo stesso modo con lui che ha deciso di rientrare negli Stati Uniti per stare vicino al figlio. Una fine scontata, e va bene in questo modo, così come sarebbe stato un tradimento dello spirito dello show se non avessimo avuto un lieto fine generale. Le puntate sono state più lunghe in questa tranche. Non è dispiaciuto in sé, ma c’è stata la sensazione che si sia persa la focalizzazione, in una stagione che ha regalato sorrisi e cuore come sempre, ma che non è stata di certo al pari delle altre, con alcune storie di cui si poteva fare volentieri a meno e altre che non avevano senso.

La prima puntata si apre e chiude con Ted piuttosto giù di corda. Il figlio Henry (Gus Turner), stato in visita da lui per sei settimane è tornato a casa dalla madre a Kansas City, e si rende conto che la sua ex ha un nuovo amore nella sua vita. In generale si chiede che senso abbia per lui rimanere in Inghilterra. La AFC Richmond, che allena, tutti si aspettano che arrivi ventesima; solo perché non c’è un ventunesimo, maligna Nathan “Nate” Shelley (Nick Mohammed), l’ex tuttofare diventato l’allenatore prodigio (Wonder Kid) e assunto dalla favorita West Ham, di proprietà di Rupert (Anthony Head, che se rimane nel cuore come l’osservatore di Buffy, qui sa essere odioso a sufficienza), l’ex della attuale proprietaria della AFC Richmond, Rebecca (Hannah Waddingham, Sex Education). In modo fin troppo evidentemente metaforico, Ted porta la squadra a visitare le fogne della città.

Da subito si mettono in parallelo due stili umani e professionali. Nate già dalla fine della scorsa stagione è ufficialmente il cattivo della situazione e nel suo nuovo ruolo si comporta come un bullo. Non risponde ai saluti, si aliena gli altri comportandosi da superiore, demolisce i propri giocatori mettendoli sulla "linea del cretino" quando sbagliano, chiede a un assistente che deve temporaneamente sostituirlo di farli correre finché non crollano. Ridicolizza un giornalista che gli pone una domanda. Ted al contrario li incoraggia e invita loro a trarre forza ciascuno dalle qualità che fanno brillare i compagni, e fa i complimenti a una giornalista che gli fa una domanda, e anche quando gli chiedono di commentare gli insulti di Nate nei suoi confronti, la butta sul ridere, lo loda e gli augura il meglio.

Sono entrambi due uomini infelici, ma mentre il primo scarica la propria rabbia e le proprie frustrazioni sugli altri, il secondo non lo fa. Essere depressi non è una scusa per trattale male gli altri: è una scelta sulla base del tipo di uomo che vuoi essere, ci dice la serie. Sembra quasi favolistico, ma credo che non lo sia, che sia alla fine anche una questione di credere nel principio che due mali non fanno un bene e abitudine ad agire sulla base di quella convinzione. Questo ottimismo, questo credere al di là delle circostanze nel prossimo e nelle potenzialità di ciascuno, è quello che ha reso amabile il personaggio. Ted Lasso non è un’ingenuità, è una scelta etica. Questo la serie lo reitera in più situazioni, come quando (3.04) la squadra si rende conto che è stato Nate a strappare il loro poster motivazionale, “Believe”. Ted aveva scelto di non dirlo, ma quando Coach Beard (Brendan Hunt) opta per farlo loro reagiscono con rabbia, ma questo non li aiuta: giocare motivati dall’odio non aiuta a vincere è la lezione.

Il rifiuto della cosiddetta mascolinità tossica e il re-inquadrare le ansie legate a successo e fallimento pure sono due pilastri di questa commedia che ha entusiasmato molti da subito, proprio perché ha fatto una scelta radicale diversa dai soliti cinismo e sarcasmo. In questa stagione però forse si è premuto anche troppo l’acceleratore solo su questo insegnare ad essere persone migliori, con una puntata sul razzismo, una puntata sull’omofobia…fastidiosamente interessati a fare la morale più che ha mostrare come l’intelligenza emotiva e l’empatia possano essere più efficaci della più grande competenza tecnica.

In corso di via in ogni caso, la squadra riprende vigore e scala la classifica, grazie anche ad un arco che introduce la carismatica egotica generosa superstar Zava (Maximilian Osinski), un calciatore ispirato in buona parte a Zlatan Ibrahimovic, evidente dal look perfino a me che di calcio non potrei saperne di meno, così come Nate riesce a riscattarsi e a tornare “sulla retta via”, anche grazie all’amore della cameriera del suo locale preferito, Jade (Edyta Budnik).

Il grande altro punto di forza della serie è l’amicizia al femminile: Keeley (Juno Temple) e Rebecca. Qui si passa il Bechdel Test alla grande, si vedono proprio le donne esserci le une per le altre. Questo è rimasto. Rompere la relazione fa Keeley e Roy Kent (Brett Goldstein) poi era stato un errore a cui troppo tardi hanno posto rimedio, e la storia sentimentale di lei con Jack (Jodi Balfour, For All Mankind) fatta solo di love bombing è parsa pretestuosa, propinataci solo per tenere Keeley lontana da Roy e per aggiungere una mini-storyline lesbica che proprio non ci stava: si capiva in partenza che sarebbe naufragata. Roy rimane uno dei personaggi più divertenti con i suoi grugniti monosillabici e il suo cipiglio astioso addolciti dagli incontri con la nipotina Phoebe (Elodie Blomfield) – ma la vicenda senza senso del suo alito pensante ce la potevano anche risparmiare - e il suo nuovo ruolo da allenatore che si prende a cuore la professionalità di Jamie Tartt (Phil Dunster), in passato suo rivale, è stato uno degli highlight della stagione.

La promozione a personaggio di maggior rilievo di Trent Crimm (James Lance), giornalista ora interessato a scriver un libro su di loro ha funzionato bene (anche se preferivo il suo titolo per il libro, “The Lasso Way” a quello in cui poi è stato cambiato, “The Richmond Way”), ma l’uscita di scena della psicologa, la dottoressa Sharon Fieldstone (Sarah Niles), che ha fatto una comparsata solo in apertura e chiusura, è stata uno spreco. 

Non arrivo a scrivere “Battute spazzatura, trama inetta, sceneggiatura debole... dobbiamo continuare? Questo spettacolo incasinato, noioso e a prova di resistenza è diventato molto più importante di quanto meritasse”, come fa Sian Cain nell’Articolo del Guardian, ma se uno vuole capire che cosa ha reso grande Ted Lasso, è alle prime due stagioni che deve guardare, non certo a questa, però come ammonisce Entertainment Weekly, non dobbiamo lasciare che la deludente terza e conclusiva diminuisca l’eredità spirituale della serie.  

mercoledì 8 dicembre 2021

ACS: IMPEACHMENT: nulla di nuovo

Anche ad aver vissuto in una caverna - e per me all’epoca, con una MECFS severa era un equivalente - a essere stati in vita nella seconda metà degli anni ‘90, difficilmente non si conosce lo scandalo di Monica Lewinsky e dell’allora presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, oggetto della terza stagione di American Crime Story, la serie stagionalmente antologica di Ryan Murphy, con un capitolo intitolato “Impeachment” (di FX, in Italia su Fox). Doveva essere la quarta stagione, ma la terza sull’uragano Katrina è stata abbandonata, e questa è diventata la terza.

Se ripenso a quella storia nella vita reale, due immagini mi rimangono indelebili, quella di Clinton che abbraccia la stagista, con lei che indossa un basco blu, e quella di lui che, con un dito alzato, dichiara “non ho avuto una relazione sessuale con quella donna”. La prima torna qui, la seconda no (forse ho un ricordo falsato io?), ma in compenso si spiega bene il come “relazione sessuale” sia stata intesa allora, così come definita dai legali di Paula Jones (Annaleigh Ashford, Masters of Sex), che per prima aveva fatto causa all’ex-governatore dell’Arkansas.

La serie sceglie di non mostrare alcun atto fra Bill (Clive Owen) e Monica (Beanie Feldstein) – se qualcuno si aspetta qualcosa di pruriginoso ha sbagliato indirizzo. Se ho apprezzato che non ci sia stato un taglio scandalistico, mi sono interrogata di continuo, in corso di via, se sia stata la scelta migliore non mostrare nulla di nulla. Le vicende si sono chiarite, ma mi è rimasta dalla visione la stessa idea che avevo avuto allora, ovvero di una stagista in fondo ingenua e realmente innamorata di un uomo che se ne è approfittato, e di una macchina politica tritatutto che ha cercato di cogliere ogni occasione per screditare e affossare l’avversario, ma senza che i coinvolti volessero attivamente ferirsi a vicenda. Sicuramente da parte della ragazza, resa dalla Feldstein con molta dolcezza, c’è il reiterato desiderio di proteggere da ogni possibile danno un uomo contro il quale alla fine fa dichiarazioni solo al fine di proteggersi. Più volte la mostrano che vuole chiamare Betty Currie (Rae Dawn Chong), la segretaria personale del presidente.

La mia aspettativa, disattesa, era di una rilettura delle vicende non tanto in termini di strumentalizzazione politica e giornalistica delle vicende – la brutalizzazione del carattere delle persone è una costante -, ma in prospettiva del #metoo. La realtà è diversa da allora, e non solo per la tecnologia che vedeva ai tempi un internet appena nascente, ma per una cultura di consapevolezza, ora, di come le dinamiche di potere-lavoro-sesso-molestie possano rendere vulnerabili le persone, di come sia indispensabile il consenso e di come in alcune situazioni possa essere difficoltoso definirlo. E forse in questo, mostrare qualcosa in più poteva avere un senso. L’unica che in fondo è sembrata indignata di come Monica venisse usata è quella Linda Tripp (Sarah Paulson) - nella vita reale scomparsa lo scorso anno - che nemmeno qui riesce a uscirne come un’eroina, troppo consumata da risentimenti personali e traditrice della fiducia dell’amica. Le sue ragioni hanno comunque il sapore di giustificazioni dell’ultim’ora per salvare la faccia. Le donne qui sono al centro, e sono vittime soprattutto di un sistema che alla fine le lascia in ogni caso sconfitte: Paula non creduta a dispetto di tutto e finanziariamente rovinata tanto da spingerla a posare senza veli, Linda derisa e vituperata, Monica magari anche apprezzata ma con addosso l’onta, e colei che muove addirittura un’accusa di stupro ignorata  - in un locale dei ragazzi vedono che c’è in onda un’intervista e chiedono di cambiare canale per una cerimonia di premiazione, stufi dell’ennesima storia su una donna finita sotto le grinfie di Clinton, che poi sarà quello che la gente perdona. E lui, giustificato dalla rabbia per la persecuzione politica a cui è sottoposto, ben poco prova rimorso per il proprio comportamento o sente di aver danneggiato queste donne. Questa amarezza in chiusura, e la consapevolezza (voglio credere non solo speranza) che oggi sarebbe andata diversamente è l’unica vera nota in questa direzione (3.10).

Sarah Burgess, showrunner che ha basato la serie sul libro “A Vast Conspiracy: The Real Story of the Sex Scandal That Nearly Brought Down a President” di Jeffrey Toobin, in un’intervista con TV’s TOP5 (qui), ha spiegato come il suo intento principale fosse quello di parlare dal punto di vista di persone che sono vicine al potere, ma sono costantemente ignorate, relegate a lavori noiosi e ripetitivi, privi di soddisfazione. Il riferimento è soprattutto a Linda Tripp, allontanata dalla Casa Bianca. Emerge la cospirazione. Quella Paula Jones un po’ tontolona, quella Tripp troppo sola, quella Monica così innamorata sono diventate facili munizioni in una guerra politica, usate anche da altre donne come l’ultraconservatrice Anna Coulter (di cui Cobie Smulters riesce bene a rendere l’odiosità), Susan Carpenter-McMillan (Judith Light) o in fondo anche dell’agente letteraria Lucianne Goldberg (Margo Martindale) ingranaggi della macchina di cui fanno parte. Loro, le donne, sono state un mezzo per affossare il presidente democratico e questo non è mai tanto evidente quando scelgono di ignorare un’accusa di stupro rivolta al capo di Stato: non c’è interesse a fare giustizia, lo scopo è incastrarlo per spergiuro e ostruzione alla giustizia.

Burgess non complica troppo le cose con personaggi secondari. Li butta lì, e se cogli chi sono bene, altrimenti la storia funziona comunque – l’americano medio mi aspetto li conosca, l’italiano medio no. Prendiamo 3.08. Quando Hillary Clinton (Edie Falco, I Soprano) ha un incontro con Stephanopoulos (George H. Xanthis), lo chiama solo George, sono l’aspetto fisico dell’attore ed eventualmente i sottotitoli che quando lui parla lo indicano per cognome (almeno quelli in inglese), che ti dicono chi è; quando sempre lei va al Today Show, e viene intervistata da Matt Lauer, lo stesso, e lo spettatore semmai può pensare a quell’intervista anche alla luce degli scandali che con il #metoo hanno coinvolto lui stesso; quando in un ufficio di consiglieri di Kenneth Starr (Dan Bakkedahl, Life in Pieces), Cavanaugh (Alan Starzinski) risulta particolarmente accanito, sta allo spettatore capire che è lo stesso che poi verrà nominato giudice della Corte Suprema da Trump.

Fra le produttrici esecutive risulta anche la stessa Monica Lewinsky. Nonostante episodi anche pressanti (penso agli interrogatori di Monica o Bill), e nonostante un cast di peso, che comprende anche Blair Underwood nel ruolo di Vernon Jordan e Colin Hanks in quello di Mike Emmick, la serie ha poco mordente, ma soprattutto non aggiunge davvero nulla di nuovo.

sabato 9 ottobre 2021

SEX EDUCATION: la terza stagione

Anche nella sua terza stagione Sex Education (Netflix), che si apre con un montaggio di persone che copulano, si è confermata una serie da non perdere: divertente, romantica, umanamente complessa e che fa vera educazione sessuale. Quale modo più efficace di illustrare che la vulva è per ogni donna diversa, ad esempio, che far preparare a Aimee (Aimee Lou Wood), che ha scoperto questa verità, tante deliziose cupcake dalla glassatura diversa l’una dall’altra? Non sono lesbica, ma golosona sì, e mi sarei mangiata volentieri quei dolcetti leccando il frosting così invitante, magari ridacchiando con malizia. Missione compiuta con garbo e simpatia.

La colonna vertebrale di questo terzo arco l’ho trovata poco credibile, un po’ costruito a tavolino in maniera telefonata: l’arrivo di una nuova preside, Hope Haddon (Jemima Kirke, Girls), che deve dare nuova credibilità al liceo di Moordale, etichettata come “la scuola del sesso”, fa credere che ci saranno migliorie, ma si capisce ben presto che è molto rigida, e diventa repressiva e oscurantista; si va di male in peggio, al punto che gli studenti vengono svergognati pubblicamente costringendoli ad indossare appeso intorno al collo un titulus crucis, con scritta la loro colpa. Era troppo evidente dall’inizio che quella era la direzione che si sarebbe imboccata e richiede molta sospensione dell’incredulità pensare che in corso di via nessun insegnante e nessun genitore abbia protestato della piega che stavano prendendo le cose. Questa latitanza era pretestuosa: permettere ai ragazzi di inscenare la propria rivolta dichiarandosi orgogliosi della loro reputazione di scuola all’avanguardia. Come saggiamente mettono in bocca ad Otis (Asa Butterfield): certe domande e certe problematiche ci sono sempre state, solo che ora c’è la consapevolezza di poterle richiedere e sapere. Nonostante Hope sia stata un facile capro espiatorio, una cattivissima la cui backstory di mancata gravidanza ha fatto ben poco per umanizzare, non di meno ho apprezzato quello che la narrazione di Laurie Nunn ha cercato di mettere in scena, incapsulando in lei una serie di atteggiamenti, mostrando quanto sia facile interdire e censurare e obbligare, e quanto invece sia necessario accogliere istanze importanti in un argomento così delicato come il sesso, anche se l’umiliazione ultima della preside alla fine l’ho anche trovata eccessiva.

Che non ci sia dimenticati delle molestie vissute da Aimee nella stagione precedente, e che non sia lasciata cadere la questione dopo averla affrontata allora così bene, mostrando in questa come abbia poi avuto difficoltà nell’intimità, è stato inaspettato, intelligente e delicato. Il riavvicinamento di Otis e Maeve (Emma Mackey) è quello per cui si tifava, ma si è riusciti ugualmente a redimere in modo credibile Isaac (George Robinson), il ragazzo tetraplegico che aveva cancellato dal cellulare di Maeve la dichiarazione d’amore che Otis le aveva fatto, e a umanizzare Ruby (Mimi Keene) che nel suo rapporto sentimental-sessuale con Otis ha perso la sua patina di sola reginetta snob della scuola per emergere nella sua vulnerabilità. Il viaggio nell’originaria Nigeria per Eric (Ncuti Gatwa) ha contemporaneamente sollevato questioni importanti rispetto all’essere apertamente gay nella società, e creato una frattura con Adam (Connor Swindells) che stava familiarizzando solo ora con la propria identità. C’è stata l’introduzione, per quanto in sordina, di due personaggi non binari, e in particolare di Cal Bowman (Dua Saleh), che ha cominciato un intenso rapporto con Jackson (Kedar Williams-Stirling). Lily (Tanya Reynolds), affascinata dagli alieni e disegnatrice di fumetti pornografici con quella tematica, si è scontrata con l’ostilità o la semplice incomprensione che le sue passioni trovano in chi la circonda, una perenne emarginata: ha spezzato il cuore. Viv (Chinenye Ezeudu), divisa fra la lealtà ai compagni e l’autorità scolastica, ha pure avuto un arco significativo che è  stato di crescita e di scoperta di che cosa è importante per lei.

E poi ci sono state le vicende degli adulti, Micheal Groff (Alistair Petrie), padre di Adam ed ex-preside della scuola, che ha voluto riscoprire se stesso e riconquistare la moglie da cui era separato, e Jean Milburn (Gillian Anderson), la madre di Otis, che è stata vista meno nel suo ruolo di sessuologa in questo caso e più in quella di donna gravida ormai matura che deve capire che tipo di rapporto costruire con Jakob (Mikael Persbrandt) e la figlia di lui Ola (Patricia Allison).  Tante clavette lanciate in aria che acrobaticamente hanno volteggiato tutte in perfetta sincronia.

La forza del programma sta sicuramente nel fornire anche così en passant tante informazioni accurate in campo di sessuologia, di cui si parla sempre poco, ma anche nel non limitarsi ad asettiche informazioni di biologia, ma lavorando anche su un piano che possiamo ben definire psico-affettivo. Lo fa con onestà e rispetto, senza falsi pudori. E lo fa con verve e leggerezza, e coinvolgimento, facendoti sentire  genuinamente investito nel destino dei personaggi. Le performance sono tutte convincenti, brillanti, dalla prima all’ultima. L’annunciato rinnovo per una quarta stagione è più che meritato e gradito.  

lunedì 24 febbraio 2020

THE CROWN: la terza stagione


La terza stagione di The Crown si concentra sugli anni della Corona britannica fra il 1964 e il 1977.  Forse complice il fatto che dall’uscita della precedente sono passati molti mesi, ma il completo rinnovo del cast dei protagonisti, per invecchiarlo, è avvenuto in modo naturalissimo e privo di sforzo. Non solo il casting è stato quanto mai azzeccato e ci siano state molte dimostrazioni di bravura da parte di tutti, con interprestazioni molto sottili, è perfino incredibile quanto sembrino di fatto le stesse persone che abbiamo seguito in passato.

Nella prima puntata (3.01) si riflette da subito sull’invecchiamento: la regina guarda il nuovo francobollo con la sua effige, a confronto con quella passata. È una sovrana più matura questa, non più disorientata ma ormai sicura del suo ruolo, consapevole dell’inevitabilità di certi cambiamenti. Olivia Colman che la interpreta ora (premio Oscar per La Favorita) è estremamente espressiva e anche meglio della sua predecessora riesce a trasmettere i mutevoli sentimenti che ribollono sotto la superficie del suo volto. Churchill muore, c’è un nuovo primo ministro, Harold Wilson (Jason Watkins, A Very English Scandal), con cui all’inizio c’è un atteggiamento di sospetto, poi sviluppatosi in stima reciproca. Il filtro dell’arte, di cui i reali non si intendono, ma di cui si preparano a presentare una mostra di capolavori appartenenti alla Casa Reale, dà una preziosa opportunità di lavorare in termini metaforici, anche in modo esplicito nella diegesi quando lo storico dell’arte curatore dell’esposizione dei capolavori si rivela essere da anni una spira segreta del KGB. Sotto una tela a volte si manifesta un precedente dipinto, un “pentimento”: qui si manifesta anche nei rapporti umani. La tensione fra ciò che si fa ed è pubblico e ciò che si vorrebbe fare ed è privato rimane uno dei capisaldi della narrazione.   

Magistrale in “Margaretologia” (3.02) il modo in cui è stato costruito un confronto, anche fra passato e presente, fra la Regina e la sorella, in parallelismi e dicotomie. Si sono esplorate personalità, responsabilità, sorti. Tanto è noiosa e affidabile Elisabeth, quanto è brillante e scapestrata Margaret (ora Helena Boham Carter). La prima avrebbe fatto a meno di regnare, la seconda avrebbe agognato farlo, ma il destino ha voluto diversamente. Nella puntata Margaret, partecipa, al posto della sorella, a una cena con il presidente americano Johnson, ed è un enorme successo, nonostante non si attenga al protocollo, ma anzi proprio per quello. L’evento sociale mascherava un importante e delicato obiettivo diplomatico, andato in questo modo a buon fine: il Regno Unito riesce così ad ottenere indispensabile sostegno economico dagli USA. Margaret vorrebbe un ruolo ufficiale maggiore, che le regole non le consentono. L’ingiustizia e il risentimento e l’invidia che nasce dalla situazione, il senso del potere e il peso dell’indole personale nella vita vengono esplorati con sceneggiatura e regia in sintonia e in sincrono perfetto, l’eco l’uno dell’altra. 

Non c’è membro della famiglia reale che non debba fare i conti con quello che la Storia ha imposto che fossero e lo scarto con le proprie aspirazioni. Elisabetta II si concede un viaggio in Francia e Stati Uniti per esaminare dei cavalli da corsa e per una breve parentesi assapora quella che poteva essere la vita che avrebbe voluto (“Colpo di Stato”, 3.05). In un altro momento si interroga sulla propria capacità di provare emozioni che razionalmente ritiene di dover provare: quando il crollo di una miniera ad “Aberfan” (3.03), nel Galles, uccide quasi 150 persone, la maggior parte dei quali bambini, la regina si rifiuta di presenziare alle esequie, mandando il marito. Accortasi dell’errore vi si reca per una visita, ma niente elicita la reazione che lei stessa si aspetta da sé: “Hai pianto?” chiede al marito, cercando forse una risposta comportamentale giusta a lei che si sente inadeguata.

Ha senso il suo ruolo? Alla fine lei è quella che, a detta della sorella (3.10), deve nascondere le crepe, per evitare che tutto crolli. Ma hanno senso in generale i loro ruoli come reali? Il principe Filippo (un impeccabile Tobias Menzies, Outlander), in una puntata in cui si riavvicina alla madre che lui voleva tenere lontana dai riflettori per paura di sfigurare (“Birbantello”, 3.04),  con un documentario cerca di dimostrare l’impegno e la rilevanza della casa reale, ottenendo l’effetto opposto. Matura una profonda crisi personale in occasione dell’allunaggio. Disprezza il religioso che gli offre un momento di riflessione spirituale insieme ad altri uomini di fede e che riconosce che nel guardare le imprese degli astronauti la gente ha avuto dalla televisione un “senso di unione, di comunità, di stupore, di meraviglia” che un tempo aveva dalla chiesa. Philip osteggia la loro riflessività; l’azione è per lui il senso della vita, il compiere imprese come quella di questi pionieri, le gesta eroiche: quando incontra però gli astronauti in un’udienza privata ne è deluso, è disilluso dalla prosaicità delle loro attività e dell’assenza di una risposta, di una tensione verso qualcosa di altro, di alto. E riconsidera la propria posizione. 

La solitudine del principe Carlo (Josh O’Connor), spedito in Galles tre mesi per imparare la lingua (“Tywysog Cymru”, 3.06), e osteggiato, mette in evidenza come il suo dovere è reprimere chi è. Si riconosce nel popolo gallese. “Nessuno vuole sentire la tua voce”, lo apostrofa senza sentimentalismi la madre. È qualcuno che è indispensabile e inutile allo stesso tempo, libero e prigioniero. (1.08) La stessa scelta di una ragazza, Camilla (Emerald Fennell), come gli onori della cronaca già ci hanno reso noto nel tempo, non è una scelta che possa essere lasciata solo alla propria volontà.

Scrive bene Alan Sepinwall su Rolling Stone quando riflette sul fatto che questa serie, anche più di altri racconti sull’aristocrazia britannica, corre il rischio perpetuo di sembrare un’apologia auto-indulgente di gente che di fatto è nata in circostanze splendide e non avrebbe nulla di cui lamentarsi. Peter Morgan però, l’ideatore, riesce nella difficile impresa di articolare in modo chiaro i fardelli della Corona, sia per chi la indossa che per le persone che le sono vicine, e di mostrare che forse il gioco non vale la candela, forse i soldi e i castelli di lusso non sono uno scambio equo di fronte quello a cui si rinuncia.

L’attualità ci propone la scelta di allontanamento del Principe Harry e della consorte Meghan Markle dalla vita pubblica della famiglia reale e, con quell’eco nella mente, queste storie di finzione risultano quanto mai attuali, e permettono di far capire come parlare di questi argomenti e di certe scelte non sia poi solo frivolo gossip, ma abbia un valore per la risonanza su quello che significano dal punto di vista politico e personale, sulla filosofia e la concezione della vita che incarnano.

Proprio a voler trovare un difetto nella serie si è forse perfino troppo espliciti nelle tematiche affrontate, ma non stona. Che ruolo abbiamo nella vita, che segno lasciamo, come siamo pubblicamente e come privatamente, sono pensieri, a diversi livelli, che toccano tutti. E la sontuosa terza stagione, cinematograficamente anche ricca di inquadrature eleganti, è stata decisamente appagante.  

mercoledì 29 maggio 2019

THE GOOD FIGHT: la terza stagione


Nella sua terza stagione The Good Fight riesce ad essere una delle migliori serie in circolazione, ricca di riferimenti a The Good Wife, ma ormai anche completamente affrancata dalla serie madre. Lo studio legale in questo arco ha un nuovo inizio, e ricominciando si interroga sulla propria identità, soprattutto razziale e politica, due dei pilastri di speculazione su cui poggia l’intera narrazione.  

Si continua con l’ossessione per Trump, in modo scoperto, con tanto di nomi e cognomi, e immagini, e la tensione a trovare un modo per fermarlo, per diminuire il suo margine di approvazione pubblica. Scrive bene Haaretz (qui) quando dice che la serie è un “porno politico” con un feticcio per l’attuale presidente e la sua famiglia, che a volte è oppressivo (e ipocrita – secondo loro, non me in questo caso), ma intelligente.

La serie indaga i comportamenti, interrogandosi su quanto politiche o meno debbano essere certe scelte e mostrando quanto possa essere labile il confine. Un misterioso personaggio (che poi si rivela essere una persona diversa da chi diceva di essere), fa notare a Diane (Christine Baranski), Liz (Audra McDonald) e a un gruppo di altre donne come i democratici parlino come se Trump fosse il nemico, ma che non si comportano come se lo fosse, che ci sono nuove regole: “muoviti velocemente, sii brillante, attacca, menti, non farti beccare”. E Diane, assetata di giustizia, disperata di non vederla, e aizzata anche ad ammettere che Trump vince perché vede la vita come una battaglia e usa la forza, viene tentata da queste nuove regole: il fine giustifica i mezzi? Si cita Machiavelli in più di un’occasione e, cosa più importante, si mostra nel concreto, nell’individuale, come certi meccanismi, giusti o sbagliati che siano, funzionano.

Il personaggio viene forse moralmente “sporcato” per un po’, ma per lo spettatore è affascinante osservare proprio l’illustrazione di dinamiche che accadono nella realtà, dove il “che cosa” facilmente fa da prepotente nei confronti del “come”. Chi vince? Come vince? Il solo modo di vincere è rinunciando a comportarsi in modo etico? Io personalmente non sono di questa scuola, ma vedere un personaggio, che pure non lo è, essere tentato in questa direzione è affascinante. Diane flirta con il giocare scorretto, ma non viene compromessa. Di fronte alla possibilità di manomettere gli strumenti elettronici per togliere voti a Trump (3.07), prende le distanze, non solo perché è illegale, ma perché sbagliato. “I nostri voti contano” dichiara con idealismo, anche se poi le sue parole servono un fine opposto a quello in cui lei crede.

Si dà voce, in un equilibrio sbalorditivo di pressioni concorrenti, alle ragioni che spingono coloro che optano per la via scorretta: Che cos’è la democrazia? Per tanti neri non esiste perché viene loro impedito il voto e non è solo un aneddoto: imbrogliare non è forse correggere un imbroglio e assicurare che così giustizia sia fatta? È probabile che Trump vinca nel 2020 e i democratici non vogliono vederlo perché vivono in una bolla, ma per quelli consapevoli l’ansia è tanta e qui viene esposta in tutta la sua capacità corrosiva. E insieme a questa anche la rabbia. Si dice che sia un argomento scomodo quello della rabbia, specie femminile. Qui si permette che emerga, attraverso Diane, ancora una volta, che impara a sfogarla tirando delle accette, ma anche attraverso Maia (Rose Leslie), che si ribella a ingranaggi che, ingiustamente, l’anno usata.

Si scava a fondo sulle dinamiche razziali - uno degli argomenti principali, e mi dispiace dedicarvi così poca riflessione -  all’interno dell’ufficio, fa bianchi e neri, fra neri e “troppo poco neri”, come proprio Lucca (Cush Jumbo) viene considerata (1.10), quando proprio perché nera si mette in dubbio che sia la madre del proprio figlio (3.04). E quello che si vede non è bello, anche di fatto in un ambiente che tiene all’uguaglianza.

Un nucleo importante di riflessione è stato quello su mascolinità: Diane (3.01) si domanda che cosa sia successo agli uomini, che fine abbiano fatto gli uomini “veri”, che identifica con Paul Newman e Burt Lancaster, uomini come suo marito, uomini che credono nella verità, e che si comportano in modo onesto, lenti ad arrabbiarsi, responsabili e non facili a piagnucolare. “Quand’è che Trump e Kavanaugh sono diventati la nostra idea di uomo afflitto? Labbra che tremano, che incolpano tutti tranne se stessi?” Sembra quasi una laudator temporis acti.

Lucca dal canto suo ha sollevato l’eterno dibattito fra carriera e famiglia, fra prendersi cura del piccolo Joseph da poco nato e il proporsi come legale di punta che si occupa di divorzi per lo studio.
Attraverso la storia del deceduto Carl Reddick, icona dei diritti civili che ora si scopre molestasse diverse donne dell’ufficio, un importante messaggio, che si ripropone nell’arco della storia umana, ma che raramente ho visto affrontato è stato il fatto che “le persone che cambiano la storia e fanno del bene non sono tutte buone” (3.01), ovvero è importante saper riconoscere quello che di buono qualcuno ha fatto, senza per questo negare quello che di male ha magari pure fatto, e una persona non è una santa da ammirare incondizionatamente solo perché ha fatto qualcosa di grandioso per l’umanità. Questo è riconoscere l’essere umano come tale, con chiaroscuri, ed è riconoscere che aver fatto del bene non significa non aver fatto anche del male. La serie in questo senso ha il coraggio di dibattere questi temi senza svilirli.

“Le storie battono sempre i fatti”  si dice in 3.02. Il potere della narrazione e il ruolo che raccontare una storia in un modo invece che in un altro ha nell’influenzare l’opinione è essenziale, ed è una tematica che ci portiamo dietro già dai tempi di The Good Wife, di cui questa serie è lo spin-off. La terza stagione introduce Roland Blum (un sempre esaltante Michael Sheen, Masters of Sex), nel ruolo di un avvocato eccentrico, blandamente egotico e sopra le righe che collabora con Maia in una causa di omicidio. Teatrale, fuori dagli schemi e malato con la necessità di usare costantemente supposte di morfina, pronto a usare qualunque mezzo per vincere, ricopre qui una posizione similare a quella che aveva Micheal J. Fox in The Good Wife, e lui è il giullare triste che crede nel potere poietico di una storia ben raccontata. Assume un attore, Gary Carr (Downton Abbey, come funzionalmente ricordato dalla diegesi stessa) nel ruolo di se stesso, che ha un breve ma significativo scambio verbale con Lucca (3.07):

Lucca: questo è il motivo per cui non mi piace la televisione, perché è una menzogna.
Gary: però che cosa non è una menzogna di questi tempi. La politica, l’arte, la scienza. Tutto è televisione. 
Lucca: e questa è una cosa buona?
Gary: no, è una cosa importante da sapere.

E con questo si ragiona sul ruolo della serie, sul ruolo delle immagini, sulla competenza e la percezione di competenza (anche nella presidenza Trump), nel ruolo dei media e delle fake news, uno degli altri punti caldi di riflessione.

Il “previously” (nelle puntate precedenti), ci viene mostrato all’interno di uno schermo televisivo che ci riporta concettualmente ad una finzione che in corso di diegesi rischiamo di dimenticare, vista l’attualità degli argomenti.  E, un po’ al Black-ish, il plot si prende il lusso di una pausa educativa di animazione canora, “The Good Fight Short”, in siparietti di spiegazione.

Il tempo atmosferico pure è stato centrale in questa stagione: pioggia e grigio, praticamente senza sosta, e i fulmini globulari che quasi atterriscono i personaggi. Un brutto  tempo dello spirito. Si sopravvive fregandosene (3.10), è la ricetta che Lucca suggerisce a Marissa (Sarah Steele), si sconfigge solo con l’amore, si rende conto Diane serie di fronte alla iniziale perplessità di Boseman (Delroy Lindo). L’obiettivo rimane lo spesso: continuare nella “giusta lotta”.  

sabato 3 febbraio 2018

OUTLANDER: la terza stagione


In mezzo a una distesa di cadaveri giace il corpo agonizzante di Jamie (Sam Heughan), un altro corpo sopra di lui; il suo volto è mostrato in primissimo piano, cala la notte, scende la neve. Rivive in flashback i momenti della battaglia di Culloden che si è appena consumata, e in questa modalità scopriamo i momenti più intensi e vediamo lo scontro con il nemico di sempre: ci è rivelato ora così che il corpo sopra di lui è quello del capitano Jack Randall (Tobias Menzies). Appare un coniglio, l'immagine della donna amata... così inizia la terza stagione di Outlander, andata in onda in Italia a breve distanza dagli Stati Uniti, fra il settembre e il dicembre del 2017, appassionante, dopo la deludente seconda. Jamie vorrebbe morire, ma la sorte vuole diversamente.

Le vite dei due amanti protagonisti hanno ormai percorsi diversi. A Boston, anno 1948, Claire (Caitriona Balfe) è incinta, inizia una vita domestica con il ritrovato marito Frank (Tobias Menzies), subisce  i commenti maschilisti del capo di lui, per cui deve sforzarsi di mantenere l'autocontrollo, e quando lei deve partorire parlano con il marito e non con lei: sobrio ritratto di un’epoca che in questi aspetti non ci siamo lasciati alle spalle mai troppo in fretta. Anche se sono separati, lo spettatore non percepisce Jamie e Claire comunque come due realtà staccate perché si pensano, si amano al di là de tempo e dello spazio e questo trasmette una forte sensazione di unità.

“All Debts Paid – Io che sono prigioniero tuo” (3.03) è stata una puntata particolarmente riuscita. Vengono mostrate infatti in parallelo le vicende dei due. Di Claire, nel ventesimo secolo, si mostra un’intera vita con fugaci incursioni in momenti topici, come la sua laurea (in medicina – nella puntata precedente l’avevamo vista iscriversi all’università), i 16 anni di Brianna (Sophie Skelton), o ancora il diploma della figlia, la morte per incidente di Frank che le aveva appena chiesto il divorzio, intenzionato a tornare in Inghilterra… Di Jamie si guarda alla permanenza nella prigione di Ardsumuir, dove rivediamo in vita Murtagh (Duncan Lacroix) e dove approfondisce la conoscenza del giovane a capo della prigione, John William Grey (David Berry), a cui da ragazzino aveva risparmiato la vita e che si sente in debito d’onore con lui. In incontri successivi, il loro rapporto si fa di reciproco rispetto, quasi di amicizia e si fanno delle confidenze. Jamie  racconta di Claire, Grey rivela la sua omosessualità raccontando del lutto in battaglia di un uomo per lui speciale, qualcosa che deve tenere nascosto per vergogna. In un momento assolutamente perfetto, Grey appoggia la sua mano su quella di Jamie e la reazione verbale di quest’ultimo è molto forte: minaccia di ucciderlo se solo lo rifà. La scena è davvero impeccabile e quello che la rende tanto riuscita è che ha un senso doloroso molto forte per entrambi: per Grey è l’ennesimo scontro con la realtà che deve tenere nascosto il suo orientamento sessuale, per Jamie sappiamo che la reazione non è di omofobia, come Grey l’ha letta, ma è di reazione allo stupro subito dal comandante Randall. Questa è una di quelle situazioni in cui è solo la visione pregressa che riesce a dare profondità alle emozioni in gioco in quel momento. Nell’episodio successivo, “Of Lost Things – Delle cose perdute” (3.04), vediamo come fra Jamie e Grey si sia creata davvero una solida amicizia e le circostanze sono tali per cui quest’ultimo declina l’offerta di Jamie che questa volta, di sua iniziativa, gli offre il suo corpo.

Dopo Claire, è stato il turno di Jamie di mostrarsi in tappe essenziali della propria vita, con la nascita di un figlio. Ricattato a fare sesso dall’ereditiera Geneva (Hannah James), sposata con un nobiluomo, la mette incinta e lei lascia credere che il figlio sia del marito. Jamie però ha comunque la possibilità di stargli vicino nei primi anni della sua crescita.

Osserva bene il podcast di Pop Culture Happy Hour (qui) quando dice che una rarità sul piccolo schermo, che è frequente nella vita e che viene messo in scena in questa serie, è il fatto che l'avere un grande amore che per qualche ragione non si può soddisfare in uno specifico momento non preclude ai protagonisti di fare del sesso appagante con altre persone. Questo è stato evidente nella 3.04.  Pur essendo di fatto stato ricattato a copulare con lei, Jamie alla fine comprende le ragioni della giovane donna, e cerca con lei di essere molto tenero, rendendole la prima volta la migliore possibile.  La scena di sesso, che ha la regia di Brendan Maher, è stata veramente spettacolosa, e anche originale. Spesso, questo genere di  momenti non hanno inquadrature o mosse che in qualche modo meraviglino.  Qui si è riusciti a sorprendere, risultando delicati e spinti allo stesso momento, come quando Jamie le ha succhiato il capezzolo e leccato il seno. Davvero audace senza essere volgare.

Lo stesso si può dire della scena, o meglio le scene, dell’atteso re-incontro fra Jamie e Claire in “A. Malcolm” (3.06), con la regia di Norma Bailey. Il momento in cui si spogliano l’un l’altra sembra durare in eterno, ed è perfetto. Quando finalmente i due protagonisti si danno l’uno all’altra, in una stanza sopra a un bordello di tutti i luoghi, non lo fanno una volta sola, ma due e poi tre. Non è un mero segno che sono di nuovo insieme fisicamente (spiritualmente sono sempre stati connessi), ma è proprio il lento ri-appropriarsi l’uno del’altra e godere l’uno dell’altra; al di là dell’atto, è esplorazione di intimità. Questo è raro in TV al di fuori delle soap opera del daytime. La forza della serie sta proprio anche nel non vergognarsi della propria natura romantico-sentimentale, pur essendo anche parecchio altro.   

In quell’episodio ci si  godono anche gli anacronismi che Jamie incontra per mano di Claire (le fotografie, la zip, la menzione di una bicicletta), peccato per quella fine di una minaccia di stupro, l’ennesima che si poteva trattenere fino all’episodio successivo, almeno. Non credo che nessuno del pubblico, dopo quella puntata, continui a vedere solo perché teme della sorte dell’eroina in pericolo. Non ci si dimentica mai peraltro quanto qui i costumi siano ricercati – curati nella serie dalla moglie dell’ideatore Ronald D. Moore che, come è noto, ha sviluppato la serie su soggetto di Diana Gabaldon che ne ha scritto i libri.

La stagione, divisa idealmente in due parti (dalla 3.09 si cambia la sigla), si chiude dopo un lungo viaggio verso la Giamaica, insieme anche a Fergus (César Domboy) e Marsali (Lauren Lyle), con numerose avventurose vicende che vedono anche il ritorno del personaggio di Geillis Duncan (Lotte Veerbeck), fino al naufragio finale. Appagante.