giovedì 29 ottobre 2026

COVEN ACADEMY: streghe adolescenti in salsa Disney

Ideata da Tim Federley (“High School Musical: The Musical: The Series”), Coven Academy – L’accademia delle Streghe è una serie sovrannaturale per adolescenti che si snoda su 21 puntate agilissime, di soli 10-22 minuti ciascuna, almeno nella versione in streaming su Disney+; sono più lunghe delle versione TV di Freeform nella quale ha debuttato, ma solo per come sono tagliate, il contenuto totale è invariato.

Protagoniste principali sono tre ragazze che frequentano la scuola d’élite Crescent Veil, che si trova a New Orleans ed è gestita dalla preside Miss Emma Graves (Tiffani Thiessen), dove imparano la magia. Briar Roberts (Malina Weissman) è una ragazza originaria di Brooklyn che arriva all’accademia senza originariamente sapere di essere una strega. Ha poter di telecinesi e decide di restare con l’intento di scoprire perché sia morta la propria madre, Mary – e rispetto a lei avremo un colpo di scena proprio nella season finale. Della sua congrega, o coven, come comunque hanno deciso di tenere anche in italiano, dal poco che ho visto nella nostra lingua, fanno parte quelle che presto le diventeranno amiche, Sasha Baptiste (Jordan Leftwich), dotata di poteri di empatia e di manipolazione mentale, e Tegan Kimball (Ora Duplass), una strega frizzante e di buon cuore che ha straordinari poteri di trasportarsi nel tempo. Nei loro progetti si intersecano: Jake Dawson (Malachi Barton), uno stregone un po’ ribelle che flirta con Briar e ancora di più con la magia oscura, anche guidato da un professore di magia, Mr Cole (Devon Sawa); e Ollie (Louis Thresher) un neo-vampiro che rifiuta di nutrirsi di umani e inizia una storia d’amore con Briar. Insieme devono combattere contro Tamora (Keegan Connor Tracy), una ibrida strega-vampiro, che faceva parte della stessa congrega della madre di Briar e di Miss Graves.

La trama è solida e la narrazione è recitata adeguatamente. La trovo un po’ troppo spedita e all’osso. Forse sono solo troppo vecchia per il target per cui è pensata, ma a parità di eventi, se si fosse data il tempo di approfondire i personaggi e le loro relazioni, invece che fossero istantanee, avrebbe avuto più corpo e una maggiore intensità. Il dialogo è abbastanza pedestre, solo funzionale alla trama, e ci sono tanti classici tropi di questo genere, come il vampiro che non vuole esserlo e non desidera rinunciare alla propria umanità, la storia d’amore proibita con lui, la scoperta dei propri poteri di strega, il limite da tenere nell’avere a che fare con le forze del male, i segreti, la sorellanza, il rapporto genitori-figli…sono tutti buttati lì e all’acqua di rose, quando ci sarebbero state buone premesse per riflessioni di più spessore. Forse l’eccessiva frammentazione in segmenti piccoli aumenta questa sensazione.

Si vedono nel DNA della serie le influenze di Buffy e The Vampire Diaries, così come Harry Potter e Streghe o anche The Secret Circle, che la mia memoria, ammetto, aveva rimosso pur avendoci scritto un pezzo, ma che ho recuperato dopo averlo sentito menzionare da molti. L’incipit della serie non può non far ripensare proprio a Buffy. Lì si ribaltava il classico stereotipo horror della ragazza indifesa che viene aggredita e uccisa dai vampiri: la ragazza, Buffy, risulta essere un’ammazzavampiri. Qui quello stereotipo viene ripreso, ma le ragazze in questione sono streghe e studentesse dell’accademia e chi le ha aggredite e catturate e chi le salva si rivela più complicato della semplice formuletta. I cliché ci sono, ma sono il canone dell’argomento e non disturbano, e sono declinati alla Dinsey-maniera con un grande focus sull’amicizia fra giovani donne che ci sono sempre l’una per l’altra. Non riesce a entusiasmare come il notevole Agatha All Along (sempre di Disney+), ma non è nemmeno l’insipido A Discovery of Witches. Il Ringraziastrega (Witchgiving, 1.14), una sorta di Giorno del Ringraziamento in versione magica, è stato un po’ insulso però, con quel none assurdo. Christmukkah non è, anche se sembrava tanto che volesse provare ad esserlo, mutatis mutandis, ovvero un ibrido. 

Più di qualcuno è rimasto deluso dagli effetti speciali, che sarebbero un pochino troppo evidenti e kitsch, ma io non ne sono rimasta particolarmente disturbata. La serie è puro escapismo, colpi di scena veloci e anche inaspettati e appassionanti, e risulta uno scaccia pensieri veloce adatto a ogni età. Già è stata confermata una seconda stagione. 




mercoledì 14 ottobre 2026

ASURA: non-tanto-piccole donne giapponesi

L’acclamato Hirokazu Kore-eda ha realizzato uno dei miei film preferiti in assoluto, After Life, e ho amato la delicatezza del suo The Makanai (ne ho scritto qui). Su Netflix è tornato con Asura, lodatissimo da tutti. Mi ha convinta, ma non mi ha onestamente conquistata come avrei sperato. Gli “asura” sono semidei nella credenza buddista, e la miniserie è basata su un romanzo di grande rilievo in Giappone, “Ashura no gotoku” di Mukōda Kuniko, che era già stato adattato per il piccolo schermo alla fine degli anni ’70 e in un film agli inizi degli anni 2000.

Siamo nel 1979. Protagoniste sono le quattro sorelle Takezawa: la primogenita Tsunako (Rie Miyazawa) è un’insegnante di ikebana che prepara gli allestimenti floreali per un ristorante, è vedova e ha una relazione con un uomo sposato; la secondogenita Makiko (Machiko Ono) è una casalinga sposata con due figli adolescenti e sospetta che il marito Takao (Masahiro Motoki) abbia una relazione con la sua segretaria; terza in ordine d’età è Takiko (Yū Aoi), una timida bibliotecaria che presto si avvicina sentimentalmente a un investigatore privato, Shizuo Katsumata (Ryuhei Matsuda); la più giovane è Sakiko (Suzu Hirose), che lavora come cameriera e poi inizia una storia d’amore con un pugile, Hidemitsu Jinnai (Kisetsu Fujiwara). È il rapporto e la connessione fra loro il fulcro delle vicende, il loro esserci l’una per l’altra, con amore e comprensione reciproca anche quando c’è ostilità talvolta forte. Ciascuna di loro rappresenta anche un modo di essere donna nel mondo. Le loro personalità le mettono spesso in conflitto, si irritano vicendevolmente, e non sono ritrose nell’esprimerlo, ma il legame è comunque forte, intimo, insostituibile. Piaccia o meno, a seconda del momento, nel turbine delle emozioni, sono collegate. Non sempre ho gradito stare in loro compagnia, ma ammetto che mi è dispiaciuto lasciare andare.

Ci sono perciò le vite di queste “non-tanto-piccole donne giapponesi”…Scrive bene Margaret Lyons sul New York Times, quando dice “(l)e scene di “Asura” sembrano tratte dalla vita reale, con dialoghi che alternano con naturalezza battute fulminanti, momenti di profonda intimità, lotte fisiche, discussioni sui pasti e lamentele apparentemente futili ma in realtà profonde sulle dinamiche familiari, il tutto nell’arco di pochi minuti”. E, se le sorelle sono in primo piano, tutta la complessità dei rapporti interpersonali viene esaminata, nelle sfumature.      

La storia prende il via con la scoperta, grazie a un investigatore privato assunto da Takiko (che poi si innamora di lui) che il padre settantenne, Kotaro (Jun Kunimura) ha una relazione extramatrimoniale di lunga data con una donna (Naho Toda) che continua a vedere e che è madre di un suo figlio ancora piccolo. Le quattro sorelle sono scioccate dalla scoperta,  dibattono come reagire, nei confronti del padre stesso e della madre, Fuji (Keiko Matsuzaka), che si interrogano se lo sappia. In quella che per me è una delle scene più belle della serie, ovvero quando la donna scaglia con rabbia una macchinina giocattolo che le capita fra le mani che è evidentemente del piccolo nato dal legame extraconiugale del marito, è chiaro che lo sa, ma che sceglie di far finta di niente.

I drammi domestici si snodano intorno a due elementi chiave. Il primo è il telefono, quello di quell’epoca, collegato al filo. All’inizio vediamo proprio Takiko chiamare le altre per convocarle per dare loro la notizia scoperta. I dettagli della vita domestica, le ansie, le gioie e i dolori, passano anche attraverso quello strumento che per noi è insieme distante (nella sua forma obsoleta e fisicamente ancorata) e onnipresente (per la pervasività ora dei cellulari nelle nostre vite).     

Un altro aspetto centrale è il cibo, il cucinare, il mangiare, la convivialità nel condividerlo. Non è mero sostentamento fisico, è evocazione del passato, è elicitazione di emozioni, è dichiarazione, è vita vissuta insieme.

Forse anche per il momento storico in cui è ambientato, mostra anche i privilegi maschili e il sessismo, aspettative di ruoli di genere che penalizzano le donne nella misura in cui le vogliono remissive, solo mogli e madri.

È una serie che alterna momenti drammatici a momenti lievi se non propriamente umoristici, per chi ama le narrazioni di vita domestica quotidiana e realistica.