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domenica 30 agosto 2026

STAR TREK: STARFLEET ACADEMY: piccoli ufficiali crescono

La nuova serie di fantascienza che ci porta dove nessun uomo è mai giunto prima, Star Trek: Starfleet Academy, ideata da Gaia Violo (Paramount+), è ambientata nel 32° secolo, in un periodo in cui la Federazione si sta riprendendo da una violenta catastrofe conosciuta come The Burn, Il Grande Fuoco (evento introdotto da ST:Discovery). Finalmente, dopo oltre un secolo, si riapre l’Accademia della Flotta Stellare del titolo, che cerca le menti, i cuori e gli spiriti migliori. Le lezioni si tengono sulla USS Athena e in un campus Terrestre a San Francisco. E il motto è sempre "ex astris, scientia" - "dalle stelle, conoscenza". In questa incarnazione del franchise che fa i conti con una realtà meno idealista, ma forse più realista di un tempo, giovani ragazze e ragazzi possono decidere in alternativa anche di arruolarsi nel Collegio della Guerra – c’è un pizzico di Fourth Wing, forse. I betazoidi hanno lasciato la Federazione, ma si intende farli tornare; i Klingon sono a rischio estinzione (1.04), c’è una vera e propria diaspora e molti rifugiati; vengono introdotte nuove specie – a questo punto la Federazione ha incontrato 4366 specie senzienti, ci viene detto (1.05) . C’è attenzione ai fan storici perciò, oltre che desiderio di crescerne di nuova generazione, e non si possono non notare oggetti di scena che sono gadget annunciati.

Ricca di riferimenti al passato, Easter eggs e tanti piccoli fanservice, la serie mi ha lasciata tiepida. Ci prova e qualche volta colpisce nel segno, ma delude anche. Solo nella seconda metà della stagione comincia a prendere corpo e il finale di stagione è sicuramente piena di tensione ben congegnata e una fantastica sigla finale che mostra tutti gli attori da bimbi. È un po’ troppo adolescenziale, ma in fondo quello è una mia chiusura intellettuale: è normale che sia un teen drama mescolato a una space opera. Il “problema” è che, a dispetto della grande inclusività di specie diverse – con buona pace di chi con disprezzo la definisce woke ignorando la filosofia dell’ideatore originario Gene Rodenberry -, ha un gusto molto americano, dalla scazzottata dopo i primi dieci minuti di inizio, al modo di costruire le lezioni scolastiche, al bullismo, all’atteggiamento un po’ sbruffone che gli studenti assumono nei confronti degli adulti, loro insegnanti peraltro. Certo, non è possibile essere davvero universali, ma mai come in questo metaverso c’è stato un gusto così distintivamente statunitense. Rimane l’idealismo, come nella lezione apertis verbis, di come imparare a essere leader, ma non deve andare a detrimento degli altri, ma è anche imparare essere guidati, e apprendere il valore della pazienza e dell’empatia (1.03); si dà peso all’amicizia e alla lealtà, ai rapporti umani, al creare connessioni, non solo ad apprendere nozioni; si insiste sull’importanza di discutere con le parole (1.04)…

Rettrice è la capitana  Nahla Ake (Holly Hunter). È una lanthanitiana, una specie dalla vita lunghissima, ottima scusa per poter portare nella narrazione elementi del suo passato più vicino a noi e per giustificare forse il suo stile molto rilassato, che inizialmente mi la lasciata piuttosto perplessa: se ne va scalza e si siede scomposta sulla sedia di comando, si siede sui tavoli…Fra gli adulti, spiccano Il Dottore (Robert Picardo), un insegnante olografico appassionato d’opera, e ufficiale medico capo della USS Athena; la capo-istruttrice e prima ufficiale, che fa rigare dritto tutti, Lura Thok (Gina Yashere), è una klingon/jem'hadar e nel suo approccio apparentemente violento è davvero esilarante - volutamente; l’insegnante di meccanica temporale già ingegnera della Discovery Jett Reno (Tig Notaro); e fa spesso la sua comparsa, nelle più diverse situazioni di crisi, anche l’ammiraglio Charles Vance (Oded Fehr), anche perché spesso devono avere a che fare con il “cattivo della situazione”, Nus Braka (interpretato con gran gusto da Paul Giamatti), un pirata ibrido klingon/tellarite che conosce Nahla da tempo. Il corpus dei docenti come mentori e in qualche caso anche figure genitoriali rimanda vagamente ad Harry Potter. Una comparsa in un ruolo minore lo fa anche come insegnante  Sylvia Tilly (Mary Wiseman), della Discovery.

I veri protagonisti sono però i cadetti, i germogli che crescono dell’evocativa sigla che trovo di fatto un po’ troppo lunga. Nahla, pentita del suo comportamento passato che lo ha impattato, trascina in accademia il riluttante Caleb Mir (Sandro Rosta), separato dalla madre Anisha (Tatiana Maslany, Orphan Black) che una sentenza ha mandato a riabilitarsi. Intendono ritrovarla. È un tipo abituato a cavarsela da solo, che accetta di entrare nella scuola solo con questo intento. Presto si innamora di  Tarima Sadal (Zoë Steiner) una betazoide e figlia del presidente di Betazed, che ha dei poteri psichici particolarmente potenti che potrebbero essere distruttivi e che non sempre riesce a controllare e che per questo indossa un neuro-inibitore. Genesis Lythe (Bella Shepard), particolarmente portata al comando ed esperta in quanto cresciuta su una nave stellare, è della specie Dar-Sha. Jay-Den Kraag (Karim Diané) è un klingon che non desidera diventare guerriero come vorrebbero i suoi genitori, una triade, ma che ha il sostegno del fratello. SAM, che sta per Series Acclimation Mil (Kerrice Brooks) è una Kasqiana, una specie fotonica senziente con un corpo olografico che l’hanno inviata come emissaria per capire gli organici, dato che, pur creati loro stessi dagli organici, non si fidano di loro che li hanno trattati come servi e sono rimasti isolati a lungo, oltre al fatto che il tempo scorre diversamente nel loro mondo (sono anni per loro quello che per i terrestri sono mere settimane). Darem Reymi (George Hawkins) è della specie dei Khioniani, che fra le particolarità hanno il fatto che, quando vomitano, esce glitter, ed è un ragazzo che nel suo pianeta ha un futuro di rilievo politico già scritto per lui.

La serie è stata confermata per una seconda stagione, ma è stato già annunciato che non ce ne sarà una terza, e sta bene così.


sabato 15 agosto 2026

THE SUMMER I TURNED PRETTY: serie teen coccola dell'estate

Ha debuttato nel 2022, ma è nell’estate del 2025 che è scoppiata la febbre per The Summer I Turned Pretty (Amazon Prime), diventato in italiano L’estate nei tuoi occhi, tratto dall’omonima trilogia di romanzi YA scritti da Jenny Han, anche ideatrice della serie, con il pubblico diviso in due schieramenti rispetto a chi l’adolescente Isabel “Belly” Conklin (Lola Tung) debba scegliere come legame sentimentale fra i due fratelli Fisher che se la contendono, il tenebroso Conrad (Christopher Briney) e il solare Jeremiah (Gavin Casalegno).

In vista di una finalissima prevista per il 2027, un film che chiude le vicende alla Heartstopper, non potevo non recuperare questo appuntamento romantico coming-of-age, come di direbbe in inglese, ovvero di passaggio all’età adulta, coccola dell’estate. È davvero una caramella adatta al periodo visto che la premessa è che Belly trascorre sempre le vacanze estive a casa dei due fratelli con i quali si forma un triangolo amoroso, a Cousins beach, una località fittizia (le scene sono girate in alcune zone costiere del North Carolina). La loro madre, Susannah (Rachel Blanchard) è la storica migliore amica della sua, Laurel (Jackie Chung), una scrittrice che cresce da sola lei e il fratello Steven (Sean Kaufman, For All Mankind), dopo la separazione dal marito. Di grande importanza nella vita di Belly è anche la sua migliore amica Taylor (Rain Spencer), che le è vicina in tutte le traversie e che si innamora di suo fratello, e i due formeranno una coppia durevole.

In preparazione alla visione ho letto il primo dei romanzi, che ha un target di persone fra i 12 e i 15 anni, e l’ho trovato delizioso. La prima stagione (7 puntate) ha trasposto in modo perfetto l’eccitazione della quindicenne che non vede l’ora di trascorrere lo stacco dalla scuola in contatto con il ragazzo per cui ha una cotta da sempre, Conrad, e di vivere con tutta la gang tanti piccoli rituali che rendono i momenti felici, familiari, freschi, frizzanti. Che sia un falò sulla spiaggia o un film in un drive-in si è spensierati e ci sono le prime emozioni da grandi. Belly incontra un vecchio amico, Cam (David Iacono), e ha con lui il suo primo appuntamento. Nonostante qualche dubbio, anche di matrice femminista, il grande evento della stagione è il ballo delle debuttanti a cui Susannah l’ha invitata  a partecipare. Se Jeremiah è sempre attento e premuroso, Conrad è inusualmente scontroso e distante. Presto si capisce che il motivo è che, diversamente dal fratello, ha scoperto quello che la madre ha tenuto loro nascosto, confidandosi solo con Laurel, ovvero che quelli sono gli ultimi loro momenti tutti insieme, dato che le è tornato il cancro di cui già aveva sofferto. Qualche nota dolorosa perciò, ma di fondo la prima stagione è una bevanda refrigerante, dolce e proprio godibile.

La seconda stagione (8 puntate), successiva alla morte di Susannah, ha un calo, con gran pare delle vicende con i due ragazzi che vengono ricostruite attraverso dei flashback di ricordo che diminuiscono l’impatto. E il grande ostacolo è l’arrivo della zia dei ragazzi, Julia (Kyra Sedgwick), che ha ereditato la casa al mare e vuole metterla in vendita, mentre i loro la vedono come uno scrigno di bei ricordi con la made e cercano in ogni modo di impedirlo, con attesa soluzione positiva dell’ultimo minuto naturalmente. Non credo sia un grande spoiler. Un’aggiunta gradita, ma con uno spazio minore, è stata la cugina non-binaria dei ragazzi, Skye (Elsie Fisher) che con poca lungimiranza non hanno più mostrato quando invece ben avrebbero potuto integrarla in vicende future.

La terza stagione (11 puntate), che per molti è quando la serie ha preso quota, è stata per me una vera delusione. C’è un salto di 3 anni, e i ragazzi sono ormai prossini alla laurea, quando non proprio laureati e muovono i primi passi del mondo del lavoro. Le prime puntate in particolare per me sono state inguardabili, poi ci si riprende ma a quanto punto si è diventati una normale soap opera per teenager, non particolarmente interessante. Steven che lavora in ufficio e trova una buona intesa con la collega Denise (Isabella Briggs) funziona anche, merito anche dell’interprete Sean Kaufman che, fra i ragazzi, è sicuramente quello con la recitazione più solida. Comincia a vedersi in più progetti e non sorprende. Conrad come apprendista medico è poco credibile, e mi dispiace ammetterlo perché sono #teamConrad ed è lui che ha la maggiore intesa con Belly, ma Christopher Briney è monocorde, più di tenere il broncio da cane bastonato non fa, e se anche Gavin Casalegno (Jeremiah) non ha chissà quali doti tespiane, almeno ha mostrato una maggiore crescita di capacità interpretative. Poi si è “slongata la broda” come si dice dalle mie parti, con personaggi filler come la madre di Taylor, Lucinda (Kristen Connolly), di cui si poteva fare tranquillamente a meno. Diverso è il benvenuto accresciuto ruolo degli altri genitori, che hanno dato un maggiore spessore alle dinamiche sentimentali fra i giovani. Le due puntate conclusive poi, in cui Belly è a Parigi, corrono come non mai, facendo costanti salti temporali, per quanto brevi. Con una diversa calibratura, la terza stagione poteva essere spezzata in due con un maggiore respiro narrativo.

La fine mi ha soddisfatta, non sentirei l’esigenza di un film di chiusura, e spero solo che abbiano il buon senso di non cambiare le carte in tavola, ma di renderlo solo  celebrativo o espansivo dello status quo. Quello che mi ha lasciata perplessa è una coda finale di un album di foto di Natale a Parigi. Lo avrei voluto balneare e con tutto il cast invece che solo con Belly e il suo innamorato in una serie di scatti che si somigliano. Anche perché subito prima erano stati mostrati tutti i protagonisti. Mi è sembrato appiccicato lì, senza un vero perché.  

Quella che si è fatta notare del corso delle stagioni è la musica. Chi se ne intende più di me ha subito notato che, al di là di una partitura appositamente composta, si fa ampio ricorso a needle drops, come vengono chiamati in gergo, di brani pop di grande successo per sottolineare i momenti chiave dei personaggi e i salti temporali tra le stagioni. E in particolare si abbonda di canzoni di Taylor Swift. Come ha ben notato Vulture, naturalmente The Summer I Turned Pretty è ben lungi dall’essere l’unica serie o film a fare riferimento a questa cantante o a inserire un suo brano in sottofondo e che anche solo quest’anno, in una scena di The Bear si vede Richie che urla a squarciagola sulle note di “Love Story (Taylor’s Version)”. “Le sue canzoni sono state utilizzate anche in New Girl, Killing Eve, Heartstopper, You e Bridgerton. Ma ciò che distingue The Summer I Turned Pretty dalle altre colonne sonore televisive dedicate a Taylor Swift è il modo in cui gli sceneggiatori utilizzano le sue canzoni per far avanzare la trama, come se la stessa Swift fosse un personaggio della serie”.

Alla fine poi, tutti i discorsi su Belly che non deve scegliere né l’uno né l’altro, ma scegliere se stessa mi fanno sorridere. Si tratta di un programma a sfondo romantico, dove amore e desiderio sono celebrati. Finché non rinuncia a se stessa per l’uno o l’altro, ci si può godere la favoletta rosa. È quello che è.  

martedì 5 novembre 2024

HIERARCHY: una scuola d'elite coreana

Scritto da Chu Hye-mi, e con la regia di Bae Hyeon-jin, Hierarchy (ovvero “Gerarchia”, in coreano 하이라키) è una serie scolastico-romantico-adolescenziale di Netflix ambienta nell’esclusiva Jooshin High School dove il prestigio, in un Paese che valorizza moltissimo la cultura, in questo caso è dettato dai frequentanti, tutti ricchissimi rampolli di famiglia a cui viene impartita la più vasta istruzione possibile. A fondare questa scuola privata, il cui motto è proprio “noblesse oblige”, è il Jooshin Group.

Un ragazzo che frequentava la scuola con una borsa di studio rimane ucciso e il fratello Kang Ha (Lee Chae-min) si iscrive nella stessa scuola, sempre grazie a una borsa di studio, per scoprire che cosa è accaduto e per vendicarsi. Qui incontra subito un ambiente molto snob dove chi non è danaroso viene regolarmente bullizzato. Re e regina della cricca di giovani sono considerati Kim Ri-an (Kim Jae-won), che è l’erede designato del gruppo Jooshin, che ha una madre completamente anaffettiva, che nel momento in cui lui le chiede più attenzione gli domanda se non sia sufficiente il numeroso personale che ha assunto per seguirlo; e Jung Jae-i (Roh Jeong-eui), figlia di un potente capo di un gruppo d’affari rivale, il Jaeyul Group che tiranneggia la figlia disprezzandola come la madre da cui si è separato e usandola solo ai fini di business. Ri-an e Jae-i erano una coppia innamorata, ma eventi in partenza poco chiari li vedono separati. La migliore amica di lei, He-ra (Ji Hye-won), è gelosa della loro relazione e non si accorge che il comune amico Lee Woo-jin (Lee Won-jung) è interessato a lei.

La serie è inclusa in un filone che comprende titoli come Élite, Sweet Revenge, The Glory e Boys Over Flowers. Personalmente non li ho visti e mi fido della critica e dei fan che li reputano migliori. Nonostante una sigla di gran stile infatti, la qualità della produzione  elevata da scenografie stilose e una fotografia elegante, Hierarchy non riesce a catturare le simpatie degli spettatori. Vorrebbe essere una storia di amore, amicizia e vendetta, ma non si distingue a sufficienza da titoli indicati sopra per offrire qualcosa di nuovo, ripete dinamiche già viste in altri teen drama. La mancanza di una direzione chiara, personaggi stereotipati e l’assenza di coesione fra alcune parti della trama sono lamentele sollevate che condivido. La soluzione alla morte del fratello di Kang Ha è appagante, ma il triangolo fra questi, Ri-an e Jae-i è inconsistente. Sembra un’opportunità sprecata, perché il potenziale in realtà c’era.

Centro focale di interesse sono il privilegio e le gerarchie sociali che contaminano la società coreana, il potere e le manipolazioni messe in atto per mantenere il proprio status: chi è economicamente benestante gode evidentemente di maggiori possibilità, ma la critica che si muove è di costituire una casta chiusa che non solo non condivide il proprio benessere, esclude volontariamente gli altri per puro senso di superiorità e perché può e ostracizza gli esterni alla propria cerchia umiliandoli e ritenendoli sacrificabili. La generazione giovane, almeno nei tre-quattro leading characters, è mostrata migliore rispetto a quella dei propri genitori nella misura in cui credono ancora nella responsabilità personale, nel voler rendere la realtà migliore e nell’esserci gli uni per gli altri.

Ammetto di aver avuto grande difficoltà nel valutare la capacità recitativa dei personaggi.  Ji Hye-won che interpreta He-ra mi è parsa molto convincente nel ruolo dell’amica d’infanzia gelosa di Jae-i, che ora le è vicina ora cerca di affossarla, che ricchissima cade in disgrazia ma è lei stessa maciullata dalle macchinazioni altrui e dalle sorti economiche della propria famiglia. È stata estremamente espressiva. Diversamente da lei  Roh Jeong-eui, che è appunto l’amica Jae-i, mi è sembrata molto piatta. Sono consapevole però che in estremo oriente fa parte della cultura cercare di non mostrare sul proprio volto i propri sentimenti: dissimularli o nasconderli è incoraggiato. Quindi non sono stata davvero in grado di valutare se certe scelte di recitazione fossero scarso talento da parte dell’attrice o, come mi pare di poter intuire da altri momenti di narrazione, scelte di mostrarsi stoicamente impassibile. Forse la voce avrebbe aiutato, ma non conosco il coreano e per semplicità ho guardato il programma doppiato in inglese (in italiano non c’era la possibilità). In ogni caso ho sentito lo scarto culturale e la mia mancanza di strumenti per fare una valutazione adeguata. Genericamente le interpretazioni sono state apprezzate nonostante per qualcuno siano state troppo smaccate e mancassero di sfumature.

Se si è amanti del sottogenere di ragazzi ricchi e viziati in collegi esclusivi non scoraggio la visione, ma non la incoraggio nemmeno. Al mio scrivere non è prevista una seconda stagione, comunque poco probabile vista la tiepida ricezione.

martedì 30 luglio 2024

DEAD BOY DETECTIVES: un teen drama sovrannaturale scacciapensieri

   

Sarà che non conoscevo in precedenza i personaggi di Dead Boy Detectives, ideati originariamente da Neil Gaiman e Matt Wagner per la DC Comics, per cui avevo aspettative su come dovessero essere, ma ho trovato gustosissima questa serie gotico-sovrannaturale portata da Steve Yockey su Netflix dopo che inizialmente doveva debuttare su HBO Max. Poi il ritmo è diventato più tradizionale, ma nel pilot è stato così incalzante per me, e con il plot segmentato in momenti con una titolazione apposita che ne scandisce le parti che conserva anche in seguito, che ho pensato che era proprio adatta alla generazione attuale che vuole momenti agili “spelled out”, esplicitamente spiegati rispetto a quello di cui tratteranno. Una forte mitologia e protagonisti affascinanti testimoniano il talento di Gaiman, ma mi hanno anche fatto ripensare a Buffy. Non è a quel livello come serie, ma nessuno vieta che possa crescere. Gagliarda anche la sigla.     

Protagonisti sono due fantasmi di ragazzi poco più che adolescenti: Edwin Payne (George Rexstrew) che è finito all’inferno, dopo che i suoi compagni di college nel 1916 lo hanno offerto in sacrificio, e dopo decenni di torture è riuscito a scappare; e Charles Rowland (Jayden Revri), ragazzo punk dell’era Thacheriana già oggetto di abusi domestici da parte del padre, morto nel 1989 a seguito di bullismo da parte dei compagni di classe per ipotermia ed emorragia interna. Se il primo è ingessato e un po’ saputello, il secondo è apparentemente sempre di buon umore. Cercano di scampare alla Morte (Kirby Howell-Baptiste), e intanto gestiscono una loro agenzia per risolvere casi sovrannaturali, per aiutare spesso i defunti a lasciare finalmente questo piano di realtà in cui sono intrappolati seppur morti e raggiungere l’aldilà. Un giorno si rivolge a loro una ragazza medium, Crystal Palace (Kassius Nelson), che come tale è in grado di vederli, a cui ha rubato la memoria un demone, David (David Iacono). Presto si unisce al duo e si spostano per un caso da Londra a Port Townsend, Washington, dove rimangono bloccati (solitamente riescono a spostarsi da un luogo all’altro attraverso gli specchi). Crystal affitta una stanza sopra la macelleria Tongue & Tail gestita da  Jenny Green (Briana Cuoco) e fa amicizia con un’altra affittuaria, la confettosa Niko Sasaki (Yuyu Kitamura), che a causa di un’esperienza di pre-morte pure riesce a vedere Edwin e Charles e diventa ufficiosamente parte di un quartetto.

Nella cittadina americana hanno a che fare con una serie di personaggi ricorrenti, che aggiungono fascino a questa serie adolescenziale: hanno feroci scontri con Esther Finch (Jenn Lyon), una strega immortale che fa di tutto per rimanere giovane, e che ha trasformato il suo corvo in un attraente ragazzo Monty (Joshua Robert Colley) per avvicinarsi a loro per distruggerli; devono eludere la Night Nurse (Ruth Connell), che si occupa del dipartimento di soggetti smarriti dell'Aldilà che cerca di individuarli per riportarli dove ritiene debbano stare, e il Re dei Gatti (Lukas Gage), che si è invaghito di Edwin; il solo ad aiutarli in qualche occasione è Tragic Mick (Michael Beach) un tricheco diventato uomo che rimpiange la sua forma passata e che gestisce un negozio di oggetti magici.

Uno degli aspetti migliori della serie è l’amicizia fra i due protagonisti, entrambi con un passato tragico alle spalle e che ci sono sempre l’uno per l’altro; le due ragazze si sono unite in seguito, ma Chrystal in particolare si è integrata subito. Molto spassoso è stato come hanno giocato sull’omosessualità repressa di Edwin in considerazione che, oltre alla naturale timidezza, proviene da un’epoca diversa dalla nostra. Si è riuscito a flirtare un po’ con i doppi sensi, che inizialmente lui non coglieva o con cui si sentiva a disagio, per arrivare progressivamente a un riconoscimento di se stesso che è stato comunque intenso e delicato.

Si sono ben amalgamate le classiche tematiche adolescenziali e tropi del genere (ad esempio l’amore non corrisposto) a quelle gustosamente horror, ma non con l’estetica macabra che pare caratterizzasse il lavoro di Gaiman, ma più giocoso  - un leggero steampunk incontra Heath Robinson, dice bene il Guardian - e di fatto però anche trascurabile. Quello che motiva la missione della Dead Boy Detective Agency è ha un che di amaro: le loro morti non avevano importanza e nessuno le ha mai risolte e loro vogliono di garantire che altre anime non vengano dimenticate come loro e così, fra mostri, demoni e spiritelli dispettosi dei denti di leone che possono essere conservati in un barattolo, risolvono il caso della puntata, accumulando anche una mitologia molto densa.

Un perfetto scacciapensieri: una serie pop-corn che spero rinnoveranno perché intendo proseguirla.

venerdì 5 gennaio 2024

THE BUCCANEERS: godibilissimo

The Buccaneers (ovvero I Bucanieri, Apple TV+), tratto dall’omonimo romanzo incompiuto di Edith Wharton, dal promo sembrava un incrocio fra Dickinson e Bridgerton, un teen drama in costume aggiornato però alla sensibilità contemporanea. È in effetti un period drama che non lo è nello spirito: con di fondo tutte le potenziali problematiche etiche che simili operazioni possono sollevare ma che, consapevoli di questo, è anche il caso di mettere da parte per godersi con leggerezza un programma che vuole essere uno spumeggiante intrattenimento. E lo è stato alla grande, un guilty pleasure poco “colpevole” e molto “piacere”. 

Salvo qualche iniziale impressione, Dickinson non è — poi lì certi anacronismi erano sensati in un approccio volutamente poetico ed era un homage molto studiato che aveva il suo perché —; è più Bridgerton, anche se con molto meno gossip e spirito maligno di questo, e per quello forse mi è piaciuto di più, ma comunque con infusioni del materiale originale che ricadono semmai nell’aura di The Gilded Age, con una nota forte che contrappone i mores degli Stati Uniti a quelli della vecchia Europa, e i nouveaux riches alla polverosa aristocrazia. Ci troviamo anche un pizzichino della storia di Meghan Markle, un pasticcino tutto glassato da una colonna sonora di canzoni pop contemporanee.

Siamo a New York, nel 1870. Cinque amiche americane vanno a Londra con l’obiettivo di trovar marito, magari con un titolo nobiliare. Sono tutte giovani, belle, ricchissime, piene di vita e di desiderio di nuove avventure. In apertura Conchita Closson (Alisha Boe), che è incinta ma non vuole farlo sapere al futuro marito perché non convoli a nozze solo perché si sente obbligato in tal senso, si sposa con Lord Richard Marable (Josh Dylan), insicuro di compiere il gran passo perché i genitori non sono d’accordo e teme che la futura moglie non si adatti all’ambiente a cui è abituato. Procedono al gran passo, e tornano nella capitale britannica. Con Conchita vanno anche le sue damigelle e amiche. Fra loro c’è Nan, (Kristine Froseth, Looking for Alaska), la principale eroina della serie, che in realtà non ha grande desiderio di attirare un principe azzurro, ma di cui si innamorano presto sia l’ambito Theo, Duca di Tintagel (Guy Remmers), insofferente all’idea di dover trovar moglie fra persone della sua cerchia e dedito all’arte, sia del suo migliore amico, Guy Thwarte (Matthew Broome), la cui famiglia è in rovina economica. Lei è in sintonia con entrambi. Diversamente intenzionata da Nan è invece sua sorella, Jinny (Imogen Waterhouse), che ha sempre l’impressione che le venga rubata la scena, ma convola presto a nozze con l’abusante Lord James Seadown (Barney Fishwick), fratello di Richard. Ad accompagnare Nan e Jinny c’è la madre, la signora St. George (Christina Hendricks, Mad Men) che ha un difficile rapporto con il marito, il colonnello St. George (Adam James). Le altre ragazze coetanee in viaggio nel Vecchio Continente pure sono due sorelle, Lizzy (Aubri Ibrag) e Mabel (Josie Totah) Elmsworth. La prima risveglia l’interesse di Lord James, che lei inizialmente ricambia, la seconda non è attratta dagli uomini, ma dalle donne e scocca la scintilla con la riservata Honoria Marable (Mia Threapleton), sorella di Lord Richard e Lord James.   

L’aspetto più gustoso della prima stagione di 8 puntate è stato indubbiamente il triangolo Guy-Nan-Theo, perché per una volta lo è stato autenticamente. Non c’è solo lei indecisa fra i due, ma in fondo sai a chi è destinata, e l’altro è solo un ostacolo alla felicità della coppia che si sa trionferà. Se lei è dubbiosa su chi sia meglio per lei lo è anche il pubblico, sicuramente lo sono io, che non saprei chi scegliere o per chi tenere. Con entrambi c’è una deliziosa intesa e sono nobili di spirito e affascinanti entrambi. Originale è anche la storia lesbica fra Mabel e Honoria, perché fa pensare in modo nuovo alle difficoltà nelle coppie LGTBQIA+ in quelle epoche dove per una donna “trovare marito” era un imperativo legato spesso alla sopravvivenza. Con il personaggio di Richard – ATTENZIONE SPOILER – si affronta brevemente il tema dell’abuso su minori, con la rivelazione delle attenzioni da lui ricevute quando era piccolo da parte di una governante Miss Testvalley (Simone Kirby), dove una simile situazione, soprattutto di una donna nei confronti di un bambino o giovane uomo non è sicuramente storia che si vede spesso. È terribile e perfino agghiacciante il modo in cui, sotto un’apparente fredda e controllata gentilezza, Lord James viene ritratto come un manipolatore abusante, controllante e abituato al gaslighting e all’umiliazione, un uomo che riduce le proprie vittime alla vergogna, con quel genere di violenza che non è così evidente all’esterno, ma che è devastante.   

Gli scenari sono mozzafiato, le ambientazioni scenografiche e i costumi sono sontuosi, ma in questa opulenta cornice, al centro dei riflettori c’è in prevalenza la condizione della donna a quell’epoca, costretta dalle convenzioni sociali a essere silenziosa, invisibile, priva di identità davvero, e con una prospettiva contemporanea, e con lezioni che mutatis mutandis valgono anche per la società attuale. Lo scontro mentalità americana e inglese è la leva che usano per parlare al pubblico di oggi. Fin dall’esordio è chiaro che The Buccaneers portato sul piccolo schermo da Katherine Jakeways non mira all’accuratezza storica. Nel pilot, per riportare un semplice esempio, Conchita perde un orecchino che cade sulla strada. L’amica Nan si cala dalla finestra muovendosi giù dal muro come fosse la donna ragno per recuperarlo. Al di fuori della pericolosità della scelta, che immagino un genitore rimprovererebbe tutt’ora, credo che alla fine dell’800 un simile agire da parte di una giovane donna in età da marito sarebbe stato considerato biasimevole o come minimo inappropriato. Mi sbaglio? Credo di no, ma se me lo chiedo è perché, al di là di scelte dei protagonisti che chiaramente riflettono lo Zeitgeist attuale, rimango spesso perplessa dei comportamenti che fanno assumere a personaggi di secoli passati, ma non so fino a che punto sia mia ignoranza che vede i nostri avi più ingessati, e fino a che punto sia invece effettivamente stato possibile. Probabilmente è proprio grazie a questa ignoranza, che immagino in una certa misura collettiva, che le vicende hanno una patina di credibilità e funzionano così bene come in questo caso, dove ci si dimentica che la realtà non avrebbe concepito certe soluzioni e ci si riesce a godere lo spirito di fondo che è di amicizia e di volersi bene, ed è vivace e gioioso nonostante si mostrino anche realtà ipocrite e difficili con cui convivere.

lunedì 16 ottobre 2023

SEX EDUCATION: la quarta e ultima stagione

Sex Education (Netflix) ha confezionato una appagante quarta e ultima stagione (distribuita dal 21 settembre 2023) – con una conclusione che lascia un buon margine per una già desiderata reunion in là nel tempo. Si è confermata una serie feel-good dalla sensibilità moderna, che ribadisce l’importanza di inclusività e accessibilità e della comunicazione e del consenso, in primis in campo sessuale ma nella vita in generale, ed è un’educazione a come la verbalizzazione possa essere un grande strumento per creare intimità.

ATTENZIONE SPOILER PER LA QUARTA STAGIONE.

Gli studenti si trovano in una nuova scuola, dopo la chiusura della Moordale. Ora vanno alla Cavendish, che sembra fin troppo laissez faire nella gestione educativa, che di primo acchito pare prevalentemente in mano agli studenti. In ogni caso è un ambiente molto aperto, tanto da avere non una, ma potenzialmente due “cliniche” di consulenza sessuale per gli studenti, con Otis (Asa Butterfield) che trova come rivale un'altra compagna di scuoa, Sarah “O” Owens (Thaddea Graham). Questa rimane per me la vera nota dolente, e problematica e grave, della serie: il fatto che lasciano che due studenti senza alcuna preparazione formale e titoli esercitino apparentemente al pari di professionisti – O addirittura condivide con la madre di Otis, che fa questo di lavoro, un programma radiofonico sull’argomento risultando quasi più brava. Che i due ragazzi siano competenti perché hanno approfondito l’argomento in via personale è sacrosanto, e nessuno dice che non possano essere anche in una ipotetica realtà effettivamente bravi, ma non è sufficiente, per nessuno. Se nelle prime stagioni si era riusciti a rendere narrativamente credibile la sospensione dell’incredulità, in questo caso non ci si prova nemmeno. Rimango perplessa.

Lo scontro Fra Otis e O è stato una storia saliente e quello che ho apprezzato è stato il fatto che abbiano rivelato O come asessuale, un po’ perché personaggi così ce ne sono pochi, e un po’ perché lo ritengo molto credibile per esperienza personale. Da demisessuale (quindi da persona che rientra nello spettro della asessualità) io stessa ho sempre avuto un forte interesse (e voglio credere competenza) nei confronti del sesso, e per le ragioni in parte anche simili a quelle addotte dal personaggio, quindi l’ho trovato davvero ben riuscito, ed è la prima volta che mi capita di vedere una cosa simile in questo ambito. Bravi.

L’intreccio più riuscito, se non altro perché ha mostrato la miglior credibile maturazione dei personaggi, è stata quella fra Adam (Connor Swindells) - l’unico fra i ragazzi a decidere di non proseguire con gli studi, ma di trovarsi un lavoro che lo porta in un maneggio - e suo padre Michael (Alistair Petrie) che ha avuto un percorso di miglioramento personale notevole che lo ha riavvicinato alla moglie da cui era separato e al figlio con il quale ha cercato di ricostruire un rapporto. Toccante e realistico. La vicenda meno convincente invece è stata la microstoria di Viv (Chinenye Ezeudu) che ha cominciato una relazione con un ragazzo Beau (Reda Elazoura) che, all’apparenza gentile, si è rivelato possessivo e controllante in modo potenzialmente violento. Capisco la necessità di trattare un social issue, un problema a sfondo sociale, che lanci il messaggio di stare attenti alle red flag e di non farsi incantare da chi è potenzialmente abusante, ma questa è stata fatta in maniera che ho percepito come affrettata.

Convincente è stato l’arco di Maeve (Emma Mackey) che continua il suo percorso di studi negli Stati Uniti d'America per diventare scrittrice per rientrare a seguito della morte della madre, indecisa se poi riprenderlo o meno. Quando ha deciso di lasciare temporaneamente la scuola di scrittura, anche delusa dalla feroce critica del suo professore, una scena di un suo scritto gettato in un cestino adocchiato da una compagna di studi già mi faceva paventare che glielo rubassero e che il professore si rivelasse il frustrato di turno che cerca di minarla per non avere una rivale, ma mi sono fortunatamente sbagliata, e la collega l’ha aiutata, ma non in un modo da apparire favolistico, e il docente era genuinamente critico per mirare a migliorarla, anche se forse ha scelto una modalità inefficace. Bello poi che per questo ruolo minore del prof. Molloy abbiano scelto Dan Levy (Schitt’s Creek), come la comica Hanna Gatsby per quello della responsabile della stazione radio dove va a lavorare Jean (Jillian Anderson). Un applauso agli addetti al casting. E se le scene del funerale della madre di Maeve hanno saputo calibrare bene dolore e momenti umoristici, il suo ritorno negli USA, con tutto quello che ha significato nel rapporto fra lei e Otis, è stato sviluppato in maniera adulta, con la lezione che chi ti ama vuole che tu possa essere la versione migliore e più realizzata di te stessa, anche se talvolta significa essere fisicamente distanti. 

La crisi religiosa di Eric (Ncuti Gatwa), con la sua amicizia con Otis un po’ in stand-by, che non sa se battezzarsi in una chiesa che non gli permette di rivelare la propria omosessualità, e che decide a fine stagione di diventare pastore; Jackson (Kedar Williams-Stirling) che trova un nodulo a un testicolo che lo porta a indagare su chi sia suo padre biologico, che ha sempre creduto essere stato un donatore di sperma; Ruby (Mimi Keene) che nella nuova scuola non riesce ad inserirsi come vorrebbe, lei che è sempre stata popolarissima, e aiuta Otis; Aimee (Aimee Lou Wood) che non ha ancora superato le difficoltà psicologiche legate alle molestie subite e che intreccia una tenera relazione con Isaac (George Robinson); Cal (Dua Saleh) che prende testosterone ma è in difficoltà con la sua transizione; Jean che trascura Otis ora che è nata la figlia Joy, si sente sopraffatta anche se non riesce ad ammetterlo, e vede navigare un difficile rapporto con la sorella Joanna (Lisa McGrillis) arrivata da lei su richiesta di Otis che l’ha vista in difficoltà… le storie che si sono intrecciate sono state molte, ma hanno saputo intrattenere e divertire e lasciarci con tanto affetto nei confronti dei personaggi.

mercoledì 23 novembre 2022

VAMPIRE ACADEMY: avvincente

Con una narrazione veloce e una mitologia estremamente densa e delineata, Vampire Academy (su Peacock), tratta dagli omonimi libri YA di libri di Richelle Mead (6 volumi pubblicati in Italia da Rizzoli), è una godibilissima, trascinante serie adolescenzial-vampiresca, portata sullo schermo dall’esperienza di Julie Plec (fra gli altri The Vampire Diaries, The Originals, Legacies) e Marguerite MacIntyre. È un po’ The Vampire Diaries (ovviamente, viste le autrici appena citate), ma anche Buffy, True Blood, Bridgerton, Harry Potter, the Hunger Games e perfino The Handmaid’s Tale, come sarà facile intuire già dal paragrafo successivo.  In più c’è un forte legame con alcune figure tradizionali folkloristiche di questo genere di racconti.

Siamo in un mondo in cui i vampiri vivono separati dagli esseri umani, in un regno chiamato Dominion, dove sopravvivono grazie al sangue di donatori che ne hanno in cambio effetti simil-droga. Sono i Moroi, e fra loro ci sono alcuni che sono di sangue reale, divisi in casate. I giovani entrano in società con un rituale di passaggio in cui dichiarano il proprio elemento di appartenenza: acqua, fuoco, terra o aria. Presto si scopre che non per tutti è però così: alcuni non si "specializzano" perché c'è un "quinto" elemento, lo Spirito. A difenderli e proteggerli ci sono i Dhampir (o Dhampyr, secondo uno spelling alternativo), una sorta di casta inferiore, incroci fra vampiri e umani. Le donne che non vengono addestrate come guardie del corpo sono confinate in comuni e destinate alla procreazione con i vampiri che decidono di averle come compagne di sesso. I Moroi vengono minacciati, e per quello hanno bisogno di protezione, dagli Strigoi, i cattivi della situazione, una sorta di ferali vampiri-zombie molto veloci e aggressivi. Moroi, Dhampir e Strigoi non sono invenzioni dei libri o della serie, ma sono appunto legati ad antiche leggende e mitologie dei Balcani e rumene. E questa tripartizione viene spiegata subito e ripetuta all’inizio delle nuove puntate, quindi si entra subito nel vivo.

Le due protagoniste principali della serie sono Vasilissa “Lissa” Dragomir (Daniela Nieves), una principessa moroi, e la sua guardiana ancora in formazione Rosemarie “Rose” Hathaway (Sisi Stringer), una dhampyr che frequenta la St Vladimir’s Academy, una scuola estremamente rigorosa. Le due sono come sorelle, ma si scopre in corso di via che fra loro c’è un legame molto diverso e più forte (a scanso di equivoci, non è di natura sessuale). Rose presto si innamora di Dimitri (Kieron Moore), suo superiore, anche se a lei è interessato il suo compagno di Accademia, Mason (Andrew Liner), mentre il cuore di Lissa batte per Christian (André Dae Kim), osteggiato perché i suoi genitori sono diventati strigoi. Dal momento che Lissa ha perso i genitori, suo tutore è lo zio Viktor Dashkov (J. August Richard, Angel), membro del coniglio reale e consulente della regina, malato, sposato con Robert e padre di Sonya (Jonetta Kaiser) e dell’adottata Mia (Mia McKenna-Bruce), che diversamente dal padre non sono però reali. Sonya è la ragazza di Mikhail (Max Parker), Mia è quella di Meredith (Rhian Blundell), una delle più brave studentesse dell’Accademia di St Vladimir, e compagna di corso di Rose. La regina (Pik-Sen Lim) deve annunciare chi la succederà sul trono. Victor si vede forzato ad ambire alla carica per ostacolare le ambizioni politiche di Tatiana Vogel (Anita-Joy Uwajeh), estremista che rischia di portare il regno indietro di secoli.

Con un cast multiculturale – quando mai prima si è vista una protagonista attratta da un ragazzo dai tratti orientali, tanto per dirne una? –, e un’ambientazione opulenta con scenografie che ti trasportano subito in modo convincente in una realtà alternativa, Vampire Academy tratta temi come l’amicizia, l’amore, il potere, il dovere, il lutto, i rapporti genitori-figli, le differenze sociali, i rapporti stato-chiesa, la dialettica tradizione-progresso…lo fa con dinamismo. Le redini sulla mitologia, il gergo e i rituali sociali sono da esperte e, anche se se ne sente la sovrabbondanza, non ci si sente persi, ma si riesce a seguire tutto con agio. C’è poco spazio per l’approfondimento però, lì dove si è presi dal vortice degli eventi. È un melodramma sovrannaturale che non teme di essere anche cheesy, mescolato a un pizzico di intrigo politico, recitato con sufficiente dignità, pieno di colpi di scena e coppie per cui schippare. Non sarà alta televisione, ma è facile immergervisi: avvincente.

sabato 12 giugno 2021

GENERA+ION: gli adolescenti della Generazione Z

Generation (dell’americana HBO Max), reso graficamente come “Genera+ion” racconta di un gruppo di liceali alla scoperta della sessualità e della vita. La serie ha fatto parlare di sé perché è stata ideata da una ragazza ora diciannovenne, ma sedicenne quando ha iniziato il progetto, Zelda Barnz, insieme a uno dei suoi due padri, Daniel Barz. L’altro suo padre pure è parte del team come produttore esecutivo, così come lo è Lena Dunham (Girls), che a sceneggiato la quinta puntata. E sebbene il titolo si intenda come gruppo di persone nate anagraficamente nello stesso periodo, in questo caso la cosiddetta Generazione Z, con il “più” ad indicare una consapevolezza LGBTQ+ (gruppo a cui appartiene la maggior parte dei personaggi), vuole avere anche il senso di “creazione”.

Siamo nel sud della California. Chester (Justice Smith) è un ragazzo gay molto disinibito, ma anche molto solo, che vive con sua “nonna” (in italiano nell’originale), e finisce per innamorarsi del nuovo consulente scolastico, Sam (Nathan Stewart-Jarrett) dal quale viene spedito per reiterate violazioni del codice d’abbigliamento scolastico. Greta (Haley Sanchez) è una ragazza Latinx che gode un momento di libertà ora che la madre è stata deportata e vive con la zia Ana (Nava Mau), ma sa che non durerà, e non riesce a concedersi di poter avere una storia con la ragazza da cui è attratta, Riley (Chase Sui Wonders), appassionata di fotografia. Nathan (Uly Schlesinger) è bisessuale, ma quando la sorella gemella Naomi (Chloe East) scopre che se la fa con il suo ragazzo, viene presto a scoprirlo anche la madre Megan (Martha Plimpton). Arianna (Nathanya Alexander), sebbene etero, si permette battute dagli altri considerate omofobe in virtù del fatto che ha due padri gay (J. August Richards e John Ross Bowie). Delilah (Lukita Maxwell), che non si era resa conto di essere incinta, partorisce nel bagno di un centro commerciale, ma non si sente di dirlo ai suoi, e d’accordo con il ragazzo che l’ha messa incinta, J (Sandy Mae Diaz), decide di dare la  neonata in adozione.  

Nel pilot e in alcune altre puntate, ma non sempre e oculatamente (sarebbe diventato troppo pesante), le stesse situazioni vengono riprese guardando allo stesso momento da più punti di vista. Ci sono i classici tropi dei teen drama di generazioni precedenti. Una differenza significativa è che i ragazzi sono iperconnessi: la tecnologia, cellulari e social in particolare, sono onnipresenti. Sebbene questo sia realisticamente rappresentato, non è grande spunto di riflessione, pare. Un teen contemporaneo che come tale potrebbe venir richiamato è Euphoria, ma se quello è artisticamente più riuscito, è anche più disperato, liminale e lisergico. I personaggi qui meglio messi a fuoco sono Chester e Greta, decisamente più tridimensionali. E il rapporto di Chester con Sam, è stato veramente ben costruito, anche se la gestione da parte di quest’ultimo dell’intera faccenda mi ha lasciato qualche perplessità.

Uno degli aspetti che mi ha colpita di più, e che non riesco a decifrare quanto sia voluto e quanto sia un difetto, è il fatto che si sbanda continuamente fra una cosa che si vuole dire, e il fatto di dirla in modo eccessivo, esagerato, come se non si avesse il controllo di quell’idea. Credo che sia vero dell’adolescenza. Si testano in qualche maniera i propri limiti, e si approcciano certe idee di cui non sempre si ha la maturità di gestire in modo appropriato. La storia di Delilah che partorisce, che ci accompagna nel teaser prima dei titoli di testa, spezzettata per tutta la stagione, è proprio emblematica di questa caratteristica. Tuttavia, appunto, non riesco a capire in che termini propriamente interpretarla. Mi spiego meglio calandola in un paio di situazioni specifiche.

È più che evidente che si è molto consapevoli di questioni progressiste sociali e di equità, tuttavia il modo in cui vengono usate darebbe ragione a coloro che ritengono certe battaglie senza senso, solo performative, un modo di atteggiarsi ma di fatto ridicole. Porto qualche esempio. Durante una lezione di matematica (1.01), Delilah si lamenta con il professore che, all’interno del problema da risolvere, si divide la classe in maschi e femmine, perpetrando l’idea della binarietà della sessualità che la studentessa oppone. Il professore le risponde nei termini di orientamento sessuale (“facciamo finta che tutti gli studenti in questa classe fittizia siano etero”), piuttosto che di gender, cosa che non sfugge alla ragazza che lo rimarca (“penso che la parola che intendesse usare fosse cisgender”). Se da un lato, si simpatizza con la preoccupazione della studentessa, perché certi stereotipi e certe idee a volte passano più in modo trasversale che in modo diretto, contemporaneamente sembra completamente ridicolo e pretestuoso, una fesseria, quando quello che lì si deve fare è imparare la matematica. Si ci può stare che una ragazza molto zelante si comporti così, sembra che qualche volta lo faccia anche la serie. Arianna cade in questo più volte: al supermercato, dice all’addetto alla sicurezza che sta cercando di spiegarle una cosa, di smetterla di fare mansplaining, cosa che di fatto non stava facendo. Quando prende un gran numero di bicchieri da un’attività commerciale dicendo che non intende pagarli e scappa via gridando “Reparations” (Riparazioni) – ovvero il risarcimento pecuniario che alcuni ritengono si debba ai neri contemporanei per il fatto che i propri avi sono vissuti in una situazione di schiavitù - di certo non fa una bella figura, o bene alla causa.

Si vede perciò grande consapevolezza di determinate questioni, ma vengono usate in modo tale da avere l’effetto contrario. Forse bisogna constatare che è il modo in cui vengono usate da tanti ragazzi. Forse non è un limite della sceneggiatura, ma un limite della società, se così vogliamo dire, che viene riflettuta da questo tipo di rappresentazione. È questo che non riesco a stabilire, se sia una cosa una cosa o l’altra.

Esamino un altro piano in cui lo vedo verificarsi. La serie è sboccata, ma mentre in alcune situazioni ci sta completamente ed era anche appropriato all’età dei personaggi, in altre sono rimasta molto perplessa. Concretamente, quando ragazzi partono per andare in gita a San Francisco (1.06) e devono salire sul pulmino, qualcuno suggerisce di battezzare con un nome l’autobus su cui viaggeranno. Qualcuno suggerisce “bussy”, partendo dalla radice “bus” (autobus), ma che in slang gay indica l’ano di un uomo (in italiano lo tradurrei “pulm-ano”, per quando questa in italiano non sia una effettiva parola, diversamente da “bussy”). I ragazzi lo usano più volte in più frasi, in modo divertito, con gli adulti uno che sorride accettandolo come la ragazzata che è, l’altra senza avere idea del significato. Ci stava completamente, è stato sia divertente, sia realistico. Quando invece Megan (1.08) chiama i figli perché ha visto un bacio a tre di Nathan filmato da Naomi, la ragazza dice al fratello un equivalente di “sta cercando di fotterci entrambi”. Quello che io qui ho tradotto come “fotterci” perché non sarei in grado tradurlo con una sola parola, nell’originale era “fisting” (la penetrazione con il pugno). L’ho trovato un po’ forte e stonato, detto da un’adolescente etero rispetto alla propria madre. Magari mi sbaglio, magari è una cosa che un adolescente direbbe, ma a me è sembrato fuori luogo.

In fondo, come dicevo quando ho introdotto questa mia osservazione, lo si vede proprio anche da Delilah che decide di dare in adozione la bimba che appena partorito. Non sapeva di essere incinta, e deve far cercare su Google alle amiche come procedere per partorire, o come lasciarla perché venga data in adozione (con anche un momento di gruppo molto toccante, sul dunque), ma poi quando decide di farlo, esprime un lungo elenco di desideri e aspettative di giustizia sociale in cui vorrebbe che sua figlia fosse cresciuta. Da un lato si è infantili e inconsapevoli, dall’altro molto maturi e fin troppo coscienti. Suppongo sia in effetti una definizione di adolescenza e quindi promuovo questo progetto che continuerò a seguire se verrà rinnovato per una seconda stagione.

mercoledì 27 novembre 2019

LOOKING FOR ALASKA: in cerca del senso della vita

Premetto che non ho letto “Looking for Alaska - Cercando Alaska”, ma ho comunque familiarità con la scrittura di John Green per aver letto “Colpa delle Stelle” e “Let it snow, let it snow, let it snow”, di cui è da poco disponibile su Netflix la trasposizione in film. Sono consapevole perciò del fenomeno per adolescenti che ha rappresentato, ed ero curiosa di vedere che cosa ne sarebbe uscito nella versione realizzata in accoppiata con un altro nome molto popolare della scrittura per young adults, come si dice ora, e in questo caso sul versante televisivo, ovvero con  Josh Schwartz (Gossip Girl, The OC, Nancy Drew), che ne ha ricavato un omonimo adattamento in 8 parti. Spiritualmente si percepisce che c’è affinità fra i due autori. Green è qui fra i produttori esecutivi. 

Siamo  nel 2005. Miles “Pudge - Ciccio” Hater (Charlie Plummer), un ragazzo con una fascinazione per le ultime parole pronunciate dalla gente prima di morire, lascia i genitori in Florida per frequentare in Alabama la Culver Creek Academy, alla ricerca del suo “Grande Forse”, come disse il poeta francese Rabelais in punto di morte. Suo compagno di stanza, Chip “il Colonnello” Martin (Denny Love), è una specie di istituzione nella scuola per i suoi scherzi, perpetrati soprattutto contro i Weekday Warriors – i Settimana Corta, un gruppo di ragazzi ricchi della scuola con cui c’è una forte rivalità. Chip presenta a Miles la sua migliore amica, Alaska Young (Kristine Froseth – la conosciamo per The Society, ma questa produzione è antecedente), una ragazza che non vuole tornare a casa per le feste e si interroga su “Come esco da questo Labirinto?”, citazione da un libro di Marquez. Miles si innamora di lei. I tre fanno presto comunella, insieme ad altri amici, fra cui Takumi (Jay Lee), si confidano gli uni con gli altri, e organizzano attività e scherzi insieme, nonostante l’occhio vigile del severo, ma umano direttore del liceo, Mr Starnes (Timothy Simons), detto l’Aquila. Nelle vite dei ragazzi un ruolo di rilievo lo ha anche l’anziano insegnante di religioni del mondo, il Dr Hyde (un sempre mirabile Ron Cephas Jones, This is us). 
   
Gioca sull’effetto nostalgia questa miniserie pre-cellulari – il protagonista chiama i genitori da un vecchio telefono a filo attaccato al muro. È una storia di formazione, che nella sua trasposizione televisiva non stravolge nulla, ma è solida e amabile, pur con una nota di dolore. Il punto forte sta nella trama e nei personaggi con una verbalità un po’ alla Dawson’s Creek, ovvero con adolescenti che parlano molto, con molta appropriatezza linguistica e riferimenti letterari e con una consapevolezza che dimostra una maturità notevole per la loro età, anche rispetto alla capacità di guardare e ammettere onestamente le proprie emozioni. Più prosaica è la regia, nonostante noti bene LaToya Ferguson su Indiwire quando osserva che Schwartz ricrea qui quella che è uno delle sue iconiche scene di The OC, ovvero quella del pilot in cui Ryan, diretto a Chino, passando in auto, dal sedile posteriore della macchina vede Marissa – qui è Miles che vede Alaska, sebbene Miles sia più un Seth Cohen che un Ryan Atwood.

I protagonisti vengono mostrati nella vulnerabilità dovuta alla loro età, nell’incertezza di sapere quello che vogliono essere e di cercare un senso alla vita, e il valore delle relazioni. La vena filosofico-riflessiva viene sia resa più esplicita che più incisiva all’interno della diegesi attraverso quello che i ragazzi studiano a scuola.  Ricevono dal loro insegnante il compito di rispondere a un quesito: qual è la domanda più importante a cui gli esseri umani devono rispondere? Ci interroghiamo sul senso della vita, su quale sia il miglior modo di vivere, sulla morte, sul valore della sofferenza. Le varie tradizioni spirituali rispondono a proprio modo e ciascuno lo fa con la propria vita. In questo gli adulti rappresentati sono particolarmente riusciti, nel senso che loro stessi hanno e contemporaneamente non hanno la risposta. Sono più maturi, ma non completi, potremmo dire. È fin troppo facile rappresentare gli adulti presenti nella vita di persone di quest’età come bidimensionali, macchiette distanti e poco in contatto con la realtà, ma non qui, dove gli adolescenti stessi sono in grado di vederli sì come delle autorità che li limitano, ma con una propria storia e le proprie difficoltà. Questo equilibrio fra le generazioni pure è un elemento di sintonia con The OC.    

Il confine fra scherzi e bullismo avrebbe potuto essere approfondito di più, specie in un momento storico come questo, e sono ragazzi che bevono e fumano, ma condivido l’osservazione di Kathryn VanArendonk su Vulture, quando dice che ovviamente non si arriva agli eccessi di un Euphoria, ma che la differenza è che queste dissolutezze sono rappresentate più come un dato di fatto che non con intenti allarmisti o celebrativi.

Looking for Alaska in versione TV (Hulu) non è una folgorazione, ma nemmeno una perdita di tempo. La nota distintiva alla fine è l’ordinarietà delle vicende, in un certo senso, ma forse proprio in questo c’è pregnanza, c’è umanità. Quello che è messo a fuoco in modo notevole, anche perché permea in modo diffuso tutto l’arco narrativo, è il senso che  la vita è un “to be continued” con margini non sempre definibili, con tante incertezze e sbavature, che sono fuori dal nostro controllo, è fatta di rimpianti e delusioni, e nonostante questi si va avanti, conservando i ricordi belli. Crescere, diventare adulti, è impararlo, anche se non diventa mai più facile affrontarlo. 

domenica 20 ottobre 2019

EUPHORIA: disperata e autolesionista


È una gioventù disperata, autolesionista e allo sbando, quella messa in scena con bravura da Euphoria, il primo teen drama della HBO (in Italia su Sky Atlantic) con vite di sesso, droga e social media nella seconda decade degli anni 2000. A idearlo, sulla base di una omonima serie israeliana, è stato Sam Levinson (Assassination Nation, figlio di Barry Levinson) anche sceneggiatore di tutte le puntate della prima stagione e regista di cinque delle otto puntate. Per l’autore è anche una storia profondamente personale, autobiografica per la parte che concerne le droghe (THR).

Rue (una Zendaya da cui ci si aspetta una carriera di successi) è un’adolescente che comincia il suo penultimo anno di superiori dopo che è uscita da un centro di disintossicazione per un’overdose dalla quale l’ha salvata, trovandola, la sorella minore, Gia (Storm Reid). Lotta costantemente con la dipendenza da sostanze, iniziata prendendo le pillole del padre morente. Perfino uno spacciatore che tiene a lei, Fezco (Angus Cloud), cerca di allontanarla da possibili ricadute. Presto stringe un’amicizia, che diventa anche qualcosa di più, con Jules (Hunter Schafer), una ragazza trasngender appena arrivata in città. A gravitare intorno alla sua vita ci sono la sua migliore amica d’infanzia Lexi (Maude Apatow) e i compagni di scuola: Kat è una ragazza soprappeso, che all’esordio è vergine, che diventa avventurosa in campo di sesso, anche online, e matura un nuovo rapporto col proprio corpo; Nate (Jacob Elordi) è uno sportivo che proviene da una famiglia in vista con forti insicurezze sessuali  - ha una ragazza, Maddy (Alexa Demie) con cui ha un rapporto sentimentale a intermittenza, abusante, e un padre, Carl (Eric Dane)  che nasconde un segreto che potrebbe rovinargli la reputazione, per dirla in modo eufemistico, e con cui si sviluppa in rapporto affascinante da seguire; e poi c’è la dolce Cassie (Sydney Sweeney, The Handmaid’s Tale), sorella maggiore di Lexi, dal colorito passato sessuale che continua a influenzare la sua vita, che è fidanzata con il giocatore di football Christopher (Algee Smith), che il padre spinge ad eccellere.

La sceneggiatura ci va giù pensate, riesce ad essere brutale, e scioccante, ma mai fine a se stessa, ma proprio come parte del senso che intende trasmettere. Si preme l’acceleratore su droga e sesso con molta libertà – una puntata si annunciava come quella che avrebbe mostrato ben 30 membri maschili. La regia punta su toni scuri, plumbei, ma coperti di glitter, scintillii che mascherano lo straziante squallore, umano ed emozionale di un buildungsroman che avrebbe il sapore della distopia se non fosse così crudemente autentico. Cinematograficamente è stimolante. Ci sono inquadrature insolite, sperimentali, ancora più spinte lì dove si vuole dare il senso dell’allucinazione tossica e una alterazione del vissuto. Il senso che trasmette è che questa è la realtà, ma è una realtà marcia, malata, distorta, non è quello che dovrebbe essere.   

Rue nel pilot dice come la irriti il fatto che quando trapela il nudo di una persona famosa, la gente critica che tanto per cominciare non avrebbero dovuto scattare una simile foto:  “Mi dispiace, so che la vostra generazione faceva affidamento su fiori e il permesso del padre, ma è il 2019, e a meno che tu non sia Amish, i nudi sono la moneta dell'amore. Quindi smettetela di farci vergognare. Fate vergognare gli stronzi che creano elenchi online protetti da password di ragazze minorenni nude". (1.01 – traduzione mia). Non si hanno peli sulla  lingua, non ci si fa problemi a dire cose scomode.

Gli effetti del porno, la pressione dei coetanei, l’assenza di una bussola morale, le trappole del web, le famiglie sfasciate, gli abusi fisici e verbali, le app di incontri, gli adulti assenti, le paure e le insicurezze di un delicato momento della crescita: c’è molta profondità e umanità, anche se un’umanità di cui è triste rendersi conto, in questa serie che fa anche affidamento in modo molto estensivo alla voce fuori campo di Rue. Questa, si dice sempre, è una modalità di cui si approfitta troppo e di cui si potrebbe fare a meno se non viene utilizzata con una logica specifica che la renda significava. Qui ci sono lunghi brani di monologhi, e funzionano.

Se la figura dello “spacciatore buono”, che si dà alla criminalità per sostenere la nonna in coma di cui si prende cura, nonostante il bravo interprete, mi pare un po’ favolistica, le altre le ho trovate tutte convincenti, e ho particolarmente apprezzato quella che coinvolge Nate: l’odio per se stesso e il rapporto tossico con la sua ragazza, i ricatti che mette in piedi per preservare la sua immagine di bravo ragazzo, il confronto con il padre (spettacolosa la season finale a questo proposito)…  

La prima stagione, a cui ne farà seguito una seconda, termina, in modo inaspettato ma efficace, con un numero musicale.    

venerdì 20 settembre 2019

THE SOCIETY: adolescenti ricostruiscono la società


The Society è un teen drama di Netflix che vede un gruppo di ragazzi adolescenti che, di ritorno da una sorta di gita interrotta dal maltempo, all’improvviso si ritrovano da soli, isolati e senza adulti in genere, in quella che sembra una copia perfetta della cittadina di West Ham, in Connecticut nel New England, in cui abitavano, circondata solo da foresta, e devono cavarsela con le proprie forze e far funzionare la nuova società che sono costretti a costruire. 

Ideata da Christopher Keyser, che già aveva esplorato il tema dell’assenza dei genitori in Party of Five, questa serie è un po’ Il Signore delle Mosche (a cui è in parte ispirato), un po’ The 100, un po’ Riverdale, un po’ Persons Unknown e Wayward Pines o Under the Dome. Altre influenze, esplicitamente richiamate, sono Walden di Thoreau,  Peter Pan, e Rosencrantz e Guildersten sono morti di Stoppard.

I protagonisti che si contendono la scena sono numerosi: Cassandra Pressman (Rachel Keller, Legion) leader naturale del gruppo, che ha problemi di cuore; sua sorella Allie (Kathryn Newton, Big Little Lies), che presto diventa forzatamente il punto di riferimento della comunità; il loro cugino Sam (Sean Berdy, Switched at Birth), un ragazzo sordo gay, e la sua migliore amica Becca (Gideon Adlon), che è incinta; Il fratello maggiore di Sam, Campbell (Toby Wallace), che mostra tendenze psicopatiche e ha un comportamento abusante e intimidatorio nei confronti della sua ragazza, Elle (Olivia DeJonge); il miglior amico di Allie, Will (Jacques Colimon), cresciuto con genitori in affido e senza una sua casa; Luke (Alexander MacNicol), ex-giocatore di football, e la sua ragazza Helena (Natasha Lui Bordizzo), molto religiosa; Harry (Alex Fitzalan), un ragazzo ricco abituato a spadroneggiare in città e la sua ex Kelly (Kristine Frøseth); e Gordie (Jose Julian), un giovane con aspirazioni da medico che ha una cotta per Cassandra.

Ammetto che sono affascinata dalla premessa di fondo a prescindere, qui mi è anche piaciuto molto come è stata realizzata – a dispetto del pietoso poster. Il mistero del dove siano, perché siano lì, se i loro genitori siano ancora vivi o no (lo si scopre nella finale di stagione) e come fanno eventualmente a tornare “a casa” è un filo presente, ma tenue. È il pretesto, in fondo…

Il cuore delle vicende è più di tipo politico-sociale: qual è il modo migliore di autoregolarsi e gestirsi, la democrazia o la dittatura? Il socialismo o il capitalismo? Che poteri e che limiti deve avere un governo? E le forze dell’ordine? Quali sono le priorità in una comunità? Come cambia le persone il potere? Che confine ci sono fra interessi personali e comuni? Che sacrifici comporta spendersi a favore della comunità? Come affrontare la scarsità di risorse, alimentari, ma anche culturali? Che cosa significa costruire una nuova vita? Come arginare gli elementi distruttivi o pericolosi di una società? Come va gestito il dissenso? Come si infliggono punizioni? Come si fanno rispettare le regole? Come si decide chi comanda e fa rispettare le regole? Come si tengono in equilibrio le vicende personali e quelle della comunità? Che cosa conta nella vita?

Si dibattono perciò queste problematiche di diritto e scienze politiche, ma anche di natura etica e morale, sia esplicitamente che implicitamente, attraverso argomenti ambiziosi e inaspettati colpi di scena. Si mostrano quanto concrete e quotidiane siano queste questioni, con echi alla realtà che viviamo. Attraverso il microcosmo degli adolescenti si ha, in un certo senso, una versione del mondo che potrebbe essere definita ad usum Delphini, ma che non suona esplicitamente pedagogica, ma è più di stimolo alla riflessione in una trama avvincente. Le speculazioni intellettuali dei ragazzi, che dibattono queste questioni in arene pubbliche o privatamente sono stringentemente legate alla loro realtà, non esercizio astratto. Ne va della loro sopravvivenza e della qualità della loro vita.

I dialoghi non sono particolarmente memorabili, ma la costruzione narrativa è molto solida, e gli interpreti sono talentuosi. Al di là delle premessa fantastica è tutto molto credibile. La parte femminile del cast è servita meglio nel senso che i personaggi femminili sono approfonditi di più, mostrano più spina dorsale e sono genericamente ritratte in modo più positivo della controparte maschile, a cui per ora sono stati riservati ruoli antagonistici o di supporto. Ci sarà tempo di approfondire nella confermata seconda stagione. Un YA adatto anche agli adulti.

lunedì 11 marzo 2019

SEX EDUCATION: franca, divertente, romantica


Con una miscela di empatia e ironia, franchezza e pudore, ingenuità e competenza, Sex Education (Netflix) racconta delle scoperte sessuali e di vita di un gruppo di adolescenti inglesi.

Otis Milburn (Asa Butterfield, assolutamente perfetto per la parte e con un je ne se quoi che ricorda un giovanissimo Joshua Jackson dei tempi di Dawson’s Creek) è un adolescente vergine che, nonostante la sua inesperienza e la difficoltà a masturbarsi, ha una grande conoscenza indiretta in campo sessuale, acquisita ascoltando la madre con cui vive, un’apprezzata sessuologa, la dottoressa Jean Milburn (Gillian Anderson, The X-Files), che ha il suo studio professionale in casa. Una compagna di scuola di Otis, Maeve (Emma Mackey), abbandonata a se stessa, sempre a corto di soldi e con la reputazione di bad-girl, gli propone di fungere da improvvisato terapeuta per i compagni di classe che hanno ogni genere di problema e quesito. Spinto anche dal suo migliore amico Eric (Ncuti Gatwa), gay, Otis accetta e fra i primi suoi clienti c’è Adam (Connor Swindells, Harlots), bullo che tormenta Eric e figlio del rigido preside del liceo da loro frequentato, Mr. Groff (Alistar Petrie).

Ideata da Laurie Nunn, di primo acchito ci si domanda perché non si sia pensato prima a fare una serie di questo tipo, ovvero che parla di sesso agli e con gli adolescenti: brillante quanto necessario. Si fa davvero educazione sessuale. Otis si ritrova a che fare con il compagno che non riesce ad avere un orgasmo quando fa sesso con la sua ragazza, come con la coppia lesbica che non riesce a trovare un’intesa, quella che si lamenta di avere troppi peli pubici o quella che ha inaspettati problemi di vaginismo e quello che vuole solo fingere di parlare con lui per far credere alla ragazza che gli piace di essere sessualmente attivo... Si riesce a parlare di aborto (1.03)  mostrando la ragione per farlo, e il supporto necessario e utile in queste situazioni, non evitando tra l’altro la possibile ostilità degli antiabortisti piazzati fuori dalla clinica. 

[ATTENZIONE SPOILER da qui in poi]. Si è frizzanti e divertenti: non ci sono predicozzi, ma le vicende si dipanano anche come storie di formazione, amicizia e come commedia romantica. Otis si innamora di Maeve, e quando Jackson (Kedar Williams-Stirling), campione di nuoto della scuola, si rivolge a lui per chiedergli consiglio su come conquistarla lui (1.04) è in estrema difficoltà. La puntata scritta dall’ideatrice insieme a Laura Neal, è stata costruita in modo impeccabile, con Otis che all’inizio si lascia sfuggire dei suggerimenti nel tentativo di difendere la ragazza che ama, e poi, nonostante i buoni propositi etici, fa il gioco del suo “rivale” decidendo volontariamente di sabotarlo. Quando finalmente lei si rende conto di amare lui, lui comincia ad interessarsi ad Ola (Patricia Allison). Ostacoli che sono classiconi che ci fanno tifare perché la coppia riesca a stare insieme.

Chi lamenta il fatto che l’eteronormatività condanna l’omosessuale al perenne ruolo di “amico di” qui può gioire del fatto che, se è comune che sia amico della protagonista femminile, ben più raro è vedere che sia il punto di riferimento per un coetaneo maschio etero. Anzi, l’amicizia al maschile è una delle parti meglio riuscite di questa pregevole serie, ed è meraviglioso come si mostra un mondo in cui si può essere sicuri della propria mascolinità senza che questo implichi omo o tranfobia – la puntata del compleanno di Eric (1.04) è particolarmente efficace in proposito – o se si è consapevoli del potenziale implicito  sessismo di certi divertimenti ritualizzati – e qui basta pensare alle parole di Otis sul ballo scolastico e le inadeguate aspettative sul romanticismo che crea (1.07) – e di aspettative di gender e solidarietà femminile – non si può non pensare alle studentesse in assemblea scolastica che si alzano una a una a dichiarare “è la mia vagina”, riferita a un’immagine che era di una solo di loro, ma poteva rovinarle la reputazione (1.04), senza trovarla divertente, commovente ed empowering. Fa tornare alla mente una vecchia pubblicità di preservativi.

A chi lamenta la trita rappresentazione della sessuologa come una donna dai forti appetiti sessuali e molto disinibita, non posso che dare ragione, è uno stereotipo un po’ abusato, ma si riesce ad evitare di farne una macchietta, e diventa tridimensionale non solo nel suo ruolo di madre, ma anche nel rapporto con l’idraulico Jakob (Mikael Persbandt), che con lei vorrebbe una storia seria. A chi infine si lamenta che nelle serie in generale, e anche qui, ci si preoccupa sempre troppo di insegnare come far bene le fellatio e troppo poco a far bene il cunnilingus mi unisco io, ma c’è tempo per esplorare ulteriormente anche questi aspetti, che comunque si dimostra, dal proprio atteggiamento, di non voler trascurare.

La sessuologa clinica nella vita reale Lindsay Doe, che su YouTube ha un canale chiamato Sexplanations (che non ha nessun legame di per sé con questa serie) ha detto (non chiedetemi in quale delle molte puntate) che la domanda che le pongono più spesso le persone è “Sono normale?”. Azzardo a dire che qui si risponde un pochino a quella domanda nel senso che si mostrano tante situazioni e tanti comportamenti, o per lo meno si comincia a farlo sbirciando nell’argomento, e si mostra che la normalità ha tante facce. Lo stesso protagonista Otis, che pure lo sa bene, si sente diverso, indietro rispetto ai propri compagni (1.06). Se sotto i riflettori c’è la pubertà, la serie parla di fatto di sesso anche agli adulti perché alcune problematiche rimangono vere a tutte le età.

Si è molto espliciti, anche nel mostrare, si potrebbe forse dire pruriginosi ma l’intento non è di ammiccamento o solleticamento, è più maturo e si è attenti a non scindere la parte carnale dalle questioni psicoaffettive, e si mostrano con naturalezza insicurezze, imbarazzi e desideri. Per me la si può sicuramente inserire già fra le migliori serie del 2019.