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domenica 30 agosto 2026

STAR TREK: STARFLEET ACADEMY: piccoli ufficiali crescono

La nuova serie di fantascienza che ci porta dove nessun uomo è mai giunto prima, Star Trek: Starfleet Academy, ideata da Gaia Violo (Paramount+), è ambientata nel 32° secolo, in un periodo in cui la Federazione si sta riprendendo da una violenta catastrofe conosciuta come The Burn, Il Grande Fuoco (evento introdotto da ST:Discovery). Finalmente, dopo oltre un secolo, si riapre l’Accademia della Flotta Stellare del titolo, che cerca le menti, i cuori e gli spiriti migliori. Le lezioni si tengono sulla USS Athena e in un campus Terrestre a San Francisco. E il motto è sempre "ex astris, scientia" - "dalle stelle, conoscenza". In questa incarnazione del franchise che fa i conti con una realtà meno idealista, ma forse più realista di un tempo, giovani ragazze e ragazzi possono decidere in alternativa anche di arruolarsi nel Collegio della Guerra – c’è un pizzico di Fourth Wing, forse. I betazoidi hanno lasciato la Federazione, ma si intende farli tornare; i Klingon sono a rischio estinzione (1.04), c’è una vera e propria diaspora e molti rifugiati; vengono introdotte nuove specie – a questo punto la Federazione ha incontrato 4366 specie senzienti, ci viene detto (1.05) . C’è attenzione ai fan storici perciò, oltre che desiderio di crescerne di nuova generazione, e non si possono non notare oggetti di scena che sono gadget annunciati.

Ricca di riferimenti al passato, Easter eggs e tanti piccoli fanservice, la serie mi ha lasciata tiepida. Ci prova e qualche volta colpisce nel segno, ma delude anche. Solo nella seconda metà della stagione comincia a prendere corpo e il finale di stagione è sicuramente piena di tensione ben congegnata e una fantastica sigla finale che mostra tutti gli attori da bimbi. È un po’ troppo adolescenziale, ma in fondo quello è una mia chiusura intellettuale: è normale che sia un teen drama mescolato a una space opera. Il “problema” è che, a dispetto della grande inclusività di specie diverse – con buona pace di chi con disprezzo la definisce woke ignorando la filosofia dell’ideatore originario Gene Rodenberry -, ha un gusto molto americano, dalla scazzottata dopo i primi dieci minuti di inizio, al modo di costruire le lezioni scolastiche, al bullismo, all’atteggiamento un po’ sbruffone che gli studenti assumono nei confronti degli adulti, loro insegnanti peraltro. Certo, non è possibile essere davvero universali, ma mai come in questo metaverso c’è stato un gusto così distintivamente statunitense. Rimane l’idealismo, come nella lezione apertis verbis, di come imparare a essere leader, ma non deve andare a detrimento degli altri, ma è anche imparare essere guidati, e apprendere il valore della pazienza e dell’empatia (1.03); si dà peso all’amicizia e alla lealtà, ai rapporti umani, al creare connessioni, non solo ad apprendere nozioni; si insiste sull’importanza di discutere con le parole (1.04)…

Rettrice è la capitana  Nahla Ake (Holly Hunter). È una lanthanitiana, una specie dalla vita lunghissima, ottima scusa per poter portare nella narrazione elementi del suo passato più vicino a noi e per giustificare forse il suo stile molto rilassato, che inizialmente mi la lasciata piuttosto perplessa: se ne va scalza e si siede scomposta sulla sedia di comando, si siede sui tavoli…Fra gli adulti, spiccano Il Dottore (Robert Picardo), un insegnante olografico appassionato d’opera, e ufficiale medico capo della USS Athena; la capo-istruttrice e prima ufficiale, che fa rigare dritto tutti, Lura Thok (Gina Yashere), è una klingon/jem'hadar e nel suo approccio apparentemente violento è davvero esilarante - volutamente; l’insegnante di meccanica temporale già ingegnera della Discovery Jett Reno (Tig Notaro); e fa spesso la sua comparsa, nelle più diverse situazioni di crisi, anche l’ammiraglio Charles Vance (Oded Fehr), anche perché spesso devono avere a che fare con il “cattivo della situazione”, Nus Braka (interpretato con gran gusto da Paul Giamatti), un pirata ibrido klingon/tellarite che conosce Nahla da tempo. Il corpus dei docenti come mentori e in qualche caso anche figure genitoriali rimanda vagamente ad Harry Potter. Una comparsa in un ruolo minore lo fa anche come insegnante  Sylvia Tilly (Mary Wiseman), della Discovery.

I veri protagonisti sono però i cadetti, i germogli che crescono dell’evocativa sigla che trovo di fatto un po’ troppo lunga. Nahla, pentita del suo comportamento passato che lo ha impattato, trascina in accademia il riluttante Caleb Mir (Sandro Rosta), separato dalla madre Anisha (Tatiana Maslany, Orphan Black) che una sentenza ha mandato a riabilitarsi. Intendono ritrovarla. È un tipo abituato a cavarsela da solo, che accetta di entrare nella scuola solo con questo intento. Presto si innamora di  Tarima Sadal (Zoë Steiner) una betazoide e figlia del presidente di Betazed, che ha dei poteri psichici particolarmente potenti che potrebbero essere distruttivi e che non sempre riesce a controllare e che per questo indossa un neuro-inibitore. Genesis Lythe (Bella Shepard), particolarmente portata al comando ed esperta in quanto cresciuta su una nave stellare, è della specie Dar-Sha. Jay-Den Kraag (Karim Diané) è un klingon che non desidera diventare guerriero come vorrebbero i suoi genitori, una triade, ma che ha il sostegno del fratello. SAM, che sta per Series Acclimation Mil (Kerrice Brooks) è una Kasqiana, una specie fotonica senziente con un corpo olografico che l’hanno inviata come emissaria per capire gli organici, dato che, pur creati loro stessi dagli organici, non si fidano di loro che li hanno trattati come servi e sono rimasti isolati a lungo, oltre al fatto che il tempo scorre diversamente nel loro mondo (sono anni per loro quello che per i terrestri sono mere settimane). Darem Reymi (George Hawkins) è della specie dei Khioniani, che fra le particolarità hanno il fatto che, quando vomitano, esce glitter, ed è un ragazzo che nel suo pianeta ha un futuro di rilievo politico già scritto per lui.

La serie è stata confermata per una seconda stagione, ma è stato già annunciato che non ce ne sarà una terza, e sta bene così.


domenica 27 agosto 2023

STAR TREK: STRANGE NEW WORLDS: una appagante seconda stagione

Star Trek: Strage New Worlds (Paramount+) ha confezionato una seconda stagione decisamente appagante, confermando di essere fedele allo spirito dell’originale, sia perché ne incarna bene i valori, sia perché lo storytelling è elastico a sufficienza da permette allo spettatore di immaginarsi come un potenziale personaggio altro all’interno della diegesi, una forza essenziale per il coinvolgimento in questo genere di programmi con puntate per la gran parte autoconclusive.

L’esordio non mi ha convinto come avrei sperato e temevo il cosiddetto sophomore slump che per fortuna non si è verificato nonostante una partenza al di sotto delle aspettative. Spock (Ethan Peck) che vuole “rubare” l’Enterprise e impedire ai Klingon di trovare un’occasione per riaprire la guerra (“Il Circolo Spezzato”, 2.01) mi è parsa un po’ debole. “Ad Astra per Aspera” (2.02) si è concentrata sul processo alla prima ufficiale Una Chin-Riley (Rebecca Romijn) accusata di aver mentito per entrare nella flotta stellare non rivelando di aver subito una modifica genetica, in quanto Illyriana, pratica proibita. Nonostante gli importanti temi trattati - le persecuzioni politiche e biologiche, le leggi razziali nei confronti dei potenziati da parte della federazione, la legge non solo come specchio della società ma come ideale, la bellezza della diversità - non mi ha convinto appieno e trovo che sia stata un’occasione sprecata non usare Sam Kirk (Dan Jeannotte), che come  xeno-antropologo sarebbe stato adeguato a dare una prospettiva potente, invece al di là del titolo professionale sembra che non sappiano ancora bene come usarlo. Leggendo poi le vicende come metafora dell’esperienza trans (per cui non ci si deve sforzare molto), The Orville è riuscita a costruire in proposito degli episodi ben più efficaci e memorabili. Per chi si è lagnato che fosse una puntata troppo “woke”, beh, signori miei, Star Trek è sempre stato woke ante litteram, e fiero di esserlo, e se non si capisce questo non si capisce questo franchise.

Si è poi preso quota, dimostrando anche una profonda conoscenza del canone e rispettandolo. Penso in particolare a Spock, che in occasione del suo fidanzamento con T’Pring (Gia Sandhu) in “Sciarada” (2.05) rivede la madre Amanda (Mia Kirshner) ma non in padre con cui non era all’epoca effettivamente in buoni rapporti, e durante la stagione allaccia una relazione più che puramente amicale con l’infermiera Christine Chapel (Jess Bush) che nell’originale dimostra un interesse verso di lui. Si riesce insomma a creare delle backstory per i personaggi - lo stesso vale per Uhura (Celia Rose Gooding) in “Lost in Translation” (2.06) - rimanendo fedeli a quello che sarà, e costruendo molto di più sul lato umano. Spock poi nello specifico è usato come comic relief con risultati eccellenti. L’idea di renderlo temporaneamente umano è stata esilarante.

Ugualmente umoristica è stata la puntata cross-over con Star Trek: Lower Decks con l’improbabile, ma riuscitissima “Tutti Onorati Scienziati - Those Old Scientists” (2.07, e notare che le iniziali della puntata sono TOS, ovvero l’acronimo della serie originale - tanto di cappello ai traduttori italiani che sono riusciti a conservare le iniziali con un titolo perfetto). La USS Cerritos arriva su un pianeta dove si trova un portale. Boimler (Jack Quaid), uno dei guardiamarina mandati in esplorazione, viene catapultato attraverso di esso nel passato. Scopre che non mentiva la collega Tendi, un’ororiana, quando diceva che era una sua antenata ad aver scoperto quel portale, e veniamo a sapere come sono andati i fatti. L’episodio, visto il cross-over con una serie a cartone animato, ha sezioni disegnate - e pure la sigla viene disegnata, come poi in modo diverso cambierà anche nella puntata musical che avrà la parte musicale cantata a cappella (2.09): che leccornia visiva nel primo caso, uditiva nel secondo. La gioia della visione viene soprattutto dall’atteggiamento da fanboy di Boimler, che è super elettrizzato a conoscere i suoi miti, un po’ avatar per una volta in carne e ossa di tutti noi fan della serie storica. Noi stessi in fondo, con questo prequel stiamo facendo un viaggio temporale nel passato e vediamo i nostri beniamini prima che fossero ciò che sono poi diventati: geniale.

Si fa un trattamento umoristico a uno dei temi forti della stagione, quello dei viaggi temporali, esplorato invece in modo ben più serio e doloroso con “Domani e Domani e Domani” (2.03) in cui La’an incontra un alternativo James T. Kirk e se ne innamora. Sono completamente convinta dall’approccio di Paul Wesley al capitano per ora ancora tenente, e stanno usando il personaggio in modo occasionale ma ricorrente in modo efficace. Ammetto di essermi attivamente commossa al primo incontro fra Kirk e Spock (2.06), e nel vedere loro due con Uhura ad un tavolo insieme da giovani. Ugualmente sono molto ben impressionata dall’introduzione di Montgomery Scott, “Scotty” (Martin Quinn), nella season finale (2.10), un po’ come avevano fatto con Kirk nella stagione precedente: approvo il casting e come è stato scritto il personaggio. Nonostante un’attrice che ha vinto Oscar ed Emmy, non mi ha invece convinta Pelia (Carol Kane) la nuova ingegnere capo, una lanthanitiana, nonostante il suo personaggio sulla carta mi piaccia. È proprio l’attrice che mi ha infastidita. La brillante Ortegas (Melissa Navia) è, fra i personaggi principali, quella che per ora ha ricevuto meno attenzioni, ma avrà tempo di rifarsi.

C’è stato parecchio umorismo in tutta la stagione, ma non sono mancati momenti oscuri, anche umanamente, in fondo anche la previamente citata “Ad astra per aspera”, ma soprattutto con le esperienze di guerra di M’Benga (Babs Olusanmokun) e Chapel sul pianeta J’gal, in occasione della visita a bordo l'ambasciatore Dak'Rah (Robert Wisdom) ex generale klingon, autore di gravi atrocità, in “Sotto la cappa della guerra” (2.08), e nella conclusiva “Egemonia” (2.10) ambientata in una colonia del pianeta Parnassus Beta, attaccata dai gorn, i mostruosi esseri che vedono gli umani solo come prede di cui nutrirsi (non sarebbe male un ulteriore sviluppo metaforico animalista su questo fronte in futuro).

Imparata la lezione di “One more with feeling” di Buffy, ST: Strange New Worlds ci ha anche regalato una memorabile puntata musical, “Rapsodia subspaziale” (2.09) dove a seguito della creazione di un campo di indeterminazione quantistica, una delle illimitate realtà che si sono create fa sì che ce ne sia una (la loro) in cui i protagonisti si comportino come in un musical, ovvero si mettano a cantare e ballare quando le emozioni sono troppo forti, rivelando il proprio intimo pur non volendo. E prima del canto corale finale che unisce ecumenicamente tutto l’equipaggio, abbiamo modo di gustarci La’an che combatte contro i propri sentimenti per James Kirk, a bordo dell'Enterprise per un tirocinio in vista della sua nomina a Primo Ufficiale della Farragut; il capitano Pike che esterna le sue difficoltà nella relazione con la capitana Batel (Melanie Scrofano);  e Chapel entusiasta di aver vinto una borsa di studio presso il dottor Korby (altro riferimento a TOS) con tutto quello che comporta nella relazione fra lei e Spock. La mia grande passione di ST:TOS è sempre stata Bones, non Spock come per molti, ma diciamo che non sono insensibile al fascino di quest’ultimo in questa incarnazione e sto shippando questo duo.

Il cliffhanger di un chiaro “to be continued” ha chiuso una seconda solida stagione, realizzata con cura e recitata in modo convincente, che appaga in pieno la Trekkie che è in me.

martedì 18 ottobre 2022

STRANGE NEW WORLDS: è davvero STAR TREK

Da adolescente per me Star Trek, l’originale, era praticamente una religione. Sono cresciuta con gli ideali della Federazione dei Pianeti Uniti: armonia, diversità, ricerca, scienza, esplorazione, senso del dovere, rispetto, humanism (nel senso in cui lo intende l’American Humanist Association)… Le più recenti incarnazioni del franchise non sono riuscite a cogliere l’autentico spirito di partenza, per me. ST: Discovery ha proposto intrecci interessanti, ma era proprio un’altra cosa, a dispetto del rispetto per il canone, e Picard, che pure ha avuto una solida affascinante prima stagione ha fatto uno scivolone con la seconda e, alla fine, ha avuto una sensibilità molto diversa. The Orville era più nello spirito di Star Trek di dare nuova vita alla creazione di Gene Roddenberry dei vari tentativi che ne portavano il nome. Con il nuovo arrivato, Star Trek: Strage New Worlds (Paramount+) è tutta un’altra storia. Si è forse narrativamente meno ambiziosi, affidandosi a puntate autoconclusive, ma si coglie la filosofia che animava la creazione originaria. Se la ruota funziona non è necessario reinventarla. Era l’epoca della fioritura delle Nazioni Unite e la Federazione dei Pianeti Uniti rappresentava un ideale di umanità e di civiltà. L’obiettivo primario era la ricerca scientifica, l’esplorazione di nuove civiltà, e questo finalmente ce lo si è ricordati.

Strange New Worlds ha anche tenuto alcune ingenuità dell’antenato: qualche battaglia, ma non troppe, e l’equipaggio della nave che, colpita, si aggrappa alle rispettive sedie inclinandosi a destra o a sinistra, qualche scazzottata di cui si potrebbe fare anche a meno… ma ci stanno bene anche quelle, non fosse per altro che per l’effetto nostalgia. C’è stato un momento in cui la divisa dell’ufficiale medico, pur diversa, mi ha fatto l’effetto della madeleine proustiana. È anche uno Star Trek più umano questo, meno militare e più di rilassato. Le relazioni interpersonali hanno più peso.

Visivamente c’è un upgrade notevole: ci sono un ottimo production design e una eccellente illuminazione, ma la tecnologia è giustamente coerente con il mondo che conoscevamo. Questa è l’Enterprise del capitano Christopher Pike (Anson Mount), meno una testa calda del suo successore Kirk, più posato e desideroso di creare consenso, dove possibile. Si è ben saputo recuperare le vicende che a lui erano capitate in Discovery, di cui questa serie è uno spin-off e dove lui ha avuto modo di vedere il proprio futuro, in cui sarà sfigurato e su una sedia a rotelle, con quelle della nave di Kirk, di cui questa serie è de facto un prequel. E parte della riflessione è proprio sul futuro, su quanto sia già stato scritto, su quanto le nostre azioni possono impattarlo. Primo ufficiale è Una Chin-Riley (Rebecca Romijn), che nasconde un segreto. Ritroviamo Spock (Ethan Peck), e si menziona anche la sorella che abbiamo conosciuto in Discovery. È ufficiale scientifico, ed è promesso sposo della vulcaniana T’Pring (Gia Sandhu). Nyota Uhura (Celia Rose Gooding) qui è solo una cadetta, specializzata in linguistica, e ne si costruisce e ne impariamo la backstory. Dei personaggi storici, chi risulta trasformata in qualcuna di più peperina e dinamica - e va benissimo così - è Christine Chapel (Jess Bush), l’infermiera del dottor Bones. Quest’ultimo è sempre stato il mio preferito, e non c’è, ma ha senso. Al suo posto un ufficiale medico originario del Kenya, Joseph M’Bega (Babs Olusanmokun), che pure faceva parte del canone. Compare anche un Kirk, ma non il James T. che abbiamo imparato a conoscere, ma un certo Samuel, antropologo. Il popolare capitano però è comparso in chiusura e lo rivedremo nella seconda stagione, con il volo di Paul Wesley (The Vampire Diaries). Per il poco che lo abbiamo visto, mi ha convinto. 

Ci sono anche personaggi nuovi di zecca, in questa creazione di  Akiva Goldsman, Alex Kurtzman, and Jenny Lumet, e in particolare: La’an Noonien-Sing (Christina Chong), addetta alla sicurezza e discendente del “cattivo” Kahn; Erica Ortega (Melissa Navia), timoniera; e come ingegnere capo, Hemmer (Bruce Horak), un Aenar, ovvero una Andoriano albino quasi cieco e con capacità telepatiche. Insomma, alla fine c’è un giusto mix fra nuovo e vecchio: si omaggia il passato e ne si onora la tradizione valoriale aggiornandola.

Un applauso va al casting, su più livelli. Ha fatto un re-casting dei personaggi noti molto oculato e riuscito — probabilmente il più difficile di tutti era l’iconico Spock e quest’attore ereditato da Discovery ha fatto suo il ruolo senza tradire quello portato al successo da Leonard Nimoy. Strage New Worlds ha saputo essere inclusivo nel vero spirito della serie, anche nei personaggi minori. Sono rimasta favorevolmente impressionata che per interpretare Aspen, una pirata nella puntata “The Serene Squall” (1.07), abbiano scelto Jesse James Keitel (Queer As Folk). Che bella idea scegliere un’attrice non binaria per dire a Spock, in crisi fra l’essere umano e vulcaniano, che si tratta di un falso dilemma, che non importa che cosa sei, importa chi sei. Con una simile interprete il messaggio è passato due volte: tanto di cappello alla serie perché così mette in pratica quello che predica.  

In conclusione, Strange New Worlds è una visione facile, e poco serializzata per cui ci si può saltar dentro in ogni momento senza timore di non capire. Non è probabilmente quella che uno oggi chiamerebbe televisione imperdibile, ma è davvero Star Trek.

venerdì 3 aprile 2020

STAR TREK: PICARD: sulla perdita e la memoria


SPOILER NEL PRIMO PARAGRAFO. In Star Trek: Picard (Amazon Prime), l’ammiraglio Jean-Luc Picard (Patrick Stewart) è ormai in pensione e trascorre il suo tempo fra i vigneti della sua tenuta in campagna, consapevole che non gli rimane molto da vivere a causa di un problema cerebrale. Una giovane donna, Dahj (Isa Briones) si rivolge a lui per aiuto e scoprono che si tratta di un androide biologico creato dal dottor Bruce Maddox sulla base del cervello positronico del comandate Data, cosa che la fa considerare sua “figlia”. Quando viene uccisa, l’anziano ufficiale mette insieme una squadra per cercare di salvare almeno la sorella gemella di Dahj, Soji, che rischia la stessa sorte: Cristobal “Chris” Rios (Santiago Cabrera) è un esperto pilota che viene assoldato insieme alla sua nave, La Sirena; la dottoressa Agnes Jurati (Alison Pil, Devs), che ha lavorato con Maddox, è la maggiore esperta di intelligenza artificiale; Rafaella “Raffi” Musiker (Michelle Hurd) è una ex-ufficiale della flotta stellare che in passato aveva lavorato con JL; Elnor (Evan Evagora) è un esperto di combattimento salvato da bambino dall’ammiraglio. Il loro obiettivo è salvare Soji, che inizialmente vive su un cubo Borg conosciuto come l’Artefatto, dove si cerca di recuperare all’umanità gli ex-Borg, che è presa di mira dai Romulani (nello specifico dalla Zhat Vash, una sorta di antica fazione della Tal Shiar, la loro polizia segreta), che vogliono distruggere ogni forma di intelligenza artificiale perché ritengono che saranno altrimenti la causa della fine del mondo biologico: vedono in Soji la Distruttrice. Per cercare di carpirle informazioni e spiarla diventa suo amante il romulano Narek (Harry Treadaway, Penny Dreadful).

In 10 puntate sviluppate con una narrazione orizzontale ad arco, senza puntate verticali autoconclusive, le vicende della più recente aggiunta al franchise ideato da Gene Roddenberry si basano sui personaggi di ST: The Next Generation, ma sono ugualmente seguibili da chi non avesse familiarità con il canone. Lo dico con cognizione di causa, perché sebbene l’originario Star Trek fosse quasi una religione per me e abbia seguito Enterprise e Discovery, sono digiuna di Deep Space Nine e Voyager e ho solo scarsa familiarità con STTNG. La comparsa come guest star (Riker, Data, Seven of Nine, Deanna Troi) è una chicca per gli aficionados, ma non crea ostacoli agli altri.

Le chiavi di lettura della prima stagione, che si è chiusa lo scorso 26 marzo, sono state principalmente due, per me. La prima è una citazione in bocca s Soji in “The End is the Beginning” (1.03) che incontra una ex-B (una ex-borg cioè). È affascinata dal fatto che i romulani possano creare una mitologia, una “struttura narrativa comune per capire il loro trauma, radicata in archetipi profondi, ma rilevante quanto le notizie del giorno”. “È proprio quello che spero di fare io”, dice, e se non sono queste parole con un significato metatestuale che rivelano la poetica degli autori, non so quali possano esserlo.

La seconda chiave di lettura si intreccia con la prima. Showrunner di questa serie, ideata insieme a Alex Kurtzman, Kirsten Beyer e Akiva Goldsman, c’è nientemeno che Michael Chabon, vincitore del Pulitzer per Le fantastiche avventura di Kavalier & Clay. Ha scritto sul New Yorker (11 novembre 2019) una saggio di storia personale, The Final Frontier, in cui racconta del suo rapporto col padre morente, poi scomparso, con il quale condivideva la passione per la serie. Questo ha informato, come lui stesso ammette, la sua scrittura di questi episodi dove la mortalità e la perdita si rincorrono come temi musicali. Insieme a quello della memoria, mi pare. Nella season finale questo è particolarmente evidente.

Non condivido la posizione del Guardian che giudica questa incarnazione come pessimista. Non è più una Federazione che non commette errori, ma se l’istituzione è imperfetta, i rapporti di lealtà e amicizia fra le persone e di valore umano rimangono una forza trasformante positiva e ottimista. Quello che è vero è che, così come in Discovery, non c’è più uno Star Trek che è un viaggio conoscenza, alla ricerca di nuovi mondi e nuove civiltà, ma uno che fa esperienza delle stessa ansia cui ci hanno abituato molte altre serie – da Black Mirror ad Äkta Människor, o Humans, da Battlestar Galactica a The Orville (la più fedele allo spirito originario di Roddenberry) – ovvero quella per il timore che la tecnologia ci sfugga di mano con la creazione di robot umanoidi così evoluti e perfetti da sopraffarci. Ma proprio in “Et in Arcadia Ego – Part II” (1.10) si vede l’ottimismo della consapevolezza che è sempre questione di scelte e la paura non deve essere ciò che ci guida.

Sono rimasta appagata da Picard, anche per come è riuscito ad esporre in modo sufficientemente lineare una mitologia molto ricca e complessa. Non ne sono forse uscita esaltata, ma ho apprezzato pur nell'incalzare avventuroso degli eventi il tono pacato, intellettuale e gentile che si collega al personaggio interpretato dall’ormai 79enne Stewart, e che qui di fondo pervade l’intero racconto.    

Per la prevista seconda stagione posso solo dire: engage (attivare).

venerdì 13 aprile 2018

STAR TREK - DISCOVERY: la prima stagione



Premetto che ho un passato da Trekkie, anche se per me Star Trek è sempre stato la serie classica, non le altre incarnazioni: se la prima è stata quasi una religione, con le altre ho una familiarità solo superficiale. Star Trek: Discovery è stata in questa prospettiva un esperimento interessante. Credo che sia riuscito ad allargare la percezione dello spettatore di quello che questo mondo è e dovrebbe essere, in fondo in qualche caso (ma non in conclusione di stagione) anche tradendo lo spirito ultimo, ottimista e pacifico, che lo anima. Se con la “parodia” di The Orville, che ho stroncato ma poi in cuor mio rivalutato perché coglie in pieno la filosofia autentica della serie originaria, ho avuto una iniziale resistenza, qui ho avuto al contrario una reazione immediatamente positiva, pur sentendo che non si era pienamente in sintonia anche quando aderiva comunque al canone: ma va bene così. Ciascuno ha una propria idea di quello che Star Trek dovrebbe essere, ma sta bene essere trascinati fuori dalla propria “zona di conforto”. 

Ideata da Bryan Fuller (che ha lasciato presto, anche a causa dei suoi impegni con American Gods) e Alex Kurtzman per CBS All Access e disponibile sul mercato internazionale su Netflix, l’ultima nata del franchise è ambientata circa 10 anni prima della serie originaria e nel corso della prima stagione si esamina la guerra fra la Federazione e i Klingon, seguendo l’equipaggio della USS Discovery.   

Michael Burnham (Sonequa Martin-Green, The Walkind Dead, in un ruolo che incarna alla perfezione), la protagonista principale – Fuller ha il vezzo di chiamare con nomi maschili i suoi personaggi femminili, scelta che non posso dire mi faccia impazzire -,  è un ex-primo ufficiale della USS Shenzhou che, ammutinata contro il suo capitano, viene arruolata dal capitano Gabriel Lorca  (Jason Isaacs, Harry Potter) sulla sua nave. È una umana che, in seguito alla perdita dei genitori, è stata cresciuta secondo la cultura vulcaniana dal padre adottivo Sarek (James Frain, Orphan Black), cosa che la rende sorella adottiva di Spock. Si sente responsabile dello scoppio della guerra e si adopera perché vi abbia fine. I Kilingoniani, ispirati dal leader T’Kuvma, in un progetto in seguito portato avanti da Voq e L’Rell (Mary Chiefo), vogliono riunire il loro impero e sconfiggere la Federazione.  

Sulla Discovery lavora come primo ufficiale il primo kelpiano della flotta, Saru (Doug Jones) che ha sul retro della nuca dei gangli che si eccitano in caso di pericolo, caratteristica essenziale per lui che appartiene a una specie di predati: ammetto che è il mio preferito. Paul Stamets (Anthony Rapp) è l’ufficiale scientifico, esperto di astromicologia, che porta a scoprire un nuovo modo di navigazione che utilizza particele di micelio; è il primo personaggio apertamente gay nella storia di Star Trek e ha una storia con l’ufficiale medico Hugh  (Wilson Cruz). A diventare presto amica di Michael è Sylva Tilly (Mary Wiseman), una cadetta all’ultimo anno dell’accademia, mentre suo interesse sentimentale diventa il tenente Ash Tyler (Shazad Latif).

Con showrunner Grechen J Berg e Aaron Harberts, la narrazione, più dark di quanto siamo abituati e fortemente serializzata in un primo arco compatto, è molto ricca di azione e di colpi di sena, ben strutturati e calibrati, e da lasciare veramente con il fiato sospeso. Poi, in sintonia con la serialità più recente, si è poco sentimentali nei confronti della sorte dei protagonisti. Se serve meglio la narrazione la loro morte, non la si esclude. Il cast è forte. Di principio si sostengono gli ideali di diversità e giustizia e si mette in guardia contro l’arroganza culturale mostrando il rischio di fraintendimenti e la difficoltà a conoscersi e integrarsi, con una funzione di commento velato alla realtà contemporanea anche, e una riflessione sulle politiche di identità. Lungo la via ci si perde in più di un’occasione: vedere l’equipaggio assentire con soddisfazione per il fatto che si sono dimostrati bravi guerrieri in considerazione del fatto che sono in realtà scienziati fa alzare più di qualche sopracciglio: nella gioia di aver vinto, questo sarebbe contemporaneamente qualcosa di cui rammaricarsi; l’abbondante tempo trascorso in uno strip club / bordello nell’ultima puntata, le troppe scene con i klingon… Si chiude con un sottofinale un po’ troppo retorico e smaccato, che comunque ci sta, e una ultimissima scena è emozionante e toccante, con un homage che commuove. Nel complesso una serie che, almeno nella sua prima stagione, non è imperdibile, ma è godibile.   

lunedì 18 ottobre 2010

HELLCATS: scadente con brio


È basato sul libro Cheer! Inside the Secret World of College Cheerleaders di Kate Torgovnick il nuovo telefilm (ha debuttato l’8 settembre 2010) della CW intitolato Hellcats. Marti (Aly Michalka), una ragazza che al liceo faceva la ginnasta, all’università si concentra completamente sullo studio della giurisprudenza perché vuole un futuro diverso. C’è la crisi, i soldi scarseggiano, le bollette si accumulano e la madre, che lavora come cameriera nel bar del campus e ha un passato dalla bottiglia facile non le è di aiuto – la sempre fantastica Gail O’Grady nel ruolo di Wanda Perkins, in una situazione che fa pensare a un Friday Night Lights dei poveri. Se non trova presto i soldi per pagarsi l’università viene buttata fuori. Per questa ragione fa un provino per entrare a far parte delle Hellcats del titolo, la squadra di cheerleader della sua scuola. Diventando una ragazza pom-pon infatti può ottenere una borsa di studio. Lo passa, anche grazie al voto positivo di Savannah (la Ashley Tisdale di High School Musical, al cui personaggio in originale si fa un rapido riferimento linguistico), leader del gruppo, con il quale ora Marti deve dividere anche camere e spogliatoi.

Sarà che le mie aspettative erano veramente molto, molto basse, ma non mi è dispiaciuto questo telefilm. Ci sono le solite appena passabili storielle di rivalità, amicizia adolescenziale e piccoli amori, ma non è più terrificante di tanti altri telefilm su questo principio (penso a Make it or break it, con un pizzico del ben più qualitativamente interessante Glee). E’ stato criticato il casting che mi pare magari non eccellente, ma dignitoso. E non mi pare nemmeno che le puntate siano solo balletti in stile video musicale, per quanto ne costituiscano una bella fetta, e tanto meno che abbiano ammiccamenti a toni da porno soft – la malizia forse in quel caso stava in chi ha fatto quell’osservazione. Anche pensando direttamente alla critica durante la visione, non l’ho condivisa. Anzi, ho apprezzato mostrassero un’eroina disposta a lavorar sodo per pagarsi gli studi e migliorare la propria vita. Il motto con cui si allenano anche è positivo: ‘energia, esecuzione, eccellenza’. Forse, nella valutazione della serie, è anche questione di aspettative appunto.

Memorabile, e quello sì mi ha fatto ridere di gusto, è stata la battuta-riferimento a Heroes nel pilot. La frase topica di Heroes era “Salva la cheerleader, salva il mondo”, qui è stata girata in “Salva le cheerleader, salva la borsa di studio”. In questo senso, anche quando il telefilm suona come una soap-opera scadente e ha passaggi di trama troppo smaccati, dimostra un certo gusto per il riferimento intertestuale pop, come la ragazza che per riferirsi all’amicizia fra due amici gli dice che erano “tutti Judd Apatow l’uno per l’altro” (1.03) o il professore di diritto (un Gale Harold in forma smagliante dopo il rovinoso incidente stradale che lo ha lungamente allettato mentre era nel cast di Desperate Housewives) che assegna un caso fittizio ai suoi studenti, il  Kobayashi Maru, che è un noto riferimento a Star Trek e a ciò che ha fatto il capitano Kirk per risolvere la situazione nel test che porta quel nome (1.03). Una parte del focus narrativo è concentrato nel ribadire la legittimità sportiva di un’attività fisica che molti sminuiscono, ricordando che ci sono stati nomi noti che si sono dedicati a questa attività (uno per tutti l’ex-presidente americano George W. Bush), mostrando questa necessità dello sforzo per il riconoscimento da parte della squadra, e utilizzando diciture che hanno una grande forza meta-testuale. Un esempio è la frase “La percezione è la realtà”, pronunciata dal suddetto professore di diritto. Lui la riferisce ai casi legali che gli studenti devono affrontare, ma è chiaro che può essere applicata alle vicende delle Hellcats che si trovano prive di fondi perché la squadra di pallavolo ha fatto causa alla scola per averli loro in quanto “ vero e proprio sport”, così come può essere applicata alla serie in quanto tentativo di “difendere la causa” delle cheerleader. Perché a conoscerlo bene, è chiaro che è uno sport. Non manca nemmeno un tropo del genere: l’atleta che sotto pressione, per motivi vari, in questo caso un infortunio, decide di ricorrere a un aiutino farmacologico. Scadente con brio.