La nuova serie di fantascienza che ci porta dove nessun uomo è mai giunto prima, Star Trek: Starfleet Academy, ideata da Gaia Violo (Paramount+), è ambientata nel 32° secolo, in un periodo in cui la Federazione si sta riprendendo da una violenta catastrofe conosciuta come The Burn, Il Grande Fuoco (evento introdotto da ST:Discovery). Finalmente, dopo oltre un secolo, si riapre l’Accademia della Flotta Stellare del titolo, che cerca le menti, i cuori e gli spiriti migliori. Le lezioni si tengono sulla USS Athena e in un campus Terrestre a San Francisco. E il motto è sempre "ex astris, scientia" - "dalle stelle, conoscenza". In questa incarnazione del franchise che fa i conti con una realtà meno idealista, ma forse più realista di un tempo, giovani ragazze e ragazzi possono decidere in alternativa anche di arruolarsi nel Collegio della Guerra – c’è un pizzico di Fourth Wing, forse. I betazoidi hanno lasciato la Federazione, ma si intende farli tornare; i Klingon sono a rischio estinzione (1.04), c’è una vera e propria diaspora e molti rifugiati; vengono introdotte nuove specie – a questo punto la Federazione ha incontrato 4366 specie senzienti, ci viene detto (1.05) . C’è attenzione ai fan storici perciò, oltre che desiderio di crescerne di nuova generazione, e non si possono non notare oggetti di scena che sono gadget annunciati.
Ricca di riferimenti al passato, Easter eggs e tanti piccoli fanservice, la serie mi ha lasciata tiepida. Ci prova e qualche volta colpisce nel segno, ma delude anche. Solo nella seconda metà della stagione comincia a prendere corpo e il finale di stagione è sicuramente piena di tensione ben congegnata e una fantastica sigla finale che mostra tutti gli attori da bimbi. È un po’ troppo adolescenziale, ma in fondo quello è una mia chiusura intellettuale: è normale che sia un teen drama mescolato a una space opera. Il “problema” è che, a dispetto della grande inclusività di specie diverse – con buona pace di chi con disprezzo la definisce woke ignorando la filosofia dell’ideatore originario Gene Rodenberry -, ha un gusto molto americano, dalla scazzottata dopo i primi dieci minuti di inizio, al modo di costruire le lezioni scolastiche, al bullismo, all’atteggiamento un po’ sbruffone che gli studenti assumono nei confronti degli adulti, loro insegnanti peraltro. Certo, non è possibile essere davvero universali, ma mai come in questo metaverso c’è stato un gusto così distintivamente statunitense. Rimane l’idealismo, come nella lezione apertis verbis, di come imparare a essere leader, ma non deve andare a detrimento degli altri, ma è anche imparare essere guidati, e apprendere il valore della pazienza e dell’empatia (1.03); si dà peso all’amicizia e alla lealtà, ai rapporti umani, al creare connessioni, non solo ad apprendere nozioni; si insiste sull’importanza di discutere con le parole (1.04)…
Rettrice
è la capitana Nahla Ake (Holly Hunter). È una lanthanitiana, una specie dalla vita
lunghissima, ottima scusa per poter portare nella narrazione elementi del suo
passato più vicino a noi e per giustificare forse il suo stile molto rilassato,
che inizialmente mi la lasciata piuttosto perplessa: se ne va scalza e si siede
scomposta sulla sedia di comando, si siede sui tavoli…Fra gli adulti, spiccano
Il Dottore (Robert Picardo), un insegnante olografico appassionato d’opera, e
ufficiale medico capo della USS Athena; la capo-istruttrice e prima ufficiale,
che fa rigare dritto tutti, Lura Thok (Gina Yashere), è una klingon/jem'hadar e
nel suo approccio apparentemente violento è davvero esilarante - volutamente;
l’insegnante di meccanica temporale già ingegnera della Discovery Jett Reno
(Tig Notaro); e fa spesso la sua comparsa, nelle più diverse situazioni di
crisi, anche l’ammiraglio Charles Vance (Oded Fehr), anche perché spesso devono
avere a che fare con il “cattivo della situazione”, Nus Braka (interpretato con
gran gusto da Paul Giamatti), un pirata ibrido klingon/tellarite che conosce
Nahla da tempo. Il corpus dei docenti come mentori e in qualche caso anche
figure genitoriali rimanda vagamente ad Harry Potter. Una comparsa in un ruolo
minore lo fa anche come insegnante Sylvia
Tilly (Mary Wiseman), della Discovery.
I veri
protagonisti sono però i cadetti, i germogli che crescono dell’evocativa sigla
che trovo di fatto un po’ troppo lunga. Nahla, pentita del suo comportamento
passato che lo ha impattato, trascina in accademia il riluttante Caleb Mir (Sandro
Rosta), separato dalla madre Anisha (Tatiana Maslany, Orphan Black) che
una sentenza ha mandato a riabilitarsi. Intendono ritrovarla. È un tipo abituato a cavarsela da solo, che
accetta di entrare nella scuola solo con questo intento. Presto si innamora
di Tarima Sadal (Zoë Steiner) una
betazoide e figlia del presidente di Betazed, che ha dei poteri psichici
particolarmente potenti che potrebbero essere distruttivi e che non sempre
riesce a controllare e che per questo indossa un neuro-inibitore. Genesis Lythe
(Bella Shepard), particolarmente portata al comando ed esperta in quanto
cresciuta su una nave stellare, è della specie Dar-Sha. Jay-Den Kraag (Karim
Diané) è un klingon che non desidera diventare guerriero come vorrebbero i suoi
genitori, una triade, ma che ha il sostegno del fratello. SAM, che sta per Series
Acclimation Mil (Kerrice Brooks) è una Kasqiana, una specie fotonica senziente con
un corpo olografico che l’hanno inviata come emissaria per capire gli organici,
dato che, pur creati loro stessi dagli organici, non si fidano di loro che li hanno
trattati come servi e sono rimasti isolati a lungo, oltre al fatto che il tempo
scorre diversamente nel loro mondo (sono anni per loro quello che per i
terrestri sono mere settimane). Darem Reymi (George Hawkins) è della specie
dei Khioniani, che fra le particolarità hanno il fatto che, quando vomitano,
esce glitter, ed è un ragazzo che nel suo pianeta ha un futuro di rilievo
politico già scritto per lui.
La serie
è stata confermata per una seconda stagione, ma è stato già annunciato che non
ce ne sarà una terza, e sta bene così.

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