venerdì 15 maggio 2026

QUANDO LA VITA DI DÀ MANDARINI: indimenticabile

Dopo le prime due puntate ero tentata di mollare la visione di Quando la vita ti dà mandarini: mi pareva un po’ troppo melodrammatico ed esageratamente piagnucolone. Avevo però sentito commenti entusiasti da parte di chi lo aveva visto, mi era caduto l’occhio su un articolo (qui) in cui chi scriveva diceva che l’aveva aiutata a capire i propri genitori, cosa che mi è ripetutamente tornata in mente,  TIME magazine lo ha scelto come miglior k-drama del 2025 e ha ricevuto 8 nomination, vincendo in 4 categorie compreso miglior serie drammatica, ai 61esimi Baeksang Arts Awards, uno dei più prestigiosi premi sudcoreani che premiamo l’eccellenza in campo cinematografico, televisivo e teatrale, oltre ad aver ricevuto una sfilza di altri riconoscimenti e nomination,  quindi ho deciso di perseverare.

Non potevo fare scelta migliore: è una delle serie più complesse, realistiche  e stratificate che io abbia visto, con personaggi a tutto tondo che hanno il gusto di persone vere che mi è sembrato di conoscere e che mi è dispiaciuto lasciar andare. È in effetti una di quelle narrative definite slice-of-life, fetta-di-vita. C’è lo spessore di un ritratto che percorre diverse epoche e generazioni, partendo dagli anni ’60 fino agli anni 2000, con una narrativa non lineare, ma che, pur seguendo un percorso storico, interseca quattro fasi nella vita dei protagonisti, punteggiata da eventi storici globali, come la morte del leader nordcoreano o le olimpiadi di Seul. Siamo nel contesto dell’isola di Jeju per noi pittoresco, ma anche molto duro, quasi selvaggio, e i mandarini del titolo vogliono infatti fare riferimento alle difficoltà della vita, ma anche alla sua dolcezza.

Ad averla vista, non si stenta a credere che sia stata una delle produzioni più costose mai realizzate per una serie TV coreana (si dice circa 41,5 milioni di dollari), così come si pensa che sia azzeccato quando detto dal regista Kim Won-suk (My Mister) in una conferenza stampa prima dell’uscita ovvero che “Questa serie è un omaggio alle generazioni passate dei nostri padri e delle nostre madri, ma è anche un inno di incoraggiamento per le figlie e i figli che ora si apprestano ad affrontare il mondo che li attende. Speriamo che questa storia contribuisca ad abbattere le barriere invisibili tra generazioni, generi e persone in generale.” Una cosa è certa, è estremamente commovente, strappalacrime, ma eviterei una connotazione negativa per questa parola. I personaggi frignano spesso e volentieri. Noi di più.

Le vicende seguono la vita di una coppia, Ae-sun (interpretata dalla cantante IU da giovane e da Moon So-ri  nella mezza età, dal altre da bimba ) e Gwan-sik (Park Bo-gum da giovane uomo, Park Hae-joon da uomo maturo), così come narrata dalla primogenita Yang Geum-myeong. L’ultima puntata si chiude proprio con la sua dedica: “Ai miei genitori. Con rimpianto, gratitudine e profondo rispetto. A una vita vissuta fino in fondo”. A volte li trova troppo coinvolti, ma riconosce anche che “Il mondo lontano dalle loro braccia era una giungla” (1.07). Parte della profondità viene anche proprio dal riuscire a vedere le vite dei propri genitori, e la propria, con una maturità che si acquisisce con l’età e il passare del tempo. E lei stessa si vede come un personaggio che ha amor proprio (1.11), e la forza di chi è stato profondamente amato e costantemente sostenuto e ne è consapevole.

Ae-Sun è la figlia di una haenjeo che rischia la vita ogni giorno per immergersi a pescare abaloni e che vuole per sua figlia una sorte diversa. La piccola, bravissima a scuola, non fa che sognare di diventare poetessa e andare all’università, ma rimane presto orfana, e nella povertà non si può permettere di studiare. Nonostante inizialmente lo respinga, si innamora del tenero ma un po’ imbranato Gwan-sik che, letteralmente dall’età dall’asilo, le fa il filo – e tutta la vita le regala quelle forcine per capelli che sono un suo segno estetico distintivo -  e che da adulto si guadagna da vivere facendo il pescatore e, molto amorevole, si dedica completamente alla famiglia - "papà era come il mare: contavamo su di lui per vivere" (1.16). Si sposano e hanno tre figli. Devotissimi l’uno all’altra e ai propri figli, passano molte traversie nella loro vita, tanti dolori e qualche gioia, fanno molti sacrifici e ci sono sempre gli uni per gli altri, anche circondati da altre persone che gravitano intorno alla loro vita. Ha scritto bene il suddetto TIME quando ha detto che questa miniserie ha il pregio di fare sembrare straordinarie le vicende ordinarie della vita. E l’ethos che la permea è che si è vissuta una vita felice quando, a dispetto delle molte privazioni e dei “dardi dell’avversa fortuna” che ha comportato, è stata vissuta nell’amore e nell’attenzione reciproca. C’è l’intimità del quotidiano, immersi in una natura madre e matrigna cinematograficamente magnifica.

Scritto da a Lim Sang-choon (When the Camelia Blooms),  è davvero una storia indimenticabile.