sabato 30 maggio 2026

THE TESTAMENTS: degno erede della serie madre

È degno erede della serie madre, The Testaments (che ha appena concluso la prima stagione su Disney+), spin-off di The Handmaid’s Tale (di cui trovate un mio saggio qui). Ho letto l’omonimo libro di Margaret Atwood da cui è tratta non appena è uscito, nel 2019. Ho un bel ricordo di quel volume per averlo comprato nella libreria universitaria di Stanford, negli Stati Uniti, mentre ero lì per un convegno (lo avevo menzionato anche quando ero stata ospite del podcast Bookatini per parlare del Racconto dell’Ancella). A distanza di anni, salvo qualche eccezione (la backstory di zia Lydia, il dentista, le protagoniste e comunque il senso finale del libro) non ricordo molto del contenuto, ahimè, e parte di quello che rammento lo hanno cambiato nella serie TV. Poco male: così me lo sono goduto senza lo spetto del romanzo a farmi fare continui paragoni.

Già rinnovata per una seconda stagione, questa incarnazione di Gilead è più delicata e apparentemente frivola, concentrata su un pubblico YA, ma è ugualmente devastante e sotto una superficie “pastellosa” - costumi e cinematografia rimangono di prim’ordine - emerge prepotente la disperazione e l’impotenza di giovani donne cresciute nell’ignoranza (emblematiche in tal senso le lezioni sulla riproduzione), nell’indottrinamento e in una ferrea disciplina religiosa che le vuole succubi. Lo showrunner è sempre Bruce Miller e, come sappiamo, bene, il mondo immaginato da Margaret Atwood non è inteso come distopia, ma come fiction speculativa, dove la differenza sta nel fatto che se la prima è invenzione, la seconda ripropone invece in forma narrativa, mutatis mutandis, situazioni che si sono effettivamente verificate da qualche parte del mondo nel corso della storia. E quello che qui mi ha colpito è proprio il fatto che riesci anche a cogliere il potenziale fascino di una società che cerca ordine e innocenza, ma poi ti accorgi che al di là dell’apparenza si nasconde il marciume più nero che non consente di essere dichiarato e denunciato. Sicuramente aiuta conoscere gli antefatti, ma non è necessario: sta in piedi con le sue gambe.      

L’adolescente Agnes (Chase Infiniti), la primogenita di June/Offred che le era stata rapita da bimba, vive ora con i genitori adottivi, il comandante MacKenzie (Nate Corddy, For All Mankind) e la sua seconda moglie dopo la vedovanza, Paula (Amy Seimetz). Quest’ultima non ha troppa simpatia per lei, ma viene invece trattata maternamente dalla devota “Marta” di casa MacKenzie, Rosa (Kira Guloien). Frequenta una scuola d’élite per le figlie delle autorità dello stato, che vengono addestrate a essere buone mogli, e sono le “ragazze prugna” dal colore del loro abbigliamento, fino al menarca, quando diventano “verdi” e si apre per loro il mercato matrimoniale. Ad annunciare il primo ciclo, segno dell’approvazione di Dio, c’è uno specifico rituale, fatto di suono di campane anche – ecco che un passaggio importante nella vita di una donna, giustamente celebrato, diventa qui uno strumento di coercizione a uso maschile.

La scuola, dove vengono educate in materie come musica, cucito, ricamo e portamento, è diretta da zia Lydia (la sempre formidabile Ann Dowd) – in 1.06 abbiamo il suo passato al momento del colpo di Stato -  e conosciamo le zie che educano le giovani: la rigida zia Vidala (Mabel Li), la altrettanto severa zia Gabbana (Zarrin Darnell-Martin) e la più gentile Zia Estee (Eva Foote). Zia Lydia chiede ad Agnes di prendersi cura di una nuova venuta dal Canada, Daisy (Lucy Halliday). Interamente vestita di bianco, ufficialmente è una “ragazza perla”, ovvero una del mondo esterno reclutata da missionarie che ha volontariamente deciso di convertirsi. In realtà è un’infiltrata di Mayday, il gruppo che cerca di sovvertire il regime, che si è unita alla causa dopo l’assassinio dei propri genitori adottivi. Il suo contatto con l’esterno è Garth Chapin (Brad Alexander), guardiano di Agnes, che in realtà è lui stesso un infiltrato della resistenza.

Le altre ragazze che la frequentano sono la nuova generazione di future mogli, il cui marito viene scelto per loro a tavolino dalle zie, e sono le co-protagoniste: l’entusiasta Huldah (Isolde Ardies, Wayward: Ribelli); l’altolocata Shunammite (Rowan Blanchard), che è sempre informata sul dietro le quinte; Becka Grove (Mattea Conforti), figlia del dentista che visita le ragazze prima delle nozze, migliore amica di Agnes, che non è esplicitato ma sembra essere innamorata di lei e arriva a grandi estremi (1.09) per proteggerla; Jehosheba (Shechinah Mpumlwana) e Miriam (Birva Pandya).

È una società brutale e sessuofoba: già all’esordio a un uomo viene tagliata una mano perché è stato trovato a masturbarsi e quando le ragazze vanno in gita sul percorso si vedono cadaveri impiccati e sono circondate da uomini con il mitra spianato. È una società crudele e misogina, dove versare del tè a un ricevimento appositamente dedicato (1.04) può condannarti a una vita misera e dove si è un pericolo mortale per uomini altrimenti buoni e reprimere gli impulsi terribili che elicitano è un fardello che sono le donne a dover portare.

Ci si interroga su come la gente comune possa essere quiescente rispetto a pratiche oppressive e su come sia difficile evadere da strutture sociali costrittive, reggimentate, indottrinanti e deumanizzanti lì dove non hai conosciuto altro e dove ti hanno fatto il lavaggio del cervello. Scrive bene Laura Bradley su The Atlantic quando dice che la serie esamina uno strumento più sottile di disciplina della persecuzione: l’aspirazione. Per queste ragazze, addestrate ad una  iper-domesticità performativa l’ideale è sposare un uomo in grado di garantire stabilità e sicurezza, offrendo un’osservazione acuta: “è più facile controllare le persone per le quali la sottomissione appare desiderabile”. Agnes ha una casa di bambola: è segno di innocenza che si sta per lasciare alle spalle ma è anche, alla Ibsen, un luogo in cui si è intrappolati, un segno di una storia di formazione in cui una coscienza femminista è destinata a risvegliarsi.

Amicizia, amore, diventare adulte, disperazione, sopravvivenza, rabbia…Intenso e ricco di colpi di scena, ma più leggero di The Handmaid’s Tale, con un po’ di humor, è un racconto ammonitore sulle derive di discorsi che sentiamo fare nella realtà e può godere di una recitazione di prim’ordine da parte di tutto il cast con giovani talenti di cui essere entusiasti. Nella season finale, a sorpresa, c’è anche un brevissimo cameo dell’autrice dalla cui fantasia tutto è nato. Una delle migliori serie dell’anno.  

venerdì 15 maggio 2026

QUANDO LA VITA DI DÀ MANDARINI: indimenticabile

Dopo le prime due puntate ero tentata di mollare la visione di Quando la vita ti dà mandarini: mi pareva un po’ troppo melodrammatico ed esageratamente piagnucolone. Avevo però sentito commenti entusiasti da parte di chi lo aveva visto, mi era caduto l’occhio su un articolo (qui) in cui chi scriveva diceva che l’aveva aiutata a capire i propri genitori, cosa che mi è ripetutamente tornata in mente,  TIME magazine lo ha scelto come miglior k-drama del 2025 e ha ricevuto 8 nomination, vincendo in 4 categorie compreso miglior serie drammatica, ai 61esimi Baeksang Arts Awards, uno dei più prestigiosi premi sudcoreani che premiamo l’eccellenza in campo cinematografico, televisivo e teatrale, oltre ad aver ricevuto una sfilza di altri riconoscimenti e nomination,  quindi ho deciso di perseverare.

Non potevo fare scelta migliore: è una delle serie più complesse, realistiche  e stratificate che io abbia visto, con personaggi a tutto tondo che hanno il gusto di persone vere che mi è sembrato di conoscere e che mi è dispiaciuto lasciar andare. È in effetti una di quelle narrative definite slice-of-life, fetta-di-vita. C’è lo spessore di un ritratto che percorre diverse epoche e generazioni, partendo dagli anni ’60 fino agli anni 2000, con una narrativa non lineare, ma che, pur seguendo un percorso storico, interseca quattro fasi nella vita dei protagonisti, punteggiata da eventi storici globali, come la morte del leader nordcoreano o le olimpiadi di Seul. Siamo nel contesto dell’isola di Jeju per noi pittoresco, ma anche molto duro, quasi selvaggio, e i mandarini del titolo vogliono infatti fare riferimento alle difficoltà della vita, ma anche alla sua dolcezza.

Ad averla vista, non si stenta a credere che sia stata una delle produzioni più costose mai realizzate per una serie TV coreana (si dice circa 41,5 milioni di dollari), così come si pensa che sia azzeccato quando detto dal regista Kim Won-suk (My Mister) in una conferenza stampa prima dell’uscita ovvero che “Questa serie è un omaggio alle generazioni passate dei nostri padri e delle nostre madri, ma è anche un inno di incoraggiamento per le figlie e i figli che ora si apprestano ad affrontare il mondo che li attende. Speriamo che questa storia contribuisca ad abbattere le barriere invisibili tra generazioni, generi e persone in generale.” Una cosa è certa, è estremamente commovente, strappalacrime, ma eviterei una connotazione negativa per questa parola. I personaggi frignano spesso e volentieri. Noi di più.

Le vicende seguono la vita di una coppia, Ae-sun (interpretata dalla cantante IU da giovane e da Moon So-ri  nella mezza età, dal altre da bimba ) e Gwan-sik (Park Bo-gum da giovane uomo, Park Hae-joon da uomo maturo), così come narrata dalla primogenita Yang Geum-myeong. L’ultima puntata si chiude proprio con la sua dedica: “Ai miei genitori. Con rimpianto, gratitudine e profondo rispetto. A una vita vissuta fino in fondo”. A volte li trova troppo coinvolti, ma riconosce anche che “Il mondo lontano dalle loro braccia era una giungla” (1.07). Parte della profondità viene anche proprio dal riuscire a vedere le vite dei propri genitori, e la propria, con una maturità che si acquisisce con l’età e il passare del tempo. E lei stessa si vede come un personaggio che ha amor proprio (1.11), e la forza di chi è stato profondamente amato e costantemente sostenuto e ne è consapevole.

Ae-Sun è la figlia di una haenjeo che rischia la vita ogni giorno per immergersi a pescare abaloni e che vuole per sua figlia una sorte diversa. La piccola, bravissima a scuola, non fa che sognare di diventare poetessa e andare all’università, ma rimane presto orfana, e nella povertà non si può permettere di studiare. Nonostante inizialmente lo respinga, si innamora del tenero ma un po’ imbranato Gwan-sik che, letteralmente dall’età dall’asilo, le fa il filo – e tutta la vita le regala quelle forcine per capelli che sono un suo segno estetico distintivo -  e che da adulto si guadagna da vivere facendo il pescatore e, molto amorevole, si dedica completamente alla famiglia - "papà era come il mare: contavamo su di lui per vivere" (1.16). Si sposano e hanno tre figli. Devotissimi l’uno all’altra e ai propri figli, passano molte traversie nella loro vita, tanti dolori e qualche gioia, fanno molti sacrifici e ci sono sempre gli uni per gli altri, anche circondati da altre persone che gravitano intorno alla loro vita. Ha scritto bene il suddetto TIME quando ha detto che questa miniserie ha il pregio di fare sembrare straordinarie le vicende ordinarie della vita. E l’ethos che la permea è che si è vissuta una vita felice quando, a dispetto delle molte privazioni e dei “dardi dell’avversa fortuna” che ha comportato, è stata vissuta nell’amore e nell’attenzione reciproca. C’è l’intimità del quotidiano, immersi in una natura madre e matrigna cinematograficamente magnifica.

Scritto da a Lim Sang-choon (When the Camelia Blooms),  è davvero una storia indimenticabile.