Dopo le
prime due puntate ero tentata di mollare la visione di Quando la vita ti dà
mandarini: mi pareva un po’ troppo melodrammatico ed esageratamente
piagnucolone. Avevo però sentito commenti entusiasti da parte di chi lo aveva
visto, mi era caduto l’occhio su un articolo (qui)
in cui chi scriveva diceva che l’aveva aiutata a capire i propri genitori, cosa
che mi è ripetutamente tornata in mente,
TIME magazine lo
ha scelto come miglior k-drama del 2025 e ha ricevuto 8 nomination,
vincendo in 4 categorie compreso miglior serie drammatica, ai 61esimi Baeksang
Arts Awards, uno dei più prestigiosi premi sudcoreani che premiamo l’eccellenza
in campo cinematografico, televisivo e teatrale, oltre ad aver ricevuto una
sfilza di altri riconoscimenti e nomination, quindi ho deciso di perseverare.
Non
potevo fare scelta migliore: è una delle serie più complesse, realistiche e stratificate che io abbia visto, con
personaggi a tutto tondo che hanno il gusto di persone vere che mi è sembrato
di conoscere e che mi è dispiaciuto lasciar andare. È in effetti una di quelle narrative definite
slice-of-life, fetta-di-vita. C’è lo spessore di un ritratto che percorre
diverse epoche e generazioni, partendo dagli anni ’60 fino agli anni 2000, con
una narrativa non lineare, ma che, pur seguendo un percorso storico, interseca
quattro fasi nella vita dei protagonisti, punteggiata da eventi storici globali,
come la morte del leader nordcoreano o le olimpiadi di Seul. Siamo nel contesto
dell’isola di Jeju per noi pittoresco, ma anche molto duro, quasi selvaggio, e
i mandarini del titolo vogliono infatti fare riferimento alle difficoltà della
vita, ma anche alla sua dolcezza.
Ad averla
vista, non si stenta a credere che sia stata una delle produzioni più costose mai
realizzate per una serie TV coreana (si dice circa 41,5 milioni di dollari),
così come si pensa che sia azzeccato quando detto
dal regista Kim Won-suk (My Mister) in una conferenza stampa prima dell’uscita ovvero
che “Questa serie è un omaggio alle generazioni passate dei nostri padri e
delle nostre madri, ma è anche un inno di incoraggiamento per le figlie e i
figli che ora si apprestano ad affrontare il mondo che li attende. Speriamo che
questa storia contribuisca ad abbattere le barriere invisibili tra generazioni,
generi e persone in generale.” Una cosa è certa, è estremamente commovente, strappalacrime,
ma eviterei una connotazione negativa per questa parola. I personaggi frignano
spesso e volentieri. Noi di più.
Le
vicende seguono la vita di una coppia, Ae-sun (interpretata dalla
cantante IU da giovane e da Moon So-ri nella mezza età, dal altre da bimba ) e Gwan-sik (Park Bo-gum da
giovane uomo, Park Hae-joon da uomo maturo), così come narrata dalla
primogenita Yang Geum-myeong. L’ultima
puntata si chiude proprio con la sua dedica: “Ai miei genitori. Con rimpianto,
gratitudine e profondo rispetto. A una vita vissuta fino in fondo”.
Ae-Sun è
la figlia di una haenjeo che
rischia la vita ogni giorno per immergersi a pescare abaloni e che vuole per
sua figlia una sorte diversa. La piccola, bravissima a scuola, non fa che
sognare di diventare poetessa e andare all’università, ma rimane presto orfana,
e nella povertà non si può permettere di studiare. Nonostante inizialmente lo
respinga, si innamora del tenero ma un po’ imbranato Gwan-sik che, letteralmente
dall’età dall’asilo, le fa il filo – e tutta la vita le regala quelle forcine
per capelli che sono un suo segno estetico distintivo - e che da adulto si guadagna da vivere facendo
il pescatore e, molto amorevole, si dedica completamente alla famiglia - "papà era come il mare: contavamo su di lui per vivere" (1.16). Si
sposano e hanno tre figli. Devotissimi l’uno all’altra e ai propri figli,
passano molte traversie nella loro vita, tanti dolori e qualche gioia, fanno
molti sacrifici e ci sono sempre gli uni per gli altri, anche circondati da
altre persone che gravitano intorno alla loro vita. Ha scritto bene il suddetto
TIME quando ha detto che questa miniserie ha il pregio di fare sembrare
straordinarie le vicende ordinarie della vita. E l’ethos che la permea è che si
è vissuta una vita felice quando, a dispetto delle molte privazioni e dei “dardi
dell’avversa fortuna” che ha comportato, è stata vissuta nell’amore e nell’attenzione
reciproca. C’è l’intimità del quotidiano, immersi in una natura madre e
matrigna cinematograficamente magnifica.
Scritto
da a Lim Sang-choon (When the Camelia Blooms), è davvero una storia indimenticabile.

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