giovedì 30 aprile 2026

BRIDGERTON: la quarta stagione

È stata una sorta di retelling in salsa moderna di Cenerentola la quarta stagione di Bridgerton, con protagonista Benedict (Luke Thompson) che trova l’amore con Sophie Baek (Yerin Ha), una cameriera figlia illegittima di un nobile, Lord Penwood, che alla morte precoce di lui diventa la serva di matrigna Araminta (Katie Leung) e sorellastre, Rosamund (Michelle Mao) e Posy (Isabella Wei) – solo quest’ultima era stata gentile con lei. Dal secondogenito di casa Bridgerton Sophie viene inizialmente incontrata, poi disegnata e a lungo cercata, come la “lady d’argento”. Grazie all’aiuto della cuoca Irma (Fiona Marr) e del footman Alfie (David Moorst), suoi amici veri, era riuscita infatti a intrufolatasi in un ballo in maschera di apertura di stagione vestita proprio di quel colore e con il viso nascosto, e fuggita allo scoccare della mezzanotte, senza che ne sia stata rivelata l’identità. 

Questo arco è stato il secondo in termini di gradimento per me, dopo quello del fratello Anthony (Jonathan Bailey) nella seconda stagione, che qui fa una comparsata con la consorte, e prima di quello della sorella Daphne (Phoebe Dynevor) nella prima stagione, poi mai più vista, e del fratello Colin (Luke Newton) nella scorsa terza, convolato a nozze con l’amata Penelope (Nicola Coughlan). C’è stato spazio, con storyline secondarie, anche per mamma Violet (Ruth Gemmell), per cui si vocifera da tempo di un possibile spin-off, che ha avuto una liaison con Marcus (Daniel Francis);  e per Francesca (Hannah Dodd), il cui marito John (Victor Alli) soffre di mal di testa che si capirà presto non essere causati dalle preoccupazioni in Parlamento, e il cui percorso futuro già si sa che avrà un distanziamento rispetto ai libri e si innamorerà di una donna - forse la cugina di lui Michaela (Masali Baduza), con cui si è consolidata intanto un’amicizia?  

Bridgerton è Bridgerton e se lo si guarda è per i balli e la vita di società dell’epoca Regency (1811-1820), il romanticismo, il lieto fine e il senso di famiglia. Qualcuno lo seguirà anche per il gossip. Anche se è una bella liturgia sentire il refrain “Cari gentili lettori” e non mi dispiace che venga dato un ruolo e si faccia una riflessione su una pratica che ha un valore storico-sociale molto significativo, come numerosi studi sempre di più spiegano, la parte di ricerca del pettegolezzo a tutti i costi inseguito con gusto dalla regina Carlotta (Golda Rosheuvel) non mi appartiene. E sebbene lo spin off che la riguardi mi sia piaciuto e si cerchi di umanizzarla anche con l’amicizia con lady Davenport (Adjoa Andoh), il suo personaggio mi rimane odioso e, sebbene la simpatia o antipatia di un personaggio nulla dica sul merito narrativo, è una parte della storia che soffro e che sopporto solo per godermi il resto.

Le vicende dei due innamorati osteggiati dal destino e dalla società in fondo riflettono bene la cultura di un’epoca in cui il “mercato matrimoniale”, come senza mezzi termini viene chiamato, era molto rigido. Dalla sostanza della nostra epoca, certi impedimenti risultano assurdi, eppure si vede bene come, costretti a sposarsi solo per rango, molti fossero necessariamente poi portati a creare delle storie extra-matrimoniali, e come certi legami sgraditi siano stati invece accettati per non creare disonore alle proprie famiglie o per non danneggiare le persone a cui si vuole bene. Il matrimonio di un nobile con una domestica non sarebbe mai stato accettato, e se un uomo avesse deciso ugualmente per un simile comportamento, sarebbe stata compromessa la possibilità di sposarsi degnamente anche delle sorelle. Se nella vicenda di Benedict e Sophie di trova alla fine l’escamotage di una bugia a fin di bene che le permetta di sposarsi e di rimanere alla luce del sole, nel corso della stagione, gli ostacoli non paiono frivoli, ma molto concreti, e sono l’occasione di mostrare le scelte difficili a cui sono tenuti i protagonisti, la loro nobiltà di cuore nel correre i rischi che corrono e come l’amore autentico trionfi.

Più che in passato prende rilievo la servitù, alla Upstairs Downstairs o alla Downton Abbey, volendo.  Brillantemente, anche perché legittimato dal fatto di essere una fantasia e almeno su quel piano ce lo si può permettere, continua la licenza poetica di un cast multirazziale. Non è passata inosservata anche l’apprezzabilissima inclusione di un personaggio con disabilità, Hazel, interpretato da un’attrice a cui manca parte di un braccio, Gracie McGonigal, con il moncherino ben visibile. Così come continua a essere un certo spirito pruriginoso nella rappresentazione delle scene di sesso, fatte con tatto e buon gusto ma spinte rispetto agli standard a cui siamo abituati.   

Per me proprio un godibile scacciapensieri e leggero nel senso migliore del termine. 

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