lunedì 25 marzo 2024

A MURDER AT THE END OF THE WORLD: omicidi e tecnologia

Salutata come una delle migliori serie del 2023 da molte testate, ho dovuto dare una chance a A Murder at the End of the World (Star – Disney+), pur non essendo un genere troppo nelle mie corde: non mi ha delusa, anzi. Questo thriller psicologico infarcito di tecnologia, e un monito proprio ai suoi rischi, ideato da Brit Marling e Zal Batmanglij (The OA) per FX, è intrigante nella tradizione di Agatha Christie e di quei gialli che mettono tutti i presunti colpevoli in un unico luogo, e si chiude con un colpevole inaspettato e credibile magari chi è più avvezzo di me a seguire questo genere di storie l’avrà capito prima, ma io da sola non ero riuscita ad individuarlo.

Protagonista è Darby Hart (Emma Corrin, The Crown), hacker, scrittrice di gialli e lei stessa detective amatoriale che ha imparato un po’ il mestiere accompagnando fin da piccola il padre sulle scene del crimine, dove si recava professionalmente come patologo, e all’obitorio – è la “Sherlock Holmes della Generazione Z”, come l’ha definita la stampa. Viene invitata, insieme ad altre otto persone, da Andy Ronson (Clive Owen), un miliardario visionario nel campo della tecnologia, in un’isolata struttura simil-alberghiera, sotto la quale c’è il suo rifugio-bunker, in una sua proprietà nella gelida Islanda, per un “ritiro”. Lì lui vive insieme alla moglie Lee (Brit Marling, la co-ideatice della serie) e al figlioletto Zoomer (Kellan Tetlow). Ognuno ha una propria stanza e a gestire le loro esigenze c’è Ray (Edoardo Ballerini), un maggiordomo-assistente di intelligenza artificiale o, come preferisce definirlo il magnate, di “intelligenza alternativa”. Questo fa sì anche (e questo è uno dei temi trattati) che siano sorvegliati costantemente. In un momento storico in cui si è sull’orlo di una catastrofe climatica globale (siamo alla fine del mondo anche metaforicamente), queste menti brillanti sono chiamate per dare il proprio contributo.

ATTENZIONE SPOILER, PER LA PRIMA PUNTATA

Altri ospiti sono un genio della robotica, Oliver (Ryan J. Haddad); un climatologo, Rohan (Javed Khan); la progettatrice cinese di città smart, Lu Mei (Joan Chen); un’attivista iraniana, Ziba (Pegah Ferydoni); una dottoressa, Sian (Alice Braga); un regista che nelle sue creazioni usa l’intelligenza alternativa, Martin (Jermaine Fowler); un uomo d’affari collaboratore del miliardario, David (Raúl Esparza). Qui, fra loro, Darby è però sorpresa di incontrare anche Bill Farrah (Harris Dickinson), il ragazzo che ama e con cui tempo prima anni prima aveva dato il via a un’investigazione che li aveva portati a smascherare un serial killer di donne, poi l’oggetto del suo romanzo, ma che l’aveva lasciata sei anni prima scrivendole sullo specchio della stanza di motel che condividevano “Penso che questo sia troppo e non abbastanza”. Nel frattempo è diventato un artista. Ora, nel rivederlo, Darby vuole parlargli, ma riesce solo ad assistere alla sua tragica morte. Vuole scoprire il colpevole e quando altre morti si verificano, decide ufficialmente di indagare, rischiando lei stessa la vita più volte.

Le vicende della candida, glaciale Islanda – complice la scenografia mozzafiato si richiama l’estetica dei gialli scandinavi – si alternano a momenti di flashback in cui Darby ripercorre alcune delle tappe salienti della sua formazione da detective e della sua relazione con Bill, che danno spessore al suo personaggio, una ragazza volitiva e curiosa dall’apparenza quieta e riservata, e movimentano la narrazione permettendo anche un cambio di scenario.

C’è sempre una buona suspense (penso alla bella 1.05, in questo senso, and esempio) e inaspettati colpi di scena.  Si rimane sul classico con tropi di questo genere di narrazioni (ad esempio la tempesta di neve che impedisce loro di andarsene – 1.04) e il tono ha infatti anche un che di senza tempo, nonostante si sia immersi in un contesto anche altamente tecnologico (quanto meno per l’epoca attuale, facilmente fra vent’anni rideranno a questa mia affermazione) che vuole riflettere sui mandati che vengono dati all’AI e sui suoi limiti, per quanto in maniera anche ingenua per chi si occupa di etica degli algoritmi. Una visione intrigante, a cui si può perdonare l’ampiamente visibile product placement della Coca-cola, ma anche in qualche maniera rilassante.  

venerdì 15 marzo 2024

THE REGIME: farsesco

Mi risulta intollerabile seguire The Regime – Il Palazzo del Potere (HBO; Sky Atlantic) oltre la prima puntata, nonostante siano solo sei. Attraverso un regime dittatoriale fittizio centroeuropeo, vuole essere una satira su come il potere privo di restrizioni corrompe, ma non riesce mai a trovare il tono giusto. Forse sono io che non ne apprezzo il gusto per farsa e assurdo, mai certa di quanto voglia essere umoristico – lo è per nulla o molto poco e quanto una critica al vetriolo degli abusi perpetrati da persone atroci, con una porzione riservata anche ai vecchi Stati Uniti anche questo lo è piuttosto poco. La creazione di Will Tracy, con la regia di Stephen Frears e Jessica Hobbs, si addentra in territori bazzicati da Armando Iannucci (Veep), ma in questo caso con risultati molto meno graffianti e gratificanti per lo spettatore. Magari semplicemente non è per me, che vengo infastidita anche dai filtri scelti dalla fotografia, e ci sarà un futuro in cui ne riconoscerò l’alto valore artistico che alcuni vedono, ma per ora trovo anche generoso il punteggio di 57/100 che ci attribuisce Metacritic con il suo semaforo giallo.

Kate Winslet interpreta la cancelliera Elena Verham, una donna ipocondriaca, germofobica che chiede di misurare costantemente l’umidità dell’aria poiché percepisce costantemente il rischio di muffe a palazzo, gestito con rigore da Agnes (Andrea Riseborough). Elena ha perso il padre per una malattia polmonare e teme sia la sua stessa sorte. È sposata con Nicholas (Giullaume Gallienne), che ha conosciuto a Parigi e che lei ha sposato dopo che lui ha lasciato la sua prima famiglia. Presto suo fidato consigliere diventa il militare che era inizialmente incaricato a precederla con un igrometro ovunque andasse, Herbert Zubak (Matthias Schoenaerts), che ha il nomignolo di Macellaio dell'area cinque", o anche semplicemente Macellaio, per aver trucidato dei minatori in una miniera di cobalto.

Sono palpabili la sensazione che nessuno è al sicuro, tipica dei regimi dittatoriali retti da folli, sani di mente quel tanto che basta da riuscire a legittimare il proprio potere come facciata, così come il disagio di una pletora di dipendenti costretti ad accontentare ogni eccentricità e di un pubblico costretto ad applaudire in ogni situazione anche immeritata – come ho pensato all’imperatore romano Nerone, quando Elena canta stonata a un ricevimento del presidente statunitense, e tutti fingono di apprezzare. C’è una destabilizzante “folie à duex psicosessuale” fra Vernham e Zuback, come la chiama appropriatamente Variety, che sbaglia però per me a ritrovarvi un’estetica del fascismo, se non molto superficiale, quando ne è più una versione kitsch. E la regnante è specchio dei molti, troppi dittatori che ha visto il nostro passato e vede il nostro presente, c’è solo l’imbarazzo della scelta fra i nomi. Qui però c’è stringi-stringi poca politica. Mi rammarico, fermandomi io al primo episodio, di non aver visto all’opera Martha Plimpton nel ruolo della segretaria di Stato americana, o Hugh Grant in quello del leader dell’opposizione, ma non trovando la miniserie né divertente né penetrante, ma altamente respingente, me la risparmio. 

martedì 5 marzo 2024

MONARCH: il ritorno di Godzilla

È deboluccia la serie Monarch: Legacy of Monsters (Apple TV+), ideata da Chris Black e Matt Fraction e basata sul personaggio di origine giapponese di Godzilla, che ha debuttato in un film del 1954. Le dieci puntate della prima stagione fanno seguito al film del 2014 proprio intitolato Godzilla, con qualche abbondante spruzzata di sensibilità alla Stranger Things, specie verso fine stagione, ma già evidente anche dalla colonna sonora. Il plot è in realtà molto solido e ben costruito, c’è buona azione e senza tempi morti, ma certi passaggi sono molto improbabili e i dialoghi appena passabili, una cosa da ragazzini, il vero punto debole. L’aspetto più godibile sono i mostri: quelli sì che sono epici, con effetti speciali particolarmente convincenti. Almeno quello, visto che per il resto appare dignitoso ma dozzinale. Forse la colpa è mia che non colgo gli homage volutamente vintage alla pellicola originaria.

Siamo nel 2015. Cate Randa (Anna Sawai), una giovane insegnante di San Francisco che ha perso i sui allievi e la sua ragazza a causa dell’apparizione di uno di quei giganteschi mostri a forma di rettile che ha distrutto la città in quello che è conosciuto come il G-Day, si reca in Giappone dopo la morte del padre Hiroshi (Takehiro Hira) per raccogliere le sue cose. Scopre che il genitore aveva una doppia vita e conosce il suo fratellastro Kentaro (Ren Watabe), un artista che pure non sapeva di avere una sorellastra. Insieme, anche con l’aiuto di un’amica di lui, May/Corah (Kiersey Clemons), una hacker ex-dipendente della Applied Experimental Technologies (poi divenuta Apex Cybernetics), cercano di scoprire che cosa sia accaduto al padre, che in realtà non è morto, e si imbattono in una organizzazione governativa segreta, chiamata Monarch, che si occupa di questi esseri giganti chiamati Titani, ma anche MUTO (che sta per Massive Unidentified Terrestrial Organism, ovvero "enorme organismo terrestre non identificato"). Ad aiutarli ci sarà anche Tim (Joe Tippet).

I ragazzi vengono in contatto in particolare con il colonnello Lee Shaw (Kurt Russell, e da giovane e con meno gradi militari suo figlio Wyatt Russell – una brillante scelta di casting), che è stato uno dei fondatori di Monarch e doveva inizialmente proteggere, a partire dagli anni ’50, la scienziata Keiko Miura (Mari Yamamoto) e il criptozoologo Bill Randa (Anders Holm). Shaw pur novantenne è misteriosamente ancora all’apparenza piuttosto giovane, aspetto che nella diegesi viene spesso sottolineato e in chiusura di stagione convincentemente spiegato con un colpo di scena che non rivelo per evitare spoiler, ma che mi ha portato alla mente un’antica leggenda giapponese che ho letto nella mia infanzia costruita sulla stessa premessa, quella di Urashima Tarō (a leggere il link, se non la conoscete, capite). Devo ammettere che questo recupero culturale nascosto l’ho molto apprezzato.

In questa serie i mostri non hanno un’identità, ma nella loro “liminalità ontologica”, per dirla alla teoria dei mostri di Cohen, sono appunto un generico altro e un generico mostruoso che incute terrore. Nella cultura giapponese questi kaijū, come vengono chiamati, questi mostri giganti, sono nati in risposta alla seconda guerra mondiale, alle paure legate agli esperimenti atomici e alle radiazioni nucleari. Ancorano al visibile queste ansie incarnandole in iconici personaggi mostruosi, dando il via a un genere vero e proprio. Non percepisco che nella nostra epoca abbiano un valore apotropaico – potrei sbagliarmi, forse sono io che non lo vedo – e al di là di rappresentare una generica minaccia, non riesco a figurarmi che valore possano avere nella cultura contemporanea. Se per il Giappone si può ben concepire un tentativo di recupero di culture popolari come metodo di soft power per il nation branding, a livello globale è più difficile spiegarselo. Forse per trovare una risposta pregnante bisognerebbe leggersi “Mostri del Giappone - narrative, figure, egemonie della dis-locazione identitaria” di Toshio Miyake, che esamina il potenziale critico della mostruosità in termini di spostamento dell'identificazione naturalizzata e di alterità, all'interno dell'intreccio globalizzante delle auto-rappresentazioni e delle etero-rappresentazioni del Giappone. Forse, come si dice anche in quel testo, c’è solo una “tensione nostalgica per il re-incantamento della contemporaneità e soprattutto di un’attrazione collettiva per un ‘mondo altro’”, cosa che a fine stagione appare più evidente.

Sebbene Keiko venga poi mostrata come sensibile ai kaijū, interessata a conoscerli e trattarli come esseri senzienti e non solo come un obiettivo militare, non si percepisce mai nemmeno un sottotesto animalista o ambientalista, che potrebbe essere un gancio alla contemporaneità. Anche gli aspetti umani lasciano a desiderare con relazioni appena abbozzate e insoddisfacenti fra i personaggi. Ci si muove nel tempo, ma molto anche nello spazio, con location fa le più varie, ma anche questo anelito globale e culturalmente variegato non viene sfruttato come potenzialmente si potrebbe.

Sono sicura che la pre-adolescente che ero avrebbe gradito il franchise del MonsterVerse, che per quanto kitch si presta alla facile avventura, ma l’adulta che sono passa e dubito concederò una seconda stagione, nonostante una season finale veramente commovente in cui Mari Yamamoto ha saputo ben trasmettere le intense emozioni vissute dal proprio personaggio.