Salutata come una delle
migliori serie del 2023 da molte testate, ho dovuto dare una chance a A Murder at the End of the World (Star –
Disney+), pur non essendo un genere troppo nelle mie corde: non mi ha delusa,
anzi. Questo thriller psicologico infarcito di tecnologia, e un monito proprio
ai suoi rischi, ideato da Brit Marling e Zal Batmanglij (The OA) per FX, è intrigante nella tradizione di Agatha Christie e
di quei gialli che mettono tutti i presunti colpevoli in un unico luogo,
e si chiude con un colpevole inaspettato e credibile — magari chi è più avvezzo
di me a seguire questo genere di storie l’avrà capito prima, ma io da sola non ero
riuscita ad individuarlo.
Protagonista è Darby Hart (Emma
Corrin, The Crown), hacker,
scrittrice di gialli e lei stessa detective amatoriale che ha imparato un po’
il mestiere accompagnando fin da piccola il padre sulle scene del crimine, dove
si recava professionalmente come patologo, e all’obitorio – è la “Sherlock
Holmes della Generazione Z”, come l’ha definita la stampa. Viene invitata,
insieme ad altre otto persone, da Andy Ronson (Clive Owen), un miliardario
visionario nel campo della tecnologia, in un’isolata struttura simil-alberghiera,
sotto la quale c’è il suo rifugio-bunker, in una sua proprietà nella gelida
Islanda, per un “ritiro”. Lì lui vive insieme alla moglie Lee (Brit Marling, la
co-ideatice della serie) e al figlioletto Zoomer (Kellan Tetlow). Ognuno ha una
propria stanza e a gestire le loro esigenze c’è Ray (Edoardo Ballerini), un maggiordomo-assistente
di intelligenza artificiale o, come preferisce definirlo il magnate, di
“intelligenza alternativa”. Questo fa sì anche (e questo è uno dei temi
trattati) che siano sorvegliati costantemente. In un momento storico in cui si
è sull’orlo di una catastrofe climatica globale (siamo alla fine del mondo
anche metaforicamente), queste menti brillanti sono chiamate per dare il
proprio contributo.
ATTENZIONE SPOILER, PER LA
PRIMA PUNTATA
Altri ospiti sono un genio
della robotica, Oliver (Ryan J. Haddad); un climatologo, Rohan (Javed Khan); la
progettatrice cinese di città smart, Lu Mei (Joan Chen); un’attivista iraniana,
Ziba (Pegah Ferydoni); una dottoressa, Sian (Alice Braga); un regista che nelle
sue creazioni usa l’intelligenza alternativa, Martin (Jermaine Fowler); un uomo
d’affari collaboratore del miliardario, David (Raúl Esparza). Qui, fra loro,
Darby è però sorpresa di incontrare anche Bill Farrah (Harris Dickinson), il
ragazzo che ama e con cui tempo prima anni prima aveva dato il via a
un’investigazione che li aveva portati a smascherare un serial killer di donne,
poi l’oggetto del suo romanzo, ma che l’aveva lasciata sei anni prima scrivendole
sullo specchio della stanza di motel che condividevano “Penso che questo sia
troppo e non abbastanza”. Nel frattempo è diventato un artista. Ora, nel
rivederlo, Darby vuole parlargli, ma riesce solo ad assistere alla sua tragica
morte. Vuole scoprire il colpevole e quando altre morti si verificano, decide
ufficialmente di indagare, rischiando lei stessa la vita più volte.
Le vicende della candida,
glaciale Islanda – complice la scenografia mozzafiato si richiama l’estetica
dei gialli scandinavi – si alternano a momenti di flashback in cui Darby
ripercorre alcune delle tappe salienti della sua formazione da detective e
della sua relazione con Bill, che danno spessore al suo personaggio, una
ragazza volitiva e curiosa dall’apparenza quieta e riservata, e movimentano la
narrazione permettendo anche un cambio di scenario.
C’è sempre una buona suspense (penso alla bella 1.05, in questo senso, and esempio) e inaspettati colpi di scena. Si rimane sul classico con tropi di questo genere di narrazioni (ad esempio la tempesta di neve che impedisce loro di andarsene – 1.04) e il tono ha infatti anche un che di senza tempo, nonostante si sia immersi in un contesto anche altamente tecnologico (quanto meno per l’epoca attuale, facilmente fra vent’anni rideranno a questa mia affermazione) che vuole riflettere sui mandati che vengono dati all’AI e sui suoi limiti, per quanto in maniera anche ingenua per chi si occupa di etica degli algoritmi. Una visione intrigante, a cui si può perdonare l’ampiamente visibile product placement della Coca-cola, ma anche in qualche maniera rilassante.
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