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lunedì 30 marzo 2026

THE GILDED AGE: la terza stagione

Opulenta, suntuosa, una festa per gli occhi: è questo uno di piaceri di The Gilded Age (HBO, HBO Max) che ha confezionato una solida, appassionante terza stagione, in una certa misura anche favola per adulti, alla maniera in cui l’ideatore Julian Fellowes ci ha abituati con Downton Abbey, e con cliffhanger a fine puntate alla soap-opera maniera, ma anche con profondità storico-antropologica nel trattare alcune tematiche. I riferimenti culturali non mancano, il cast è sempre di prim’ordine e i costumi sono curatissimi, ispirati ad autentici abiti – come numerosi post mettono in luce (se veda qui, qui e qui, ad esempio). Per me è stata sicuramente la stagione più riuscita finora di quella che, non dimentichiamolo, è una serie ispirata a Edith Wharton. 

Quest’anno in particolare sotto i riflettori è finito l’istituto del matrimonio, che è stato il tema dominante. Il solido rapporto fra George (Morgan Spector) e Bertha Russell (Carrie Coon) si è incrinato per l’eccesso di zelo, diciamo così, da parte di lei nello spingere la figlia a sposare un uomo che non desiderava, sebbene il padre le avesse promesso che avrebbe potuto sposarsi per amore. Lui non la accusa di essere ambiziosa perché è un tratto che li accomuna e che lui apprezza, ma di farlo con gli affetti, mentre lui si limita ad esserlo solo in campo di affari. Cosa porta alla felicità in un rapporto di coppia? “La felicità è il sottoprodotto di una vita ben ordinata, come obiettivo è invariabilmente destinata a fallire” (3.01) dice Bertha alla figlia Gladys (Taissa Farmiga) che insiste sposi il duca di Buckingham (Ben Lamb). Lo fa per il prestigio e la posizione che ne ricava, ma le sue motivazioni sono più profonde di così. In una società che concepisce le donne solo in ottica matrimoniale, vede questo legame come lo strumento per la figlia per avere una voce, per avere un impatto nella società nel modo in cui desidera, per realizzarsi insomma, invece di cedere al romantico sentimento adolescenziale verso qualcuno che giudica per lei meno compatibile, invece di pensare a lungo termine. E in questo senso c’è meno cinismo di quando non lo si possa pensare nella società attuale. E forse la vera sorpresa è quando bene vada poi quel matrimonio, nonostante la ragazza fosse così recalcitrate da non sapere fino all’ultimo se sarebbe scesa dalla camera in cui si era barricata prima di sposarsi. Vederla felice e con una vera intesa con il marito è originale.

Marian (Louisa Jacobson), e la sua storia d’amore con Larry (Harry Richardson), sono un altro punto cruciale. Già in un paio di occasioni lei è arrivata vicina alle nozze, salvo poi non farne nulla. Questa volta vuole prendere le cose con calma. Anche perché poi è per sempre, nodo essenziale di tutte queste storie e vero commento sociale. Nella New York dell’epoca, sola ragione per ammettere il divorzio è provare l’infedeltà. Anche in quel caso, l’onta per una donna significa diventare un paria sociale, esclusa da ogni evento e attività. Nel mostrare l’ethos dell’epoca si illustra quanto difficile e importante sia stato poter ottenere un divorzio e come la disperazione di non venire più invitate alle feste non fosse solo la frivolezza di essere escluse da un divertimento, ma quello di venire nullificate socialmente, di diventare inesistenti per le persone che si sono sempre frequentate. Quindi non solo mores e decoro, ma quotidianità e identità. E non necessariamente questa conseguenza negativa è una tua “colpa”. Charlotte, la figlia di Mrs. Astor può esserne la causa, ma Aurora Fane (Kelli O’Hara) non vorrebbe affatto mettere fine al proprio matrimonio con Charles che pretende il divorzio perché la tradisce e costringe lei a chiederlo, dal momento che appunto solo il tradimento può giustificarlo.

Questi cambiamenti mettono in scena anche come si verifichi l’emergere di nuove voci nella cultura dominante, e di come cambino gli equilibri di potere: Bertha apre alle donne divorziate, contro il parere della signora Astor che avrebbe escluso anche la propria stessa figlia. Questi stravolgimenti li vendiamo anche altrove: la stagione si apre proprio con Ada (Cynthia Nixon) che all’interno delle mura domestiche inverte il proprio ruolo di dominanza con la sorella Agnes (Christine Baranksi), dopo che la morte del marito della prima l’ha lasciata ricca e gli affari andati male del nipote della seconda l’hanno lasciata senza un soldo. Come viene gestito fra loro e con la servitù, che non sa a chi deve dare retta, è foraggio per la narrazione. La possibile nuova mobilità sociale pure ne è un esempio. L'ambizione e il talento di Jack che ha inventato un nuovo orologio gli permette di guadagnare moltissimo denaro e fare una inaspettata scalata sociale che lascia di stucco la vecchia guardia e titubante lui stesso. Sono esempi concreti di come sia stato difficile e inevitabile scrollarsi di dosso certe rigidità sociali, nel nuovo mondo, non importa con quanta riluttanza le classi dominanti abbiano dovuto imparare a vedere che i propri privilegi potevano essere alla portata di tutti, a prescindere dal decantato lignaggio.

La posizione delle donne vuole essere diversa, e il dibattito e il supporto per il suffragio diventano importanti anche attraverso Peggy (Denée Benton), che riceve un incarico di scrittura a Filadelfia per intervistare Frances Watkins Harper, una suffragetta realmente esistita, che fa discorsi sull’argomento, dibattendo vari aspetti della questione. Già in passato la serie ha intrecciato personaggi di fantasia a uomini e donne realmente esistiti, come è stato in questa stagione anche con la presenza già in “Who is in charge here?” (“Chi comanda qui?”, 3.01) del pittore John Singer Sargent, chiamato a realizzare un ritratto di Gladys – si fa pure riferimento al suo celeberrimo Ritratto di Madame X, con la famosa storia della spallina, anche se francamente condivido la perplessità di chi ha notato che poi il dipinto che raffigura Gladys è stato realizzato su modello dell’olio del 1988 di Giovanni Boldini “Signorina Concha de Ossa”. Tornando a Peggy, è una donna ambiziosa e determinata e proprio questo suo essere tale da un lato affascina il giovane medico Dr. Kirkland (Jordan Donica), introdotto in questo arco, ma respinge la madre di lui (Phylicia Rashad, I Robinson). Vediamo qui bene, attraverso questa dinamica, come in qualche caso, le donne fossero poco d’aiuto per il proprio genere, anche rispetto a uomini illuminati. E in materia di snobismo, si è mostrato come anche l’elite nera, pur discriminata dai bianchi, non si risparmiasse di snobbare gli altri, in questo caso con di nuovo la madre di lui nei confronti dei genitori di lei (Audra McDonald e John Douglas Thompson), quando viene a scoprire che lui non molto tempo prima era stato uno schiavo.

Il lutto pure ha avuto un peso nella narrazione. Ada troppo precocemente vedova si rivolge alla sensitiva Madame Dashkova (Andrea Martin) sperando di contattare il defunto attraverso quelle sedute spiritiche che così di moda erano all’epoca. Capisce presto che ci si vuole approfittare del suo dolore. Meno fortunato è Oscar (Blake Ritson) che, in quanto gay, non può godere del privilegio di vedere il suo lutto per l’amore della sua vita riconosciuto pubblicamente. Il suo sodalizio con Mrs. Enid Winterton Turner (Kelley Curran) a fine stagione lascia intendere che ci saranno non pochi intrighi nella confermata prossima.

Condivido la posizione di Judy Berman su TIME che titola “The Gilded Age è semplicemente troppo britannica per amare il sogno americano” argomentando che “(c)iò che Fellowes non può tollerare sono i privilegiati che mancano della magnanimità che si addice al loro rango e, soprattutto, i domestici che non sono sufficientemente grati ai loro benevoli datori di lavoro. Se i Russell sono presentati come antieroi moralmente ambigui, allora uno degli unici veri cattivi della stagione è un membro del loro staff che fa trapelare informazioni sulla famiglia alla stampa. "I soldi sono soldi", dice questa presunta mostra quando viene catturata. Non ci si chiede mai se Bertha compensi adeguatamente i propri dipendenti, né si riesce a conoscere il colpevole abbastanza bene da capire il contesto del crimine. Dopo tre stagioni, The Gilded Age ha esplorato a malapena il suo enorme cast di personaggi della servitù. Come Downton, ha più simpatia - e curiosità - per gli aristocratici che cercano disperatamente di mantenere una fortuna che non hanno guadagnato che per i lavoratori la cui ricerca della felicità è sancita dai documenti fondanti dell'America”. Fascino per lo sfarzo e il buon cuore, non denuncia di iniquità sociali e pretese di giustizia, perciò, per quanto non è del tutto corretto nel caso dei Russell dire che non se la sono guadagnata, almeno in una certa misura. Frivolezze e serietà, forse un po’ come nella vita, si miscelano con brio in questa serie. Gustosa, se si ama il genere e si hanno le adeguate aspettative.

mercoledì 21 maggio 2025

THE WHITE LOTUS: la terza stagione, in Thailandia

La conclusione è stata degna di una tragedia classica, e il cast è di prim’ordine, ma per il resto, la terza stagione di The White Lotus (HBO, Sky Atlantic), sempre naturalmentre firmata da Mike White, è stata sottotono rispetto alle precedenti, pur comunque appassionante.

Ci siamo spostati in Thailandia e al resort vanno tre gruppi che seguiremo durante la vacanza. Ci sono tre amiche dai tempi della scuola, Jaclyn Lemon (Michelle Monaghan), che è diventata una famosa attrice e ha deciso di pagare l’esperienza alle altre due, Laurie Duffy (Carrie Coon), avvocata a New York recentemente divorziata, e Kate Bohr (Leslie Bibb), una texana conservatrice. Presto sono attratte da Valentin (Arnas Fedaravicius), aiutante coach del benessere.

C’è la famiglia Ratliff: padre Timothy (Jason Isaacs), un ricco uomo d’affari che sta avendo gravi problemi finanziari di cui non vuole dire nulla agli altri, la madre Victoria (Parker Posey) amante del lusso e perennemente impasticcata, e i loro tre figli. Saxon (Patrick Schwarzenegger), il figlio maggiore che lavora con il padre, sa di essere un ragazzo dalle attrattive non indifferenti ed è sicuro di sé come seduttore. Piper (Sarah Catherine Hook) è stata la causa del loro viaggio. Convertitasi al buddismo ha infatti detto di voler scrivere una tesi di laurea intervistando un monaco locale, quando in realtà la sua intenzione è quella di trasferirsi per un anno a vivere in monastero e ha voluto cogliere questa occasione per capire se possa andarle a genio; Lochlan (Sam Nivola) è il figlio più giovane e un po’ timido a cui il fratello maggiore vuole insegnare come far colpo sulle donne.

C’è poi una coppia. Rick Hatchett (Walton Goggins), il cui obiettivo non è quello di rilassarsi nel resort di proprietà dell’ex attrice e cantante Sritala (Lek Patravadi) ma di affrontare l’anziano marito di lei e co-proprietario, Jim Hollinger (Scott Glenn), che ritiene responsabile della morte del proprio padre, ha portato con sè anche la ben più giovane fidanzata Chelsea (Aimee Lou Wood, Sex Education) che, a dispetto della differenza di età, è genuinamente innamorata di lui. In loco Rick contatta un vecchio amico, Frank (Sam Rockwell).

In trasferta per imparare in Thailandia dal direttore del centro di wellness Pornchai (Dom Hetrakul) nuove tecniche di massaggio, c’è anche Belinda Lindsey (Natasha Rothwell), che avevamo già conosciuto perché direttrice della spa del White Lotus alle Hawaii, che viene poi raggiunta dal figlio Zion (Nicholas Duvernay). Con sorpresa trova lì Gary (Jon Gries), che riconosce come il vedovo e lei sospetta l’assassino di Tanya McQuoid con cui in passato era intenzionata a mettersi in affari prima che quest’ultima si tirasse indietro. Lui, divenutone l’erede, è ricchissimo e frequenta una giovane donna, Chloe (Charlotte Le Bon). Al resort, sotto la direzione di Fabian (Christian Friedel) lavorano anche Mook (Lalisa Manobal, a quanto pare una superstar nel suo Paese), coach del benessere, e Gaitok (Tayme Thapthimthong), timida guardia di sicurezza che è innamorato di lei.

SPOILER PER LA TERZA STAGIONE

Il percorso più affascinante e forse quello più affine a un tema conduttore di tutte le stagioni della serie, ovvero quello che il denaro corrompe, è quello di Belinda e di Piper, che arrivano a delle scelte diametralmente opposte a quelle con cui hanno iniziato. Piper, che si era vantata di dare poco peso al denaro e alle comodità, tutta protesa a una vita spirituale, ha conosciuto se stessa meglio realizzando di essere molto più attaccata alla bella vita di quanto non credesse; Belinda si considerava integerrima nel non sorvolare sul fatto che si trova davanti un presunto assassino, anche di fronte alla più grossa somma di denaro, salvo poi cedere invece e, cosa emotivamente ustionante, la vediamo fare a Pornchai, con cui aveva fatto progetti di aprire un’attività, quello che Tanya aveva fatto a lei, noncurante della sua situazione e dei suoi sentimenti. Davvero caustico, graffiante, corrosivo. E per quest’ultima in particolare davvero una corruzione dell’io che abbiamo visto sbriciolarsi più gradatamente, memori anche del suo storico. In fondo, per motivi diversi anche Gaitok tradisce se stesso, mite e non violento, per conquistare il cuore di Mook che lo vuole più ambizioso e macho.

La vicenda più piccante e chiacchierata, e godibile anche perché a tratti giocata in termini umoristici, è stata quella di Saxon e il fratello Lochlan e il loro rapporto incestuoso: Lochlan bacia il fratello (3.05) e poi successivamente Saxon si rende conto con dei flashback di semi-lucidità che quest’ultimo lo ha masturbato (3.06), e il suo imbarazzo e disgusto, sono stati fulcro di tanta attenzione. Con il fatto che entrambi erano sotto l’effetto di sostanze in quello che è partito come un ménage à trois con Chloe ha fatto sì che la questione diventasse meno “problematica” di quanto non avrebbe potuto diversamente essere, ma ugualmente è stata significativa, anche perché ha messo in crisi la mascolinità performativa del fratello maggiore, rivelandone la fragilità e rendendolo  molto più umano e di spessore di quanto non sembrasse inizialmente, indagando anche questioni di potere e identità. I tre fratelli Ratliff, mostrati all’arrivo metaforicamente come le tre scimmiette “non vedo, non sento, non parlo”, sono ri-mostrati come trio al ritorno con un parallelo ma ben diverso aspetto.

Le tre amiche, apparentemente legatissime ma poi pronte a sparlare l’una dell’altra fra loro alla prima occasione in cui una si assenta, è stata una disamina veritiera di alcune dinamiche femminili, ma concordo con chi ritiene che la serie non si sia guadagnata attraverso una adeguata costruzione narrativa quella che è la conclusione finale del loro rapporto, espressa in chiusura di vacanza da Laurie, durante l’ultima cena al resort, anche se per me rimane vero almeno per alcuni dei personaggi, e penso in particolare a Timothy, che ha avuto pensieri intrusivi di suicidio per tutta la stagione. Vista anche l’ambientazione, uno dei focus è stata la spiritualità. Che cosa ci fa andare aventi e che cosa è qualcosa a cui ci aggrappiamo come se fosse una religione? Per tutti i personaggi è qualcosa di diverso. Laurie in un breve monologo dice che per lei questo qualcosa è stato il lavoro, poi ha creduto lo fosse l’amore, che si è rivelata una religione dolorosa, successivamente ha sperato che a salvarla fosse il diventare madre. Alla fine la sua illuminazione è stata quella di non avere un sistema di credenze, ma si è resa conto – e questa è la lezione morale ultima della stagione – che non ha bisogno di religione e di Dio per dare un senso alla propria vita, perché è l’hic et nunc del tempo trascorso con le persone a cui si vuole bene quello che dà senso, quello che conta.  

Il marchio di fabbrica del ritrovamento di un cadavere nella scene d'apertura, con la soluzione riservata per la chiusura, rimane un espediente tensivo che funziona, rinforzato da piccoli dettagli in corso di via che ti fanno immaginare ora l’uno ora l’altro come possibile vittima. Questa eccitazione immaginativa rimane un buon propulsore. Ammetto che è stata una delusione la variazione della musica sui tableaux animati dei titoli di testa. Per il resto visivamente la serie rimane uno spettacolo, e ti porta in vacanza, ma in quel senso non c’è dubbio che la satira del capitalismo che mette in scena  ̶ dei soldi che non ti rendono meno infelice, dello stress che non ti fa mai staccare da una tecnologia che porta miseria, degli eccessi che non riescono ad anestetizzarti, delle apparenze che nascondono tensioni sommerse, del privilegio di gente che vede gli altri come persone da fruttare a proprio vantaggio  ̶ , riguardano gli americani, e americani in vacanza appunto. I locali, nel senso delle persone del luogo, per quanto presenti, sono un pensiero secondario.  C’è stato tanto su cui riflettere in ogni caso, anche sul potere corrosivo dei propri pensieri (penso a Rick in particolare).  

Già ci sono ipotesi su dove potrà essere ambientata la quarta stagione.

martedì 18 febbraio 2025

INDUSTRY: una fenomenale terza stagione

“Il denaro doma la bestia. Il denaro è pace. Il denaro è civilizzazione. La fine della storia è il denaro”: così dice Eric (Ken Leung) nel suo ispirato discorso aziendale nella season finale di una fenomenale terza stagione di Industry, ideata dagli ex-consulenti finanziari Mickey Down e Konrad Kay, parole, confesserà poi, che ha preso a prestito da un racconto di Denis Johnson pubblicato sul New Yorker nel 2014 intitolato “The Largesse of the Sea-Maiden”, da cui il finale della terza stagione trae il titolo: “Infinite Largesse”. 

La serie (HBO – BBC1; ho parlato della prima stagione qui e non ho invece scritto sulla seconda) è fenomenale, una delle migliori in assoluto, e in crescita, per cui mi rammarico che ancora in Italia non venga trasmessa. In realtà, pur essendo il denaro e l’etica capitalista necessariamente molto visibili per una narrazione ambientata nel mondo dell’alta finanza, è stato meno il fulcro in questo arco (la messa in onda originaria è andata dall’11 agosto al 29 settembre 2024), più interessato ai rapporti di classe. È stata proprio uno studio su quei rapporti, sulla difficoltà di cambiare classe sociale nonostante il portafoglio di cui uno possa ritrovarsi a godere e nonostante l’illusorietà della mobilità sociale; in un conteso come quello britannico che fa da sfondo alle vicende, anche sull’inevitabilità del classismo. E parallelamente, in mezzo agli intrighi, la politica, la plutocrazia, i media, la società, il privilegio, la pressione performativa sul lavoro, la meritocrazia, il desiderio, il passato, è uno studio sui personaggi ognuno a modo loro spezzato dalla vita, ma che cercano di andare avanti nonostante tutto.

ATTENZIONE SPOILER IMPORTANTI  

La Pierpoint  ̶  la banca londinese per cui lavorano i protagonisti e che nelle battute finali (3.08) verrà chiusa sei mesi dopo l’egregio lavoro di Eric di coinvolgere i finanziatori egiziani Al-Miraj per tenerla a galla  ̶  investe in un’azienda che è in procinto di essere quotata in borsa, la Lumi, il cui CEO è Sir Henry Muck (basta cambiare una lettera del cognome e si capisce facilmente che tipo di multimiliardario visionario intende rappresentare), interpretato da un Kit Harrington che dimostra di non essere memorabile solo come il Jon Snow di Game of Thrones. Presto lui comincia a mostrare interesse per Yasmin (Marisa Abela), alle prese con la scomparsa del padre, Charles (Arthur Levy), accusato di appropriazione indebita per aver sottratto soldi alla propria casa editrice, la Hanani Publishing. In seguito (3.06), con dei flashback si viene a scoprire che, in vacanza in Italia sullo yacht del padre, dopo una feroce litigata con lui durante la quale lei gli augura la morte, lui ubriaco si è buttato in acqua per stizza e ripicca, e lei non ha fatto nulla per aiutarlo mentre stava affogando ed è così morto. A saperlo è solo Harper (Myha'la Herrold), che alla fine della stagione precedente era stata licenziata dalla Pierpoint per aver falsificato le proprie credenziali sul curriculum, e ottiene un lavoro come assistente esecutiva in una piccola azienda, dove conosce una manager di portfolio, Petra (Sarah Goldberg), con la quale si mette in affari. Harper è brillante ma senza scrupoli: Otto (Roger Barcley), padrino di Henry, la saluta con un “ecce Brute”, in una di quelle gemme di dialogo (3.08) che fanno apprezzare una volta di più la serie. Robert (Harry Lawtey), dopo che si ritrova la propria cliente che lo usava come boy toy morta a letto, diventa una sorta di liaison fra la Henry e la Pierpoint. L’amicizia fra lui e Yasmin li conduce finalmente ad ammettere l’amore l’uno per l’altra, ma il giorno stesso in cui fanno l’amore lei decide di sposare Henry (3.08) in un gran colpo di scena. Rishi (Sagar Radia) è perseguitato da crescenti debiti di gioco che conducono all’assassinio a sangue freddo di sua moglie davanti ai suoi occhi nel girono del proprio compleanno. Sweetpea (Miriam Petche) è una nuova assunta alla Pierpoint, che a fine stagione viene chiusa, come dicevo a inizio paragrafo. Lei ed Eric si ritrovano così senza lavoro.

Tutti gli eventi portano ad un calo di sipario su una fase della serie, che finora può essere descritta come un incrocio fra Succession, Mad Men e qualcuno ha azzardato anche Girls. Allo stesso tempo è un mondo a parte che mai abbiamo visto in TV, con un linguaggio proprio (per me difficile da comprendere sinceramente, e non per l’inglese, in italiano sarebbe uguale, l’alta finanza non fa per me). Non c’è uno stile espositivo, ma il ritratto caratteriale di ciascuno, e le debolezze e i punti di forza di ciascuno bene emergono dalle relazioni, dalle interazioni reciproche.

È brutale e feroce, implacabile. Basti pensare a “Nikki Beach, or: So Many Ways to Lose" (3.06) puntata in cui Yasmin ricorda quello che è accaduto con col padre e quella in cui lei e Harper si distruggono verbalmente a vicenda: Yasmin la accusa di trovare utile per sè stessa il suo dolore, Harper le vomita addosso gli stessi dolorosi insulti del padre: “senza talento, puttana, inutile”.  Le persone sono un mezzo per un fine (3.06) e “la verità non è importante” (3.07). Un altro buon esempio è il ludopatico Rishi, naturalmente, quando viene pestato e si presenta al lavoro sanguinante (3.04), per cui nessuno mostra preoccupazione, e la morte della moglie alla fine ci porta ai limiti de I Soprano. Ed non si può non pensare a Eric, licenziato senza mezzi termini.

È priva di sentimentalismo. Yasmin e Robert si ameranno anche, ma appartengono a due mondi diversi, e Robert non se la prende nemmeno quando vengono annunciate le  nozze di lei con Henry nella season finale. Intorno a una lunga tavolata la regia fa scomparire tutto e rimangono idealmente soli i due innamorati: “mi dispiace” dice lei; “capisco” replica lui. Ma il vero brillante gioiello di scena è quando si fermano a una stazione di servizio sulla via per la tenuta di Henry. Lei lo vede grattare un “gratta e vinci” e cristallizza una volta in più (altre volte ci sono riferimenti, ad esempio col cibo) che lui viene dalla working class, diversamente da lei. 

È capace di convivere con l’ambiguità. A fine stagione Yasmin prende con sé una dipendente dello yacht su cui era stata in Italia, che al tempo era incinta, che aveva visto sul suo letto far sesso orale con suo padre. La donna è esplicita nel dire che, in altre occasioni, c’erano state molte bambine in quei party. Scene intense, anche per la reazione e per come sono costruite, ma noi pubblico rimaniamo con il dubbio se anche Yasmin sia stata molestata dal padre da piccola. Questa incertezza esiste anche sul piano finanziario, dove ci sono molti avvenimenti e piccoli colpi di scena, l’idea è che i mercati siano solo “fumo e specchi” (3.02), ma indistinguibili dalla realtà, perché la percezione è la realtà: “il denaro è un’illusione. È un costrutto sociale basato sulla fiducia” (3.04). E scrive bene Aramide Tinubu su Variety, quando dice che “(n)el corso degli otto episodi, gli spettatori vedono in ogni momento come la percepita responsabilità sociale non riesca a mascherare un nucleo marcio”.

Partito forse un po’ in sordina, ora Industry è uno sleeper hit acuto, audace, sicuro di sé, che non si contiene. Non è un caso che su Metacritic la terza stagione abbia un punteggio di 86 e una collezione di sfavillanti critiche positive.

venerdì 15 marzo 2024

THE REGIME: farsesco

Mi risulta intollerabile seguire The Regime – Il Palazzo del Potere (HBO; Sky Atlantic) oltre la prima puntata, nonostante siano solo sei. Attraverso un regime dittatoriale fittizio centroeuropeo, vuole essere una satira su come il potere privo di restrizioni corrompe, ma non riesce mai a trovare il tono giusto. Forse sono io che non ne apprezzo il gusto per farsa e assurdo, mai certa di quanto voglia essere umoristico – lo è per nulla o molto poco — e quanto una critica al vetriolo degli abusi perpetrati da persone atroci, con una porzione riservata anche ai vecchi Stati Uniti — anche questo lo è piuttosto poco. La creazione di Will Tracy, con la regia di Stephen Frears e Jessica Hobbs, si addentra in territori bazzicati da Armando Iannucci (Veep), ma in questo caso con risultati molto meno graffianti e gratificanti per lo spettatore. Magari semplicemente non è per me, che vengo infastidita anche dai filtri scelti dalla fotografia, e ci sarà un futuro in cui ne riconoscerò l’alto valore artistico che alcuni vedono, ma per ora trovo anche generoso il punteggio di 57/100 che ci attribuisce Metacritic con il suo semaforo giallo.

Kate Winslet interpreta la cancelliera Elena Verham, una donna ipocondriaca, germofobica che chiede di misurare costantemente l’umidità dell’aria poiché percepisce costantemente il rischio di muffe a palazzo, gestito con rigore da Agnes (Andrea Riseborough). Elena ha perso il padre per una malattia polmonare e teme sia la sua stessa sorte. È sposata con Nicholas (Giullaume Gallienne), che ha conosciuto a Parigi e che lei ha sposato dopo che lui ha lasciato la sua prima famiglia. Presto suo fidato consigliere diventa il militare che era inizialmente incaricato a precederla con un igrometro ovunque andasse, Herbert Zubak (Matthias Schoenaerts), che ha il nomignolo di Macellaio dell'area cinque", o anche semplicemente Macellaio, per aver trucidato dei minatori in una miniera di cobalto.

Sono palpabili la sensazione che nessuno è al sicuro, tipica dei regimi dittatoriali retti da folli, sani di mente quel tanto che basta da riuscire a legittimare il proprio potere come facciata, così come il disagio di una pletora di dipendenti costretti ad accontentare ogni eccentricità e di un pubblico costretto ad applaudire in ogni situazione anche immeritata – come ho pensato all’imperatore romano Nerone, quando Elena canta stonata a un ricevimento del presidente statunitense, e tutti fingono di apprezzare. C’è una destabilizzante “folie à duex psicosessuale” fra Vernham e Zuback, come la chiama appropriatamente Variety, che sbaglia però per me a ritrovarvi un’estetica del fascismo, se non molto superficiale, quando ne è più una versione kitsch. E la regnante è specchio dei molti, troppi dittatori che ha visto il nostro passato e vede il nostro presente, c’è solo l’imbarazzo della scelta fra i nomi. Qui però c’è stringi-stringi poca politica. Mi rammarico, fermandomi io al primo episodio, di non aver visto all’opera Martha Plimpton nel ruolo della segretaria di Stato americana, o Hugh Grant in quello del leader dell’opposizione, ma non trovando la miniserie né divertente né penetrante, ma altamente respingente, me la risparmio. 

giovedì 7 luglio 2022

THE TIME TRAVELER'S WIFE: un amore senza tempo

Ho letto nel 2007 “La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo”, di Audrey Niffenegger, da cui è tratta l’omonima serie televisiva sviluppata e scritta da Steven Moffat, per cui non posso dire di ricordarlo davvero, ma solo che mi era che mi era piaciuto molto, e mi era sembrato molto romantico. Lo stesso posso dire della serie (HBO Max, in Italia su Sky serie, dal 13 al 27 giugno 2022, con il titolo "Un amore senza tempo”), e mi rammarico che non sia stata rinnovata per una seconda stagione, dopo la prima di 6 puntate. Le recensioni sono mediamente tiepide, ed è vero che non è che abbia chissà quali dialoghi memorabili, ma per me è stata sicuramente un appuntamento solido e godibile.

Henry (Theo James, Sanditon) soffre di un disturbo genetico che lo costringe, contro la propria volontà, a viaggiare nel tempo. Non è chiaro che cosa scateni questi viaggi, ma all’improvviso si ritrova in un’altra epoca, solitamente nell’arco della propria vita, tante volte incontrando sé stesso ad altre età. L’approdo nella nuova annata è piuttosto brutale: si ritrova in costume adamitico, nei luoghi più disparati e pericolosi (magari sulle rotaie di un treno). Le prime cose che deve imparare a fare bene per sopravvivere sono scappare, lottare, rubare. Non diventa un supereroe, né può cambiare alcunché, deve solo sopravvivere.  Non è chiaro nemmeno perché finisca in alcuni momenti e non in altri, ma sembra gravitare verso accadimenti e persone che sono per lui emotivamente significativi. Non è di certo poco doloroso essere costretti a rivedere la morte della propria madre molte e molte volte (1.02) anche se questo significa anche poterla rivedere viva.

Claire (Rose Leslie, Il Trono di Spade) è quella che diventerà “la moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo”, è lei la vera protagonista, ci viene ricordato non solo dal titolo, ma anche apertis verbis da lei stessa, in una delle interviste che le vengono fatte e che sono la modalità attraverso cui accediamo da subito alle loro vicende – “perché l’amore è intensificato dall’assenza?” esordisce l’incipit. E si raccontano…Lei ha conosciuto quello che sarebbe diventato l’amore della sua vita già da bambina, anche se lei non lo sapeva ancora, sebbene si siano incontrati molte volte e lei si sia innamorata fin da allora. Per un lasso di 14 anni però non si sono visti, e quando lei da adulta lo incontra per la prima volta, non ne è affatto impressionata. Non le piace granché, perché non è ancora la persona che è diventato anche grazie a lei.

Non sono fondate le preoccupazioni di chi è rimasto perplesso dall’idea che un uomo adulto faccia visita a una bambina. Harry non sceglie dove andare, ci capita, e da persona matura che vede da bimba la donna di cui è innamorato, si comporta da amico, passando il tempo a chiacchierare e a giocare a dama. Non c’è niente di creepy, di viscido, nel loro rapporto. Certo, c’è una bambina con una cotta per l’uomo che amerà, ma il modo in cui stata costruito il loro innamoramento ha senso in ogni caso. Non siamo in “Uccelli di Rovo”, dove lui aspetta solo che lei cresca. Qui, quando si innamorano, si innamorano da adulti. Semmai da ragazzina, è piuttosto spassoso vedere che a 16 anni è maliziosa a sufficienza per non portargli i vestiti come per loro accordo, per poterselo gustare nudo — è un bel vedere non c’è che dire, io ho gradito — mentre lui si ritrae conscio dell’inappropriatezza. E ci si gode il fatto che lei non gli abbia mai detto quello che è accaduto quando lei ha compiuto 18 anni, aspettando che sia l’uomo adulto con lei sposato a rendersene conto.

Qui si indagano le interconnessioni fra passato, presente e futuro, il senso dell’assenza e dell’attesa, l’amore e come si costruisce, quello che diventiamo, anche grazie a quell’amore, se ci piaceremmo se incontrassimo i noi stessi del passato o del futuro, che cosa diremmo se potessimo dare dei consigli a noi stessi da giovani, si riflette sul tempo che abbiamo con le persone amate, che è poco. La logistica dei viaggi è ben pensata, ed entrambi i protagonisti sono ben convincenti nelle varie età, pur avendo anche altri interpreti che danno il loro il volto da giovanissimi. Everleigh McDonell da bambina e Caitlin Shorey da pre-adolescente per Clare, e Jason David da bambino e Brian Altemus da adolescente per Henry. Se una qualche perplessità l’ho avuta è stata sullo stupro di lei (che non ricordo se fosse o meno nel libro).

Ho gradito molto che la sigla, che cambia lievemente di puntata in puntata, termini nella prima con la stessa immagine che è stata la copertina del libro, ovvero dei vestiti piegati con sopra un paio di scarpe da uomo accanto a dei piedini con scarpette da bimba.

Esiste anche una versione cinematografica di questa storia, che non ho visto, ma se si è amato il romanzo, non si sbaglia a guardare la serie.

 

domenica 10 aprile 2022

THE GILDED AGE: il vero erede di "Downton Abbey"

The Gilded Age (HBO, su Sky in Italia) è il vero erede di Downton Abbey. Julian Fellowes aveva provato con Belgravia a replicare il successo della sua più famosa creazione (se escludiamo Gosford Park che gli era valso l’Oscar per la sceneggiatura originale), ma non aveva avuto troppa fortuna. Sembra invece esserci riuscito con questo nuovo altrettanto gustoso period drama ambientato nella New York fa 1870 e 1900, quando la luce elettrica domata da Edison illumina per la prima volta gli edifici e le strade della città nello stupore generale (1.07). All’economia dà impulso la costruzione delle ferrovie, ed è proprio un treno che viaggia fra titoli e azioni bancarie l’immagine con cui esordisce la sigla, per portarci poi fa cilindri, orologi da panciotto e carrozze, spalancando le sue porte su sontuose residenze con imponenti scalinate e lampadari di cristallo, e chiudersi con cesellate rifiniture architettoniche.

Stupisce per opulenza, che è poi quello che vuole fare la famiglia Russell, quando nel 1882 di stabilisce nella (fittizia) villa progettata per loro da (il molto vero) Stanford White. Vi vanno ad abitare George (Morgan Spector), un tycoon delle ferrovie con la moglie Bertha (Carrie Coon, The Leftovers), che mira alle più alte sfere sociali, insieme ai figli Gladys (Taissa Farmiga, American Horror Story), che scalpita per debuttare in società, e Larry (Harry Richardson, Doctor Thorne), che contro i desideri del padre aspira a fare l’architetto. Il loro maggiordomo, Church (Jack Gilpin) ha ancora molto da imparare. Di fronte a loro vivono due sorelle della New York antica, Agnes van Rhijn (Christine Baranski, The Good Fight), che si considera superiore a questi arricchiti con cui non vuole mescolarsi, e Ada (Cynthia Nixon, And just like that) che, meno scaltra e più accomodante, vive sotto la sua ala protettiva. Agnes ha un figlio, Oscar (Blake Ritson), segretamente gay, che punta a un matrimonio di interesse con la figlia dei Russell, Gladys. Nonostante poi Agnes e Ada disprezzassero il fratello, perché le aveva abbandonate a sé stesse dopo la scomparsa del padre, alla sua morte ne accolgono in casa la figlia, Marian Brook (Louisa Jacobson Gummer, una delle figlie di Maryl Streep, al suo debutto televisivo in questo ruolo), che si innamora e frequenta Tom Raikes (Thomas Cocquerel), un giovane avvocato con la carriera in ascesa, contro i desideri di zia Agnes. Le due sorelle tengono sotto il proprio tetto anche Peggy Scott (Denée Benton, apprezzata attrice di teatro) una scrittrice afro-americana che aiuta Marian al suo arrivo, e con cui fa presto amicizia, che viene assunta da Agnes per evadere la propria corrispondenza. Bannister (Simon Jones) è il loro maggiordomo di lunga data.

Al centro delle vicende c’è il braccio di ferro fra due forme di potere, quello del denaro, vilipeso ma cercato, degli snobbati nouveaux riches, in cerca di approvazione e inserimento nei circoli esclusivi, e quello del passato, della vecchia New York arroccata in soffocanti e superate convenzioni che escludono chiunque tranne pochi eletti che si autoproclamano arbitri elegantiae. In questa lotta l’ideologia e i mores mutano e, con un tema che è caro a questo autore, assistiamo a chi a questo cambiamento è resistente e chi invece lo cerca. Come nella migliore tradizione di Downton, quella delle prime stagioni non ancora annacquate da storie melodrammatiche di scarsa qualità, sotto il microscopio sono gli snervanti dettagli di etichetta che si ergono a parametro di appartenenza, e quindi di inclusione o esclusione all’alta società, e appunto di potere.

Fellowes qui in generale si sarebbe ispirato alla letteratura di Edith Wharton, ed in particolare a The Custom of the Country – L’usanza del paese (1913). Un interessante pezzo di Sophie Glibert su The Atlantic, che invito a leggere, si sofferma su questo modello e aspirazione, stroncando la serie. Afferma che “afferra i temi della Wharton ma in qualche modo elude completamente la sua osservazione fondamentale: che questa cultura è così corrotta che le uniche persone che possono prosperare al suo interno sono senza cervello o irredimibili”. Non credo sia il suo obiettivo, non solo perché è più favolistico, ma proprio perché il suo ethos lo porta proprio nella direzione opposta. Tuttavia pur non condividendo molto del contenuto di quell’articolo (anche rispetto a Downton), per quanto interessante, concordo quando dice che “gli occasionali cenni di critica sociale troppo stantii” e che manca completamente una nota essenziale ovvero che “la New York di Wharton è un panottico a cui nessun abitante può sfuggire” dove “la vita dei personaggi è una performance tanto quanto tutto ciò che viene recitato davanti a loro” e loro ne hanno una consapevolezza che qui semplicemente non c’è.

Si può applaudire però la scelta di mostrare per una volta una società nera che è prospera, istruita e socialmente attiva: Marian deve vergognarsi quando va in visita ai genitori di Peggy con l’idea di portar loro dei vecchi stivali usati (1.04) e li vede che vivono in una bellissima brownstone, con personale. Il padre Arthur (John Douglas Thompson) possiede una farmacia, la madre Dorothy (Audra McDonald, The Good Fight) è una pianista. Fellowes ha dichiarato al Los Angeles Times che prima di leggere "Black Gotham", di Carla Peterson non aveva idea che ci fosse una prosperosa comunità nera di classe medio-alta a New York verso la fine del XIX secolo, ma ha voluto incorporarlo perché non sarebbe riuscito a rendere la serie “distintamente americana” se non lo avesse fatto. In quell’articolo si dice anche che Erica Armstrong Dunbar, professoressa di storia alla Rutgers University, il cui lavoro si concentra sulle donne nere americane del XVIII e XIX secolo, è stata assunta come consulente storica e co-produttrice esecutiva per aiutare a garantire l'autenticità e "fare anche una lettura di sensibilità". Il personaggio di Peggy è ispirato a diverse pioniere, non da una persona specifica

Il cast è superbo, anche con personaggi secondari come Jeanne Tripplehorn nel ruolo di Sylvia Chamberlain, una socialite esclusa dalle cerchie più in vista a causa del suo passato, o Nathan Lane nel ruolo di Ward McAllister, arbitro di stile nella vecchia New York.

Dopo una prima stagione di 9 episodi, la serie è già stata confermata per una seconda.  

martedì 17 agosto 2021

THE NEVERS: uno steampunk whedoniano

Che cosa significa essere una donna? Essere zittita se vuoi usare la tua voce, magari per sempre se quello che canti dà speranza alle altre. Essere vilipesa e vista come un pericolo se mostri talento, estro, doti particolari. Essere allontanata ed emarginata se sei diversa. La sola via d’uscita è unirsi alle altre, è contare sulla sorellanza.

Sembra questo il messaggio di fondo di The Nevers (HBO, Sky Atlantic), ambientato nella Londra vittoriana. Joss Whedon è diventato Joss Whedon per una ragione: si sarà anche giustamente trasformato in un paria per i comportamenti abusanti di cui è stato accusato, ma non c’è dubbio che sappia fare il suo mestiere. In questa produzione si sente il suo stile e il suo gusto, e quello del suo team (Jane Espenson in primis), compresa la sua inclinazione a ibridare i generi e a costruire arguti repartee. Questa non è la più riuscita delle sue opere, ma questa creazione steampunk è solida a sufficienza, con pennellate che rimandano alla settimana stagione di Buffy (con le “potenziali”) e magari echi di Dollhouse e Firefly. Percepire lui dietro a tutti per molti sarà una nota dolente, ma non per me, che non ho difficoltà in questa istanza a separare opera e autore.  

A causa di un evento sovrannaturale di una nave spaziale aliena che rilascia delle spore, alcune persone, donne soprattutto ma non solo, ricevono doti particolari, chiamate “turn” in originale, “svolte”. Sono i “Toccati”, visti dal governo britannico e dalla popolazione ordinaria come un pericolo. Amalia True (Laura Donnelly, Outlander), una giovane vedova che ha delle premonizioni a flash su eventi futuri, prende sotto la sua ala protettrice le sue simili in un orfanatrofio, di proprietà di Lavinia Bidlow (Olivia Williams, Counterpart), una ricca ereditiera confinata sulla sedia a rotelle. Accanto ad Amalia, che ha periodica necessità delle cure del dottor Horatio Cousens (Zackary Momh) che ha il potere della guarigione, c’è la sua migliore amica Penance Adair (Ann Skelly), prodigiosa inventrice che precorre il suo tempo. Da lei è attratto Augustus “Augie” (Tom Riley), fratello minore di Lavinia, anche lui con un potere che tiene segreto, quello di possedere la mente degli uccelli. Altre dotate di “svolte” sono la matura Lucy (Elizabeth Berrington), che distrugge le cose al toccarle; Myrtle (Viola Prettejohn), che parla infinite lingue mescolandole; Primrose (Anna Devlin), alta più di tre metri; Harriet (Kiran Sonia Sawar), che con un soffio tramuta tutto in vetro; Désireé (Ella Smith), prostituta che riesce a far confessare a chiunque quello che chiede; l’angelica Mary (Eleanor Tomlinson, Poldark), che con la sua voce riesce a cantare una melodia che quelli come lei riescono a sentire… Di quest’ultima è innamorato Frank Mundi (Ben Chaplin), l’ispettore di Scotland Yard, che cerca in particolare di catturare Maladie/Sarah (Amy Mandon) che, squilibrata e piena di dolore, è a capo di un gruppo di ribelli, fra cui Annie (Rochelle Neil) che produce e lancia fuoco dalle mani. Nelle loro vicende rimane coivolto anche Nimble Jack (Vinnie Heaven), ladro transessuale che riesce a produrre degli scudi “volanti”.      

A capo del potere tradizionale che non vede di buon occhio i cambiamenti c’è Lord Gilbert Massen (Pip Torrens, The Crown, Poldark), che incarna il passato, l’Impero, il patriarcato; il dottor Edmund Hague (Denis O’Hare, True Blood, American Horror Story) è un chirurgo che fa esperimenti sui “toccati” per capirne le “svolte”; Hugo Swann (James Norton) è un aristocratico pansessuale che impiega le doti di questi esseri speciali nel suo privato club sessuale; il “Re Mendicante” (Nick Frost) è un leader dei criminali londinesi; i “puristi”, che si identificano con un fazzoletto rosa annodato intorno al braccio, pure, sono un movimento di persone ostili.

La prima stagione è stata suddivisa in due parti, e a chiusura della prima vendono date alcune essenziali spiegazioni su come tutto questo ha avuto origine. In “True” (1.06) infatti la narrazione si sposta in un futuro remoto in cui un’unità di soldati della Coalizione di Difesa Planetaria (PDC) cercano di difendere un Galanthi da un’altra fazione chiamata FreeLife Army. I Galanthi sono una razza aliena in grado di attraversare portali spazio-temporali che cercano di aiutare gli umani a salvare una terra sull’orlo dell’annientamento ecologico. A emergere è il personaggio di Stripe (Claudia Back). Qui il fulcro della mitologia di base, che dall’elenco di personaggi sopramenzionati è evidente essere molto ricca e dettagliata, è definito con chiarezza, e chiude la parentesi whedoniana.

Che sia un’allegoria antropologico-politica è perfino scontato da dire. Quella che è riuscita è la commistione passato-presente-futuro in modo che commenta la realtà su più livelli temporali. E l’asse di scontro principale è fra tradizione e progresso. Lord Masse e Amalia hanno un diverbio in cui lui sostiene che il caos non è cambiamento, che nel mondo c’è un’armonia che vale la pena preservare, e che gridare per avere riconoscimento non rende la gente degna di ottenerlo. Lei ribatte acutamente che l’armonia, per come la capisce lei, è formata da voci differenti che cantano note differenti, al che lui rincalza ammettendo che è vero, ma che una è sempre sopra all’altra (1.01). In seguito (1.05), l’aristocratico osserva che una cosa che minaccia l’ordine naturale, per quando carina possa essere, è per definizione mostruosa, mentre il Re Mendicante sostiene che in realtà non c’è niente di naturale nell’ordine. Quello che è il motore di fondo ideologico qui sembra perciò essere proprio la lotta e l’equilibrio fra rivoluzione e restaurazione, fra passato e futuro, in ogni possibile declinazione, come si incontrano e scontrano. 

Si è in bilico fa momenti di lotta fisica e momenti più meditati e delicati, ma nel personaggio centrale della tosta True c’è matura disillusione, ma anche consapevolezza dell’importanza di combattere per quello in cui si crede. E senso di solidarietà, particolarmente solido nell’amicizia fra lei e Penance, che ancora le vicende.

Dal settimo episodio la serie va in mano alla showrunner britannica Philippa Goslett, di cui al mio scrivere ancora si devono vedere le creazioni (previste per il 2022), e si può solo aspettare per capire che cosa il programma diventerà.

mercoledì 2 giugno 2021

INDUSTRY: neolaureati al lavoro nell'alta finanza

Sesso, droga e iperlavoro, non necessariamente in quest’ordine, sono gli elementi fondanti di Industry (HBO, BBC2), su un gruppo di neolaureati che cominciano un periodo di prova presso un’importante banca londinese, la Pierpoint & Co.: alla fine del ciclo (e della stagione televisiva) verranno valutati per capire chi di loro vale la pena assumere. Giovani donne e uomini che si mettono alla prova e scoprono chi sono in un mondo del lavoro ulttracompetitivo. Il pilot trasmette proprio quella tensione performativa e quell’ansia da prestazione che vivono i protagonisti, uno dei quali per questa ragione fa una brutta fine. Il titolo è comunque generico perché, sebbene qui si sia nel mondo dell’alta economia e finanza, è applicabile anche ad altri settori: quello che è sotto i riflettori sono le mircopolicy di certi ambienti (cfr l’intervista con gli autori in TV’s Top5).

Harper (Myha’la Herrold) è un’americana che ha mentito sulle proprie credenziali per essere lì, ma supera la paura di venire scoperta quando Eric (Ken Leung, Lost), suo mentore, la prende sotto la sua ala. Yasmin (Marisa Abela), che ha genitori di origina libanese e parla fluentemente anche arabo e spagnolo, viene da una famiglia economicamente e socialmente privilegiata, e vive con il fidanzato con il quale c’è un rapporto un po’ fiacco. Robert (Harry Lawtey) è un laureato a Oxford proveniente dalla classe operaia che è desideroso di apprendere i costumi del nuovo ambiente in cui ora si trova a navigare e presto comincia a provare attrazione per Yasmin e a flirtare con lei. Augustus "Gus" (David Jonsson), un gay nero britannico laureato in studi classici a Eton e Oxford, che condivide un alloggio con Robert, sa di valere. Hari, un laureato della scuola pubblica, figlio di immigrati di lingua urdu, è tesissimo e ansioso: finisce per dormire nella toilette perché non ha nemmeno il tempo di tornare a casa. A supervisonarli ci sono numerosi dipendenti senior della banca, ma in particolare creano un rapporto con Daria (Freya Mavor). Sara Dhadwal (Priyanga Burford) è la presidente della banca.

Mickey Down e Konrad Kay, che hanno una formazione nel mondo dell’alta finanza e hanno ideato la serie, hanno reso quel mondo in modo realistico, riuscendo a rendere appetibili e comprensibili situazioni economiche complicate: anche quando non capisci, riesci a comunque a comprendere che cosa sta accadendo. Hanno attivato anche l’interesse di Lena Dunham (Girls), che ha diretto il pilot, e si sente come possa essere vicino alla sua sensibilità, specie nelle relazioni personali. Anche nella descrizione degli atti sessuali la serie è molto esplicita, anche se non l’ho mai percepita come volgare.

Come si possa essere molto bravi e molto inesperti viene reso alla perfezione qui: è uno dei punti di forza del programma, che nel finale decolla proprio, mostrandosi più di mero escapismo. Poco dopo la metà della stagione, Eric chiude la porta della sala riunioni, dove le chiede di andare per parlarle in privato, e fa una ramanzina ad Harper. ATTENZIONE SPOILER. Su quel chiudere quella porta si costruiscono successivi ben calibrati colpi di scena, fino alla detonazione finale. La regia è stata sottile a sufficienza da far notare che la porta veniva chiusa – io so di aver percepito che mi sarei sentita a disagio, per il fatto che veniva chiusa a chiave, se fosse capitato a me nella vita vera -, ma non così tanto lì per lì, da far capire che poteva essere un potenziale problema. Quando Harper chiede di aprire la porta, lui lo fa subito senza problemi. Questo mi aveva rilassata, e mi sono detta che forse ero io che avevo percepito una situazione “di potenziale pericolo”.  

Appena Harper nella puntata successiva (1.06) lo menziona a Daria, lei sottolinea come sia un comportamento inadeguato, e Eric viene licenziato, e ad Harper viene chiesto di firmare una sorta di NDA. In chiusura però Harper viene messa davanti a una scelta: dire che è stata forzata da Daria a fare quella dichiarazione, e così reintegrare Eric, oppure lasciare che le cose stiano come stanno. Daria e la presidente della banca, Sara, le dicono che vogliono l’opportunità di cambiare la cultura. All’uomo invisibile vogliono sostituire la donna visibile.

La scelta finale di Harper, che non spoilero, è interessante perché in qualche modo apparentemente mette in contrapposizione istanze e aspirazioni femministe e lealtà personali, ma in realtà fa riflettere su che cosa significhi anche eventualmente fare delle scelte femministe. In questo entra in gioco anche una molestia che Harper ha dovuto subire da una cliente proprio nel pilot. E che cosa significhino l’integrità e la relazione personale in una ambiente in cui apparente non hanno un valore. Ad un certo punto, viene insegnato alla ragazza come misurare, con la clessidra, il tempo al telefono in cui, prima di parlare d’affari ci si dedica alle vicende personali del cliente, per dare l’illusione di un legame, che in realtà ha interesse solo in termini economici. Su quello standard ci si misura. E si riflette, anche su quello che è apparente e performativo, e quello che è sostanziale.  

Alla fine, un programma notevole, che alla luce della prima stagione intendo proseguire. Che avesse menzioni agli Emmy in qualche categoria non mi sorprenderebbe.

lunedì 5 ottobre 2020

I MAY DESTROY YOU: sulla "rape culture"

Il drink di una giovane donna viene drogato e lei, priva di coscienza, viene violentata. Quando si risveglia non ricorda quasi nulla. Fa denuncia dell’accaduto alla polizia, ma alla fine dei conti è un nulla di fatto. Questo è in soldoni il nerbo attorno a cui si costruisce la notevole I May Destroy You (BBC1 – HBO), serie ideata e scritta da Michaela Coel (Chewing Gum), che interpreta anche il ruolo principale di Arabella, una influencer di Twitter londinese che ha un contratto con una casa editrice per scrivere un libro. È proprio mentre si prende una pausa di un’oretta dal lavoro che le capita questo devastante evento.

Non è sicuramente la prima volta che in TV viene affrontato il tema delle bevande che vengono spiked ai fini di stupro,  penso ad esempio a Veronica Mars che su questo argomento ha costruito un’intera stagione. Qui suona più personale e crudo, e il tema del consenso si svolge in un momento storico in cui c’è una crescente “sintonizzazione” collettiva sulla rape culture in senso ampio.  Le puntate zig-zagano e riflettono su molti aspetti connessi (infra) e intersezionali (gender, orientamento e razza in primis), ma è nella finale che illumina il percorso fatto, con una valenza fortemente metatesuale in riferimento al ruolo della scrittura. Nel vedere la protagonista che febbrilmente lavora al proprio libro spostando dalla parente i post-it che ne costituiscono l’outline, si è assistito più nello specifico in questo segmento a un poioumenon - per utilizzare quel termine tecnico che indica un artefatto artistico che racconta la storia della propria stessa creazione – che ce la mostra come una narrazione intenta a scardinare le retoriche più usuali che nascono da queste premesse.

Arabella, che non riesce a ottenere giustizia dal canali ufficiali, perché la polizia non ha prove sufficienti, finalmente (1.11) e inaspettatamente ricorda quello che è accaduto e questa epifania la porta ad immaginare, contemporaneamente come scrittrice e come vittima, delle storie che chiudano e diano un senso a quello che le è accaduto: ora è una brutale, irrealistica ma catartica storia di vendetta, ora è una storia di compassione per il carnefice, ora è l’immaginarsi un incontro consensuale ed equilibrato. Alla fine nessuna di queste alternative è convincente, quello che accade è che la vita continua, in un modo che non fa rumore. Il “lieto fine” è avere successo grazie anche alla vicinanza e al sostegno dei propri amici, qui Terry (Weruche Opia), un’aspirante attrice, e Kwame (Paapa Essiedu).

Arabella non riesce più a scrivere, ha comportamenti erratici e maleducati, i social ne fanno un’eroina e la trasformano in una star, ma la demoliscono anche, è allo sbando, una “diavola” (come allegoricamente la fanno vestire per Halloween) senza direzione. Questi in parte sono gli effetti psicologici della violenza, perché i danni non sono solo il sangue e le ecchimosi che le foto registrano su ginocchia, inguine, testa, o le lacrime, e non sono solo nell’immediato. Ma in parte è anche carattere: è un personaggio respingente. Si droga nella vita privata, ha anche un ragazzo, Biagio (Marouane Zotti), che è un spacciatore italiano  - e alcune scene sono girate ad Ostia –, ha sotto il letto il “ricordo” di un aborto di cui si era dimenticata…ha un passato complicato e spesso si comporta male, ma questo non significa che “se la sia andata a cercare”. Le cose si mescolano, come nella realtà. E questo confondere le acque, questa indeterminatezza di reazioni la rendono vivamente umana.

Se la scotomizzazione (farmacologica o psicologica che fosse) da parte della protagonista foraggia tentativi di ricostruzione mnemonica dell’evento principale, il precipitato di quella stessa rape culture che lo ha causato si sostanzia in storie minori e orbitanti, che stratificano la riflessione. Si parla di stealthing, quando un suo partner sessuale toglie il preservativo senza che lei se ne avveda (1.04), ad esempio. Kwame, gay, subisce pure lui un violenza sessuale da parte di un altro uomo. (1.04). Quando  accompagna l’amica alla polizia, sente che “la gente non sa che cosa è un crimine e cosa non lo è, e non lo denuncia” (1.05). Lui sta male per quello che ha subito, ma lui stesso non è sicuro che quello che gli è accaduto sia infatti un crimine – c’è il sessismo che fa credere che un uomo non possa essere violentato, che gli debba piacere per forza. In cerca di superare l’esperienza va a letto con una donna, per rivelarle solo dopo di esser gay (1.08) e perpetra lui stesso un modello di disonestà che la ragazza non riesce a perdonargli. Pure, una giovane donna che gestisce un corso di auto-aiuto a cui Arabella partecipa, da ragazzina aveva accusato ingiustamente di violenza carnale un compagno di classe. Alla fine della puntata (1.06), scopriamo in modo sorprendente, agghiacciante, che lo aveva “imparato dalla madre” che la aveva costretta a mentire sul proprio padre accusandolo di molestie sessuali perché lei potesse ottenere la sola custodia della figlia. Lei era troppo piccola per capirne le implicazioni e aveva ubbidito a quello che la madre aveva chiesto di fare. Non mi pare che si vada nella direzione del dire che le vittime diventano per forza carnefici (la letteratura in proposito dice infatti che non è così), ma sicuramente si dice che certi comportamenti sono appresi e perpetuati da assenza di onestà e di dialogo e di mancanza di consapevolezza, e che il fondamento del cambiamento verso una cultura più salubre è il consenso. Riguardano la sfera sessuale, ma sono comportamenti che attengono ai rapporti di potere ed eventualmente al mancato rispetto reciproco.

Bisogna dar credito anche a una serie che riesce a rendere più audace un rapporto sessuale in cui lei ha il ciclo mestruale, e il partner maschile si sofferma ad esaminare affascinato un grumo di sangue, che non un menage a trois che avviene nella stanza accanto.

Situazioni sgradevoli e personaggi occasionalmente odiosi non la rendono una visione facile, ma non si può negare che sia una visione pregnante, e una narrazione rilavante.   


sabato 11 luglio 2020

THE RIGHTEOUS GEMSTONES: satira tamarra

Pur capendone lo spirito satirico, apprezzandone la recitazione del notevole cast, e godendo degli inaspettati colpi di scena, non mi sono appassionata all’apprezzato The Righteous Gemstones (HBO), il cui tono iperbolicamente parodistico mi ha infastidita più che farmi ridere.

I Gemstones sono una famiglia di televangelisti. Dopo la scomparsa dell’amatissima e riverita moglie Aimee-Leigh (Jennifer Nettles), con cui ha costruito un impero religioso, il patriarca Eli (John Goodman, Roseanne) manda avanti la sua chiesa con migliaia di fedeli con l’aiuto dei suoi tre figli: Jesse, (Danny McBride), sposato con Amber (Cassidy Freeman), e con un rapporto conflittuale con il figlio maggiore Skyler (Skyler Gisondo), qui motore di molte delle vicende; Judy (Edi Patterson), che si sente sempre poco validata, sposata con un uomo mite perennemente fuori posto, BJ (Tim Baltz); e Kelvin (Adam DeVine, Modern Family), che si occupa dei più giovani e ha preso sotto la sua ala protettrice Keefe (Tony Cavalero), ex-seguace del demonio. I tre fratelli non fanno che litigare come bambinetti. A provare risentimento nei loro confronti è il fratello delle defunta, “Baby” Billy Freeman (Walton Goggins, The Unicorn), per il fatto che era lui con la sorella che aveva lanciato un brand che si è sentito sottrarre da Eli, grazie a lei diventato ricchissimo.

La scena iniziale dell’ultima puntata (1.09) incarna bene quello che la serie è nella sua essenza. Aimee-Leigh è appena spirata e tutti i familiari sono riuniti intorno al suo letto. Si prendono per mano per dedicarle un’ultima preghiera di saluto. Un’ape comincia a ronzare sulla defunta e poi fra loro, e nel tentativo sempre più maldestro e aggressivo di scacciarla, finiscono per vandalizzare la stanza dell’ospedale, davanti allo sguardo scioccato del personale. È eccessiva. In questo sovrabbondare di reazione c’è l’ilarità e in questo specifico esempio riesce. La vicenda viene ripresa più in là nella puntata: Baby Billy viene colpito da un fulmine e rischia di morire. Di nuovo, un’ape si poggia sulla sua fronte e qualcuno sta per schiacciarlo, ma Eli lo ferma. È un momento spirituale di riconciliazione. Perché le vicende sono infuse anche di momenti umanamente toccanti. Sono evidenti e sentiti, ma in qualche modo le due parti non si incollano bene fra loro, e l’effetto è di stonatura, per me.

Nel titolo questi predicatori vengono definiti “righteous”, ovvero virtuosi, retti, giusti, un termine classico sulla bocca delle congregazioni religiose. Quella parola di fronte ai fatti diventa presto grottesca. La facciata si sgretola immediatamente. Sono arraffoni, avidi, vendicativi, lussuriosi, pieni di sé, fedigrafi, corrotti, venali…perfino assassini. Si credono superiori, in uno zelo spocchioso, e il loro narcisistico ego è spassoso quando messo dinanzi alla reazione degli altri personaggi. Sono peccatori, e che peccatori. Si sono creati una vita opulenta predicando ciò che non praticano, ma in cui in fondo in fondo forse credono anche, e questo li redime – forse un po’ troppo. Jesse tradisce la moglie fra prostitute e sniffate di coca, cosa che lo porta a venire ricattato e a cercare di nascondere tutto. Quando pentito cerca di fare ammenda con Amber si ride anche che lei lo impallini sulle chiappe (scena che non può non avermi fatto tornare alla memoria Minx che nel 1986 in Santa Barbara ha fatto lo stesso, per altri motivi, con CC Capwell). Nel rapporto personale la redenzione ci sta anche, ma per tutto quello che ne è conseguito, non si vede vera consapevolezza, da parte del programma. Tutto scivola via. Forse non conosco a sufficienza di prima mano questo tipo di realtà io, per percepirne i graffi inferti dalla serie, che qui e lì riveste le vicende di parallelismi biblici – nella funzione pasquale, Skyler come Giuda sarebbe stato evidente anche se non lo avessero in qualche modo esplicitato.  

Gli accostamenti di questa creazione di Danny McBride (Eastbound & Down, e qui interprete di Jesse) a The Sopranos e Succession hanno senso, perché sembra esserne una versione tamarra, gridata e ridicola. Si mostra quanto siano patetici, ma si fatica ad andare oltre.   

venerdì 29 maggio 2020

L'AMICA GENIALE - seconda stagione: intelligenza e cultura



È egregia su tutta la linea la trasposizione della quadrilogia de “L’Amica Geniale” di Elena Ferrante da parte di Saverio Costanzo per HBO, Rai Fiction e TIMvision. L’ho letta interamente e mi è piaciuta molto, e mi sta convincendo altrettanto nella sua incarnazione televisiva.

Non ho scritto sulla prima stagione, lo faccio sulla seconda, “Storia del nuovo cognome” (su Raiplay la si trova qui), ma non per parlarne in senso ampio. Preferisco concentrarmi su un aspetto specifico che era presente anche prima, ma che, con le protagoniste ora più grandi, si è focalizzato ora in modo più specifico. Si tratta di uno degli aspetti che ho apprezzato di più anche sulla pagina scritta e qui vedo trascritto altrettanto efficacemente. Non si cade in quello che è un errore fin troppo comune (Modern Family docet) di confondere e far equivalere intelligenza e cultura.

Chi ha letto i romanzi e visto la serie sa bene che la storia si concentra sulle vite e l’amicizia dall’infanzia alla vecchiaia di due donne, Raffaella/Lila ed Elena/Lenù – in questa tranche interpretate rispettivamente da Gaia Girace e  Margherita Mazzucco. Il titolo “L’amica geniale” non è chiaro a chi delle due faccia riferimento: alla brillante e talentuosa Lila, a cui non è permesso di continuare a studiare e rimane culturalmente rozza, o alla diligente e preparata Lenù, meno appariscente ma sgobbona, che finisce per ricevere una borsa di studio per frequentare la Normale di Pisa e prosegue con successo gli studi? L’ambiguità è ovviamente voluta e probabilmente il titolo fa riferimento a entrambe.

Le due si ammirano a vicenda e si spingono e proteggono a vicenda nella propria formazione, e si invidiano anche: Lenù vede in Lila quell’acume naturale che lei ritiene di non avere, Lila vede in Elena qualcuno che ha saputo affinare il proprio intelletto attraverso lo studio, qualcosa che lei agognava a fare e in cui è stata ostacolata. Cerca di rimediare come può leggendo il più possibile, ma non è sufficiente. La narrazione non cade nell’illusione o nel pregiudizio che essere dotati ed essere colti siano la stessa cosa, ma riflette in modo forte su come la cultura, e il confronto fra menti che studiano, sia importante nel raggiungere la pienezza intellettuale. Se non viene stimolata, se non viene coltivata, l’intelligenza viene sprecata.

“Eri destinata a grandi cose” dice a Lila con rammarico la maestra Oliviero (2.07), che dalle elementari ha cercato di stimolare e proteggere il futuro delle due sue migliori allieve; “Si è proprio persa, Lila. Che peccato” commenta Nino Sarratore (Francesco Serpico), dopo che lei se ne va infastidita per una conversazione dalla quale ritiene di non aver appreso niente da loro che studiano. Lila si sente inadeguata di fronte  a quelli che sono più istruiti di lei, vede che a certi concetti non arriva più nonostante i suoi sforzi di stare al passo. E Lenù pure si sente inadeguata di fronte a Lila perché riconosce una capacità di penetrare gli argomenti che nonostante la sua cultura non è altrettanto incisiva. Lei aveva ottenuto quasi quello che voleva, ma “Lila come sempre era senza quasi” (2.07) e lei si sente rimpicciolita dalle parole dell’amica. C’è rivalità fra le due, ma una rivalità che è ammirazione reciproca e reciproco desiderio di successo per l’altra che però non è piatto e amorfo, è tinto anche dall’amor proprio e dalle insicurezze personali. Viene reso in modo sopraffino.

Gli autori (uso il plurale per intendere tanto la Ferrante come fonte primaria, quando Costanzo come fonte televisiva) pongono un grande valore alla cultura, allo studio, ai libri. Lila spinge continuamente Lenù a impegnarsi e quest’ultima le presta continuamente i propri testi e le letture che la appassionano. Quando Elena riceve per la prima volta dei libri nuovi, non usati (2.03) la madre Immacolata (Anna Rita Vitolo) li annusa, quasi si commuove. 

Si indaga costantemente il ruolo dell’ambiente della formazione culturale di una persona, e su che margine ci sia per un riscatto. Un professore universitario scoraggia Elena dal tentare la carriera accademica in favore dell’insegnamento alle magistrali, per formare studenti futuri, dicendo che l’affinamento avviene in generazioni e che la natura non fa salti (2.08). Le parole vagamente sdegnose e demolitorie deludono la giovane donna. Ci si domanda, con la protagonista che si interroga sul fatto se sarà mai in grado di affrancarsi dal rione che l’ha vista crescere, che il padre una volta laureata le fa attraversare quasi in passerella per vantarsi orgoglioso, quanto di vero e quanto di pregiudizio ci sia in una posizione del genere. E  quanta intelligenza nella lungimiranza nelle maestre di quartiere e dei genitori che, pur nella loro ignoranza, hanno saputo vedere oltre e scommettere sulle capacità delle proprie figlie.  In parte c'è di fondo il perenne quesito di natura vs cultura, ma forse proprio perché non si mettono in contrapposizione, ma se ne guardano le interazioni, il ragionamento che ne esce è molto complesso.  

Nella vita di tutti i giorni, ho spesso incontrato riflessioni su questo tema, ma mai l’ho visto trattato con tanta sagacia, acume, e sottigliezza come qui. E la serie ha reso completamente giustizia al libro – ai libri, volendo. Geniale davvero.   

sabato 18 gennaio 2020

HIS DARK MATERIALS: una serie senza "daimon"


Tratto dal’omonima trilogia di Philip Pullman, in His Dark Materials – Queste Oscure Materie (su Sky Atlantic, in Italia) siamo in una realtà parallela in cui ogni essere umano è accompagnato da un “daemon – daimon”, l’anima della persona che assume fattezze di animale e che non le si allontana fisicamente mai di molto. Se qualcosa succede all’una si riflette sull’altra, e viceversa. In ogni caso, finché una persona non diventa adulta, il suo daemon può cambiare fattezze.

Protagonista è una ragazzina, Lyra Belacqua (Dafne Keen), sempre credutasi orfana, cresciuta nel prestigioso Jordan College di Oxford – e il suo daimon si chiama Pantalaimon, “Pan”. Si ritiene che la sua vita sia legata a un’antica profezia: è destinata a liberare l’umanità dal potere repressivo del Magisterium, la più alta autorità religiosa del suo mondo – questa è un’informazione che leggo su IMDB, nella serie in sé si è molto più vaghi. Qualsiasi scoperta che abbia un'attinenza con le dottrine della Chiesa deve essere annunciata attraverso questo potente organo clericale, che è anche censore, per evitare che si sviluppino eresie. Lyra è l’unica persona in grado di leggere senza dei libri che aiutano a decifrarlo un prezioso strumento chiamato aletiometro, un misuratore di verità. Lyra vorrebbe unirsi a quello che pensa essere suo zio, il brillante studioso ed esploratore Asriel (James McAvoy), ma finisce per andare lei stessa in un viaggio avventuroso alla ricerca, insieme al popolo dei gyziani, di bambini, fra cui il suo più caro amico Roger (Lewin Lloyd), rapiti dai temibili “ingoiatori”, e poi alla scoperta del misterioso fenomeno della Polvere. Nella sua vita entra presto Mrs Coulter (Ruth Wilson, The Affair), una donna molto potente, le cui intenzioni non sono troppo chiare. Alla ragazzina si affianca anche un avventuriero, Lee Scoresby (Lin-Manuel Miranda).

Nonostante una trama e una mitologia molto ben definita e intrigante, la serie è un polpettone lento e pesante. Le prime due puntate intrigano, poi si affloscia, e si riprende un po’ con la sesta puntata. Sebbene non manchino continui eventi, non c’è verve, manca il dinamismo. Scene lunghe per dire nulla, per cercare di creare una suspense che non c’è. E ci sono stati momenti, specie in una sottotrama,  in cui sembrava di essere capitati in una puntata di A Discovery of Witches. Lo stesso destino di Lyra non è mai chiarito. Si capisce che ha un qualche ruolo da svolgere, ma è tutto così inconsistente e vago che non si sa perché dovrebbe importarci.

Non ho letto i libri, ed evidentemente la storia sulla carta stampata aveva un fascino che qui semplicemente sfugge. Sembra una buona idea sprecata da una cattiva costruzione narrativa. Tutti fanno un lavoro più che dignitoso,  ma il look è spento, sa già di vecchio, nonostante effetti speciali buoni e credibili. Dovrebbe essere una fantasia epica con mondi paralleli, streghe e orsi guerrieri. Non dico che condivido la posizione dello Spectator che arriva a scrivere che sembra una produzione scolastica realizzata con un alto budget – il più alto mai speso dalla BBC per una produzione, riportano – ma quando leggo che la giudicano goffa e deludentemente piatta con posso che concordare.

Poco vale che l’autore che ha adattato la saga per lo schermo, Jack Thorne, veda un parallelismo fra il Magisterium e il governo britannico e fra Lyra e Greta Thunberg, quando non si è nemmeno riusciti a trasmettere le basi del sottotesto intellettuale che rendeva ricchi i romanzi. Se c’è un elemento che mi è chiaro dal successo dei libri è che sono intrisi di considerazioni morali e teologiche, che ci si interroga sulla natura dell’anima, sul valore della religione organizzata e dell’autorità, sull’ambiguità della verità anche. Tutto questo nella diegesi televisiva è completamente obliterato. Se si è fortunati, verso la fine se ne può intravedere qualche spiraglio, ma proprio aiutati da tanta, tanta buona volontà.  Chi ha seguito la prima stagione – ce ne sarà anche una confermata seconda - capirà al volo perché mi esprimo così, ma è come se la serie stessa avesse un suo  daimon, e avessero fatto l’esperimento di taglierglielo via.