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venerdì 20 giugno 2025

EVERYONE ELSE BURNS: religione da ridere

È vagamente spiazzante, oltre che esilarante, la serie umoristica inglese (Channel4) Everyone Else Burns, su una famiglia di Manchester ultrareligiosa, che crede che presto arriverà la fine del mondo e “tutti gli altri bruceranno” (traduzione del titolo), ma evidentemente non loro. Appartenenti a una setta cristiana puritana, il fittizio Order of the Divine Rod (Ordine della Verga Divina – lo lascio in inglese, perché non c’è ancora una traduzione ufficiale e potrebbe poi essere diversa), sono estremamente rigidi: non è ammesso nessun divertimento - “come la Corea del Nord, ma almeno loro hanno le parate” (1.01); si viene allontanati dalla comunità per aver semplicemente consumato caffeina, e non si può più avere contatto con gli apostati; nel caso dei Lewis, i nostri protagonisti, si fanno anche “pratiche di apocalisse”, magari svegliati nel mezzo della notte per mettersi in salvo…

David (Simon Bird), il padre della famiglia, con il suo taglio di capelli a ciotola capovolta, lavora in un certo di smistamento pacchetti ed è maniacalmente preciso nel suo lavoro, ma quello a cui aspira è diventare un Anziano della sua comunità e si aspetta di diventarlo a breve perché, narcisista, si ritiene il migliore in tutto, ma i leader della sua chiesa hanno altre idee. Mamma Fiona (Kate O'Flynn) è completamente investita nella vita della sua famiglia e della sua comunità, ma vuole di più: quando il marito si rifiuta di acquistare un nuovo televisore quando il loro si rompe, va a guardare la TV dalla vicina e impara presto che ha talento per vendere oggettistica online, e si fa da fare in questo senso, sapendo mettere a tacere il marito quando serve. La diciassettenne Rachel (Amy James-Kelly) vorrebbe diventare medico, ma i suoi genitori le impongono sempre che trascorra piuttosto il tempo a predicare: vuoi studiare o salvare le anime per tutta l’eternità? Nei suoi giri nel cercare di convertire la gente incontra un ex-membro della chiesa, che come tale non dovrebbe frequentare, Joshua (Ali Khan), che guadagna qualcosa portando a spasso cani, e i due diventano presto amici. Il dodicenne Aaron (Harry Connor), bullizzato dai compagni, sfoga e sue emozioni disegnando, ed è un vero credente e non vede l’ora che l’apocalisse si verifichi, e rimane deluso quando non accade.

Everyone Else Burns riesce ad essere esilarante senza essere offensiva per i credenti o per la fede. Parte del bersaglio è indubbiamente in ogni caso la religione e i paraocchi che impone se diventa fanatismo. Si irride anche la pomposità di chi si ritiene superiore agli altri per il fatto di avere determinate credenze, ma allo stesso tempo non si disprezzano o svalutano queste persone, che sono guardate con affetto, con cuore.

Una parte dell’umorismo viene dalla sovversione delle aspettative. Quando Rachel torna a casa con un’ottima pagella, i genitori si domandano dove abbiano sbagliato con lei: sono delusi perché evidentemente ha trascorso troppo tempo sui libri e troppo poco a predicare, e il fatto che voglia frequentare poi l’università lo vedono come un crollo morale; David ritiene di aver tradito la moglie per pensieri da lui giudicati impuri che nessun altro vede come tali. Un'altra fonte di risate è la ripetizione di alcuni pattern: Aaron disegna sempre nuovi atroci modi in cui il padre soffre la dannazione eterna, o Gesù Cristo in modalità che lasciano intendere che il bambino possa avere desideri omosessuali non riconosciuti; i leader della chiesa deflettono in modo costante domande su questioni spinose.

A mano a mano che si procede con gli episodi i personaggi diventano più tridimensionali, e la serie finisce per essere un modo per guardare alla famiglia, alla crescita alle relazioni. David è il più esaltato, egoista e inconsapevole di esserlo, ma a modo suo ama la sua famiglia e si impegna ad essere un buon padre, ma è talmente preso nel suo mondo che non vede altro e dalla sua bocca possono uscire con nonchalant le frasi più atroci.

Rachel è quella che più spezza il cuore perché è quella che di più si scontra con il mondo esterno. La gente non le risponde, le sbatte la porta in faccia, la deride, e lei deve farsi scivolare tutto addosso. I genitori boicottano le sue legittime aspirazioni - penso al colpo di scena alla fine di 1.05, ad esempio, e quello che fa la madre al computer. Cerca di comportarsi al meglio e per lei mangiare una fetta di torta per festeggiare il proprio compleanno è già una grande trasgressione per cui si sente in colpa. In più viene a contatto con la realtà esterna per cui magari ha aspettative e desideri diversi da quelli ristretti che la sua religione le impone. Finché conosci solo una realtà non la metti in discussione tanto quanto quando vedi delle alternative. Nel seguire le stroyline che la riguardano, non ho potuto non pensare a libri come L’educazione di Tara Westover, che ho letto, o How to Say Babylon, di Safiya Sinclair, che non ho letto ma di cui ho sentito un’intervista all’autrice. Raccontano la loro vita in un contesto religioso estremamente patriarcale, chiuso, limitante e anche perverso nella rigidità dei suoi dogmi e nella impossibilità di confronto con chi la pensa in modo diverso, il primo di matrice mormona, il secondo rastafari, e raccontano sia della percezione che gli altri avevano di loro, sia le loro scoperte e difficoltà nel vivere nella realtà ordinaria. In questa sit-com single-camera ci vedo scintille di quel tipo di vissuto.

Quello che è messo in scena in Everyone Else Burns nella vita vera suona folle e anche crudele nei confronti di chi non lo sceglie per sé, ma nella finzione immaginata da Dillon Mapletoft e Oliver Taylor fa ridere di gusto. La prima stagione ha sei puntate ed è previsto l'arrivo in Italia, anche se non è chiaro quando e dove. Una seconda stagione è già stata realizzata. 

sabato 11 luglio 2020

THE RIGHTEOUS GEMSTONES: satira tamarra

Pur capendone lo spirito satirico, apprezzandone la recitazione del notevole cast, e godendo degli inaspettati colpi di scena, non mi sono appassionata all’apprezzato The Righteous Gemstones (HBO), il cui tono iperbolicamente parodistico mi ha infastidita più che farmi ridere.

I Gemstones sono una famiglia di televangelisti. Dopo la scomparsa dell’amatissima e riverita moglie Aimee-Leigh (Jennifer Nettles), con cui ha costruito un impero religioso, il patriarca Eli (John Goodman, Roseanne) manda avanti la sua chiesa con migliaia di fedeli con l’aiuto dei suoi tre figli: Jesse, (Danny McBride), sposato con Amber (Cassidy Freeman), e con un rapporto conflittuale con il figlio maggiore Skyler (Skyler Gisondo), qui motore di molte delle vicende; Judy (Edi Patterson), che si sente sempre poco validata, sposata con un uomo mite perennemente fuori posto, BJ (Tim Baltz); e Kelvin (Adam DeVine, Modern Family), che si occupa dei più giovani e ha preso sotto la sua ala protettrice Keefe (Tony Cavalero), ex-seguace del demonio. I tre fratelli non fanno che litigare come bambinetti. A provare risentimento nei loro confronti è il fratello delle defunta, “Baby” Billy Freeman (Walton Goggins, The Unicorn), per il fatto che era lui con la sorella che aveva lanciato un brand che si è sentito sottrarre da Eli, grazie a lei diventato ricchissimo.

La scena iniziale dell’ultima puntata (1.09) incarna bene quello che la serie è nella sua essenza. Aimee-Leigh è appena spirata e tutti i familiari sono riuniti intorno al suo letto. Si prendono per mano per dedicarle un’ultima preghiera di saluto. Un’ape comincia a ronzare sulla defunta e poi fra loro, e nel tentativo sempre più maldestro e aggressivo di scacciarla, finiscono per vandalizzare la stanza dell’ospedale, davanti allo sguardo scioccato del personale. È eccessiva. In questo sovrabbondare di reazione c’è l’ilarità e in questo specifico esempio riesce. La vicenda viene ripresa più in là nella puntata: Baby Billy viene colpito da un fulmine e rischia di morire. Di nuovo, un’ape si poggia sulla sua fronte e qualcuno sta per schiacciarlo, ma Eli lo ferma. È un momento spirituale di riconciliazione. Perché le vicende sono infuse anche di momenti umanamente toccanti. Sono evidenti e sentiti, ma in qualche modo le due parti non si incollano bene fra loro, e l’effetto è di stonatura, per me.

Nel titolo questi predicatori vengono definiti “righteous”, ovvero virtuosi, retti, giusti, un termine classico sulla bocca delle congregazioni religiose. Quella parola di fronte ai fatti diventa presto grottesca. La facciata si sgretola immediatamente. Sono arraffoni, avidi, vendicativi, lussuriosi, pieni di sé, fedigrafi, corrotti, venali…perfino assassini. Si credono superiori, in uno zelo spocchioso, e il loro narcisistico ego è spassoso quando messo dinanzi alla reazione degli altri personaggi. Sono peccatori, e che peccatori. Si sono creati una vita opulenta predicando ciò che non praticano, ma in cui in fondo in fondo forse credono anche, e questo li redime – forse un po’ troppo. Jesse tradisce la moglie fra prostitute e sniffate di coca, cosa che lo porta a venire ricattato e a cercare di nascondere tutto. Quando pentito cerca di fare ammenda con Amber si ride anche che lei lo impallini sulle chiappe (scena che non può non avermi fatto tornare alla memoria Minx che nel 1986 in Santa Barbara ha fatto lo stesso, per altri motivi, con CC Capwell). Nel rapporto personale la redenzione ci sta anche, ma per tutto quello che ne è conseguito, non si vede vera consapevolezza, da parte del programma. Tutto scivola via. Forse non conosco a sufficienza di prima mano questo tipo di realtà io, per percepirne i graffi inferti dalla serie, che qui e lì riveste le vicende di parallelismi biblici – nella funzione pasquale, Skyler come Giuda sarebbe stato evidente anche se non lo avessero in qualche modo esplicitato.  

Gli accostamenti di questa creazione di Danny McBride (Eastbound & Down, e qui interprete di Jesse) a The Sopranos e Succession hanno senso, perché sembra esserne una versione tamarra, gridata e ridicola. Si mostra quanto siano patetici, ma si fatica ad andare oltre.   

domenica 20 gennaio 2019

PURE: comunità mennonita e spaccio di droga


È stata un crescendo la costruzione di Pure, serie della canadese CBC, rinnovata per una seconda stagione da WGN America. Dopo un pilot lento e poco denso si sarebbe stati tentati di gettare la spugna, ma al termine delle sei puntate si vogliono rivedere i personaggi scritti da Michael Amo con la regia di Ken Girotti.

Siamo in una comunità mennonita canadese. Il nuovo pastore locale, Noah Funk  (un Ryan Robbins che ben trasmette la mite intensità e la lacerazione del protagonista) viene coinvolto suo malgrado in un giro di criminalità legata allo spaccio di droga con un boss di stanza in Messico, Eli Voss (Peter Outerbridge). Cercano di aiutarlo la moglie Anna (Alex Paxton-Beesley) e il fratello Abel (Gord Rand).  Per proteggere la propria famiglia e i fedeli che vedono in lui una guida, decide di collaborare con la polizia  per raccogliere prove e assicurare alla giustizia i criminali tornando a una vita di lavoro, servizio e preghiera. Bronco Novak (AJ Buckley), che da ragazzo era interessato a sua moglie, lo arruola come informatore per la DEA, i cui contatti vengono gestiti dall’agente texana Phoebe O’Reilly (Rosie Perez). La figlia di Noah, Tina (Jessica Clement), che è interessata sentimentalmente al figlio di Bronco, con cui va a scuola, Ben (Aaron Hale), scopre molto della situazione, diversamente dal fratello Isaac (Dylan Everett) che, pronto per il battesimo, ambisce a una vita negli ideali in cui lo hanno cresciuto.

Ispirata da un reale ring di operazioni di contrabbando di marijuana e cocaina  fra gruppi mennoniti del Messico e del Canada, la serie ha ricevuto critiche dalla comunità di appartenenza perché li metteva in cattiva luce sulla base di disdicevoli eventi di cronaca, vedendo in questo alla fine un’occasione di apprendimento – “Chiaramente, non siamo immuni dallo stereotipare altri gruppi. Spero che Pure ci aiuti a riflettere su quello che stiamo provando. Spero che ci renda più consapevoli di quello che noi stessi presumiamo degli altri”, scrive Dan Dyck, direttore delle relazioni e comunicazioni della Chiesa Mennonita del Canada (qui).

Un altro motivo di scontento è stato che la serie si permette troppe licenze poetiche nella rappresentazione della vita (i mezzi di trasporto, gli abiti, il rapporto con la tecnologia…) e del credo religioso. Uno storico dei Memmoniti, Sam Stainer – le sue recensioni di ciascuna puntata si possono trovare sul suo sito a partire dalla prima – critica ad esempio il fatto che si confondono gruppi religiosi diversi, mischiando i Mennoniti del Vecchio Ordine con gli Amish del Vecchio Ordine e Mennoniti Low German. C’è stata però ricerca alla base: gli attori parlano anche il Low German usato nella realtà, con sottotitoli in inglese. E gli autori si sono difesi dall’accusa dicendo che è stata una scelta volontaria, di tipo etico, per non implicare nessuna autentica comunità nelle vicende della finzione e infatti la “colonia” da loro rappresentata, quella degli Edenthaler, non esiste.

Quale sia la scelta morale più giusta, in queste circostanze, è difficile a dirsi, ma certo questo è un buon terreno di riflessione in proposito. Io personalmente tenderei a trovare più adeguata una rappresentazione veritiera di uno specifico gruppo, anche lì dove lo dipingesse in modo negativo, pur capendone i rischi connessi. È più probabile che dia credito a quello che vedo nei termini della loro dottrina, che non che corra il rischio di estendere il marciume di un gruppo a tutti gli altri. Anche perché se ho deciso di  dare una possibilità alla serie non è certo per vedere l’ennesima storia di spaccio di droga – già di suo argomento di scarso interesse per me, figurarsi con tutte quelle che già ci sono – ma per scoprire, antropologicamente potremmo dire, una cultura marginale che mi intriga.

La curata cinematografia ben esalta le bellezze scenografiche della Nova Scotia, dove sono state fatte le riprese, sebbene l’ambientazione sia di fatto nell’Ontario rurale. Le vicende prendono il via con l’esecuzione di una famiglia Messicano-Mennonita in fuga. Il bimbo Ezechiel riesce a fuggire e viene accolto dalla colonia locale guidata da Funk, ma la famiglia Epp, che lavora con Voss, vuole riprendersi il bambino. Le vicende sono lente, impantanate, e sono più le relazioni personali, e in particolare l’attrazione nascente fra Tina e Ben, a  costituire ragione di interesse. Nel corso della storia però si cresce, in spessore emotivo anche, con due puntate conclusive davvero appassionanti. A questo punto, la psicologia di primari e comprimari è ben delineata, e ci sono stati dei passaggi davvero mirabili come il confronto fra Anna e Joey Epp (Dylan Taylor): (Attenzione spoiler) lei lo seduce facendogli credere di volerlo come il padre dei suoi figli, se fosse mancato il marito, e lui ammazza il fratello Gerry per impedirgli di uccidere la famiglia Funk, ma lei si ritrae con conseguente disperazione di lui. Ben costruito ed eseguito. O come l’incontro-scontro fra Voss e Noah in cui fede, famiglia e morale vengono discussi apertamente e due filosofie opposte incarnate e vissute. I rapporti fra i coinvolti scorrono profondi ed emergono un poco alla volta.

La narrazione alla fine è coinvolgente e, con uno stile sommesso, potente. Bisogna arrivare alla fine però, perché sula base della prima metà della stagione non ci si sarebbe scommesso. La scrittura si prende i suoi tempi, ma allo stesso tempo ha un'essenzialità che non lascia spazio a divagazioni. Pare ci siano anche riferimenti alle scritture e alla “mitologia religiosa” del gruppo – come nel caso di Noah messo al rogo – che io, da me, non sono in grado di cogliere.
       
E parte della forza del programma sta proprio nel mostrare come sia difficile rimanere virtuosi anche lì dove è il proprio obiettivo principale, finché il contesto che ti circonda ti costringe da altre parti. Noah Funk letteralmente supplica Voss di permettergli di tornare alla vita onesta che desidera condurre. Bello il titolo perché in Pure ben si agglomera la purezza della droga alla purezza come valore di una comunità che vi aspira.

venerdì 7 luglio 2017

THE LEFTOVERS: la terza e ultima stagione


ATTENZIONE SPOILER. È terminata su una nota positiva la terza e ultima stagione di The Leftovers il sui senso ultimo, attraverso Kevin (Justin Theroux) e Nora (Carrie Coon) che ora anziani si ritrovano, è stato quello di dire che, anche se non li dimenticheremo mai, dobbiamo avere il coraggio di lasciarci alle spalle chi è scomparso ed esserci gli uni per gli altri nel presente, amandoci al meglio delle nostre capacità. E in modo davvero geniale si è riusciti sia a dare una spiegazione di tutto, sia allo stesso tempo di lasciare il sospetto che nulla sia vero. Quello che conta è che si scelga di crederci. Questo in fondo è il senso della religione, sembrano voler dire, non conta se sia vero o no, conta se ci si creda o no. La disamina dello spirito religioso è in fondo una delle correnti forti sottese al programma. E l’intera stagione è stata incentrata sulle storie – religiose o meno che siano - che ci raccontiamo per riuscire a dare un senso alla vita.

Nora la vediamo mentre si appresta a eseguire una procedura che la catapulterà nella stessa dimensione dove si ritiene sia finito il 2% della popolazione a suo tempo scomparsa. Il vano che le permetterà di trasportarsi sta per riempirsi di uno speciale liquido che pare acqua, e all’ultimissimo istante le sentiamo gridare “s...”. E lì si stacca la scena. Quella esse sta per “stop”? Ha deciso di rinunciare all’ultimo momento?  Quando la rivediamo anni dopo,  ormai incanutita, racconta a Kevin di essere andata dall’altra parte, di aver trovato un mondo speculare in cui era scomparso il 98% della popolazione. Ha visto il lutto generale. Ha ritrovato i suoi figli e suo marito, ma non si è voluta rivelare perché si è resa conto che ormai avevano una loro nuova vita, felice per quel che poteva esserlo. Ha ricontattato lo scienziato responsabile della tecnologia che l’ha portata lì per farsi rimandare indietro. È vera la sua storia o è frutto della sua immaginazione o è comunque qualcosa che racconta anche se stessa per sopravvivere? Kevin decide di crederle, sta a noi decidere se vogliamo fare altrettanto.

Gli autori sono stati autenticamente geniali proprio perché non solo sono riusciti a lasciare nell’incertezza con un espediente sufficientemente banale in apparenza, ma anche perché in quella stessa incertezza è trattenuto e condensato il significato ultimo della serie tutta. “Let the Mistery be” (Lascia che il mistero sia) di Iris DeMent  dice la canzone che è stata la sigla della seconda stagione e che viene ripresa in chiusura di una terza che ha deciso ad ogni puntata di cambiare tema musicale.  (La musica è stata sempre usata in modo sublime, e sull’ultima puntata si legga il lunghissimo, ma appassionante articolo di Vulture).

The Leftovers è talmente densa e concettosa, allucinatoria e perennemente ai limiti dell’onirico, da rendere mastodontico ogni tentativo di esegesi che non sia disposto ad accuratamente analizzare ogni puntata ed ogni passaggio. Non ha senso e ne ha completamente. I riferimenti religiosi sono numerosi, si pensi anche solo al diluvio universale che è stato un po’ il filo conduttore dell’ultima stagione ambientata in Australia,  alla capra della season finale, su cui i partecipanti ad una festa caricano delle collane che rappresentano i propri peccati, e al fatto che iniziamo questo arco con “il libro di Kevin” e lo chiudiamo con “il libro di Nora”. È una serie difficile, criptica, degna erede di quella angoscia esistenziale che ha caratterizzato già Lost. E non è stata da meno nella stagione conclusiva, con puntate indimenticabili come “Crazy Whitefella Thinking” (3.03), come “It’s a Matt, Matt, Matt, Matt World” (si veda qui, e su cui si potrebbe innestare tutta una riflessione su autorialità e critica) o come l’apocalittica “The Most Powerful Man in the World (And His Identical Twin Brother)”, risposta-prosieguo alla celebrata puntata “International Assassin” (2.08). Il cast è superbo, anche quando è costretto ad autentici tour de force.

È un elusivo vangelo quello che mettono in scena Damon Lindelof e Tom Perrotta. Doloroso e poetico, che va vissuto più che analizzato. È arte. 

domenica 11 settembre 2016

THE PATH: la religione dei Meyeristi


È la religione il fulcro dell’interesse di The Path (sul servizio Hulu), che sbircia dietro le porte chiuse di una setta, o  meglio un “movimento”, come ribadiscono loro ad ogni piè sospinto. L’ideatrice Jessica Goldberg  giura che non intende parlare di Scientology in forma mascherata, e c’è da crederle ma solo fino a un certo punto. Certi aspetti richiamano in modo diretto il controverso culto, come l’utilizzo di aggeggi elettronici alla maniera degli e-meter, gli incontri simil-auditing, la gerarchia su più livelli, lo shunning, ovvero il rigetto sociale totale dal contatto con in membri della  comunità religiosa nel momento in cui ne si rinnegano i principi, anche se è vero che che quest’ultima non è una pratica solo di Scientology (basti pensare agli Amish, che pure la praticano). Il suo punto è proprio questo: la mitologia di ciascuna religione sarà anche diversa, ma per la maggior parte hanno elementi in comune: rituali da svolgere, specie in occasione di momenti significativi della vita; aspirazioni comuni; linguaggio e immaginario condiviso;  sistemi per punire chi commette “infrazioni”; concezioni definite su quello che accadrà dopo la morte; gestione del rapporto con coloro che non credono e con i materiali che non seguono i propri principi. Questo a lei interessa indagare e, vissuta a contatto con molte religioni differenti, ha voluto idearne una sua, anche per far fronte a una sua personale profonda crisi spirituale.

I Meyeristi hanno come proprio libro sacro “La Scala”, ovvero le rivelazioni che sta facendo a tappe il loro guru, Stephen Meyer (Keir Duella), che immagina una metaforica scala verso l’illuminazione, un percorso in cui salire superando dolori e negatività verso l’autoconsapevolezza nella Luce. All’inizio della serie tutti lo credono in Perù, intento a scrivere gli ultimi “scalini” della scala, in realtà è in coma. I Meyeristi prendono i voti al compimento del sedicesimo anno di età. I loro leader sono i “Guardiani della Luce”. Il simbolo è un occhio circondato di raggi. La loro “croce” sono delle  pietre, che in qualche caso, quando intraprendono “il cammino” (1.08), mettono in uno zaino e lasciano ad ogni tappa spiritualmente significativa che fanno lungo la via. Il loro modo di confessare le trasgressioni è di “unburden”, ovvero liberarsi di un fardello, “alleggerirsi”, direi, in mancanza al momento dl mio scrivere di una traduzione ufficiale italiana. Sono divisi in una rigida gerarchia.  Quelli che non credono sono per loro gli “ignoranti sistemiti” (IS) e coloro che voltano le spalle alla propria religione i “negatori”. Si aspettano un’apocalisse causata dall’uomo. Dopo la morte si riuniranno insieme nel “Giardino” che hanno costruito insieme sulla terra. La sceneggiatura spiega questi principi in modo naturale attraverso le dinamiche che si creano fra i  personaggi.

Siamo in una piccola comunità del nord-est degli Stati Uniti. Eddie (Aaron Paul, Breaking Bad e Big Love, per citare una serie di cui ha fatto parte che pure aveva la religiosità come tema forte) è un convertito con un passato difficoltoso che ora è sposato con una delle leader del movimento in cui è sempre cresciuta, Sarah (Michelle Monaghan), di cui è di fatto innamorato anche il numero due dei Meyeristi (secondo solo a Meyer stesso), Cal (Hugh Dancy, Hannibal), ex-alcolista che ha trovato redenzione nella fede e che ha un altissimo R10 nella gerarchia. Tutti e tre sono consapevoli del difficile, delicato equilibrio che c’è fra loro, dovuto al profondo legame di Sarah con Cal. Sarah, una R8,  è la più ardente dei tre nella fede. Eddie, un R6,  è in un momento di grande crisi spirituale, perché ritiene, dopo l’estasi  e le visioni causate delle droghe che gli sono state date in Perù, che la Luce in realtà sia una bufala, e il sospetto accresce quando lo contatta la moglie di un ex-fedele, Alison  Kemp (Sarah Jones), che si è tolto la vita e che lei non crede possa averlo fatto se non spinto. Fino a poco prima della finale, Eddie arriva alla conclusione che per lui sua moglie e i suoi figli, la sua famiglia, sono la sua verità, mentre Sarah vuole disperatamente che anche lui creda che la loro importanza sta anche nel fatto che sono parte di qualcosa di più grande di loro stessi (1.09). Lei vede codardia nelle persone che mancano di convinzione, lui ritiene naturale e salutare il dubbio, l’interrogarsi se si stia operando secondo i propri ideali. Cal, estremamente carismatico, da un lato vive la pressione della politica che si accompagna all’essere il leader del gruppo, dall’altra deve resistere al forte richiamo autodistruttivo del suo passato. A vedere chiaro questo suo aspetto è la giovane Mary Cox (Emma Greenwell) che lui ha salvato dalle grinfie del padre che la costringeva a prostituirsi da quando era ragazzina e per cui lei ha una attrazione molto forte. Eddie e Sarah hanno due figli, una bimba e un giovanotto, Hawk (Kyle Allen) per cui sta arrivando il momento in cui deve lasciare la scuola per prendere i voti, cosa che scalpita per fare finché non si innamora di una compagna di scuola, Ashley (Amy Forsyth) che non ne condivide la fede. Intanto un agente dell’FBI, Abe Gaines (Rockmond Dunbar, The Mentalist), la cui figlia appena nata ha problemi di cuore potenzialmente fatali, cerca di infiltrarsi nel movimento perché sospetta che le loro attività non siamo legali.

La serie, che ha fra i produttori esecutivi Jason Katims (Friday Night Lights, Parenthood), ha la sua forza nell’analisi psicologica dei personaggi, recitati in modo spettacoloso da tutti gli interpreti principali, ma anche nell’analisi sociologica del fenomeno della fede, sia negli aspetti positivi che negativi, non divisi in modo manicheo, ma integrati l’uno all’altro. Tutti i personaggi quanto meno si sforzano di essere onesti e di vivere in modo autentico la propria fede facendo una differenza positiva nel  mondo. Tutti loro hanno aspettative e interessi personali che li mettono in conflitto con quanto la religione chiede loro. L’amore, il matrimonio, l’adolescenza, l’identità, l’indottrinamento, il rapporto fra sè e struttura sociale, l’ambizione, il potere, il dolore, la natura umana… sono tutti aspetti che vengono indagati.  Non è tutto bene, come non è tutto male. Una serie notevole, che a dispetto di un tono in fondo quasi sommesso, scava con molta forza e acquista vigore con il procedere delle puntate.  


venerdì 8 luglio 2016

GREENLEAF: un po' soap, un po' sermone


Ideata da Craig Wright (Lost, Six Feet Under, Dirty Sexy Money) e con Oprah Winfrey fra i produttori esecutivi oltre che nel cast, Greenleaf (in onda su OWN, l’Oprah Television Network) è una sorta di soap opera del night-time ambientata nel mondo della religione, una specie di Empire wannabe della fede.

Grace Greenleaf (Merle Dandridge), che in passato era una famosa predicatrice,  dopo 20 anni di assenza torna insieme alla figlia adolescente Sophia (Desiree Ross) a Memphis, nel Tennessee, nella casa di famiglia, che è a capo di una ricca e numerosa congregazione religiosa (oltre 4000 fedeli a funzione) prevalentemente afro-americana, in occasione del funerale della sorella Faith. Il padre, il vescovo James Greenleaf (Keith David) vorrebbe che lei si fermasse, la madre Lady Mae (Lynn Whitfield) le intima esplicitamente di non seminare zizzania. E al tavolo di famiglia cominciano presto le discussioni, quando lei ammette di andare in chiesa ormai solo a Natale e a Pasqua e la interrogano sul significato del cristianesimo per lei. Il fratello maggiore Jacob (Lamman Rucker), sposato con l’ambiziosa Kerissa (Kim Hawthorne), è un libertino. La sorella Charity (Deborah Joy Winans), ministro della musica della chiesa, sta cercando di avere un figlio dal marito Kevin (Tye White), segretamente gay. Grace si confida con zia Mavis (la sopracitata Winfrey) proprietaria di un club che fa musica jazz.

C’è molto “amo Gesù” nelle vicende, ma nonostante la facciata di devozione, molti sono gli intrighi, i segreti, gli scandali, il potere, l’avidità, le infedeltà, le rivalità e gelosie, le vendette, l’abuso di sostanze, la corruzione e la violenza che presto vengono a galla, così come la politica e i conflitti all’interno della chiesa, anche senza considerare un’investigazione delle autorità per possibili irregolarità finanziarie.

Il titolo Greenleaf (Fogliaverde, che è il cognome della famiglia protagonista)  ha molteplici significati, come ha spiegato, in occasione del Tribeca Film Festival dove la serie ha avuto la premiere, lo stesso ideatore - in passato lui stesso un predicatore: nella Bibbia in alcuni versi si dice che se segui il denaro soffrirai, ma se segui Dio fiorirai come una foglia verde; c’è la nozione di foglia verde come verdoni, quindi denaro; e lui collega la serie a un’immagine: la venuta di Grace che spazza via tutto,  e il vescovo che ammonisce di stare attenti a un piccolo quadrifoglio perché c’è il rischio che venga distrutto quando è qualcosa di tenero e verde che vuole vivere.

Wright promette che il programma non è una soap e non è un sermone ma in realtà ha un po’ il gusto di entrambi, anche se le redini del melodramma sono ben tirate e c’è spazio per posizioni dissenzienti e realismo nel ritrarre alcuni dibattiti che hanno a che vedere con le varie idee del cristianesimo. Le storie non sono originalissime, ma c’è un certo fascino per questo, al di là del piacere colpevole.

Sono previste due stagioni da 13 episodi.