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venerdì 20 giugno 2025

EVERYONE ELSE BURNS: religione da ridere

È vagamente spiazzante, oltre che esilarante, la serie umoristica inglese (Channel4) Everyone Else Burns, su una famiglia di Manchester ultrareligiosa, che crede che presto arriverà la fine del mondo e “tutti gli altri bruceranno” (traduzione del titolo), ma evidentemente non loro. Appartenenti a una setta cristiana puritana, il fittizio Order of the Divine Rod (Ordine della Verga Divina – lo lascio in inglese, perché non c’è ancora una traduzione ufficiale e potrebbe poi essere diversa), sono estremamente rigidi: non è ammesso nessun divertimento - “come la Corea del Nord, ma almeno loro hanno le parate” (1.01); si viene allontanati dalla comunità per aver semplicemente consumato caffeina, e non si può più avere contatto con gli apostati; nel caso dei Lewis, i nostri protagonisti, si fanno anche “pratiche di apocalisse”, magari svegliati nel mezzo della notte per mettersi in salvo…

David (Simon Bird), il padre della famiglia, con il suo taglio di capelli a ciotola capovolta, lavora in un certo di smistamento pacchetti ed è maniacalmente preciso nel suo lavoro, ma quello a cui aspira è diventare un Anziano della sua comunità e si aspetta di diventarlo a breve perché, narcisista, si ritiene il migliore in tutto, ma i leader della sua chiesa hanno altre idee. Mamma Fiona (Kate O'Flynn) è completamente investita nella vita della sua famiglia e della sua comunità, ma vuole di più: quando il marito si rifiuta di acquistare un nuovo televisore quando il loro si rompe, va a guardare la TV dalla vicina e impara presto che ha talento per vendere oggettistica online, e si fa da fare in questo senso, sapendo mettere a tacere il marito quando serve. La diciassettenne Rachel (Amy James-Kelly) vorrebbe diventare medico, ma i suoi genitori le impongono sempre che trascorra piuttosto il tempo a predicare: vuoi studiare o salvare le anime per tutta l’eternità? Nei suoi giri nel cercare di convertire la gente incontra un ex-membro della chiesa, che come tale non dovrebbe frequentare, Joshua (Ali Khan), che guadagna qualcosa portando a spasso cani, e i due diventano presto amici. Il dodicenne Aaron (Harry Connor), bullizzato dai compagni, sfoga e sue emozioni disegnando, ed è un vero credente e non vede l’ora che l’apocalisse si verifichi, e rimane deluso quando non accade.

Everyone Else Burns riesce ad essere esilarante senza essere offensiva per i credenti o per la fede. Parte del bersaglio è indubbiamente in ogni caso la religione e i paraocchi che impone se diventa fanatismo. Si irride anche la pomposità di chi si ritiene superiore agli altri per il fatto di avere determinate credenze, ma allo stesso tempo non si disprezzano o svalutano queste persone, che sono guardate con affetto, con cuore.

Una parte dell’umorismo viene dalla sovversione delle aspettative. Quando Rachel torna a casa con un’ottima pagella, i genitori si domandano dove abbiano sbagliato con lei: sono delusi perché evidentemente ha trascorso troppo tempo sui libri e troppo poco a predicare, e il fatto che voglia frequentare poi l’università lo vedono come un crollo morale; David ritiene di aver tradito la moglie per pensieri da lui giudicati impuri che nessun altro vede come tali. Un'altra fonte di risate è la ripetizione di alcuni pattern: Aaron disegna sempre nuovi atroci modi in cui il padre soffre la dannazione eterna, o Gesù Cristo in modalità che lasciano intendere che il bambino possa avere desideri omosessuali non riconosciuti; i leader della chiesa deflettono in modo costante domande su questioni spinose.

A mano a mano che si procede con gli episodi i personaggi diventano più tridimensionali, e la serie finisce per essere un modo per guardare alla famiglia, alla crescita alle relazioni. David è il più esaltato, egoista e inconsapevole di esserlo, ma a modo suo ama la sua famiglia e si impegna ad essere un buon padre, ma è talmente preso nel suo mondo che non vede altro e dalla sua bocca possono uscire con nonchalant le frasi più atroci.

Rachel è quella che più spezza il cuore perché è quella che di più si scontra con il mondo esterno. La gente non le risponde, le sbatte la porta in faccia, la deride, e lei deve farsi scivolare tutto addosso. I genitori boicottano le sue legittime aspirazioni - penso al colpo di scena alla fine di 1.05, ad esempio, e quello che fa la madre al computer. Cerca di comportarsi al meglio e per lei mangiare una fetta di torta per festeggiare il proprio compleanno è già una grande trasgressione per cui si sente in colpa. In più viene a contatto con la realtà esterna per cui magari ha aspettative e desideri diversi da quelli ristretti che la sua religione le impone. Finché conosci solo una realtà non la metti in discussione tanto quanto quando vedi delle alternative. Nel seguire le stroyline che la riguardano, non ho potuto non pensare a libri come L’educazione di Tara Westover, che ho letto, o How to Say Babylon, di Safiya Sinclair, che non ho letto ma di cui ho sentito un’intervista all’autrice. Raccontano la loro vita in un contesto religioso estremamente patriarcale, chiuso, limitante e anche perverso nella rigidità dei suoi dogmi e nella impossibilità di confronto con chi la pensa in modo diverso, il primo di matrice mormona, il secondo rastafari, e raccontano sia della percezione che gli altri avevano di loro, sia le loro scoperte e difficoltà nel vivere nella realtà ordinaria. In questa sit-com single-camera ci vedo scintille di quel tipo di vissuto.

Quello che è messo in scena in Everyone Else Burns nella vita vera suona folle e anche crudele nei confronti di chi non lo sceglie per sé, ma nella finzione immaginata da Dillon Mapletoft e Oliver Taylor fa ridere di gusto. La prima stagione ha sei puntate ed è previsto l'arrivo in Italia, anche se non è chiaro quando e dove. Una seconda stagione è già stata realizzata. 

lunedì 15 aprile 2024

COLIN FROM ACCOUNTS: divertente e romantica

È una piccola serie australiana sia divertente che romantica Colin from accounts (potremmo tradurlo Colin della contabilità, BBC2, Paramount+ negli USA, ma per ora non disponibile in Italia, da quanto mi risulta), che ha vinto il TV Logie Award (annuale premio televisivo per quel continente), così come i due attori principali.  Protagonisti sono Ashley e Gordon, interpretati rispettivamente da Harriet Dyer e Patrick Brammall, che sono anche ideatori e sceneggiatori della serie, e sposati fra loro nella vita reale.  

Siamo a Sydney. Ashley, studentessa tirocinante in medicina, come “ringraziamento” per averle fatto attraversare la strada, mostra per un istante una tetta a Gordon che sta guidando e, distratto da quel flash, investe un cane ferendolo. Si sentono entrambi responsabili, e dal momento che l’animale non sembra avere un umano di riferimento, decidono di portarlo loro dalla veterinaria, la ex di lui (Annie Maynard), di dividere le spese (ben 12.000 dollari, più ruote per le zampe posteriori) e alla fine anche di prendersene cura. Lei viene sbattuta fuori di casa perché dove affitta non è possibile tenere animali e finisce per essere accolta temporaneamente da Gordon, che ha un’attività in proprio: una birreria che è microbirrificio, l’Echo Park. Con lui lavorano Chiara (Genevieve Hegney) e Brett (Michael Logo), che sono affascinati, ma anche preoccupati da quello che è successo. Ashley e Gordon sono single – lei ha da poco rotto con James (Tai Hara), che vede comunque al lavoro - e fra i due nasce un’attrazione, sebbene lui sia più vecchio di lei, e la migliore amica di lei, Megan (Emma Harvie) ritenga che farebbe meglio a concentrarsi sugli studi. Il cane, un delizioso Border Terrier che vorrei usassero di più, è quello che alla fine li riporta sempre l’uno all’altra, e fa un po’ da collante. È lui il “Colin from accounts” del titolo, perché è così che scherzosamente decidono di chiamarlo.

La parte romantica funziona perché i personaggi si conoscono gradualmente e si capisce che cosa li attrae l’uno dell’altra, non è una storia d’amore istantanea, ma costruita e di progressiva rivelazione reciproca, e si crea un bellissimo rapporto di complicità. Bisticciano magari, ma con affetto. Nasce in primis un’amicizia, e poi ci si interroga se possa diventare amore. E in un mondo in cui è facile finire a letto al primo appuntamento l’ostacolo al consumo fisico del rapporto – il classico lo-faranno o non-lo-faranno che è un tropo delle rom-com– è stato creato in modo realistico. Gordon esce da poco da un tumore e deve fare una uretroscopia in “Toyota Cressida” (1.03), per cui è richiesto del medico che non abbia rapporti, ma lei non lo sa, ad esempio.

La parte umoristica è credibile anche nelle situazioni apparentemente già battute da altri o imbarazzanti – lui le manda per errore una foto in cui gli si vede l’organo sessuale e non sembra assurdo quel “per errore”, ma ha tutto il senso del mondo e se finiscono a parlarne sul letto di morte di qualcuno in una delle puntate più esilaranti, poco male (1.03); lei gli fa per errore pipì in un cassetto? Riescono a gestirla considerevolmente bene (1.02). Non si è al di sopra di creare umorismo scatologico: lui, visto il nome che si ritrova, si fa simpaticamente chiamare Flash, ma il suo cognome si scopre essere Crapp (“crap” è “merda” in inglese); lei capita che debba evacuare a casa di lui, che ha da poco conosciuto, ed ecco che non funziona lo sciacquone.

Si costruiscono dei personaggi sfaccettati, tridimensionali, che a mano a mano che le puntate procedono si approfondiscono, e si va oltre la facile battuta da sit-com, un po’ sul principio di Catastrophe. Delle 8 puntate, è poco riuscita “Bandit” (1.07), in cui gli amici di lei si riuniscono all’Echo Park in occasione della festa per il suo trentesimo compleanno e vanno fuori controllo, ma al contrario nella precedente “The Good Room” (1.06) si riesce a scavare nella psicologia dei personaggi e a rivelarli in occasione di una cena a cui la madre di lei Lynelle (Helen Thomson) li invita. Oltre a situazioni vagamente, deliziosamente, umoristicamente creepy, garantite anche dal compagno della madre, Lee (Darren Gilshenan), emergono delle dinamiche conflittuali e dolorose a cui Gordon reagisce in modo impeccabile e che cementano l’intimità emotiva fa i due protagonisti in modo notevole anche per una serie drammatica: proprio eccellenti.   

Con genuino interesse umano, trama imprevedibile, scambi di dialogo arguti, attori con una buona capacità di rendere le battute frizzanti e dinamiche, situazioni dolci ma non sdolcinate, Colin from accounts riesce a confezionare un piccolo gioiellino che è già stato rinnovato per una seconda stagione.  

La serie, che ha una sigla che è un montaggio di homevideo con cani, è prodotta da Easy Tiger Productions and CBS Studios per Foxtel. Mi ha sorpreso che ogni puntata esordisse con una dichiarazione che dice: “Il Gruppo Foxtel riconosce i Proprietari e Custodi Tradizionali della terra su cui questo programma è stato prodotto. Rendiamo omaggio a tutte le persone delle Prime Nazioni e ringraziamo gli Anziani passati e presenti”. Immagino si possano scrivere pagine anche solo su questa dichiarazione. Affascinante.  

martedì 2 maggio 2023

ABBOTT ELEMENTARY: per me bocciata

Con rammarico devo dire che, dopo aver seguito l’intera prima stagione, non condivido il grande entusiasmo che tutta la critica sembra aver riservato per Abbott Elementary (in Italia su Star di Disney+), sit-com pluripremiata. Forse mi sfugge quanto pregnante sia per la realtà che ritrae. È chiaro che è una lettera d’amore ai tanti insegnanti che con molta dedizione e spirito di sacrificio lavorano nella scuola primaria pubblica, evidenziando le difficoltà che incontrano, ma al di là del sentimento apprezzabile, i personaggi sono troppo bidimensionali e l’umorismo appena percepibile.

Siamo in una scuola pubblica di Philadelphia a maggioranza nera, la Willard R. Abbott Elementary School, dove una troupe (che non vediamo) sta registrando un documentario: come di prammatica, gli insegnanti spesso parlano come rivolti a una telecamera per spiegare alcune cose o vi rivolgono sguardi di commento. Le condizioni sono dure: sono pieni di lavoro, sottofinanziati, con una preside incompetente e vanesia che ha ottenuto il posto solo perché ha ricattato il responsabile che doveva scegliere chi assumere, a scapito di uno di loro che ora è lì supplente.

Janine (Quinta Brunson, che è anche ideatrice) è una maestra di seconda elementare di gran cuore e con molto ottimismo, che ci mette sempre tutta sé stessa per aiutare i propri studenti anche a rischio di strafare. Come modello, quasi una mamma sul posto di lavoro, ha Barbara Howard (una magnifica Sheryl Lee Ralph), un'insegnante d'asilo di grande esperienza, e la più rispettata. Pure entusiasta è Jacob (Chris Perfetti), mentre smaliziata e con contatti con la mala locale che usa a fin di bene è Melissa Schemmenti (Lisa Ann Walter). Come supplente arriva Gregory (Tyler James Williams) che ha una cotta per Janine e rimane sempre in imbarazzo per le sgradite avance e ammiccamenti di Ava (Janelle James), l'inetta, egocentrica e narcisa preside. Chiude il gruppo il bidello Mr. Johnson (William Stanford Davis).

Ha un che di sapore antico questa workplace comedy, come venivano confezionate una vota, e portandoci in una scuola elementare ci conduce in un ambiante che, in linea di massima, abbiamo frequentato un po’ tutti, anche se evidentemente non dalla parte degli insegnanti. Vuoi tifare per loro e per loro determinazione di fronte a costanti frustrazioni. Le storie sono quotidiane, ruotano intorno ad avere nuove attrezzature per i propri studenti, a coinvolgere il genitore assente, a motivare i bambini…e imparano loro stessi giorno per giorno che cosa funziona e che cosa no: racconta di vita vera, con gli sguardi in camera tipici dei mockumentary che coinvolgono lo spettatore nei propri sentimenti di imbarazzo o incredulità, vago disprezzo per quello che devono sopportare o in cerca d’intesa - Tyler James Williams è particolarmente esilarante in questo, per quanto tutti siano molto efficaci sotto questo aspetto. Gli attori hanno un ritmo ineccepibile e concordo in pieno con chi vi ha ritrovato il senso di comunità di Parks and Recreation. Sono reali e sono veri. Solo, non fanno ridere.

Ho letto varie recensioni per cercare di capire la magia di questa serie per cui tutti si sperticano in lodi e che evidentemente fa sganasciare tutti tranne me, che al massimo abbozzo qualche sorriso qui e lì. E pure tirato. Qualche occasionale battuta c’è anche, ma se la gran parte delle scene sono per me passabili, quelle con Ava sono addirittura inguardabili: ora che si può usare questo termine anche in italiano, posso dire cringy all’ennesima potenza.

Forse, come il personaggio di “Gifted Program” (1.06) loro sono solo troppo avanti e io non riesco a rendermi conto della loro genialità, ma per me bocciati. Per chi lo apprezza però c'è una seconda stagione e, visti i premi ricevuti, non dubito ce ne saranno anche a venire. 

venerdì 24 marzo 2023

REBOOT: una sit-com molto "meta"

Ideata da Steve Levitan (Modern Family), anche co-produttore esecutivo, Reboot (Hulu, in Italia su Disney+), cancellata dopo solo una stagione di 8 puntate,  è stata una serie molto “meta”: si irride la pratica dell'industria televisiva di riavviare vecchi show di successo, costruendo la propria sul reboot da parte di Hulu della fittizia sitcom dei primi anni '80 Step Right Up, e si coglie l’occasione, come del resto ha già fatto anche Hacks, per riflettere sulla comicità, sul valore che ha sui suoi meccanismi su che cosa la renda immortale o al contrario passata e ora magari offensiva e cringy.

Rachel Bloom (Crazy Ex-Girlfriend) è Hannah, una scrittrice di sitcom con un nuovo punto di vista sulla serie che intendono riproporre. Si vede suo malgrado costretta a lavorare con l’ideatore della versione originaria, Gordon (Paul Reiser, Mad About You), che altri non è, SPOILER, se non suo padre biologico: peccato che quando era ragazzina avesse abbandonato lei e la madre per costruirsi un’altra famiglia, quindi fra loro il rapporto non è proprio idilliaco, anche se si vede che in fondo si vogliono bene. Non è una riunione solo per loro però, ma per l’intero cast, ora invecchiato, che deve vedersela con questioni irrisolte del passato e navigare la nuova cultura dei social media. Reed (Keegan-Michael Key, Schmigadoon), laureato alla scuola di teatro di Yale, mal sopporta che la sitcom dove interpreta il patrigno gli abbia rovinato la carriera; ha un passato sentimentale con la collega Bree Marie Jensen (Judy Greer, Married), che nella fittizia serie interpreta la madre, è tornata negli USA dopo il divorzio da un duca dei paesi nordici e prova ancora per lui più di quanto non voglia ammettere; Clay Barber (Johnny Knoxville), che in Step Right Up è l’ex-marito, non è mai stato particolarmente brillante, e ora è alle prese con un passato di alcolismo, abuso di droghe e ripetuti arresti per reati minori. Zack (Calum Worthy) è l’ex bimbo ora adolescente realmente mai cresciuto che si prende una cotta per Elaine (Krista Marie Yu, Last Man Standing, Dr. Ken), una dirigente dello studio che deve supervisionare tutto, ma ha ancora poca esperienza.

Anche Episodes, per me decisamente più divertente, ci aveva portato in una writers’ room: qui il pregio sta nel mostrare il divario generazionale e nel mostrare come la comicità sia cambiata nel corso degli anni. Quando però cerca di convincerci che certi stilemi umoristici sono classici perché funzionano, nel mio caso toppa. Penso alla puntata “Growing Pains” (1.03) dove Gordon cerca di far capire ad Hannah che inciampare e cadere è divertente. Quando alla fine accade nella diegesi, tutti ridono, io no. A me non ha dimostrato che certe dinamiche sono inerentemente divertenti, ma l’opposto. Già si è andati meglio nel pilot, con una gag sui pop-corn, ma non mi hanno convinta del tutto. In ogni caso gli scontri fra i due team di sceneggiatori su quello che è più o meno occasione di ilarità funziona bene. Dicono di aver proprio incorporato nella storia effettive discussioni avvenute fra gli sceneggiatori mentre si confrontavano sull’opportunità di specifichi motteggi.

Keegan-Michael Key ha una plasticità facciale e un tempismo che lo rende impeccabile, e la sua intesa con Judy Greer rendeva il duo spassoso. Quello che mi ha convinto meno è Zack, troppo macchietta, ma ha funzionato bene quando è stato l’occasione di riflettere su come, in seguito al #MeToo, Hollywood sia cambiata in termini di atteggiamenti e politiche in materia di molestie sessuali. Nella finzione viene adottata la regola che stabilisce che chi lavora alla sit-com può chiedere di uscire a un altro membro del cast o della troupe solo una volta. Se questi dice di no, e viene ripetuto, allora è considerato una molestia sessuale. Naturalmente la vita non è così rigida e la situazione si fa divertente quando Zack chiede a Eleine di uscire, ma non è chiaro se lei abbia sentito o meno la domanda, e non sa bene se chiederglielo di nuovo per paura di violare inavvertitamente la politica sulle molestie sessuali. La questione è ulteriormente approfondita, dagli scrupoli di lei che, nonostante sia attratta da lui, rifiuta di uscirci perché tecnicamente è il capo di lui e teme anche di non essere poi presa sul serio sul lavoro, e poi dalla situazione di Hannah che si prende una cotta per la rappresentante delle risorse umane Mallory (Stephanie Allynne), ma che non è ben sicura di quale sia l’approccio più corretto.

Reboot, che pure aveva spazio per crescere, riesce prende in giro l'industria televisiva intelligentemente, senza spirito di condanna, ma con garbo ed evidente affetto. Le recensioni favorevoli e due nomination ai Critics' Choice Awards non le hanno però evitato la cancellazione, e la possibilità di venire salvata da un altro servizio di streaming è stato considerato fallito. 

lunedì 26 settembre 2022

OUR FLAG MEANS DEATH: pirati, ma con gentilezza

Penso che Our Flag means death (HBO Max, per ora inedita in Italia) sia una di quelle serie che diventano progressivamente più divertenti a mano a mano che le si riguardano, perché l’umorismo viene da piccoli dettagli gustosi che prendono forza dalla ripetizione. Mi ha convinto solo mediamente in realtà, nonostante già solo vedere il cast mi metta di buon umore. 

Molto vagamente ispirato a una storia vera, secondo cui un ricco signorotto inglese del Settecento avrebbe abbandonato la propria vita e famiglia per diventare un pirata, la serie ideata da David Jenkins (People of Earth), si concentra su Stede Bonnet (vero nome del personaggio storico peraltro), interpretato da Rhys Darby. Conosciuto come il “pirata gentiluomo” – “più gentiluomo che pirata" (1.02) - è il capitano della Revenge (Vendetta). Ha modi gentili e educati, ci tiene alle buone maniere e alle letture, e incoraggia il proprio equipaggio, bizzarramente assortito, a parlare dei propri sentimenti e a risolvere i problemi comunicando. Da parte loro lo vorrebbero più tosto e aggressivo, e sono entusiasti quando incontrano il famoso Blackbeard (Taika Waititi), Barbanera, leggendario corsaro marino il cui vero nome è Edward “Ed” Teach, stufo però della propria reputazione e della propria vita. Bonnet e Barbanera si innamorano, e la piega che prendono le vicende non piace al braccio destro di quest’ultimo, Izzy Hand (Robert Con O’Neill, Cucumber). Nelle loro peripezie incrociano anche il capitano Nigel Badminton (Rory Kinnear, Penny Dreadful), della marina inglese, che da bambino tormentava Stede e ora non è da meno.

La colorita ciurma, competente ma non troppo, comprende: Lucius (Nathan Foad) che registra fedelmente in un diario di bordo le avventure e disavventure del comandante e di tutti loro; Buttons (Ewen Bremner), che è in grado di parlare con i gabbiani e ha un legame particolare con uno specifico, Karl; Black Pete (Matthew Maher), che più di tutti vorrebbe comportamenti più aggressivi; Frenchie (Joel Fry), che ama cantare le avventure dell’equipaggio; Oluwande (Samson Kayo), il più affidabile; Jim (Vico Ortiz), in realtà Bonifacia, che ha una taglia sulla propria testa, grande amico di Oluwande; Wee John Feeney (Kristian Nairn), ossessionato dal fuoco; lo Svedese (Nat Faxon), spesso ignaro di ciò che sta accadendo; Roach (Samba Schutte), il cuoco ma all’occorrenza anche medico perché “un coltello è un coltello e la carne è carne”; Fang (David Fane) e Ivan (Guz Khan) che erano membri dell’equipaggio di Barbanera. Per la gran parte sono appena abbozzati, poco più di una caratteristica, anche per questo la serie cresce quando impariamo a conoscerli meglio.  

L’umorismo nasce in primo luogo dall’aspetto fisico di tutti i protagonisti, per come sono vestiti e truccati e per il loro modo di parlare, poi dalla critica indiretta al machismo e alla mascolinità tossica, attraverso la gentilezza di Stede in contrasto con la vita rude e crudele che ci si aspetta dai pirati – l’equipaggio che gli suggerisce tutti possibili modi di torturare i prigionieri non può non far ridere davanti a lui che è un animo pacifico, lo stesso dicasi quando si vede che si rivolge ai propri uomini per parlare dell’allontanamento fra lui e Barbanera come dei genitori parlerebbero a dei bambini del proprio divorzio. L’entusiasmo che Stede ci mette - ad esempio prende appunti su come diventare un buon pirata (1.05) – e le situazioni chiaramente assurde garantiscono un umorismo lieve e garbato. E ci sono riflessioni su quello che desideriamo per noi stessi dalla vita, su che cosa ci rende felici, su che cosa sia l’amore.

La serie è stata lodata, e mi accodo al coro, per la rappresentazione dei personaggi LGBTQ+ molto naturale, senza queerbaiting, innanzitutto, nel senso che le scene di amore omosessuali che vengono messe in scena non sono solo un’esca perché il pubblico che si riconosce in quelle identità continui a guardare, ma sono svolte con naturalezza, in secondo luogo si rinuncia ai classici tropi, non ci sono coming out eclatanti o contrasti legati alla sessualità dei personaggi perché per fortuna non ce n’è bisogno. In questo senso, semplicemente si è.

Bucanieri con un sorriso sincero e in fondo tanta dolcezza. La serie è stata confermata per una seconda stagione. 

martedì 22 marzo 2022

RUTHERFORD FALLS: la statua di un colonizzatore e i nativi americani

Una statua, piazzata proprio nel mezzo di un incrocio cittadino, causa molti incidenti d’auto, e una porzione della popolazione vuole che venga rimossa. A opporsi strenuamente è Nathan Rutherford (Ed Helms, The Office), discendente del fondatore a cui la statua è dedicata, che storicamente ha stretto un produttivo accordo con i locali. Questa sua posizione lo mette in contrasto con la nazione dei nativi americani, i Minishonka, ed in particolare con Terry (un magnifico Michael Greyeyes), CEO del locale casinò, e crea tensione con la sua migliore amica Reagan (Jana Schmieding, un’attrice Lakota Sioux) che sogna un grande centro culturale per la sua gente. A sostenere Nathan spesso anche in contrasto con la prima sindaca nera della città, Deirdre (Dana L. Wilson), è il giovanissimo Bobbie (Jesse Leigh) uno studente di liceo che gli fa da assistente personale. Affascinato dal potenziale delle vicende, arriva in città un giornalista in cerca di uno scoop, Josh (Dustin Milligan).

Questa è la premessa della sit-com Rutherford Fall - a cui da noi si è aggiunto Amici per la vita (su Peacock - a cui in Italia dal 15 febbraio possono accedere gli abbonati Sky e Now) -, nome della cittadina dove si svolgono le vicende, ideata da Ed Helms, Mike Schur (Parks and Recreations, Brooklyn Nine-Nine, The Good Place) e Sierra Teller Omelas.

C’è molta dolcezza di fondo in questa produzione che ha un delicato umorismo e affronta questioni spinose. Nathan è un conservatore, per quanto possa definirsi tale qualcuno che ha come assistente un ragazzo non-binario che si trucca. Ama il passato e va fiero delle proprie radici, anche se è costretto con riluttanza ad ammettere che spesso non è così bello e gentile come vorrebbe. Nel rapporto fra Nathan e Reagan si vedono gli echi di quello fra Leslie e Ron in Parks and Rec. L’intervista a Terry (“Terry Thomas”, 1.04) mostra che cosa è stata la sua formazione da “indiano” dei giorni nostri e cosa anima il suo senso di rivendicazione.

Che cos’è la storia? Che cosa è giusto conservare e preservare? Questo è il fulcro dell’interesse, anche con Reagan che è in perenne ricerca di artefatti e oggetti di valore per quei nativi che si sono visti depredati di tutto. È desolate vedere inizialmente che un misero cestino è quasi tutto quello di valore che il suo centro culturale può mettere in mostra.

I Minishonka sono una tribù fittizia, non realmente esistente, ma poco importa. Se Terry, con il suo casinò, rappresenta la guerra economica, e Reagan rappresenta quella socioculturale, si vede attraverso i due personaggi come i due aspetti non siano così distanti l’uno dall’altro come si potrebbe credere.

Se l’opportunità di abbattere o meno determinate statue – con il valore simbolico celebrativo che si portano dietro - è stato un dibattito che ha interessato molti Paesi, compresa l’Italia, quella questione è stata toccata solo in parte, in modo in qualche modo tangenziale. Allo stesso tempo non ci si è limitati a quello, ma ci si è interrogati sul peso culturale dell’arte e della rappresentazione, sul loro ruolo, e il significato dell’appropriazione – un concetto che quando si parla di Arte con la A maiuscola personalmente trovo sempre molto problematico -, è stato oggetto di discussione apertis verbis.

In “History Fair” (1.05), i personaggi devono valutare quale opera premiare fra quelle presentate da un gruppo di studenti. La rappresentazione diegetica soppesa vari criteri ed esigenze. Non ne ho amato l’insoddisfacente conclusione, che ha optato consapevolmente non per la migliore, ma per la più blanda, quella che non offende nessuno. Un po’ come il film “Green Book”, si è affermato.

Traslando la questione sul piano metatestuale ci si interroga sul ruolo di questa sit-com stessa come potenziale arte: con i suoi modi garbati difficilmente offende, ma certo non lascia non interrogate prospettive consolidate. C’è un respiro in fondo poco polemico, e il “bravo uomo bianco” che sta dalla parte della visione tradizionale non è ottuso e privo di sentimenti, vuole fare la cosa giusta. E in questo forse sta il suo vero limite: si scaglia contro la Disney-ficazione della Storia, vuole quella autentica, accurata, ma allo stesso tempo è in difficoltà nell’accettare sangue e colonizzazione.

Qui un incontestabile pregio è quello di riuscire a dare voce a chi normalmente non ne ha — la writer’s room ha uno dei più ampi staff di indigeni nella storia della televisione americana (ET oline) — e di fare proprio quello che essere più inclusivi di voci diverse consente di fare, ovvero guardare le cose da un diverso punto di vista. Forse non ancora a sufficienza. Forse, per essere creativamente più riuscito dovrebbe avere il coraggio di essere meno inoffensivo. O forse, semplicemente, dare ancora più le redini a chi fino ad ora non ha potuto tenerle.

martedì 26 ottobre 2021

GHOSTS: una sit-com di spiriti e di spirito

Avevo casualmente visto il pilot della versione inglese di Ghosts in un viaggio aereo di ritorno dagli Stati Uniti, nel 2019, anno in cui ha debuttato. Mi era piaciuto a sufficienza da voler vedere subito il remake americano, che gli rimane molto fedele, nell’incipit. Da quello che ho letto – non ho modo di verificarlo di prima mano – se ne discosta dalla terza puntata.

Il concetto è forte, e l’umorismo non manca. Una giovane giornalista freelance newyorkese, Samantha (Rose McIver, iZombie) riceve in eredità una grande dimora di campagna che non sa essere abitata da fantasmi. Nonostante l’iniziale diffidenza di lui, lei e il marito Jay (Utkarsh Ambudkar), un cuoco, decidono di rinnovarla per farne un bed&breakfast. Durante la permanenza sul luogo, lei cade dalle scale. Tecnicamente morta per 3 minuti a seguito dell’esperienza, quando torna a casa, questi fantasmi li vede come se fossero in carne e ossa. Non è pazza. E per gli spiriti che vagano per la casa è fantastico avere una viva con cui comunicare. Loro sono morti in varie circostanze e epoche diverse.

Hetty (Rebecca Wisocky) è l’originaria proprietaria della casa. Issac (Brandon Scott Jones) è un veterano della guerra d’Indipendenza morto per dissenteria, evidentemente ma non esplicitamente attratto dagli uomini. Pete (Richie Moriarty) è un capo dei boy scout morto nel 1985 per una freccia conficcata nel collo. Flower (Shelia Carrasco) è una hippie morta per l’attacco di un orso con cui cercava di fare amicizia (complici le droghe). Trevor (Asher Grodman) è l’ultimo deceduto in ordine di tempo, un trader di Wall Street donnaiolo e amante della bella vita, morto senza pantaloni. Alberta (Danielle Pinnock) è una cantante flapper morta per un possibile attacco di cuore, anche se lei è convinta di essere stata assassinata. Sasappis (Roman Zaragoza) è un nativo americano della tribù dei Lenape. Thorfinn (Devan Chandler Long) è un tonitruante vichingo che ha visto la fine colpito da un fulmine. Crash (Hudson Thames), decapitato, è per ora apparso solo nel pilot, ma la produzione dice che potrebbe tornare in episodi futuri. Poi ci sono una serie di fantasmi senza nome morti di colera, emaciati, puzzolenti.

Le dinamiche fra i fantasmi sono scoppiettanti. Sono un gruppo di mal-abbinati che difficilmente si sarebbero trovati volontariamente insieme, ma che ora devono passarci l’eternità, o quanto meno il tempo necessario a, finalmente, raggiungere l’aldilà a loro negato. Parte dell’umorismo viene da fatto che arrivano da contesti e epoche molto diverse fra loro per cui non colgono i reciproci riferimenti culturali, o hanno modi di pensare diversi. Molti di loro non hanno idea di che cosa possa essere un film, ad esempio, e Thorfinn è esaltato quando vede per la prima volta un televisore e vede che parlano della sua gente; Isaac è entusiasta all’idea che in Internet si possa sapere qualcosa di lui, in che modo viene ricordato, avvilito che Alexander Hamilton sia diventato più famoso di lui; Hetty ha vissuto in un’epoca in cui alle donne non era concesso votare, e lei è contraria che lo facciano, e ci vuole Alberta a farle vedere la situazione in una prospettiva differente, quando si tratta di scegliere qualcuno che faccia loro da rappresentante con i vivi...  

Ideato da un nutrito gruppo di autori (Mathew Baynton, Simon Farnaby, Martha Howe-Douglas, Jim Howick, Laurence Rickard, e Ben Willbond) la sit-com è stata adattata per l’americana CBS da Joe Port e Joe Wiseman, già produttori di Zoey’s Extraordinary Playlist. L’umorismo è ora buffo e un po’ svitato, ora profondo e intenso. Da una premessa anche sufficientemente sciocca infatti c’è il potenziale di riflettere col sorriso in termini storico-antropologici su diverse questioni, volendo. La serie è stata confermata per un’intera stagione per cui ci sarà tempo di approfondire gli archetipi messi in scena. Inizialmente non ero troppo convinta dell’intesa fra i due sposini, che apparivano poco in sincronia, ma già dalla seconda puntata questa sensazione per me è sparita – forse ero io. Se regge nel tempo quello che le prime puntate offrono, si ha garantita una serie allegra, con cuore, leggera ma non stupida, insomma piena di spiriti e di spirito.     

sabato 30 gennaio 2021

WANDAVISION: archeologia delle sit-com e mistero

Non ho familiarità alcuna con l’MCU (l’Universo Cinematografico della Marvel), per cui purtroppo non colgo i riferimenti al relativo corposo canone di finzione a cui fa riferimento la nuova miniserie WandaVision (Disney+), che sicuramente gli appassionati sapranno apprezzare molto più di me. Io non solo non vedo alcuni degli Easter egg, rischio magari di prendere lucciole per lanterne. Per fare un esempio banalissimo, in “Ora a Colori” (1.03) il personaggio di Geraldine dice a Wanda che sa che il fratello gemello di lei, Pietro, è stato ucciso da Ultron. Non solo per me Pietro e Ultron sono nomi che non collego a nulla, ma quando Wanda nota che Geraldine ha un ciondolo con una spada, non capisco, come poi mi spiegano ricerche in internet, che si tratta del simbolo della S.W.O.R.D. (spada appunto), una fittizia agenzia di antiterrorismo della Marvel. Quella che vuole essere una spada per me era una croce capovolta, e dato che San Pietro è noto per aver chiesto di essere crocifisso capovolto per non avere lo stesso “onore” di Cristo, mi sono chiesta se quel ciondolo non significasse che Geraldine era Pietro. Sono andata completamente fuoristrada.

Conscia dei miei limiti, sono stimolata ugualmente dalla visione di questa nuova miniserie tanto attesa, in cui il non capire che cosa sta accadendo è in parte sicuramente voluto. Siamo tutti un po’ disorientati. La narrazione si suppone essere posizionata in continuità, ma dopo, il film Avengers: Endgame del 2019. 

Wanda Maximoff (Elizabeth Olsen) e Visione (Vision in inglese, Paul Bettany) sono due persone con superpoteri: lei è una specie di strega capace di telepatia, telecinesi e alterazione della realtà; lui è un androide creato da un’intelligenza artificiale. Sono innamorati e cercano di farsi passare per umani normali nella cittadina di Westview, frequentando vicini e colleghi. L’essere “altri” che hanno timore di farsi scoprire è un tema forte (così come lo era in alcuni modelli a cui hanno fatto riferimento, di cui parlo infra).  

Entrambi sembrano essere bloccati in un mondo di sit-com, e le puntate che vediamo sono episodi comici con lo stile registico e umoristico di quel genere televisivo. A mano a mano che si procede nella visione, si procede cronologicamente in modo mimetico nello stile di quel genere, di decade in decade, a partire dagli anni ’50 quando andavano in onda in bianco e nero e poi via via. In partenza si possono notare gli homage a Vita da Strega, Lucy ed io, Strega per amore, The Dick Van Dyke Show, poi a the Brady Bunch, Mary Tyler Moore…e ci sono anche le finte interruzioni pubblicitarie. C’è un pizzico di Pleasentville quando si comincia a passare al colore.

Si costruisce perciò per il pubblico a casa una sit-com a tutti gli effetti, che nelle intenzioni degli autori vuole essere veramente umoristica: io non la trovo tale se non molto occasionalmente, su quel versante è quasi imbarazzante e si sorride a forza perché si capisce che si vorrebbe essere esilaranti ma non lo si è, però osservo con autentico stupore la capacità verbale e visuale di ricreare gli stilemi del genere con grande autenticità. Non è parodia o presa in giro, ma reale padronanza di un linguaggio, che riguarda la sceneggiatura e la regia, ma anche la recitazione, e in questo senso un applauso va agli interpreti. È quasi uno scavo archeologico che ci mostra strato dopo strato come eravamo e come siamo diventati, in tempi ravvicinati tali da far notare il percorso storico. Guardarlo fa riflettere sulla nostra identità in quello che viene rappresentato su uno schermo. Come ci mettiamo in scena e come è cambiato nel tempo? Come è informato dai nostri valori e al contempo li condiziona?

C’è sempre anche molto dibattito su drama vs. comedy, e sulla loro forza e relazionabilità umana. Ho sempre pensato che le storie drammatiche siano più storicamente elastiche e universali di quelle comiche, che è invece sono più condizionate dalla sensibilità contingente. È più difficile costruire una storia che fa ridere che resista al tempo che non una che fa piangere. Ridere rivela di più chi siamo e in che cosa crediamo, e la comicità è più sensibile a tempo e spazio, credo. Per ora le puntate andate in onda sono solo tre. Mi chiedo se formule umoristiche più vicine ai nostri giorni saranno da me più apprezzate, e se ciò che percepisco come poco divertente non sia incapacità degli sceneggiatori di rendere spassosi gli eventi, ma mio scollamento temporale rispetto a quello che è considerato tale in un’epoca piuttosto che in un’altra. Sono curiosa di valutarlo proseguendo a guardare.    

Nel mondo abitato da Wanda e Vision contemporaneamente qualcosa non torna, ci sono glitch del sistema. I personaggi si incantano, hanno vuoti e comportamenti bizzarri, gli eventi non sono coerenti nemmeno secondo le regole del mondo di finzione pattuito (in 1.03 Wanda ha una gravidanza di 9 mesi nel giro di 20 minuti), e partono anche dei titoli di coda interni alla diegesi e si vede che qualcuno li sta effettivamente guardando da uno schermo TV. Questa è la dimensione più intrigante – è molto metanarrativa, sembra una sorta di mise en abyme, è Ai confini della Realtà, richiama alcuni passaggi di Legion. È il mistero che elicita il cosiddetto “fandom forense”, fa arrovellare in teorie gli appassionati, opportunità più succulenta lì dove non c’è la possibilità del binge watching, a seguire la messa in onda settimanale così come è stata concepita, ma si ha un’intera settimana per riflettere e indagare su quello che si è visto prima di ricevere una nuova tessera del puzzle.    

Jac Shaeffer, l’ideatrice,  intervistata da TV’s Top Five (22 gennaio 2021) ha dichiarato che ciascun prodotto del franchise, sebbene collegato agli altri, è in grado di stare in piedi da solo ed essere apprezzato da solo, questo come “politica manageriale” fondante, e che ci sarà una conclusione finale soddisfacente, indipendentemente dalla possibilità o meno che ci sia una seconda stagione. Il programma è stato costruito per trasmette la sensazione di un fumetto e che ha fuso i generi cercando di creare una collisione di aspettative. Ci sta riuscendo.

lunedì 30 settembre 2019

BOB ♥ ABISHOLA: non diverte


Non fa ridere Bob ♥ Abishola (Bob hearts Abishola – Bob cuore Abishola, in italiano forse potremmo dire "Bob Lovva Abishola"), la nuova serie sull'americana CBS di Chuck Lorre (Due uomini e mezzo, The Big Bang Theory) e Eddie Gorodetsky, Al Higgins e Gina Yashere (una comica britannico-nigeriana). Nemmeno un po’. E questo la boccia come sit-com. Funziona meglio sul lato umano e di tenerezza, ma non a sufficienza.

Bob (Billy Gardel, Mike e Molly) è un uomo di mezza età che nella vita ha una fabbrica di calzini a gestione familiare, a Detroit. Fra lo stress lavorativo e quello provocatogli dalla madre Dottie (Christine Ebersole), il fratello Douglas (Matt Jones) e la sorella Christina (Meritbeth Monroe) finisce per avere un attacco di cuore. In ospedale, il Woodward Memorial Hospital, si innamora dell’infermiera di origine nigeriana che si prende cura di lui, Abishola  (Folake Olowofoyeku), che ha un figlio, Dele, per cui sogna la carriera di medico, e che vive con zia Olu (Shola Adewusi) e zio Tunde (Barry Shabaka Henley). Bob inizia a corteggiare Abishola, regalandole dei calzini. A raccogliere le confidenze di lei e a commentare la situazione ci sono anche la collega Gloria (Vernee Watson) e l’amica Kemi (Gina Yashere).

Da una sit-com che infila una scorreggia entro il primo minuto nella speranza di provocare ilarità, si capisce che non si punta troppo in alto, ma la premessa è interessante. Nel podcast di “TV’s Top Five” (puntata del 20 settembre 2019) Lorre dichiara di trovare l’immigrazione un argomento politico, ma gli immigrati un argomento semplicemente umano: vuole celebrarli perché sono loro che hanno reso grande l’America e, con loro, il loro coraggio e la determinazione che ci vogliono  per andare a vivere in un Paese straniero cercando una vita migliore. Nel confronto fra culture diverse spera di poter guardare la realtà in prospettiva fresca, scoprendo valori che magari un tempo appartenevano anche alla cultura americana, ma ora apparentemente non più. Fa l’esempio specifico del rispetto per le persone più vecchie e indica una scena del pilot che in effetti salta agli occhi (ho ascoltato l’intervista dopo aver visto la puntata e ammetto di aver notato da sola quanto diceva): Dele serve la colazione alla madre Abishola. L’intenzione perciò c’è, ed è nobile, e si potrà realizzare lì dove si riuscirà ad evitare la caricatura etnica e gli stereotipi da cui all’esordio non si sfugge (specie con gli zii).

Dove pure c’è potenziale è anche in quello che in The Kominsky Method Lorre ha dimostrato di saper esplorare bene: la vulnerabilità dell’essere umano. Un uomo sentimentalmente solo, ma con desiderio di amare e con un certo fascino gentile, e una immigrata tosta e pragmatica che deve lavorare sodo e crescere un figlio, cominciano a trovarsi interessanti a sufficienza da voler imparare a conoscersi. Può davvero essere la base di qualcosa di autenticamente romantico e questo è evidente che lo comprendono bene. Ugualmente una miniera interessante può essere l’esplorazione del rapporto fra i neri afro-americani e i neri africani. Come già in Mom (pure di Lorre) il riso non preclude parti drammatiche o comunque serie.

La recitazione è buona, i passaggi di scena con le slugline scritte a caratteri cubitali sono quantomeno originali.

Rimane, per il poco che ho visto, il problema enunciato all’esordio: non diverte. E avrà speranza di sopravvivere solo se riuscirà a farlo, presto.

sabato 18 maggio 2019

THE BIG BANG THEORY: la finalissima


Mi sono commossa guardando l’ultimissima puntata, in due parti (12.23 - 12.24) , di The Big Bang Theory, la sit-com multi-camera più longeva della TV, con 12 stagioni e 279 puntate. Alla fine è stata un inno all’amicizia, all’esserci gli uni per gli altri negli alti e bassi della vita, anche nei momenti in cui magari si fatica a sopportarsi a vicenda, felici non solo per le proprie gioie ma anche per quelle degli altri.

SPOILER PER CHI NON AVESSE VISTO L'ULTIMA PUNTATA.
L’episodio conclusivo ha riservato gradite sorprese. Amy (Mayim Bialik) e Sheldon (Jim Parsons) vincono il Nobel, con lei che nel momento dei ringraziamenti caldeggia le giovani donne a perseguire studi e carriera in ambito scientifico, se è quello che desiderano - tema caro alla serie già in passato -,  e Sheldon che mette da parte il discorso preparato (un tropo semmai ce n’è stato uno) e uno dopo l’altro rende onore a tutti gli amici che negli anni gli sono stati vicini, dichiarando a tutti che vuole loro bene: Raj (Kunal Nayyar), Bernadette (Melissa Rauch), Howard (Simon Helberg), Penny (Kaley Cuoco), Leonard (Johnny Galecki) e la moglie Amy. Un modo per lo show e gli spettatori di fare vicariamente lo stesso. E poi tutti seduti su e intorno al mitico divano a mangiare e chiacchierare, sulla canzone della sigla: assolutamente perfetto. 

Una nota felice, ma lievemente stonata, è stata l’annunciata gravidanza di Penny, ma solo perché aveva sempre detto di non volere figli e il cambiamento di rotta non è stato coerente o giustificato. Ma ammetto che ho già pensato a un revival fra vent’anni con il nascituro che fa roteare gli occhi per criticare la gang al completo. 

Non ci si è dimenticati della natura geeky del programma e guest star è stata nientemeno che Buffy l’ammazzavampiri in persona, Sarah Michelle Gellar, anche se in differenti circostanze  ci sarebbe stato più entusiasmo, qui onestamente l’attenzione era concentrata sul sestetto; o al limite sui comprimari, ma già si era provveduto nella puntata precedente a sistemare Stuart (Kevin Sussman) che ha deciso di andare a vivere con la sua ragazza.

Rimane il segreto del cognome da signorina di Penny, ma - rullo di tamburi - hanno aggiustato l’ascensore! Doveroso, ma in qualche modo anche inaspettato. 

Uno speciale dietro le quinte e sul set, Unraveling the Mystery: A Big Bang Farewell, ha ripercorso dei momenti topici e l’ultima vanity card di Chuck Lorre, co-ideatore insieme a Bill Prady, non poteva essere più azzeccata e irrisoria: il cast inginocchiato a lasciare impronte delle proprie mani con i didietro per aria e la didascalia che dice “The Ends”.

L’impronta vera è quella bei nostri ricordi. La serie non ha mai ricevuto grandi riconoscimenti da parte della critica, ma penso che ci sia anche un valore nel diventare un grande successo per aver saputo catturare l’immaginazione collettiva ed essere diventata un punto di riferimento.

Ne avrei di critiche su quello che è stato mostrato in questi anni, ma in questo momento voglio essere solo una fan dispiaciuta di un’era che si chiude, ma comunque appagata. Grazie, The Big Bang Theory, per le risate e l’amicizia.

domenica 21 ottobre 2018

SINGLE PARENTS: genitori soli che si aiutano


“Single Parents” avrebbe funzionato meglio come dramedy che come sit-com, perché l’idea forte di base e un certo tenero sostegno amicale ci sono, ma l’umorismo scarseggia, e lì dove non fosse così forzato, non apparirebbe patetico, come talvolta succede.

Will Cooper (Taran Killam), un divorziato trentenne con una bimba, Sophie (Marrow Barkley), incontra un gruppo di altri genitori soli, che lo accolgono nella loro cerchia di mutuo-supporto e storie di vita condivise: Angie (Leighton Meester, Gossip Girl), è una madre che ha difficoltà a riprendere una vita sentimentale attiva, con il figlio Graham (Tyler Wladis) iper-attaccato a lei; Douglas (Brad Garrett, Tutti amano Raymond) è un vedovo poco avvezzo alla paternità, con due gemelle, Emma (Mia Allan) e Amy (Ella Allan); Poppy (Kimrie Lewis) che lavora in un bar, è la madre single di Rory (David Trey Campbell), un esuberante bimbo con il pallino della moda; Miggy (Jake Choi) è il neopadre tontolone dell’infante Jack.

Ha una certa dolcezza questa creazione di Elizabeth Meriwether (New Girl) e J.J. Philbin, e un giusto pizzico di stramberia. La recitazione è buona e il cameratismo fra i genitori coinvolgente. Nel mix, stona giusto il genitore di origina asiatica Miggy che mentalmente non è troppo brillante perché sembra una fotocopia dell’equivalente personaggio di The Good Place. Le vicende, cosa originale, danno spazio anche ai soli bambini, in un buon equilibrio. I grandi imparano a svolgere bene il loro ruolo di genitori, senza per questo sacrificare la propria identità. Sull'americana ABC. 

giovedì 24 agosto 2017

DOWNWARD DOG: saggezze quotidiane di un cane parlante


Spero trovi presto una nuova cuccia la serie Downward Dog, cancellata dalla ABC dopo una prima stagione di 8 episodi, e in cerca di un nuovo network che continui a mandarla in onda.

Devo fare due premesse: l’idea di una sit-com concentrata su un cane parlante mi avrebbe fatto scappare a gambe levate alla sola idea, prima di provare io stessa che cosa significhi avere un cane;  non riuscivo e non riesco a dimenticare che in Episodes, una serie con un cane parlante è indicata come la quintessenza di TV spazzatura. Poco importa, questa incarnazione dell’idea è adorabile, non iper-esilarante, ma dolce e di cuore.  

Protagonista principale è un cane meticcio, Martin (interpretato da Ned, preso da un canile, con degli occhioni molto espressivi) che è un po’ giù di corda – spesso descrive le sue giornate come le peggiori della sua vita – e riflette con una vena filosofico-umoristica sui fatti della vita, che naturalmente interpreta a modo suo. Quando la sua umana lo porta al lavoro con sé, ad esempio, non è perché ha una impegnativa scadenza di lavoro e finirebbe per lasciarlo troppo da solo, ma perché un serial killer, Pepper, il gatto che lui non sopporta che vive loro vicino, che ha “lame retrattili, nelle mani”, aveva lasciato una minaccia di morte psicotica, un uccellino morto, davanti alla porta di casa.   
   
Siamo a Pittsburgh - in un ambiente che sembra preservare una dimensione umana, cittadina, ma a pochi passi anche bucolica - e Nan (la meravigliosa Allison Tolman, Fargo) ha una relazione a intermittenza con Jason (Lucas Neff) e lavora nel settore creativo-aziendale di una serie di negozi d’abbigliamento in stile Urban Outfitters, la Clark + Bow, dove può contare su Jenn (Kirby Howell Baptiste) come amica, ma è soggetta ai guizzi temperamentali del suo capo, Kevin (Barry Rothbart)  incompetente,  egocentrico e pieno di sé. Lei è veramente brava nel suo lavoro e quando agli inizi di stagione il cane le rovina completamente una presentazione, questo si rivela strumentale per una brillante idea in cui si impegnerà per l’arco della stagione: far sì che la gente si veda bella, così come il suo cane vede sempre lei.

Ideata da Samm Hodges (che in americano dà la voce al cane) e Michael Killen, sulla base di una loro web series, questa produzione brilla perché riesce a mostrare la solitudine, i dubbi e le insicurezze della vita, ma anche le piccole vittorie e saggezze quotidiane, attraverso un peloso che riflette di fronte a una telecamera, con la bocca mossa con gli effetti speciali in modo che sembra che parli davvero, in stile confessional-documentaristico, dicendo cose che vanno al cuore della verità umana, come quando realizza che, con i propri difetti, scegliere di amarsi è un grande atto di coraggio. Si ride di quei momenti introspettivi che venendo da cane hanno dell’assurdo nella giustapposizione fra realtà canina e verità umana, come quando pondera il fatto che la cultura canina coltivi troppo l’anti-intellettualismo.

Se avessi una coda scodinzolerei.

lunedì 1 maggio 2017

TRIAL AND ERROR: mockumentary su un omicidio


Trial and Error (NBC) è la parodia di un documentario che segue le vicissitudini legali di un eccentrico poeta con un cane di nome Shakespeare e una passione per il pattinaggio a rotelle, di East Peck nel South Carolina, Larry Handerson (John Lithgow, Third Rock form the Sun, recentemente The Crown), accusato della morte della moglie Margaret (Andy MacDowel). Da un importante studio legale di New York, arriva a difenderlo, assunto dal fratello della vittima, Jeremiah (Jefferson Davis) un avvocato al suo primo caso di omicidio, Josh Segal (Nicholas D’Agosto, Masters of Sex). Si ritrova a dover lavorare in un piccolo ufficio adiacente a un laboratorio di tassidermia, e con un team risicato a due elementi: uno scalcagnato e non brillantissimo investigatore, Dwayne (Steven Boyer), e Anne (Sherrie Shepherd), una segretaria che soffre di prosopagnosia (quindi non distingue i volti delle persone, ma a distinguere gli uomini dal pene non ha problemi, rassicura) e una sfilza di altri disturbi (sindrome di Stendhal, FAS - sindrome dell’accento straniero, dislessia…), anche se ad aiutarlo c’è anche la figlia dell’accusato, Summer (Krysta Rodriguez). Come pubblico ministero agisce la determinata Carol Anne Keane (Jayma Mays, Glee) che per un avanzamento di carriera ha assoluta necessità di mandare alla sedia elettrica Larry – beh, in realtà la pena prevedrebbe che venisse sbranato da un orso, ma sono dettagli.

Sebbene non riesca mai a convincere del tutto, questo mockumentary ha momenti davvero esilaranti ed è interpretato da un cast tutto molto forte che senza difficoltà spreme ogni possibile grammo di umorismo da ogni situazione. Lithgow poi  coinvolge anche solo con la mimica facciale, e le sue apparenti miserie sono fonte di grande ilarità. Oltre al motore congenito della ricerca investigativa e delle udienze in tribunale, che portano avanti il caso di omicidio, terreni fertili nella narrazione sono le uscite inappropriate di Larry che, nel dire la verità per difendersi dichiarando la sua innocenza sembra affossarsi sempre più – non è colpa sua se il suo programma tv preferito è “How to get away with murder – Le regole del delitto perfetto”! -, nell’imbranataggine collettiva del team, nella negata frustrazione sessuale di Carol, nella ferocità dei media che già nei fatti condannano un accusato, nelle bizzarrie dei piccoli centri cittadini – un’intera puntata (1.05) riprende più volte e in modo sempre diverso ed efficace l’idea che a East Peck la terza causa di morte sono le palle di cannone, dato che c’è una cerimonia che le spara due volte al giorno a ricordo di un atto di codardia che ha fatto sì che si salvassero molte vite. In quest’ultimo aspetto la sit-com è stata accostata a Parks and Recreation, ma senza l’umanità di quest’ultima. I personaggi qui peraltro sono in gran parte poco più che macchiette.

Questo spoof ideato Jeff Astrof e Matt Miller arriva in un momento in cui i documentari sui crimini (Making a Murderer, The Jinx, o The Staircase, che è stata di ispirazione per la prima stagione…) hanno molto successo. Di fatto il programma non riesce a decostruire il genere e le tecniche narrative che lo reggono, o a offrire una chiave di lettura pregnante sui motivi di questo successo o sul sistema legale ma, col suo setting inusuale, riesce a conciliare bene le battute visuali e verbali (che mette in primo piano come pure di sfondo) con una tematica cupa, senza che si qualifichi poi come humor nero. Nella sua stravaganza Trial & Error è alla fine seducente e non si riesce a non avere un debole per le storie e i personaggi tornando puntata dopo puntata con grande piacevolezza. Perfetta anche la conclusione. 

mercoledì 17 agosto 2016

LIFE IN PIECES: godibile commedia familiare


Ideata da Justin Adler, Life in Pieces racconta le vicende della famiglia Short in quattro piccole vignette autonome (ciascuna con un proprio titolo) per ogni puntata, in un buon equilibrio e riuscendo a gestire e far interagire con storie collegate un ampio cast. Questo formato – a quanto apre ispirato ai Looney Tunes - permette agli autori di tagliare tempi morti e compattare gli accadimenti in momenti che sono estremamente frizzanti, senza cadute di tono.  C’è anche la libertà di usare esterni e di muoversi propria delle commedie single-camera.

I nonni sono John (James Brolin) e Joan (Dianne Wiest): lui è un pilota d’aereo in pensione, lei una terapeuta. Hanno tre figli. Heather (Betsy Brandt, Breaking Bad), la figlia più grande, è sposata con un otorinolaringoiatra, Tim (Dan Bakkedahl), da cui ha tre figli: Tyler (Niall Cunningham), Samantha (Holly J Barrett) e Sophia (Giselle Eisenberg, Flesh and Bone). Matt (Thomas Sadoski, The Newsroom), il secondogenito,  divorziato e senza lavoro, torna a vivere dai genitori, nel garage, e frequenta Colleen (Angelique Cabral) che ha un cagnetto maschio di nome Princess (Principessa). Il figlio minore Greg (Colin Hanks) è sposato con un’avvocatessa, Jen (Zoe Lister-Jones), e hanno appena avuto una bimba, Lark.  

Autenticamente esilarante proprio nelle situazioni più che non nelle battute, la serie mescola tradizione a originalità, raccogliendo anche le lezione di Modern Family, e rispetto a quest’ultima ha personaggi più amabili. Non è raro ritrovarsi a sghignazzare della grossa, e in modo costante, ma capita anche di commuoversi.  La recitazione è buona su tutta la linea, con Hanks e Lister-Jones sono particolarmente efficaci nella commedia fisica. Una loro espressione è sufficiente per rimanere genuinamente divertiti. Diverse sono anche le guest-star. La prima stagione è partita in modo solido ed è cresciuta in forza nel tempo: se le puntate iniziali spingevano a proseguire, ma con il dubbio di farlo a lungo termine, con il susseguirsi delle puntate si è fugato ogni dubbio e alla chiusura già si desidera la seconda stagione che, per fortuna, ci sarà.    

lunedì 7 dicembre 2015

IMPASTOR: inverosimile, ma spassosa

Buddy Dobbs (Michael Rosembaum, il Lex Luthor di Smallville), un imbroglione inseguito da creditori strozzini e mollato dalla morosa Leeane (Aimee Garcia), decide di togliersi la vita buttandosi giù da un ponte. Lo ferma un sacerdote luterano gay, sulla via di una nuova parrocchia, Jonathan Barlow, che cerca di dissuaderlo, ma finisce per cadere e morire lui. Buddy decide così di assumerne l’identità. Inizialmente il suo proposito è quello di appropriarsi del denaro del defunto e sparire definitivamente, ma poi gli arride lo stile di vita che gli si prospetta nel nuovo ruolo, per quanto sia quello di un pastore impostore, un “impastore”, l’Impastor della sit-com di TV Land ideata da Christopher Vane.
Buddy, che non conduce una vita da stinco di santo e nulla sa di religione, ha che fare con i problemi dei suoi parrocchiani, ma soprattutto con i membri del “consiglio pastorale”: Dora Winston (Sara Rue), sua efficiente assistente sempre di buon umore; Alden Schmidt, anziano presidente della Ladner Trinity Lutheran Church, che vede con sospetto i metodi non convenzionali di Buddy ed è in crisi con la moglie, che gestisce una agenzia di pompe funebri;  Alexa Cummings (Mircea Monroe, Episodes), la tesoriera con un suo negozio di moda che ha un passato turbolento e che è attratta da lui; Russell Kerry (Mike Kosinski), segretario della chiesa, gay e attratto anche lui da Buddy con cui spera di avere un futuro sentimentale visto che lui, pur eterosessuale, è costretto a fingersi gay.
Confermata per una seconda stagione, questa sit-com non è la più originale o brillante che si sia mai vista. È fortemente inverosimile e assurda. Nondimeno è divertente e ha un cast di attori che riesce a spremere tutto l’umorismo possibile dalle situazioni più piccole. Anche se i personaggi sono nati come macchiette, non si riesce a non affezionarsi e a tenere genuinamente per loro. L’umorismo nasce dalle rocambolesche capriole che Buddy è tenuto a fare perché non venga svelata la sua identità, dai suoi tentativi di essere sempre un passo innanzi ai suoi inseguitori a cui deve del denaro e alla polizia – gli agenti Lovello e Hyde -  che indaga sul ritrovamento del cadavere del vero pastore e al suo spiccio e raffazzonato approccio alle esigenze spirituali che il ruolo gli richiede. Abbiate fede, è singolare e spassosa.

lunedì 19 ottobre 2015

WET HOT AMERICAN SUMMER: FIRST DAY OF CAMP: esilarante e nostalgica


Forse basta il lunghissimo elenco di star che hanno deciso di partecipare al progetto ideato da David Wain e Michael Showalter per Netflix che fa capire quanto riuscito sia Wet Hot American Summer: First Day of Camp: è come se ci fosse una raccolta firme che ne suggella la qualità. Non c’è nulla, assolutamente nulla, che non sarebbero disposti  a fare per strappare una risata, con quella cosciente innocente noncuranza che ha fatto il successo di film come “Una pallottola spuntata”.

La serie, in otto puntate, è il prequel del cult Wet Hot American Summer, commedia di scarso successo interpretata in gran parte degli stessi attori ora invecchiati e in qualche caso diventati nel frattempo famosi. Se si è disposti a sospendere l’incredulità di vedere un personaggio morire e reincarnarsi in una lattina di verdure cotte (1.03) che parla attraverso il coperchio di sopra che si alza e si abbassa, allora si ha lo spirito adatto per godersi quest’esilarante storia che sa costruire una autentica vicenda di avventura, azione, adolescenza e romanticismo, parodiando tutti i tropi del genere e facendoli a brandelli con partecipata simpatia. All’inizio è spiazzante vedere uomini e donne mature, per la gran parte quarantenni se non di più, interpretare degli adolescenti, ma una volta che si è percepito il tono assurdo e demenziale, ma allo stesso tempo dolce e consapevole, si rimane deliziosamente trascinati anche se, come me, non si fosse visto il film.

Siamo nel 1981 a Camp Firewood, un campo estivo dove le vite dei giovani assistenti si mescolano alle prime esperienze e le prime cotte e rivalità amorose di ragazzini che vi si recano per trascorrere un’estate. Si vive una vita in un’estate, si formano amicizie. Suzie (Amy Poehler) e il suo innamorato segretamente gay Ben (Bradley Cooper) preparano con i ragazzi  un musical alla Dirty Dancing, Electro City, su un ragazzo che arriva a New York per poi finire sulla sedia elettrica. A selezionare il cast li aiuta una stella del teatro (John Slattery) e per i ruoli principali vengono scelti Andy (Paul Rudd) e Katie (Marguerite Moreau) che si innamorano anche fuori dal set, anche se questo manda su tutte le furie il ragazzo di lei, Blake (Josh Charles) a che si trova nel campo rivale di Tiger Claw, frequentato dall’elite WASP. Coop (Shawalter), innamorato di Donna (Lake Bell), se la vede soffiare dall’israeliano Yiron (Wain). Victor (Ken Marino) vorrebbe perdere la sua verginità, e lo stesso Neil (Joe LoTruglio). Lindsay (Elisabeth Banks), una giornalista di un giornale rock, si intrufola nel gruppo per scrivere sotto copertura  il pezzo della vita su uno scomparso musicista rock. Il capo del campo Beth (Janeane Garofalo) e l’assistente capo dei ragazzi Greg (Jason Schwartzmann) vengono coinvolti in una vicenda che ha a che vedere con rifiuti tossici e assassini, pirateria informatica e tribunali, con tanto di coinvolgimento del presidente Reagan (ancora Shawalter, in un doppio ruolo d’attore oltre che di ideatore).

Le vicende sono un susseguirsi ed intrecciarsi di gag memorabili, curate nei dettagli e con risonanza metatestuale. Nel cast anche Jon Hamm, Kristen Wiig, Christopher Meloni, David Hyde Pierce, Molly Shannon e numerosi altri volti noti. Non è solo una parodia, ma l’applicazione di una specifica sensibilità comica ad una collaudata premessa narrativa. Una satira gustosa e nostalgica, da citare e rivedere.