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lunedì 30 giugno 2025

THE HANDMAID'S TALE: la stagione finale

ATTENZIONE SPOLIER

Un’avvincente sesta stagione ha chiuso in modo definitivo The Handmaid’s Tale, che ha regalato una series finale  anticlimatica, ma ugualmente molto convincente. I colpi di scena maggiori si sono verificati nel sottofinale (6.09), mentre nell’effettiva ultimissima puntata (6.10) si è fatto calare il sipario solo puntando su alcuni obiettivi: chiudere le storie rimaste ancora sospese, in particolare facendo sì che Janine (Madeline Brewer) si riunisse alla figlia; lasciare su una nota positiva zia Lydia (Ann Dowd), che ha cominciato il suo percorso di redenzione nel corso della stagione, e che sarà trainante nel prosieguo della storia che ci attende poi con The Testaments, serie dal successivo omonimo libro della Atwood su cui si sta già lavorando; chiudere il cerchio tornando agli eventi del pilot e a June (Elisabeth Moss) in quella camera nella casa ora diroccata dei Waterford in cui l’abbiamo conosciuta all’inizio; dare un valore spirituale a quella lotta che l’ha vista impegnata in questi anni. È stata chiusura morale, potremmo dire, più che altro.

Io non ho la competenza per vedere, al di là delle apparenze, tutti i riferimenti alla contemporanea realtà americana sotto Trump che molti sono stati in grado di individuare: a quanto pare, sono espliciti rispetto a certe persone e certi eventi. Nondimeno la denuncia di una realtà fascista misogina che varca i confini statunitensi è affidata proprio alla consapevolezza di voler narrare per testimoniare, per lasciare alle generazioni future, ma di fatto anche contemporanee, una riflessione vissuta sui mali a cui portano ideologie ultraconservatrici repressive e teocratiche, che non sono sconfitte una volta per tutte. June decide di scrivere un libro, spinta dalla madre e dal marito, e a quel proposito torna dove tutto è cominciato. Il valore metatestuale ed etico della serie sono stati appunto il senso e la vera eredità di questa chiusura. Ed è stata una stagione in cui oltre alla rabbia, la rabbia ragionevole di chi viene calpestato e abusato, c’è il perdono, quello di June nei confronti di Serena (Yvonne Strahovski) in primis, e di zia Lydia.  

Facendo un passo indietro, la stagione ha regalato molti snodi di trama avvincenti. il momento in “Esecuzione” (6.09) in cui Joseph  (Bradley Whitford) e Nick (Max Minghella) salgono sull’aereo che esploderà con a bordo tutti i comandanti leader, fra cui Wharton (Josh Charles), è stato il momento clou della stagione. Il primo è stato fra gli architetti della società di Gilead, che si è reso conto essere diventata una perversione. Doveva piazzare la bomba sull’aereo e andarsene, ma l’arrivo anticipato degli altri gli ha permesso di raggiungere il proprio obiettivo solo scegliendo consapevolmente di sacrificarsi, e così ha fatto. Il momento in cui guarda verso June mettendosi la mano sul cuore prima di entrare nell’aereo è stato forse il momento più alto, nel sue essere understated, di tutta la stagione. È un atto di eroismo di qualcuno che ha creduto in un ideale che si è rilevato fallace e ha saputo ammettere il proprio errore e lo ha pagato con la vita pur di rimediare. Spesso si sono fatti parallelismi con il nazismo nel corso della stagione, e in questa prospettiva non posso che fare io un parallelismo con The Man in The High Castle dove gerarchi nazisti pentiti affrontano una sorte similare. E poi su quell’aereo è salito Nick, l’amore di June e il padre di sua figlia, che la ha tradita poco prima, e forse per impossibilità di immaginare un’alternativa, forse per interesse nel non perdere la posizione di potere che ha conquistato nel tempo è salito su quell’aereo, non dopo un momento di titubanza in cui guarda in direzione di una June che lui non vede ma che lei vede. Sa che l’uomo che ama salendo su quell’aereo morirà. Il suo è un sacrificio per la causa che non ha altra scelta che liberarsi dei leader. Si è trattato di una puntata intensa, affascinante, memorabile.

E la stagione ha avuto i numerosi ripensamenti di Serena, che fra i responsabili di quella realtà in cui in fondo ancora crede, altalena fra posizioni contrastanti, desiderosa fino in ultimo che il progetto per cui si era battuta. Sperava in una versione 2.0 con  New Bethlehem, ma i problemi di base rimanevano. Alla fine rimane disillusa. Il suo matrimonio è stato un evento di grande tensione perché ha segnato l’inizio della ribellione della Mayday, in cui June e gli altri sono riusciti a liberare Boston e lo Stato del Massachusetts (6.08). Rifiutatole l'ingresso in Canada e nell'Unione Europea diventa una rifugiata, con un posto temporaneo in un insediamento delle Nazioni Unite procuratole da Mark (Sam Jaeger).

Per volontà di Margaret Atwood non si è mai trattato di una serie distopica, ma di fiction speculativa, come la chiama lei, ovvero gli eventi, mutatis mutandis, si sono effettivamente verificati da qualche parte nel mondo del corso della storia, non sono purtroppo perversa pura fantasia. Il messaggio che lascia è tragicamente attuale e vivo. Inattesa guest star è stata Emily (Alexis Bledel), che aveva lasciato lo show dopo la quarta stagione. Con June guardano un grande murale che è un inno alla libertà, alla pace, al combattere per i propri diritti, e pieno di “my name is…”, quindi “il mio nome è…, mi chiamo…” seguito dal nome di battesimo effettivo di molte donne, non quello che le indicava come proprietà di un comandante come durante il regime. Contro qualunque tentativo di cancellare l’identità personale delle persone nessuno è al sicuro, non noi, non i nostri figli o i nostri nipoti. “Gilead non ha bisogno di essere sconfitta, ha bisogno di essere spezzata". Jane sogna, fantastica durante il corso della series finale di esser riunita con la figlia Hannah, qualcosa che ancora non è ottenuto. Non è una conquista definitiva, ma una che va fatta giorno per giorno, ancora e ancora. Vale anche nella vita e personalmente l'ho sentito molto come un invito ad impegnarsi perché realtà come Gilead non prendano il sopravvento. 

lunedì 19 agosto 2024

THE GOOD DOCTOR: una series finale inclusiva

Con una settima stagione più corta delle altre (solo 10 episodi) The Good Doctor (ABC, Rai2) ha chiuso il suo corso con una series finale delicata ed appropriata.

SPOILER SULLA FINALISSIMA

L’arco conclusivo ha visto il dottor Shaun Murphy (Freddie Highmore) dibattersi davanti a due casi importanti per cercare di salvare da un lato il Dr. Aaron Glassman (Richard Schiff), suo mentore e figura paterna, a cui era tornato il cancro, e dall’altro l'amica di sempre, la dottoressa Claire Browne (Antonia Thomas), alle prese con una grade infezione, rientrata negli USA per farsi curare anche lei per un cancro, in questo caso al seno, proprio per questo ultimo atto, dopo lunga assenza giustificata dal fatto che alla fine della quarta stagione aveva deciso di trasferirsi in Guatemala per seguire una clinica lì. Per il primo purtroppo è calato il sipario, e il programma lo ha espresso in modo molto elegante, semplicemente mostrandoci Sean su una giostra da solo; la seconda ha avuto più fortuna, grazie proprio alla brillantezza dei propri colleghi e al sostegno di un ritrovato Jared Kalu (Chuku Modu), nonostante la perdita non indifferente di un braccio.

La serie ha detto ormai quello che aveva da dire: si è portata consapevolezza su alcune problematiche dell’autismo e, come ha rilevato in più di un’intervista l’attore protagonista, si è riusciti a mostrare come anche le persone con autismo possano cambiare ed evolversi , così come le persone neurotipiche. Nella settima stagione si è pure potuto vedere il dottor Murphy nel ruolo di padre. L’evento più significativo è stata la prematura scomparsa del dottor Asher Wolke (Noah Galvin) a causa di un violento attacco omofobico, proprio a ridosso del fidanzamento con Jerome Martel (Giacomo Baessato). E sono stati introdotti due nuovi studenti praticanti, la dottoressa Charlie Lukaitis (Kayla Cromer), pure lei nello spettro dell’autismo e che idolatra Shaun, anche se lui non la vede con lo stesso favore, e Dominick “Dom” Hubank (Wavyy Jonez), molto in difficoltà di  fronte alla vista del sangue.

Già in corso di via si è notato l’impegno a chiudere le vicende. Con l’avvicinarsi della conclusione già avevano dato il lieto fine per altri personaggi come la dottoressa Morgan Reznick (Fiona Gubelmann) e il dottor Alex Park (Will Yun Lee) che si sono finalmente sposati. Della finalissima, che è stata appropriatamente intitolata “Goodbye” (7.10), erano le ultime battute quelle di cui ero più curiosa, vedere in che modo si sarebbe scelto di dire l’addio definitivo al San Jose St. Bonaventure Hospital. Si è andati nel futuro. Nella coda di quella che diversamente sarebbe stata una puntata come le altre, vediamo  Shaun impegnato in un TED Talk – sullo sfondo appaiono i nomi dei pazienti che ha aiutato nella sua carriera: gli effettivi nomi dei personaggi con cui ha interagito nel corso delle puntate; Adam, il primo che compare, è quello che ha salvato nel pilot. Ascoltando il suo discorso, pronunciato in onore del  dottor Glassman, e vedendo chi è presente, veniamo a sapere “come sono andate le cose”: è diventato primario di chirurgia; ha aperto insieme Claire  una fondazione per promuovere la presenza medici neurodivergenti, la Dr. Aaron Glassman Foundation for Neurodiversity in Medicine; con Lea (Paige Spara) ha avuto un altro figlio, una bambina questa volta…Più o meno tutti sono fra il pubblico. La dottoressa Audrey Lim (Christina Chang) la vediamo pronta a partire con “Surgeons for a Better World" per un’altra opportunità lavorativa e la dottoressa Bria Samoné Henderson vediamo che si è sposata con Danny Perez (Brandon Larracuente).

C’è stato insomma un lieto fine che ha cercato di non lasciare fuori nessuno e ci è riuscito. Forse questi personaggi mancheranno, ma ha chiuso in modo appagante e in linea con quello che la serie è stata in questi anni: un appuntamento gradevole che ha sostenuto l’inclusività.

martedì 4 ottobre 2022

THE GOOD FIGHT: finirà con un'esplosione?

L’ultima puntata dell’ultima stagione di The Good Fight terminerà con un’esplosione, o almeno questa è la mia ipotesi. "Sarà un episodio catastrofico che vedrà molta violenza", ha dichiarato Robert King, co-ideatore e produttore esecutivo della serie in un’intervista a TV Line, aggiungendo che anche se si toccheranno dei punti chiave necessari a un’ultima puntata, non sarà trattata come se lo fosse. La moglie che con lui ha co-ideato la serie e la serie “compagna” The Good Wife, e che pure come lui ha il ruolo di EP, ha aggiunto: “L'intera stagione vuole essere il culmine dell'universo di [Good], più che solo l'ultimo episodio”. Finire tutto con un’esplosione sarebbe sensato.

SPOILER. Dall’incipit della sesta stagione (6.01 intitolata “L’inizio della fine”), fuori dalla sede della Reddick & Associates ci sono manifestanti, proteste, esplosioni, boati, gas lacrimogeni, spari, che fanno da sottofondo a tutte le attività di questi avvocati. Una granata viene lanciata dentro un ascensore – poi si rivela finta, ma il messaggio è chiaro: la prossima volta non lo sarà. Alla fine di “The End of Football” (6.03) c’è un’enorme deflagrazione che distrugge una vetrata dietro a Diane Lockhart (Christine Baranski) e il nuovo personaggio Lyle Bettencourt (John Slattery). La puntata successiva (6.04) si apre con la dicitura che vedete in alto nella foto: “Questo episodio include contenuti che possono essere sensibili per alcuni spettatori…soprattutto spettatori che sono disturbati da materiale cerebrale che esplode”. Quando il contenuto in questione prende forma nella puntata, io già non ci pensavo più, ed è stato scioccante e doloroso, con un superlativo – come sempre - Alan Cumming nel ruolo di Eli Gold. Lì per lì però, quando ho visto il trigger warning ho ridacchiato, anche per la sua specificità, pensando che difficilmente chi segue questa serie si fa turbare da un’esplosione, anche in considerazione della sigla, che è partita subito dopo e che da sempre è una serie di oggetti che esplodono.

È stato allora che ho pensato: ce lo hanno sempre detto e di continuo. Non possiamo essere cechi ai warning signs, i segnali d’avvertimento: esploderà tutto. Suppongo che scopriremo se ho ragione il 10 novembre, data di messa in onda della series finale.

mercoledì 1 giugno 2022

Dopo sei stagioni, addio a THIS IS US


Mi ero preparata i pacchetti di fazzoletti per la series finale di This is Us. Del resto, delle 106 puntate andate in onda in sei stagioni, solo per una manciata credo di non aver pianto. Anzi, se una critica si può muovere a questa creazione di Dan Fogelman è proprio quella di essere strappalacrime, addirittura emozionalmente monipolatoria, e sdolcinata magari. Per la finalissima in effetti sono serviti i fazzoletti, ma il giusto. Si è tenuta fedele a sé stessa, fino in fondo.

Non ho mai dato troppo credito alle vicende dei Pearsons, fatti salvi due aspetti. In un panorama televisivo che mostra sempre più famiglie disfunzionali, è stata in grado di presentarne una dove tutti si vogliono bene e i contrasti, anche dove sono grandi, si risolvono, rimanendo presenti gli uni per gli altri. In questo c’è qualcosa di “antico” e rassicurante, ma lo ha fatto mostrando una famiglia moderna, allargata, non completamente favolistica e fuori dal mondo. Poi, ho da subito molto apprezzato il modo in cui ha saputo riscrivere la mascolinità, ritraendo modelli virili che non per questo erano machisti, ma anche vulnerabili e capaci di mettersi in discussine e comunicare. E lo ha fatto davvero con tutti i personaggi uomini. Si comincia ad andare in quella direzione in altri show – penso a Ted Lasso – ma quieto quieto questo programma familiare ha saputo fare da apristrada.

La conclusione ha messo la lente di ingrandimento su quello che in realtà è un altro aspetto che ha svolto in modo magistrale, uno ovvio, ma che proprio per questo rischia troppo facilmente di non venire notato: l’intersecarsi dei piani temporali, la continua presenza di rimandi e di corrispondenze che si fanno eco. Ho deciso di vedere le ultime due puntate – “The Train (6.17) e “Us” (6.18) - una di fila all’altra, scelta che si è rivelata appropriata, forse anche perché erano entrambe scritte dall’ideatore e dirette da Ken Olin. Lì questo gioco di passaggi apparentemente semplici ha brillato. Basta solo pensare al “viaggio in treno” di Rebecca (Mandy Moore), e vederla osservare i figli fisicamente presenti nello stesso momento nella forma di tutti gli attori che nelle diverse età li hanno interpretati, per venire illuminati sul sottile gioco di memoria che la serie ha saputo costruire. O l’abile ripresa nella finale di un quadro di cui si era parlato nella quinta puntata della prima stagione – ne avevo fatto menzione qui nell’ultimo paragrafo, e invito a rileggerlo perché quello è davvero il senso, la poetica della serie tutta: ognuno di noi aggiunge qualcosa, e siamo sempre presenti, anche chi se ne va c’è ancora. Un magnifico messaggio su quel “noi” del titolo della puntata, sulla vita, sulla serie…

E così addio a Rebecca, Jack, Randall, Kate, Kevin e a tutti gli altri. Li lascio andare senza particolari rimpianti, ma è stato bello conoscerli. Saranno parte di me.

lunedì 20 gennaio 2020

Termina MR ROBOT: addio, amico


In che modo possiamo cambiare il mondo? Essendoci, essendo presenti e facendo del nostro meglio. Questo sembra il messaggio ultimo dell’intera serie di Mr Robot che torna nella quarta stagione alla tematica principe già introdotta nella prima.

Ho scritto un saggio per “Osservatorio TV” del 2018 su questa serie, concentrandomi sulle prime tre stagioni e su come sia stata una metanoia che ha fatto ampio uso dell’agnizione, cosa che ritorna anche in questo ultimo segmento, e su come abbia usato un’originalissima estetica visuale con un framing che potenzia spazio negativo e shortsighting. Se il secondo e il terzo arco però sono stati in calo rispetto all’esordio, non questo quarto, che ci ha riportato agli antichi splendori narrativi, sia nella trama orizzontale che nell’approfondimento verticale di ciascun episodio singolo: non sono quelle che si chiamano puntate autoconclusive, ma hanno una forte identità singola piuttosto pregnante, non si confondono l’una nell’altra. 

Si è esordito con due morti, una delle quali del protagonista, “temporanea”, con un cameo dell’ideatore Sam Esmail che dice “Goodbye friend”; c’è stata una puntata praticamente senza dialogo (4.05), un episodio di rivelazione di che cosa sia davvero accaduto nell’infanzia di Elliot (4.07), un catartico abbraccio (4.08) fra il protagonista e Mr Robot (Christian Slater), l’intensa memorabile scena in 4.11 (qui) fra Elliot e Whiterose (BD Wong), la realtà alternativa del sottofinale e la rivelazione in chiusura di chi è veramente Eliot, al tempo stesso sensata e anticlimatica. Più intima anche, come si è sentito giusto che fosse. SPOILER: in realtà l’Elliot che abbiamo conosciuto non è altro che un’altra personalità che ha preso in ostaggio il vero Elliot, uno che noi non abbiamo mai conosciuto e che si trova alla fine in un letto d’ospedale, con la sorella Darlene (Carly Chaikin) a prendersene cura.  Anche se tutto quello che si è verificato è accaduto veramente, ci tiene a sottolineare lei.

I titoli delle puntate, sempre attinenti al mondo dei computer, in questa stagione hanno preso il nome dei codici di errore del protocollo di rete http.  

Si è parlato di cambiare il mondo, ma anche di problemi psichiatrici, solitudine, potere, ricchezza, equità, rivoluzione, abuso su minore, amore, amicizia, famiglia, felicità, opportunità, tecnologia, virtuale e reale… una serie che non è diventata una must a caso.

Addio, amico. 

lunedì 20 maggio 2019

IL TRONO DI SPADE: la conclusione


SPOILER PER CHI NON HA VISTO L’ULTIMA PUNTATA

Sono probabilmente nella minoranza, ma sono rimasta soddisfatta di come si è chiuso Game of Thrones. La sera prima dell’ultima puntata (8.06), ovvero ieri, stavo riflettendo su come l’aspetto più elettrizzante in fondo  fosse il senso di eccitazione generale, il coinvolgimento globale, nei confronti di una storia su cui moltissimi erano investiti e su cui era un piacere stare a parlare e a discutere, senza confini. L’ho provato altre volte, ma mai probabilmente in questa dimensione, sentendo che effettivamente c’era tutto il mondo che guardava. Questo è il potere della  televisione, o forse ancora meglio, come in fondo ha detto nella diegesi dell’ultima puntata la serie stessa, questo è il potere delle storie, della narrazione. Per cui, con questa ratio, non posso che accettare il modo in cui hanno deciso di concluderla e che cosa hanno scelto di dire. E sorridere poi nel vedere Samwell (John Bradley) consegnare a Tyrion (Peter Dinklage) un libro con “Le cronache del ghiaccio e del fuoco”, nome del ciclo di romanzi da cui è tratto Il Trono di Spade.

La prima metà della puntata è stata epica, e con una cinematografia impeccabile, precisa, mozzafiato. Molte sono state le immagini memorabili. Quadri. Jon (Kit Harington) che uccide Dany (Emilia Clarke),  pugnalandola, dopo un bacio che seguiva la sua dichiarazione che lei sarebbe stata per lui sempre la sua regina, sa anche di leggenda giapponese, e chiude degnamente questo segmento di trama. Ci sono stati echi di storia e di politica, importanti semi di riflessione filosofica. 

E tutta la seconda parte, più mesta, più dimessa e prosaica, più quotidiana e realistica anche, aveva il tono di una coda, ma ha chiuso sufficienti storie, e dato sufficienti risposte, compresa la possibilità per Jon di salutare finalmente Ghost, il suo metalupo, cosa di cui si erano lamentati tutti che non l’avesse fatto precedentemente. La quiete e la ricostruzione dopo la tempesta. E con gli Stark in fondo si era aperto, con loro si è chiuso. 

Rimane una delle serie migliori di sempre, nonostante la fine abbia scontentato molti. In particolare, la rotta presa da Daenerys, nella penultima puntata “The Bells – Le campane” (8.05), ha fatto arrabbiare tanti. Io penso che fosse una svolta coerente, per quanto forse affrettata. E per Cersei (Lena Headey), il più shakespeariano dei personaggi, una fine tragica era nelle stelle - che sia stata mitigata dall’abbraccio finale con l’amato Jamie (Nicolaj Coster-Wandau) in un destino comune è stato commovente. Del resto credo che sia una di quelle situazioni in cui difficilmente tutti rimangono contenti - si legga in proposito l’equilibrato pezzo del critico di punta dell’Hollywood Reporter, Tim Goodman. Per parafrasare quello che Tyrion dice in conclusione, forse il fatto che nessuno sia completamente contento è un segno che è stata la decisione migliore. 

 Io ero convinta che sul trono si sarebbe seduta una donna,  ma in realtà va bene così. Nessuno ha davvero avuto il trono di spade perché è stato squagliato da Drogon. Bran (Isaac Hempstead Wright) non avrebbe avuto un senso nella narrazione se non fosse diventato a questo punto lui re dei sei regni, con il settimo, quello del Nord, con Sansa (Sophie Turner) come regina. Tyrion mano del re; Jon “esiliato” fra i Guardiani della Notte, che sceglie di andare oltre la Barriera; Arya (Maisie Williams), come una novella Cristoforo Colombo, che naviga ad ovest di Westeros.

Gli autori David Benioff e D.B. Weiss (tra l’altro sceneggiatori e registi della finalissima) hanno detto la loro e hanno il mio applauso. Per una conclusione diversa, ai fan scontenti rimane la fan fiction, a George R.R. Martin di terminare i suoi libri. 

sabato 18 maggio 2019

THE BIG BANG THEORY: la finalissima


Mi sono commossa guardando l’ultimissima puntata, in due parti (12.23 - 12.24) , di The Big Bang Theory, la sit-com multi-camera più longeva della TV, con 12 stagioni e 279 puntate. Alla fine è stata un inno all’amicizia, all’esserci gli uni per gli altri negli alti e bassi della vita, anche nei momenti in cui magari si fatica a sopportarsi a vicenda, felici non solo per le proprie gioie ma anche per quelle degli altri.

SPOILER PER CHI NON AVESSE VISTO L'ULTIMA PUNTATA.
L’episodio conclusivo ha riservato gradite sorprese. Amy (Mayim Bialik) e Sheldon (Jim Parsons) vincono il Nobel, con lei che nel momento dei ringraziamenti caldeggia le giovani donne a perseguire studi e carriera in ambito scientifico, se è quello che desiderano - tema caro alla serie già in passato -,  e Sheldon che mette da parte il discorso preparato (un tropo semmai ce n’è stato uno) e uno dopo l’altro rende onore a tutti gli amici che negli anni gli sono stati vicini, dichiarando a tutti che vuole loro bene: Raj (Kunal Nayyar), Bernadette (Melissa Rauch), Howard (Simon Helberg), Penny (Kaley Cuoco), Leonard (Johnny Galecki) e la moglie Amy. Un modo per lo show e gli spettatori di fare vicariamente lo stesso. E poi tutti seduti su e intorno al mitico divano a mangiare e chiacchierare, sulla canzone della sigla: assolutamente perfetto. 

Una nota felice, ma lievemente stonata, è stata l’annunciata gravidanza di Penny, ma solo perché aveva sempre detto di non volere figli e il cambiamento di rotta non è stato coerente o giustificato. Ma ammetto che ho già pensato a un revival fra vent’anni con il nascituro che fa roteare gli occhi per criticare la gang al completo. 

Non ci si è dimenticati della natura geeky del programma e guest star è stata nientemeno che Buffy l’ammazzavampiri in persona, Sarah Michelle Gellar, anche se in differenti circostanze  ci sarebbe stato più entusiasmo, qui onestamente l’attenzione era concentrata sul sestetto; o al limite sui comprimari, ma già si era provveduto nella puntata precedente a sistemare Stuart (Kevin Sussman) che ha deciso di andare a vivere con la sua ragazza.

Rimane il segreto del cognome da signorina di Penny, ma - rullo di tamburi - hanno aggiustato l’ascensore! Doveroso, ma in qualche modo anche inaspettato. 

Uno speciale dietro le quinte e sul set, Unraveling the Mystery: A Big Bang Farewell, ha ripercorso dei momenti topici e l’ultima vanity card di Chuck Lorre, co-ideatore insieme a Bill Prady, non poteva essere più azzeccata e irrisoria: il cast inginocchiato a lasciare impronte delle proprie mani con i didietro per aria e la didascalia che dice “The Ends”.

L’impronta vera è quella bei nostri ricordi. La serie non ha mai ricevuto grandi riconoscimenti da parte della critica, ma penso che ci sia anche un valore nel diventare un grande successo per aver saputo catturare l’immaginazione collettiva ed essere diventata un punto di riferimento.

Ne avrei di critiche su quello che è stato mostrato in questi anni, ma in questo momento voglio essere solo una fan dispiaciuta di un’era che si chiude, ma comunque appagata. Grazie, The Big Bang Theory, per le risate e l’amicizia.