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lunedì 20 maggio 2019

IL TRONO DI SPADE: la conclusione


SPOILER PER CHI NON HA VISTO L’ULTIMA PUNTATA

Sono probabilmente nella minoranza, ma sono rimasta soddisfatta di come si è chiuso Game of Thrones. La sera prima dell’ultima puntata (8.06), ovvero ieri, stavo riflettendo su come l’aspetto più elettrizzante in fondo  fosse il senso di eccitazione generale, il coinvolgimento globale, nei confronti di una storia su cui moltissimi erano investiti e su cui era un piacere stare a parlare e a discutere, senza confini. L’ho provato altre volte, ma mai probabilmente in questa dimensione, sentendo che effettivamente c’era tutto il mondo che guardava. Questo è il potere della  televisione, o forse ancora meglio, come in fondo ha detto nella diegesi dell’ultima puntata la serie stessa, questo è il potere delle storie, della narrazione. Per cui, con questa ratio, non posso che accettare il modo in cui hanno deciso di concluderla e che cosa hanno scelto di dire. E sorridere poi nel vedere Samwell (John Bradley) consegnare a Tyrion (Peter Dinklage) un libro con “Le cronache del ghiaccio e del fuoco”, nome del ciclo di romanzi da cui è tratto Il Trono di Spade.

La prima metà della puntata è stata epica, e con una cinematografia impeccabile, precisa, mozzafiato. Molte sono state le immagini memorabili. Quadri. Jon (Kit Harington) che uccide Dany (Emilia Clarke),  pugnalandola, dopo un bacio che seguiva la sua dichiarazione che lei sarebbe stata per lui sempre la sua regina, sa anche di leggenda giapponese, e chiude degnamente questo segmento di trama. Ci sono stati echi di storia e di politica, importanti semi di riflessione filosofica. 

E tutta la seconda parte, più mesta, più dimessa e prosaica, più quotidiana e realistica anche, aveva il tono di una coda, ma ha chiuso sufficienti storie, e dato sufficienti risposte, compresa la possibilità per Jon di salutare finalmente Ghost, il suo metalupo, cosa di cui si erano lamentati tutti che non l’avesse fatto precedentemente. La quiete e la ricostruzione dopo la tempesta. E con gli Stark in fondo si era aperto, con loro si è chiuso. 

Rimane una delle serie migliori di sempre, nonostante la fine abbia scontentato molti. In particolare, la rotta presa da Daenerys, nella penultima puntata “The Bells – Le campane” (8.05), ha fatto arrabbiare tanti. Io penso che fosse una svolta coerente, per quanto forse affrettata. E per Cersei (Lena Headey), il più shakespeariano dei personaggi, una fine tragica era nelle stelle - che sia stata mitigata dall’abbraccio finale con l’amato Jamie (Nicolaj Coster-Wandau) in un destino comune è stato commovente. Del resto credo che sia una di quelle situazioni in cui difficilmente tutti rimangono contenti - si legga in proposito l’equilibrato pezzo del critico di punta dell’Hollywood Reporter, Tim Goodman. Per parafrasare quello che Tyrion dice in conclusione, forse il fatto che nessuno sia completamente contento è un segno che è stata la decisione migliore. 

 Io ero convinta che sul trono si sarebbe seduta una donna,  ma in realtà va bene così. Nessuno ha davvero avuto il trono di spade perché è stato squagliato da Drogon. Bran (Isaac Hempstead Wright) non avrebbe avuto un senso nella narrazione se non fosse diventato a questo punto lui re dei sei regni, con il settimo, quello del Nord, con Sansa (Sophie Turner) come regina. Tyrion mano del re; Jon “esiliato” fra i Guardiani della Notte, che sceglie di andare oltre la Barriera; Arya (Maisie Williams), come una novella Cristoforo Colombo, che naviga ad ovest di Westeros.

Gli autori David Benioff e D.B. Weiss (tra l’altro sceneggiatori e registi della finalissima) hanno detto la loro e hanno il mio applauso. Per una conclusione diversa, ai fan scontenti rimane la fan fiction, a George R.R. Martin di terminare i suoi libri. 

mercoledì 29 giugno 2016

GAME OF THRONES: la sesta stagione


ATTENZIONE SPOILER. Un’esplosiva, in senso letterale, season finale ha lasciato Game of Thrones rinvigorito alla fine di una sesta stagione che ha sicuramente convinto. Dei molti eventi che l’hanno caratterizzata, probabilmente i due che prima della chiusura hanno spiccato sono stati la resurrezione di Jon Snow (6.02) e la commovente morte di Hodor (6.05), il cui ripetere sempre la stessa parola si spiega finalmente con il suo compito di “hold the door”, tenere la porta, in modo che Bran possa fuggire e salvarsi. Il sottofinale (6.09) è stato la spettacolosa epica cosiddetta “battaglia dei bastardi”, registicamente una vera meraviglia di scontri militari, quasi una danza, e si è chiuso con la morte del sadico Ramsay dato in pasto ai cani da Sansa, evento brutale ma appropriato, quasi appagante – il mezzo sorriso di lei non glielo si biasima.

La finalissima (6.10) ha svelato uno dei misteri più a lungo custoditi, l’identità dei genitori di Jon Snow, rivelatisi Lyanna Stark, la sorella minore di Ned Stark, che lo ha cresciuto come suo figlio, e Rhaegar Targeryen, il fratello maggiore di Daenerys. Ora Jon è acclamato re del Nord. Cersei si è ritrovata nella posizione opposta a quella in cui era in conclusione della stagione precedente, allora umiliata e sconfitta, ora proclamata regina, dopo che ha fatto esplodere il Tempio di Baelor uccidendo l’Alto Passero, la regina Margaery e il fratello, evento che ha causato il suicidio di suo figlio re Tommen. La sua trasformazione è stata più visibile che mai, segnata anche da un netto cambio nel look. Ad abiti che ne esaltavano la femminilità si sostituisce ora una divisa quasi militare. La consacrazione di questi due monarchi si è accompagnata a sguardi che sono il seme di possibili minacce alla stabilità futura. Nel caso di Jon, quello fra la sorella Sansa e Ditocorto, nel caso di Cersei quello suo con il fratello-amante Jaime.
  
La chiusura ha lasciato due decise impressioni. La prima è la forza con cui si sono imposte le donne in questo arco. Certo, Samwell Tarly, è arrivato a Vecchia Città per diventare il nuovo Maestro di Castello Nero, e ha gli occhi che gli luccicano al vedere la gigantesca biblioteca. I libri sono incatenati e in quel luogo delle meraviglie Gilly, in quanto donna con bambino, non può entrare. A quelle come lei la cultura è interdetta, viene da pensare, ma in questa stagione sono più che mai le donne a ergersi dalla massa, pronte alla battaglia, talvolta ferite ma rese più determinate se non addirittura feroci per questo: la piccola, ma tostissima Lady Lyanna Mormont infiamma il Nord con il suo discorso pro-Jon; Sansa è determinante della vittoria di suo fratello e non è più la damigella in pericolo perennemente spaventata; Yara è riconosciuta anche dallo stesso Theon come l’erede legittima dei Greyjoy; Arya si riconosce come tale e non solo come “una ragazza”  o come “nessuno” e sgozza Walder Frey dopo avergli fatto mangiare un pasticcio di carne cucinato con quella dei suoi figli; Daenerys, per un nanosecondo si è ritrovata fra i Dothraki in un’apparente situazione di debolezza, ma l’esperienza la fa trionfare velocemente, sa rinunciare al suo amante per “ragioni di Stato” e, forte anche dell’alleanza e consulenza di Tyrion, è pronta con flotta e draghi ad arrivare a Westeros.

La seconda impressione è che si sia quasi chiusa la premessa, e che ora si cominci, con tutte le pedine pronte per l’offensiva finale. Come è caratteristica di questa serie, ci sono colpi di scena e morti a profusione, ma riescono a non essere scontati e finora han sempre appassionato. E in chiusura della sesta stagione si esce energizzati: che il gioco per la conquista del Trono abbia inizio. L’inverno dopotutto è arrivato.

lunedì 21 settembre 2015

EMMY AWARDS 2015: i vincitori

 
Sono stati consegnati questa scorsa notte gli Emmy Awards, in una cerimonia presentata da Andy Samberg (Brooklyn Nine-Nine) che Rai4 ha trasmesso in diretta e replicherà in differita stasera in seconda serata. Per le mie considerazioni su chi avrebbe dovuto vincere e si chi avrebbe vinto, si veda qui.
Sotto, la lista dei vincitori. Grandi premiati Il Trono di Spade, Veep e Olive Kitteridge.
 
Miglior drama
 
Game of Thrones
 
 
Miglior attore in un drama
 
Jon Hamm, Mad Men 
 
 
Miglior attrice in un drama
 
Viola Davis, How to Get Away With Murde
 
 
Miglior attore non protagonista in un drama

Peter Dinklage, Game of Thrones
 

Miglior attrice non protagonista in un drama

Uzo Aduba, Orange is the New Black
 

Miglior Sceneggiatura per un drama

David Benioff e DB Weiss, episodio “Mother’s Mercy” (5.10), Game of Thrones – su questo episodio si veda che cosa avevo scritto qui.
 

Miglior Regia per un drama

David Nutter, episodio “Mother’s Mercy” (5.10), Game of Thrones
 
 
 
 
Miglior comedy
Veep
 
 
Miglior attore in una comedy
 
Jeffrey Tambor, Transparent
 
 
Miglior attrice in una comedy
 
Julia Louis-Dreyfus, Veep
 
 
Miglior attore non protagonista in una comedy
 
Tony Hale, Veep
 
 
Miglior attrice non protagonista in una comedy
 
Allison Janney, Mom
 
 
Miglior sceneggiatura per una comedy
 
Simon Blackwell, Armando Iannucci e Tony Roche, episodio Election Night (4.10), Veep
 
 
Miglior regia per una comedy
 
Jill Soloway, episodio “Best New Girl” (1.08),  Transparent
 
 
 
 
Miglior  miniserie o film per la TV
 
Olive Kitteridge
 
 
Miglior attore in una miniserie o film per la TV
 
Richard Jenkins, Olive Kitteridge
 
 
Miglior attrice in una miniserie o film per la tV
 
Frances McDormand, Olive Kitteridge
 
 
Miglior attore non protagonista in una miniserie o film per la TV

Bill Murray, Olive Kitteridge

 
Miglior attrice non protagonista in una miniserie o film per la TV

Regina King, American Crime

 
Miglior sceneggiatura per una miniserie o film per la TV

Jane Anderson, Olive Kitteridge
 
 
Miglior regia per una miniserie o film per la TV

Lisa Cholodenko, Olive Kitteridge
 
 
 
Miglior serie di varietà – sketch
 
Inside Amy Schumer
 

Miglior serie di varietà -  talk
 
The Daily Show with Jon Stewart
(che ha vinto anche per scrittura e regia in questa categoria)
 
 

domenica 21 giugno 2015

GAME OF THRONES (5.10): intenso ed elettrizzante


So di essere in minoranza, ma mi è molto piaciuta la quinta stagione di Game of Thrones, che ho trovato rivitalizzata, a momenti tragedia greca, a momenti storia romana, biblica e shakespeariana. E la season finale, “Mother’s Mercy – Madre misericordiosa” (5.10), scritta da David Benioff e D.B. Weiss, mi ha elettrizzata come non succedeva ormai dalla prima stagione: è stata intensa e così ricca di colpi di scena che si rincorrevano, grandi e piccoli, che non c’era nemmeno il tempo di prendere fiato. C’è stato quasi un sovraccarico adrenalinico, ma decisamente appagante. Le polemiche in proposito si sono sprecate, e alcune critiche hanno anche fondamenti ragionevoli, ma non le condivido.

Attenzione SPOILER sulla chiusura della quinta stagione.

Alcuni avvenimenti che hanno pompato sangue nella puntata – Arya che diventa cieca; Theon/Reek e Sansa che saltano dalle mura di Winterfell; Daenerys che non riesce a tornare a casa perché il suo drago è ferito e finisce circondata dai Dothraki – sono veri e propri cliffhanger nel senso che la risoluzione della situazione è ormai posticipata alla prossima stagione. Ci sono stati momenti toccanti (l’incontro padre-figlia fra Jamie e Myrcella, Sam e John Snow che si salutano, Melisandre che riporta a Davos che Shireen è morta) e di fugace soddisfazione (Tyrion e Varys che si ritrovano – la forza della ragione in un mondo fanatico).

E poi naturalmente ci sono state le morti: quella a flash del cadavere di Selyse che penzola impiccata per suicidio; quella inaspettata, quasi istantanea, shoccante e ingiusta di Myrcella che muore avvelenata fra le braccia del padre; quella attesa e da lui a questo punto quasi desiderata di Stannis , che ha ucciso la figlia come sacrificio per la vittoria in battaglia (con evidenti echi di Agamennone e Ifigenia), e su cui Brienne ha fatto cadere la spada (o almeno così presumiamo – l’evento in sé non si è visto, e questo lascia margine di ipotesi alternative); e naturalmente quella più sconvolgente di tutte, quella di John Snow, pugnalato dai confratelli Guardiani della Notte, molto “Giulio Cesare” (Tu quoque, Olly?), avvenuta in chiusura, che ci lascia con questo gran protagonista steso sulla neve mentre gli cola fuori il sangue.  

Quest’ultima morte specifica si è trascinata dietro una bufera di reazioni. E se comprendo che l’affetto per uno specifico personaggio – per quanto per me lagnoso come lui, che ad esclusione dei momenti delle sue relazioni personali è più interessante da morto che da vivo – trovo incomprensibile la rabbia e l’indignazione per questa morte. Valar Morghulis è un motto della serie – tutti gli uomini devono morire. Se c’è una e una sola regola che è chiara almeno dal momento della decapitazione di Ned Stark nella prima stagione è che nessun personaggio è al sicuro, tutti sono sacrificabili e chiunque potrebbe essere il prossimo a lasciarci le penne. Per quello sdegnarsi tanto della morte di qualunque personaggio significa solo non aver capito l’ethos della serie, e mi chiedo per che cosa uno la segua proprio a fare, se è così. Personalmente mi sorprenderebbero solo le morti di Arya, Daenerys e Tyrion, ma nemmeno loro sono al sicuro. Anzi, mi aspetto che muoiano anche loro, prima o poi. Io immagino la chiusura di tutta la storia con l’ipotetica morte di uno degli ultimi due, ad esempio.   

C’è chi ipotizza, nonostante l’attore abbia dichiarato nelle interviste che non è previsto un suo ritorno, che in realtà John Snow non sia definitivamente morto: Melisandre potrebbe averlo resuscitato, potrebbe diventare un Estraneo, il suo spirito potrebbe essersi trasferito in un metalupo… In quel caso, staremo a vedere. Ma nel frattempo, in tono molto brusco e poco compassionevole, mi verrebbe da dire “piantatela di frignare, e godetevi la storia”. E il “frignare” non lo intendo riferito al piangere il personaggio, il lutto per il quale può ben essere sentito e anzi è un buon segno per i narratori, ma nel senso di smetterla di considerarlo un tradimento da parte degli autori che stanno invece proprio per questo facendo un buon lavoro.

Il secondo altro momento del contendere della finale di stagione, oltre alla dipartita di John Snow, è stata la “walk of shame” – la-camminata-della-vergogna di Cersei Lannister, finalmente liberata dal carcere, ma costretta a percorrere la strada fino al castello nuda, in mezzo alla folla che la ingiuria e la denigra, seguita da una donna che ad ogni istante ripete “vergogna”, mentre ferita ai piedi, sempre più laceri, affamata e disidratata, ricoperta di sterco e sputi trattiene a stento le lacrime di dolore e umiliazione. La scena, basata da Martin sulle vicende storiche di Jane Shore, una delle amanti di Edoardo IV che ha dovuto fare una simile camminata per Londra (sebbene vestita), ha radici storiche profonde - nella Francia del XIII° secolo, ad esempio, le adultere venivano portate nude per le strade per la pubblica umiliazione – e questa punizione richiama numerosi racconti di letteratura medievale di pubblica prostrazione (con flebili echi di Lancillotto e Ginevra in questo caso, nota qualcuno). L’ho trovato un momento eccellente, lungo, doloroso e mortificante, ben recitato da Lena Headey che ha mantenuto una dignitosa compostezza e regale eleganza, pur nella fragilità e tragicità del momento, mostrando i tentativi di piegarla e la forza di superarli e la speranza per un riscatto futuro. È stato un momento “cristico” di una via crucis che mi ha genuinamente provocato il pianto. La regia di David Nutter ha sempre avuto il polso della situazione, ed è stato così per tutta la puntata.

Molti vedono in questa scena un atteggiamento misogino. Non io. La serie mostra parecchia misoginia, ma non mi sento di accusare la serie di macchiarsene. Anzi. Spesso e volentieri considero femminista la creazione di George R.R. Martin, anche così come interpretata per la televisione. C’è molta violenza e tanta è a scapito delle donne, ma altrettanta è a scapito degli uomini. Game of Thrones mostra un mondo di stampo medievale. È un mondo brutale. La finzione fa il mimo della realtà.

E se alla fine di tutto siete stufi di tragedie e di pianti, fatevi due risate con l’esilarante musical dei Coldplay basato sulla serie (su FB trovate anche la versione sottotitolata in italiano: qui).

sabato 10 maggio 2014

GAME OF THRONES (4.03): stupro?


Nella puntata “Breaker of Chains” (4.03) di Game of Thrones – Il trono di Spade c’è stata una scena (sotto, il video) fra Jaime Lannister (Nikolaj Coster-Waldau) e sua sorella e amante Cersei Lannister (Lena Headey), che ha fatto molto discutere, perché definita da molti una scena di stupro incestuoso. Si può definire tale? Ho aspettato qualche altra puntata, invece di commentarla a caldo, anche per vederla in prospettiva di scene successive fra i due personaggi. La scena si svolge accanto al cadavere del figlio dei due, Joffrey (Jack Gleeson), da poco assassinato. Trovo che sia estremamente interessante, proprio per la questione dello stupro.
Che cosa dice l’autore dei libri. George R.R. Martin ha commentato sul suo blog che la situazione nella serie era molto diversa da quella del libro:
“Nei romanzi, Jaime non è presente alla morte di Joffrey, e in effetti, Cersei aveva paura che fosse morto lui stesso, di aver perso sia il figlio che il padre/amante/fratello. E poi improvvisamente, Jaime è lì davanti a lei. Menomato e cambiato, ma nondimeno Jaime. Sebbene il tempo e il luogo siano estremamente inappropriati e Cersei abbia paura di venir scoperta, è affamata di lui quanto lui lo è di lei. L’intera dinamica è differente nel programma, dove Jaime è tornato da settimane almeno, forse di più, e lui e Cersei sono stati in compagnia l’uno dell’altra in numerose occasioni, spesso a litigare”.
Ha aggiunto che per questa ragione i personaggi nel romanzo sono emotivamente altrove, rispetto a quanto non sia nella serie, e nel libro si assume il punto di vista di Jaime, e la telecamera, esterna, non permette invece di sapere che cosa i personaggi stiano pensando. Continua dicendo:
“Se il programma avesse mantenuto parte del dialogo di Cersei del libro, avrebbe potuto lasciare una impressione in qualche modo diversa – ma al dialogo era stata data molto la forma dettata dalle circostanze dei libri, pronunciato da una donna che vede il suo amante di nuovo per la prima volta dopo un lungo periodo separati in cui ha avuto paura che fosse  morto. Non sono sicuro che avrebbe funzionato con il nuovo susseguirsi degli eventi. Questo è davvero tutto ciò che posso dire su questo argomento. Si è sempre inteso che la scena fosse disturbante… ma rimpiango che abbia disturbato le persone per le ragioni sbagliate”.

Che cosa dice il regista. La HBO e la produzione non si sono espressi in merito alla scena, ma il regista Alex Graves, in un’intervista con Alan Sepinwall, nega che sia stupro: “Beh, diventa consensuale alla fine, perché qualunque cosa alla fine per loro diventa un motivo di eccitazione, specialmente la lotta di potere”.

Che cosa dicono i critici. Molti lamentano il fatto che si sia trattato di stupro e che, come sempre, si scelga di non vederlo o di non chiamarlo tale. Amanda Marcotte su Slate dice “Cersei sta ancora calciando e protestando quando la telecamera cambia scena. È una scena di stupro tanto diretta quando riesci a trovarne in TV, a meno che non sottoscrivi l’assurdo mito che una donna non possa essere violentata se ha precedentemente acconsentito al sesso con un uomo”. Jessica Valenti, che in materia è estremamente ferrata ed e una la cui opinione in questo senso ha decisamente un peso molto rilevante per me, sul Guardian dice che si tratta senza dubbio di stupro.

Che cosa dico io. Sono sempre stata molto sensibile a quest’argomento e, da fan delle soap, ho visto innumerevoli storie di stupro in vita mia, affrontate molto approfonditamente in ogni dettaglio. In questo senso le soap hanno una letteratura molto vasta e accurata.  So bene che, al di là di tutto, se una dice “no” è no. Le donne, diversamente da quanto la tradizione spesso vuol far pensare, non dicono una cosa, ma in realtà ne pensano un’altra  - prospettiva estremamente pericolosa da sostenere – e dire “no” non è un modo per fare le ritrose e non passare per facili. No è no. E qui Cersei dice no. Ma il punto è che non dice solo no.
Lungo tutto il corso della sena mi sono chiesta se lui la stesse violentando. Anche ora, dopo aver rivisto la scena, non sono sicura che mi sentirei di definirlo stupro. C’è un contesto, e c’è una relazione. Non voglio dire che all’interno di una relazione non ci possa essere stupro, ovviamente. Ma non sono sicura che sia questo il caso. Per Jaime sarebbe fuori personaggio, non solo perché ha sempre dimostrato di amare genuinamente la sorella, ma anche perché nella terza stagione aveva salvato Brienne (Gwendoline Christie) dal venire violentata quando entrambi erano prigionieri. Del fatto che lo stupro sia sbagliato è sempre stato consapevole come personaggio. Quanto a Cersei, all’inizio dice “no”, però poi a un certo punto ricambia attivamente i suoi baci e il “no” in seguito sembra essere dovuto al “non è giusto farlo”, (perché sono fratello e sorella, perché sono accanto al cadavere del figlio) non al “non voglio farlo”. La risposta di Jaime è “non mi importa”. Per questa ragione infatti io non sono così sicura che sia stupro, ma per rimane un atto ambiguo.
Per come la vedo io, Jamie nel contesto del loro rapporto ha letto la questione come consensuale, perché diversamente sarebbe un tradimento del personaggio. Se poi fosse consensuale o meno, solo Cersei a questo punto può dirlo, a parer mio. Nelle scene delle puntate successive che ho aspettato apposta, lei non si comporta come se si considerasse una vittima di stupro (tra l’altro la serie non si fa scrupolo in altre situazioni e con altri personaggi ad andare anche giù pesante con la questione). Per me rimane una zona grigia. E penso che sia importante che ci sia questa zona grigia, perché in qualche caso c’è anche nella realtà. Nella prefazione al libro La Filosofia del Trono di Spade, a cura di Hensy Jacoby, si dice che Martin cita spesso l’affermazione di William Faulkner secondo cui l’unica vera storia che vale la pena raccontare è quella del “cuore umano in conflitto con se stesso”. Penso che questa sia una di quelle situazioni, per Cersei.
Se fossimo in un tribunale, sulla base dei soli fatti, dovrei chiamarlo stupro. Umanamente non ne sono così sicura, penso che di fatto non lo sia stato, e penso che rimanere nell’ambiguità vada bene.  

sabato 8 marzo 2014

GEORGE R.R. MARTIN: le donne sono persone

 
Nell’immagine qua sopra ci si riferisce ai libri di George R.R. Martin, ma visto che dai suoi libri è stata tratta la serie televisiva Game of Thrones - Il Trono di Spade, e visto che lui è stesso è stato (La Bella e la Bestia) ed è anche sceneggiatore televisivo, mi piace condividerla questo 8 marzo.
Intervistatore George Stroumboulopoulos: C’è una cosa che è interessante nei suoi libri. Ho notato che scrive le donne molto bene e in modo molto diverso. Da dove deriva questo?
George R.R. Martin: Sa… ho sempre considerato che le donne fossero persone.
L’intervista completa da cui è tratta la citazione (al minuto circa 18) la trovate qui.  In generale è molto interessante: si parla di violenza, di guerra, di obiezione di coscienza, di scrittura…
 

 

martedì 17 luglio 2012

IL TRONO DI SPADE: la seconda stagione è una rilfessione sul potere


Continuo a pensare che sia ignobile che, pur essendo una serie TV, sul satellite italiano trasmettano “Il Trono di Spade” su Sky Cinema e non all’interno del pacchetto di reti dedicato ai telefilm. La sola ragione che riesco a immaginare è che lo facciano perché sanno che la saga ha moltissimi appassionati che, se vogliono seguirla, si vedono costretti a fare un abbonamento che diversamente potrebbero evitare.
Se il mantra della prima stagione è stato “L’inverno sta arrivando”, quella di questa seconda stagione è stata “La guerra sta arrivando” e non per niente il superlativo sottofinale (“L’assedio”, 2.09) ha avuto una scena di praticamente mezza puntata con una spettacolosa epica battaglia alla “Enrico V”. Le vicende tratte dai libri di Martin, anche sceneggiatore dell’episodio appena citato, continuano ad essere fra quanto di meglio il piccolo schermo abbia da offrire, anche se c’è stato un calo rispetto al primo capitolo, forse per la difficoltà di seguire così tanti personaggi e il poco tempo di approfondire quelli nuovi.
Caratteristica è stata ancora una volta la fusione da un lato della sanguinolenta e feroce barbarie che siamo abituati ad associare al mondo medievale (le torture legate alla storia di Arya, il sadismo del re adolescente Joffrey), dall’altro delle sottigliezze intellettuali e psicologiche e i certosini intrighi alla Shakesperiana maniera (Tyrion, il ragno tessitore, Ditocorto). Con i vari regni in guerra e i rispettivi re in lotta per la conquista del trono, questa stagione è stata una vera e propria riflessione sul potere, praticamente per ogni personaggio (si pensi anche solo a Khaleesi). Una citazione per tutte: “il potere risiede lì dove gli uomini credono risieda. È un trucco, un’ombra sulla parete. E un uomo molto piccolo può proiettare un’ombra molto lunga”.
L’ultima puntata si è aperta con l’occhio di Tyrion (Peter Dinklage), ferito in battaglia, che si apre. È davvero difficile ormai vedere un’inquadratura del genere e non pensare a Lost. Ho molto apprezzato perciò la regia di Alan Taylor  che ha saputo rinnovare un’immagine così pericolosa perché “consumata” concentrandosi sulla pupilla. Purtroppo invece è stata deludente, nel paragone con un antecedente, la scena in cui Shae (Sibel Kekilli) toglie dal volto la benda a Tyrion. Non può non richiamare la celeberrima scena degli anni ’80 di Days of Our Lives – Il tempo della nostra vita in cui Kayla (Mary Beth Evans) toglie la benda dall’occhio di Steve “Patch” Johnson (Stephen Nichols). Purtroppo in questo caso, Game of Thrones non regge il paragone.