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martedì 17 agosto 2021

THE NEVERS: uno steampunk whedoniano

Che cosa significa essere una donna? Essere zittita se vuoi usare la tua voce, magari per sempre se quello che canti dà speranza alle altre. Essere vilipesa e vista come un pericolo se mostri talento, estro, doti particolari. Essere allontanata ed emarginata se sei diversa. La sola via d’uscita è unirsi alle altre, è contare sulla sorellanza.

Sembra questo il messaggio di fondo di The Nevers (HBO, Sky Atlantic), ambientato nella Londra vittoriana. Joss Whedon è diventato Joss Whedon per una ragione: si sarà anche giustamente trasformato in un paria per i comportamenti abusanti di cui è stato accusato, ma non c’è dubbio che sappia fare il suo mestiere. In questa produzione si sente il suo stile e il suo gusto, e quello del suo team (Jane Espenson in primis), compresa la sua inclinazione a ibridare i generi e a costruire arguti repartee. Questa non è la più riuscita delle sue opere, ma questa creazione steampunk è solida a sufficienza, con pennellate che rimandano alla settimana stagione di Buffy (con le “potenziali”) e magari echi di Dollhouse e Firefly. Percepire lui dietro a tutti per molti sarà una nota dolente, ma non per me, che non ho difficoltà in questa istanza a separare opera e autore.  

A causa di un evento sovrannaturale di una nave spaziale aliena che rilascia delle spore, alcune persone, donne soprattutto ma non solo, ricevono doti particolari, chiamate “turn” in originale, “svolte”. Sono i “Toccati”, visti dal governo britannico e dalla popolazione ordinaria come un pericolo. Amalia True (Laura Donnelly, Outlander), una giovane vedova che ha delle premonizioni a flash su eventi futuri, prende sotto la sua ala protettrice le sue simili in un orfanatrofio, di proprietà di Lavinia Bidlow (Olivia Williams, Counterpart), una ricca ereditiera confinata sulla sedia a rotelle. Accanto ad Amalia, che ha periodica necessità delle cure del dottor Horatio Cousens (Zackary Momh) che ha il potere della guarigione, c’è la sua migliore amica Penance Adair (Ann Skelly), prodigiosa inventrice che precorre il suo tempo. Da lei è attratto Augustus “Augie” (Tom Riley), fratello minore di Lavinia, anche lui con un potere che tiene segreto, quello di possedere la mente degli uccelli. Altre dotate di “svolte” sono la matura Lucy (Elizabeth Berrington), che distrugge le cose al toccarle; Myrtle (Viola Prettejohn), che parla infinite lingue mescolandole; Primrose (Anna Devlin), alta più di tre metri; Harriet (Kiran Sonia Sawar), che con un soffio tramuta tutto in vetro; Désireé (Ella Smith), prostituta che riesce a far confessare a chiunque quello che chiede; l’angelica Mary (Eleanor Tomlinson, Poldark), che con la sua voce riesce a cantare una melodia che quelli come lei riescono a sentire… Di quest’ultima è innamorato Frank Mundi (Ben Chaplin), l’ispettore di Scotland Yard, che cerca in particolare di catturare Maladie/Sarah (Amy Mandon) che, squilibrata e piena di dolore, è a capo di un gruppo di ribelli, fra cui Annie (Rochelle Neil) che produce e lancia fuoco dalle mani. Nelle loro vicende rimane coivolto anche Nimble Jack (Vinnie Heaven), ladro transessuale che riesce a produrre degli scudi “volanti”.      

A capo del potere tradizionale che non vede di buon occhio i cambiamenti c’è Lord Gilbert Massen (Pip Torrens, The Crown, Poldark), che incarna il passato, l’Impero, il patriarcato; il dottor Edmund Hague (Denis O’Hare, True Blood, American Horror Story) è un chirurgo che fa esperimenti sui “toccati” per capirne le “svolte”; Hugo Swann (James Norton) è un aristocratico pansessuale che impiega le doti di questi esseri speciali nel suo privato club sessuale; il “Re Mendicante” (Nick Frost) è un leader dei criminali londinesi; i “puristi”, che si identificano con un fazzoletto rosa annodato intorno al braccio, pure, sono un movimento di persone ostili.

La prima stagione è stata suddivisa in due parti, e a chiusura della prima vendono date alcune essenziali spiegazioni su come tutto questo ha avuto origine. In “True” (1.06) infatti la narrazione si sposta in un futuro remoto in cui un’unità di soldati della Coalizione di Difesa Planetaria (PDC) cercano di difendere un Galanthi da un’altra fazione chiamata FreeLife Army. I Galanthi sono una razza aliena in grado di attraversare portali spazio-temporali che cercano di aiutare gli umani a salvare una terra sull’orlo dell’annientamento ecologico. A emergere è il personaggio di Stripe (Claudia Back). Qui il fulcro della mitologia di base, che dall’elenco di personaggi sopramenzionati è evidente essere molto ricca e dettagliata, è definito con chiarezza, e chiude la parentesi whedoniana.

Che sia un’allegoria antropologico-politica è perfino scontato da dire. Quella che è riuscita è la commistione passato-presente-futuro in modo che commenta la realtà su più livelli temporali. E l’asse di scontro principale è fra tradizione e progresso. Lord Masse e Amalia hanno un diverbio in cui lui sostiene che il caos non è cambiamento, che nel mondo c’è un’armonia che vale la pena preservare, e che gridare per avere riconoscimento non rende la gente degna di ottenerlo. Lei ribatte acutamente che l’armonia, per come la capisce lei, è formata da voci differenti che cantano note differenti, al che lui rincalza ammettendo che è vero, ma che una è sempre sopra all’altra (1.01). In seguito (1.05), l’aristocratico osserva che una cosa che minaccia l’ordine naturale, per quando carina possa essere, è per definizione mostruosa, mentre il Re Mendicante sostiene che in realtà non c’è niente di naturale nell’ordine. Quello che è il motore di fondo ideologico qui sembra perciò essere proprio la lotta e l’equilibrio fra rivoluzione e restaurazione, fra passato e futuro, in ogni possibile declinazione, come si incontrano e scontrano. 

Si è in bilico fa momenti di lotta fisica e momenti più meditati e delicati, ma nel personaggio centrale della tosta True c’è matura disillusione, ma anche consapevolezza dell’importanza di combattere per quello in cui si crede. E senso di solidarietà, particolarmente solido nell’amicizia fra lei e Penance, che ancora le vicende.

Dal settimo episodio la serie va in mano alla showrunner britannica Philippa Goslett, di cui al mio scrivere ancora si devono vedere le creazioni (previste per il 2022), e si può solo aspettare per capire che cosa il programma diventerà.

sabato 6 marzo 2021

THE WILDS: un esperimento di ginotopia


The Wilds (Amazon Prime) è una sorta di Signore delle Mosche al femminile che incontra Lost.

Il volo di nove ragazze adolescenti diretto alle Hawaii a un ritiro di empowerment per giovani donne dal nome “Dawn of Eve” (l’Alba di Eva) precipita e si ritrovano su un’isola deserta. Qui devono sopravvivere e imparare a fidarsi l’una dell’altra. Quello che non sanno è che si tratta di un esperimento e vengono osservate da Gretchen Klein (Rachel Griffiths, Six Feet Under), a capo del programma, che conduce indagini poco ortodosse. Le vicende partono da un momento successivo, quando le ragazze, ora in salvo ma separate, vengono interrogate da - apparentemente - un agente dell’FBI (Troy Winbush) e da uno psicologo (David Sullivan).

Proprio come in Lost, le vite delle nove ci vengono raccontate con dei flashback che ci spiegano chi sono e perché in qualche caso reagiscono come fanno, compresa Jeanette, in realtà Linh Bach, un’agente sotto copertura (1.07). Leah (Sarah Pidgeon) si sta riprendendo da una delusione d’amore, dopo una relazione con un romanziere che lui ha interrotto quando ha scoperto che lei era minorenne (1.01, 1.06); Rachel (Reign Edwards) ha un passato di bulimia sviluppato nel disperato tentativo di rimanere competitiva nei tuffi (1.02) ed è precipitata insieme alla sorella gemella Nora (Helena Howard, una Zendaya look-alike), quieta e studiosa; Dot (Shannon Barry) si occupava del padre morente (1.03); Toni (Erana James), con la madre a disintossicarsi e data a una famiglia affidataria, è una lesbica apertamente tale che ha facili scatti d’ira (1.04), ed è molto amica di Martha (Jenna Clause), della riserva Obijwe in Minnesota, che ha un passato di abuso con cui ha difficoltà a venire a patti (1.09);  Fatin (Sophia Ali) è una violoncellista spinta ad eccellere dalla madre (1.05); Shelby (Mia Healey) è una reginetta di bellezza del Texas, molto religiosa con omofobia interiorizzata (1.08).

Ci sono tutte le tematiche classiche del genere sopravvivenza, dall’allocazione delle risorse scarse, alla costruzione di ripari, dalla necessità di procurarsi cibo e acqua all’esigenza di comunicare con l’esterno, ai pericoli e come difendersi, alla divisione dei compiti… Questa volta è declinato al femminile, ed è bello per una volta vedere delle giovani donne parlare di partner e anche di sesso in modo naturale, molto vero. Indubbiamente contemporaneo pure nel fare riferimento esplicito da parte dei personaggi a programmi televisivi che hanno trattato questo genere, come Survivor.

La trama orizzontale del fatto che sono parte di un progetto di ricerca aggiunge quel pizzico di mistero utile ad aumentare la tensione. Una delle ragazze del gruppo è segretamente informata e una di loro comincia a nutrire dei sospetti. È appassionante e ricco di colpi di scena, fino all’ultimo momento, con un cliffhanger che rende già ghiotta la prospettiva di una seconda stagione.   

L’abilità dell’autrice Sarah Streicher sa nel rendere fresca una premessa già vista, creando credibili relazioni fra donne che provengono da ambienti molto diversi fra loro.   Quello che davvero è il nucleo della narrazione sono i rapporti umani, e come un’esperienza del genere cambi le persone. A mano a mano che si procede poi nella storia si capisce l’intento dell’esperimento (1.07): creare una “ginotopia” le donne sarebbero più naturalmente portate a creare una società armoniosa, senza i conflitti distruttivi che hanno minato l’umanità fino ad oggi a causa del patriarcato, per cui sono loro che dovrebbero avere il potere.

Il target sono gli adolescenti, ma è trascinante anche per gli adulti.

martedì 8 marzo 2016

JOSS WHEDON sull'uguaglianza

 
"L’uguaglianza non è un concetto. Non è qualcosa per cui dovremmo impegnarci. È una necessità. L’uguaglianza è come la gravità. Ne abbiamo bisogno per ergerci su questa terra come uomini e donne, e la misoginia che c’è in ogni cultura non è una parte autentica della condizione umana. È vita sbilanciata, e quello squilibrio sta succhiando via qualcosa dall’animo di ogni uomo e donna che deve affrontarla. Abbiano bisogno dell’uguaglianza. Tipo subito." - Joss Whedon
 
Buon 8 marzo a tutte le donne e a tutti gli uomini che si battono per la parità.

mercoledì 11 marzo 2015

MAISON CLOSE - La Casa del Piacere: la prima stagione


Si è da poco chiusa su La Effe la prima stagione di Maison Close – La Casa del Piacere (Canal+, 2010), che ora la rete fa seguire, senza soluzione di continuità, dalla seconda stagione. Siamo nella capitale francese, nel 1871, poco dopo l’esperienza della Comune di Parigi e, come è facile capire dal titolo, siamo in un bordello, il Paradis. Padrona è Hortence Gaillac (Valérie Karsenti), lesbica innamorata di una delle prostitute più apprezzate di questa casa di tolleranza di lusso, Véra (Anna Charrier). Quest’ultima vorrebbe essere libera, e per un momento quasi ci riesce - il tema della libertà è molto presente in questa serie ideata da Jacques Ouaniche, che ritrae queste professioniste del sesso come prigioniere e vittime, spesso pressate dai debiti a quel genere di vita. Una di queste è Rose (Jemima West), arrivata in città in cerca della madre, che faceva il mestiere. La sua verginità messa all’asta al maggior offerente è emblematica di questa schiavitù. Un’altra delle ragazze protagoniste, Angèle (Blandine Bellavoir), sogna di costruirsi una vita con l’uomo di cui è innamorata. Margerite (Catherine Hosmalin) apre la porta ai clienti e si assicura che le ragazze righino dritto. Per il resto ci pensa la legge, molto rigida nei loro confronti.
La serie parte con un’estetica da telenovela, sia nell’aspetto narrativo che in quello stilistico, da cui si affranca un po’ nel corso delle puntate, anche se mai del tutto. Ho trovato coraggioso ad esempio che abbia cercato di affrontare il tema della prostituzione di bambine (1.07), salvo poi risolvere la questione con modalità da feuilleton tutto raggiri, coincidenze e omicidi. È magari anche avvincente, ma un maggiore realismo sarebbe risultato più di impatto. Per questo la serie non convince mai del tutto.
C’è poco coinvolgimento emotivo con i personaggi e in parte questo è dovuto al fatto che i rapporti fra di loro sono poco approfonditi. Si sviluppano infatti magari anche sul piano della trama e dell’intrigo, ma da un punto di vista relazionale sono abbastanza piatti o proprio inesistenti. I personaggi fra loro di fatto, pur condividendo uno spazio fisico ristretto, risultano abbastanza isolati. I momenti in cui la serie è riuscita infatti a elevarsi è lì dove è stato creato un ponte fra loro (come è stata la conversazione fra Véra e Rose, stese a letto a giocare e scambiarsi due chiacchiere). Il più delle volte, al di là delle macchinazioni, non condividono realmente aspetti della vita. Questo l’ho percepito come un grosso difetto della sceneggiatura, anche perché non mi pare realizzato volontariamente con il senso di dire che in quel genere di ambiente, pur nella vicinanza fisica con altre persone che condividono la tua stessa sorte, in realtà sei solo e abbandonato e spesso disperato, perché non trovi né amicizia, né amore, né alcuna intimità emotiva.
Alcuni colpi di scena li ho trovati exploitative, come si direbbe in inglese, ovvero un po’ “approfittatori”, per facile effetto shock del momento e per mandare avanti il plot, ma con scarso peso umano. L’ho pensato nella modalità in cui hanno fatto perdere la verginità a Rose, ma lì l’ho condonato perché mi è parso voler essere un mezzo per caricare emotivamente il suo personaggio come qualcuna che di fatto è fatta schiava contro la sua volontà. Emblematica però per me è stata a questo proposito la vicenda dell’acido gettato in faccia a una delle ragazze (1.02) come forma di ritorsione di un malvivente verso Hortence. Al di fuori dalla funzionalità per la trama, c’è stata troppa poca empatia da parte delle colleghe per quello che aveva vissuto la ragazza, per l’atto subito, per il futuro che le sarebbe aspettato, per i possibili risvolti per loro stesse se si fosse ripresentata la situazione. Mi ha immediatamente richiamato una vicenda similare, mutatis mutandis, in Bomb Girls, dove una delle operaie rimane sfigurata sul lavoro. Lì siamo su un altro pianeta. Pur non essendo nemmeno stato sviluppato in modo particolarmente approfondito, con poche pennellate lì si è reso il dramma della persona che qui non c’è.
La cosa che ho invece trovato interessante è il fatto che salvo pochissime  eccezioni, Pierre Gaillac (il fratello di Hortense, effettivo proprietario del bordello) e Brise Caboche (l’innamorato di Angèle) in particolare, o pochi clienti, di per sé gli uomini non esistono, sono solo una sorta di massa indistinta e casuale e non hanno un vero senso, ma sono relegati a quel ruolo che di solito hanno le donne nel film medio. Sono tutte femmine e questo è sì voluto, per come l’ho percepito, e l’ho trovato interessante.  
Per quanto riguarda specificatamente la messa in onda da parte di La Effe, mi ha scandalizzato che sia stato indicato come un programma adatto a “bambini accompagnati”: a un certo punto devono essersene resi conto perché in chiusura di stagione hanno cambiato e lo hanno indicato come adatto solo a un pubblico adulto; mi ha vagamente insultato la pubblicità che diceva che “essere donne è sempre stato un lavoro a tempo pieno”, facendo equivalere l’essere donne all’essere prostitute (e lo dico pur non provando io riprovazione morale per la prostituzione); e ho invece apprezzato molto l’acuto suggerimento commercial-letterario, giustapposto al programma, di leggere Il Petalo Cremisi e il Bianco di Michel Faber, libro che si avvicina alla serie per tematica ed epoca, e che ho amato molto.      

martedì 27 gennaio 2015

GIRLS: donne "post-ferite"

Leslie Jamison è entrata nel 2014 nella lista che il New York Times stila ogni fine anno sui libri più notabili con il suo The Empaphy Exams, che al mio scrivere ancora non mi risulta disponibile in traduzione italiana. Questi “Esami di Empatia” sono una raccolta di saggi che in modo più o meno diretto hanno a che vedere con questo tema. Nella sezione intitolata “Grand Unified Theory of Female Pain” (Grandiosa Teoria Unificata del Dolore Femminile), l'autrice dedica un segmento che è sottotitolato “Wound #7” (ferita numero 7) alla serie televisiva Girls. Per quanto il pezzo faccia una digressione in termini più ampi rispetto alla serie che di fatto usa come pretesto ed esempio, mi pare ne dia una lettura molto originale e acuta, e perciò riporto sotto, nella mia traduzione, il brano in proposito (che si trova all’80% nell’edizione Kindle in cui lo sto leggendo io).
Eccolo:
Ora abbiamo un programma televisivo chiamato Girls, su ragazze che soffrono, ma costantemente disconoscono la loro sofferenza. Litigano sull’affitto e i ragazzi e il tradimento, yogurt rubato e i modi in cui l’auto-compatimento struttura le loro vite. “Sei una grande, brutta ferita!” grida una. L’altra le urla di risposta: “No, sei tu la ferita!” E così palleggiano, avanti e indietro: Tu sei la ferita; tu sei la ferita. Sanno che alle donne piace reclamare il monopolio sull’essere ferite, e lo fanno notare l’una all’altra.
Queste ragazze non sono tanto ferite quanto post-ferite, e vedo le loro sorelle ovunque. L’hanno superato. Non sono una persona melodrammatica. Dio aiuti la donna che lo è. Quello che chiamerò “post-ferita” non è un cambiamento nel sentire profondo (comprendiamo che queste donne ancora soffrono), ma uno spostamento che distanzia dall’emozione ferita - queste donne sono consapevoli che “l’essere ferite” è strafatto e sovrastimato. Sono sospettose del melodramma, per cui al posto rimangono insensibili o argute. Le donne post-ferite fanno battute sull’essere ferite o diventano impazienti nei confronti delle donne che soffrono troppo. La donna post-ferita si comporta come se anticipasse certe accuse: non piangere troppo forte, non fare la vittima, non recitare di nuovo il solito ruolo. Non domandare antidolorifici di cui non hai bisogno; non dare a quei medici un’altra ragione per dubitare delle altre donne che finiscono sui loro lettini per una visita. Le donne post-ferite scopano uomini che non le amano e poi se ne sentono lievemente tristi, o semplicemente indifferenti, più di ogni cosa rifiutano di preoccuparsene, rifiutano di soffrirne – oppure sono infinitamente auto-consapevoli della posa che hanno adottato se si concedono questa sofferenza.
La posa post-ferita è claustrofobica. È esausta, dolore che diventa implicito, sarcasmo che gira rapidamente sui tacchi di qualunque cosa possa sembrare auto-compatimento. Lo vedo nelle scrittrici donne e nelle loro narratrici donne, collezioni di storie su donne vagamente insoddisfatte che non possiedono più pienamente i propri sentimenti. Il dolore è ovunque e non è da nessuna parte. Le donne post-ferite sanno che gli atteggiamenti di dolore fanno il gioco di concezioni dell’essere donna limitate e antiquate. Il loro dolore ha un nuovo linguaggio nativo parlato in diversi dialetti: sarcastico, apatico; opaco; cool e arguto. Stanno in guardia contro quei momenti in cui il melodramma o l’auto-compatimento rischiano di spezzare le curate cuciture del loro intelletto. Dovrei piuttosto chiamarla una cucitura. Ci siamo cucite da sole. Portiamo tutto alla macina.   

sabato 8 marzo 2014

GEORGE R.R. MARTIN: le donne sono persone

 
Nell’immagine qua sopra ci si riferisce ai libri di George R.R. Martin, ma visto che dai suoi libri è stata tratta la serie televisiva Game of Thrones - Il Trono di Spade, e visto che lui è stesso è stato (La Bella e la Bestia) ed è anche sceneggiatore televisivo, mi piace condividerla questo 8 marzo.
Intervistatore George Stroumboulopoulos: C’è una cosa che è interessante nei suoi libri. Ho notato che scrive le donne molto bene e in modo molto diverso. Da dove deriva questo?
George R.R. Martin: Sa… ho sempre considerato che le donne fossero persone.
L’intervista completa da cui è tratta la citazione (al minuto circa 18) la trovate qui.  In generale è molto interessante: si parla di violenza, di guerra, di obiezione di coscienza, di scrittura…
 

 

mercoledì 18 gennaio 2012

Basta con la dicitura "DONNE E BAMBINI": è degradante




Ieri sera, nell’edizione delle 20.00 del TG5 (su Canale5, ovviamente), è andata in onda la registrazione di una telefonata fra il comandante della capitaneria di porto di Livorno De Falco e il comandante della Costa Concordia Schettino. Il primo ordinava al secondo di tornare sulla nave e comunque di mobilitarsi per assicurarsi quale fosse la situazione e che tutti i passeggeri fossero in salvo, senza venir meno alle proprie responsabilità. Non c’è dubbio che qui il “buono della situazione” in questa telefonata sia il comandante della capitaneria di porto. Sopra c’è il video con la telefonata (anche se il video non è quello del TG5, la telefonata è la stessa).

Ad un certo punto (intorno a un minuto e quindici nel filmato) il comandante della capitaneria di porto dice a Schettino che c’è gente che sta scendendo e quello che gli comanda è: “sale sulla nave e mi dice quante persone e che cosa hanno a bordo. Chiaro? Mi dice se ci sono bambini, donne, o persone bisognose di assistenza. E me ne dice il numero di ciascuna di queste categorie”. Che pugnalata, che tristezza, che rabbia. Le donne inserite insieme ai bambini e alle persone bisognose di assistenza. Che schifezza. Come mi sono sentita insultata. Dico “Bambini, uomini o persone bisognose di assistenza” io? Non direi proprio.

Forse l’espressione fa parte del codice marinaro? Forse, non lo so. Così anche fosse, sarebbe ora anche passata che venisse cambiato. E in ogni caso è una cosa che sento ancora e ancora in questo genere di situazioni: giornalisti e persone varie ripetono la nenia di “donne e bambini”. Un conto è il caso in cui dicono “donne incinte”, perché evidentemente si tratta di persone in una situazione delicata e di vulnerabilità, ma diversamente non è una formulazione che ha ragione di esistere, ma solo il retaggio di maschilismo e paternalismo. Davvero, se non mi macchiassi della stessa orribile violenza verbale userei “uomini e bambini” per far capire quanto degradante è. Sentirlo così di frequente mi fa venire da piangere, anche per l’impotenza con cui si è costretti a sopportare che venga perpetuata una simile visione discriminatoria. In quanto obliqua e sottile è anche più pericolosa. E sentirlo da “un buono” mi dispiace di più.  Le parole hanno un peso. Le parole sono azioni, come bene dimostra questa situazione. 

lunedì 7 novembre 2011

AMERICA IN PRIMETIME: documentario in 4 parti sulla TV


America in Primetime, in onda sulla rete televisiva americana PBS dallo scorso 30 ottobre, disponibile liberamente anche online (al link) e pure acquistabile in DVD, è una serie documentaristica in quattro parti il cui obiettivo è riflettere sulla televisione, attraverso interviste ad attori e autori e attraverso clip mirate  - essendo la PBS un servizio pubblico riesce a usarne molte perché può averne i diritti a un costo contenuto.
Le puntate sono:
INDIPENDENT WOMAN: sulla rappresentazione della donna e come si è trasformata da casalinga modello a tutti i costi a persona complessa e sfaccettata e semplicemente umana.
MAN OF THE HOUSE: sulla rappresentazione dell’uomo, da “re del suo castello” alle recenti conflittuali figure dei programmi attuali.
THE MISFIT: sui personaggi unici che sfidano le aspettative sociali e gli stereotipi comici, portando sullo schermo le personalità più varie.   
THE CRUSADER: sul’eroe e sul tipo di giustizia per cui combatte, sull’ampliarsi della zona grigia fra giusto e sbagliato e sui demoni personali che deve affrontare.

Prodotta da The Documentary Group in partnership con the Academy of Television Arts and Sciences Foundation (ATAS) e WETA Television, America in Primetime adotta una prospettiva in qualche modo storica, perché mostra l’evoluzione dell’argomento trattato dalle origini fino ai nostri giorni, offrendo molti spunti di riflessione. Davvero da non perdere.
Si è partiti con la puntata Indipendent Woman di cui vedete sotto la clip iniziale. È stata eccellente. Temo che la quarta, sul “crusader” (il crociato, letteralmente, colui che combatte, che lotta per un ideale), a giudicare dalla lista di programmi che vengono menzionati sul sito come parte del documentario, lo consideri solo come eroe maschio – nemmeno Buffy? Spero di sbagliarmi, altrimenti questo mostrerebbe una volta in più che, indipendenza o meno, le donne di strada ne hanno ancora molta da fare.  

sabato 2 aprile 2011

MANIFESTO PER L'UTILIZZO RESPONSABILE DELL'IMMAGINE FEMMINILE: la conferenza stampa




Recentemente si è parlato molto dell’immagine che si dà della donna in TV e sui media genericamente intesi, condannandoli per una rappresentazione che sarebbe lesiva della dignità. Il comitato “Pari o Dispare” ha pensato di “passare al contrattacco” con un’iniziativa concreta: la presentazione di un “Manifesto per l’utilizzo responsabile dell’immagine femminile”, a cui hanno aderito, sottoscrivendolo, diverse aziende. Sono già una ventina, anche molto importanti (come Accenture, Johnson & Johnson, Kroll, L'Oréal, Microsoft, Unilever/Dove, Vodafone…),  e altre se ne stanno aggiungendo. La campagna durerà tutto l’anno. Il Manifesto è stato presentato lo scorso 21 marzo, a Milano, in una conferenza stampa che trovate sopra nella sua interezza. Sotto avete una sintesi, quasi una trascrizione, in alcuni passaggi, di quanto hanno detto i vari relatori. Ai diversi interventi sono stati alternati dei video pubblicitari, analizzati, come un vero e proprio “aiuto a guardare”, a cura di Non Chiederci la Parola. Tra parentesi, Pari o Dispare (PoD) ha anche creato un  gruppo su Facebook per chiedere alla RAI un osservatorio contro gli stereotipi di genere.

CRISTINA MOLINARI, presidente di PoD, ha esordito spiegando che il nome nasce dalla convinzione che in Italia le donne nascono “pari” ma poi tendono a crescere “dispare”. In Italia, rispetto alla posizione della donna siamo i penultimi nei Paesi Europei, cosa che limita il Paese, economicamente, culturalmente e socialmente. L’impegno di PoD è legato a due filoni: lavoro (qualitativamente e quantitativamente) e gli stereotipi dei media (stampa televisione, pubblicità). Questi ultimi sono anche visti come causa ed effetto del modo in cui è poi trattata la donna nel mondo del lavoro. In questa sede si parla di stereotipi nella pubblicità, nello specifico, perché questa ci bombarda costantemente e ha un influsso costante (per la strada, coi cartelloni, alla radio, al cinema, quando guardiamo la tv), e anche se non ce ne rendiamo conto in modo esplicito, ci influenza. Le donne il più delle volte vengono rappresentate come “cretine o come animali d’ornamento”. Alla fine ci sembra normale, ma non lo è. Il mondo delle donne è più ricco. E, al di là dell’aspetto valoriale, anche per le aziende non è nemmeno conveniente dare questo genere di immagine, visto che le donne sono persone con grande potere d’acquisto. Per questo hanno deciso di “scrivere un manifesto sull’utilizzo responsabile della figura femminile e chiedere alle aziende di sottoscriverlo e di  impegnarsi a non abusare né del corpo né del cervello delle donne e neanche a proporre in modo ossessivo degli stereotipi estetici che stanno spingendo generazioni di adolescenti o verso l’anoressia o verso il lettino del chirurgo estetico a 16 anni”.
In questo modo, si vogliono dimostrare tre cose:
  1. Ci sono aziende che non vogliono associare il proprio marchio a immagini irrispettose o semplicemente stereotipate di metà della cittadinanza italiana.
  2. Esiste una crescente quota di mercato pubblicitario che non si accontenta di campagne banali.
  3. È ora di avere direttori marketing e agenzie pubblicitarie più creative e che si rendono conto che il mondo è cambiato.

ANTONIO TOVARELLI, responsabile del controllo pubblicità di Agos Ducato, azienda che ha partecipato anche a Miss Italia, ha ribadito l’impegno dell’azienda a mostrare la donna in contesti quotidiani o reali, seguendo principi di dignità e non discriminazione. Per questo hanno aderito all’iniziativa.

GAD LERNER è stato invitato come conduttore che, nelle sue trasmissioni, sia affronta temi femminili, sia invita le donne come esperte. Per lui non sono sessualità e seduttività a sconvolgere. Piuttosto c’è il problema opposto, che per lui è quello focale: non ci si accorge di come è degenerata una forma di comunicazione intorno alla figura femminile. Sono pochi quelli consapevoli, quelli che viaggiano all’estero e vedono che altrove non è così. E non ci paragoniamo a Paesi con cultura oscurantista. Il meccanismo di replica che si sente in Italia è quello del “così fan tutti”, ma si scontra con i dati di fatto: altrove sono nicchie quelle della comunicazione degradata, qui sembra essere il modello dominante. Si tratta di una battaglia culturale, e ci si scontra con la mentalità della classe dirigente italiana. Non intende politicizzare il problema, perché l’intesa deve oltrepassare gli schieramenti politici, ma non può non notare la misoginia della classe dirigente e il fatto che è redditizio ostentarla. Quello del Manifesto lo considera un risultato importante proprio anche perché è giocato sul piano della convenienza: non è più redditizio promuoversi su ideali estetici basati sulla finzione. A questo ha aggiunto che vede come un risultato il fatto che Antonio Ricci non farà Veline, quest’estate.

MARINA SACCAPANI MISSONI sottolinea che l’azienda di famiglia (da tre generazioni) vuole catturare l’attenzione lavorando sull’immagine. Quella della donna bellissima non sortiva più il suo effetto essendo stata usata e abusata. La ricerca esasperata della perfezione è ora uno schema, una scatola, da cui uscire. La loro punta ad essere una pubblicità transgenerazionale e multiculturale.

BIBIANA FERRARI, managing director di Relight, azienda che si occupa di riciclo dei nuovi rifiuti, ammette che l’impatto ambientale non è declinato al femminile, ma ha una storia molto maschile. Trovare uno spazio non è stato facile. Ma sono un’azienda “al femminile”. Aderiscono all’iniziativa come dovere morale e come gesto concreto.

FILLIPPO DE CATERINA, direttore della comunicazione e marketing di L’Oreal Italia, prende la palla al balzo dalla presidente—che ricorda quanto sia irritante vedere pubblicità con donne giovanissime che parlano della propria pelle matura e di come L’Oreal sia in controtendenza in questo perché ha il coraggio di usare anche donne effettivamente mature—ricordando  che già negli anni ’70 loro hanno usato Jane Fonda, nelle loro pubblicità. Il tema dell’immagine femminile lo sentono come una responsabilità forte perché sono leader mondiale nella cosmetica. In Italia, i secondi, terzi e quarti loro concorrenti messi insieme, non arrivano alla loro quota. Sono presenti in 140 Paesi del mondo e devono interpretare la bellezza di tutto il mondo. Questa infatti cambia da Paese a Paese, dipende da caratteristiche fisiche, ma anche culturali. Loro interpretano l’aspetto culturale da punto di vista dei canoni produttivi. Per loro essere attenti alla politica di genere fa parte del quotidiano, per il mercato a cui si rivolgono (una clientela soprattutto femminile). Hanno rispetto di tutte le età, diversamente non sarebbe produttivo anche prima che sbagliato da un punto di vista etico-valoriale. Credono profondamente che il rispetto della donna faccia parte fondamentale di porsi davanti al business. Con L’Oreals Paris, hanno proposto ormai da molti anni “Perché io valgo”, traduzione dell’americano “Because I’m worth it”. Questo slogan ha  accompagnato la crescita della condizione femminile: da una donna che doveva essere bella per compiacere il mondo maschile in senso generale, a una donna che prendeva consapevolezza di se stessa e voleva essere bella perché lei se lo meritava. Cambia in questo modo la visione del modo di fare comunicazione. Al suo interno poi L’Oreal è donna per una quota che va da 60 al 70%; lo è il 50% del comitato di direzione italiano e il 35% a livello centrale. Sono numeri di rilievo, ma stanno ancora crescendo. Non vogliono fare solo presenza, ma la volontà è quella di fare una testimonianza, passare da ruolo di persone che lavorano su questi temi a persone che si sono impegnate attivamente. Lo fanno anche su altri fronti. Dal 1998, ad esempio, hanno promosso “For Women in Science”, un premio realizzato insieme con l’UNESCO, che riconosce le donne scienziato a livello mondiale per favorirne la carriera. È diventato  una specie di nobel al femminile. Si sono create altre 50 iniziative a livello locale, come stimolo sinergico.

ROBERTA COCCO da vent’anni lavora alla Microsoft (in Italia vi lavorano 850 persone), ma non presenzia solo in veste di  direttore marketing, ma anche come responsabile di “Futuro @l femminile”. Ricorda che quando faceva un master le hanno detto “Se non avete idee, usate un bambino o una donna”, e le è rimasto in mente. Il problema è come si fa, però. Non ci sarebbe tutta questa attenzione verso lo stereotipo, se non mancassero modelli al positivo. Ci sono, moltissimi, ma sembrano trasparenti. Bill Gates si dedica molto al sociale e quando chiedono fondi alla corporation per progetti di questo tipo possono averli, ma devono documentare il tipo di impatto che avrebbe la campagna che propongono e deve caratterizzare il Paese a cui è rivolta. Per l’Italia non hanno mai avuto ostacoli nel ricevere fondi a favore delle donne. “Futuro @l femminile” è un progetto di responsabilità sociale di Microsoft e molte altre aziende per promuovere la tecnologia a servizio delle donne, sia nella sfera personale che professionale. Hanno fatto soprattutto moltissima formazione, fino a corsi per l’imprenditoria femminile. Un tema in cui sono impegnati è quello dell’autostima delle giovanissime. Loro si sono voluti occupare in particolare delle preadolescenti (dai 9 ai 14 anni), per vedere come la tecnologia impattasse nella formazione dell’autostima e valutare come l’utilizzo della tecnologia porti a un percorso positivo. In una prima fase hanno raccolto le risposte a un questionario per un’indagine realizzata attraverso il proprio portale. Per avere peso scientifico servivano 500-600quetionari: ne hanno ricevuti 3500. Alcune risposte li hanno colpiti e l’ideatrice del progetto, una fotografa, ha poi contattato le ragazze e ha fatto scatti tutt’ora in mostra alla triennale, che presentano modelli positivi. (Viene mostrato un vido di due minuti in proposito).

ALESSANDRA PERRAZZELLI, presidente di Valore D, associazione che raccoglie aziende e personale femminile che vuole migliorare la capacità di affermazione professionale delle donne, la presenta dicendo che è nata due anni fa. Ora sono più di 45 aziende, di vario tipo  che hanno un  tema comune: come portare più donne in posizione di rilievo. Si sono chiesti se e come la pubblicità avesse un impatto su quello che fanno, e nell’aderire al Manifesto hanno lasciato le aziende libere di firmare o meno. Quello che notano è che il modello proposto, della donna bella e stupida e fortemente sessuata, crea fortissimo impatto sul percepito, questo perché crea una polarizzazione fra donne bellissime e donne che sono donne-uomo, ovvero come reazione alla iperfenmminilità si crea come risposta la donna coi baffi, una leadership maschile. Idealmente invece, come contro-offensiva, si vuole una leadership che si esprime come femminile. Diversamente le donne vengono private di quello che sanno esprimere. Quanto alla possibilità di fare carriera, è molto rischioso quando il modello è solo uno. Riporta un aneddoto in cui lei stessa è andata a un colloquio di lavoro e la persona che doveva assumerla aveva sulla scrivania una rivista con donna carponi. In quella situazione  si è sentita di dover superare “detti e non detti” che mettevano in secondo piano studi ed esperienze. Quell’incontro le ha fatto decidere, all’epoca, di non rientrare in Italia, ma di rimanere all’estero.

EMMA BONINO, vicepresidente del Senato e presidente onoraria di Pari o Dispare, ricorda che questo è un filone che sta cercando di portare avanti da molto tempo ed è contenta che poi ci si aggreghi. Già quando era Ministro, nella nota di Lisbona, sulla situazione del nostro Paese e dello stereotipo con cui vengono presentate le donne, richiamarono i pubblicitari. Quello che si vede è sintomo di pigrizia mentale. E ci si impoverisce sempre più. Non è una campagna per coprire il corpo della donna, ma è culturalmente importante svolgerla perché le immagini stereotipate sono pervasive, entrano in milioni di case di italiani via Rai, Mediaset… Sono di impatto su ragazzine e ragazzini: le ragazze hanno un solo modello da raggiungere e per i ragazzini la ragazza o donna da desiderare deve essere di quel modello. È quindi necessario operare un cambiamento  per le nuove generazioni, “oltre che francamente [per il fatto che ] non è simpatico viaggiare dall’autostrada, rientrando a Roma, con un cartello 12x32, con una signorina bellissima, improbabile, in autoreggente nero che striscia su un pannello solare dal sobrio titolo ‘Montami’”, non è proprio il massimo del Made in Italy. Il degrado è meglio arginarlo. L’iniziativa è di incitazione perciò. Il brutto può diventare di moda, ma anche il bello lo può, può esserci una china a rovescio. C’è il comitato della ministra Carfagna che viene usato per togliere queste pubblicità. Sono utili gli strumenti di correzione delle istituzioni, ma serve anche rovesciare la tendenza. Ha partecipato anni fa a  un convegno, in cui erano presenti anche Serena Dandini e la Cortellesi ,in cui si ironizzava sulla rappresentazione che si fa delle donne. Alla fine l’ironia è diventata greve.  La pubblicità è un grande strumento, usato da televisioni e carta stampata. Invertire la tendenza è fare un passo avanti. Non vogliamo essere vittoriani e mettere la gonna alle gambe del tavolo, né vogliamo il proibizionismo, ma la situazione è anche un po’ patetica. La “potenzialità del valore al femminile nel nostro Paese è e continua ad essere sottovalutata”. Poi è normale che le donne trovino in campo professionale “il soffitto di cemento”. Deve cambiare la politica, e non è una politica degli ultimi anni, viene da lontano ed è solo stata ora accelerata. Il fatto che l’intero Welfare del nostro paese è sulle spalle delle donne è perché fa comodo a molti, non è un destino cinico e baro. Va rimessa in discussone questa politica, e insieme a questa, per renderla più efficace, bisogna lavorare di pari passo sul fronte della rappresentazione. Non è vero che le donne sono tutte brave, tutte intelligenti… non siamo una categoria, né un sindacato. Non tutte la pensano allo stesso modo ed è bene: siamo persone che vogliono essere valutate ed apprezzate per quanto valgono. A volte dobbiamo anche avere il coraggio di non aspettare di essere co-optate, stando in un angolo sperando che qualcuno si accorga di te. Bisogna dire “io voglio quel posto lì”. Spera che tutte le iniziative facciamo venir voglia di lottare. Una giusta rappresentazione rende il Paese migliore per tutti, più equilibrato, anche umanamente, e lo rende un luogo in cui per tutti è più piacevole vivere.

martedì 8 marzo 2011

Il discorso di JOSS WHEDON (del 2006) per Equality Now




In occasione della festa della donna, mi piace condividere un discorso tenuto da Joss Whedon il 15 maggio del 2006, in una cerimonia per Equality Now, un’organizzazione internazionale per i diritti umani che si dedica in particolare ai diritti civili, politici, economici e sociali delle ragazze e delle donne.  Whedon è stato premiato per il suo coraggioso sostegno dei diritti delle donne in un evento intitolato 'On the Road to Equality: Honoring Men on the Front Lines'. Nel video c’è il discorso. Sotto, la traduzione della trascrizione. L’introduzione è di Meryl Streep che ricorda la madre di Joss, poi viene il turno del suo noto discorso.

Potrei semplicemente dire, da pura fan, “Joss is awesome!” (Joss è fantastico), ma mi sento in dovere di spiegare un po’ questa affermazione. Uno dei motivi per cui apprezzo questo discorso è l’aspetto retorico, un altro motivo è il modo in cui costruisce l’idea di uguaglianza fra uomini e donne. Se il tipo di metafora che viene utilizzata del descrivere una realtà compartecipa della sua creazione, allora usare metafore di lotta e contrasto fra uomini e donne, nel cercare di raggiungere l’uguaglianza, non è costruttivo. L’immagine usata nel discorso da Joss è una buona via. In generale, lo apprezzo e condivido nel contenuto.


Meryl Streep: Le madri sono spesso l’avanguardia delle istituzioni culturali e della trasformazione e, questa sera, porgeremo un tributo a Joss Whedon e ai magnifici personaggi femminili che ha ideato, ma vorremmo anche porgere un tributo a sua madre, la scomparsa Lee Stearns.

È bello quando i figli danno credito alle proprie madri per il loro successo. E, ho sentito molto su Lee, le cui idee radicali sulla forza e l’indipendenza e la passione e l’empatia delle donne hanno ispirato Joss non solo a ideare Buffy l’ammazzavampiri, ma molti altri forti personaggi femminili in Firefly, Serenity e i suoi altri lavori.

Lee Sterns ha anche ispirato la creazione di questa organizzazione, Equality Now, che è stata co-fondata da Jessica Neuwirth, una delle sue… una delle studentesse del liceo favorite di Lee. Sarebbe stata molto fiera di voi, Jessica e Joss, per tutto quello che avete fatto e continuate a fare, e il suo spirito è qui con noi questa sera.

Joss ha anche una base di fan energetica ed ubiquitaria che ha organizzato raccolte fondi attraverso il Paese per Equality Now, l’organizzazione di beneficenza preferita del suo super eroe. Perciò è un mio grande, grande piacere presentarvi la persona speciale a cui rendiamo onore questa sera, Joss Whedon, l’uomo meraviglioso che ci porterà Wonder Woman. Lo lodiamo per l’eccellente contributo all’eguaglianza nel cinema e in televisione. Signore e signori, mister Joss Whedon.

Joss Whedon: Grazie. Io, io non sapevo questa sera che cosa sarebbe successo. No, sapevo che sarei stato qui, la parte su mia madre, e… e voglio solo ringraziare Meryl Streep e, e tutti, per, per aver parlato così eloquentemente su di lei.

Stasera sono circondato da persone di straordinario coraggio, e io stesso so una cosa o due sul coraggio perché una volta ho letto un libro in cui c’era del coraggio. E suona come qualcosa che richiede tanto lavoro per cui io semplicemente continuerò a scrivere.

Io scrivo. La cosa più coraggiosa che io abbia fatto è una cosa chiamata festa della stampa, che è in effetti una cosa piuttosto coraggiosa, credetemi, perché vi fanno le stesse domande ancora e ancora e ancora e ancora e ancora e ancora. Ne ho fatte qualcosa come 48 in un giorno, di queste interviste, e veramente, non si inventano roba nuova. Perciò, c’è una specifica domanda che mi è stata rivolta quasi ogni volta che sono stato intervistato. Così, ho pensato questa sera, brevemente, di condividere con voi una domanda e alcune delle mie risposte. Perché, quando ti viene chiesto qualcosa 500 volte, cominci veramente a pensare alla risposta. Così ora, diventerò un reporter. Sarà magnifica, la trasformazione.

Allora, Joss, io, un reporter, vorrei sapere, perché scrivi sempre questi forti personaggi femminili?

Penso che sia per via di mia madre. Era veramente una donna straordinaria, di ispirazione, tosta, cool, sexy, divertente, e quello è il genere di donna di cui mi sono sempre circondato. Sono i miei amici, particolarmente mia moglie, che non solo è più intelligente e più forte di me, ma occasionalmente anche più alta. Ma, solo qualche volta, più alta. E, lo penso – torna tutto a mia madre.

Allora, perché scrivi questi forti personaggi femminili?

Per via di mio padre. Mio padre e il mio patrigno hanno avuto molto a che fare con questo, perché sopra ogni cosa davano valore all’ingegno e alla determinazione nelle donne con cui stavano. Ed erano fra i rari uomini che capivano che riconoscere il potere di qualcun altro non diminuisce il tuo. Quando ho ideato Buffy, volevo creare un’icona femminile, ma volevo anche essere molto attento nel circondarla di uomini che non solo non avessero problemi con l’idea di una leader donna, ma che fossero in effetti ingaggiati e attratti dall’idea. Questo è venuto da mio padre e dal mio patrigno – gli uomini che hanno creato quest’uomo che ha creato quegli uomini, se riuscite a seguire il discorso.   

Allora, perché crei questi, come si dice, le donne – sono in Europa ora, è molto, è internazionale – queste --- non so dove però – questi forti personaggi femminili?

Beh, perché queste storie danno forza alla gente, e l’ho sentito da parte di molte persone, e l’ho sentito io stesso, e non sono solo le donne, sono gli uomini, e penso che ci sia qualcosa di particolare in una protagonista donna che permette a un uomo di identificarsi con lei e questo apre qualcosa, che potrebbe… un aspetto di se stesso che potrebbe non essere in grado di esprimere, speranze e desideri… che potrebbe trovarsi a disagio ad esprimere attraverso una figura di identificazione maschile. Perciò credo che veramente si trasversale per entrambi e penso che aiuti le persone, sapete, in – in questo modo.

Allora, perché crei questi forti personaggi femminili?

Perché sono hot.

Ma, questi forti personaggi femminili...


Perché mi state proprio facendo questa domanda?! Questa è, per dire, l’intervista numero 50 di fila. Come è possibile che questa sia proprio una domanda? Onestamente, seriamente, perché la state… perché ve la siete scritta? Perché voi… Perché non chiedete ad altre centinaia di persone perché non scrivono forti personaggi femminili? Credo che non si dovrebbe sottolineare quello che sto facendo, men che meno onorarlo, e ci sono altre persone che lo stanno facendo. Ma, seriamente, questa domanda è assurda e dovete semplicemente smettere. 

Allora, perché scrivi questi forti personaggi femminili?

Perché l’eguaglianza non è un concetto. Non è qualcosa a cui dovremmo aspirare. È una necessità. L’eguaglianza è come la gravità, ne abbiamo bisogno per stare in piedi su questa terra come uomini e donne e la misoginia che c’è in ogni cultura non è una parte vera della condizione umana. È vita che non è bilanciata e questo sbilanciamento sta succhiando via qualcosa dall’animo di ogni uomo e donna che si vede ad affrontarlo. Abbiamo bisogno di uguaglianza, come dire, ora.

Allora, perché scrivi questi forti personaggi femminili?

Perché mi state facendo ancora quella domanda.

Grazie molte per avermi incluso questa sera.
Grazie a tutti.

giovedì 7 ottobre 2010

Le 100 donne più potenti al mondo secondo FORBES


La rivista Forbes ha fatto uscire la propria lista delle 100 donne più potenti al mondo. Prima fra tutte è risultata Michelle Obama. Prima fra le donne di spettacolo Oprah Winfrey (magnate, presentatrice di talk show), terza.  A seguire, fra coloro che vedono la propria immagine legata anche al piccolo schermo in varie capacità: Lady Gaga (cantante, 7), Beyonce Knowles (cantante, 9), Ellen DeGeneres (comica, presentatrice di talk show, 10), Angelina Jolie (attrice, 21), Katie Couric (giornalista, 22), Madonna (cantante, 29), Heidi Klum (modella, produttrice, presentatrice, 39) Meredith Vieira (giornalista, 40), Sarah Jessica Parker (attrice, 45), Diane Sawyer (giornalista, 46), Rachel Maddow (giornalista, 50), Anne Sweeney (co-presidente della Disney Media Networks, 69), Christiane Amanpour (giornalista, 73), Rachael Ray (presentatrice, 78), Martha Stewart (magnate, 99).