È la
serie del momento. Con un
totale di 19 meritatissime nomination, Widow’s Bay, arrivato su Apple TV
solo alla fine di aprile, si è subito imposto come un successo istantaneo,
confermando la reputazione del canale come uno che sforna programmi di qualità.
Questa creazione di Katie Dippold (Parks and
Recreation) ibrida in modo impeccabile horror e humor, con un pizzico anche
di mistero che stimola la libido abduttiva degli spettatori che desiderano
scoprire di più. Alle fine delle 10 puntate della prima stagione, la metà delle
quali hanno la regia di Hiro Murai (The Bear, Atlanta), si arriva
a una grossa scoperta a seguito anche di un dilemma morale non indifferente che
fa ridere sul classico problema filosofico del carrello. Evito lo spoiler sulla
rivelazione conclusiva– per me è stato un bel colpo di scena -, ma la serie è
stata comunque già confermata per una seconda porzione di puntate.
Widow’s Bay (la Baia della Vedova perciò) è
un’isoletta (di finzione) a circa 40 miglia dalla costa del New England. Il suo
nuovo sindaco, Tom Loftis (un Matthew Rhys, Brothers and Sisters, The
Americans, The Beast in Me, di
cui rimango sempre impressionata anche solo per la sua capacità di parlare con
l’accento americano – lui è gallese),
vuole promuoverla turisticamente per farla diventare la nuova Martha’s Vineyard. È elettrizzato quando finalmente un giornalista
del New York Times (Bashir Salahuddin) che si occupa di viaggi arriva in
visita per scrivere un pezzo su di loro. Uno degli abitanti, Wyck (Stephen Root,
Barry), si oppone strenuamente sostenendo che l’isola è maledetta da
secoli e periodicamente di risveglia causando la morte di chi osa sfidarla: la
notte precedente all’arrivo del reporter un pescatore è scomparso in una
misteriosa “nebbia che ruba le anime” e lui insiste perchè l’intera isola venga
isolata per evitare che qualcuno perda la vita. Wyck rimane inizialmente una Cassandra, poichè Tom è molto scettico. Dopo la morte della moglie Lauren (Meredith Casey) lui si è stabilito sull’isola con Evan (Kingston Rumi Southwick), il figlio adolescente che, nato
lì, non è mai stato sulla terraferma e si trova in un posto dove nemmeno i
cellulari prendono, e vive il luogo come una prigione.
Di fronte ai mali sovrannaturali che si imbattono
sulla popolazione e i suoi visitatori il sindaco si deve presto però ricredere. Sua
assistente presso il comune è Patricia Moyer (Kate O'Flynn, Everyone Else Burns), che tutti un po’ tengono alla larga perché la
ritengono strana e che menta al fine di essere il centro dell’attenzione quando
dice di essere stata anche lei perseguitata da un locale serial killer noto
come The Boogeyman, da cui è riuscita a fuggire. Altri che lavorano con lui in
comune sono Rosemary (Dale Dickey), l’anziana segretaria Ruth Livingston (K
Callan), l’esperta di storia e
tradizioni locali Gerrie Doyle (Nancy Lenehan), e Dale (Jeff Hiller, Somebody
Somewhere). In questo aspetto di una piccola comunità amministrativa, con
impiegati che sono una famiglia lavorativa, ognuno dei quali ha le sue
idiosincrasie, si percepisce il DNA di Parks and Rec. Presenze
importanti in città sono anche lo sceriffo Bechir (Kevin Carroll), il medico
locale il dottor Calvin Morgan (Christian Clemenson), l’albergatore Kurt (Neil
Casey), il Reverendo Bryce (Toby Huss)… Lucy
Mangan sul Guardian lo vede come Mare of Easttown incontra Schitt’s
Creek e sottoscrivo quando osserva che gli “eccentrici del luogo e gli
impiegati incapaci non sono lì solo per fare da contorno: sono personaggi a
tutto tondo e rappresentano la comunità stessa. Hanno i loro problemi e le loro
gioie, così come le loro stranezze e le loro peculiarità.”
C’è moltissimo umorismo nelle vicende, si ride proprio
non solo sorride, anche magari con piccoli dettagli come può essere il
calendario sui lupi che poi nel mese di luglio ha invece come immagine un
incidente stradale. Matthew Ryhs e Patricia Moyer in particolare sono maestri
nella prosodia e nelle espressioni facciali nel percorrere in equilibrio
perfetto un filo sottilissimo fra estrema serietà e umorismo. Il personaggio di
Patricia, ostracizzato e solo, spezza il cuore, eppure se ne esce con battute e
comportamenti che contemporaneamente suscitano autentica ilarità. Come quando Wyck
spiega le fasi della maledizione che sta per colpirli: Fase uno: gli occhi diventano bianchi; Fase
due: perdita dei cinque sensi e delirio. E la fase tre? Perdita dell’erezione.
Patricia chiosa: «Ma chi diavolo ci prova dopo la seconda fase?». (La
traduzione è mia – ho seguito in originale). Il divertimento si fonde con
un’autentica anima horror che trae ispirazione da Stephen King sicuramente, ma
che è ricchissimo, a conoscerli, di riferimenti più disparati al genere. Si
veda questo post che mette a
confronto le immagini con alcune delle fonti che hanno ispirato gli autori.
Nebbie e terremoti, cannibalismo in chiesa nell’800,
una storia di streghe bruciate (di cui c’è chi va orgoglioso), zombie che
inseguono, campane che suonano quando non dovrebbero, un terribile hotel che
pare infestato dai fantasmi con una stanza dove forse il tempo scorre in modo
diverso, uomini posseduti da satana, la strega del marinaio che ti graffia e ti
perseguita finché ha la tua pelle sotto le unghie, un grimorio che sembra un
libro di auto-aiuto che manda in trance chi è sotto il suo effetto, la
convinzione che chi è nato sull’isola non possa mai lasciarla…Le situazioni non
mancano.
Una puntata un po’ a sè, “Our History” (1.06) ci
porta nel passato dell’isola, nel 1702, quando Sarah Westcott (la guest star
Betty Gilpin) arriva sul luogo, afflitto da sparizioni e malattie, per sposare
la torbida figura del fondatore Richard Warren (Hamish Linklater). David
Fear su Rolling Stone inquadra l’episodio osservando come gli eventi
dell’isola sono radicati nel passato puritano: “ci si rende conto di come la
nazione che abbiamo costruito sia fondata sulle ossa di quella che Greil Marcus
definiva “la vecchia, strana America”. Non si può sfuggire ai fantasmi del
proprio passato. Non si possono nemmeno domare in nome del turismo. Il meglio
che si possa fare è onorare gli spiriti inquieti che sono venuti e se ne sono
andati prima di noi. O, per lo meno, assicurarsi che tutti quei corpi rimangano
sepolti”.
C’è almeno un jump scare, e alcuni scenari sono
inquietanti (penso in particolare alla season finale), ma dice bene il critico
televisivo Alan Sepinwall quando commenta che molto del materiale da paura è
soft e lo accosta per sensibilità a Buffy the Vampire Slayer, a cui è affine
anche come struttura narrativa nel rapporto fra narrazioni verticali e
vagamente autoconclusive e trama orizzontale serial. Lo afferma in una puntata nel suo recente podcast, TV Is Good, che realizza
insieme alla collega Kathryn VanArendonk, che fa la pregnante anche se
fuggevole osservazione che il terrore espresso dall’isola altro non è se non la
resistenza al processo di gentrificazione. Così come titola bene Esquire,
scrivendo che “Widow’s Bay è una commedia horror per i fan di Severance"
- alcune delle scene di presentazione dell’isola da parte di un precedente sindaco
e certe bizzarrie ricordano l’altro successo di Apple TV, nonché la spinta a
scoprire il senso di certi misteri.
Sia come sia, Widow’s Bay è must-watch TV, o
forse potrei anche azzardare un must-re-watch-TV perché è sicuramente spassosissima
anche da ri-vedere.

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