mercoledì 15 luglio 2026

TOO MUCH: idiosincratica

La limited series di Netflix Too Much, ideata da  Lena Dunham (Girls) e Luis Felber, è simbolicamente ben incarnata da Astrid, la Chinese crested dog adottata dalla protagonista umana, ovvero la cagnetta crestata cinese interpretata da Mia, una tredicenne pelata con la lingua di traverso perennemente di fuori, sorella di un’altra canina, si riporta, che ha vinto un concorso come Cane più brutto del mondo. Lei non ci va distante: la vedi e la trovi atroce, orribile, ma pur in questa valutazione estetica, ti fa tenerezza, e riesci a sprazzi ad apprezzane l’originalità e l’energia e la forza di essere sè stessa a dispetto di tutto. Uguale il programma TV, sgradevole per la gran parte, ma con momenti perfetti, che siano i due protagonisti che trascorrono tutta la notte a chiacchierare (1.03), o il megalomane, esilarante regista snob Jim Wenlich Rice, interpretato ad un Andrew Scott dalla verve umoristica eccezionale che trasforma in oro tutto quello che tocca (1.06 e 1.09). Non rimpiango di averla guardata, ma è un bene che non abbia una seconda stagione che non avrei seguito comunque.

Jessica Salmon (una coinvolta Megan Stalter, Hacks) è una produttrice pubblicitaria newyorkese trentenne che è emotivamente distrutta dopo aver visto Zev (Michael Zegen, The Marvellous Mrs Maisel), il suo ex-fidanzato di vecchia data, fare la proposta di matrimonio a Wendy (Emily Ratajkowski), l’influencer per cui l’ha lasciata. È ossessionata dall’Instagram di Wendy, con cui è in costante virtuale dialogo (con post che intende rimangano visibili solo a se stessa, in ogni caso). Con nell’immaginario molti film romantici – che i titoli delle puntate deliziosamente e intelligentemente ricordano distorcendo – accetta un trasferimento lavorativo a Londra. Il termine “estate” le fa immaginare che andrà a risiedere in una “tenuta” signorile, ma si ritrova in case popolari. Non ne fa una dramma, ma si sente sola e va in un pub. Esce e incontra un musicista indie in bolletta, Felix Remen (Will Sharpe, The White Lotus), con lui lega all’istante e che presto si trasferisce da lei – per loro ci sarà il lieto fine, per la cagnetta no, vi avviso. La serie è costruita sulle avventure professionali – con un ufficio che è una sorta di versione britannica alternativa di Emily in Paris - e personali, di lei in particolare ma anche di entrambi, che imparano a conoscersi gradualmente e a scoprire i rispettivi bagagli emotivi. Lei rimane in contatto con la famiglia a casa con cui si confronta occasionalmente con videochiamate: nonna Dottie (Rhea Perlman), mamma Lois (Rita Wilson), sorella maggiore Nora (Lena Dunham).

Indubbiamente uno dei pregi della serie è di dare spazio a diverse tipologie di donne rispetto a quanto non siamo abituati a vedere: Jessica è sovrappeso e si veste nel modo più improbabile e non se ne fa un problema – è autentica, vibrante, felice di sè stessa anche quando è insicura. Si arrabbia eccessivamente quando le dicono che è “incasinata”, ma ci prova sul serio, anche se poi scrolla i social del suo ex e finge solo di commentare interessata quando Felix le fa vedere il film Paddington, che è importante per lui, e lui si commuove. Del resto è stata una relazione istantanea, e non si può imporre a qualunque sentimento di avere radici troppo profonde quando non ha avuto il tempo di costruirle.

Dice bene Rivista Studio in un post quando afferma che non è una commedia romantica, ma un horror sentimentale, dove “too much”, ovvero troppo è “anche una diagnosi affettiva, un’etichetta imposta (o rivendicata?) a chi sente, vive, desidera con intensità non prevista dal manuale delle relazioni moderne”. O forse, come titola The Atlantic, “Il romanticismo sullo schermo non è mai stato così freddo. Forse è proprio veritiero”, osservando come “innamorati sullo schermo, i due hanno un’intesa quasi negativa: si avvicinano con un'alzata di spalle e restano insieme quasi per inerzia”. Sottoscrivo anche quanto afferma Sepinwall su Rolling Stone: “Too much” (troppo) qualche volta non è abbastanza. Ci sono momenti davvero luminosi e toccanti, ma la serie è incerta su quello che vuole essere davvero, idiosincratica, caotica, spesso cringe.