giovedì 30 luglio 2026

WIDOW'S BAY: spassosissimo ibrido horror-comedy

È la serie del momento. Con un totale di 19 meritatissime nomination, Widow’s Bay, arrivato su Apple TV solo alla fine di aprile, si è subito imposto come un successo istantaneo, confermando la reputazione del canale come uno che sforna programmi di qualità. Questa creazione di Katie Dippold (Parks and Recreation) ibrida in modo impeccabile horror e humor, con un pizzico anche di mistero che stimola la libido abduttiva degli spettatori che desiderano scoprire di più. Alle fine delle 10 puntate della prima stagione, la metà delle quali hanno la regia di Hiro Murai (The Bear, Atlanta), si arriva a una grossa scoperta a seguito anche di un dilemma morale non indifferente che fa ridere sul classico problema filosofico del carrello. Evito lo spoiler sulla rivelazione conclusiva– per me è stato un bel colpo di scena -, ma la serie è stata comunque già confermata per una seconda porzione di puntate.

Widow’s Bay (la Baia della Vedova perciò) è un’isoletta (di finzione) a circa 40 miglia dalla costa del New England. Il suo nuovo sindaco, Tom Loftis (un Matthew Rhys, Brothers and Sisters, The Americans, The Beast in Me,  di cui rimango sempre impressionata anche solo per la sua capacità di parlare con l’accento americano – lui è gallese),  vuole promuoverla turisticamente per farla diventare la nuova Martha’s Vineyard. È elettrizzato quando finalmente un giornalista del New York Times (Bashir Salahuddin) che si occupa di viaggi arriva in visita per scrivere un pezzo su di loro. Uno degli abitanti, Wyck (Stephen Root, Barry), si oppone strenuamente sostenendo che l’isola è maledetta da secoli e periodicamente di risveglia causando la morte di chi osa sfidarla: la notte precedente all’arrivo del reporter un pescatore è scomparso in una misteriosa “nebbia che ruba le anime” e lui insiste perchè l’intera isola venga isolata per evitare che qualcuno perda la vita. Wyck rimane inizialmente una Cassandra, poichè Tom è molto scettico. Dopo la morte della moglie Lauren (Meredith Casey) lui si è stabilito sull’isola con Evan (Kingston Rumi Southwick), il figlio adolescente che, nato lì, non è mai stato sulla terraferma e si trova in un posto dove nemmeno i cellulari prendono, e vive il luogo come una prigione.

Di fronte ai mali sovrannaturali che si imbattono sulla popolazione e i suoi visitatori il sindaco si deve presto però ricredere. Sua assistente presso il comune è Patricia Moyer (Kate O'Flynn, Everyone Else Burns), che tutti un po’ tengono alla larga perché la ritengono strana e che menta al fine di essere il centro dell’attenzione quando dice di essere stata anche lei perseguitata da un locale serial killer noto come The Boogeyman, da cui è riuscita a fuggire. Altri che lavorano con lui in comune sono Rosemary (Dale Dickey), l’anziana segretaria Ruth Livingston (K Callan),  l’esperta di storia e tradizioni locali Gerrie Doyle (Nancy Lenehan), e Dale (Jeff Hiller, Somebody Somewhere). In questo aspetto di una piccola comunità amministrativa, con impiegati che sono una famiglia lavorativa, ognuno dei quali ha le sue idiosincrasie, si percepisce il DNA di Parks and Rec. Presenze importanti in città sono anche lo sceriffo Bechir (Kevin Carroll), il medico locale il dottor Calvin Morgan (Christian Clemenson), l’albergatore Kurt (Neil Casey), il  Reverendo Bryce (Toby Huss)… Lucy Mangan sul Guardian lo vede come Mare of Easttown incontra Schitt’s Creek e sottoscrivo quando osserva che gli “eccentrici del luogo e gli impiegati incapaci non sono lì solo per fare da contorno: sono personaggi a tutto tondo e rappresentano la comunità stessa. Hanno i loro problemi e le loro gioie, così come le loro stranezze e le loro peculiarità.”

C’è moltissimo umorismo nelle vicende, si ride proprio non solo sorride, anche magari con piccoli dettagli come può essere il calendario sui lupi che poi nel mese di luglio ha invece come immagine un incidente stradale. Matthew Ryhs e Patricia Moyer in particolare sono maestri nella prosodia e nelle espressioni facciali nel percorrere in equilibrio perfetto un filo sottilissimo fra estrema serietà e umorismo. Il personaggio di Patricia, ostracizzato e solo, spezza il cuore, eppure se ne esce con battute e comportamenti che contemporaneamente suscitano autentica ilarità. Come quando Wyck spiega le fasi della maledizione che sta per colpirli:  Fase uno: gli occhi diventano bianchi; Fase due: perdita dei cinque sensi e delirio. E la fase tre? Perdita dell’erezione. Patricia chiosa: «Ma chi diavolo ci prova dopo la seconda fase?». (La traduzione è mia – ho seguito in originale). Il divertimento si fonde con un’autentica anima horror che trae ispirazione da Stephen King sicuramente, ma che è ricchissimo, a conoscerli, di riferimenti più disparati al genere. Si veda questo post che mette a confronto le immagini con alcune delle fonti che hanno ispirato gli autori.

Nebbie e terremoti, cannibalismo in chiesa nell’800, una storia di streghe bruciate (di cui c’è chi va orgoglioso), zombie che inseguono, campane che suonano quando non dovrebbero, un terribile hotel che pare infestato dai fantasmi con una stanza dove forse il tempo scorre in modo diverso, uomini posseduti da satana, la strega del marinaio che ti graffia e ti perseguita finché ha la tua pelle sotto le unghie, un grimorio che sembra un libro di auto-aiuto che manda in trance chi è sotto il suo effetto, la convinzione che chi è nato sull’isola non possa mai lasciarla…Le situazioni non mancano.

Una puntata un po’ a sè, “Our History” (1.06) ci porta nel passato dell’isola, nel 1702, quando Sarah Westcott (la guest star Betty Gilpin) arriva sul luogo, afflitto da sparizioni e malattie, per sposare la torbida figura del fondatore Richard Warren (Hamish Linklater). David Fear su Rolling Stone inquadra l’episodio osservando come gli eventi dell’isola sono radicati nel passato puritano: “ci si rende conto di come la nazione che abbiamo costruito sia fondata sulle ossa di quella che Greil Marcus definiva “la vecchia, strana America”. Non si può sfuggire ai fantasmi del proprio passato. Non si possono nemmeno domare in nome del turismo. Il meglio che si possa fare è onorare gli spiriti inquieti che sono venuti e se ne sono andati prima di noi. O, per lo meno, assicurarsi che tutti quei corpi rimangano sepolti”.

C’è almeno un jump scare, e alcuni scenari sono inquietanti (penso in particolare alla season finale), ma dice bene il critico televisivo Alan Sepinwall quando commenta che molto del materiale da paura è soft e lo accosta per sensibilità a Buffy the Vampire Slayer, a cui è affine anche come struttura narrativa nel rapporto fra narrazioni verticali e vagamente autoconclusive e trama orizzontale serial. Lo afferma in una puntata nel suo recente podcast, TV Is Good, che realizza insieme alla collega Kathryn VanArendonk, che fa la pregnante anche se fuggevole osservazione che il terrore espresso dall’isola altro non è se non la resistenza al processo di gentrificazione. Così come titola bene Esquire, scrivendo che “Widow’s Bay è una commedia horror per i fan di Severance" - alcune delle scene di presentazione dell’isola da parte di un precedente sindaco e certe bizzarrie ricordano l’altro successo di Apple TV, nonché la spinta a scoprire il senso di certi misteri.

Sia come sia, Widow’s Bay è must-watch TV, o forse potrei anche azzardare un must-re-watch-TV perché è sicuramente spassosissima anche da ri-vedere.

mercoledì 15 luglio 2026

TOO MUCH: idiosincratica

La limited series di Netflix Too Much, ideata da  Lena Dunham (Girls) e Luis Felber, è simbolicamente ben incarnata da Astrid, la Chinese crested dog adottata dalla protagonista umana, ovvero la cagnetta crestata cinese interpretata da Mia, una tredicenne pelata con la lingua di traverso perennemente di fuori, sorella di un’altra canina, si riporta, che ha vinto un concorso come Cane più brutto del mondo. Lei non ci va distante: la vedi e la trovi atroce, orribile, ma pur in questa valutazione estetica, ti fa tenerezza, e riesci a sprazzi ad apprezzane l’originalità e l’energia e la forza di essere sè stessa a dispetto di tutto. Uguale il programma TV, sgradevole per la gran parte, ma con momenti perfetti, che siano i due protagonisti che trascorrono tutta la notte a chiacchierare (1.03), o il megalomane, esilarante regista snob Jim Wenlich Rice, interpretato ad un Andrew Scott dalla verve umoristica eccezionale che trasforma in oro tutto quello che tocca (1.06 e 1.09). Non rimpiango di averla guardata, ma è un bene che non abbia una seconda stagione che non avrei seguito comunque.

Jessica Salmon (una coinvolta Megan Stalter, Hacks) è una produttrice pubblicitaria newyorkese trentenne che è emotivamente distrutta dopo aver visto Zev (Michael Zegen, The Marvellous Mrs Maisel), il suo ex-fidanzato di vecchia data, fare la proposta di matrimonio a Wendy (Emily Ratajkowski), l’influencer per cui l’ha lasciata. È ossessionata dall’Instagram di Wendy, con cui è in costante virtuale dialogo (con post che intende rimangano visibili solo a se stessa, in ogni caso). Con nell’immaginario molti film romantici – che i titoli delle puntate deliziosamente e intelligentemente ricordano distorcendo – accetta un trasferimento lavorativo a Londra. Il termine “estate” le fa immaginare che andrà a risiedere in una “tenuta” signorile, ma si ritrova in case popolari. Non ne fa una dramma, ma si sente sola e va in un pub. Esce e incontra un musicista indie in bolletta, Felix Remen (Will Sharpe, The White Lotus), con lui lega all’istante e che presto si trasferisce da lei – per loro ci sarà il lieto fine, per la cagnetta no, vi avviso. La serie è costruita sulle avventure professionali – con un ufficio che è una sorta di versione britannica alternativa di Emily in Paris - e personali, di lei in particolare ma anche di entrambi, che imparano a conoscersi gradualmente e a scoprire i rispettivi bagagli emotivi. Lei rimane in contatto con la famiglia a casa con cui si confronta occasionalmente con videochiamate: nonna Dottie (Rhea Perlman), mamma Lois (Rita Wilson), sorella maggiore Nora (Lena Dunham).

Indubbiamente uno dei pregi della serie è di dare spazio a diverse tipologie di donne rispetto a quanto non siamo abituati a vedere: Jessica è sovrappeso e si veste nel modo più improbabile e non se ne fa un problema – è autentica, vibrante, felice di sè stessa anche quando è insicura. Si arrabbia eccessivamente quando le dicono che è “incasinata”, ma ci prova sul serio, anche se poi scrolla i social del suo ex e finge solo di commentare interessata quando Felix le fa vedere il film Paddington, che è importante per lui, e lui si commuove. Del resto è stata una relazione istantanea, e non si può imporre a qualunque sentimento di avere radici troppo profonde quando non ha avuto il tempo di costruirle.

Dice bene Rivista Studio in un post quando afferma che non è una commedia romantica, ma un horror sentimentale, dove “too much”, ovvero troppo è “anche una diagnosi affettiva, un’etichetta imposta (o rivendicata?) a chi sente, vive, desidera con intensità non prevista dal manuale delle relazioni moderne”. O forse, come titola The Atlantic, “Il romanticismo sullo schermo non è mai stato così freddo. Forse è proprio veritiero”, osservando come “innamorati sullo schermo, i due hanno un’intesa quasi negativa: si avvicinano con un'alzata di spalle e restano insieme quasi per inerzia”. Sottoscrivo anche quanto afferma Sepinwall su Rolling Stone: “Too much” (troppo) qualche volta non è abbastanza. Ci sono momenti davvero luminosi e toccanti, ma la serie è incerta su quello che vuole essere davvero, idiosincratica, caotica, spesso cringe.