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venerdì 20 dicembre 2024

MARY & GEORGE: un dramma storico salace

Basato sul libro di Benjamin Woolley “L'assassino del re” – “The king's assassin: The Secret Plot to Murder King James I”, Mary and George (Sky Atlantic – qui il promo in italiano), ambientato nel XVII° secolo, narra di una donna di umili natali, passato che tiene ben celato, Mary Villiers (una viscerale, sempre acutissima Julianne Moore, qui anche produttrice esecutiva), che diventa Contessa di Buckingham, che istruisce il proprio secondo figlio, l’avvenente George (Nicholas Galitzine), perché diventi l’amante e il nuovo favorito di re Giacomo I (Tony Curran) come via privilegiata per aver accesso al potere.

Lui inizialmente non vuole saperne di essere spedito in Francia per essere educato alla maniera delle corti, tanto più che è innamorato di Jenny, una serva di casa, ma la scaltra, ambiziosa madre, che non può avere in prima persona quello che il figlio riesce ad ottenere anche grazie alla propria prestanza fisica, è risoluta. Morto il marito, caduto dalle scale mentre la picchiava (e lei non si è certo precipitata a chiamare aiuto), sposa il ricco Sir Thomas Compton (Sean Gilder) e indirizza al meglio il secondogenito, consapevole che il primo, John (Tom Victor), ha problemi mentali che lo rendono anche violento, per quanto lei si adoperi per sposarlo alla riottosa figlia di Sir Edward Coke (Adrian Rawlins), nonostante la volontà contraria della madre di lei, Lady Hatton (Nicola Walker). Mary, ora rabbiosa, ora deferente, ora maliziosa, è astuta e l’unica su cui può fare affidamento è una prostituta Sandie Brookes (Niamh Algar) a cui si lega sentimentalmente. Ha però il sostegno della moglie del re, la Regina Anna (Trine Dyrholm), che mal sopporta i numerosi amanti del consorte, così come del resto fatica a digerirli il figlio, il principe Carlo (Samuel Blenkin), che si sente trascurato. George perciò, gli piaccia o meno, viene inviato ad apprendere francese, scherma, ballo e riceve anche un’ampia e versatile educazione sessuale, e tornato in suolo inglese deve imparare da una lato a navigare la corte, e in particolare l’attuale favorito del re, Robert Carr (Laurie Davidson), Duca di Somerset, che lo vede adeguatamente come una minaccia, dall’altro gli umori del sovrano. Progressivamente infastidito dalle ingerenze della madre, viene accostato da Sir Francis Bacon (Mark O’Halloran) che vuole approfittarne per farne una propria pedina. Del resto lui sta imparando, e in fretta, ma non è smaliziato quanto i due veterani.

Nel salace dramma storico britannico in sette puntate ideato da D.C. Moore (Killing Eve) non si è certo timidi. In modo più facilmente evidente è perché è pieno di nudità, orge, appetiti lascivi. “I corpi sono solo corpi” viene ricordato a George, con una frase che rivela l’etica che muove la serie tutta, ovvero esplorare e indagare il corpo come strumento di potere, come mezzo per elevare la propria posizione sociale. C’è poco romanticismo qui, e sebbene la lussuria di re James sia anche mostrata in termini sentimentali, è sfruttata in prevalenza come strumento per avere il suo favore e, con quello, un ruolo di rilievo. Il corpo perciò diventa in modo esplicito un bene che ha un peso economico e politico. Per lo spettatore è affascinante da seguire, per i coinvolti non sempre equivale a piacere.

Un’atra colonna portante delle vicende è la manipolazione: tradimenti, omicidi, bullismo, violenza, alleanze… c’è ogni tipo di intrigo, ma su tutte regna sovrana la capacità di raggirare e piegare con intelligenza gli altri e le situazioni ai propri interessi, cosa in cui eccellono Mary e Sir Francis Bacon. Se il re sembra meno interessato alle questioni di stato che all’intrattenimento, non di meno conosce il proprio ruolo, come gestire il parlamento, il rapporto con la Scozia, le dinamiche di religione… non è uno sprovveduto anche se il suo darsi ad una vita godereccia può far pensare altrimenti.   

Non sarebbe guastato maggiore approfondimento psicologico – le scelte di Mary rispetto al primogenito ad esempio, fanno accapponare la pelle e potevano avere maggiore giustificazione. Scrive bene però Lucy Mangan sul Guardian, quando dice che la miniserie ha “il rigore narrativo di The Favourite, lo stile disciplinato di The Great, un pizzico dell'eccesso di The Tudors e abbastanza sesso da rendere felici anche i fan di Bridgerton. È un'ottima combinazione”.

La notevole sigla viene descritta così dai realizzatori, il Peter Anderson Studio: “La nostra sequenza per Mary & George fonde artisticamente scene del dramma, travestite da dipinti a olio dell’era giacobina, e opere d'arte d'epoca. Le scritte agiscono come un portale attraverso il quale il pubblico viene attirato, offrendo finestre su un mondo pieno di segreti e silenziose macchinazioni. Ogni credit diventa uno spioncino nell'anima di coloro che si contendono il potere nelle oscure corti della storia.

venerdì 15 marzo 2024

THE REGIME: farsesco

Mi risulta intollerabile seguire The Regime – Il Palazzo del Potere (HBO; Sky Atlantic) oltre la prima puntata, nonostante siano solo sei. Attraverso un regime dittatoriale fittizio centroeuropeo, vuole essere una satira su come il potere privo di restrizioni corrompe, ma non riesce mai a trovare il tono giusto. Forse sono io che non ne apprezzo il gusto per farsa e assurdo, mai certa di quanto voglia essere umoristico – lo è per nulla o molto poco e quanto una critica al vetriolo degli abusi perpetrati da persone atroci, con una porzione riservata anche ai vecchi Stati Uniti anche questo lo è piuttosto poco. La creazione di Will Tracy, con la regia di Stephen Frears e Jessica Hobbs, si addentra in territori bazzicati da Armando Iannucci (Veep), ma in questo caso con risultati molto meno graffianti e gratificanti per lo spettatore. Magari semplicemente non è per me, che vengo infastidita anche dai filtri scelti dalla fotografia, e ci sarà un futuro in cui ne riconoscerò l’alto valore artistico che alcuni vedono, ma per ora trovo anche generoso il punteggio di 57/100 che ci attribuisce Metacritic con il suo semaforo giallo.

Kate Winslet interpreta la cancelliera Elena Verham, una donna ipocondriaca, germofobica che chiede di misurare costantemente l’umidità dell’aria poiché percepisce costantemente il rischio di muffe a palazzo, gestito con rigore da Agnes (Andrea Riseborough). Elena ha perso il padre per una malattia polmonare e teme sia la sua stessa sorte. È sposata con Nicholas (Giullaume Gallienne), che ha conosciuto a Parigi e che lei ha sposato dopo che lui ha lasciato la sua prima famiglia. Presto suo fidato consigliere diventa il militare che era inizialmente incaricato a precederla con un igrometro ovunque andasse, Herbert Zubak (Matthias Schoenaerts), che ha il nomignolo di Macellaio dell'area cinque", o anche semplicemente Macellaio, per aver trucidato dei minatori in una miniera di cobalto.

Sono palpabili la sensazione che nessuno è al sicuro, tipica dei regimi dittatoriali retti da folli, sani di mente quel tanto che basta da riuscire a legittimare il proprio potere come facciata, così come il disagio di una pletora di dipendenti costretti ad accontentare ogni eccentricità e di un pubblico costretto ad applaudire in ogni situazione anche immeritata – come ho pensato all’imperatore romano Nerone, quando Elena canta stonata a un ricevimento del presidente statunitense, e tutti fingono di apprezzare. C’è una destabilizzante “folie à duex psicosessuale” fra Vernham e Zuback, come la chiama appropriatamente Variety, che sbaglia però per me a ritrovarvi un’estetica del fascismo, se non molto superficiale, quando ne è più una versione kitsch. E la regnante è specchio dei molti, troppi dittatori che ha visto il nostro passato e vede il nostro presente, c’è solo l’imbarazzo della scelta fra i nomi. Qui però c’è stringi-stringi poca politica. Mi rammarico, fermandomi io al primo episodio, di non aver visto all’opera Martha Plimpton nel ruolo della segretaria di Stato americana, o Hugh Grant in quello del leader dell’opposizione, ma non trovando la miniserie né divertente né penetrante, ma altamente respingente, me la risparmio. 

domenica 4 febbraio 2024

LITTLE BIRDS: dagli scritti della Nin, inguardabile

Non è la peggiore produzione che io abbia visto in vita, ma ci sia avvicina molto. Little Birds (Sky Atlantic, NOW TV), serie in 6 puntate del 2020 basata sull’omonima raccolta di racconti erotici di Anaïs Nin, comincia con la protagonista Lucy (una sempre deliziosa Juno Temple, Ted Lasso) dallo psichiatra. Siamo nel 1955, a Tangeri in Marocco – anche se le riprese sono state fatte fra l’Andalucia in Spagna e l’Inghilterra -, e su richiesta del padre di lei le vengono date delle pillole tranquillanti e stabilizzanti dell’umore per tenere a bada quello che definiscono un comportamento problematico, e voglie che la distraggono. È presto chiaro che l’effetto cercato è in realtà di frenare qualunque entusiasmo. Si sente allegra e vuole ascoltare un po’ di musica alla radio? Ecco pronta una pilloletta da ingerire. Quelle stesse pillole devono averle ingerite Sophia Al Maria, che lo ha sviluppato per la TV, e le altre co-sceneggiatrici Stacey Gregg e Ruth McCance, e anche la regista Stacie Passon, perché se c’è un aggettivo che si attanaglia bene a questo programma è “dull”: spento, soffocato, sbiadito, piatto. C’è qualche guizzo di potenziale, ma non si va oltre al potenziale.

L’ingenua Lucy si sposa con un nobile inglese, Hugo Cavendish-Smyth (Hugh Skinner), e spera così di cominciare una nuova vita piena di feste e di stimoli nella Zona internazionale di Tangeri. Ancora non sa che lui l’ha sposata perché il padre l’ha pagato per farlo, lui è gay ed innamorato di Adham Abaza (Raphael Acloque) un avvenente principe egiziano che con lei fa pure amicizia. Se lei è annoiata e affamata di vita, lui non la aiuta di certo, anzi, è un inetto perfino nello svolgere riluttantemente il compito che il suocero gli ha affidato, ovvero vendere le armi di cui è produttore al Segretario francese in Marocco, Pierre Vaney (Jean-Marc Barr). La sua vita si incrocia a quella degli altri in occasione di una festa a casa della Contessa Mandrax (Rossi De Palma), e fra i tanti incontra anche una prostituta molto nota e richiesta, Cherifa Lamour (Yumna Marwan), particolarmente prona a sottomettere e maltrattare i clienti che lo desiderano.

Quello che dovrebbe essere un ambiente affascinante di intrighi internazionali, giochi di potere e seduzioni, con uno specifico sottofondo politico di colonialismo e risentimenti, in realtà è un incrocio di scenografie di ricostruzioni che appaiono finte, claustrofobiche, rese oppressive da colori saturi, a fare da sfondo ad abusi di potere di grande piccineria. Due ragazze ad esempio umiliano un lavorante presso di loro, Leo (Kamel Labroudi), l’innamorato di Cherifa, per divertirsi, gettandolo a ripetizione una loro collana in piscina e obbligandolo a tufferai a riprenderla, mentre loro se ne stanno pacifiche a prendere il sole. Poi Leo viene pestato a sangue da Pierre? Senza senso.

E se si voleva mettere in scena l’edonismo frenato si è fallito miseramente. Con la dominatrix Cherifa ci sono buone dosi di scene sado-maso più squallide che minimamente erotiche, come immagino avrebbero voluto essere. Lucy e Bill (Matt Lauria), una spia che indaga sulle attività del padre di lei, ad un certo punto si spalmano vernice l’uno sull’altra? Con due attori così affascinanti poteva uscirne qualcosa di effettivamente seducente, come poteva esserlo la scena di un pranzo fra Lucy e Pierre che è uno dei momenti memorabili, ma proprio non ci si riesce. E Cherifa che intrattiene gli ospiti ballando sul bolero di Ravel durante una cena che altro non si può definire se non folle? Ha qualche senso qualcuna di queste scene oltre a provocare un forte senso di noia mista a disgusto in chi le guarda? Terrificante proprio.

Quello che viene reso bene, quasi per errore, è il senso di morte interiore e di disperazione dei personaggi, ma perché sembrano smorti loro, ad eccezione forse di Adham, che mostra un po’ di grinta e vitalità. Se lo schifo per la vita è quello che si voleva trasmettere, e il tedio, allora indubbiamente si è riusciti a trasmetterlo. I dialoghi sono terribili – c’è uno scambio in cui Lucy dice a Bill di voler usare il bagno in cui non sapevo se piangere o scoppiare a ridere -, le scene proprio non stanno in piedi narrativamente, e la messa in scena è desolante e senza lustro. L’uso della luce soffusa vagamente sognante, con tutto bluastro o rosso da occhialini 3D, ha tramesso ancora di più una sensazione di finzione e di falsità. Forse aspirava ad essere artistico, con qualche tocco alla Wes Anderson, voglio credere, perché si nota lo sforzo di creare una realtà surreale sensuale e di commentare sui rapporti di potere. Questi elementi ci sono, peccato che sia stata reso in modo così inguardabile, almeno per me. Non ho letto il materiale originale, ma certo così me ne è passata la voglia.  

giovedì 19 gennaio 2023

THE LAST OF US: una serie dal videogioco

Tutto il buzz, tutto il chiacchiericcio, intorno alla serie apocalittico-zombie The Last of us (dell’americana HBO Max dal 16 gennaio, in Italia in contemporanea con sottotitoli su Sky Atlantic e NOW, e dal 23 gennaio doppiata) mi ha convinto ad assaggiarla subito. La terra è stata messa sotto attacco da una pandemia di origine fungina: se i funghi infettano gli esseri umani infatti, sono in grado di piegarli alla propria volontà trasformandoli in una specie di zombie, detti Cordyceps. Tutto ha inizio nel 2003 e venti anni dopo l’umanità è disastrata, le città un cumulo di macerie. Sono state istituite delle zone di quarantena (QZ) che sono nelle mani di un regime militare autoritario, la FEDRA (Federal Disaster Response Agency – Agenzia Federale di Risposta ai Disastri). Si spara a vista sugli infetti, si bruciano i cadaveri e si impiccano quelli che cercano di entrare o uscire senza le necessarie autorizzazioni.

Non conosco il videogioco da cui è stata tratta, ma avendo da poco terminato la lettura del libro “L’ordine nascosto – La vita segreta dei funghi” di Merlin Sheldrake (Universale Economica Feltrinelli), ero già a conoscenza di quelle effettive potenti e terrificanti proprietà dei funghi di cui la serie ci mette al corrente. Nel teaser pre-sigla si mostra un’intervista televisiva del 1968 (un’intervista nella diegesi cioè, reale nel mondo che ritrae, non per noi) a due epidemiologi che lo spiegano, paventando questo pericolo. Poi si lancia la sigla, che è costruita proprio come l’espandersi del micelio micorrizico. Davvero cool che siano andati in quella direzione.

LIEVI SPOILER DEL PILOT. Siamo a Boston. Joel Miller (Pedro Pascal), che ha perso la figlia adolescente (Nico Parker) agli inizi della pandemia, è un contrabbandiere che sta cercando di rimettersi in contatto con il fratello minore Tommy (Gabriel Luna), un ex-militare, insieme anche alla sua attuale compagna, Tess (Anna Torv, Fringe). Per avere le risorse per farlo, accetta l’incarico di portare fuori dalla zona di quarantena una volitiva ragazza quattordicenne, Ellie Williams (Bella Ramsey, Game of Thrones) che è immune all’infezione e potrebbe essere la chiave per creare un vaccino, e si impegna ad attraversare gli Stati Uniti con lei. A chiedergli di farlo è Marlene (Merle Dandridge) a capo delle Luci (Fireflies, ovvero Lucciole, in originale), un movimento di resistenza che combatte il regime ed è bollato come terroristico.

Ideata e scritta da Craig Mazin (Chernobyl) e Neil Druckmann (già ideatore del videogioco), sembra una solida trasposizione, ma allo stesso tempo il pilot non si presenta nemmeno particolarmente originale o innovativo, né da un punto di vista narrativo che formale. Per ora posso dire che mi piace molto di più di The Walking Dead che per me è sempre stato troppo misogino per poterlo stomacare (me ne ero lamentata qui). Non sembra avere la stessa luminosità di Station Eleven, e non intendo visuale, ma umana, e d’altro canto lì c’era più l'impressione che il mondo fosse finito davvero. Questa realtà sembra più una fase di guerra che alla fine l’umanità supererà. La realtà militare di quarantena si avvicina più a quando abbiamo visto in La Valla – La Barriera. Non sembrano esserci nemmeno la disperazione o lo spessore di The Leftovers. Non sono ancora sicuro della "morale" della serie, ma sono curiosa di vedere cosa mi dice sulla vita e sulla morte e su tutte le idee di oscurità e luce che vengono accennate dall’incipit.

Mi convince il casting e i critici americani, che già hanno avuto modo di vedere in anteprima altre puntate e l’evolversi delle vicende, ne parlano con entusiasmo e ne lodano l’intenso impatto emozionale, oltre alle scene ricche di azione: in particolare è apprezzata la costruzione del rapporto, non svolto in modo sentimentale, ma via via sempre più profondo e toccante fra Joel ed Ellie, che si stratifica in corso di via. L’esperienza di visione “Chernobyl” mi lascia fiduciosa che possa essere davvero così e una stagione la concedo.   

venerdì 27 agosto 2021

THE WHITE LOTUS: satira dolorosa e umoristica

Ideato, sceneggiato e diretto in modo brillante e avvincente da Mike White (Enlightened), The White Lotus (HBO Max, e dal 30 agosto 2021 su Sky Atlantic per l’Italia) è un dramma comico-satirico ambientato in un resort di lusso alle Hawaii. Gli ospiti della struttura vanno lì in vacanza, ma non riescono a prendersi una pausa dai propri problemi, anzi questi vengono intensificati dalla reciproca prossimità, con una progressiva escalation esplodono, e si creano pesanti frizioni con il personale che gestisce l’albergo, mettendo in luce come le diverse posizioni di privilegio (economico, sociale, razziale, di gender) impattano la vita di ciascuno. Già dal pilot, dai primi minuti, sappiamo che ci scapperà il morto, perché la salma di un cadavere viene imbarcata sull’aereo di ritorno, ma solo alla fine (1.06) scopriamo chi è la vittima, in quella che è una serie antologica già rinnovata per una seconda stagione.

Armond (Murray Bartlett, Looking), direttore del resort il Loto Bianco (the White Lotus), è un uomo gay sempre con il sorriso sulle labbra con passati problemi di dipendenza da droghe e alcol, sobrio da 5 anni, che insegna a una neoarrivata che mostrare sé stessi è scoraggiato per i dipendenti. Loro praticano quello che lui chiama “kabuchi tropicale”, ovvero indossano perennemente delle maschere, con il solo obiettivo di trattare gli ospiti come bambini, coccolati e fatti sempre sentire speciali. Presto la sua facciata crollerà, sotto forti e ripetuti attacchi.

Ci sono tre gruppi di persone che arrivano in questo piccolo angolo di paradiso. Nicole (Connie Britton, Nashville, Friday Night Lights, American Horror Story) e Mark (Steve Zahn, Treme) Mossbacher sono una coppia un po’ in crisi. Lei è la manager finanziaria, molto performante e controllante, di un motore di ricerca, lui è il marito che è in ansia perché teme di avere il cancro ai testicoli. Con loro ci sono il figlio Quinn (Fred Hechinger), interessato più al telefonino e ai videogiochi che a qualunque tipo di attività e socializzazione, ostracizzato dalla sorella Olivia (Sidney Sweeney, The Handmaid’s Tale) che si è portata in vacanza una cara amica del college, Paula (Brittany O’Grady, Little Voice). Quest’ultima viene presto attratta da Kai (Kekoa Scott Kekumano), che fa parte dello staff del resort.

Shane (Jake Lacey, Ms America, Fosse/Verdon) e Rachel (Alexandra Daddario, True Detective) Patton sono due novelli sposi in luna di miele. Lui è un odioso bullo, cocco di mamma Kitty (Molly Shannon), che scontento perché gli è stata assegnata una suite diversa da quella prenotata, diventa una spina del fianco della direzione. Rachel lo ha sposato senza conoscerlo bene come credeva e si accorge presto di aver fatto un errore e di esser per lui solo una moglie trofeo. Lui in realtà non la ascolta. È una giornalista free-lance, ma con poco talento e prospettive, ed è indecisa su quale sia la decisione migliore da prendere per il proprio futuro.

Tanya (Jennifer Coolidge, Two Broke Girls) è una donna matura, piena di dolori fisici ed emozionali, sull’orlo del tracollo, che è venuta a disperdere in mare le ceneri della madre scomparsa. Trova il sostegno della responsabile della spa dell’albergo, l’empatica, disponibile Belinda (Natasha Rothwell, Insecure), a cui propone anche di avviare un’attività in proprio, e in seguito lega con un uomo con problemi di salute, Greg (Jon Cries).  

Se la premessa può suonare un po’ Fantasilandia, già le immagini della sigla d’apertura, una carta da partati in cui i disegni di paradiso terrestre sanguinano, si decompongono, o diventano comunque “disturbanti”, fanno capire che non assisteremo a uno spensierato idillio. Gli opening credits si chiudono con il logo del Loto bianco (e il fatto che White sia anche il cognome dell’autore è un bel tocco): è un fiore che è simbolo di rinascita, ma non solo, si mostra bello ma affonda le proprie radici nel fango (Salon). Tra l’altro, nella diegesi, per bocca di Armond si cita anche la lirica “I mangiatori di loto”, “che parla di andare alla deriva nella vita e di non integrarsi realmente alle cose e di volersi nascondere dalla realtà della vita" (Salon). L’apparenza di lusso e perfezione perciò è una copertina che nasconde ben altro.  

La costruzione dei singoli personaggi e di che cosa li motiva, e dei rapporti fra loro, è forte e ben delineata. Armond e Tanya in particolare, nella loro spirale, lui tragica, lei in positivo, sempre sull’orlo del crollo definitivo, sono ineccepibili. Le dinamiche si creano in un crescendo via via più intenso e riescono a mostrare le vulnerabilità di ciascuno. Belinda raccoglie le paure e i dolori di Tanya, che le si aggrappa in modo disperato, nel tentativo di colmare il proprio vuoto; si crea apparentemente un rapporto intenso, ma alla fine Tanya è troppo autocentrata e incapace di comprendere il male che provoca a Belinda, che ne esce distrutta. Shane è il bambino ricco e viziato che fa i capricci se non ottiene tutto quello che vuole e Armond è il sottoposto costretto a fare i salti mortali per accontentarlo fino ad arrivare all’esasperazione.

Paula e Rachel osservano una realtà che non approvano, ma alla fine non riescono a disvincolarsi da essa: per paura, per comodità, per mancanza di alternative. Quinn è forse l’unico che, costretto ad una vita altra, riesce ad apprezzarla e a sceglierla. In Pop Culture Happy Hour (qui) si è fatta l’osservazione di come guardando i personaggi all’interno del proprio gruppo si vede che hanno problemi come tutti e sono magari brave persone, ma nel rapporto verso l’esterno si vedono i loro punti deboli e come perpetuino certe dinamiche negative, anche solo per “associazione”. Rachel non è una cattiva persona e non si comporterebbe mai nel modo disgustoso in cui fa suo marito nei confronti del personale, ma per associazione anche lei si rende complice di quel comportamento nel momento in cui, pur non mettendolo in atto in prima persona, ne ottiene i vantaggi collegati. Il tema del colonialismo riemerge più volte, in particolare attraverso Olivia, disturbata dallo spettacolo di nativi hawaiiani ridotti a dare spettacolo per un gruppo di bianchi, responsabili di averli derubati delle proprie terre.

Lo humor è sempre presente, sottile, cringe. La visione è sempre godibilissima. La fine anteposta, in cui sappiamo che c’è un cadavere, ormai uno stratagemma narrativo abusato, fa sì che ci aspettiamo che qualcuno muoia, e si ipotizza chi in corso di via, ma non è mai quello il vero motore. Alla fine in fondo quell’aspetto è anche anticlimatico. L’ipnotizzante musica, a partire da quella della sigla, ci trasmette un costante senso di vaga minaccia. L’autore ha dichiarato (Los Angeles Times) che voleva un genere di musica che facesse sentire allo spettatore l’ansia di un possibile imminente sacrificio umano, come se si fosse in una sorta di Hitchcock hawaiiano. La colonna sonora creata da Tapie de Veer “presenta flauti discordanti e percussioni in costante accelerazione stratificate con grida animalesche e intensi gemiti”; ha “anche usato uno strumento sudamericano chiamato charango (simile a un ukulele); una dozzina di tamburi di diverse culture (per lo più tamburi fatti a mano in legno e pelle animale); una varietà di shaker naturali; e un po' di piano malinconico”. È inquietante, e ben si alterna a momenti vocal in hawaniiano che danno un’identità musicale molto ben definita e memorabile.

La serie è anche ricca di numerose citazioni librearie: da Nietsche, a Freud, a “L’Amica Geniale” di Elena Ferrante, a “Blink” di Malcom Gladwell, nelle mani di Shane, e altri ancora.

Bellezza di superficie e una disillusa, feroce, dolorosa e umoristica realtà al di sotto. 

martedì 17 agosto 2021

THE NEVERS: uno steampunk whedoniano

Che cosa significa essere una donna? Essere zittita se vuoi usare la tua voce, magari per sempre se quello che canti dà speranza alle altre. Essere vilipesa e vista come un pericolo se mostri talento, estro, doti particolari. Essere allontanata ed emarginata se sei diversa. La sola via d’uscita è unirsi alle altre, è contare sulla sorellanza.

Sembra questo il messaggio di fondo di The Nevers (HBO, Sky Atlantic), ambientato nella Londra vittoriana. Joss Whedon è diventato Joss Whedon per una ragione: si sarà anche giustamente trasformato in un paria per i comportamenti abusanti di cui è stato accusato, ma non c’è dubbio che sappia fare il suo mestiere. In questa produzione si sente il suo stile e il suo gusto, e quello del suo team (Jane Espenson in primis), compresa la sua inclinazione a ibridare i generi e a costruire arguti repartee. Questa non è la più riuscita delle sue opere, ma questa creazione steampunk è solida a sufficienza, con pennellate che rimandano alla settimana stagione di Buffy (con le “potenziali”) e magari echi di Dollhouse e Firefly. Percepire lui dietro a tutti per molti sarà una nota dolente, ma non per me, che non ho difficoltà in questa istanza a separare opera e autore.  

A causa di un evento sovrannaturale di una nave spaziale aliena che rilascia delle spore, alcune persone, donne soprattutto ma non solo, ricevono doti particolari, chiamate “turn” in originale, “svolte”. Sono i “Toccati”, visti dal governo britannico e dalla popolazione ordinaria come un pericolo. Amalia True (Laura Donnelly, Outlander), una giovane vedova che ha delle premonizioni a flash su eventi futuri, prende sotto la sua ala protettrice le sue simili in un orfanatrofio, di proprietà di Lavinia Bidlow (Olivia Williams, Counterpart), una ricca ereditiera confinata sulla sedia a rotelle. Accanto ad Amalia, che ha periodica necessità delle cure del dottor Horatio Cousens (Zackary Momh) che ha il potere della guarigione, c’è la sua migliore amica Penance Adair (Ann Skelly), prodigiosa inventrice che precorre il suo tempo. Da lei è attratto Augustus “Augie” (Tom Riley), fratello minore di Lavinia, anche lui con un potere che tiene segreto, quello di possedere la mente degli uccelli. Altre dotate di “svolte” sono la matura Lucy (Elizabeth Berrington), che distrugge le cose al toccarle; Myrtle (Viola Prettejohn), che parla infinite lingue mescolandole; Primrose (Anna Devlin), alta più di tre metri; Harriet (Kiran Sonia Sawar), che con un soffio tramuta tutto in vetro; Désireé (Ella Smith), prostituta che riesce a far confessare a chiunque quello che chiede; l’angelica Mary (Eleanor Tomlinson, Poldark), che con la sua voce riesce a cantare una melodia che quelli come lei riescono a sentire… Di quest’ultima è innamorato Frank Mundi (Ben Chaplin), l’ispettore di Scotland Yard, che cerca in particolare di catturare Maladie/Sarah (Amy Mandon) che, squilibrata e piena di dolore, è a capo di un gruppo di ribelli, fra cui Annie (Rochelle Neil) che produce e lancia fuoco dalle mani. Nelle loro vicende rimane coivolto anche Nimble Jack (Vinnie Heaven), ladro transessuale che riesce a produrre degli scudi “volanti”.      

A capo del potere tradizionale che non vede di buon occhio i cambiamenti c’è Lord Gilbert Massen (Pip Torrens, The Crown, Poldark), che incarna il passato, l’Impero, il patriarcato; il dottor Edmund Hague (Denis O’Hare, True Blood, American Horror Story) è un chirurgo che fa esperimenti sui “toccati” per capirne le “svolte”; Hugo Swann (James Norton) è un aristocratico pansessuale che impiega le doti di questi esseri speciali nel suo privato club sessuale; il “Re Mendicante” (Nick Frost) è un leader dei criminali londinesi; i “puristi”, che si identificano con un fazzoletto rosa annodato intorno al braccio, pure, sono un movimento di persone ostili.

La prima stagione è stata suddivisa in due parti, e a chiusura della prima vendono date alcune essenziali spiegazioni su come tutto questo ha avuto origine. In “True” (1.06) infatti la narrazione si sposta in un futuro remoto in cui un’unità di soldati della Coalizione di Difesa Planetaria (PDC) cercano di difendere un Galanthi da un’altra fazione chiamata FreeLife Army. I Galanthi sono una razza aliena in grado di attraversare portali spazio-temporali che cercano di aiutare gli umani a salvare una terra sull’orlo dell’annientamento ecologico. A emergere è il personaggio di Stripe (Claudia Back). Qui il fulcro della mitologia di base, che dall’elenco di personaggi sopramenzionati è evidente essere molto ricca e dettagliata, è definito con chiarezza, e chiude la parentesi whedoniana.

Che sia un’allegoria antropologico-politica è perfino scontato da dire. Quella che è riuscita è la commistione passato-presente-futuro in modo che commenta la realtà su più livelli temporali. E l’asse di scontro principale è fra tradizione e progresso. Lord Masse e Amalia hanno un diverbio in cui lui sostiene che il caos non è cambiamento, che nel mondo c’è un’armonia che vale la pena preservare, e che gridare per avere riconoscimento non rende la gente degna di ottenerlo. Lei ribatte acutamente che l’armonia, per come la capisce lei, è formata da voci differenti che cantano note differenti, al che lui rincalza ammettendo che è vero, ma che una è sempre sopra all’altra (1.01). In seguito (1.05), l’aristocratico osserva che una cosa che minaccia l’ordine naturale, per quando carina possa essere, è per definizione mostruosa, mentre il Re Mendicante sostiene che in realtà non c’è niente di naturale nell’ordine. Quello che è il motore di fondo ideologico qui sembra perciò essere proprio la lotta e l’equilibrio fra rivoluzione e restaurazione, fra passato e futuro, in ogni possibile declinazione, come si incontrano e scontrano. 

Si è in bilico fa momenti di lotta fisica e momenti più meditati e delicati, ma nel personaggio centrale della tosta True c’è matura disillusione, ma anche consapevolezza dell’importanza di combattere per quello in cui si crede. E senso di solidarietà, particolarmente solido nell’amicizia fra lei e Penance, che ancora le vicende.

Dal settimo episodio la serie va in mano alla showrunner britannica Philippa Goslett, di cui al mio scrivere ancora si devono vedere le creazioni (previste per il 2022), e si può solo aspettare per capire che cosa il programma diventerà.

sabato 18 gennaio 2020

HIS DARK MATERIALS: una serie senza "daimon"


Tratto dal’omonima trilogia di Philip Pullman, in His Dark MaterialsQueste Oscure Materie (su Sky Atlantic, in Italia) siamo in una realtà parallela in cui ogni essere umano è accompagnato da un “daemon – daimon”, l’anima della persona che assume fattezze di animale e che non le si allontana fisicamente mai di molto. Se qualcosa succede all’una si riflette sull’altra, e viceversa. In ogni caso, finché una persona non diventa adulta, il suo daemon può cambiare fattezze.

Protagonista è una ragazzina, Lyra Belacqua (Dafne Keen), sempre credutasi orfana, cresciuta nel prestigioso Jordan College di Oxford – e il suo daimon si chiama Pantalaimon, “Pan”. Si ritiene che la sua vita sia legata a un’antica profezia: è destinata a liberare l’umanità dal potere repressivo del Magisterium, la più alta autorità religiosa del suo mondo – questa è un’informazione che leggo su IMDB, nella serie in sé si è molto più vaghi. Qualsiasi scoperta che abbia un'attinenza con le dottrine della Chiesa deve essere annunciata attraverso questo potente organo clericale, che è anche censore, per evitare che si sviluppino eresie. Lyra è l’unica persona in grado di leggere senza dei libri che aiutano a decifrarlo un prezioso strumento chiamato aletiometro, un misuratore di verità. Lyra vorrebbe unirsi a quello che pensa essere suo zio, il brillante studioso ed esploratore Asriel (James McAvoy), ma finisce per andare lei stessa in un viaggio avventuroso alla ricerca, insieme al popolo dei gyziani, di bambini, fra cui il suo più caro amico Roger (Lewin Lloyd), rapiti dai temibili “ingoiatori”, e poi alla scoperta del misterioso fenomeno della Polvere. Nella sua vita entra presto Mrs Coulter (Ruth Wilson, The Affair), una donna molto potente, le cui intenzioni non sono troppo chiare. Alla ragazzina si affianca anche un avventuriero, Lee Scoresby (Lin-Manuel Miranda).

Nonostante una trama e una mitologia molto ben definita e intrigante, la serie è un polpettone lento e pesante. Le prime due puntate intrigano, poi si affloscia, e si riprende un po’ con la sesta puntata. Sebbene non manchino continui eventi, non c’è verve, manca il dinamismo. Scene lunghe per dire nulla, per cercare di creare una suspense che non c’è. E ci sono stati momenti, specie in una sottotrama,  in cui sembrava di essere capitati in una puntata di A Discovery of Witches. Lo stesso destino di Lyra non è mai chiarito. Si capisce che ha un qualche ruolo da svolgere, ma è tutto così inconsistente e vago che non si sa perché dovrebbe importarci.

Non ho letto i libri, ed evidentemente la storia sulla carta stampata aveva un fascino che qui semplicemente sfugge. Sembra una buona idea sprecata da una cattiva costruzione narrativa. Tutti fanno un lavoro più che dignitoso,  ma il look è spento, sa già di vecchio, nonostante effetti speciali buoni e credibili. Dovrebbe essere una fantasia epica con mondi paralleli, streghe e orsi guerrieri. Non dico che condivido la posizione dello Spectator che arriva a scrivere che sembra una produzione scolastica realizzata con un alto budget – il più alto mai speso dalla BBC per una produzione, riportano – ma quando leggo che la giudicano goffa e deludentemente piatta con posso che concordare.

Poco vale che l’autore che ha adattato la saga per lo schermo, Jack Thorne, veda un parallelismo fra il Magisterium e il governo britannico e fra Lyra e Greta Thunberg, quando non si è nemmeno riusciti a trasmettere le basi del sottotesto intellettuale che rendeva ricchi i romanzi. Se c’è un elemento che mi è chiaro dal successo dei libri è che sono intrisi di considerazioni morali e teologiche, che ci si interroga sulla natura dell’anima, sul valore della religione organizzata e dell’autorità, sull’ambiguità della verità anche. Tutto questo nella diegesi televisiva è completamente obliterato. Se si è fortunati, verso la fine se ne può intravedere qualche spiraglio, ma proprio aiutati da tanta, tanta buona volontà.  Chi ha seguito la prima stagione – ce ne sarà anche una confermata seconda - capirà al volo perché mi esprimo così, ma è come se la serie stessa avesse un suo  daimon, e avessero fatto l’esperimento di taglierglielo via.

martedì 5 febbraio 2019

PICNIC A HANGING ROCK: una miniserie dal libro


Mi è forse piaciuta più del libro la miniserie Picnic at Hanging Rock (Showcase, Sky Atlantic), tratta dall’omonimo classico australiano  di Joan Lindsay, e la ragione principale è che ha saputo fare un buon fill in the blanks, ovvero ha saputo colmare gli spazi vuoti, avanzando ipotesi sul perché e il per come gli eventi si siano sviluppati nel modo in cui hanno fatto, senza per questo stravolgerne il contenuto. Approccio inusuale per me, ho guardato la prima puntata della serie arrivata a metà della lettura del libro, la seconda mentre finivo di leggerlo e le successive una volta terminato il testo. Se sulla pagina scritta ci sono dei voli pindarici, delle volute lacune che lasciano più interrogativi di quanti ne risolvano, il programma televisivo di Beatrix Christian e Alice Addison riesce a spiegare di più probabilmente, prendendosi il lusso di fare delle aggiunte. Il taglio è più gotico e sovrannaturale, con tinte più lesbo-sessuali di quanto non fosse nel libro.

ATTENZIONE SPOILER. Siamo a Victoria, in Australia. Il giorno di San Valentino del 1900, un gruppo di giovani donne che frequentano l’Appleyard College, una scuola per signorine di buona famiglia diretto dalla inflessibile preside dal passato misterioso Hester Appleyard (Natalie Dormer, Game of Thrones), fanno con le proprie insegnanti un picnic in una località chiamata Hanging Rock, dove c’è un monolite geologico. Quattro studentesse si allontanano per vederlo da vicino e si arrampicano lungo le rocce. Una di loro, Edith (Ruby Rees,) ritorna urlante ma non sa raccontare nulla di utile su quello che potrebbe essere successo, mentre le altre tre – Miranda (Lily Sullivan), Irma (Samara Weaving) e Marion (Madeline Madden),  più la loro insegnante di matematica, Miss McCraw (Anna McGahan), spariscono nel nulla. Quando Mademoiselle Dianne de Poitier (Lola Bessis), l’insegnante di francese che pure le accompagnava, rientra al collegio, cominciano le ricerche e le teorie su quello che può essere accaduto. Il giovane Michael Fitzhubert (Harrison Gilbertson), che le aveva viste e per un tratto seguite, con l’aiuto dell’amico Albert Crundall (James Hoare), uno stalliere che lavora presso i suoi zii, dopo molti giorni riesce a ritrovare viva Irma. Ripresasi, non ricorda o non vuole ricordare quello che è accaduto. Tutto rimane avvolto nel mistero, e la scuola comincia a perdere prestigio. Sembra che le giovani donne avessero fatto un voto a se stesse, ma che cosa sia accaduto non si saprà mai. L’insegnante di religione e ginnastica Miss Dora Lumley (Yael Stone), insieme anche al fratello, lascia l’istituto, e finirà bruciata in un incendio. Non molto dopo, la giovanissima orfana Sara Waybourne (Inez Curro) viene trovata morta in un cespuglio. La preside Appleyard, tormentata dai ricordi dell’infanzia, del defunto marito Arthur (Philip Quast) e da un passato che ha cercato di rinnegare costruendosi un’immagine nuova nel Nuovo Mondo, vede sgretolarsi la realtà educativa che ha costruito, e decide di andare lei stessa e di lanciarsi nel vuoto da quelle rocce.  

Le vicende già avevano avuto un adattamento cinematografico, con un film di Peter Weir del 1967. Se nell’opera letteraria si abbonda di descrizioni naturalistiche mozzafiato, qui la cinematografia non è forte a sufficienza da trasmettere quello stesso stupore e magnificenza, per quanto la natura rigogliosa offra scenari sontuosi. L’estetica insiste soprattutto sul senso del mistero, mostrando a volte atmosfere rarefatte e oniriche, colori molto saturi (su cui si stagliano i vestiti bianchissini delle ragazze), premonizioni, inquietanti sonni improvvisi che colgono i personaggi, e si insiste sul campo magnetico inusuale fra quelle formazioni rocciose, tanto che gli orologi non funzionano, ma sono bloccati sulle dodici. Allo stesso tempo si scava di più sulla backstory dei personaggi (il passato di Mrs Appleyard in particolare) e sui loro rapporti.

Spiriti liberi in una società che le opprime e le vuole confinate in ruoli che non appartengono loro, vincolate a valori di purezza e raffinatezza, sono fuggite, dopo aver lanciato nell’aria i propri corsetti, o hanno deciso di togliersi la vita o forse ancora sono state uccise? Se la relazione saffica fra Miss McCraw e Marion ha senso, così come il legame non solo platonico fra Miranda, Irma e Marion e la passione di sorellanza di Sara per Miranda, una nota stonata è stata per me il cenno di una attrazione omoerotica fra Michael e Albert: inutile, oltre che uscita dal nulla. Mi verrebbe da dire “ridondante”, anche se lo fa suonare come frutto di eteronomia obbligata. Spiego meglio: per ridondante intento che già si è data una lettura omosessuale alle relazioni fra le ragazze, serviva fare tutti gay e suggerirlo anche fra i ragazzi? Mi critico da sola l’osservazione dicendomi che questo forse è frutto dell’idea che le relazioni omosessuali sono l’eccezione di fronte alla regola dell’eterosessualità e che una presenza sia sufficiente ad escluderne altre, quando non c’è ragione invece di fatto per la presenza dell’uno e dell’altro. A rigore in effetti non sarebbe un problema, ma insinuarlo senza un vero appiglio al testo per poi nemmeno svilupparlo mi è parso controproducente e falso e, reitero, appunto ridondante.

La scomparsa delle giovani donne coinvolge tutta la città, ma alla fine rimane scarsa sostanza.  Il ritmo è lento e quello che rimane sono soprattutto le sensazioni. Da un punto di vista speculativo, non è pregnante l’interrogazione sul genere di istituzione educativa rappresentata, sulla costruzione dei rapporti fra docenti e studenti, sui rapporti fra donne della stessa età e di età diverse, sulla sessualità, ma si rimane solo con un’aura di indefinitezza e  di irrisolvibilità dei misteri in cui la natura fa da padrone.