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mercoledì 14 gennaio 2026

PLURIBUS: il ritorno di Vince Gilligan

Salutata fin dal pilot, giudicato da molti fra i migliori di tutti i tempi, come una serie imperdibile, Pluribus (AppleTV+), o meglio PLUR1BUS, è una serie drammatico-satirico-fantascientifica e post-apocalittica dalla penna di Vince Gilligan (Breaking Bad, Better Call Saul, ma anche sceneggiatore di The X-Files).

LIEVI SPOILER. Siamo nella Albuquerque che è un paesaggio feticcio di questo autore. Carol Sturka (Rhea Seehorn, Better Call Saul) è una scrittrice best-seller di romanzi romantasy. Disprezza il proprio pubblico e ritiene di scrivere “stronzate”, parole sue, sebbene la sua partner e agente letteraria, Helen (Miriam Shor, Younger), cerchi di ricordarle che se anche la sua non è arte, se rende felici le persone è comunque qualcosa di importante, oltre a darle sicurezza economica.

Da 600 anni luce di distanza arriva un segnale, un virus extraterrestre che contagia tutta la popolazione terrestre. All’improvviso diventano tutti un unicum, una mente collettiva con una memoria condivisa, solo in corpi diversi, si riferiscono a loro stessi con il “noi” e sono apparentemente perennemente inquietantemente felici e come-ipnotizzati, simil-zombie. Quando arrivano, le persone vengono prese da convulsioni e alcuni muoiono, compresa Helen, e solo una manciata di persone, 12 per la precisione, è immune, prima di tutte Carol, che nonostante le ripetano continuamente “vogliamo solo renderti felice” e le possano dare tutto ciò che chiede, non vuole perdere se stessa nella collettività amorfa. Zosia (Karolina Wydra), che le viene affiancata come assistente, come rappresentante di tutti, cerca di convincerla di quanto sia bella una realtà in cui tutti condividono ogni pensiero, non ci sono gerarchie né conflitti, ma lei non ne vuole sapere e vuole riportare il mondo a come era. Cerca di studiare questi alieni facendo una lista di caratteristiche, ad esempio il fatto che non riescono a mentire o che non possono ferire nessuno, né animali né piante. E nel suo sforzo per salvare il mondo cerca la collaborazione degli altri non contagiati, ma i più sono solo infastiditi. C’è chi come Koumba (Samba Schutte), un mauritano, si gode la nuova vita in cui può avere tutto ciò che desidera. Il solo che sembra pensarla come lei, e che rifiuta qualunque aiuto o contatto con la nuova realtà, è il paraguaiano Manousos (Carlos Manuel Vesga).

Rhea Seehorn, che per questo ruolo ha appena vinto un Golden Globe come miglior attrice in una serie drammatica, è una forza della natura, straordinaria sia nella tragedia che nella commedia: feroce, vulnerabile, reattiva, determinata. In più di un’intervista l’autore ha dichiarato di aver pensato il ruolo per lei, sapendo quanto fosse brava e non c’è un dubbio al mondo specie per un programma che di fatto poggia quasi esclusivamente sulle sue spalle. Sono moltissime le situazioni in cui recita da sola. Spettacolosa.

L’idea di invasori alieni che si impossessano dei corpi degli umani sicuramente non è nuova, la troviamo già negli anni ’50 con il classico L'invasione degli ultracorpi, e la serie trae ispirazione e fa riferimento anche esplicito ad altra fantascienza, non ultima Ursula K. Le Guin, di cui vediamo Carol leggere a bordo piscina (1.09) la sua celeberrima “La mano sinistra delle tenebre”. Naturalmente non può non ricordare la mente alveare dei borg di Star Trek: The Next Generation e Picard che vogliono assimilare gli individui nel collettivo, sebbene qui in apparenza almeno assumino una forma più benigna o, come qualcuno ha notato, fa pensare anche alla prima stagione della serie classica di Star Trek dell’episodio “Il ritorno degli Arconti”.

Gilligan ha un approccio realistico, poco verbale ma con molta azione, di tipo operazionale e cerebrale, lento anche, ma brillante, sofisticato, sottile, ricco di sfumature, ed è denso di tematiche con molte possibili interpretazioni e decodificazioni, sebbene risulti di fatto ideologicamente aperto. Prima facie è probabilmente infusa anche dello spirito della pandemia, anche se è più una super-imposizione mentale nostra che l’abbiamo appena vissuta. Un argomento importante è quello dell’individualità. Se si elimina l’io si eliminano i conflitti, ma c’è appiattimento, si elimina la preziosità dell’esperienza personale. C’è omologazione. Quello che rende diversa Carol è quello che gli alieni vogliono aggiustare, ma questo significa anche rinunciare all’indipendenza di pensiero e alla forza della sorpresa e alla gioia che può derivarne. La rabbia in questa prospettiva anche è considerata sbagliata – letteralmente causa la morte di questi alieni – ma invece è moralmente legittima, motrice per agire contro quello che si ritiene sbagliato. Naturalmente individualità vs. collettività può avere molteplici letture, in primis politiche. Il New Yorker (si ascolti il podcast qui) ci vede anche un parallelismo con la propaganda sovietica e il comunismo, ad esempio. È un commento anche della realtà americana degli ultimi anni – non si può dimenticare peraltro che un motto statunitense, anche presente sui passaporti sebbene originariamente nato con la fusione delle tredici colonie, è “E Pluribus Unum” (Dai molti, uno).

Una riflessione è anche sull’intelligenza artificiale – il collettivo di Pluribus sa tutto alla stessa maniera e alla stessa maniera informe e distaccata risponde; Gilligan è stato esplicito nella sua ostilità per l’AI che giudica la macchina da plagio più costosa e dispendiosa di energia del mondo e nei credits della serie scrive che “il programma è stato realizzato da umani”. Si presta pure come metafora dell’estremismo religioso e repressivo, o comunque di qualunque ideologia che non ammetta la possibilità di dissenso e alterità, per quanto piacevole possa apparire o desiderabile, o per quanto felici possano dichiararsi quelli che sono sotto una simile influenza (e in questo senso viene in mente anche il Mulo nella terza stagione di Foundation, dove coloro che sono da lui mentalmente schiavizzati contro la propria volontà dichiarano di non aver mai provato un amore simile). Il femminismo, i diritti LGBTQ, l’empatia…le lenti attraverso cui dare senso all’allegoria sono variegate.

Un grande tema è quello della solitudine – ci insegna che le esperienze vanno condivise per essere davvero godute, ci servono gli altri, anche solo per confrontarsi nel parlare. E un quesito centrale riguarda la felicità. Che cos’è? È davvero avere tutti i propri desideri realizzati? E se uno vuole la bomba atomica? Questo ultimo esempio è significativo nella diegesi. L’esperienza personale mi ha insegnato che non sempre riusciamo a prevedere che cosa ci rende felici, anche se pensiamo di saperlo. In questo mondo infestato dal virus alieno non c’è spazio per questa possibilità, per la scoperta. E su questo la serie mette un riflettore. Per me sarà quello che ne segnerà la disfatta.    

Se è una fine del mondo, è una fine del mondo diversa da come ce la si aspettava. Sono argomenti densi ed importanti, ma trattati con originalità e anche con umorismo. Sai di essere nelle mai di un narratore esperto quando riveli che hai alieni che si nutrono di esseri umani (Ricordate V-Visitors?)  e l’informazione si sgonfia immediatamente risultando volutamente anticlimatica. Un seconda stagione è già prevista, e Vince Gilligan ha dichiarato che per lui almeno quattro sono sicuramente possibili.  

martedì 10 dicembre 2024

FALLOUT: un'ucronia distopica post-apocalittica

Basato sulla serie di videogiochi di ruolo ideata da Tim Cain e Leonard Boyarsky, che non serve conoscere per ben seguire le vicende, Fallout (Amazon Prime) è una coinvolgente ucronia distopica post-apocalittica che ha ricevuto grandi consensi di critica; nel mio apprezzamento ha un solo grande limite: è parecchio violenta. Si sente che è una violenza “da videogioco”; sarà che sto invecchiando ma mi ha dato fastidio ugualmente, anche se è coerente con il mondo che ritrae. Non così tanto da impedirmi di proseguirla, ma a sufficienza da valutarne la possibilità. Mi ha ricordato Westworld in questo senso e non è un caso che, ideata da Graham Wagner and Geneva Robertson-Dworet che sono showrunner, sia stata sviluppata da Jonathan Nolan e Lisa Joy che sono appunto le menti dietro al successo di quella serie targata HBO.

Nel 2077 la società americana ci appare retrofuturistica: i valori e l’estetica degli anni ’50 del Novecento sono ancora l’ultimo grido, ma dopo la seconda Guerra Mondiale il mondo se lo spartiscono Stati Uniti e il blocco comunista di URSS e Cina. Cooper Howard (Walton Goggins) è un amato attore di western che si è ridotto a partecipare come animatore alle feste di compleanno. La minaccia nucleare incombe e sono stati realizzati numerosi rifugi anti-atomici (che solo i più ricchi possono permettersi), per cui in italiano è stata mantenuta la dicitura Vault (che significa “caveau” o “camera blindata”, in inglese), realizzati dalla Vault-Tec che, come si scopre dopo qualche puntata, intendeva eseguirvi esperimenti socio-psicologici a insaputa di chi vi avrebbe abitato. Il 23 ottobre di quell’anno accade il peggio, una guerra termonucleare annichilisce miliardi di persone e devasta il territorio e pochi hanno accesso ai Vault.

219 anni dopo, nel 2296, Lucy MacLean (Ella Purnell), nell’ordinata, sicura vita del Vault 33 sta per sposare con un matrimonio combinato un abitante del Vault 32, che lei non conosce, ma che è collegato con il Vault 31. A seguito delle nozze si scopre che in realtà gli invitati del Vault 32 altro non sono se non predoni guidati da Lee Moldaver (Sarita Choudhury), che distruggono quello che trovano, uccidono gli abitanti e finiscono per rapire Hank MacLean (Kyle MacLachlan), padre di Lucy e soprintendente del Vault 33. La ragazza perciò decide di lasciare quello che conosce alle sue spalle, compreso il timido fratello Norman "Norm" (Moisés Arias), che dal canto suo cercherà di esplorare i vari bunker facendo sorprendenti scoperte. Esce nel mondo esterno alla ricerca del padre. La California che vede è un mondo arido, desolato, selvaggio, ostile e grandemente contaminato – e scene sono state girate a Kolmanskop, una città fantasma in un deserto della Namibia – ed è abitato da disperati che cercano di sopravvivere alla meno peggio. Nel suo cammino incontra Maximus (Aaron Moten), che è inizialmente solo apprendista poi scudiero, ma aspira a diventare cavaliere della Confraternita d'Acciaio, un'organizzazione il cui obiettivo è proteggere la Zona Contaminata  e mira a identificare e ricercare tecnologia pre-bellica. Fra i due nasce presto una simpatia e complicità. Deve guardarsi invece da quel Cooper Howard che era attore ed è stato trasformato dalle radiazioni in un Ghoul e ora è un cacciatore di taglie senza scrupoli. Uno dei suoi obiettivi, al momento è Wilzig (Michael Emerson), uno scienziato.

La perdita di innocenza è un tema importante della serie: cresciuta nel Vault, credendo nelle buone maniere, nell’importanza di prestare attenzione agli altri e nella cooperazione, Lucy ha una certa ingenuità nell’emergere dal sottosuolo. Sono principi in cui crede veramente, e che cerca di applicare comunque perché ritiene siano la base per un mondo migliore, ma allo stesso tempo deve scontrarsi con una realtà che non le fa sconti e ne rimane sempre vagamente scandalizzata. Le minacce sono moltissime: che sia evitare di essere mangiata da un enorme mostro marino per il quale è stata usata come esca (1.02) o sfuggire ai venditori di organi a cui il Ghoul l’ha barattata in cambio di farmaci (1.04). Questa purezza, che è in lei conservata a dispetto di quello che vede, è in parte la sua forza. Lo stesso vale per Maximus che ha molto idealismo nel voler diventare cavaliere, sogna di indossarne con fierezza l’armatura, ma si scontra con la realtà. E lo stesso Cooper ora è una sorta di cowboy mutante – e qui tornano echi di Westworld – ma in passato non era il bruto che è ora – molti flashback che illustrano anche la relazione con sua moglie Barb (Frances Turner), un pezzo grosso della Vault-Tec, lo mostrano come una persona amabile, al di là anche dei ruoli che come attore è costretto a recitare. In che modo cambiamo? Desideriamo le stesse cose quando siamo diventate persone diverse?

Il pianeta è devastato – e vengono alla mente Silo, the Last of Us, Moonhaven…la Terra alla luce del sole è la realtà però più di quanto non lo sia la comunità sotterranea che in qualche modo ripete rituali che appartengono a un mondo che non esiste più e si aggrappa ad una storia che suona falsa. E quel mondo era comunque tale per cui sotto l’apparenza di interesse per l’umanità c’erano giochi sporchi di concorrenza economica che vedevano nella guerra solo un’occasione di profitto. Nel denunciarlo non ci si illude che la natura umana sia nobile. Gli ultimi episodi, con numerosi inaspettati colpi di scena, gettano nuova luce sugli eventi tutti.

Un’appassionante avventura, in definitiva, a stomacare la violenza. Io prevedo di continuare a seguirla.

giovedì 19 gennaio 2023

THE LAST OF US: una serie dal videogioco

Tutto il buzz, tutto il chiacchiericcio, intorno alla serie apocalittico-zombie The Last of us (dell’americana HBO Max dal 16 gennaio, in Italia in contemporanea con sottotitoli su Sky Atlantic e NOW, e dal 23 gennaio doppiata) mi ha convinto ad assaggiarla subito. La terra è stata messa sotto attacco da una pandemia di origine fungina: se i funghi infettano gli esseri umani infatti, sono in grado di piegarli alla propria volontà trasformandoli in una specie di zombie, detti Cordyceps. Tutto ha inizio nel 2003 e venti anni dopo l’umanità è disastrata, le città un cumulo di macerie. Sono state istituite delle zone di quarantena (QZ) che sono nelle mani di un regime militare autoritario, la FEDRA (Federal Disaster Response Agency – Agenzia Federale di Risposta ai Disastri). Si spara a vista sugli infetti, si bruciano i cadaveri e si impiccano quelli che cercano di entrare o uscire senza le necessarie autorizzazioni.

Non conosco il videogioco da cui è stata tratta, ma avendo da poco terminato la lettura del libro “L’ordine nascosto – La vita segreta dei funghi” di Merlin Sheldrake (Universale Economica Feltrinelli), ero già a conoscenza di quelle effettive potenti e terrificanti proprietà dei funghi di cui la serie ci mette al corrente. Nel teaser pre-sigla si mostra un’intervista televisiva del 1968 (un’intervista nella diegesi cioè, reale nel mondo che ritrae, non per noi) a due epidemiologi che lo spiegano, paventando questo pericolo. Poi si lancia la sigla, che è costruita proprio come l’espandersi del micelio micorrizico. Davvero cool che siano andati in quella direzione.

LIEVI SPOILER DEL PILOT. Siamo a Boston. Joel Miller (Pedro Pascal), che ha perso la figlia adolescente (Nico Parker) agli inizi della pandemia, è un contrabbandiere che sta cercando di rimettersi in contatto con il fratello minore Tommy (Gabriel Luna), un ex-militare, insieme anche alla sua attuale compagna, Tess (Anna Torv, Fringe). Per avere le risorse per farlo, accetta l’incarico di portare fuori dalla zona di quarantena una volitiva ragazza quattordicenne, Ellie Williams (Bella Ramsey, Game of Thrones) che è immune all’infezione e potrebbe essere la chiave per creare un vaccino, e si impegna ad attraversare gli Stati Uniti con lei. A chiedergli di farlo è Marlene (Merle Dandridge) a capo delle Luci (Fireflies, ovvero Lucciole, in originale), un movimento di resistenza che combatte il regime ed è bollato come terroristico.

Ideata e scritta da Craig Mazin (Chernobyl) e Neil Druckmann (già ideatore del videogioco), sembra una solida trasposizione, ma allo stesso tempo il pilot non si presenta nemmeno particolarmente originale o innovativo, né da un punto di vista narrativo che formale. Per ora posso dire che mi piace molto di più di The Walking Dead che per me è sempre stato troppo misogino per poterlo stomacare (me ne ero lamentata qui). Non sembra avere la stessa luminosità di Station Eleven, e non intendo visuale, ma umana, e d’altro canto lì c’era più l'impressione che il mondo fosse finito davvero. Questa realtà sembra più una fase di guerra che alla fine l’umanità supererà. La realtà militare di quarantena si avvicina più a quando abbiamo visto in La Valla – La Barriera. Non sembrano esserci nemmeno la disperazione o lo spessore di The Leftovers. Non sono ancora sicuro della "morale" della serie, ma sono curiosa di vedere cosa mi dice sulla vita e sulla morte e su tutte le idee di oscurità e luce che vengono accennate dall’incipit.

Mi convince il casting e i critici americani, che già hanno avuto modo di vedere in anteprima altre puntate e l’evolversi delle vicende, ne parlano con entusiasmo e ne lodano l’intenso impatto emozionale, oltre alle scene ricche di azione: in particolare è apprezzata la costruzione del rapporto, non svolto in modo sentimentale, ma via via sempre più profondo e toccante fra Joel ed Ellie, che si stratifica in corso di via. L’esperienza di visione “Chernobyl” mi lascia fiduciosa che possa essere davvero così e una stagione la concedo.   

venerdì 16 settembre 2022

STATION ELEVEN: una realtà post-apocalittica

Station Eleven, la miniserie post-apocalittica della HBO Max basata sull’omonimo romanzo di Emily St. John Mandel, è ambientata vent’anni dopo una pandemia che ha portato al collasso della civilizzazione. Mi ha deluso rispetto alle aspettative, ma gli stimoli che lancia sono notevoli.

Fra i pochi sopravvissuti, c’è un gruppo di attori itineranti che propone lungo il proprio percorso i classici di Shakespeare – e gli estimatori del Bardo, che torna in modo ricorsivo con citazioni di varia natura, sapranno cogliere più livelli di lettura di quanto non abbia fatto io. Ma già dal pilot, una copia del Re Lear, per terra fra le macerie dove mangiano i maiali, è accostata di fatto al fumetto che invece viene preservato, e mi ha fatto pensare che si voglia in qualche modo far passare l’idea che i prodotti culturali considerati meno intellettualmente elevati ci dicono poi di più sulla realtà presente e hanno potenzialmente lo stesso l’impatto di opere culturalmente più riverite. In qualche modo, di fronte alla distruzione, la cultura umanistica sopravvive in ogni caso. Le storie sono tutto ciò che conta, il potere delle narrazioni è quella di farci vivere in altri mondi, la forza del talento e il potere delle performance ci permettono di sopravvivere, produrre arte ha valore. Shakespeare continua ad essere evocato, attraverso molte opere, ma mai veramente messo in scena, se non per piccoli frammenti, che da soli aprono un mondo. Con l’arte non c’è un prima e un dopo, è presente, è eternità.

ATTENZIONE SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO DI TRAMA. Star di questa compagnia, la Traveling Symphony (Orchestra Sinfonica Itinerante, nel libro che non ho letto - al mio scrivere una versione in italiano della serie ancora non c’è), è Kirsten (Mackenzie Davies, e da più piccola Matilda Lawler), che da bambina, persi i genitori per il crollo della società, era stata presa sotto l’ala protettrice di Jeevan (Himesh Patel), e per un breve periodo dal fratello di lui, Frank (Nabhaan Rizwan). Già da piccola recitava accanto al famoso attore Arthur Leander (Gael García Bernal), e ora viaggia con, fra gli altri, Sarah (Lori Petty), co-fondatrice della compagnia, e Alexandra che, giovanissima, non è una “pre-pan” ovvero non ha conosciuto la civiltà per come era prima. Incontrano il capo adulto di una violenta setta religiosa composta da bambini, Tyler (Daniel Zovatto, e da bambino Julian Obrados), figlio del sopracitato Arthur e della sua seconda moglie Elizabeth (Caitlin FitzGerald, Masters of Sex), che insieme all’ex-migliore amico di Arthur, Clark (David Wilmot), vive in una comunità in auto-isolamento presso l’aeroporto di Severn City. La prima moglie di Arthur, Miranda Carroll (Danielle Deadwyler), è l’autrice di una graphic novel intitolata “Station Eleven”, che molta importanza ha avuto dall’infanzia nella formazione sia di Kirsten che di Tyler.

Il primo aspetto che ho apprezzato è che il virus che decima la popolazione è rappresentato in modo realistico e “naturale”, non come il grande nemico da sconfiggere (alla Helix). E mi è piaciuta la scelta di creare una dicotomia fra gli elementi di pandemia e di distruzione con il sovraffollamento - penso al pronto soccorso e alle macchine parcheggiate fuori (1.01) - e quelli di sopravvivenza con il vuoto e l’isolamento - il supermercato, il rapporto fra Jeevan e Kirsten, che è la spina dorsale degli episodi iniziali. Mettere insieme sullo schermo un uomo adulto e una bambina di otto anni che non è sua parente e che non lo conosce può presentare delle problematicità e qui sono riusciti a renderlo credibile e sano. Mi ha trasmesso serenità vedere che la post-fine-del-mondo è più bella, più verde, più lussureggiante, più brillante del presente a cui si deve dire addio (in cui prevalgono i colori grigi e scuri). Mi ha fatto ripensare all’anime televisivo giapponese della mia infanzia “Conan – il ragazzo del futuro” di Miyazaki (1978), che ritorna alla mente in più occasioni.

Molte sono però le suggestioni che lancia la serie portata sullo schermo da Patrick Somerville: le continue traslazioni spazio-temporali, anche se mi hanno fatto pensare anche a Lost, mi hanno evocato più Watchmen, nel senso che ho avuto sì la evidente percezione che si andasse su e giù nel tempo, ma anche contemporaneamente come se tutto stesse accadendo nello stesso momento, in un eterno presente che si ripete; vengono richiamati The Leftovers, Counterpart, il maestro del fumetto Mœbius, Legion, The Walking Dead…e poi Star Trek.

Quando sono stati menzionati gli “undersea” (1.04), ho immediatamente pensato all’episodio della serie originale di Star Trek intitolato “Miri” (1.08). Nell'episodio, cito da Wikipedia, “l'Enterprise scopre un esatto duplicato della Terra, dove gli unici sopravvissuti a una mortale epidemia causata dall'uomo sono alcuni bambini del pianeta”. Si può immaginare poi la mia sorpresa quando in seguito Kirsten bambina ne guarda alla TV un episodio, e corre poi a leggere il fumetto come se avesse avuto una rivelazione - non ero stata in grado di individuare a memoria l’episodio, ma mi sono segnata il personaggio che menzionano, il dottor Thomas Leighton, e ho recuperato di quale si tratta, “La magnificenza del re” (1.13), un titolo preso da Amleto e dove il capitano Kirk incrocia il leader di una compagnia di attori shakespeariani che si trova sul pianeta in cui è stato convocato e che è sospettato di essere stato un dittatore pluriomicida 20 anni prima. E nell’episodio successivo di Station Eleven (1.05), fra gli oggetti da conservare a testimonianza del passato c’è una action figure di Spock. L’amore per la serie ideata da Gene Roddenberry non può essere negato.

“We need new words – Abbiamo bisogno di parole nuove” si dice in “Dr. Chaudhary” (1.09): le parole costruiscono il nostro mondo, e per cambiarlo e rifondarlo abbiamo bisogno di termini nuovi. Qui sono molte le parole, interconnesse, che si rincorrono: umanità, perdita, passato e, come accennavo sopra, arte. L’arte è civilizzazione, l’arte è ciò che ci permette di dare un senso al mondo (penso ad esempio a Kirsten che scopre della morte dei genitori e che recita), dà senso, ha potere terapeutico, è una forma di comunicazione che ci fa riconoscere gli uni negli altri e travalica spazio e tempo. Poetica, anche se criptica, la narrazione ci regala riflessioni sull’amore, la morte, le emozioni, le scelte della vita e il significato di quello che facciamo: importa, non si tratta di sopravvivenza. Il messaggio ultimo per me è stato che niente muore finché siamo capaci di riconoscere noi stessi negli altri. Ho continuato a rimanere impressionata del modo chirurgico di collegare passato e presente, di tessere maglie strette fra eventi e persone apparentemente distanti. Tutto torna e si ripete, in forme diverse, tutto è collegato.

Se una metafora volessi trovare per la mia esperienza di visione di questa serie, alla fine direi che è stata quella di trovarmi di fronte a uno specchio in frantumi che mi mostra molte me, o uno di quegli specchi da luna park che ti mostra contemporaneamente in molte diverse prospettive. O forse, anche meglio, penso a una rete neuronale, e agli impulsi delle sinapsi che mi portano in un istante in mille luoghi contemporaneamente.    

E per ultima, la cosa più importante: è decisamente rassicurante sapere che anche se arriva l’apocalisse, possiamo sempre contare su un delizioso barattolo di Nutella (1.07). Quindi c’è speranza dopotutto.