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mercoledì 14 gennaio 2026

PLURIBUS: il ritorno di Vince Gilligan

Salutata fin dal pilot, giudicato da molti fra i migliori di tutti i tempi, come una serie imperdibile, Pluribus (AppleTV+), o meglio PLUR1BUS, è una serie drammatico-satirico-fantascientifica e post-apocalittica dalla penna di Vince Gilligan (Breaking Bad, Better Call Saul, ma anche sceneggiatore di The X-Files).

LIEVI SPOILER. Siamo nella Albuquerque che è un paesaggio feticcio di questo autore. Carol Sturka (Rhea Seehorn, Better Call Saul) è una scrittrice best-seller di romanzi romantasy. Disprezza il proprio pubblico e ritiene di scrivere “stronzate”, parole sue, sebbene la sua partner e agente letteraria, Helen (Miriam Shor, Younger), cerchi di ricordarle che se anche la sua non è arte, se rende felici le persone è comunque qualcosa di importante, oltre a darle sicurezza economica.

Da 600 anni luce di distanza arriva un segnale, un virus extraterrestre che contagia tutta la popolazione terrestre. All’improvviso diventano tutti un unicum, una mente collettiva con una memoria condivisa, solo in corpi diversi, si riferiscono a loro stessi con il “noi” e sono apparentemente perennemente inquietantemente felici e come-ipnotizzati, simil-zombie. Quando arrivano, le persone vengono prese da convulsioni e alcuni muoiono, compresa Helen, e solo una manciata di persone, 12 per la precisione, è immune, prima di tutte Carol, che nonostante le ripetano continuamente “vogliamo solo renderti felice” e le possano dare tutto ciò che chiede, non vuole perdere se stessa nella collettività amorfa. Zosia (Karolina Wydra), che le viene affiancata come assistente, come rappresentante di tutti, cerca di convincerla di quanto sia bella una realtà in cui tutti condividono ogni pensiero, non ci sono gerarchie né conflitti, ma lei non ne vuole sapere e vuole riportare il mondo a come era. Cerca di studiare questi alieni facendo una lista di caratteristiche, ad esempio il fatto che non riescono a mentire o che non possono ferire nessuno, né animali né piante. E nel suo sforzo per salvare il mondo cerca la collaborazione degli altri non contagiati, ma i più sono solo infastiditi. C’è chi come Koumba (Samba Schutte), un mauritano, si gode la nuova vita in cui può avere tutto ciò che desidera. Il solo che sembra pensarla come lei, e che rifiuta qualunque aiuto o contatto con la nuova realtà, è il paraguaiano Manousos (Carlos Manuel Vesga).

Rhea Seehorn, che per questo ruolo ha appena vinto un Golden Globe come miglior attrice in una serie drammatica, è una forza della natura, straordinaria sia nella tragedia che nella commedia: feroce, vulnerabile, reattiva, determinata. In più di un’intervista l’autore ha dichiarato di aver pensato il ruolo per lei, sapendo quanto fosse brava e non c’è un dubbio al mondo specie per un programma che di fatto poggia quasi esclusivamente sulle sue spalle. Sono moltissime le situazioni in cui recita da sola. Spettacolosa.

L’idea di invasori alieni che si impossessano dei corpi degli umani sicuramente non è nuova, la troviamo già negli anni ’50 con il classico L'invasione degli ultracorpi, e la serie trae ispirazione e fa riferimento anche esplicito ad altra fantascienza, non ultima Ursula K. Le Guin, di cui vediamo Carol leggere a bordo piscina (1.09) la sua celeberrima “La mano sinistra delle tenebre”. Naturalmente non può non ricordare la mente alveare dei borg di Star Trek: The Next Generation e Picard che vogliono assimilare gli individui nel collettivo, sebbene qui in apparenza almeno assumino una forma più benigna o, come qualcuno ha notato, fa pensare anche alla prima stagione della serie classica di Star Trek dell’episodio “Il ritorno degli Arconti”.

Gilligan ha un approccio realistico, poco verbale ma con molta azione, di tipo operazionale e cerebrale, lento anche, ma brillante, sofisticato, sottile, ricco di sfumature, ed è denso di tematiche con molte possibili interpretazioni e decodificazioni, sebbene risulti di fatto ideologicamente aperto. Prima facie è probabilmente infusa anche dello spirito della pandemia, anche se è più una super-imposizione mentale nostra che l’abbiamo appena vissuta. Un argomento importante è quello dell’individualità. Se si elimina l’io si eliminano i conflitti, ma c’è appiattimento, si elimina la preziosità dell’esperienza personale. C’è omologazione. Quello che rende diversa Carol è quello che gli alieni vogliono aggiustare, ma questo significa anche rinunciare all’indipendenza di pensiero e alla forza della sorpresa e alla gioia che può derivarne. La rabbia in questa prospettiva anche è considerata sbagliata – letteralmente causa la morte di questi alieni – ma invece è moralmente legittima, motrice per agire contro quello che si ritiene sbagliato. Naturalmente individualità vs. collettività può avere molteplici letture, in primis politiche. Il New Yorker (si ascolti il podcast qui) ci vede anche un parallelismo con la propaganda sovietica e il comunismo, ad esempio. È un commento anche della realtà americana degli ultimi anni – non si può dimenticare peraltro che un motto statunitense, anche presente sui passaporti sebbene originariamente nato con la fusione delle tredici colonie, è “E Pluribus Unum” (Dai molti, uno).

Una riflessione è anche sull’intelligenza artificiale – il collettivo di Pluribus sa tutto alla stessa maniera e alla stessa maniera informe e distaccata risponde; Gilligan è stato esplicito nella sua ostilità per l’AI che giudica la macchina da plagio più costosa e dispendiosa di energia del mondo e nei credits della serie scrive che “il programma è stato realizzato da umani”. Si presta pure come metafora dell’estremismo religioso e repressivo, o comunque di qualunque ideologia che non ammetta la possibilità di dissenso e alterità, per quanto piacevole possa apparire o desiderabile, o per quanto felici possano dichiararsi quelli che sono sotto una simile influenza (e in questo senso viene in mente anche il Mulo nella terza stagione di Foundation, dove coloro che sono da lui mentalmente schiavizzati contro la propria volontà dichiarano di non aver mai provato un amore simile). Il femminismo, i diritti LGBTQ, l’empatia…le lenti attraverso cui dare senso all’allegoria sono variegate.

Un grande tema è quello della solitudine – ci insegna che le esperienze vanno condivise per essere davvero godute, ci servono gli altri, anche solo per confrontarsi nel parlare. E un quesito centrale riguarda la felicità. Che cos’è? È davvero avere tutti i propri desideri realizzati? E se uno vuole la bomba atomica? Questo ultimo esempio è significativo nella diegesi. L’esperienza personale mi ha insegnato che non sempre riusciamo a prevedere che cosa ci rende felici, anche se pensiamo di saperlo. In questo mondo infestato dal virus alieno non c’è spazio per questa possibilità, per la scoperta. E su questo la serie mette un riflettore. Per me sarà quello che ne segnerà la disfatta.    

Se è una fine del mondo, è una fine del mondo diversa da come ce la si aspettava. Sono argomenti densi ed importanti, ma trattati con originalità e anche con umorismo. Sai di essere nelle mai di un narratore esperto quando riveli che hai alieni che si nutrono di esseri umani (Ricordate V-Visitors?)  e l’informazione si sgonfia immediatamente risultando volutamente anticlimatica. Un seconda stagione è già prevista, e Vince Gilligan ha dichiarato che per lui almeno quattro sono sicuramente possibili.  

sabato 8 febbraio 2025

TOMORROW AND I: un Black Mirror tailandese

Uscita per la prima volta nel paese d’origine lo stesso giorno in cui ha debuttato su Netflix in Italia, ovvero il 4 dicembre 2024, Tomorrow and I, il cui titolo originale è Anakhot, è una serie antologica che può ben essere definita la Black Mirror tailandese che, come scrive IMDB, “esplora l'intersezione tra tecnologie futuristiche e cultura thailandese e le inimmaginabili tensioni e dilemmi morali che nascono dal loro inevitabile conflitto”, e come dice la piattaforma di messa in onda stessa, mostra “un futuro distopico in cui la tecnologia raschia la superficie delle tradizioni, mettendo a nudo gli strappi nel tessuto culturale”.

Quattro sono le puntate di quella che presumibilmente è solo una prima stagione.

ATTENZIONE SPOILER

1.01     “Pecora nera”: un’astronauta di una stazione spaziale internazionale, Noon, in un incidente al rientro muore poco prima di completare una missione di tre anni che l’avrebbe finalmente riunita al marito, Nont, molto innamorato di lei. Nonostante il parere contrario dei familiari, lui decide di clonarla con l’aiuto di un’amica di lei, la dottoressa Vee, che già si occupa di clonazione di animali domestici. Nel farlo scopre un segreto che lei aveva gelosamente custodito: in realtà si sentiva un uomo e se non aveva fatto la transizione era solo per non opporsi alla famiglia d’origine.

1.02    “Paradiso distopico”: una giovane donna, Jessica, costruisce un impero grazie a robot del sesso addestrati da esperti per poter esaudire ogni possibile desiderio e fantasia in Paradise X: l’Oasi del Piacere. I conservatori si oppongono al progetto, pur servendosene ampiamente. In definitiva viene affossato, ma non prima di svelarci che l’intento dell’imprenditrice era di liberare gli esseri umani dalla schiavitù del sesso a pagamento di cui era stata vittima prima sua madre, poi lei stessa da bambina.

1.03     “Buddismo digitale”: il buddismo si sviluppa attraverso pratiche che, con un apposito device di intelligenza artificiale chiamato ULTRA, danno punti di merito e di demerito: buone azioni così come previste dalle scritture buddiste fanno guadagnare punti, che si possono poi riscattare per pagare le bollette o comprare quello che si vuole. Nessuno si rivolge più ai templi, che sono in crisi. Un monaco tradizionale, Anek, è contrario finché non incontra uno dei maggiori responsabili di questa tecnologia che gli fa intendere di aver avuto lo stimolo dal proprio passato che ha visto i genitori soccombere davanti a monaci criminali che chiedevano beni promettendo l’aldilà; in questo modo le buone azioni danno beni nell’aldiqua, mercificandole però. Si può quantificare quanto uno è una brava persona? Come? Con che conseguenze? Anek che era scettico, avendo un passato da ingegnere, decide di organizzare un sistema rivale e ha un enorme successo finché l’accesso alla coscienza del monaco a capo del monastero più importante non rivela un passato di molestie ai minori.

1.04    “La ragazza calamaro”: dopo quasi 3 anni di piogge incessanti in tutto il mondo, il mondo è sott’acqua e se i cittadini più ricchi possono vivere in città sopraelevate, i quartieri più poveri sono quelli più a rischio. L’acqua alta porta virus e mutazioni per gli animali. C’è un vaccino, AquaVac, che potrebbe ripararli, ma il governo che non ha il denaro per farlo avere ai meno abbienti e finge che non serva. Ha qualche effetto collaterale ben visibile però: spuntano sul mento tentacoli come barba. Due intraprendenti bambine, una con il dono per il canto, l’altra con una notevole capacità da manager, riescono a portare luce sulla grave situazione in cui versano, una partecipando a una gara canora, l’altra smascherando (letteralmente, potremmo dire) le menzogne del governo. Finalmente tutti hanno il sospirato vaccino, ma ecco che torna il sole.     

Ambientate in un futuro prossimo immaginario, la serie è affascinante innanzitutto perché ci mostra un contesto a cui noi occidentali siamo poco abituati. Quand’è l’ultima vota che so è visto un programma tailandese dove la maggioranza della popolazione è buddista? Si esaminano i rapporti familiari, l’amore, le credenze religiose, le motivazioni che spingono verso certe idee e lo sviluppo che hanno a contatto con la natura umana. Si parla di identità, di cambiamento climatico – “Perché hanno sfruttati il pianeta senza pensare a noi?” –, di disparità economiche, di sfruttamento sessuale, e cosa molto significativa visto quello che si sente rispetto al turismo sessuale in quelle terre, di pedofilia. Naturalmente raccontano il futuro per spiegarci il presente e la società attuale, per interrogarli, e con un intento parenetico. Lo si fa con molto coraggio e schiettezza e con argomenti inusitati.

Non tutte le puntate, che hanno la regia di Paween Purijitpanya che è anche uno dei co-ideatori insieme a Pat Pataranutaporn e Jirawat Watthanakiatpanya, sono ugualmente riuscite. Per me “Buddismo digitale” è la meglio riuscita, e a seguire “Pecora nera”, poi le altre. Tutte sembrano a volte narrativamente ingenue nella loro costruzione, un po’ sempliciotte (si pensi a come avviene la clonazione, ad esempio, anche paragonata a “Orphan Black: Echos”). Forse vengono da un Paese alle cui modalità narrative non sono abituata, ma credo si sarebbe avvantaggiato di qualche taglio e di un montaggio più incisivo. Le storie si prendono il loro tempo, e anche se non risultano lente, e la visione alla fine lascia comunque appagati, perché è colorata e con una propria identità forse poco rifinita ma autentica e genuina.


domenica 19 gennaio 2025

SILO: la seconda stagione

ATTENZIONE SPOILER

Apple TV+ ha appena chiuso la seconda stagione di Silo con una scena finale che ci ha catapultati fuori dal solito contesto, ovvero nella Washington di 300 anni prima, al momento dell’incontro fra Daniel (Ashley Zukerman), un deputato statunitense, ed Helen (Jessica Henwick), una giornalista, già annunciati come personaggi della terza stagione. Prima di questo calo di sipario ha continuato ad essere accattivante, ma l’ho trovata sottotono rispetto alla prima, se si escludono gli episodi finali. Premetto che non ho letto i libri, quindi non avevo aspettative specifiche rispetto allo svolgimento degli eventi. Ciò che mi è mancato di più in questa stagione sono le due tensioni che hanno alimentato la serie in precedenza: quello verso il mondo esterno e quello verso “the  before times”, i tempi precedenti. Loro, e perciò noi, sono così concentrati su ciò che accade all'interno che l'esterno si è un po’ perso, e mi è mancato.

La delusione che il mondo circostante altro non fosse se non altri silo era stata forte alla fine della prima stagione. Come se in Fallout ci fossero stati solo altri Vault, senza un mondo esterno per quanto landa desolata. All’esordio (2.01), con buona pace della continuità rispetto al parrucco della protagonista che era differente, vedere montagne di scheletri e mummie umane ha fatto una certa impressione - l’ultima volta che ne ho viste così tante e di impatto nella finzione è stato in “Identity” (2.08 e 2.09) in The Orville. Quando in seguito (2.04) Juliette (Rebecca Ferguson) ha confessato che, calpestandoli, aveva pensato che al successivo passo quello sarebbe stato il suo posto per morire, mi sono venuti i brividi. Entra presto in un altro silo, il numero 17 scoprirà, quello da cui viene lei è il 18.

Il pensiero dominante per me inizialmente è stato il senso di solitudine, e di come per poco tempo è un conto, ma alla lunga di come sia difficile, e lo stupore per l’intelligenza della protagonista. Certo, lei è l’ingegnera del titolo (diventato “il tecnico” in italiano non si sa per quale ragione), ma ugualmente…Non sto spesso a interrogarmi su che cosa avrei fatto io nella stessa situazione dei personaggi che vedo, ma in questo caso l’ho fatto e, salvo dirmi subito che avrei cercato di ricostruire il ponte nel nuovo silo, come avrei fatto non ne ho idea. Stranamente non mi è venuto in mente MacGyver, come a tanti nei commenti che ho letto, ma è vero. In realtà, la visione dentro al silo mezzo distrutto mi ha evocato molto la lettura del libro “Piranesi” di Susanna Clarke, qualcosa che non è mai accaduta durante la prima stagione. I flashback che tanto aiutano a dare backstory al personaggio hanno dato una buona spiegazione proprio rispetto alle sue capacità attuali: l’importanza di riciclare e con quello la capacità di vedere cose vecchie e apparentemente da buttare non solo come cose riparabili, ma anche come oggetti che possono essere utilizzati con altre funzioni da quelle per cui sono intese e quindi lo sviluppo di quel tipo di intelligenza che ora le torna utile; e poi la brutalità con cui le è stato detto che sua madre era morta perché si era ammazzata, senza giri di parole, che l’ha resa una che guarda in faccia la realtà senza filtri sentimentali o di protezione emotiva. In questa stagione peraltro è emersa come un personaggio dalla notevole intelligenza emotiva, empatica, diplomatica, capace di mediare, come si è visto in scene con il personaggio di Solo e con quello di “Eater”/Hope (Sara Hazemi) negli ultimi capitoli di questo arco (che ho letto hanno tradotto “Tarma”/Hope in italiano – ho seguito la serie in originale).

È una prova della bontà della serie quando, se la prima puntata è stata solo Juliette, solo a metà del secondo episodio ho capito che sarebbe stato un episodio senza di lei. E il cliffhanger del primo episodio era abbastanza forte da potersi permettere di mantenere la tensione anche saltandone uno. Juliette come singola e il Silo come gruppo sono stati i due pilastri della storia in questa seconda stagione: da un lato la necessità del ritorno, dall’altro i malumori e gli scontri successivi all’uscita della nostra eroina – dopo 140 anni di pace è arrivato il momento della rivolta, un tipo di storia che io per indole gradisco meno, per quanto sia stata ben costruita. È stato anche affascinante vedere come un gesto relativamente piccolo da parte di una persona possa creare un eroe che galvanizza un'intera comunità e incanala aspirazioni e desideri di libertà. Juliette esce dal silo e appare la scritta JL (Juliette Lives). Forse è un parallelismo eccessivo, ma ho pensato alla ragazza che in Iran si è spogliata contro un regime oppressivo a novembre – le puntate in questione sono andate in onda poco dopo. Un semplice gesto di una persona, che alla fine comporta un grande rischio personale e che di per sé non è grave al di fuori del suo contesto, diventa rivoluzionario per ciò che incarna.

La serie non vi ha indugiato, ma ho trovato intellettualmente stimolanti i numerosi aspetti sociopolitici, economici e di potere legati alla gestione del Silo: Billings (Chinaza Uche) che si fida del giusto processo e del lavoro dei Fondatori e la spiegazione che la cancellazione del passato è stata fatta di proposito per evitare rivolte future (2.08); il libro “biblico”, L’Ordine, ha un protocollo su chi incolpare e in che ordine - ho sempre pensato che le persone dei piani alti e medi che odiavano le persone della Meccanica fosse una questione di sistema di classe, in cui i piani alti si sentivano snob e altezzosi, superiori ai piani bassi;  coloro che detengono il potere sono in grado di sapere di più della popolazione generale e di tenerlo nascosto, ma non molto di più: anche loro stanno effettivamente brancolando nel buio - quando nella season finale (2.10) Lukas (Avi Nash) rivela a Bernard che cosa ha scoperto, e il suo mondo crolla, Tim Robbins è stato raggelante nel mostrare quanto fosse sconvolto il suo personaggio; non sono solo cattivi a dispetto delle proprie azioni: la dicotomia libertà-pericolo è viva nelle loro menti come in quelle di chiunque altro; come è facile e privo di gran sforzi mostrare qualcosa come qualcos'altro: è stato un gran colpo di scena (2.04) che Meadows (Tanya Moodie) morisse avvelenata (anche se la fine della sindaca Ruth nella prima stagione doveva essere di monito), ma il modo in cui Bernard è riuscito a incastrare Knox (Shane McRae) e Shirley (Remmie Milner) e come ha manipolato il pubblico è stato istruttivo sotto questo profilo. Un grande filo conduttore della stagione sono le menzogne (per le vicende di entrambi i silo).

Grande nuovo arrivo è stato il personaggio di Solo (il Steve Zahn di “Treme”). La sua paranoia, la sua paura, il suo essere solo di fatto oltre che di nome e tutto quanto lo ha attorniato mi ha spesso fatto pensare a “Lost”. L’incertezza sulla sua identità, l’impossibilità di inquadrare come mai sapesse così tante cose e avesse un misto di entusiasmo infantile per esse e terrore di contatto con altri, la sua possibilità di mangiare senza la preoccupazione di procurarsi il cibo, i graffiti e i cadaveri all’interno del suo bunker sono stati elementi che hanno alimentato la suspense finché nel dinamico sottofinale non si è scoperta la verità: è Jimmy, ed era  il figlio del capo dell'IT del silo 17; aveva solo 12 anni quando scoppiò la rivolta e i genitori gli  avevano ordinato di non aprire a nessuno, aveva visto il padre ammazzato dai genitori di quei ragazzi che credono lui il killer che li ha lasciati orfani, anche loro presenze nel nuovo silo arrivate come colpo di scena.

Lukas, il geniale osservatore di stelle, scopre la verità dei tunnel quando prima di lui solo altre tre persone erano riuscite a farlo: Salvador Quinn, Meadows e George, che era stato brevemente fidanzato di Juliette. La sua sete di sapere, anche pungolata da Bernard, è stata una delle cose che più mi è piaciuta, così come sono sempre sedotta dal doloroso stupore dei personaggi per come era la Terra prima: “Che cosa hanno fatto Bernard? Come hanno fatto a perdere questo mondo?” dice Meadows guardando il nostro bel pianeta sul suo visore; “È vero? Mostramelo!” esorta la moglie Kathleen allo sceriffo Billings quando scopre di una pagina con immagini di come era il passato: la loro mancanza è per qualcosa che non hanno mai conosciuto. È così relazionabile, umano e agrodolce. Ti fa apprezzare quello che abbiamo…Robert (Common), Camille (Alexandria Riley), Patrick (Rick Gomez), Martha (Harriet Walter)…ci sarebbe molto da scrivere. Tanti fili sono poi rimasti sospesi, ma la serie è stata rinnovata per altre due stagioni prima della chiusura, quindi ci sarà modo di rispondere ai quesiti rimasti aperti. Juliette è tornata al suo silo, ma abbiamo lascito lei e Bernard ad arrostire nelle fiamme, ad esempio. Per ora intanto, la serie è rimasta appagante.

sabato 25 maggio 2024

IL PROBLEMA DEI TRE CORPI: deludente

Sono sinceramente rimasta delusa dalla trasposizione televisiva de Il problema dei tre corpi (Netflix), tratto dall’omonimo romanzo vincitore dell’Hugo Award di Liu Cixin, che avevo letto in prospettiva, e che era stato annunciato come un banchetto visuale. David Benioff e D. B. Weiss, che già avevano portato sul piccolo schermo Il Trono di Spade, e Alexander Wo sono anche stati convincenti nell’adattare quello che apparentemente era inadattabile, come ha ben osservato Variety — per quanto ne esista già una versione cinese, Sān tǐ, nome che fa riferimento agli alieni menzionati nelle vicende.

L’incipit, piuttosto violento, ci vede all’epoca della rivoluzione maoista nella Cina degli anni Sessanta, quando la brillante astrofisica Ye Wenjie (Zine Tseng da giovane;  Rosalind Chao da adulta) viene mandata in un campo di lavoro in Mongolia dopo essere stata costretta a vedere il padre, un professore universitario, picchiato a morte davanti a un pubblico per il quale doveva servire da esempio, e poi, grazie alle sue grandi capacità, trasferita in una remota stazione che cerca il contatto alieno, contatto che lei avvia all’insaputa degli altri, con una razza, i Trisolariani conosciuti come Santì, che spera possano finalmente salvare la razza umana, ma che in realtà vedono noi alla stregua di insetti.

Nei tempi odierni, lei li attende con ansia, con il fervore di una profetessa, e come lei anche Mike Evans (Jonathan Pryce, Il Trono di Spade, The Crown) un attivista ecologico miliardario. In Inghilterra, sua figlia Vera Ye (Vedette Lim), diventata una apprezzata insegnante di fisica, si toglie la vita. Non è la prima scienziata a farlo, e un investigatore della Strategic Intelligence Agency, Clarence "Da" Shi (Benedict Wong), si mette ad indagare e fa rapporto a Thomas Wade (Liam Cunningham, Il Trono di Spade) a capo di un'autorità segreta il cui obiettivo è preservare l'umanità. Viene così in contatto con ex-studenti della docente, “i 5 di Oxford”, fra loro diventati amici, anche lì dove si sono persi di vista e si ritrovano ora al funerale della mentore scomparsa.

Si tratta di Augustina “Auggie” Salazar (Eiza González), che si occupa di ricerca all’avanguardia sulle nanofibre, che comincia a vedere uno strano conto alla rovescia, e riceve l’ultimatum di interrompe quello che sta facendo; Jack Rooney (John Bradley, Josh Bradley, Il Trono di Spade), che nel frattempo ha fatto i soldi come imprenditore del campo degli snack e si gode la vita - lui è un po’ il comic relief in una serie dove di umoristico c’è ben poco; Jin Cheung (Jess Hong), che presto viene coinvolta in un gioco di Realtà Virtuale di tecnologia estremamente avanzata che le permette di venire in contatto con la razza aliena che cerca nella Terra la soluzione ai propri problemi, legati a quello dei tre corpi del titolo (un effettivo problema della fisica); Saul Durand (Jovan Adepo), un assistente di ricerca; e Will Downing (Alex Sharp) che sta morendo di cancro al pancreas ed è innamorato di Jin, sebbene lei non ne sia consapevole.

Lo show ha fatto un egregio lavoro nel semplificare un testo di fantascienza un po’ nerd nella misura in cui, scritto da un autore che è un ingegnere informatico, è infarcito di molti concetti di fisica teoretica e matematica. I passaggi meramente esplicativi sono tenuti al minimo e ben integrati. Anche chi non fosse una cima in queste materie riesce a seguire tutto con estrema facilità. E rilevo con interesse quello che ha fatto osservare Evan Lambert su Thought Catalog, che loda gli autori televisivi per aver dato maggiore equilibrio a un testo maschilista: “Pubblicata dal 2006 al 2010, la trilogia dei Tre Corpi […] non andava sul sottile nel sostenere che le donne non erano in grado di guidare il mondo impedendone la distruzione. Come da tradizione cinese, l'autrice del romanzo Liu Cixin sostiene in ultima analisi la tesi dello yin e dello yang, suggerendo che le donne hanno bisogno della logica degli uomini per trovare un equilibrio e temperare la loro irrazionalità. Inoltre, Cixin trasforma il personaggio dell'ex rivoluzionaria Ye Wenjie in una quasi-cattiva […] viene dipinta come una persona inaffidabile, incompetente e irrazionale. In generale, Cixin non è timido nell'attribuire la colpa della distruzione della Terra a donne come Ye Wenjie e sostiene addirittura che la Terra dei suoi romanzi è condannata perché troppo ‘femminilizzata’”. Si legga il suo pezzo per approfondire, ma la versione televisiva riesce ad evitare il sessismo e la misoginia anche dividendo il protagonista maschio Wang Miao in due personaggi femmine, Auggie e Jin, e riesce anche a fare un adattamento culturale otre che più strettamente narrativo, anche perché c’è una globalizzazione con un cast multi-etnico.

La storia ha momenti di debolezza lì dove i personaggi sono poco caratterizzati (e qui in parte il problema è del materiale di fonte) e la cui funzione all’interno della storia è troppo telefonata: che senso ha avere uno di loro malato di cancro se non per fargli fare una sorte di potenziale deus-ex-machina finale, ad esempio? Le parti investigative, nonostante la bravura dell’interprete, sono state dozzinali, da formulaico crime-show della settimana. Sono trattati temi ambiziosi: antropologia, conquiste intellettuali, potere governativo, numerose questioni morali sull’universo e la sua esplorazione, limiti della scienza, e anche ecologia con la citazione di un testo seminale come “Primavera Silenziosa” di Rachel Carson e la remota minaccia di un’invasione aliena letta anche come metafora della questione climatica, anche nel momento in cui l’agire o non agire nel presente o il lasciare alle generazioni future il problema si pone come una questione sui cui prendere posizione. Nonostante ciò il dialogo è insignificante, dimenticabile, e c’è piattezza, e temo che questa sia una critica condivisa anche da chi ha mostrato più entusiasmo di me verso la serie.

Ci sono stati passaggi, come il disidratarsi e il re-idratarsi degli alieni, che mi sono sempre domandata come avrebbero potuto rendere, o il ridurre a fattine una nave, che mi hanno molto convinta e soddisfatta, così come le ricostruzioni della realtà del videogioco sono notevoli, si vede che non hanno badato a spese, ma al di fuori di quello nulla mi ha colpita nemmeno dal punto di vista visivo. Mi trovo a condividere quello che Phillip Maciak ha scritto su The New Republic nella sua eccellente recensione, ovvero che “il suo stile è anonimo, ancillare, opera di un autore aziendale più che di un'intelligenza artistica”, blando.

La serie è stata riconfermata per una seconda stagione con un numero di episodi imprecisati (pochi, si spera), ma giusto per chiudere le vicende. 

sabato 6 agosto 2022

FOUNDATION: appassionante serie sci-fi ispirata ad Asimov

È in primo luogo un’ode alla matematica, la serie di fantascienza Foundation (Apple TV+). Pur avendo letto il primo della originaria seminale trilogia della Fondazione di Asimov, a cui ci si è molto liberamente ispirati qui, ne ho un ricordo quasi nullo, quindi le mie considerazioni sulla serie si basano solo sulla controparte televisiva, che sono consapevole essere molto più al femminile di quanto non fosse il materiale originario, cosa di cui non mi lamento, anzi. Da quello che leggo ci si è allontanati parecchio dalla sorgente anche su altri fronti.

Siamo nell’anno 12067 dell’Era Imperiale. Hari Seldon (Jared Harris, Mad Men, Chernobyl) è uno scienziato esperto in quello che chiamano psicostoria, una disciplina che attraverso un misto di matematica, statistica, psicologia e sociologia è in grado di fare proiezioni su eventi storici futuri. I suoi studi lo hanno portato a prevedere la rovina dell’Impero Galattico, retto da una dinastica genetica, ovvero costituita da cloni dell’imperatore originario, Cleon I: fratello Alba (prima Cooper Carter, poi Cassian Bilton), fratello Giorno (Lee Pace) e fratello Tramonto (Terrence Mann) sono l’imperatore nelle tre diverse fasi della vita. Sono presenti contemporaneamente gli uni per gli altri, anche se solo la versione matura è quella che nel presente comanda, in questo caso Fratello Giorno – Cleon XII. All’anziano del gruppo spetta di narrare gli eventi in forma pittorica come ultima eredità, in una sorta di grande affresco che viene ampliato progressivamente. Fratello Alba intreccia una storia d'amore con Azura (Amy Tyger), giardiniera di palazzo, con conseguenze impreviste. Vivono su Trantor, capitale dell'Impero Galattico, e ad affiancarli in tutte le fasi della loro vita c’è Demerzel (Laura Birn), una degli ultimissimi robot coscienti sopravvissuti alla guerra tra umani e androidi. Le vicende che li riguardano sono indubbiamente una delle parti più riuscite.

Nonostante conflitti, in particolare fra i governi dei pianeti di Anacreon e Thespis, l’Impero è nel pieno del proprio splendore, e i regnanti non vogliono credere a Seldon e lo mettono sotto processo. Con lui anche una giovane ragazza prodigio da lui appena convocata, Gaal Dornick (Lou Llobell), che è riuscita a risolvere da sola un problema matematico molto complesso, la congettura di Abraxas. La ragazza proviene dal pianeta Synnax, dove gli abitanti aspettano solo il risveglio del loro Dio, definito “il Dormiente”, e considerano lo studio un’eresia. Seldon, e con lui Gaal, è condannato per aver anticipato una dissoluzione che i regnanti vogliono evitare, ma gli è dato il permesso di costruire una Fondazione su un pianeta ai margini dello spazio, Terminus, con l’obiettivo di salvaguardare il più possibile le conoscenze umane per rendere più facile e veloce la ricostruzione – da 30.000 anni di oscurità si passerebbe a 1000. Alcuni decenni dopo, su Terminus lavorano una serie di scienziati, che devono vedersela con una struttura che si libra nell’aria ad alcuni metri dal suolo, che nessuno sa che cosa sia, chiamata “la Volta,” che crea un perimetro invisibile, il “campo nullo”, che fa perdere i sensi a chiunque si avvicini troppo. Guardiana di Terminus è Salvor Hardin (Leah Harvey), una donna molto combattiva che ha strane visioni.

La mitologia di Fondazione è complessa, ma comprensibile: capita di sentirsi un po’ disorientati nella visione, anche per via degli sbalzi temporali (magari con i personaggi criogenicamente addormentati o che fanno salti spaziali), ma allo stesso tempo è evidente che l’autore/produttore David S. Goyer, ha le idee chiare e se si ha pazienza a poco a poco i pezzi vanno al loro posto. Il worldbuilding è davvero notevole, e in favore di questo si può apprezzare un ritmo che ad alcuni è apparso un po’ lento. Sebbene non sia una serie-rivelazione, è decisamente appassionante e mette in campo questioni significative e inusitate. In particolare, oltre al valore della matematica, definita “pura”, si ragiona sul contrasto fra fede e scienza, e ancor di più fra l’immobilismo e la stasi versus la mutabilità e il rinnovarsi. L’impero e i tre uomini che lo rappresentano incarnano la permanenza incorruttibile. A far loro da contrappeso c’è una delle religioni più potenti dell’impero, il Luminismo, che crede nelle tre dee e ha al proprio vertice una sacerdotessa, una “Zefira”, che assume il ruolo di “Proxima”. Il loro credo è quello della reincarnazione e del cambiamento. Lo scontro fra queste due posizioni opposte, esplorate in particolare negli episodi “Morte e Luna Vergine” (1.06) e poi “Il pezzo mancante” (1.08), e rappresentato qui sia in modo allegorico che nell’effettiva discussione fra le parti, è un tema sempreverde che si presta anche a una declinazione di gender (con l’Impero nel ruolo del patriarcato) visto il genere sessuale dei protagonisti, ma che non si limita sicuramente a quella lettura. Sebbene “l’assenza di anima” dell’immutabile mi abbia lasciata perplessa (un clone è comunque un essere separato, perché non conta solo la genetica), si è fatta una bella apologia del valore e del senso del cambiamento.

Questa epopea sci-fi si prende molto sul serio, e sarebbe ideale che riuscisse a trovare una modalità per alleggerire in parte il proprio tono, pur mantenendo la gravitas necessaria, ma alla fine personalmente preferisco così piuttosto che scada nell’umorismo adolescenziale a cui ricorrono molte produzioni di azione e avventura. L’autore ha lanciato il progetto dichiarandosi pronto a svolgerlo per 80 puntate e il budget investito è indubbiamente alto — valori produttivi ed  effetti speciali sono notevoli. Intanto c’è stato il rinnovo per una seconda stagione, e io intendo di certo proseguire nella visione.

mercoledì 26 agosto 2020

AVENUE 5: delude, ma migliora


In Avenue 5, avventura comica di Armando Iannucci (Veep), siamo in un futuro in cui gli esseri umani vanno in crociera nello spazio.

A causa di una momentanea perdita di gravità artificiale e della morte dell’ingegnere capo, la nave interplanetaria del titolo, di proprietà dell’egocentrico, odioso  multimilionario Judd (Josh Gad), che pure è a bordo, si ritrova molti gradi fuori rotta, e al capitano Ryan (Hugh Laurie, House), che presto si rivela essere qualcuno di diverso da quello che tutti pensano che sia, tocca l’amaro compito di annunciare che il previsto viaggio di 8 settimane intorno a Saturno, si prolungherà: ci vorranno addirittura circa tre anni per tornare sul pianeta Terra. Equipaggio e passeggeri devono tenere la calma e imparare a convivere, ma sono arrabbiati.

Se le sparate del mercuriale, viziato Judd vengono gestite alla meno peggio dalla sua assistente personale Iris (Suzy Nakamura), al rapporto con la clientela è preposto Matt (Zach Woods, Silicon Valley), i cui tentativi di calmare tutti spesso hanno l’effetto opposto a quello desiderato, e la matura Karen (Rebecca Front) si fa portavoce delle esigenze dei passeggeri, fra cui il suo stesso marito Frank (Andy Buckley) e la coppia in crisi Mia (Jessica St. Clair) e Doug (Kyle Bornheimer, Worst Week). Chi cerca di venire a capo della situazione con delle soluzioni sono, sulla Terra, Rav Mulcair (Nikki Amuka-Bird), a capo della missione e sempre più stressata, anche per il costante scarto di tempo in cui avvengono le comunicazioni fra lo spazio e la base, e sulla nave la giovane ingegnera Billie (Lenora Crichlow, A to Z), anche se il suo contributo vorrebbe poterlo dare anche l’ex-astronauta Spike (Ethan Phillips). Ad alleggerire la tensione ci prova il giovane cabarettista Jordan (Himesh Patel).

Questa comedy inizialmente delude, ma prende vigore a mano a mano che procede. E anche se è facilmente interpretabile in modo metaforico-politico – da Judd a Trump il passo non è lungo – non è sempre del tutto chiaro quale sia l’obiettivo della satira. Diversi dei personaggi (Judd, il capitano Ryan e Matt, in particolare) incarnano l’ossimoro fra quello che sono e quello che professionalmente dovrebbero essere chiamati ad essere: sono una farsa, l’assurdo di una società per cui è sempre più difficile distinguere realtà e apparenza – a questo proposito la season finale (1.08), in cui ciascuno reagisce in modo diverso all’ipotesi che la situazione in cui si trovano sia una simulazione, è emblematica. E una delle tematiche più interessanti che sono emerse è quella della competenza, e di come se non è esteticamente appetibile viene tenuta nascosta, e si premia invece la facciata più accattivante, anche se nasconde inettitudine.

Forse complice il fatto che in quarantena ho seguito la serie, in quella prospettiva si legge facilmente: persone bloccate in modo imprevisto in uno stesso ambiente, e persone a cui tieni che sono distanti. Con un tocco di antropologia sociale non indifferente (non credo di averne visto uno su questo principio dai tempi di Caprica), il capitano, il  cui matrimonio viene messo in crisi dalla situazione, è sposato non con una, ma con due persone – e i coniugi che gli chiedono il divorzio sono sulla terra.

Occasionalmente caustica, l’ilarità si potenzia nel tempo, e non solo perché conosciamo di più i personaggi, ma perché si riesce a costruire mungendo il più possibile umorismo da una stessa idea. Un esempio concreto è il fatto che ad un certo punto la nave deve espellere la cacca dei passeggeri che finisce, per effetto della gravità creata dal veicolo aerospaziale stesso, a rotearle intorno. La merda è davvero terreno fertile per battute e situazioni che montano con il tempo in vis comica – e causa di risate non solo scatologiche, ma anche allegoriche – e che mostrano l’abilità degli autori che, appunto, da una occasione iniziale continuano a cavare spunti.   

Scrive poi bene Troy Patterson sul New Yorker, che richiama ora l’Aereo più pazzo del mondo, ora Pirandello, Star Trek e Love Boat, quando dice che “(i) personaggi consumano un sacco di aria riciclata per criticare l’uno la dizione dell'altro, a lamentarsi del tono, a controllare le sfumature di connotazione, a sbuffare sul "gergo", a misurare la gestazione delle pause ricche di significato e, in generale, a trovare le figure retoriche gli uni degli altri”. Sebbene fino in fondo non convinca del tutto, non è sicuramente una commedia di autori alle prime armi e, rinnovata per una seconda stagione, avrà tempo di aggiustare la rotta.

venerdì 27 marzo 2020

LIVING WITH YOURSELF: gravedole ma superficiale


In Living with Yourself (Netflix), Miles (Paul Rudd) è un uomo maturo insoddisfatto di se stesso e della vita: è un copywriter in una agenzia pubblicitaria, ma ormai ha perso lo stimolo creativo di un tempo, e sebbene innamorato della moglie Kate (Aisling Bea), un’architetto d’interni, il rapporto è ormai piuttosto statico, annoiato. Non riescono ad avere figli e lui non si decide mai ad andare alla clinica di fertilità dove lei ormai da tempo lo spinge a recarsi.  Un collega gli segnala una spa che gli ha cambiato la vita, un centro per migliorare le stesso. Vi si reca e presto si scopre il fattaccio: lo hanno clonato in modo tale da creare una perfetta copia di se stesso solo geneticamente migliorata, ma qualcosa è andato storto, e adesso ci sono due versioni di sé, quella vecchia e quella nuova.

La premessa di questo dramedy fantascientifico, spassosa ma allo stesso tempo con una potenziale gravitas esistenziale non indifferente, non riesce a realizzare il proprio potenziale. La commedia e la tragedia del trovarsi faccia a faccia e del confrontarsi non solo con se stessi, ma con una versione migliore di se stessi, con il sé che si sarebbe voluto ma non si è riusciti ad essere, avrebbe potuto essere migliore di così.

Counterpart con questo stesso tema è riuscito a dire dolorose e delicate verità in modo molto più brillante. Qui si echeggia Maniac, nel desiderio di una “soluzione facile” al miglioramento di se stessi, e non si riesce né propriamente a far ridere, né a riflettere più di tanto su un altro sé, se non molto tiepidamente, e più che altro sulla logistica di convivere nella stessa realtà. The Good Place  nel meditare su come essere persone migliori, ha pescato filosoficamente più a fondo senza mettere in piazza la modifica posticcia di qualche gene.  

Paul Rudd è molto convincente nel recitare con se stesso  - un’impresa non certo facile – e la trama fila via spedita e lineare. Non ci sono esuberi narrativi di cui si sarebbe fatto a meno. La conclusione pure è piuttosto appagante e lascia spazio a una seconda stagione. Solo, questa creazione di Timothy Greenberg ha poca sostanza.

Miles si rende improvvisamente conto di comportamenti che metteva in atto che erano negativi, e sviluppa un nuovo apprezzamento per la vita e i rapporti che aveva, riscopre le passioni passate (ad esempio scrivere teatro) È anche critico del suo sé migliorato, ha occasione di riflettere sul tipo di uomo che è stato nel suo matrimonio, ma fuori da queste osservazioni abbastanza superficiali non ci sono grandi epifanie, pregnanti rivelazioni. Questa è la più grande pecca di uno show che è stato una visione gradevole, ma che dubito continuerei.

giovedì 16 agosto 2018

ALTERED CARBON: deludente



Delude Altered Carbon (Netflix), ideata da Laeta Kalogridis e tratta dall’omonimo libro di Richard K. Morgan. La parte fantascientifica del futuro immaginato è inventiva e intrigante, e di fatto la vera ragione per eventualmente immergersi in questa fantasia, la parte investigativa è trita e per quanto costruita in modo non casuale, sufficientemente banale, con dialoghi da telefilm formulaico.

Siamo nel 2324, non è chiaro su quale pianeta. La morte come la conosciamo è stata sconfitta. I corpi sono ora mere custodie, mentre l’anima, la coscienza e l’identità di una persona sono conservate in una pila corticale posizionata sul retro del collo che, distrutto il corpo fisico, possono essere trasferite in un’altra custodia, a meno di non essere distrutte essere stesse. Solo in quel caso ci sarà la vera morte, che secondo un gruppo di religiosi è quello da cui non dobbiamo fuggire. Solo gli straricchi possono permettersi un back-up su cloud per cui, se perfino anche la pila viene distrutta, riescono comunque a salvarsi. Uno di questi potenti quasi-immortali, Laurens Bancroft (James Purefoy), è stato ucciso e quando la sua identità è stata recuperata da cloud, non riesce a capire chi possa averlo ucciso, dal momento che dal salvataggio della memoria mancavano gli ultimi due giorni. Re-incarna perciò in un nuovo corpo uno “Spedi”, Takeshi Kovacs (Joel Kinnaman), un soldato appositamente addestrato, nella custodia che in precedenza era stata di Elias Ryker, un poliziotto, per scoprire la verità di quanto è accaduto. Takeshi era stato messo in stasi carceraria negli ultimi 250 anni per aver combattuto contro il Protettorato e ora si ritrova a collaborare (o a scontrarsi) con la polizia di Bay City,e in particolare con la Kristin Hortega (Martha Higareda), che era stata l’amante di Ryker.

Il futuro distopico immaginato è davvero affascinante, anche perché pensato nel dettaglio. Non solo le persone si trasferiscono da un corpo all’altro, un clone o anche un corpo sintetico, ma possono essere infilate in un corpo di sesso o età diversa magari, per le ragioni più varie. Esistono esseri totalmente virtuali, come in questo caso Poe (Chris Conner), dell’albergo “Il Corvo”. Un po’ Blade Runner, un po’ Westworld, la società immaginata permette di riflettere su diversi temi (identità, corruzione, potere, costrutti mentali, famiglia, amore, lealtà…), ma primo fra tutti evidentemente su quello della morte e sul suo valore. Qui la vita eterna è solo per pochi ricchi e questo dà enorme potere su chi non può permettersela.

La sostanza però manca di spessore, si è troppo adolescenzial-sbruffoncelli e spacconi. I proiettili volano come coriandoli. C’è ampia violenza “caramella”, con molti combattimenti-coreografia e parecchia tortura, e la perenne promessa di sesso estremo che soddisfi ogni fantasia a cui di fatto si ammicca solamente. Non di affronta facilmente – molto ragionevolmente – il tema dello snuff sex, e qui è stato fatto, cosa in sé anche sensata, viste le premesse, e coraggiosa. Peccato che tutto rimanga molto epidermico.

Il presunto omicidio da risolvere (che giunge a una adeguata conclusione) poteva essere in fondo un pretesto per altro. Si è cercato, infatti di liberarsi da quella gabbia, ma senza successo e si è rimasti un crime ordinario con un rivestimento e una patina noir sci-fi e cyberpunk, nulla di  più.      

lunedì 9 novembre 2015

WAYWARD PINES: ben realizzata e coinvolgente


Wayward Pines, tratta dall’omonima serie di romanzi di Blake Crouch, che si trova anche nelle librerie italiane (tre libri che corrispondono alla prima stagione, pur con variazioni), non tornerà per una seconda stagione e me ne rammarico. Non si grida al miracolo, ma è stata una serie solida, ben realizzata e coinvolgente.
Da quello che si sapeva prima della messa in onda, gli articoli di presentazione, il mio post in proposito compreso, paragonavano questa serie a Twin Peaks, ma ci sia accorge presto come questo paragone sia fuorviante. C’è anche qui un agente segreto, in questo caso Ethan Burke (Matt Dillon), che si ritrova in una bizzarra cittadina in mezzo ad un panorama boscoso, con tanto di cartello di benvenuto, ma le similarità di fermano lì.
Molto più azzeccata è l’assimilazione a Il Prigioniero e a Persons Unknown. L’agente in questione, andato alla ricerca una sua collega con cui in passato aveva avuto una relazione, Kate (Carla Cugino), sparisce all’improvviso, tanto che la moglie Theresa (Shannyn Sossamon) e il figlio Ben (Charlie Tahan) cominciano a preoccuparsi e a indagare. Ethan, dopo un apparente incidente, si risveglia in ospedale, accolto dall’infermiera Pam (Melissa Leo, Treme), in una città in cui tutti sono costantemente vigilati da telecamere e microfoni e devono seguire scrupolosamente alcune regole, come dover rispondere sempre al telefono e non parlare mai del proprio passato, pena la morte che avviene con una esecuzione conosciuta come “reckoning”, il “giudizio”, fatta in pubblico dallo sceriffo Arnold Pope (Terrence Howard, Empire).  Molti dettagli del luogo non convincono (non ci sono veri grilli, i soldi sono finti…). Circondati da un alto muro di cinta, nessuno può fuggire. Più di qualcuno però, lui compreso, vuole tornare alla vita di prima e cerca una via d’uscita. A capo dei “ribelli” c’è proprio quella Kate che Ethan era venuto a cercare, che ora gestisce un negozio di giocattoli insieme al marito Harold (Reed Diamond)
Portata in TV da Chad Hodge, quello che distingue questa serie dai due precedenti a cui ho fatto riferimento è che mentre lì non si arriva mai a una spiegazione, qui invece ce n’è una, ed è sensata e solida e davvero, nel momento in cui si viene a sapere, tutti i pezzi nel puzzle vanno al loro posto. Già con “The Truth” (1.05), quindi a metà esatta di stagione, si scopre la verità, attraverso gli occhi dei protagonisti più giovani che in una lezione di “orientamento” scolastico ricevono indicazioni sul fatto di essere la prima generazione di Wayward Pines dalla loro preside Megan Fisher (Hope Davis). Il protagonista scopre poi la verità nella puntata successiva (1.06), grazie allo psichiatra locale, il dottor Jenkins (Toby Jones), poi conosciuto anche come David Pilcher. Scrivo sotto la spiegazione, saltate il paragrafo se volete evitare spoiler.
!INIZIO SPOILER! Non siamo nel duemilaquindici, ma nel quattromilaventotto (non lo scrivo in numeri per evitare che l’occhio legga senza volerlo il numero). Gli abitanti di Wayward Pines sono gli unici sopravvissuti.  Gli esseri umani nel corso dei secoli si sono trasformati a causa di mutazioni genetiche in esseri bestiali che si nutrono anche selvaggiamente di carne umana. Sono quelli che loro chiamano “aberrazioni” o “abbies”. L’unica cosa a proteggerli ora è il muro di cinta. Se loro si sono salvati è perché uno scienziato, il dottor Pilcher, aveva previsto che questo sarebbe accaduto, anche se nella comunità scientifica nessuno gli aveva dato ascolto, e aveva rapito e ibernato una serie di persone per ripopolare il mondo una volta che si fossero risvegliati. Lui è “il salvatore” e ha una infrastruttura complessa che gestisce tutto. Ha “riportato in vita” un primo gruppo di persone, ma non sono stati in grado di accettare la verità e tutto è andato in rovina. Con questo secondo gruppo di persone da lui risvegliate, ha deciso di tenere gli adulti all’oscuro, ma di rivelare la verità ai giovani, mentalmente più flessibili e preparati a ripopolare la cittadina sapendo di essere l’ultima speranza per l’umanità. !FINE SPOILER!  
Si sollevano con leggerezza molti interrogativi su che cosa significhi e che cosa comporti essere degli umani, sulla privacy e il controllo, sul senso del tempo, sulla responsabilità, sul rapporto fra individuo e gruppo, sugli affetti, sull’educazione dei figli. Suspense e azione sono però la spina dorsale di un thriller dal sapore distopico-fantascientifico.

giovedì 24 settembre 2015

MINORITY REPORT: visioni e tecnologia futuristica


Minority Report, basata su un racconto di Philip Dick, riprende 10 anni dopo quanto narrato dal film con Tom Cruise dallo stesso titolo. Siamo a Washington nel 2065 e tre ragazzi detti precog per la loro capacità di precognizione di crimini futuri – Dash (Stark Sands), Arthur (Nick Zano) e Agatha (Laura Regan) - che all’epoca erano poco più che bimbi, sono cresciuti in isolamento dopo che è stato dismesso il programma che utilizzava a fini investigativi le loro capacità. Ora adulto, Dash che percepisce anche il dolore delle vittime che vede, vuole tornare alla civiltà per risolvere almeno qualcuno di quei crimini le cui visioni lo tormentano, sebbene senza l’aiuto degli altri due il quadro non riesca mai ad essere completo. Per quel che riesce dà indizi alla detective della omicidi Lara Vega (Meagan Good), che cerca di tenere nascosto l’aiuto di un precog al suo capo Will Blake (Wilmer Valderrama) perché la pratica è ora illegale. Lei la ritiene utile e crede che se ci fosse stata questa possibilità si sarebbe potuta scongiurare la morte di suo padre.
La storia del pilot è abbastanza innocua per non dire insulsa -  grazie alle visioni del futuro da parte di Dash si riesce a evitare la morte della moglie di un candidato politico – e la gran parte della critica è rimasta tiepida nei confronti della serie, giudicata pedestre in comparazione al film. Non è migliore o peggiore di tante altre, ma a me ha convinto più che alla maggioranza per tre ragioni: la scomparsa di Arthur penso possa carburare storie abbastanza coinvolgenti nelle puntate a seguire – promettono sarà un antieroe che, a differenza del gemello, vuole usare i propri poteri per fini egositici; l’innocenza di Dash, a lungo allontanato dalla vita civile e dalle interazioni sociali, è dolce e crea una dinamica di leggerissimo umorismo con Lara; la tecnologia futuristica impiegata è una vera goduria. Non sorprende scoprire che i responsabili del programma abbiano consultato un team di futurologi del MIT per realizzare gadget che è realistico possano esserci fra 50 anni, come il braccialetto della studentessa che si apre diventando un piccolo drone pronto a scattare dei selfie. Ce ne sono a profusione e la geek che è in me vuole vederne ancora e ancora.
Se trova una direzione narrativa, questo progetto sviluppato per la TV da Max Borenstein  che ha debuttato sull’americana Fox il 21 settembre potrebbe anche farcela.   

venerdì 7 agosto 2015

HUMANS: la prima stagione


Humans è il remake, ad opera di Sam Vincent e Jonathan Brackley per la britannica Channel 4 e l’americana AMC, della serie svedese Ӓkta mӓnniskor ideata da Lars Lundstrӧm, anche conosciuta come Real Humans. Ha una sua autonoma validità, ma come tutti o quasi i remake finisce per deludere chi ha visto l’originale. Per me è sicuramente così. Riesce a convincere solo quando se ne affranca andando in una direzione totalmente autonoma pur sulla base della stessa premessa.

Siamo in Inghilterra in un presente parallelo al nostro in cui il gadget all’ultima moda sono i synths, diminuitivo di synthetics, “sintetici”, robot umanoidi che affiancano gli esseri umani in una serie di lavori. Nell’originale si chiamavano “hubots”, crasi fra human e robots, mentre qui si è optato per un termine che già era stato usato nel poliziesco di breve durata Almost Human, che ricalca nelle tematiche, ma anche nella tecnologia – androidi moto fluidi, e all’apparenza meno macchine di quelli dell’originale che ne mostrava molti con lo stesso volto, prodotti in serie. Qui ognuno sembra essere un originale e davvero sono poco distinguibili dagli umani.

Ci si muove all’interno della stessa matrice narrativa della serie nordica, ma unendo alcuni personaggi, notabilmente il poliziotto e l’operaio che lavorano in fabbrica che diventa il poliziotto Pete Drummond (Neil Maskell), o comunque modificandoli, tralasciando al margine, appena accennata almeno nel corso della prima stagione, tutta la vicenda politico-terroristica, e dando un senso fortemente differente a eventi altrimenti simili.

Il primo nucleo narrativo vede Joe Hawkins (Tom Goodman-Hills) che decide di comprare un synth che aiuti per le faccende domestiche visto che la moglie Laura (Katherine Parkinson), oberata di lavoro, è poco presente in casa e nella vita dei figli: l’esperta di computer un po’ ribelle Matilda (Lucy Carless), il secondogenito in piena pubertà Toby (Theo Stevenson) e la piccola Sophie (Pixie Davis). Joe compra e porta a casa Anita (Gemma Chan) che loro non lo sanno essere in realtà Mia, un synth con una sua coscienza, che è stata rapita e resettata per essere poi rivenduta. Qui il nuovo elettrodomestico in forma umana è vissuto come una grande minaccia da parte di Laura, e a ragione. L’acquisto è stato fatto perché alla fine lei, troppo concentrata sul lavoro, risultava inadeguata sul fronte di casa, o così almeno la fanno sembrare. Non si fida di lei con i suoi figli, e la percepisce come una rivale del loro affetto. Nemmeno quando Anita si fa investire da un furgone pur di proteggere il figlio, cambia del tutto idea. E la presenza di questa macchina in forma di donna alla fine è una minaccia anche per il suo matrimonio, visto che il marito ci finisce a letto e si separano per questo. Quando Anita, la cui vera identità è comunque ancora presente seppur nascosta, sembra venire alla luce in qualche sprazzo, Laura ne è inquietata. Non così nella versione svedese. Lì Anita viene acquistata  per dare una mano in casa, ma non per questo mette a rischio il ruolo di madre e moglie della proprietaria che ha un atteggiamento sospettoso all’inizio, ma sa ricredersi e comincia a ritenere importante il rispetto delle macchine lì dove mostrano una coscienza. Qui Mia, nascosta nei meandri di Anita quasi fosse un’altra personalità, riesce ad avere una connessione vera e umana solo quando si impone definitivamente come essere cosciente e ha quasi più insight di un umano.

Tutta la tematica sessuale, presente in entrambe le serie, è sviluppata in modo molto diverso. Qui è vista solo come qualcosa da nascondere, e fonte di umiliazione di una delle synth protagoniste, Niska (Emily Berrington), costretta a lavorare come prostituta. Nell’originale, l’attrazione sessuale è sì anche a pagamento, con risvolti vari anche negativi, ma è anche da parte del ragazzino adolescente che si vede attratto dalle macchine ma non dalle persone umane e fatica ad accettarsi per questo (e il parallelismo metaforico è chiaramente con l’omosessualità) ed è da parte di donne che vedono in queste macchine un possibile compagno di vita e cercano il riconoscimento di diritti per queste macchine, lì dove da altri vengono percepite come una minaccia alla vita di coppia tradizionale. Qui la donna che cerca di più dal suo synth da un unto di vista sessuale finisce per esserne molestata (1.06) finché il marito non interviene colpendolo con violenza. Nell’originale è quasi l’opposto dove la macchina aiuta la donna vittima di stalking dall’ex marito che lei non vuole più vedere. Non va tutto alla perfezione nemmeno lì, e la donna finisce per liberarsene in modo molto doloroso, ma tutto è gestito con maggior complessità.  Più punti di vista sono esplorati nell’originale, con un effetto metaforico maggiore e richiami alle questioni dell’orientamento sessuale, della razza, dell’immigrazione.   

Un altro nucleo forte della narrazione è un anziano vedovo, che nell’originale è il nonno della famiglia che vive solo, e nel suo hubot ormai molto obsoleto vede un amico a cui vogliono costringerlo a rinunciare, guardato ora a vista da un nuovo robot che nell’attenzione maniacale alla sua salute è quasi un gendarme. Nella rivisitazione l’anziano è il dottor George Millican (William Hurt) che non ha legami di parentela con la famiglia di cui sopra, né si direbbe soffrire particolarmente di solitudine, ma che vede nel suo synth, Odi (Will Tudor, il più convincente fra loro, per me), per certi versi un figlio, per altri più che un amico, una macchina che è depositaria di molti ricordi felici con la moglie che non c’è più e che lui comincia a dimenticare a causa dei suoi problemi di salute. Anche qui gli viene forzatamente affiancata una macchina che vede come una carceriera, Vera (Rebecca Front), ma questa scelta ha di fatto scarse conseguenze. Seppur in pensione George però un passato di scienziato che ha aiutato a progettare questi robot. Il suo incontro con Niska e il dibattito ingaggiato con lei riesce a dar voce esplicita a sottese questioni filosofiche rispetto a quello che significa essere umani e si va in una direzione autonoma, per cui si finisce per rimpiangere la sua fine (1.07).

Leo Elster (Colin Morgan), terzo nucleo narrativo, è il figlio biologico di colui che ha progettato tutti questi synth, David Elster, sapendo infondere loro una coscienza. Il padre, per impedirgli la morte in seguito ad un incidente, lo ha reso mezzo uomo e mezzo robot. Ora adulto Leo è in cerca di Mia/Anita. La vicenda inizialmente è grosso modo la medesima nelle due versioni, ma anche qui l’effetto è di minore impatto. Qui il senso di gruppo fra i synth è molto più assimilato a quello di famiglia però, si considerano fratelli e sorelle, ma qui hanno una coscienza che si direbbe fin troppo funzionante, mentre nell’originale è ancora abbozzata. Sono spesso ingenui, stanno imparando, non capiscono, sono come bambini. E qui minacciano, feriscono e uccidono gli umani senza troppi ripensamenti (si pensi anche solo alla 1.06 o a Niska in particolare), cosa che nell’originale è una cosa molto più ponderata, visto che in origine tengono a seguire i protocolli di Asimov e solo indebite modifiche al codice possono potare a quei risultati. Se il senso di fede qui è realizzato in modo frettoloso, si ragiona di più sulla differenza fra vita e morte, con la bella scelta di cercare di rianimare Max (Ivanno Jeremiah), che aveva scelto di buttarsi da un ponte per aiutare Leo e il twist (1.07) di rendere Karen (Ruth Bradley), uno dei syth fatta a immagine della madre di Leo, ostile ai suoi stessi compagni perché si auto percepisce come una minaccia per l’umanità. Unisce le forze con il professor Edwin Hobb (Danny Webb) scienziato che lavorava in passato con Millican e con Elster e che insegue queste macchine con l’obiettivo (che si fa chiaro solo in chiusura di stagione) di portare a termine il lavoro di David, dando una coscienza a tutte le macchine, ma allo stesso tempo sottomettendo ciascuna alla sola volontà del primary user.

In un certo senso c’è un percorso inverso rispetto alla serie originaria. Nella realtà di Ӓkta mӓnniskor le macchine sono prive di una coscienza e sono completamente sottomesse all’uomo, ma nel momento in cui si modifica la loro programmazione con un apposito codice assumono una maggiore abbozzata coscienza di sé, via via in costruzione, ma contemporaneamente con questa modifica non sono più sottomessi e diventano più simili agli esseri mani, nel bene e nel male. Qui la coscienza e il diventare umani portano al libero arbitrio: provano e pensano ma non sono più burattini nei nelle mani dei “veri umani”; possono ora fare di testa loro, anche al limite danneggiarli. Nella realtà di Humans, le macchine senza coscienza  si vedono poco. Ci sono ma sono una sorta di presenza indistinta di sottofondo. Quelli che vediamo pensano e sentono e lo scienziato-cattivo-di-turno vuole schiavizzarli sottomettendoli alla volontà umana bloccandone il libero arbitrio in modo da avere i vantaggi di macchine che pensano e provano, ma idealmente non gli “svantaggi”.  

Che cosa ci renda umani, e che cosa sia e come si sviluppi la coscienza, è il fulcro filosofico di Humans/Real Humans, il remake però risulta molto meno incisivo e sottile dell’originale, e per questo delude. Vorrei poter sapere che cosa ne penserei se lo avessi visto autonomamente, senza le previa conoscenza della matrice originaria, che ho fresca nella memoria. Vista l’interferenza della pregressa conoscenza non credo di poter essere obiettiva in una valutazione separata. Humans in ogni caso tornerà con una seconda stagione.  

venerdì 31 gennaio 2014

ORPHAN BLACK: la camaleontica Maslany interpreta cloni

 
È il tour de force della camaleontica Tatiana Maslany quello che spicca della serie canadese-americana Orphan Black, la seconda produzione originale di BBC America dopo Copper. Che non abbia ricevuto una nomination all’Emmy è scandaloso, come molti hanno giustamente arguito prima di me: l’attrice dice di trasformarsi da un personaggio all’altro con l’aiuto della musica, creandosi una playlist per ognuna delle diverse identità. Mozza il fiato per come riesce davvero a farti credere di essere ogni volta una persona diversa.
Sarah (la Maslany) è una ragazza punk inglese che si trova a New York. Sul marciapiede della metropolitana vede una donna gettarsi sotto il treno subito dopo averla vista in faccia: con shock si accorge che è identica a lei. Bisognosa di soldi, ne assume l’identità, diventando Beth, una poliziotta, che ha come partner il detective Arthur “Art” Bell (Kevin Hanchard).
L’inizio intriga ma è a carburazione lenta e la serie prende quota a poco a poco. Sarah è un’orfana ed è stata cresciuta in una famiglia affidataria da Mrs S (Maria Doyle Kennedy) insieme al fratello adottivo gay Felix (Jordan Gavaris), ha una bimba piccola, Kira (Skyler Wexler), pure affidata a Mrs S, e quando la conosciamo ha una relazione con uno spacciatore di droga, Vic (Michael Mando). Presto fa una scoperta: giovani donne che le somigliano ce ne sono diverse, perché sono tutte cloni.
E così incontra prima Katja, che viene presto uccisa. Insieme a Alison, una mamma e casalinga di periferia, e Cosima, una biologa lesbica esperta di sviluppo evolutivo, e con loro forma un club dei cloni. Insieme cercano di scoprire che cosa sono loro, chi sono i loro “monitor”, persone addette a tenerle sotto osservazione – quello di Beth era il suo ragazzo Paul (Dylan Bruce), poi diventato amante di Sarah -, per conto di chi e perché. Una, Helena, è una sociopatica che si auto-mutila, a cui viene fatto credere di essere l’originaria e che viene istruita per uccidere una dopo l’altra tutte le altre. Alla fine della prima stagione i cloni conosciuti sono 10.  
Ideata da Graeme Manson e John Fawcett, è una serie che mischia thriller e fantascienza urbana – c’è ad un certo punto un uomo con la coda! E  ci sono i “neoluzionisti”, “Proletiani”, il “pro-clone” Rachel… Il plot diventa sempre più appassionate, e affronta i temi dell’eticità di certi esperimenti, della evoluzione umana, del venire cresciuti dallo stato versus venire cresciuti da un’autorità religiosa (Sarah è stata affidata lo Stato, Helena è venuta su in un convento ucraino), dell’identità, della genetica vs l’ambiente…
Molto sinceramente ho iniziato a vederlo non credendo che avrei proseguito, ma ora so che lo farò di certo.