mercoledì 14 ottobre 2026

ASURA: non-tanto-piccole donne giapponesi

L’acclamato Hirokazu Kore-eda ha realizzato uno dei miei film preferiti in assoluto, After Life, e ho amato la delicatezza del suo The Makanai (ne ho scritto qui). Su Netflix è tornato con Asura, lodatissimo da tutti. Mi ha convinta, ma non mi ha onestamente conquistata come avrei sperato. Gli “asura” sono semidei nella credenza buddista, e la miniserie è basata su un romanzo di grande rilievo in Giappone, “Ashura no gotoku” di Mukōda Kuniko, che era già stato adattato per il piccolo schermo alla fine degli anni ’70 e in un film agli inizi degli anni 2000.

Siamo nel 1979. Protagoniste sono le quattro sorelle Takezawa: la primogenita Tsunako (Rie Miyazawa) è un’insegnante di ikebana che prepara gli allestimenti floreali per un ristorante, è vedova e ha una relazione con un uomo sposato; la secondogenita Makiko (Machiko Ono) è una casalinga sposata con due figli adolescenti e sospetta che il marito Takao (Masahiro Motoki) abbia una relazione con la sua segretaria; terza in ordine d’età è Takiko (Yū Aoi), una timida bibliotecaria che presto si avvicina sentimentalmente a un investigatore privato, Shizuo Katsumata (Ryuhei Matsuda); la più giovane è Sakiko (Suzu Hirose), che lavora come cameriera e poi inizia una storia d’amore con un pugile, Hidemitsu Jinnai (Kisetsu Fujiwara). È il rapporto e la connessione fra loro il fulcro delle vicende, il loro esserci l’una per l’altra, con amore e comprensione reciproca anche quando c’è ostilità talvolta forte. Ciascuna di loro rappresenta anche un modo di essere donna nel mondo. Le loro personalità le mettono spesso in conflitto, si irritano vicendevolmente, e non sono ritrose nell’esprimerlo, ma il legame è comunque forte, intimo, insostituibile. Piaccia o meno, a seconda del momento, nel turbine delle emozioni, sono collegate. Non sempre ho gradito stare in loro compagnia, ma ammetto che mi è dispiaciuto lasciare andare.

Ci sono perciò le vite di queste “non-tanto-piccole donne giapponesi”…Scrive bene Margaret Lyons sul New York Times, quando dice “(l)e scene di “Asura” sembrano tratte dalla vita reale, con dialoghi che alternano con naturalezza battute fulminanti, momenti di profonda intimità, lotte fisiche, discussioni sui pasti e lamentele apparentemente futili ma in realtà profonde sulle dinamiche familiari, il tutto nell’arco di pochi minuti”. E, se le sorelle sono in primo piano, tutta la complessità dei rapporti interpersonali viene esaminata, nelle sfumature.      

La storia prende il via con la scoperta, grazie a un investigatore privato assunto da Takiko (che poi si innamora di lui) che il padre settantenne, Kotaro (Jun Kunimura) ha una relazione extramatrimoniale di lunga data con una donna (Naho Toda) che continua a vedere e che è madre di un suo figlio ancora piccolo. Le quattro sorelle sono scioccate dalla scoperta,  dibattono come reagire, nei confronti del padre stesso e della madre, Fuji (Keiko Matsuzaka), che si interrogano se lo sappia. In quella che per me è una delle scene più belle della serie, ovvero quando la donna scaglia con rabbia una macchinina giocattolo che le capita fra le mani che è evidentemente del piccolo nato dal legame extraconiugale del marito, è chiaro che lo sa, ma che sceglie di far finta di niente.

I drammi domestici si snodano intorno a due elementi chiave. Il primo è il telefono, quello di quell’epoca, collegato al filo. All’inizio vediamo proprio Takiko chiamare le altre per convocarle per dare loro la notizia scoperta. I dettagli della vita domestica, le ansie, le gioie e i dolori, passano anche attraverso quello strumento che per noi è insieme distante (nella sua forma obsoleta e fisicamente ancorata) e onnipresente (per la pervasività ora dei cellulari nelle nostre vite).     

Un altro aspetto centrale è il cibo, il cucinare, il mangiare, la convivialità nel condividerlo. Non è mero sostentamento fisico, è evocazione del passato, è elicitazione di emozioni, è dichiarazione, è vita vissuta insieme.

Forse anche per il momento storico in cui è ambientato, mostra anche i privilegi maschili e il sessismo, aspettative di ruoli di genere che penalizzano le donne nella misura in cui le vogliono remissive, solo mogli e madri.

È una serie che alterna momenti drammatici a momenti lievi se non propriamente umoristici, per chi ama le narrazioni di vita domestica quotidiana e realistica.  

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