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venerdì 20 dicembre 2024

MARY & GEORGE: un dramma storico salace

Basato sul libro di Benjamin Woolley “L'assassino del re” – “The king's assassin: The Secret Plot to Murder King James I”, Mary and George (Sky Atlantic – qui il promo in italiano), ambientato nel XVII° secolo, narra di una donna di umili natali, passato che tiene ben celato, Mary Villiers (una viscerale, sempre acutissima Julianne Moore, qui anche produttrice esecutiva), che diventa Contessa di Buckingham, che istruisce il proprio secondo figlio, l’avvenente George (Nicholas Galitzine), perché diventi l’amante e il nuovo favorito di re Giacomo I (Tony Curran) come via privilegiata per aver accesso al potere.

Lui inizialmente non vuole saperne di essere spedito in Francia per essere educato alla maniera delle corti, tanto più che è innamorato di Jenny, una serva di casa, ma la scaltra, ambiziosa madre, che non può avere in prima persona quello che il figlio riesce ad ottenere anche grazie alla propria prestanza fisica, è risoluta. Morto il marito, caduto dalle scale mentre la picchiava (e lei non si è certo precipitata a chiamare aiuto), sposa il ricco Sir Thomas Compton (Sean Gilder) e indirizza al meglio il secondogenito, consapevole che il primo, John (Tom Victor), ha problemi mentali che lo rendono anche violento, per quanto lei si adoperi per sposarlo alla riottosa figlia di Sir Edward Coke (Adrian Rawlins), nonostante la volontà contraria della madre di lei, Lady Hatton (Nicola Walker). Mary, ora rabbiosa, ora deferente, ora maliziosa, è astuta e l’unica su cui può fare affidamento è una prostituta Sandie Brookes (Niamh Algar) a cui si lega sentimentalmente. Ha però il sostegno della moglie del re, la Regina Anna (Trine Dyrholm), che mal sopporta i numerosi amanti del consorte, così come del resto fatica a digerirli il figlio, il principe Carlo (Samuel Blenkin), che si sente trascurato. George perciò, gli piaccia o meno, viene inviato ad apprendere francese, scherma, ballo e riceve anche un’ampia e versatile educazione sessuale, e tornato in suolo inglese deve imparare da una lato a navigare la corte, e in particolare l’attuale favorito del re, Robert Carr (Laurie Davidson), Duca di Somerset, che lo vede adeguatamente come una minaccia, dall’altro gli umori del sovrano. Progressivamente infastidito dalle ingerenze della madre, viene accostato da Sir Francis Bacon (Mark O’Halloran) che vuole approfittarne per farne una propria pedina. Del resto lui sta imparando, e in fretta, ma non è smaliziato quanto i due veterani.

Nel salace dramma storico britannico in sette puntate ideato da D.C. Moore (Killing Eve) non si è certo timidi. In modo più facilmente evidente è perché è pieno di nudità, orge, appetiti lascivi. “I corpi sono solo corpi” viene ricordato a George, con una frase che rivela l’etica che muove la serie tutta, ovvero esplorare e indagare il corpo come strumento di potere, come mezzo per elevare la propria posizione sociale. C’è poco romanticismo qui, e sebbene la lussuria di re James sia anche mostrata in termini sentimentali, è sfruttata in prevalenza come strumento per avere il suo favore e, con quello, un ruolo di rilievo. Il corpo perciò diventa in modo esplicito un bene che ha un peso economico e politico. Per lo spettatore è affascinante da seguire, per i coinvolti non sempre equivale a piacere.

Un’atra colonna portante delle vicende è la manipolazione: tradimenti, omicidi, bullismo, violenza, alleanze… c’è ogni tipo di intrigo, ma su tutte regna sovrana la capacità di raggirare e piegare con intelligenza gli altri e le situazioni ai propri interessi, cosa in cui eccellono Mary e Sir Francis Bacon. Se il re sembra meno interessato alle questioni di stato che all’intrattenimento, non di meno conosce il proprio ruolo, come gestire il parlamento, il rapporto con la Scozia, le dinamiche di religione… non è uno sprovveduto anche se il suo darsi ad una vita godereccia può far pensare altrimenti.   

Non sarebbe guastato maggiore approfondimento psicologico – le scelte di Mary rispetto al primogenito ad esempio, fanno accapponare la pelle e potevano avere maggiore giustificazione. Scrive bene però Lucy Mangan sul Guardian, quando dice che la miniserie ha “il rigore narrativo di The Favourite, lo stile disciplinato di The Great, un pizzico dell'eccesso di The Tudors e abbastanza sesso da rendere felici anche i fan di Bridgerton. È un'ottima combinazione”.

La notevole sigla viene descritta così dai realizzatori, il Peter Anderson Studio: “La nostra sequenza per Mary & George fonde artisticamente scene del dramma, travestite da dipinti a olio dell’era giacobina, e opere d'arte d'epoca. Le scritte agiscono come un portale attraverso il quale il pubblico viene attirato, offrendo finestre su un mondo pieno di segreti e silenziose macchinazioni. Ogni credit diventa uno spioncino nell'anima di coloro che si contendono il potere nelle oscure corti della storia.

lunedì 14 novembre 2022

DANGEROUS LIAISONS: non è Le Relazioni Pericolose, ma una origin story

“L’amore è letale, Camille. Esplora il tuo cuore, ma studia il cuore degli altri. Credimi quando ti dico che il tuo amante è il tuo futuro nemico”: dice così Genevieve de Merteuil (Lesley Manville), nobildonna della Francia pre-rivouzionaria a Camille (Alice Englert) nel pilot di Dangerous Liaisons (sull’americana Starz). Ma non è Le Relazioni Pericolose di Choderlos de Laclos questa serie in 8 puntate, e per me questa è stata la vera delusione, ma una sorta di origin story della Marchesa de Merteuil e del Visconte di Valmont, una specie di prequel, se vogliamo.

Camille è una giovane prostituta che è legata da un debito verso la responsabile del bordello per cui lavora, Madame Jericho (Clare Higgins), ma vorrebbe smettere di esserlo da momento che si è innamorata di Pascal Valmont (Nicholas Denton) un cartografo che ha perso denaro e titolo quando il padre ha lasciato tutto alla matrigna, Ondine de Valmont (Colette Dalal Tchantcho). Dice di amare Camille e di volerla sposare, ma ha donne in ogni parte di Parigi. Gli hanno scritto appassionate lettere e lui le ha conservate. Con quelle scrittegli da Genevieve de Marteuil la ricatta minacciandola di inviarle al marito se lei non gli procura un titolo nobiliare e del denaro. Contro i consigli dell’amica Victoire (Kosar Ali), cameriera del bordello, Camille accetta di sposare Pascal, salvo poi scoprire tutto questo. Si rivolge perciò alla nobildonna e in cambio delle lettere chiede di trasformarla in un’aristocratica. Lei accetta, ed è allora che le dice quello di cui sopra, suggerendole di nascondere il proprio dolore e chiudere il suo cuore all’amore e alla rovina che minaccia. Lei ha esperienza. Il marito è spesso via, ma può contare sull’amicizia del maggiordomo (Hakeem Kae-Kazim). Gabriel Carrè (Hilton Pelser), un ufficiale della morale, si è invaghito di Camille e, respinto, confessa ad un prete che il male si abbatterà su di loro.

Io ho amato il libro a cui la serie è liberamente ispirata, ho trovato eccellente anche l'omonimo film con Glenn Close e John Malkovich, così come la pellicola Valmont diretto da Forman, e pure la rivisitazione in teen drama Cruel Intentions l’avevo trovata a suo tempo gustosa, per cui la mia insoddisfazione di primo acchito è stata per qualcosa che a mio modo di vedere ha usurpato il titolo del romanzo epistolare da cui è tratta: l’ideatrice e showrunner Harriet Warner, pare si sia ispirata a una lettera in particolare contenuta nel testo. Se non mi rovinasse il ricordo dei personaggi, il cui fascino era soprattutto essere così sofisticati e smaliziati, sarei stata forse più indulgente nei confronti di un’idea che non ho trovato priva di pregi. All’esordio, dal pilot che è la sola puntata che ho visto, l’aspetto più interessante sembra l’amicizia, chiamiamola così, fra le due donne, una giovane e l’altra anziana, e un apprendistato non solo evidentemente al bel mondo, ma alla manipolazione. Un dettaglio come mostrare le cicatrici dei polsi tagliati della ragazza, che vengono coperti da dei magnifici nastri, lascia capire che quello c’è: la bellezza apparentemente frivola è una copertura per le proprie ferite.

Il romanzo è uno studio sulla seduzione e sui meccanismi del cuore umano, sui virtuosismi verbali capaci di ammaliare, ed è una graffiante meditazione sulla morale e la società dell’epoca, sul peso delle reputazioni, dell’apparenza versus la realtà. In fondo anche sull'idea di come sedurre non sia amare. E come a giocare troppo si rischi il cuore. Dal primo approccio però qui, sotto parrucche importanti e visi incipriati, abiti lussuosi e ricchezza, non c’è molta sostanza, e si è a un passo dal trash. Amore, desiderio, ambizione, rabbia, delusione, amor proprio, tradimento, vendetta sembrano in fondo di poco conto, volatili. Non capiamo davvero perché Camille e Pascal siano attratti l’uno dall’altra se non perché gli sceneggiatori hanno deciso che sia così, o perché tante donne siano rimaste sedotte da Valmont. E la lussuria, che apparentemente muove molti di loro, è ben poco lussuriosa. Sì, ci sono scene di sesso, ma completamente dimenticabili.

Gli intrighi di nobili francesi di fine ‘700 possono anche essere un godibile divertimento. Qui lo sono troppo poco, tanto che in futuro potrei ri-considerare di seguire la serie, già rinnovata per una seconda stagione, ma per ora passo. 

lunedì 15 ottobre 2018

COUNTERPART: psicologico ed esistenzialista

È stato un’ode alla gentilezza e un elogio alla mitezza “Counterpart”, il thriller-spionistico-fantascientifico di Starz di cui è già prevista una seconda stagione (dal 9 dicembre negli USA). Il ritmo di  questa creazione di Justin Marks è lento: è un po’ Rubicon, la serie che ricorda di più stilisticamente, un po’ The Americans, con una spruzzata di Kieslowski, di Mr Robot (ma con più tenerezza), di 12 Monkeys (dove la variabile in gioco è il luogo invece del tempo), di Wayward Pines

Howard Silk (uno spettacoloso JK Simmons, vincitore di un Oscar per Whiplash, che merita di essere nominato all’Emmy alla prossima occasione) è un funzionario di basso grado che da una vita lavora presso una agenzia delle Nazioni Unite di base a Berlino, l’Ufficio di Interscambio, ignaro di quello che è lo scopo del suo lavoro. Presto viene a scoprire che, nel 1987, un gruppo di scienziati ha accidentalmente creato un mondo parallelo. A partire da quella data, la realtà si è copiata in un doppione che sta ora progressivamente divergendo, e c’è un passaggio che permette alle due realtà di comunicare, e i rapporti fra le due parti sono segretamente gestite da autorità diplomatiche a questo preposte. ATTENZIONE, SPOILER DI TRAMA NEL RESTO DI QUESTO PARAGRAFO. L’altra parte (il mondo Prime), decimata da una letale influenza, ne dà la colpa alla parte matrice (il mondo Alfa), e intende preparare attacchi terroristici per ritorsione. E una scuola segreta addestra fin da piccoli i bambini a diventare come i loro alter ego, per poi mandarli a rimpiazzarli in qualità di spie. Howard è un uomo dolce e pacato che si reca tutti i giorni in ospedale a far visita alla moglie Emily (Olivia Williams), in coma, profondamente innamorato di lei. Presto incontrerà il suo corrispondente, che al contrario di lui è tosto e ha fatto carriera, e, nonostante le resistenze del direttore della strategia, Peter Quayle (Harry Lloyd), viene coinvolto nei progetti del suo doppio, del suo “counterpart”, e si scoprirà altro della moglie, che un’assassina, Baldwin (l’italiana Sara Serraiocco, Francesco) è stata mandata ad uccidere. Lo stesso Peter scoprirà che la propria moglie, Clare (Nazanin Boniadi), non è chi lui credeva di essere.

Che l’ambientazione sia Berlino, un tempo divisa in due realtà diverse da un muro, non è casuale, ovviamente: identità e doppio sono in primo piano, l’allegoria della Guerra Fredda è esplicita. Il tono è vagamente filosofico, esistenzialista, di riflessione su che cosa ci renda noi stessi e quanto le scelte che facciamo ci modellino, su quanto l’ambiente in cui viviamo condizioni quello che diventiamo, sull’importanza di vivere per se stessi e non a imitazione di altri, sulla sostanza verso l’apparenza, su quali valori rendano una persona degna di ammirazione, sull’opacità dei rapporti umani, sull’amore…  e lo fa con delicatezza, e con una modulazione apparentemente minima, dimessa, ma che assorbe completamente l’attenzione dello spettatore. Il colore dominante si direbbe il grigio.

Le due realtà, e in particolare Howard, sono in un certo senso uno specchio distorto l’una dell’altra e paradossalmente è proprio in questa distorsione che è possibile vedersi meglio: esaminare se stessi e immaginare un’alternativa a quello che si è. Questo è ciò che affascina gli autori in primo luogo ed il loro oggetto di interesse principale. È la realtà psicologica il fulcro della narrazione, più che non l’azione, ridotta all’essenziale.  

Forse non per il palato di tutti, ma una delle migliori serie del 2018. Ideale per il binge-watching. 

domenica 2 settembre 2018

VIDA: una vitale serie messicano-americana



Due sorelle che si rivolgono appena la parola, Emma (Mishel Prada) e Lyn (Melissa Barrera), tornano nel vecchio quartiere ispanico nell’Est di Los Angeles dove un tempo vivevano, Boyle Heights, per l’improvvisa morte della madre Vidalia, il cui nomignolo dà il titolo alla serie Vida.

Al loro arrivo incontrano la “compagna di stanza della madre”, Eddy (Ser Anzoatugui), che si rendono conto presto esserne stata la moglie. A quest’ultima Vida ha lasciato in eredità una parte del bar di famiglia e una serie di appartamenti, che per il resto vanno divisi fra le due figlie e che però non sono finanziariamente floridi. Eddy non vuole vendere e le sorelle devono decidere che cosa fare: Emma, che ha un lavoro a Chicago e che da ragazzina era stata mandata via dalla madre per una ragione che scopriremo solo in chiusura del primo arco, è piuttosto fredda e operativa e non sembra sentire una grande connessione con i locali; Lynn, più giovane e sprovveduta, lascia fare alla sorella ed è più che altro desiderosa di riconquistarsi il suo vecchio amore Johnny (Carlos Miranda), senza tener conto che lui ora ha una fidanzata ed è in attesa di un figlio. Alcuni investitori sono interessati alle proprietà, ma la comunità Latinx – dove Latinx è il modo gender-neutrale per latino o latina -  in cui vivono è in subbuglio perché vedono queste offerte economiche come un modo di mandare via la loro gente distruggendo così la loro cultura e il loro stile di vita. Voce di questo dissenso, con un suo popolare vlog, è la giovane arrabbiata Mari (Chelsea Rendon). 
  
Ideata da Tanya Saracho sulla base del racconto Pour Vida di Richard Villegas Jr., questa serie, del canale Starz con un cast interamente ispanico, affronta molti temi della vita, come è evidente dal titolo: della famiglia, della casa e dell’amore, del diventare adulti, del denaro e della gentrificazione, dell’identità culturale e sessuale (“Non mi identifico in niente, sono solo me” dice Emma in 1.03); e il tema della morte, sia come lutto, ma soprattutto nel senso di indagare il modo migliore per onorare la memoria di un persona amata che si è persa. Ci si concentra sulle vite intime di pochi personaggi, prevalentemente donne, sullo sfondo di un contesto sociale molto definito, offrendo una sorta di commentario biunivoco. E i momenti personali mostrati sono sia emotivi – particolarmente toccante e delicata l’esplorazione della sofferenza di Eddy, anche in contrasto con quella delle figlie di Vidalia – che sessuali – le scene di sesso sono molte, sia etero che omo, e sorprendentemente esplicite.  

L’uso della lingua anche è calibrato in un misto di americano, Spanglish, spagnolo non sottotitolato (un po’ alla Junot Diaz), con anche molto slang messicano che riflette l’autentico modo di parlare di alcune aree losangeline. Gli sceneggiatori infatti sono tutti Latinx, americani di origine dominicana, cilena, salvadoregna e messicana. E, come spiega l’autrice in un’intervista all’Hollywood Reporter (THR), cercano di riappropriarsi del termine derogatorio “pocha” che i messicani usano nei confronti dei messicano-americani, a indicare che sono una sorta di ibrido, né di qui né di lì, usandolo in un nuovo modo.

Il miscuglio culturale e linguistico rende questa fugace serie un’esperienza sorprendentemente stimolante e inusuale. C’è da rallegrarsi che alle sei puntate della prima faccia seguito una confermata seconda stagione.  

venerdì 1 settembre 2017

AMERICAN GODS: un'allegoria


Tratta dall’omonimo romanzo di Neil Gaiman, e sviluppata per la TV da Bryan Fuller (Pushing Daisies, Hannibal) e Michael Green (Kings), American Gods (del canale Starz) immagina un’America contemporanea in cui gli dei tradizionali che sono stati oggetti di culto nel corso della storia hanno ormai poca fortuna - sono stati quasi dimenticati e sono tenuti in vita, alimentati dalla fede, da pochi credenti arrivati nel nuovo mondo come immigrati -, e si scontrano con nuovi dei, che vivono di attenzione da parte dei nuovi “devoti”.

Shadow Moon (Ricky Whittle, Lincoln in The 100), dopo aver scontato tre anni di prigione per una rapina in un casinò, viene rilasciato di prigione qualche giorno prima a causa della prematura morte della moglie Laura (Emily Browining). Sulla via del ritorno incontra un trasandato imbroglione con un occhio di vetro, Mr Wednesday (Ian McShane, Kings, Deadwood), in realtà il dio Odino - in danese, norvegese e svedese la parola “mercoledì”, “Wednesday” in inglese, si dice Onsdag, che significa giorno di Odino, e leggenda vuole che questa divinità abbia sacrificato il proprio occhio sinistro per poter bere dal Pozzo della Saggezza. Mr Wednesday assume Shadow come guardia del corpo  e si mette con lui in viaggio  – la prima stagione è in buona parte una storia on the road – con il proposito di reclutare altri vecchi dei per una guerra contro i nuovi, resi potenti da una cultura ossessionata dalla tecnologia e dalle celebrità: Mr World (Crispin Glover), dio della globalizzazione;  Media (Gillian Anderson), che ha fattezze ogni volta diverse  come ad esempio quelle di Lucille Ball, David Bowie o Marylin Monroe; Technical Boy (Bruce Langley), giovanissimo strafottente irascibile padrone di Internet. Shadow non comprende subito quello che accade intorno a lui e presto si ritrova a fare i conti con la moglie Laura tornata in vita (beh, più o meno), ma che lui sa averlo tradito prima di morire. Una presenza nelle loro vite è anche Mad Sweeney (Pablo Schreiber, Orange is the New Black), un leprecauno.  (Per una chiara e approfondita guida agli dei si veda questo articolo in inglese).

La storia si basa sull’idea che sono i credenti a dare potere a un dio. Credere è vedere, siamo fatti di ciò in cui crediamo e il paradiso che ottieni nell’aldilà è quello in cui credi in vita. Banale e fantastico si incontrano e scontrano in una serie che è un’esplorazione di argomenti pregnanti e di gran risonanza nel momento attuale. Una delle colonne tematiche portanti è quella sull’immigrazione, anche grazie a numerosi racconti che intersecano la narrazione principale e fanno vedere come antichi credenti siano arrivati sulle sponde del nuovo continente: esploratori, schiavi, commercianti, gente di ogni estrazione. L’amore è un altro nucleo di riflessione, in una società che vive ansietà esistenziali, è in cerca di identità ed è, ontologicamente, multietnica – con un casting che riflette questa realtà. La fede, giocoforza, è centrale nella meditazione speculativa: che cos’è, che cosa la tiene in vita, che senso e potere ha, quali valori sostiene e che evoluzione ha avuto. A questo proposito memorabile è l’incontro (1.10) con la dea Ostara (Kristin Chenoweth, Pushing Daisies), ovvero la Pasqua (Easter in inglese, derivato proprio da Ostara), che riflette, anche con umorismo, sulla rielaborazione, sopravvivenza e convivenza di miti e credenze, con numerose varianti di Gesù Cristo che condividono la propria giornata di resurrezione con il compleanno della dea di saltellanti coniglietti, uova di colori pastello e vitalità del tripudio primaverile. Fondante è pure il potere del racconto e della narrazione, della tessitura in tutti i sensi: Ibis/Thoth (Damore Barnes), dio egizio scrivano degli dei è il primo che incontriamo; Anansi (Orlando Jones), figura ghanese della tradizione ashanti, come un ragno, attraversa l’Atlantico su una nave di schiavi alla fine del Seicento...

Noir, mitologia, realismo magico, surrealismo pulp, etnografia, violenza, misticismo, favola…la serie, fortemente allegorica, è tutto questo, ed è spesso uno spettacolo visivo, visionaria nello stile che è proprio di Fuller, qui virato a toni piuttosto dark.

Ci sono scene memorabili, come quella di sesso gay fra due musulmani, Salim (Omid Abtahi) e Jinn (Mousa Kraish), o come quella della storica dea dell’amore e del sesso Bilquis (la nigeriana Yetide Badaki), regina di Saba, che al culmine del rapporto sessuale divora il proprio amante-devoto attraverso la vagina. Come indimenticabile e azzeccatissima è la sigla d’apertura che stratifica uno sull’altro, con colori saturi e luci al neon, una serie di simboli delle varie religioni che formano un enorme totem, il segno nativo di religiosità per eccellenza, trasformandolo in un emblema di sincretismo e in un significante della parabola a cui assistiamo. E se delle pillole fluttuano sullo schermo pensiamo contemporaneamente alla religione come oppio dei popoli, ma anche alla medicina come religione. I rimandi sono molti.

La lotta degli dei per rimanere rilevanti è appena cominciata. La prima per la serie è stata già vinta dato che è stata confermata per una seconda stagione.

lunedì 25 luglio 2016

FLESH AND BONE: potere dal dolore

Si può ben considerare una sorta di riflessione metatestuale sulla poetica di Flesh and Bone (dell’americana  Starz), ambientata nel mondo della danza classica professionale, quello che viene detto ai ballerini nell’episodio Boogie Dark (1.04): “Fuck pretty – si fotta il bello”. Quello che in 8 puntate viene messo in scena è un viaggio dall’infanzia al diventare donna, dall’innocenza a un risveglio del proprio potere sessuale e della propria autoconoscenza. Si cercano autenticità, coraggio e verità umana per portare la luce sui segreti oscuri, sugli spazi sacri, su quei luoghi dell’anima che ci si tiene nascosti anche a se stessi; non devono mostrare come si balla, ma perché si balla, come esseri umani che pensano e che provano.

La limited series ideata da Moira Walley-Bechett (Breaking Bad), intitolando ogni puntata con un termine o una dicitura presa in prestito dal gergo militare,  accompagnata da tanto di definizione, ci vuole mettere di fronte all’idea che la vita è una guerra, che il balletto, con i suoi passi di una precisione senza scampo, è una guerra: di bravure, di ego, di fatica, di interessi contrastanti, anche di bellezza. Si tratta di una disciplina che richiede grazia, precisione, rigore, arte (1.06), dove la perfezione è tantalicamente sempre un passo più in là, ma che occasionalmente consente di raggiungere la trascendenza. La serie la raggiunge nei momenti di balletto, assolutamente mozzafiato, “Dakini” (1.08) in particolare, originale anche per come è stato filmato, ma non solo.  Delude però complessivamente. Il suo limite più grosso è di essere forzatamente e solamente all’insegna di “mai ‘na gioia” e accanto al “cumulo di merda di futilità che chiami casa” (1.07) c’è la spietata, in qualche caso mafia-russa-spietata, realtà del palcoscenico. Prima dello spettacolo nella season finale, ad esempio, qualcuno (non sapremo mai chi), mette del vetro nelle scarpette a punta della protagonista, e lei per tutta risposta lo inghiotte e la vediamo sanguinare dalle labbra. Va bene essere intensi e dark, ma qui si raggiungono livelli di autolesionismo al limite del ridicolo. Il senso (cfr qui) è che si può ottenere potere dal dolore, ma in qualche modo da spettatori non si viene convinti.  

ATTENZIONE SPOILER. Claire Robbins (una perfetta Sarah Hay, in un ruolo che le è valso una nomination come miglior attrice ai Golden Globe) è una ragazza con un’apparente innocenza alla “Bambi”, riservata, piena di vergogna e disprezzo per se stessa, che adora i libri e se li mette fisicamente addosso come una coperta perché la rassicurino. Il suo punto di riferimento è un testo dell’infanzia, “The Velveteen Rabbit” di Margery Williams con immagini di William Nicholson, la storia di un coniglio di stoffa che diventerà reale solo se verrà amato a sufficienza, allegoria esplicita del personaggio per come lei stessa si vede. Fugge da una situazione di incesto a casa, prima solo intuita poi esplicitata (1.06), con il fratello Bryan, un ex-marine che ora si prende cura del padre che abusa da sempre di lui psicologicamente.  Claire insegue il suo sogno andando a New York e grazie alla sua sfolgorante bravura viene notata dal direttore artistico dell’American Ballet Company (ABC), Paul Greyson (un eccellente, mercuriale, capriccioso Ben Daniels) che la vuole far diventare una stella e lustrarsi lui stesso grazie alla sua bravura. Se la nuova coreografa Toni (Marina Benedict) insiste sull’aspetto emozionale delle performance, lui è spietato sulla tecnica e domina con un estenuante gusto quasi sadico i suoi sottoposti. Kiira (Irina Dvorovenko) è la prima ballerina che teme di essere sostituita a causa di una ferita che non guarisce e che lei cerca di tenere a bada con droghe antidolorifiche.  Daphne (Raychel Diane Weiner) agogna quella posizione per sé e finisce per “comprarsela” finanziando la compagnia, non con il denaro del padre ricchissimo, come lascia credere a tutti, perché lui ne osteggia le ambizioni di ballerina, ma grazie a una donazione di un malavitoso russo con un locale di spogliarello.  Jessica (Tina Benko), manager della compagnia, è perennemente perseguitata dalla mancanza di denaro, sia al lavoro che nella vita privata.

Claire divide una stanza con una collega, Mia (Emily Tyra) che ha problemi di anoressia e cerca di nascondere un’emergente sclerosi multipla che la costringerà ad abbandonare la danza. Conosce un senzatetto, con la passione per lo scrivere e  con problemi psichiatrici, Romeo (Damon Harriman, che spreme il meglio da un ruolo un po’ romanticizzato), che vive sotto il suo palazzo e che alla fine diventa “l’eroe” della situazione che, con un’armatura di tappi di bottiglia (magnifico), “uccide il drago”, una storia troppo prevedibile pur vedendosene il concepimento grandioso ed allegorico. Il drago è il fratello di Claire, Bryan, che l’ha messa incinta di una figlia che è stata data via alla nascita. C’è la guerra in Afghanistan nel suo passato e orrori che vengono ricordati anche da un tatuaggio che porta sul petto e che significa “infedele”. Lui è il mostro di cui Claire ha paura e che tiene distante dalla sua camera chiudendosi con un lucchetto, ma nella storia però è ritratto alla fine come una vittima al pari della sorella in una situazione in cui gran parte delle responsabilità ricade sul padre di entrambi.

La chiusura vede Bryan perire e Claire trionfare, in un montaggio di scene giustapposte. Anche se appunto, senza gioia, in una vita che è agonia costante, ma anche “grit”, come si direbbe in inglese, passione e perseveranza. Claire ha ottenuto quello che voleva, e riesce a “diventare reale” anche se non ha l’amore di cui credeva di aver bisogno, in fondo. Spettacolosa l’ultimissina scena, che mostra una protagonista matura, finalmente autonoma e indipendente. Dopo il successo dello spettacolo, è nel suo camerino, con una vestaglia che le copre il corpo nudo. Paul, con il quale c’è sempre stato questo profondo rapporto di odio-amore professionale – sono loro i poli energetici della serie -, in un misto di eccitazione e invidia, la accarezza mentre si guarda e la guarda allo specchio e le domanda: “Dimmi tutto quello che stai provando, dimmelo”. Lei, secca: “No”. 

Sotto, la sigla.


martedì 30 settembre 2014

OUTLANDER: inaspettatamente, mi ha conquistata

 
È da poco andata in onda negli USA su Starz la midseason finale di Outlander, serie sviluppata per la televisione da Ronald D. Moore (Battlestar Galactica, Caprica) sulla base di una popolarissimo ciclo di romanzi scritti da Diana Gabaldon. Tornerà per gli altri otto episodi che costituiscono i 16 della prima stagione ad aprile.
Protagonista è una giovane infermiera della fine della seconda guerra mondiale, Claire Beauchamp (Caitriona Balfe). Con il marito Frank (Tobias Menzies) si reca ad Inverness, in Scozia, per una seconda luna di miele e, per aver toccato delle antichissime pietre in una località chiamata Craigh na Dun, si ritrova catapultata indietro nel tempo, e specificatamente del 1743. Spaesata e in pericolo, grazie alle sue doti nel curare le persone viene accolta dal clan dei MacKenzie, residenti al Castello di Leoch. Il suo obiettivo è quello di tornare alla sua epoca, e nel frattempo cerca di sfuggire al sadismo di un antenato del marito, “Black Jack” Randall, una giubba rossa. Inizialmente, dai suoi ospiti è trattata come una possibile spia, e percepita fortemente come una “Sassenach”, una “forestiera”, in quanto inglese - la serie su You Tube fornisce delle brevissime lezioni di gaelico, utilizzato nella finzione, proprio a partire da quella parola (qui). Presto però Claire accetta di sposare Jamie Fraser (Sam Heughan), membro di quel clan, ricercato dai soldati inglesi.
La serie, in misto di fantasy, avventura e storia romantica, è cominciata in modo lento e pacato, e sulla base del solo pilot, se non avessi saputo quanto vocali sono i fan di questa saga, ammetto che non avrei continuato a seguirla. Ma l’ho fatto, e ne sono sinceramente contenta. Sullo sfondo di scenari magnifici e un contesto storico inusuale, si profilano personaggi che si fanno via-via più definiti e ben più complessi delle classiche storie di genere, cosa che giustifica la critica generalmente molto favorevole.  
La puntata “The Garrison Commander” (1.06), che ha come fulcro Black Jack che frusta Jamie, è stata molto violenta, ma ha messo a fuoco per la prima volta sul serio per me che cosa è in grado di farne questa narrazione, ovvero dare una pregnanza umana anche ad accadimenti apparentemente disumani e senso a circostanze che potrebbero altrimenti essere solo di servizio in quanto funzionali alla trama.
Ugualmente la puntata successiva, “The Wedding”, sul matrimonio fra Claire e Jamie, ha saputo costruire intimità come rare volte si vede fare. Quello che mi è piaciuto di più è stata la calibrata lentezza con cui sono state costruite le scene di sesso fra i due protagonisti ed il mutare di significato e valore degli incontri sessuali che si sono susseguiti. È stata notevole. Maureen Ryan sull’Huffington Post, in un articolo la cui lettura caldeggio,  la definisce rivoluzionaria. Io ho visto troppo daytime per ritenerla così sovversiva del mainstream – le soap opera hanno per anni costruito nella direzione che lei incontra qui per la prima volta  - ma nondimeno condivido che per il prime-time propone una visione radicale, una prospettiva dove la preminenza è data alla female gaze, allo sguardo femminile, e dove nudità, desiderio, reciprocità, sessualità e intimità vengono unite con deliberata e appagante consapevolezza.   
Insapettatamente, Outlander mi ha conquistata. Non vedo l’ora che riprenda.