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lunedì 15 dicembre 2025

ADULTS: un "Friends" per la Gen Z (?)

Ideata da Ben Kronengold e Rebecca Shaw, Adults (Disney TV+) è stata definita una Friends della Gen Z, sebbene non sia una sit-com multicamera. Il paragone regge nella misura in cui parla di giovani adulti che sono amici fra loro e condividono un appartamento a New York, in questo caso l’abitazione in cui è cresciuto uno di loro nel Queens, e che con la co-abitazione affrontano insieme anche le piccole e grandi sfide della vita, lavorative, sentimentali, sociali. È stato anche accostato a Happy Endings e Girls. Originariamente di intitolava Snowflakes e, come per Friends, è stato scelto un cast di talenti poco conosciuti per interpretare i personaggi.

Protagonisti sono Samir (Malik Elassal), che è il proprietario della casa che usa mentre i genitori sono via ed è un ragazzo molto dolce e benintenzionato ma pieno di ansia e in difficoltà nel trovare lavoro; Billie (Lucy Freyer), amica d’infanzia di Samir, che si vede licenziata per aver seguito il cattivo consiglio di minacciare il proprio capo nel tentativo di fare carriera più velocemente e fa fatica a trovare il proprio posto nel mondo, legata ai tempi del liceo dove invece brillava, tanto che si reca un po’ troppo spesso nella sua vecchia scuola e finisce per avere una relazione con un suo vecchio insegnante; Anton (Owen Thiele), amico di lunga data di Samir, che è un ragazzo che ha molta facilità nel fare amicizia con tutti, perfino troppo (in 1.03 questo lo porta a invitare involontariamente in casa un accoltellatore ricercato), ma che allo stesso tempo non riesce a lasciarsi andare e prendere un impegno con qualcuno che nella sua vita diventi un partner sessual-sentimentale significativo; Issa (Amita Rao, Deli Boys), la più disinibita e drammatica del gruppo, che passa da un lavoro e un partner all’altro, in questo momento insegna danza ai bambini e frequenta Paul Baker (Jack Innanen), che viene sempre chiamato sia con nome che con cognome, un ragazzo bisessuale di origine canadese che va a vivere con il gruppo proprio per la propria relazione con Issa.

L'impatto iniziale con la serie non mi ha entusiasmata, forse perché l’ho trovata un po’ troppo sfrontata e caricata, irriverente e cringe, una caratteristica che rimane nel tempo – e gli aspetti più spigolosi sono quelli a mio avviso meno riusciti. Proprio nel pilot, Issa per rispondere irritata dal fatto che in metropolitana un uomo stesse masturbandosi davanti a tutti, di risposa fa lo stesso, senza rendersi conto di come questo peggiori le cose. L’umanità e la genuina amicizia fra i personaggi e la loro apertura mi ha poi però convinta, e ci sono momenti autenticamente esilaranti. Una volta conosciuti i personaggi, per quanto non definiti ancora in modo forte, sono diventati più reali. Sono insicuri, non ancora veri adulti a dispetto del titolo, ma un po’ allo sbando mentre cercano di diventarlo. E non lo si diventa solo per età, come sembra suggerire la serie: quando Billie comincia a frequentare il suo vecchio prof del liceo, Andrew, o Mr Teacher (Charlie Cox) come tutti lo chiamano, si rendono conto che è più incasinato di loro.

Non sono persone particolarmente brillanti, sono ragazzi qualunque alle prese con la carriera, le relazioni sentimentali, i problemi di salute… e non hanno minimamente chi li guida, qualcuno che ci sia già passato che possa dar loro dei consigli o con cui confrontarsi, anche magari scontrandosi. Devono cavarsela da soli, improvvisando, e in una società apparentemente senza freni, priva di vere regole codificate. Forse anche per quello fanno cappelle madornali con nonchalance, e fra loro non ci sono barriere, la parola privacy non sembra far parte del loro vocabolario, nemmeno se si tratta di usare il bagno. Ognuno è fortemente concentrato su di sé e l’ansia di essere “senza direzione” sembra essere una nota distintiva del descrivere la generazione Z. Allo stesso tempo traggono però forza da quella intimità, fisica ed emotiva, dal sostegno reciproco e dalla co-dipendenza, e possono condividere letteralmente tutto, anche le cose più vergognose o imbarazzanti con i propri amici, sapendo di trovare accoglienza, e con la garanzia di quello che chiamano “mind wipe”, ovvero con la richiesta che quello che andranno a dire venga poi cancellato dalla memoria immediatamente. Nelle situazioni varie si impegnano genuinamente e talvolta finiscono per peggiorare le situazione, ma proseguono ugualmente.

Scrive bene Angie Han nell’Hollywood Reporter, quando dice “le conversazioni di gruppo sono un vortice di chiacchiere, che saltano tra insulti scherzosi, consigli sbagliati e riflessioni oziose sui misteri irrisolvibili della vita ("Cos'è un JoJo Siwa?") mentre sgranocchiano cereali a colazione. Sono questi i tocchi che conferiscono ad Adults la sua piacevole atmosfera di vita vissuta; basta uno sguardo a questo gruppo di persone ammassate l'una sull'altra sul divano per capire che lo fanno da anni”. E coglie bene anche Alan Sepinwall su Rolling Stone quando la descrive come un'impressionante miscela di farsa, satira sociale e commedia di carattere, piena in egual misura di stupidità e di vibe amichevoli.

La parte più vulnerabile e relazionabile alla fine è quella che prende di più, non quando Billie cerca una relazione a tre (1.08), ma quando Issa e Paul Baker decidono di sposarsi perché lui non venga deportato, salvo poi avere entrambi molti dubbi perché il matrimonio forse deve essere altro. Anche quando le situazioni sono molto esagerate, c’è molto umorismo, e la serie funziona. Una seconda stagione è stata confermata. 

lunedì 30 giugno 2025

THE HANDMAID'S TALE: la stagione finale

ATTENZIONE SPOLIER

Un’avvincente sesta stagione ha chiuso in modo definitivo The Handmaid’s Tale, che ha regalato una series finale  anticlimatica, ma ugualmente molto convincente. I colpi di scena maggiori si sono verificati nel sottofinale (6.09), mentre nell’effettiva ultimissima puntata (6.10) si è fatto calare il sipario solo puntando su alcuni obiettivi: chiudere le storie rimaste ancora sospese, in particolare facendo sì che Janine (Madeline Brewer) si riunisse alla figlia; lasciare su una nota positiva zia Lydia (Ann Dowd), che ha cominciato il suo percorso di redenzione nel corso della stagione, e che sarà trainante nel prosieguo della storia che ci attende poi con The Testaments, serie dal successivo omonimo libro della Atwood su cui si sta già lavorando; chiudere il cerchio tornando agli eventi del pilot e a June (Elisabeth Moss) in quella camera nella casa ora diroccata dei Waterford in cui l’abbiamo conosciuta all’inizio; dare un valore spirituale a quella lotta che l’ha vista impegnata in questi anni. È stata chiusura morale, potremmo dire, più che altro.

Io non ho la competenza per vedere, al di là delle apparenze, tutti i riferimenti alla contemporanea realtà americana sotto Trump che molti sono stati in grado di individuare: a quanto pare, sono espliciti rispetto a certe persone e certi eventi. Nondimeno la denuncia di una realtà fascista misogina che varca i confini statunitensi è affidata proprio alla consapevolezza di voler narrare per testimoniare, per lasciare alle generazioni future, ma di fatto anche contemporanee, una riflessione vissuta sui mali a cui portano ideologie ultraconservatrici repressive e teocratiche, che non sono sconfitte una volta per tutte. June decide di scrivere un libro, spinta dalla madre e dal marito, e a quel proposito torna dove tutto è cominciato. Il valore metatestuale ed etico della serie sono stati appunto il senso e la vera eredità di questa chiusura. Ed è stata una stagione in cui oltre alla rabbia, la rabbia ragionevole di chi viene calpestato e abusato, c’è il perdono, quello di June nei confronti di Serena (Yvonne Strahovski) in primis, e di zia Lydia.  

Facendo un passo indietro, la stagione ha regalato molti snodi di trama avvincenti. il momento in “Esecuzione” (6.09) in cui Joseph  (Bradley Whitford) e Nick (Max Minghella) salgono sull’aereo che esploderà con a bordo tutti i comandanti leader, fra cui Wharton (Josh Charles), è stato il momento clou della stagione. Il primo è stato fra gli architetti della società di Gilead, che si è reso conto essere diventata una perversione. Doveva piazzare la bomba sull’aereo e andarsene, ma l’arrivo anticipato degli altri gli ha permesso di raggiungere il proprio obiettivo solo scegliendo consapevolmente di sacrificarsi, e così ha fatto. Il momento in cui guarda verso June mettendosi la mano sul cuore prima di entrare nell’aereo è stato forse il momento più alto, nel sue essere understated, di tutta la stagione. È un atto di eroismo di qualcuno che ha creduto in un ideale che si è rilevato fallace e ha saputo ammettere il proprio errore e lo ha pagato con la vita pur di rimediare. Spesso si sono fatti parallelismi con il nazismo nel corso della stagione, e in questa prospettiva non posso che fare io un parallelismo con The Man in The High Castle dove gerarchi nazisti pentiti affrontano una sorte similare. E poi su quell’aereo è salito Nick, l’amore di June e il padre di sua figlia, che la ha tradita poco prima, e forse per impossibilità di immaginare un’alternativa, forse per interesse nel non perdere la posizione di potere che ha conquistato nel tempo è salito su quell’aereo, non dopo un momento di titubanza in cui guarda in direzione di una June che lui non vede ma che lei vede. Sa che l’uomo che ama salendo su quell’aereo morirà. Il suo è un sacrificio per la causa che non ha altra scelta che liberarsi dei leader. Si è trattato di una puntata intensa, affascinante, memorabile.

E la stagione ha avuto i numerosi ripensamenti di Serena, che fra i responsabili di quella realtà in cui in fondo ancora crede, altalena fra posizioni contrastanti, desiderosa fino in ultimo che il progetto per cui si era battuta. Sperava in una versione 2.0 con  New Bethlehem, ma i problemi di base rimanevano. Alla fine rimane disillusa. Il suo matrimonio è stato un evento di grande tensione perché ha segnato l’inizio della ribellione della Mayday, in cui June e gli altri sono riusciti a liberare Boston e lo Stato del Massachusetts (6.08). Rifiutatole l'ingresso in Canada e nell'Unione Europea diventa una rifugiata, con un posto temporaneo in un insediamento delle Nazioni Unite procuratole da Mark (Sam Jaeger).

Per volontà di Margaret Atwood non si è mai trattato di una serie distopica, ma di fiction speculativa, come la chiama lei, ovvero gli eventi, mutatis mutandis, si sono effettivamente verificati da qualche parte nel mondo del corso della storia, non sono purtroppo perversa pura fantasia. Il messaggio che lascia è tragicamente attuale e vivo. Inattesa guest star è stata Emily (Alexis Bledel), che aveva lasciato lo show dopo la quarta stagione. Con June guardano un grande murale che è un inno alla libertà, alla pace, al combattere per i propri diritti, e pieno di “my name is…”, quindi “il mio nome è…, mi chiamo…” seguito dal nome di battesimo effettivo di molte donne, non quello che le indicava come proprietà di un comandante come durante il regime. Contro qualunque tentativo di cancellare l’identità personale delle persone nessuno è al sicuro, non noi, non i nostri figli o i nostri nipoti. “Gilead non ha bisogno di essere sconfitta, ha bisogno di essere spezzata". Jane sogna, fantastica durante il corso della series finale di esser riunita con la figlia Hannah, qualcosa che ancora non è ottenuto. Non è una conquista definitiva, ma una che va fatta giorno per giorno, ancora e ancora. Vale anche nella vita e personalmente l'ho sentito molto come un invito ad impegnarsi perché realtà come Gilead non prendano il sopravvento. 

venerdì 5 aprile 2024

TINY BEAUTIFUL THINGS: le piccole, grandi cose della vita

Basata sul libro “Piccole cose meravigliose” di Cheryl Strayed, Tiny Beautiful Things – Le piccole cose della vita, miniserie di Hulu disponibile in Italia su Star (Disney+) portata in TV da Liz Tigelaar, fa riferimento nel suo titolo a tutte quelle piccole cose belle che non credi di poter meritare perché ti senti uno schifo, ma che in realtà dovresti essere in grado di vedere. Ogni puntata ha una sceneggiatrice diversa ma, pur con situazioni più o meno convincenti, nel tono generale non si nota perché riesce ad essere ben uniforme: un coro che canta la stessa canzone.

Protagonista è Clare Pierce, sull’orlo dei 50, interpretata da Kathryn Hahn da adulta e da Sarah Pidgeon da giovane, entrambe molto convincenti nella parte, e credibili come una la versione adulta dell’altra. È una operatrice sanitaria in una casa di riposo che aveva ambizioni come scrittrice finite un po’ in disparte dai fatti della vita, che si ritrova a curare una rubrica di consigli firmandosi come Sugar. È sposata con Danny Kincade (Quentin Plair), con cui il rapporto è però in crisi, anche se fanno terapia di coppia cercando di riparare la situazione. In particolare lui l’ha sbattuta fuori di casa perché le rimprovera di aver dato al fratello Lucas (Nick Stahl da adulto e Owen Painter da giovane) dei soldi che avevano messo da parte per pagare l’università della loro figlia, per ora ancora adolescente, Frankie Rae (Tanzyn Crawford), che è particolarmente ostile alla madre, da cui si sente incompresa. Clare, nel dare i propri consigli sotto pseudonimo alla gente, esamina quello che accade nella propria vita, che sembra a rotoli o sul punto di esserlo, e torna con la memoria alla giovinezza, quando ha conosciuto l’attuale marito e in particolare al periodo in cui era ancora viva sua madre Frankie Pierce (Merritt Wever), precocemente morta di cancro quando lei aveva 22 anni e, almeno nei ricordi, era una specie di esempio di virtù e santità materna.

Il punto di forza della serie, che ho gradito ma non mi ha trascinata, è che mostra personaggi davvero umani, che si vogliono bene e nondimeno si feriscono, che sono anche un po’ persi, disordinati, alla deriva, spezzati. Quello che non me lo ha fatto apprezzare totalmente è che è sembrato troppo “impostato”, troppo “compito in classe” su questo argomento, un po’ troppo “ho imparato che…”. Come scrittrice la protagonista di interroga: “chi sono io? La figlia di mia madre, la madre di mia figlia, un brava scrittrice”; e nella mirabile “The Nose” (1.05, scritta da Des Moran), una tesina su “Il  Naso” di Gogol in forma di puntata televisiva  — quella tesina che Clare non è riuscita a consegnare pur essendo il solo compito che le rimaneva per laurearsi, perché le è mancata la madre che, iscrittasi pure lei al corso con la figlia riceve invece una laurea pur essendo defunta—, si riflette sul racconto come modo allegorico di narrare su che cosa accadrebbe se cose impossibili diventassero possibili. Si parla anche di sesso - anche se il buon senso ci fa domandare chi mai prenderebbe consigli da una donna che usa un vibratore di una marca tanto scadente che le si fulmina in mezzo alle gambe mentre lo usa, ferendola (1.06) e, sarò cinica, ma anche quanto credibile sia che una americana non faccia poi causa alla casa produttrice (in questo caso ragionevolmente).

Fra i riferimenti alla televisione che hanno fatto ho gradito quello a General Hospital, citato due volte (1.05) perché era evidente che chi scriveva conosceva la storyline di Monica Quartermaine che si era ammalata di cancro alla mammella e l’osservazione che il fratello fa a Clare, paragonandola a Carly nella soap: fa sorridere perché è molto “vita reale”.

Potente la chiusura di stagione, soprattutto in quelle scene in cui i personaggi discutono e si attaccano fra loro con un continuo passaggio fra attori adulti e attori giovani. Lo stratagemma stilistico rende più incisivo il valore di quello che si dicono nell’ottica del loro passato. Quello che vedono davanti ai propri occhi infatti non è solo la persona attuale, ma anche quella passata, rendendo la presente carica di tutto quello che c’è stato nel rapporto fra loro. Con il fatto che è avvenuto quando ormai per tutta la stagione li abbiamo visti, è scivolato in maniera naturale e pregnante.

Gli argomenti trattati, dall’amore alla morte, dal matrimonio ai rapporti genitori-figli, dal lutto alla rabbia al perdono, sono tutti tosti e non si finge che non sia così. Potenzialmente è uno strappalacrime, ma sono rari i momenti in cui davvero si frigna. 

giovedì 17 agosto 2023

FLEISHMAN IS IN TROUBLE: una miniserie su...tutto

“Avevo trascorso l’intera estate ad ascoltare la storia di Toby, vedendola solo attraverso i suoi occhi. Avevo dimenticato una verità essenziale del giornalismo, cioè che dovresti sempre domandarti, quando ascolti la versione delle cose di qualcuno, cosa l’altra persona nella storia, quella che non era lì, direbbe se lo fosse. Avevo dimenticato quella lezione, che avevo imparato da ogni storia che ho mai scritto. Era che non ci sono veri cattivi nella vita, non veramente. Non ci sono nemmeno veri eroi. Ognuno è grande e ognuno è terribile e ognuno ha dei difetti, e non ci sono eccezioni a questo.” (1.07) Queste è un po’ l’ethos di Fleishman is in trouble - Fleishman a pezzi (di FX e Hulu, su Disney+ in Italia), per bocca di Libby (Lizzy Caplan, Masters of Sex), migliore amica del protagonista e narratrice in voice-over nella serie. Tratta dall’omonimo romanzo di Taffy Brodesser-Akner, qui showrunner al suo esordio, la serie, quasi in chiusura nella spettacolosa puntata del sottofinale, chiosa così il ribaltamento di prospettiva della narrazione a cui abbiamo assistito, che ha rivelato come centrale una tematica diversa da quella che sembrava in corso di via.

POSSIBILI SPOILER A SEGUIRE.
Toby Fleishman (Jesse Eisenberg, The Social Network) è un medico epatologo che ha da poco divorziato dalla moglie Rachel (Claire Danes, Homeland), una agente teatrale molto affermata, ambiziosa e di successo, dopo 15 anni di matrimonio. Deve re-imparare a vivere senza di lei. Il suo mondo è capovolto - letteralmente (la regia offre occasionalmente inquadrature capovolte). Hanno avuto due figli insieme, Hannah (Meara Mahoney Gross) e Solly (Maxim Swinton), di 11 e 9 anni. Un giorno, apparentemente di punto in bianco, Rachel svanisce nel nulla e Toby si trova a trascurare il lavoro per gestire da solo i due figli ancora piccoli. Si confida con i migliori amici di sempre, Libby e Seth (Adam Brody, the OC).

Attraverso la prospettiva di lui si esplorano molte tematiche: il matrimonio e il divorzio e la difficoltà di trovare nuove persone con cui uscire, il lutto della perdita di una relazione, l’educazione dei figli, il privilegio, la disparità economica e la distribuzione della ricchezza, l’importanza o meno del successo economico e dell’appagamento professionale, il potere di non avere obbligazioni, la forza dei legami, le differenze fra la mezza età e la gioventù (ci si sposa troppo presto? Si cambia?), la solitudine (avere molto amore e non sapere dove metterlo - 1.05), l’importanza di ascoltare, il senso della possibilità e il senso vita…temi affrontati in modo profondo e leggero insieme, anche in modo frammentario un po’ come accade nella realtà dove le questioni si intrecciano e ritornano. Libby, una giornalista che ha lasciato la carriera per fare la mamma a tempo pieno, pure si sente persa anche se il suo matrimonio con Adam (Josh Radnor, How I met your mother) non è proprio in crisi, insoddisfatta, incerta di che cosa fare nella vita, con l’opprimente sensazione che le opzioni a sua disposizione siano drasticamente diminuite a seguito delle scelte che ha fatto, senza che se ne rendesse conto.

In un momento molto meta, che commenta libro e serie e anche anticipa quella che poi sarà a quel punto l’attesa conclusione, si osserva che parla “di tutto”: “riguarda la vita e il matrimonio e i soldi e l’insoddisfazione e l’amicizia di una vita e come tutte queste cose si fondono nella mezza età, rendendoti infelice” (1.08): “Come si può essere così disperatamente infelici quando si è così sostanzialmente felici?” (1.08) quando apparentemente si ha ciò che è necessario e ciò che si è voluto? La crisi di mezza età colpisce tutti loro amici, e naturalmente ha un valore metaforico la visita di Toby insieme ai figli al museo di storia naturale di New York, dove è affascinato, attratto e respinto, da una “esibizione” di Vantablack, il materiale più scuso mai realizzato dall’uomo. Tutto il cast, di attori sia eccellenti che benvoluti, brilla.

Il colpo di scena che cambia la prospettiva, prima di tornare sul binario iniziale, è una storia di depressione post-partum e anche violenza ostetrica. Nella puntata “Me-Time” (1.07) spicca il tour de force di Claire Danes, in particolare in un momento in cui piange durante una sessione con un gruppo di supporto e ancor di più in seguito in una citatissima scena in cui si lancia in un potente feroce grido catartico in cui si coagulano tutte le emozioni di una vita segnata dall’abbandono e votata al superlavoro come mezzo di compensazione. Memorabile.

La serie è concepita come autoconclusiva e me ne dispiace, anche in considerazione del fatto che l’autrice, nel corso delle tavole rotonde di The Hollywood Reporter di quest’anno, ha dichiarato che lei sarebbe disponibile ad andare avanti indefinitamente. Vorrei una seconda stagione che non ci sarà; in ogni caso sono già grata di questa che considero fra le migliori visioni dell’anno.

NB: Ho seguito la serie in originale e le traduzioni sono mie. La versione italiana ufficiale potrebbe essere diversa.

venerdì 24 marzo 2023

REBOOT: una sit-com molto "meta"

Ideata da Steve Levitan (Modern Family), anche co-produttore esecutivo, Reboot (Hulu, in Italia su Disney+), cancellata dopo solo una stagione di 8 puntate,  è stata una serie molto “meta”: si irride la pratica dell'industria televisiva di riavviare vecchi show di successo, costruendo la propria sul reboot da parte di Hulu della fittizia sitcom dei primi anni '80 Step Right Up, e si coglie l’occasione, come del resto ha già fatto anche Hacks, per riflettere sulla comicità, sul valore che ha sui suoi meccanismi su che cosa la renda immortale o al contrario passata e ora magari offensiva e cringy.

Rachel Bloom (Crazy Ex-Girlfriend) è Hannah, una scrittrice di sitcom con un nuovo punto di vista sulla serie che intendono riproporre. Si vede suo malgrado costretta a lavorare con l’ideatore della versione originaria, Gordon (Paul Reiser, Mad About You), che altri non è, SPOILER, se non suo padre biologico: peccato che quando era ragazzina avesse abbandonato lei e la madre per costruirsi un’altra famiglia, quindi fra loro il rapporto non è proprio idilliaco, anche se si vede che in fondo si vogliono bene. Non è una riunione solo per loro però, ma per l’intero cast, ora invecchiato, che deve vedersela con questioni irrisolte del passato e navigare la nuova cultura dei social media. Reed (Keegan-Michael Key, Schmigadoon), laureato alla scuola di teatro di Yale, mal sopporta che la sitcom dove interpreta il patrigno gli abbia rovinato la carriera; ha un passato sentimentale con la collega Bree Marie Jensen (Judy Greer, Married), che nella fittizia serie interpreta la madre, è tornata negli USA dopo il divorzio da un duca dei paesi nordici e prova ancora per lui più di quanto non voglia ammettere; Clay Barber (Johnny Knoxville), che in Step Right Up è l’ex-marito, non è mai stato particolarmente brillante, e ora è alle prese con un passato di alcolismo, abuso di droghe e ripetuti arresti per reati minori. Zack (Calum Worthy) è l’ex bimbo ora adolescente realmente mai cresciuto che si prende una cotta per Elaine (Krista Marie Yu, Last Man Standing, Dr. Ken), una dirigente dello studio che deve supervisionare tutto, ma ha ancora poca esperienza.

Anche Episodes, per me decisamente più divertente, ci aveva portato in una writers’ room: qui il pregio sta nel mostrare il divario generazionale e nel mostrare come la comicità sia cambiata nel corso degli anni. Quando però cerca di convincerci che certi stilemi umoristici sono classici perché funzionano, nel mio caso toppa. Penso alla puntata “Growing Pains” (1.03) dove Gordon cerca di far capire ad Hannah che inciampare e cadere è divertente. Quando alla fine accade nella diegesi, tutti ridono, io no. A me non ha dimostrato che certe dinamiche sono inerentemente divertenti, ma l’opposto. Già si è andati meglio nel pilot, con una gag sui pop-corn, ma non mi hanno convinta del tutto. In ogni caso gli scontri fra i due team di sceneggiatori su quello che è più o meno occasione di ilarità funziona bene. Dicono di aver proprio incorporato nella storia effettive discussioni avvenute fra gli sceneggiatori mentre si confrontavano sull’opportunità di specifichi motteggi.

Keegan-Michael Key ha una plasticità facciale e un tempismo che lo rende impeccabile, e la sua intesa con Judy Greer rendeva il duo spassoso. Quello che mi ha convinto meno è Zack, troppo macchietta, ma ha funzionato bene quando è stato l’occasione di riflettere su come, in seguito al #MeToo, Hollywood sia cambiata in termini di atteggiamenti e politiche in materia di molestie sessuali. Nella finzione viene adottata la regola che stabilisce che chi lavora alla sit-com può chiedere di uscire a un altro membro del cast o della troupe solo una volta. Se questi dice di no, e viene ripetuto, allora è considerato una molestia sessuale. Naturalmente la vita non è così rigida e la situazione si fa divertente quando Zack chiede a Eleine di uscire, ma non è chiaro se lei abbia sentito o meno la domanda, e non sa bene se chiederglielo di nuovo per paura di violare inavvertitamente la politica sulle molestie sessuali. La questione è ulteriormente approfondita, dagli scrupoli di lei che, nonostante sia attratta da lui, rifiuta di uscirci perché tecnicamente è il capo di lui e teme anche di non essere poi presa sul serio sul lavoro, e poi dalla situazione di Hannah che si prende una cotta per la rappresentante delle risorse umane Mallory (Stephanie Allynne), ma che non è ben sicura di quale sia l’approccio più corretto.

Reboot, che pure aveva spazio per crescere, riesce prende in giro l'industria televisiva intelligentemente, senza spirito di condanna, ma con garbo ed evidente affetto. Le recensioni favorevoli e due nomination ai Critics' Choice Awards non le hanno però evitato la cancellazione, e la possibilità di venire salvata da un altro servizio di streaming è stato considerato fallito. 

lunedì 30 gennaio 2023

CONVERSATIONS WITH FRIENDS: malinconica

Conversations with Friends – Parlarne tra amici (BBC3 – Hulu, RTÉ one, per ora inedita in Italia), il romanzo di Sally Rooney da cui è stata tratta l’omonima miniserie televisiva, è stato quello che meno mi è piaciuto dei suoi tre che ho letto, e questo forse si è riversato un po’ anche sulla trasposizione televisiva, che ho trovato molto ben realizzata e fedele allo spirito del testo, ma non imperdibile come lo è stato Normal People – Persone Normali.  In scena c’è comunque, come sempre con il materiale di questa autrice, un’interiorità cerebrale autoconsapevole, ma che non rende felici nella conoscenza di sé, ma al contrario mesti, a momenti agonizzanti.

Siamo nell’Irlanda dei giorni nostri. Frances (Alison Oliver) e Bobbi (Sasha Lane), due studentesse universitarie molto amiche che in passato erano state amanti e che ora sono impegnate insieme in progetti di spoken-word poetry, una forma di performance art poetica orale, incontrano e cominciano a frequentare una coppia sposata, Melissa (Jemina Kirke, Sex Education), scrittrice (nel libro anche fotografa, qui no), e Nick (Joe Alwyn), attore. Bobbi si avvicina a Melissa (si scambiano un bacio), mentre Frances intreccia una relazione erotico-sentimentale con Nick, cosa rispetto alla quale poi escono allo scoperto. Insieme passano molti momenti, anche una vacanza in Croazia, e parlano della propria vita. Frances, probabilmente il personaggio di maggior rilevanza e di cui più in dettaglio è tratteggiato il ritratto psicologico, è molto riservata e quieta, aspira a fare la scrittrice, ha un padre alcolista e soffre di grandi problemi di endometriosi, anche se inizialmente non sa che si tratta di quello: sta male, ma non sa il motivo.

Due aspetti, che si intersecano e riavvolgono l’uno nell’altro, sono fulcro dell’interesse speculativo di questa serie: l’espressione delle emozioni e la creazione di intimità, e le relazioni interpersonali e la loro natura. Francis tende a tenere molto per sé, non è molto aperta, e questo fa sì che venga criticata o fraintesa. Spesso è a disagio nelle situazioni sociali. Sostiene che non tutti abbiano una vita emotiva intensa (1.06), e critica la posizione di chi ritiene che chi non ne parla nasconda qualcosa, i fatti però la smentiscono. Si riconosce che non c’è nessuno che non stia affrontando qualcosa, più o meno intenso che sia. Come creare connessione e comunicare è un’esigenza narrativa che traspare dal testo verbale come da quello visuale. E che cosa comporta avere una relazione sentimentale è declinato in un intreccio di reciproci avvicinamenti e allontanamenti su cui sembra non scriversi mai la parola fine. Si ripudia la monogamia come scelta pre-confezionata, si parla in termini di “consenso spontaneo” come alternativa, come modo di creare legami forse impermanenti, ma autentici e onesti e rispettosi. Di fronte ai tormenti emotivi dei protagonisti è chiaro però che è un esperimento per creare delle alternative alla norma che non sono necessariamente riuscite o ideali, ma appunto tentativi.

In una serie dove la protagonista discute con un ragazzo incontrato su Tinder se Yeats sia fascista o meno (1.08) e dove la Francis anche teme il proprio snobismo culturale, ci si interroga – forse in modo meno diretto e pregnante di quanto avrei voluto – sulla permanenza o meno dell’arte. Le protagoniste non la vogliono “impacchettata”, perché qualcuno la possieda, ed è lo stesso approccio che hanno all’amore. Qui, come in Normal People, ci sono abbondanti scene di sesso, ma non altrettanto carnali o voraci. Il desiderio con le sue contraddizioni e i suoi scatti inaspettati sfugge anche all’iper-analisi e all’overthinking della protagonista che, presa nelle sue contraddizioni, passa da momenti di profonda vulnerabilità e fragilità ad altri di apparente freddezza e distacco.

Applaudo la rappresentazione dell’endometriosi, che credo sia l’unica che ho visto, a mia memoria. Tra l’altro su dodici puntate, solo in 1.11 lei riceve una diagnosi, prima la vediamo solo stare male: avere perdite improvvise, crampi, cicli molto dolorosi e vomito. Una volta addirittura sviene (1.09) e viene portata in ospedale per delle indagini.

La serie è scritta da Alice Birch, Mark O'Halloran, Meadhbh McHugh e Susan Soon He Stanton, ed è diretta da Lenny Abrahamson e Leanne Welham. Il tono è pacato, understated, dimesso. L’atmosfera sgombra da eccessi e malinconica.

mercoledì 14 dicembre 2022

THE BEAR: televisione stellata

Intenso, serrato, gridato, anche nelle inquadrature che si affidano a primissimi piani, ansiogeno, con ritmi incalzanti, The Bear (Hulu, in Italia su Disney+), che è il nomignolo con cui è conosciuto il protagonista, porta dietro le quinte di una paninoteca-tavola calda di Chicago.

Carmen “Carmy” Berzatto (Jeremy Allen White), un brillante chef di origine italiana abituato a lavorare nell’alta ristorazione, dove si confezionano manicaretti che finiscono sulle riviste patinate ma dove si subiscono anche pensati abusi verbali sul lavoro, torna a casa per gestire il locale di famiglia dopo il suicidio del fratello maggiore Mikey (Jon Bernthal, The Walking Dead), che si è sparato quattro mesi prima di quando cominciano le vicende. Co-proprietaria del locale, che si chiama The Beef ed è in un mare di debiti, è la sorella minore dei due, Natalie detta "Sugar", ma il manager di fatto dell’umile ristorante è Richard "Richie" Jerimovich (Ebon Moss-Bachrach), loro cugino e miglior amico del defunto. Carmy, si ritrova una cucina fatiscente e uno staff mal organizzato. Assume come sous-chef la giovane Sydney Adamu (Ayo Edebiri) desiderosa di fare esperienza con il talentuoso Carmen, riconoscendone la bravura: lei ha una formazione accademica assicurata dalla CIA (l’Istituto Culinario Americano) e l’impazienza di lasciare la propria impronta. Insieme riorganizzano la cucina, nonostante l’iniziale ostilità di alcuni dello staff che presto però comprende la svolta che possono avere sotto la nuova guida. Fra loro spiccano Tina (Liza Colón-Zayas), determinata cuoca storica del posto, e Marcus (Lionel Boyce), panettiere che aspira a diventare pasticcere.

Ideata da Christopher Storer, che ha scritto una buona porzione degli episodi e ne ha diretti diversi, condividendo i credits della regia con Joanna Calo, la serie, con otto episodi di circa 30 minuti (ma variabili a seconda della puntata) racconta dei ritmi frenetici delle cucine di trincea, ma si trattano temi come il lutto, le ambizioni fallite e quelle nascenti, il mentoring, la famiglia, il cibo, la mascolinità, la salute mentale. Carmy vuole che come forma di rispetto tutti si riferiscano gli uni con gli altri come “chef”, e per evitare incidenti in un luogo ristretto dove c’è continuo movimento e pressione si gridi "Angolo!" o "Dietro!" quando ci si muove vicino a uno spigolo o dietro a qualcuno. È un’impresa corale, dove ciascuno ha un suo ruolo ben definito, che deve funzionare alla perfezione per non crollare nella pressione frenetica delle richieste. Il pianosequenza di quasi venti minuti di 1.07, in cui esplode la tensione in cucina, che The Atlantic (qui) ha definito “semi-sadistico”, e il monologo di circa sette minuti di Carmy nel successivo ultimo episodio (tempesta e quiete), sono memorabili.

Ho trovato molto acuta Lucy Mangan su The Guardian quando osserva come parte della genialità di questo programma consiste nel non rendere Carmy torturato dalla propria brillantezza. Lo è dal dolore, ma “il suo genio è una cosa imbrigliata e controllata. Non lo usa per alimentare un ego mostruoso o per giustificare l'aggressività verso i sottoposti, o per fare altre cose narcisistiche che siamo abituati a credere siano la naturale conseguenza di doni smisurati. Quando perde il controllo, nel penultimo episodio, deve lavorare per fare ammenda. The Bear non perde mai di vista l'impegno necessario non solo per guadagnarsi da vivere, ma anche per essere un essere umano funzionante e semi-decente”.

Se siete disposti a immergervi in un ambiente caotico e fenetico che è certo di provocarvi ansia al solo guardarlo, chiamatela feel-bad television se volete, potete essere certi di venire premiati con un manicaretto di primordine. Televisione stellata. 

martedì 28 giugno 2022

LIFE & BETH: disomogeneo

In Life & Beth (Hulu, Disney+), conosciamo la protagonista del titolo (Amy Schumer, qui anche autrice) in un momento in cui si sente sconfitta dalla vita: ha un lavoro in cui è veramente brava, vendere vino, ma che non le piace, ed è genericamente infelice, e mai se ne rende conto come quando il suo fidanzato Matt (Kevin Kane) decide di chiederle di sposarlo proprio il giorno del funerale di sua madre (Laura Benanti, Younger), un vero momento di svolta per lei. Comincia una relazione con un agricoltore, John (Michael Cera) che sebbene non venga esplicitato in questi termini si comporta come se fosse nello spettro dell’autismo – e la Schumer dice che il personaggio è basato sul suo effettivo marito che lo è. 

In questa commedia agrodolce Amy Schumer (Inside Amy Schumer, su cui ho scritto un saggio che trovate qui, e al cinema Trainwreck) riesce a mostrarsi molto vulnerabile e introspettiva intersecando il presente e il ricordo di lei adolescente (e in quel caso a interpretarla è Violet Young, che riesce a fare un eccellente lavoro). Vedeva la madre passare da un uomo all’altro, e sfogava la sua infelicità con una tricotillomania, e aveva un padre (Michael Rappaport) che cercava di accontentare le figlie con quello che desideravano, ma aveva progressivamente meno soldi, e nel presente è apparentemente un senzatetto con problemi di memoria a breve termine. La sua infelicità di donna che agli altri non riesce mai a piacere viene anche ancorata da un rapporto con la madre che amava, ma che in modo passivo aggressivo e tangenziale le faceva sempre notare le proprie mancanze. La serie si chiude e apre con un funerale, e con un commento metatestuale di dichiarazione di intenti che riesce a non essere fuori posto solo per il modo umoristico in cui presentato. Che ci sia una grande autoconsapevolezza di fondo è innegabile, proprio anche per mettere il dito nelle proprie piaghe.

Nel sottofinale (1.09), una delle puntate più riuscite, Beth va a fare una risonanza magnetica. C’è un perfetto equilibrio fra situazioni esilaranti, in cui l’umorismo nasce dal comportamento del medico che è in ansia perché, come candidamente ammette, è la prima volta amministra questo test strumentale da solo e ha fatto in passato molti errori, e lei fa delle facce da “oh-mio-Dio-dove-sono-capitata”, e momenti che spezzano il cuore, in cui lei, dovendo rimanere immobile per questa tecnica diagnostica, ripensa proprio alla sua adolescenza. Ci sono al contrario altre situazioni sulla cui credibilità si rimane un po’ perplessi: che la protagonista prenda dei funghi allucinogeni per rilassarsi per superare la paura di fare una gita in barca (1.06) ci sta anche, in considerazione che ci viene raccontato che in una occasione simile ha avuto un grosso incidente che le ha lasciato sulla gamba numerosi punti: che accetti di andarci con qualcuno che pure è completamente fatto mentre la manovra mi sembra molto meno sensato. Che si ripresenti alla vecchia allenatrice di pallavolo del liceo per sostituirla, desiderosa di cambiare vita, è un’idea di base mal sviluppata e in qualche  modo imbarazzante.  

Ci sono momenti davvero autentici, leggeri e profondi allo stesso tempo, di vita reale. C’è stata un’occasione in cui, ripensando al contenuto di una conversazione, mi sono domandata con chi l’avessi fatta e solo poi mi sono resa conto che era avvenuta nell’ultima puntata fra Beth e un’amica che non vedeva da tempo: è stato solo un attimo, ma dimostra la forza di dialoghi che non sembrano costruiti, ma che si percepiscono come vissuti. E sono questi istanti così vibranti, apparentemente meno pianificati, in cui la serie dà il meglio di sé.  

In un progetto che facilmente può essere visto come un film espanso – di solito non un gran complimento per una serie – ma che funziona bene anche nella sua episodicità, al grande realismo si accostano parentesi surreali, ma le varie note non riescono a fondersi in modo armonico. Tutto è piuttosto disomogeneo. Non è un modo in cui trascinerei con entusiasmo qualcuno, ma sicuramente lo ri-visiterei.  

venerdì 13 novembre 2020

NORMAL PEOPLE: ut pictura poësis

 

Mi sento di dire “ut pictura poësis”, citando Quinto Orazio Flacco, quando si tratta di Normal People - Persone Normali (BBC3 e Hulu): come nella pittura, così nella poesia e viceversa, o nel nostro caso, come nel romanzo così nella miniserie. L’autrice Sally Rooney, che ha adattato il proprio libro per la televisione insieme ad Alice Birch e Mark O’Rowe ha dichiarato: “La storia e i personaggi sono rimasti intatti, ma il nostro modo di drammatizzare il loro rapporto è cambiato, e abbiamo dovuto prendere decisioni su come cambiarlo. Non per incasinare gli aspetti fondamentali del libro, ma per preservarli. Se cerchiamo di attenerci troppo al libro, ci ritroviamo con qualcosa che non preserva l'essenza della storia” (cfr. l’intervista su THR). Ho letto il libro, e purtroppo lo ricordo poco nonostante sia stata una delle mie letture preferite nel 2019 (è uscito nel 2018), ma la serie me ne ha fatto appassionare di nuovo e l’ho amata altrettanto, trovandola fedele nell’essenza al ricordo che ne avevo. Slate segnala le differenze fra la versione cartacea e quella video: non molte.  

La complessa relazione fra Marianne (Daisy Edgar-Jones) e Connell (Paul Mescal) è al centro di tutto. Si conosco al liceo nella contea di Slingo, in Irlanda: lei vive con la madre Denise (Aislín McGuckin), anaffettiva e fredda, e il fratello Alan (Frank Blake), invidioso e abusante, alienata dai compagni di scuola che la esludono e bullizzano e che lei tratta con sufficienza;  lui, laconico e dolce,  abita con la madre single, Lorraine (Srah Greene) che fa le pulizie nella ricca casa di lei; in seguito continuano a frequentarsi all’università Trinity College di Dublino, dove entrambi eccellono negli studi e hanno le proprie cerchie. Hanno una relazione, inizialmente segreta, a intermittenza. Il loro è un rapporto di sesso, di amore, di amicizia, di intimità, di affinità intellettuali, di conversazioni, di incomprensioni, di reciproco saziarsi l’uno dell’altra e completarsi e di comprendesi in profondità contemporaneamente nell’incapacità talvolta di farlo nel modo più basico ed elementare. Due anime diversamente tormentate, specie quella di lei che si sente perennemente non amata, non voluta e inadeguata, con impulsi masochistici, ma anche quella di lui, che non riesce a dimostrare quello che prova o che pensa e si nasconde perché si vergogna dell’opinione che gli altri hanno di lei pur non condividendola. Entrambi sono molto vulnerabili al di là dell’apparenza coriacea.

La resa televisiva è stata superlativa, nella messa in scena, nella sceneggiatura, nella recitazione spettacolosa da parte di tutti, riservata e coinvolta insieme, nei silenzi e nelle conversazioni anche apparentemente casuali, misurate, nel detto come nel non detto, nelle romantiche, spinte ma appropriatissime scene di sesso – raramente ho visto sullo schermo rapporti sessuali che sapessero così bene esprimere come al di là del piacere siano in grado di costruire un rapporto, dove l’intimità non è dovuta alla nudità frontale, ripetutamente mostrata, o nell’agio di abbandonarsi l’uno all’altra, ma è proprio sul piano fisico l’espressione del reciproco bisogno e appagamento e l’incarnazione del rapporto spirituale. E non sono certo la prima a lodare il modo in cui hanno reso integrante e naturale il loro modo di confermarsi il consenso reciproco. Sul set hanno anche utilizzato una “coordinatrice di intimità”, Ita O’Brien, che  nel suo lavoro si fa guidare da tre principi, “comunicazione aperta e trasparenza, accordo e consenso nel tatto e coreografia chiara” (Los Angeles Times) e lei stessa dichiara come “quelle scene descrivono la delicatezza, la bellezza, l'apertura” del rapporto. La stessa Rooney ha paragonato le scene di sesso a un’altra forma di dialogo. (The Guardian)

Due altri aspetti emergono in modo mirabile: l’evoluzione della loro storia e conoscenza, con il maturare anche in semplici termini di età, e le difficoltà comunicative che possono portare a rovinosi fraintendimenti anche fra persone che apparentemente tengono molto l’uno all’altra e che sono intelligenti e colte e hanno presumibilmente la capacità di esprimersi. Quello che per uno è auto evidente, per l’altro non lo è affatto.  

Il tono melanconico, quieto ed elegante della regia – di Lenny Abrahamson (Room) nella prima parte, di Hettie MacDonald nella seconda – ha reso tutto alla perfezione, compresa la gestione fra i momenti privati e quelli pubblici, fra la loro storia d’amore e il loro vivere pubblico, e nei loro momenti separati.

Lirico. Sublime. Assolutamente impeccabile. In 12 episodi, per me è il programma migliore dell’anno.

martedì 3 novembre 2020

RAMY - seconda stagione: sul vuoto esistenziale

ATTENZIONE SPOILER. Una delle immagini più strappacuore delle visioni televisive del 2020 è per me quella di zio Naseem (2.09), nella seconda stagione di Ramy, che per la strada mangia con le mani, piangendo, la torta di condoglianze che aveva comprato per l’uomo a cui in palestra faceva dei pompini e per il quale cominciava a provare dei sentimenti. Il razzista, antisemita, misogino, omofobo Naseem ha provato, ma non è riuscito a instaurare una relazione con un uomo che era aperto a intrecciare una storia con lui, incapace di superare il disprezzo di sé e la vergogna così fortemente ingranati nel proprio modo di pensare. Nell’anonimato della sauna riusciva a concedersi,  il tentativo di un bacio lo ha fatto reagire con violenza, pur desiderandolo profondamente. Terribilmente umano e devastante.

Un altro vertice della stagione è stato “Atlantic City” (2.07). Gli amici portano Ramy (Ramy Youssef) a celebrare l’addio al nubilato e assumono delle spogliarelliste. Lui non le vuole e le licenzia, finendo poi a dover masturbare lui stesso l’amico Steve (Stephen Way), che ha una grave forma di distrofia muscolare ed è sulla sedia a rotelle. Già trattare il tema della sessualità di una grave forma di disabilità è notevole, qui poi lo si riesce a fare con tatto e un notevole umorismo. Nessuno dei due vuole minimamente quello a cui si vedono costretti.

La madre Maysa (Hiam Abbass)  deve fare il test per ottenere la cittadinanza  e viene messa in crisi da un transessuale e dal pronome da utilizzare (“They” – 2.06); il padre Farouk (Amr Waked) perde il lavoro e cade in depressione (“Frank” - 2.08); la sorella Dena (May Calamawy), per quanto si ritenga razionale, si lascia coinvolgere nella superstizione del malocchio e nel timore di diventare calva (“3riana grande” - 2.05)… a volte sembra che siano i comprimari ad avere le storie più riuscite, qui ben in bilico tra americanità e alterità, fra antico e nuovo.

La serie si è volutamente messa su un terreno minato affrontando di petto la spinta religiosa del protagonista principale, Ramy appunto. Forse ho più pregiudizi di quello che penso o che vorrei sull’Islam, ma questa sua conversione spirituale mi ha messa a disagio, anche se ritengo che elicitare questa potenziale ansia fosse voluto, dal momento che gli stessi amici più intimi del personaggio, Mo (Mohammed Amer) e Ahmed (David Merheje), manifestano un certo timore che lo Sheikh (il sempre carismatico Mahershala Ali) che sceglie come propria guida spirituale lo “corrompa” facendolo diventare troppo religioso ed che frequentare una nuova moschea lo porti a diventare estremista (2.02). E in effetti Ramy vuole essere così tanto un bravo musulmano che finisce per essere incosciente e abbandonare il buon senso (2.03). La storia che lo vede accogliere come un soldato dell’Iraq che vuole convertirsi e la violenza che ne consegue  mettono bene in luce sia l’entusiasmo e le buone intenzioni sia i realistici sentimenti culturali diffusi verso questa specifica religione in questo momento storico.

Le vulnerabilità e le motivazioni che muovo Ramy sono anche molto ben delineate, riprese dalla prima stagione alla quale pure ci sono dei rimandi. L’emozione dominante è quella del vuoto esistenziale: più è circondato da persone, più si sente solo. L’errore che riconosce in se stesso è quello di cercare di riempirlo attraverso il sesso e il porno. La soluzione che cerca è nell’opposto, nell’astinenza che gli propone la sua religione, cercando di riempire quel vuoto con Dio. Dove la serie non è convincente a sufficienza, a mio avviso, è nel mostrare che si tratta di una coincidentia oppositorum, non è che uno è male a l’altro è bene, ma entrambe le posizioni nel loro estremismo non sono sane. È vero che in “Miakhalifa.mov” (2.04), nell’incontro con una pornodiva delle cui mammelle molti vogliono bere il latte, si riflette sul fatto che la pornografia fiorisce soprattutto negli ambienti oppressivi e oscurantisti. Allo stesso tempo non si fa quel passo in più del vedere che forse anche l’alternativa dell’astinenza intransigente non è auspicabile. Forse la serie, un po’ come il protagonista, è confusa, e di fronte a situazioni che sono emotivamente contorte e complesse è bene così perché un’eccessiva semplificazione le appiattirebbe. Ramy decide di sposarsi (2.10) con la figlia dello Sheikh, Zainab (MaameYaa Boafo), con cui nel corso della stagione ha costruito una bella relazione.  ma anche a causa del ritorno della cugina con cui aveva avuto una storia nella stagione precedente, la conclusione non è così lineare.    

Ramy si conferma una serie che parla in modo originale della contemporaneità e delle nostre angosce esistenziali e dimostra di avere ancora molto da dire.

giovedì 6 agosto 2020

THE GREAT: godibilissima


“Huzzah!”, come esclamano di continuo i suoi personaggi,  “urrà!”: l’esilarante, effervescente The Great (dell’americana Hulu) è stata rinnovata per una seconda stagione. Una postilla al titolo di dice che è “una storia occasionalmente vera” questa rivisitazione della vita di Caterina di Russia ad opera di Tony McNamara, sceneggiatore australiano – noto per la serie Doctor, Doctor, ma soprattutto per la nomination all’Oscar per La Favorita –, che l’ha basata su una sua precedente opera teatrale del 2008.

Siamo nella Russia del XVIII° secolo. La diciannovenne (nelle vicende)  Caterina (Alle Fanning), una principessa tedesca (in realtà prussiana), sposa Pietro III (Nicholas Hoult), figlio di Pietro il Grande (questo nella serie, non nella storia vera, dove gli era nonno materno). Colta e imbevuta di idee illuministe, vuole portare grandi rinnovamenti, ma si trova dinanzi all’inettitudine a allo scarso interesse del consorte, più interessato a gozzovigliare che altro, e a dilettarsi sotto le lenzuola con la moglie del suo amico Grigor (Gwilym Lee), Georgina (Charity Wakefiled), cosa che entrambi accettano per lo status che ne hanno come conseguenza, ma lui in particolare molto a denti stretti. Caterina studia la possibilità di prendere lei il trono, supportata da quelli di cui si circonda a corte, fra cui Marial (Phoebe Fox), una nobildonna caduta in disgrazia per i torti del padre a Pietro, ora sua cameriera, e il verginale, pavido, studiosissimo conte Orlo (Sacha Dhawan), consigliere imperiale. Il marito poi le “regala” un amante con cui divertirsi, Leo (Sebastian De Souza) e inizialmente lo accoglie con riluttanza, ma poi fra i due nasce l’amore. Questo con grande dispiacere del generale Velementov (Douglas Hodge), che ha una cotta per lei, ed è spesso impegnato in guerra – che stanno perdendo contro gli svedesi. A dare dritte alla futura imperatrice è la zia del sovrano (Belinda Bromilow, consorte nella vita reale dell’ideatore), mentre chi la osteggia è l’arcivescovo “Archie” (Adam Godley, Lodge 49) che come capo della chiesa è ostile ad ogni innovazione che la donna propone: l’arte, la scienza, la stampa…

Gli interpreti dei due protagonisti principali recitano davvero alla perfezione, con grande verve, i propri ruoli: se tutti sono molto abili nel riuscire a far passare come sono “ostaggi” dei capricci del sovrano, la Fanning riesce a trasmettere l’entusiasmo e la voglia di innovazione mescolati alla realizzazione continua che la sua ingenuità si scontra con una realtà molto gretta – rendersi conto appena arrivata che le sue dame di compagnia non sanno leggere è un colpo – ed è contemporaneamente appassionata, e sognatrice, ma allo stesso tempo molto concreta e calcolatrice, se necessario; Hoult sceglie non solo di rendere il suo personaggio capriccioso e infantile, ma anche completamente disinibito e, nel suo egocentrismo totalmente autoassorbito e perennemente autocelebrativo che non riesce nemmeno a immaginare che tutti non lo adorino, riesce a infondere umanità. Se non fosse così perfettamente calibrato potrebbe riuscire facilmente odioso, invece riesce perfino a elicitare tenerezza.

Sono convincenti nella più assurda delle situazioni e hanno un tempismo comico invidiabile. Non credevo che avrei mai potuto ridere così tanto nel sentire citato Diderot, ma quando nel pilot, lei ne legge un passaggio al marito, la reazione di lui è particolarmente incisiva per il lasso di tempo che ha saputo tenere prima della risposta. E ugualmente sul tempo è giocata la “prima notte” dei reali. Marial vuole assicurarsi che la madre abbia informato Caterina su che cosa aspettarsi la prima volta. Lei sembra più informata del necessario perfino: fa una lunga, lunghissima descrizione poetica su quello che si aspetta. Non solo il lungo soffermarsi sui particolari è buffo in sé e per sé, ma rende cocente la delusione dell’atto successivo, che avviene in modo particolarmente crudo e sbrigativo. Il riso diventa presto amaro.

C’è  anche parecchia brutalità nella serie tutta – uno per tutti le deste decapitate dei nemici offerte insieme al dessert (1.02) – e si affrontano anche tematiche che hanno rilevanza nella contemporaneità – in “A Pox of Hope” (1.07), quando il servo Vlad (Louis Hynes, Una serie di sfortunati eventi) contrae il vaiolo, si parla di variolizzazione, e c’è una sorta di discussione fra vax e no-vax ante-litteram.

C’è sufficiente irriverenza nella scrittura e messa in scena che non si corre il rischio di prendere per vere quelle che sono evidenti licenze poetiche ai fini di ilarità. In questo modo e attraverso questo filtro si nascondono però molte verità storiche che vanno al di là degli eventi, ma che riguardano gli atteggiamenti egli elementi culturali che informano un periodo storico, come nel caso del dispotismo o della misoginia, del potere e dell’ambizione, della cultura e delle idee, della crudeltà senza senso e dei meccanismi di forza che li tengono in vita, della diversa percezione di ciò che è pubblico o privato, dell’opulenza oziosa della classe dirigente in contrasto con la sorte dei sottoposti, della forzata ipocrisia della corte, da cui spesso dipendeva la vita stessa, che è qui un filo conduttore importante.

A tratti assurda, anacronistica e rozza, confezionata in un look ricercato, è una satira affilata capace di tenere salde le redini e piena di sorprese, con momenti anche romantici (penso al doloroso finale): godibilissima. E per me, senza ombra di dubbio, una delle serie migliori dell’anno. 

lunedì 27 luglio 2020

MRS. AMERICA: ratifica dell'ERA - la seconda ondata femminista e l'opposizione



Se descrivo Mrs America (sull’americana Hulu) come il corso di storia, di scienze politiche, di femminismo, di attivismo e di narrativa biografica che ritengo che sia, lo faccio sembrare un polpettone lagnoso e quello, al contrario, non ritengo lo sia: è una sagace, appassionante battaglia per i diritti delle donne, e con una prospettiva inaspettata che dà peso e rilievo anche a chi quella lotta l’ha combattuta e persa. Si rimane con il fiato sospeso, anche se si sa già come va a finire. E i parallelismi con la contemporaneità rendono tutto ancora più pregnante. Quali di quelle conversazioni sono conversazioni che facciamo tutt’ora? La reazione alla finzione della narrativa possiamo anche intenderla come un potenziale test di Rorschach sulla propria posizione rispetto alle questioni trattate.  

Siamo negli USA, negli anni ’70 (si procede cronologicamente a partire dal ’71). I grandi nomi della seconda ondata femminista – Gloria Steinem (Rose Byrne, Damages), Betty Friedan (Tracey Ullman, The Tracey Ullman Show), Bella Abzug (Margo Martindale, The Americans, The Good Wife), Shirley Chisholm (Uzo Aduba, Orange is the New Black), Jill Ruckelshaus (Elizabeth Banks)  –  si stanno battendo per far ratificare da tutti gli Stati americani, perché sia considerato costituzionale, l’ERA, ovvero l’Equal Rights Emendment, l’emendamento sulla parità dei diritti, approvato da entrambi i rami del Congresso in modo bipartisan e perfino sostenuto dal presidente repubblicano, ma osteggiato da chi sente minacciata la famiglia americana tradizionale, capitanato dalla reazionaria Phyllis Schlafly (Cate Balchet) che ha fondato l’Eagle Forum, un gruppo conservatore, sostenuta a denti stretti dal marito Fred (John Slattery, che dopo Homefront e Mad Men si sta facendo tutte le decadi) e contornata da altre donne che ne condividono i principi, come Alice Maccray (Sara Paulson, American Horror Story) e Rosemary Thomson (Melanie Lynskey).

Le puntate si aprono con il disclaimer che si tratta di eventi realmente accaduti, ma con un margine di invenzione, se non altro rispetto alle conversazioni a porte chiuse. La creazione di Dahvi Waller è particolarmente interessate nel taglio proprio perché, pur dedicando ogni puntata a una icona del movimento per i diritti delle donne, per terminare poi con una visione corale, sceglie di guardare molto a chi si è battuto intensamente contro, mostrando intanto anche le ragioni, non sempre retrograde e ottuse, di queste persone: casalinghe con poca esperienza fuori dall’ambiente domestico si sentivano minacciate e in fondo giudicate come poco importanti da parte di donne agguerrite che cercavano un proprio ruolo fuori dalle mura domestiche, ridicolizzate per essere orgogliose del loro ruolo di casalinghe, quando altrettanto legittima doveva essere giudicata la loro aspirazione di realizzarsi come madri e mogli. Si mostrano attivamente le donne come ultimo baluardo del patriarcato: hanno paura di perdere l’amore e la protezione dell’uomo e si fa vedere come siano state sfruttate le loro paure, ritraendole con un misto di ingenuità e di finto perbenismo (condiscendenza? Non mi pare), ma illustrando come nella concretezza quello che facevano non era lavoro casalingo, ma in tutto e per tutto quello che facevano le femministe a loro opposte: il contenuto era in senso inverso, ma il tipo di impegno era lo stesso.

Bella Abzug lo dice chiaro e tondo a tre di loro (fa cui Alice e Rosemary). Parlando di Phylis Schlafly, la dichiara come una femminista a tutti gli effetti, anzi come forse la donna “più liberata” d’America. Vogliono stare a casa con i propri figli, non essere donne che lavorano, dichiarano. E lei le incalza con una serie di domande su quello che dicono di aver imparato da lei, conoscendo bene la risposta: vi ha insegnato come fare lobbismo sui legislatori? Vi ha insegnato come stendere un comunicato stampa? Come rispondere alle domande dei giornalisti, come procurarsi le interviste televisive? Come preparare e far quadrare un bilancio? Ovviamente sì. Per cui può solo commentare: “Congratulazioni, siete donne che lavorano” (1.07).

Il femminismo non è evidentemente una cosa unica, e l’autrice riesce a mostrare questo aspetto, e a far emergere questioni cruciali trasversali (aborto, lavoro), ma anche ben a mostrare esigenze variegate (le nere, le lesbiche), come si sia cercato il compromesso e come nella negoziazione certi interessi, tutti riconosciuti importanti e validi nella ricerca di giustizia e uguaglianza, alcuni siano stati sacrificati o abbiano rischiato di esserlo a favore di altri per paura di perdere tutto. Ci sono molti punti di vista, e la serie cerca di mantenerli. Era un movimento magari caotico, ma idealmente inclusivo, se non consapevolmente ancora intersezionale, e con molti obiettivi. Di contrasto gli oppositori ne avevo uno e uno solo: fermare le femministe.

C’è chi si è risentito di una visione forse troppo generosa nei confronti della Schlafly, che sarebbe stata dipinta come un’antieroina. In realtà l’autrice non le fa sconti. Non ci si fa scrupoli nel ritrarla come una persona che sì è una brillante organizzatrice, ma è una donna assetata di potere, manipolatrice e ipocrita – che non riconosce che, se riesce a portare avanti la battaglia che le sta a cuore è anche perché ha l’aiuto della cognata Eleanor: Jeanne Tripplehorn (Big Love) ha saputo molto espressivamente mostrare l’amarezza e la delusione di sentirsi disprezzata e ignorata pubblicamente, alla prova dei fatti, quando privatamente le si faceva credere il contrario. Si allude più volte all’uso strumentale da parte della Schlafly di estremismi e fanatismi (l’appoggio del Klu Klux Klan, ad esempio), delle fake news e della volontaria distorsione delle informazioni a proprio vantaggio. Il rancore, il risentimento e la rabbia schiumavano cristalline nella recitazione di una fulgida Cate Blanchett, e non sono passate nemmeno inosservate per Alice, che la Paulson ha reso un personaggio molto acuto, rendendo più che credibile il suo cambiamento di posizione, pur nel non rinnegare il proprio percorso. Insieme a quella della Martingale, queste sono state le interpretazioni più riuscite, in un cast in cui scegliere la migliore è veramente volersi fare del male.  

La Waller (si ascolti l’intervista per TV Top 5: qui) riconosce che il punto di vista privilegiato della Schlafly è stato scelto per riconoscerne l’appeal nella consapevolezza che ad ogni rivoluzione fa da contrappeso una controrivoluzione per cui è necessario capirla per sapersene difendere, per evitare di essere compiacenti. C’è sempre  il rischio di tornare indietro rispetto ai progressi fatti. 

Molta della riflessione si concentra proprio sulle dinamiche di potere, sulle strategie politiche e comunicative, sulle modalità per vincere - ad esempio si dice che le persone a cui si presta attenzione sono quelle che vincono, quindi può essere rilevante a chi viene riservata attenzione; si riflette sull’importanza della presenza fisica, sul potere dell’impatto emozionale… - , sulla retorica, sui concetti che fanno parte del DNA culturale di un’epoca e non necessariamente sono sempre esplicitati, ma sono comunque “nell’aria”. È un testo denso proprio perché si fa carico delle filosofie che lo animano.

La palette di colori usati richiama quelle dell’epoca, e alla mente affiorano programmi come Good Girls Revolt (che tratta tematiche affini) o Swingtown (che tratta tematiche differenti, ma è ambientato nella stessa epoca – nel caso si legga un mio saggio in proposito qui). La sigla, che meriterebbe un pezzo a sé, usa come musica “A Fifth of Beethoven” di Walter Murphy, un pezzo strumentale disco-funk che adattava il primo movimento della quinta sinfonia di Beethoven, uscito in origine nel 1976. So per certo che questa stessa musica è stata usata in passato (forse proprio negli anni ’70) da un altro telefilm, ma nonostante mi sia scervellata non poco per cercare di ricordarlo o recuperare quale fosse ne sono uscita a mani vuote. Anzi, se qualcuno lo ricorda e me lo segnala mi fa un piacere.

Mrs America è stata concepita come una miniserie, ma non si esclude un approccio antologico, con nuove stagioni. Da parte mia sarebbero benvenute.

martedì 21 aprile 2020

DEVS: un thriller fantascientifico deludente


ATTENZIONE SPOILER. La concezione filosofica esplicitamente dichiarata nella diegesi di Devs (dell’americana Hulu) è il determinismo: non esistono eventi casuali, niente si verifica senza una ragione, ma tutto è determinato da qualcosa di precedente. “La vita è solo qualcosa che vediamo dipanarsi, come un film su uno schermo” (1.08). Il libero arbitrio è un’illusione.

Sulla base di questo principio, Forest (Nick Offerman, Parks and Recreations), CEO di una società chiamata Amaya, il nome della figlioletta morta prematuramente in un incidente d’auto, ha creato un misterioso, segretissimo progetto noto appunto come DEVS. Lui è come un messia, tanto che in realtà, come confessa in chiusura quel DEVS è da intendersi come DEUS, in realtà. Dichiara che non gli frega niente della sicurezza nazionale, trova che destinare risorse alle biotecnologie sia uno spreco, e che la fusione fredda sia l’equivalente dell’alchimia. Il suo è un obiettivo ben più ambizioso: grazie all’uso di computer quantistici vuole riuscire a visualizzare momenti del passato e del futuro (anche se per quest’ultima cercano di imporsi di non farlo). In parte ci riescono – individuano Cristo sulla croce (1.02) -, ma è tutto sgranato. A condividere il suo sogno c’è la progettatrice Katie (Alison Pill, Picard). E in questo reparto segretissimo dell’azienda lavorano anche l’anziano Stewart (Stepehn McKinley Anderson) e il giovane Lyndon  (Cailee Spaney – sebbene il personaggio sia un maschio, a interpretarlo è un’attrice ventiduenne, ma devo dire che se non lo avessi letto, non lo avrei mai capito sa sola, non me ne sono accorta alla visione). Quando l’ingegnere Sergei (Karl Glusman) viene ucciso da Forest, subito dopo essere stato assunto, perché voleva spifferare tutto al governo russo, la fidanzata di lui Lily, (Sonoya Mizuno), la principale protagonista, vuole andare a fondo di quanto accaduto. Per aiuto si rivolge al suo ex, Jamie (Jin Ha).

La serie è molto accattivante sul versante della cinematografia, della musica ipnotica pseudo-religiosa, e dell’uso del vuoto sia fisico che verbale nelle interazioni lente e pacate fra i protagonisti, già una cifra stilistica dell’ideatore, sceneggiatore  e regista Alex Garland nel suo film di maggior successo, Ex-Machina, che si evoca facilmente insieme a un pizzico di Westworld, Mr Robot, Osmosis e Counterpart. La recitazione è volutamente fredda, distaccata, mono-tonale, con i personaggi spesso persi a guardare nello spazio davanti a sé. Tutto è molto serio. C’è un mood di fondo molto specifico che lo fa percepire come un prodotto d’autore. Il problema per cui alla fine però delude è che è narrativamente e psicologicamente troppo grossolano.

La trama è forte e ben strutturata, ma rimane la sensazione che si sia “slongata la broda” di quello che, con il taglio del superfluo, sarebbe potuto essere un film, invece di una miniserie. La storia spionistica, anche con un finto senzatetto, Pete (Jefferson Hall), che osservava le vite di Lily e Sergei, era posticcia; le torture dell’addetto alla sicurezza Kenton (Zach Grenier, The Good Wife) inutili e inconcludenti. Ci sono stati passaggi di dialogo di cui vergognarsi. Alla fine della prima puntata l’ex di lei fa un lungo monologo in cui in pratica spiega per filo e per segno che cosa era capitato fra loro: è stata così smaccatamente pedestre che perfino io sarei riuscita a scrivere di meglio.

La conclusione lascia contenti a metà. Lily, a cui è stato mostrato il futuro, commette, a detta di Katie, il peccato originale, quello della disobbedienza, scegliendo di agire contro le previsioni. Sembra un momento “eureka”, ma se fosse stato così semplice non lo avrebbe fatto prima qualcun altro? Loro stessi non ci avrebbero provato almeno? Sembra poco credibile. Poi però, tutto si conclude comunque come da previsione. Strutturalmente mostrare a noi quello che è considerato inevitabile per poi inserire un atteso colpo di scena che in definitiva viene smontato dal fatto che gli eventi hanno comunque la conclusione anticipata è stato ben costruito. E la scelta terminale di una simulazione della realtà da parte del sistema operativo che si qualifica come una “resurrezione” dei protagonisti morti è appagante a sufficienza.

Se dico che è psicologicamente grossolana è perché se da un punto di vista della fisica quantistica viene messa in campo la teoria di De Broglie-Bohm e possibili critiche (l’esistenza di un multiverso, ad esempio), mostrando anche che se ne discute in un’aula universitaria, in campo di psicologia nemmeno ci si prova ad accennare a un paradigma non meccanicista. Vista la soluzione ultima per mettere in crisi il modello, forse una qualche lettura di base in campo psicologico-psicoterapico valeva anche la pena farla. Invece di ripeterci di continuo l’assunto di base, qualche argomentazione filosofica contraria in più, anche di tipo non specialistico, poteva essere abbozzata. Con la “scusa” del determinismo si azzera anche ogni interrogativo morale ed etico, che sia Forest che ammazza Sergei o Katie che istiga al suicidio Lyndon.

C’è un’ambizione intellettuale di fondo, che vuole indagare quesiti essenziali nella storia umana, ed è stimolante riflettere su quanto si mette in campo, ma alla fine questo thriller fantascientifico non ha lo spessore sufficiente per sostenere la ricerca oltre la premessa di base.