Visualizzazione post con etichetta cucina. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cucina. Mostra tutti i post

giovedì 10 luglio 2025

TASTEFULLY YOURS: gustosamente romantico e umoristico

Mi mancheranno i personaggi di Tastefully Yours (Netflix), una miniserie umoristico-romantica in 10 puntate (ma ne sarebbero benvenute altre), che di primo acchito ho trovato poco convincente, ma  poi mi ha conquistata con il suo cuore. È una favola con lieto fine, in parte prevedibile sulla base degli stilemi del genere, dove al massimo fra i protagonisti si arriva a un paio di baci e un “ti amo”, ma realizzata con garbo. È una di quelle storie  che sai che andrà a finire bene, ma vuoi vedere come e con i tuoi occhi, e se le immagini dei fotogrammi scelti alla fine di ogni puntata mi ha trasportato nostalgicamente all’infanzia perché mi ha ricordato fortemente gli album di figurine dei vari programmi TV, ho molto gradito anche il saluto finale di autori e attori che hanno ciascuno lasciato un messaggio personale in linea con il tema del programma.

ATTENZIONE SPOILER

Il potenziale erede dell’impero culinario del Gruppo Hansang, il direttore esecutivo Han Beom-woo (Kang Ha-neul), vuole a tutti i costi far sì che il proprio ristorante, il Motto, riceva tre stelle. Per questo è in competizione col fratello Han sun-woo (Bae Na-Ra) che ha un ristorante chiamato La Lecel, che pure cerca di raggiungere lo stesso obiettivo. Chi prima otterrà il riconoscimento avrà in eredità l’intero impero. A metterli l’uno contro l’altro è la madre anaffettiva, Han Yeo-ul (Oh Min-ae ), unicamente interessata al proprio conglomerato. Il cibo e i suoi ristoranti sono più importanti dei suoi figli, non è nemmeno andata al funerale della madre, anche se era giustificata dal fatto che l’azienda sarebbe fallita se non fosse andata, mentre questa è stata una nonna amorevole verso i nipoti facendo loro apprezzare piatti deliziosi (1.10), e se la si vede piangere sulla tomba della defunta è solo per il tempo in cui viene filmata dalle telecamere ai fini pubblicitari.

Beom-woo non ha una grande cultura culinaria, per lui un ingrediente vale l’altro, gli interessa solo il successo a cui viene spinto dalla genitrice. Per questo ha assunto una valente cuoca Jang Young-hye (Hong Hwa-yeon) che, molto ambiziosa, inizialmente è più interessata ai riflettori che non a essere messa sotto pressione in cucina. Quando stanno per lanciare il loro nuovo menu con un piatto esclusivo, si rende conto che c’è un altro locale che lo propone. Vi si reca e scopre con sorpresa che è una piccola locanda gestita da una giovane cuoca in bolletta, Mo Yeon-joo (Go Min-si) che al contrario è appassionata di quello che rende la cucina veramente speciale, dei sapori, degli ingredienti accuratamente selezionati, anche per stagionalità e biologici, della maestria con cui si realizzano i piatti che impara a pensare per le persone che li mangeranno. Chef Mo, che è stata abbandonata in fasce davanti a un convento e lì cresciuta, si è in seguito laureata con lode alla prestigiosa scuola di cucina CIA e ha esperienza in un rinomato ristorante, dal quale se ne è andata dopo essersi presa la colpa di un errore compiuto dal ragazzo di cui era innamorata, Jeon Min (Yoo Yeon-seok), pure lui uno chef.

Quando il giovane protagonista perde il suo locale a favore del fratello, a causa di uno sgambetto di quest’ultimo, decide perciò di fare una proposta a questa giovane cuoca mirando a diventare lui il numero uno sulla piazza. Segretamente vuole fare quello che ha fatto sempre ovvero rilevare ristoranti più piccoli, rubarne le ricette e poi chiuderli. Dovrebbe farlo anche in questo caso, ma si innamora, scopre il valore della cucina fatta non solo per soldi, l’esserci gli uni per gli altri. A condividere le avventure culinarie di Beom-woo e Yeon-Joo ci sono Jin Myeong-sook (Kim Shin-rok) la dipendente di punta del ristorante di gukbap più famoso della zona che sogna lei stessa di diventare un’autentica cuoca, e Shin Chun-seung (Yoo Su-bin) figlio del proprietario di quel ristorante di gukbap, che tutti considerano un buono a nulla finché in questo contesto non riesce a dimostrare le proprie capacità. Lavorano insieme a imparano a volersi bene.

Rispetto alle storie occidentali di questa natura, i personaggi si preoccupano meno di spiegare i propri comportamenti o errori per arrivare al perdono e all’avvicinamento reciproco. Lo vediamo noi e tanto basta. Sono più riservati. Spesso quando c’erano dissapori avrei voluto gridare ai personaggi: spiega all’altro che cosa ti spinge a comportarti così, non aspettare che ti legga nel pensiero! Il bello in ogni caso, quello che tante produzioni occidentali sembrano spesso aver dimenticato è vedere la costruzione del rapporto e come l’innamoramento non sia istantaneo, ma graduale, quando ci si conosce.   Ci sono momenti delicati, minimi, di attrazione accennata: lui la vede che si addormenta sull’autobus e le cade la testa contro il vetro e si siede accanto a lei e lei appoggia la testa contro la sua spalla, lui la prende per mano per correre a ripararsi dalla pioggia, lei lo tira verso di sé quando vede che la pensilina della fermata dell’autobus ha un buco sulla tettoia che rischia di bagnarlo… C’è il primo castissimo bacio su fuochi d’artificio a forma di cuore e quando lui vuole mettersi con lei arriva l’ex di lei (1.05) l’ostacolo-tropo per eccellenza. Ci sono le innocue schermaglie amorose e battute. Quando lui la accompagna al mercato a comprare dei granchi, la invita con entusiasmo a guardare come al maschio piaccia la femmina, lei lo fredda ribattendo che sono tutte femmine, cosa che spegne il suo sorriso in modo per noi esilarante.

Scritta da Jung Soo-yoon, con la regia di Park Dan-hee mostra anche cibo da far venire l’acquolina in bocca ha un peso notevole, sia sul fronte propriamente gustativo che su quello valoriale: una competizione di food truck dove loro presentano Gimbap classico avvicina i quattro come squadra. Un padre opposto a matrimonio del figlio con una francese cena con i genitori di lei e, sebbene ostile, attraverso il cibo si avvicinano (1.05). Veniamo da Paesi diversi ma il palato non fa distinzioni, osservano. Un pasto casalingo fuori competizione (1.10) costringe i due fratelli a sedersi con la madre intorno a un tavolo e a riassaporare piatti che evocano ricordi intimamente connessi con sentimenti radicati aprendo spiragli emozionali.

Si riflette sui rapporti familiari (i fratelli con la madre, dei due fratelli che si riavvicinano, Chef Mo con la monaca che le ha fatto da madre o sempre lei con il cuoco del ristorante da cui si è licenziata, in una storia secondaria, Shin Chun-seung con il proprio padre), sul valore dell’onestà e dell’importanza delle persone che contano più del denaro. La recitazione è solida.

martedì 5 dicembre 2023

LESSONS IN CHEMISTRY: fantasia femminista anni '50-'60

Tratto dall’omonimo romanzo di Bonnie Garmus, che non ho letto, Lessons in Chemistry – Lezioni di Chimica solleva molte questioni di rilevanza anche attuale, travestite da fantasia femminista di riscatto dall’opprimente cultura degli anni ’50-’60, periodo in cui è ambientato. Non riesce in definitiva ad elevarsi da quest’ultimo aspetto e da risultare realmente memorabile o incisivo, ma offre ugualmente spunti interessanti in una gradevole confezione. 

ATTENZIONE SPOILER

Siamo degli Stati Uniti. Protagonista è Elizabeth Zott (Brie Larson), una chimica che in quanto donna viene relegata a ruoli umili nel laboratorio Hastings dove lavora come tecnica, pur essendo più brillante di molti colleghi maschi. Questo finché non incontra l’appoggio di un chimico, Calvin Evans (Lewis Pullman), un tipo molto eccentrico che i colleghi sopportano solo perché è finito sulla copertina di Scientific American per le sue ricerche.  Insieme decidono di studiare l’abiogenesi. Si innamorano, sono travolti da una deliziosa storia romantica, e decidono di vivere insieme. Sono sul punto di pubblicare quando lui, fuori a correre come al suo solito insieme al cane Seiemezza (la puntata 1.03 viene narrata dalla sua prospettiva), viene investito da un veicolo e muore (1.02). Lei viene licenziata, e dei loro studi si appropria qualcun altro. Si scopre incinta. Un po’ l’aiuta la vicina di casa Harriet Sloane (Aja Naomi King), un’avvocata che si sta battendo perché non venga costruita un’autostrada demolendo il quartiere a prevalenza afro-americana in cui vivono, che conosceva Calvin. Dopo che nasce la figlia Madeline (Alice Halsey), detta Mad, vista la necessità economica e la sua bravura in cucina, campo in cui si è sempre dilettata applicandoci i principi della chimica e testando ogni nuova variabile nelle differenti versioni di uno stesso piatto, le viene offerta la conduzione di un nuovo programma televisivo, “Supper at Six” (Cena alle sei) che è subito un grande successo e ispira molte donne, non solo ai fornelli. Ha il sostegno di Walter Pine (Kevin Sussman, The Big Bang Theory), suo produttore che la supporta anche contro l’aperta ostilità del direttore di rete Phil Lebensmal (Rainn Wilson, The Office), e ha l’amicizia di Fran Frask (Stephanie Koenig), una delle segretarie del Hastings Research Institute che inizialmente la riprendeva sempre per il suo comportamento. Quando Mad comincia ad andare a scuola e deve fare il suo albero genealogico, emergono il passato della madre e del padre.

In questa miniserie sviluppata per AppleTV+ da Lee Eisenberg — non so se per aderenza al testo che non ho idea se dica qualcosa in proposito, per scelta della sceneggiatura o della convincente attrice che la interpreta —, la protagonista per la gran parte della narrazione non mi sembra una persona neurotipica. Nella diegesi non ci si esprime mai in questi termini, né si allude a qualcosa di simile con un linguaggio più appropriato all’epoca, ma se si esclude la puntata finale e pochi altri momenti, questa è l’impressione che mi dà. Forse la rigidità dovuta al comportamento preteso all’epoca, unita all’eccezionalità degli interessi del personaggio è tale da giustificare il suo modo di atteggiarsi, in realtà: me lo sono chiesto. Quello che mi ha irritato nel pilot, perché è la solita solfa, è che, a dispetto del suo messaggio esplicito, la serie inizialmente contrappone la protagonista alle altre donne e, per far emergere la sua brillantezza, fa sembrare un po’ stupide tutte le altre, e anche gli altri a dire il vero. E quello che la rende brava in cucina è il fatto che è una scienziata – “cucinare è chimica e chimica è vita” è un po’ il suo motto (1.05) -, quando per come la vedo io quello potrebbe fortemente anche essere il suo limite all’essere eccellente, e questo tristemente non passa come idea. C’è questa fasulla concezione che solo se c’è scienza alla base, allora qualcosa è geniale e meritevole: niente di più svilente dell’essere umano nella sua completezza. Questa è la mia maggiore obiezione valoriale al programma, che prevede una via alternativa solo in termini religiosi e non intellettuali, attraverso il confronto con le idee del reverendo Wakely primariamente (Patrick Walker).  

Di contro si affrontano molte importanti questioni: la lotta al patriarcato che schiaccia le potenzialità femminili, alle discriminazioni che valutano non la competenza, ma il gender o l’aspetto che hai, al sessismo, e la necessità dell’empowerment di donne che vengono da lei incoraggiate durante il suo programma a seguire i propri sogni (in un caso una donna aspira a diventare medico, ma non l’aveva mai preso nemmeno in considerazione come una possibilità realistica) e l’importanza di credere nelle persone, nell’avere qualcuno che ha fiducia nelle tue capacità e l’importanza di essere di ispirazione agli altri, anche quando questo rischia di essere visto come una minaccia; il fatto che cucinare non è divertimento o un hobby, è un un’attività vitale (1.05) e che prendersi cura delle persone amate comporta lavoro, vero lavoro (1.01); l’importanza del cibo, come catalizzatore dello sviluppo fisico della persona, e per il fatto che è famiglia, è comunità, è essenziale (1.04); la significatività di essere visti e ascoltati, di avere una piattaforma per farlo, perché quello che si dice lascia un’impronta, e anche quello che non si dice: è un antidoto a quella che Jill Stauffer chiamerebbe “la solitudine etica”, l'esperienza di essere abbandonati dall'umanità, inascoltati, nella dolorosa percezione di subire torti che non sono percepiti e riconosciuti; il ruolo della TV che la gente non guarda solo “perché è accesa”, come vuol farle credere il direttore di rete, ma perché ci si trovano contenuti rilevanti per le proprie vite, con il conseguente imperativo morale di non mentire agli spettatori, e di non trattarli da stupidi; e poi il leit motiv reiterato dell’inevitabilità dei cambiamenti, forse la sola costante della vita.

Queste in fondo sono le “lezioni” impartite dalla serie, che ci rimanda anche sempre a un testo letterario che la punteggia, Grandi Speranze di Dickens, il preferito di Calvin, sullo sfondo di una storia d’amore tragica perché finita troppo presto.

Deliziosa a mio gusto la sigla di apertura.

sabato 25 novembre 2023

THE BEAR: la seconda stagione supera la prima

Dopo una grandiosa prima stagione, The Bear (Disney+) ha superato sé stessa con una seconda decisamente entusiasmante. E il caos e il ritmo frenetico a cui ci aveva abituati hanno fatto posto a un arco più riflessivo, quieto – lo osservano perfino loro nella diegesi! - di approfondimento dei singoli personaggi che hanno momenti introspettivi che ci insegnano a conoscerli meglio. Con il ristorante chiuso per rinnovo locali, la tensione è stata assicurata in ogni caso settimana dopo settimana, marcata dal conto alla rovescia all’apertura del nuovo locale. Lo zio Cicero (Oliver Platt) presta loro il denaro, ma ce la faranno ad aprire in tempo? Devono abbattere muri, compilare numerose scartoffie burocratiche, combattere l’onnipresente muffa, superare la prova anti-incendio, scegliere nuovi arredi, studiare un nuovo menù…Con la season finale si è tornati al ritmo incalzante, con un montaggio serrato giocato sul leit motiv della stagione: “ogni secondo conta”: un tour de force ansiogeno, ma appagante. 

Il focus è ancora una volta su Carmen "Carmy" Berzatto (Jeremy Allen White) che apre il nuovo ristorante che chiama proprio “The Bear”, nomignolo di famiglia, e comincia in questa stagione una relazione (2.05) con una vecchia compagna delle scuole superiori, Claire (Molly Gordon); sulla giovane talentuosa chef Sydney Adamu (Ayo Edebiri), desiderosa di rendere orgoglioso il padre (Robert Townsend) che ha difficoltà ad accettare la carriera scelta dalla figlia; e su Richard "Richie" Jerimovich (Ebon Moss-Bachrach), manager del locale che con la puntata “Forks” (2.07) riesce a cogliere quello che il cugino vuole creare e cambia la sua prospettiva in modo da massimizzare l’esperienza del cliente. Viene mandato in un ristorante di prestigio, l’Ever, dove per prima cosa lo mettono solo ad asciugare forchette (da cui il titolo della puntata). Si sente umiliato e sminuito inizialmente, ma quando coglie il valore di quello che fanno, anche grazie a una conversazione con la Chef Terry (Olivia Colman come guest star) se ne sente rienergizzato. La sceneggiatura ha reso credibile la trasformazione, e la recitazione è stata superba, come è sempre con questi tre interpreti. Ayo Edebiri mi colpisce in modo particolare, ma tutti e tre sono ai massimi livelli, capaci anche di reggere intensi primissimi piani.

Sono supportati ottimamente anche dai comprimari. L’entusiasmo di Tina Marrero (Liza Colón-Zayas), che durante la chiusura della precedente tavola calda viene inviata a raffinare la propria preparazione alla Culinary Arts School, è perfino commovente. In “Honeydew” (2.04) Marcus Brooks (Lionel Boyce) è a Copenaghen per approfondire le proprie capacità di pasticcere, sotto la guida di Luca (Will Poulter). C’è qui la regia di Ramy Youssef (Ramy) e sapendolo si vede l’impronta di un episodio in cui ci si sofferma anche sul senso ultimo di una professione come la loro, e potremmo dire dell’arte in senso ampio, che valorizza non unicamente la tecnica, ma diventa vitale e creativa anche grazie all’esposizione al mondo, alle persone di cui ci si circonda. Natalie "Sugar" (Abby Elliott), la sorella di Carmy, che si scopre incinta (2.04), fa da buon collante fra i personaggi, in una serie che mostra l’essenzialità di un autentico gioco di squadra in cui per riuscire tutti devo aiutarsi l’un l’altro e, anche se si è una stella, si deve imparare a mettere l’ego da parte. Su questo aspetto spicca l’insegnamento di Carmy (2.02) che mostra come fare il segno “scusa – mi dispiace” in lingua dei segni, come modo di far capire che non si vuole lo scontro nonostante l’apparenza aggressiva dettata dalle frenetiche circostanze: lo usano quando non ci si può prendere il tempo di tener conto dei sentimenti altrui, ma li si riconosce, per poi chiarirsi in un secondo momento di maggiore calma.

Una nota di leggerezza la regala il tuttofare Neil Fak, amico di infanzia dei Berzatto, interpretato dal canadese Matty Matheson, uno chef nella vita reale, con apprezzati libri di cucina al suo attivo. A proposito di libri, alla fine della prima stagione Eater ha compilato una lista di tutti quelli apparsi. E su Food & Wine hanno cercato di capire come hanno ideato il menu di apertura del The Bear decodificando gli scaffali dei libri di cucina. Io in apertura della nuova stagione ho subito notato “Culinaria Spain” che io stessa ho nella mia libreria. Ora, pare evidente che urge un cookbook della serie. Nell’ultima puntata della seconda stagione hanno detto talmente tante di quelle volte “focaccia” che non posso non sapere come viene fatta la loro versione.

L’apice della stagione in ogni caso è stato il flashback a circa cinque anni prima, con la cena natalizia, quando c’era ancora tutta la famiglia riunita intorno a un tavolo (“Fishes”, 2.06), apoteosi della disfunzionalità, presenti anche la cugina Michelle (Sarah Paulson) e il fidanzato di lei Stevie (John Mulaney). Lo “zio” Lee (Bob Odenkirk, Better Call Saul), fidanzato a intermittenza della madre, ripete “non sei niente” a Mikey (Jon Bernthal), il fratello di Carmen che sappiamo essersi suicidato anni dopo (alcuni mesi prima delle vicende che danno il via alla serie), e mamma Donna (una incredibile Jamie Lee Curtis) alcolista triggerata da un semplice “come stai?” che la figlia sembra non riuscire a non domandarle, come ogni anno fa un puntiglio del preparare la per loro tradizionale Festa dei Sette Pesci, che finisce in una scenata in cui poi schianta la propria auto nella sala da pranzo. La distruttività dei rapporti messi in scena qui dà spessore e ragione del presente. La tensione drammatica è incredibile. E a far caso ai nomi delle guest star, si vede che la serie ha una reputazione di prestige drama: meritata e sostenuta.

In The Bear si parla di ristorazione, e se ne capisce il senso, ma ancora di più si parla di essersi umani con le proprie ispirazioni, aspirazioni, passioni, demoni e punti deboli: ci sono rigore e professionalità, etica del lavoro, passione per quello che si realizza, arte volendo, ma ci sono le cicatrici, fisiche ed emotive, con cui ciascuno deve fare i conti. È un pasto che lascia sazi.

venerdì 17 febbraio 2023

THE MAKANAI: misurata e accogliente

Firmato da Hirokazu Kore-eda, showrunner, sceneggiatore e regista di alcune delle puntate, il delicato The Manakai – Cooking for the Maiko House, che ha debuttato su Netflix il 12 gennaio 2023, è l’adattamento live action dell'omonimo manga di Aiko Koyama, che nel 2021 aveva già avuto una trasposizione in anime (qui su Crunchyroll). Non ne abbiamo una versione doppiata in italiano, ma è disponibile con i sottotitoli.

Due ragazzine di 16 anni provenienti da Aomori, in Giappone, decidono di non proseguire gli studi, ma di recarsi a Kyoto per diventare maiko, apprendiste geishe, o come vengono chiamate nella serie del dialetto della città, geiko. Vengono accolte dalla madre Chiyo (Keiko Matsuzaka) e dalla madre Azusa (Takako Tokiwa), che ha una figlia adolescente, Ryoko (Aju Makita), a cui non piace questo stile di vita. Cominciano le lezioni: se Sumire (Natsuki Deguchi), che sogna per sé questo futuro da quando ha incontrato per la prima volta la famosa Momoko (Ai Hashimoto) che ora per le è una “sorella”, si dimostra subito portata, Kiyo (Nana Mori, una idol del j-pop) invece non è all’altezza e le viene detto che non può proseguire, cosa che la lascia affranta anche perché lei e l’amica si erano promesse di proseguire nel percorso insieme. La cuoca della casa si infortuna e non riesca più ad andare a cucinare per loro. Stufe dei cibi da asporto, le giovani donne decino di cucinare loro ma per poco non provocano un incendio. Kiyo, che ha una grande passione per il cibo, si offre lei di cucinare, ed è subito evidente a tutte che quello che prepara è molto buono. Diventa così la makanai, la cuoca della casa delle maiko appunto. Non è un compito facile. Vengono tutte da parti diverse del Giappone e sono abituate ad alimenti e gusti diversi. Bisogna preparare cibi che possano andar bene per tutte e farle sentire a casa.

Questa serie corale, che ruota tutta intorno alle donne della casa, è estremamente dolce e delicata, costruita con grazia, mitezza, levità. Non ci sono grandi contrasti o colpi di scena. Anche le delusioni della vita, o le contrarietà, vengono accettate e risolte con pacatezza, nella quotidianità, che è vissuta con riverenza anche nelle piccole cose. Si riflette su quello a cui si aspira nella vita. Molto rigore è richiesto alle novizie per imparare il “mai”, la danza rituale tradizionale, che può avere molte forme e significati ed è ricerca artistica. “Devi mostrare ciò che non si vede senza mai mostrare troppo” (1.05) viene proprio detto rispetto a questo tipo di danza. “Con la massima dedizione” imparano presto che è la formula con cui salutano, cosa che riflette il loro impegno costante a raggiungere il raffinato ideale di modestia e femminilità che viene loro insegnato. Ricevono una severa preparazione all’insegna della tradizione, che prevede anche che non possano avere un ragazzo, utilizzare il cellulare, entrare in un supermercato se hanno le loro elaborate acconciature tradizionali… Devono abituarsi anche a mangiare porzioni di bocconi molto piccoli per non rovinare il rossetto. Al momento del loro debutto chi diventa maiko prende un nuovo nome.

Si affastellano nel corso delle puntate tanti dettagli culturali inusuali per un occhio occidentale. È uno sguardo che è intergenerazionale, ma allo stesso tempo fuori dal tempo ed intimo. Ci si interroga sull'amore e sul ruolo che esso gioca nella loro vita e nel desiderio di perseguire un particolare sogno o sulla natura dell'amore non corrisposto. Si percepisce il senso di scoperta dipingendo quadri di lieve stupore verso l’ordinario.

Si vede anche la cura e l'affetto che Kiyo ci mette nella creazione delle pietanze, che sono espressione di piaceri del palato, ma anche forma di amorevolezza e sono ricambiate con deliziate espressioni di apprezzamento negli assaggi. C’è amicizia e affetto e ciascuna di loro ha una propria distinta personalità che impara ad armonizzare con quella delle altre. Kiyo, ascoltandole, si rende conto che l’amica Sumire non avrebbe dormito bene la prima notte con l’acconciatura tradizione – per non rovinarla è costretta a dormire in un modo particolare molto scomodo - e così si ferma alzata per prepararle qualcosa di caldo; di rimando Sumire sa che Kiyo sta cercando di raccogliere biglietti della locale lotteria per poter vincere una macchina del pane che c’è in palio e si premura di procuragliene. Sono una famiglia. Yoshino (Mayu Matsuoka), che aveva lasciato la casa per sposarsi, lascia il marito perché vuole tornare a quella vita. Attorno al tavolo della cucina si scambiano onestamente ricordi, motivazioni e desideri. E ognuno può brillare e trovare la sua strada con il sostegno dell’altra senza rivalità perniciose o invidie.  

La sigla di ognuna delle nove puntate si chiude con un piatto che verrà ripreso nella puntata ed evoca emozioni e sensazioni diverse. Una serie misurata e accogliente. 

mercoledì 14 dicembre 2022

THE BEAR: televisione stellata

Intenso, serrato, gridato, anche nelle inquadrature che si affidano a primissimi piani, ansiogeno, con ritmi incalzanti, The Bear (Hulu, in Italia su Disney+), che è il nomignolo con cui è conosciuto il protagonista, porta dietro le quinte di una paninoteca-tavola calda di Chicago.

Carmen “Carmy” Berzatto (Jeremy Allen White), un brillante chef di origine italiana abituato a lavorare nell’alta ristorazione, dove si confezionano manicaretti che finiscono sulle riviste patinate ma dove si subiscono anche pensati abusi verbali sul lavoro, torna a casa per gestire il locale di famiglia dopo il suicidio del fratello maggiore Mikey (Jon Bernthal, The Walking Dead), che si è sparato quattro mesi prima di quando cominciano le vicende. Co-proprietaria del locale, che si chiama The Beef ed è in un mare di debiti, è la sorella minore dei due, Natalie detta "Sugar", ma il manager di fatto dell’umile ristorante è Richard "Richie" Jerimovich (Ebon Moss-Bachrach), loro cugino e miglior amico del defunto. Carmy, si ritrova una cucina fatiscente e uno staff mal organizzato. Assume come sous-chef la giovane Sydney Adamu (Ayo Edebiri) desiderosa di fare esperienza con il talentuoso Carmen, riconoscendone la bravura: lei ha una formazione accademica assicurata dalla CIA (l’Istituto Culinario Americano) e l’impazienza di lasciare la propria impronta. Insieme riorganizzano la cucina, nonostante l’iniziale ostilità di alcuni dello staff che presto però comprende la svolta che possono avere sotto la nuova guida. Fra loro spiccano Tina (Liza Colón-Zayas), determinata cuoca storica del posto, e Marcus (Lionel Boyce), panettiere che aspira a diventare pasticcere.

Ideata da Christopher Storer, che ha scritto una buona porzione degli episodi e ne ha diretti diversi, condividendo i credits della regia con Joanna Calo, la serie, con otto episodi di circa 30 minuti (ma variabili a seconda della puntata) racconta dei ritmi frenetici delle cucine di trincea, ma si trattano temi come il lutto, le ambizioni fallite e quelle nascenti, il mentoring, la famiglia, il cibo, la mascolinità, la salute mentale. Carmy vuole che come forma di rispetto tutti si riferiscano gli uni con gli altri come “chef”, e per evitare incidenti in un luogo ristretto dove c’è continuo movimento e pressione si gridi "Angolo!" o "Dietro!" quando ci si muove vicino a uno spigolo o dietro a qualcuno. È un’impresa corale, dove ciascuno ha un suo ruolo ben definito, che deve funzionare alla perfezione per non crollare nella pressione frenetica delle richieste. Il pianosequenza di quasi venti minuti di 1.07, in cui esplode la tensione in cucina, che The Atlantic (qui) ha definito “semi-sadistico”, e il monologo di circa sette minuti di Carmy nel successivo ultimo episodio (tempesta e quiete), sono memorabili.

Ho trovato molto acuta Lucy Mangan su The Guardian quando osserva come parte della genialità di questo programma consiste nel non rendere Carmy torturato dalla propria brillantezza. Lo è dal dolore, ma “il suo genio è una cosa imbrigliata e controllata. Non lo usa per alimentare un ego mostruoso o per giustificare l'aggressività verso i sottoposti, o per fare altre cose narcisistiche che siamo abituati a credere siano la naturale conseguenza di doni smisurati. Quando perde il controllo, nel penultimo episodio, deve lavorare per fare ammenda. The Bear non perde mai di vista l'impegno necessario non solo per guadagnarsi da vivere, ma anche per essere un essere umano funzionante e semi-decente”.

Se siete disposti a immergervi in un ambiente caotico e fenetico che è certo di provocarvi ansia al solo guardarlo, chiamatela feel-bad television se volete, potete essere certi di venire premiati con un manicaretto di primordine. Televisione stellata. 

giovedì 7 febbraio 2013

TORTE IN CORSO: il cake design in TV

Le decorazioni elaborate di torte sono di moda di questi tempi. Ecco che Real Time propone in Torte in Corso le creazioni e i suggerimenti di cake design di Renato Ardovino che, viene detto in partenza, applica ai suoi dolci anche quello che ha imparato alla scuola d’arte dove ha studiato scultura, e che viene affiancato dal nipote Angelo, spalla televisiva e apprendista a cui è concesso di essere pasticcione, che è una sorta di ideale alter ego dello spettatore che cerca di imparare trucchi del mestiere.
Lo stile è molto diretto e le torte vengono realizzate, mentre si procede ad una spiegazione veloce, ma precisa, con suggerimenti in sovraimpressione e una voce fuori campo che ricapitola e sintetizza. Usare lo spray lucidante per dare lucentezza alla torta, colare l’isomalto in stampini di silicone per creare formine trasparenti… Attraverso varie rubriche, disponibili anche online, così come le puntate intere, si apprendono sul serio alcuni dei trucchi del mestiere, idee da rielaborare con fantasia, e strumenti e attrezzi del professionista.

martedì 18 dicembre 2012

TI CI PORTO IO... IN CUCINA CON VISSANI

Gianfranco Vissani è il capostipite dell’ondata di chef vip che sono spuntati in TV. Tutt’ora non gli manca l’entusiasmo nel condurre dal lunedì al sabato “Ti ci porto io…in cucina con Vissani”, rubrica di 6-7 minuti, in cui dalla sua cucina e con l’aiuto cuoco Gennaro, illustra ogni volta una ricetta differente, come è sua tradizione con l’aggiunta di un suo tocco. Poi, la domenica visita le cucine dei ristoranti in giro per l’Italia, e qui guarda e commenta quello che altri cuochi fanno, nelle loro preparazioni.
Di sicuro non ha timore di chiedere spiegazioni, ed è un bene: perché metti le cozze insieme alla polpa di ricco, non si sovrappongono i sapori? Perché in questo caso non usi il burro chiarificato? Perché usi il ghiaccio nel fare il pesto con lo sclopit? Sono spesso domande che verrebbero in mente solo a uno del settore, che sono utili a lui, ma che insegnano tanto anche allo spettatore, e non solo per la risposta, ma nella domanda in sé.
Ogni tanto poi è interessante notare che ci sono inquadrature dall’alto del cibo, prospettiva inusuale. Il procedimento, grazie anche a dei post-it virtuali che appaiono sullo schermo a sottolineare le operazioni, è sintetico e chiaro, e quasi risulta ridondante che dei 6-7 minuti uno sia dedicato al riassunto di quanto appena visto. Sul sito – www.ticiportoio.la7.it - si trovano raccolte tutte le ricette, anche trascritte. Ce n’è davvero per tutti i gusti. 

mercoledì 18 aprile 2012

BENVENUTI A TAVOLA: spensieratezza e buon ritmo


La nuova fiction di Canale5 con il soggetto di Pietro Valsecchi (giovedì, prima serata, in 6 puntate per tre serate) Benvenuti a Tavola – Nord vs Sud funziona, soprattutto per un ritmo incalzante, davvero raro per le produzioni nostrane, una recitazione e messa in scena veramente credibili e una sceneggiatura briosa sebbene le premesse e le situazioni non siano proprio originalissime. 

Al “Meneghino”, storico ristorante di Milano, Carlo Conforti (Fabrizio Bentivoglio) agogna a una stella Michelin, ma è frustrato dall’indirizzo conservatore del proprietario Leone (Umberto Orsini), padre della moglie Elisabetta (Debora Villa), che non gli permette di cucinare nulla di nuovo. Sperava di aprire un locale tutto suo, di fronte all’attuale, ma lo precede, complice l’ex-cameriere Cecio (Marco D’amore), il cuoco Paolo Perrone (Giorgio Tirabassi) che vi apre una trattoria, trasferendosi dal paesino di Pollica con la famiglia al seguito: la moglie Anna (Lorenza Indovina), due figlie adolescenti, Alessia (Alessia Mancarella) e Giovanna (Elena Starace) e un bimbo piccolo, Filippo (Achille Sabatino). Come lavapiatti assumono la siciliana Lucia (Teresa Mannino). Conforti, con l’aiuto del suo sous-chef Renato (Antonio Catania) vorrebbe farli sloggiare, ma legalmente potrebbero volerci anni.

Fra i due cuochi, che rappresentano uno il Nord e l’altro il Sud, e due scuole di pensiero diverse, una più raffinata e studiata, l’altra più casalinga e organica, scoppia una guerra di colpi bassi e sfide culinarie. Conforti fa sì che le mozzarelle servite da Perrone, all’apparenza squisite, una volta tagliate siano tutte blu, e Perrone di rimando invita tutti i senzatetto della città a un pranzo gratis da Conforti, che a sua volta, col favore della notte, gli rende la pariglia cambiando l’insegna del locale del rivale da Perrone a Terrone… I rispettivi figli, Alessia e Federico (Andrea Miglio Risi) però, che si già si erano conosciuti in una vacanza studio in Inghilterra, si piacciono.

La serie mette in scena rivalità, amore per il cibo e piccoli incontri e scontri sentimentali con molta allegrezza, anche quando le situazioni paiono un po’ trite. Tirabassi ad esmpio, per citarne uno per tutti, mutatis mutandis si ritrova a fare un personaggio simile a quello de I Liceali: uomo del sud, per questo deriso e sottovalutato che a poco a poco si fa valere e benvolere perché ha le capacità di fare quello che si è preposto, anche se nell’ambiente nuovo pare un sempliciotto.

La regia si sofferma con gola sui cibi in cottura e a fine puntata i due cuochi propongono anche una vera e propria ricetta (per quanto la spiegazione sia all’insegna dalla stringatezza). Il pubblico può votare la favorita e vincere 3 cesti gastronomici di 1000 euro ciascuna. Anche la sigla è pimpante e simpaticissima, con un finale che ruba una risata. Quello che non mi convince in questa nuova fiction è il titolo. Chiaramente si vuole ispirare a quello dei film “Benvenuti al Nord” e “Benvenuti al Sud”, ma anche proprio per questo forse è poco incisivo. Comunque sempre meglio del titolo di lavorazione Famiglia Italiana, completamente inadeguato.

Sotto, un promo.

martedì 10 gennaio 2012

UNIQUE SWEETS: tanti dolci, nemmeno una caloria


“Ne mangiamo un’altra?” ho detto per errore a mia sorella invece di “Ne guardiamo un’altra?”, riferendomi a una puntata della serie del Cooking Channel “Unique Sweets”. Penso che il lapsus sia significativo. Il programma, che con puntate di circa venti minuti porta a scoprire le leccornie di vari locali, panifici e pasticcerie in giro per gli Stati Uniti, è così goduriosa da saziare, perfino. Guai a mangiare mentre lo si guarda, si avrebbe la sensazione di non gustare quello che si vede. È la quintessenza di quello che si chiama food porn, pornografia cibaria: in questo caso si tratta sempre di dolci, mostrati in tutta la loro lussuriosa decadenza, in una zuccherosa, burrosa, caramellosa festa per gli occhi ancora prima che per il palato.

La prima serie, di 13 puntate, è stata dedicata a quelle torte in crosta che gli americani chiamano pie (1.01), ma anche a quelle che chiamano cake (1.03), ai dolci da colazione (1.02), alla cioccolata (1.09), ai biscotti (1.05), ai classici rivisitati (1.04), ai dolci esotici (1.12), a quelli con la frutta (1.13) e a molto altro ancora. La seconda stagione, appena cominciata, ha debuttato con i doughnuts (2.01).

Cuochi, pasticceri ed esperti di cucina commentano il tour che ha alcuni ingredienti essenziali: l’indicazione di luogo e nome del locale (nella prima stagione si va soprattutto a San Francisco, Seattle e New York e verso la fine anche in Florida); l’incontro con il pasticcere o il proprietario di detto locale; e poi l’illustrazione di alcune specialità, commentate con osservazioni sul gusto e sulla texture del prodotto e sulla filosofia dietro al concetto. In qualche caso, mentre si osserva il procedimento, viene spiegata anche la ricetta: alcune si trovano sul sito, insieme all’indicazione dei locali.
Ti insegna anche a parlare in modo nuovo dei dolci, questo programma, ti insegna ad osservarli con occhio critico, a scoprire gli Stati Uniti anche attraverso di essi e, in qualche caso, anche a riscoprire attraverso occhi americani la nostra cultura dolciaria. Apre prospettive vedere come si diano scontate cose diverse: si dà per assodato che chiunque abbia mangiato uno s’more, ad esempio, e poi si assiste alla spiegazione di che cosa sia quello strano inusuale dolce che si chiama profiteroles.

I più golosi non devono perdersela, vale la pena. Sotto, un assaggio. 


mercoledì 14 dicembre 2011

I MENÙ DI BENEDETTA: editing impeccabile


È probabilmente un po’ troppo lungo il programma I menù di Benedetta (La 7, ore 12.25 e la7d ore 19.40) – tre quattro pietanze più uno spazio dedicato alla decorazione della tavola basterebbero -  ma altrimenti funziona anche meglio del “Cotto e mangiato” che Benedetta Parodi ha lasciato per questa nuova avventura e di cui ha conservato il liturgico gesto di toccare la preparazione finita e portarsi il dito alla bocca, anche se ha dovuto rinunciare alla sua storica frase e ora quello che dice è che è buonissimo.
Il set è l’atmosfera calorosa di una casa, dove la conduttrice si muove a suo agio fra i fornelli e con gli ospiti che vengono a trovarla e aiutarla con una ricetta. Lei è solare e rilassata e la sensazione che trasmette è davvero quella di ritrovarsi a cucinare con un’amica. In più i piatti proposti, come in passato, sembrano molto fattibili da chiunque voglia provarsi a cimenentarvicisi effettivamente.
Questa striscia ha un editing impeccabile. Toglie in modo impercettibile gli spazi inutili velocizzando quello che accade senza che sembri forzato. La naturalità è infatti la nota distintiva, sia nella regia che nella messa in scena che nelle interazioni, grazie anche al contagioso sorriso della cuoca, al suo infilarsi magari in bocca un pezzettino di cibo mentre cucina, se capita, e dall’occasionale simpatico fuori onda. Il solo momento in cui non convince è quello del consiglio dei  vini, perché si vede troppo che legge. Sul sito del programma si trovano raccolti i video di tutte le ricette.    

giovedì 8 dicembre 2011

MASTERCHEF ITALIA - prima edizione: ha vinto Spyros


Ha vinto Spyros Theodoridis, ieri sera, la prima edizione di Masterchef (Cielo, mercoledì, ore 21.00).
Partecipando, alcuni dilettanti si sono messi in gioco per vincere 100.000 euro, la pubblicazione di un libro di ricette e il titolo di Masterchef, il primo appunto in Italia, a suon di piatti cucinati davanti all’orologio che ticchettava e davanti agli occhi implacabili dei giudici. Loro sono stati un po’ anche più star dei concorrenti: Carlo Cracco, due stelle Michelin, tre forchette Gambero Rosso, di origine veneta; Bruno Barbieri, pluristellato, di origine emiliana; Joe Bastianich, di origini friulane, già giudice della versione americana.
Il programma mi è sembrato caratterizzato da quattro “esse”.
C’è stata severità: alla faccia del buonismo a tutti i costi, i giudici hanno saputo essere “cattivi”, non in modo gratuito ma in modo funzionale. Sapevano che chi avevano davanti poteva imparare dalle critiche e non le hanno lesinate. Sono stati indicati indicati i migliori, ma anche i tre peggiori. Hanno preteso rispetto, ma lo hanno dato, consapevoli di aver dinanzi dei talenti che non avevano bisogno della balia, o di qualcuno che li trattasse paternalisticamente da una posizione di superiorità, ma di qualcuno che li considerasse da almeno-potenziali pari.
C’è stata solennità. Il format, molto vicino all’originale,  in questo senso non è stato annacquato da chiacchiere e siparietti come troppo spesso accade in altre rivisitazioni nostrane. Le  braccia conserte in cui erano inquadrati gli chef alla fine della presentazione erano il segno che non si scherzava. Il grembiule che veniva tolto e lasciato quando si veniva squalificati è diventato un simbolo potente, ed è stato quasi commovente vedere quanto ci si potesse tenere a un tale indumento del mestiere.
C’è stata sorpresa. Pur nello schema prestabilito c’è stato spazio di manovra, una volta uno non è stato eliminato come ci sia aspettava, un’altra volta sono stati scambiati i “cestini della spesa”. Le prove sono state costruite come vero test della competenza in cucina da parte dei concorrenti: la mystery box ha permesso di valutare fantasia e intraprendenza di fronte all’imprevisto, le prove in esterna (su una nave, al barbecue per dar da mangiare a dei camionisti, ad una festa, con dei bimbi in un campo sportivo) hanno valutato la capacità di adattamento e di lavoro di squadra, ad esempio.
C’è stata sfida. Gli aspiranti masterchef hanno combattuto all’ultimo piatto, forchetta e coltello, con intensità e dedizione, con rivalità e ambizione, con grinta e talento.

venerdì 17 giugno 2011

LA NOTTE DEGLI CHEF: regina è la chiacchiera, non la cucina


Non è troppo chiaro che programma Signorini volesse fare con La notte degli chef (Canale5, giovedì, prima serata): è mangiabile, ma non è né carne né pesce, non è cotto a dovere ed è un po’ insipido. Non basta uscirsene dicendo che in questa gara fra cuochi si scontreranno “all’ultimo colpo di mestolo”, che ne “capiteranno di tutti i sapori”, che se ne sentiranno “di cotte e di crude” e che si procederà fra “sapori e dissapori” per creare suspense. Ispirata a Top Chef, è stata sfornata come un misto un po’ scotto fra La prova del cuoco e Cuochi e Fiamme: tre squadre (arancione, verde e rossa) vedono altrettanti aspiranti cuochi scontrarsi nella realizzazione di primi, secondi e dessert, più una prova finale con ingredienti misteriosi che capitano a casaccio, con l’aiuto di uno sguattero VIP (la Canalis nella prima puntata, Gattuso ed Emanuele Filiberto), e sotto la guida di uno chef famoso - Davide Oldani, del ristorante D’O di Cornaredo (MI), Gennaro Esposito del ristorante Torre del Saracino (NA), e Fulvio Pierangelini, fondatore del ristorante Il Gambero Rosso.

È stato un format sprecato: per una volta non sarebbe stato “slongare la broda” diluirlo in più di tre puntate. Ci avrebbe permesso di conoscere i concorrenti e tenere per l’uno o per l’altro anche da un punto di vista personal-professionale, visto che noi i piatti non li assaggiamo. Le clip da reality, che mostrano agli aspiranti chef in accademia o parlare dal proprio punto di vista e appunto farsi conoscere, perdono così di senso. Al massimo si spreme qualche difficoltà di vita personale per effetto di compartecipazione quando i concorrenti stanno per essere eliminati, quando non serve più insomma.

Quale padrone del ristorante, Signorini invece di costruire la tensione non fa che smorzarla sdrammatizzando. E manda così due messaggi opposti contemporaneamente. Da un lato continua a ripete che i 9 che competono nella realizzazione di manicaretti per portarsi a casa 50.000 euro e uno stage nella cucina del cuoco della squadra di cui fanno parte, si giocano il proprio futuro, dall’altra se la ride gioioso e scherza come fosse ancora a “Kalispera”, un genere di atmosfera in cui dà il meglio di sè . La convivialità prevale sull’estro ai fornelli e sul cibo. Qui vera tensione per la gara non c’è. E non aiutano i giudici – il cuoco e conduttore Alessandro Borghese (il più adeguato di tutti nello svolgere il suo ruolo), la critica Camilla Baresani (che vorrebbe bacchettare i candidati per il piercing!) e Davide Rampello, presidente della Triennale di Milano (con una competenza in proposito che per me è un punto di domanda) -  la cui opinione è ridotta all’osso, con troppe poche note tecniche e troppa paura forse di pestare i piedi agli chef famosi. La finale della prima puntata poi, con la Canalis scherzosamente mandata a lavare i piatti, è stata squallida, più che divertente, soprattutto in considerazione del fatto che aveva ricevuto in corso di via degli insulti che la volevano in quella direzione. Brava a prenderla con  leggerezza. Nonostante le apparenze in conclusione, la sensazione è che regina sia la chiacchiera, non la cucina.

giovedì 28 aprile 2011

TREME è tornata sulla HBO per una seconda stagione




Sull’americana HBO il 24 aprile è tornata, per la sua seconda stagione, la serie-gemma per ora inedita da noi, ideata da David Simon (The Wire) ed Eric Overmyer, Treme, ambientata nell’omonimo quartiere della New Orleans post-Katrina.

Si è ripreso, con una puntata intitolata “Accentuate the Positive”, dal primo novembre 2006, nel giorno di Ognissanti, a quattordici mesi dall’uragano e a circa sette mesi dagli eventi che hanno concluso la prima stagione, e il nucleo forte e l’estetica del programma non sono cambiati. I numerosi personaggi protagonisti sono legati da quello che costituisce l’identità del posto: la sua intensa scena musicale, la sua cucina, le sue tradizioni culturali - nella prima stagione, ad esempio, ci si è concentrati sul Mardi Gras e sulla “second line”, una caratteristica delle bande degli ottoni della città dove i musicisti sono affiancati da persone che ballano (anche con parasoli e fazzoletti) durante i cortei funebri. Gli eventi narrati sono minimi, spesso apparentemente insignificanti, quasi sbriciolati, con lunghi pezzi in cui a parlare è solo la musica. Dettagli e atmosfera, intensamente definiti. A volte sembra che non accada nulla, ma con l’accumulo delle puntate il senso degli eventi e delle vite è molto forte, e ti assorbe.

È una lettera d’amore alla città, e  ritornano i temi che sono stati cari al programma in passato: l’uragano non è stato solamente un danno causato dalle forze della natura, ma anche dall’uomo, e New Orleans è una città indispensabile, la cui ricostruzione è necessaria ed essenziale, a meno di non rischiare di perdere qualcosa di inestimabile. E questo aspetto, e il senso di scoperta di qualcosa di unico, è incarnato da subito da un nuovo personaggio, Nelson Hidalgo (Jon Seda), un costruttore che vuole cominciare a fare affari qui e che viene subito affascinato dei luoghi.

Da quest’anno a scrivere le storie del telefilm partecipa anche Anthony Bourdain e il suo approccio alla cucina e al cibo si è notato da subito nelle scene con Jeanette Desautel (Kim Dickens), la cuoca che aveva dovuto chiudere il suo ristorante e lasciare la città perché ormai era in bolletta, e che si ritrova ora alle dipendenze di un esigente e mercuriale chef in un ristorante di New York.

Il momento più intenso della puntata d’apertura di questa seconda stagione, uno che confesso mi ha commossa, è stato quello della giovanissima Sofia che sembra aver ripreso il videoblog del padre, scomparso nella scorsa stagione (in quello che per me è stato uno degli eventi televisivamente più dolorosi e veri dello scorso anno) e di cui in questo modo tiene viva la rabbia e il ricordo. La madre, l’avvocato Toni Bernette (Melissa Leo) pure deve fare i conti con la perdita del marito, ed è preoccupata per la figlia, tanto da non volersi caricare di eccessivo lavoro, che comunque continuiamo a seguire. Il tenente Terry Colson (David Morse), già apparso brevemente lo scorso anno, pure torna e verrà sviluppato maggiormente. I brevi scambi fra lui e Toni sono stati preziosi e lasciano sperare in un approfondimento. 

La violinista Annie (Lucia Micarelli) ora frequenta il DJ Davis McAlary (Steve Zahn), sempre uno dei personaggi più spassosi e divertenti della serie: le scene qui in cui fa le pulizie di casa per il ritorno di Annie che è stata in tour, buttando via i piatti sporchi e soffiando sul tavolo per togliere la polvere accumulata,  sono davvero la sua quintessenza. Sonny (Michiel Huisman), l’ex-di Annie, c’è ancora, e sono curiosa di vedere come sviluppano la loro relazione. La moglie di Antoine Batiste (Wendell Pierce), il cuore jazz del programma, continua a pressarlo perché si trovi un vero lavoro e la sua ex LaDonna (Khandi Alexander) ha sempre l’attività del suo locale nonostante apparentemente non ci sia nulla a trattenerla a quei luoghi. Il “capo indiano” Albert Lambreaux (Clarke Peters) all’improvviso si ritrova senza un luogo dove vivere, mentre suo figlio Delmond (Rob Brown) riscopre le sue radici legate alla città proprio attraverso la musica che suona come trombettista.

La Treme che abbiamo imparato ad amare insomma c’è tutta e l’incipit del nuovo segmento non delude. Rinnovata è anche la sigla, che mantiene la magnifica canzone, ma cambia in numerose  immagini.

Sopra, un promo.


mercoledì 27 aprile 2011

Tre in competizione per LA TORTA DI NOZZE PERFETTA



In The Great Cake Bake (Wedding TV), tradotto “La torta di nozze perfetta”, uno di quei programmi che tengono udibile la traccia sonora originale su cui parla la traduttrice, si chiede a una futura sposa di descrivere la sua torta di matrimonio ideale e poi si lancia una competizione fra 3 diversi pasticceri - di cui non viene detto solo il nome, ma anche una piccola biografia professionale - che raccontano come vogliono realizzare il progetto e perché lo interpretano in un certo modo, spiegano parte dei passaggi necessari e in conclusione presentano il lavoro finito.

Delle tre torte, messe una accanto all’altra, la sposa deve scegliere quella che la convince di più, e non è una scelta facile perché sono tutte di solito talmente spettacolose che le si vorrebbero tutte. È una formula asciutta, ma convincente, presentata da Sian Lloyd, gallese, nota nel Regno Unito soprattutto come apprezzata (e premiata) meteorologa.

lunedì 28 febbraio 2011

CUOCHI E FIAMME: rienergizzato dal nuovo conduttore



Cuochi e Fiamme (la7d, ore 18.35), la gara culinaria fra due dilettanti ogni volta diversi, li vede sempre impegnati in quattro prove diverse: manualità, in cui devono realizzare una creazione (ad esempio preparare delle orecchiette) in un paio di minuti; abilità, in cui in 10 minuti realizzano e impiattano una ricetta scelta fra due dal vincitore della prova precedente; creatività, in cui dimostrano la propria fantasia a partire da due ingredienti differenti da cui ancora una volta ne è scelto uno; presentazione, in cui mettono alla prova il proprio gusto estetico. Quello che è diverso nelle puntate ora in onda è il conduttore che qui, oltre a presentare in qualche “a lato” delle sinteticissime proposte culinarie, ha il ruolo di collante, di addensante, potremmo dire, di spiegare i passaggi in cucina, presentare gli ospiti, interagire con i giudici. Alessandro Borghese ha ora passato il testimone a Simone Rugiati, e la trasmissione ne è stata rienergizzata. Lo chef che qualcuno definisce il Jamie Oliver di casa nostra è più brioso, birbante e burlone, pizzica di più i concorrenti, spesso troppo concentrati per farsi distrarre dalle chiacchiere. Gran parte del talento è qui quello di improvvisare e, qui è evidente che l’esperienza dietro ai fornelli sa traslarla nelle relazioni umane. Più deludente il rinnovo dei giudici. Sono state confermate l’immancabile Fiammetta Fadda, critica enogastronomia di esperienza, capace di citare un Heston Blumenthal come fosse un vicino di casa, e la food blogger Chiara Maci, e invece è stato tristemente sostituito il gastronomo Leonardo Romanelli. Non avere gli stessi giudici di Chef per un giorno è anche bene, per varietà, ma perché scegliere Riccardo Rossi che è un attore che in mezza alla trasmissione ammette candido che non ha i mezzi per giudicare, anche se chi lo ha chiamato lo sapeva in anticipo?

domenica 16 gennaio 2011

NO RESERVATIONS: cibo e viaggi con Anthony Bourdain



Uno dei programmi in assoluto più ghiotti sul satellite è No Reservations con Anthony Bourdain, in onda ora con le repliche della prima stagione su Discovery Travel & Living (canale 406) dal 19 (ore 4.10 del mattino) e su RaiSat Gambero Rosso (canale 411). Si tratta di viaggi di un cuoco che ti trascina con sé in ogni parte del globo ad assaggiare vicariamente i piatti più tipici e particolari, ti contagia con una onnivora voracissima abbuffata di cultura culinaria, ti sazia di esperienze gustative senza freni, ti disseta con ampi bicchieroni di antropologia gastronomica e no. E’ appassionato, sfrenato, senza limiti. Con una buona dose di cinismo newyorkese come condimento e una dichiarata ostilità per i vegetariani. Bourdain è anche noto per il suo classico Kitchen Confidential, pubblicato anche in Italia con lo stesso titolo.  In quel testo, da cui è anche stata tratta una serie televisiva dallo stesso titolo fin’ora mai arrivata in Italia, partendo dalla sua iniziazione con una fatidica memorabile prima ostrica, passando attraverso la sua vita di sesso, droga e pentole & fornelli, Bourdain porta dietro le quinte delle cucine fra quelli che la rendono viva ogni giorno come professionisti: pirati e mercenari, ballerini e artigiani (non artisti, badate bene) del cibo. Un libro dove la CIA è il Culinary Institute of America e si scopre perché non magiare pesce il lunedì a New York, quanto sono importanti gli asciugamani asciutti e puliti, quali sono gli strumenti indispensabili in cucina, che rapporto avere con il proprio sous-chef, il gergo, le parolacce (un inventario)… Non una guida gastronomica, non un ricettario, ma una biografia e un exposé. Un libro che porta in trincea, dove le ferite e le bruciature (non solo fisiche) si fanno dietro a un fornello. E cibo, cibo ancora cibo: il corpo non è un tempio, è un parco giochi. Lo stesso spirito, forse solo un po’ più “messo in riga” dal piccolo schermo, e lo stesso insaziabile entusiasmo si ritrovano in questi diari visuali. Qui quel suo bagaglio di vita viene messo a frutto in inimitabili e accurate visite guidate di cui si vuole ancora e ancora. Da non perdere.

venerdì 3 dicembre 2010

RICETTE DI FAMIGLIA: grigio e pigro


Il bello di Ricette di famiglia è che offre allo spettatore ricette di cucina della provincia italiana, illustrate da vere famiglie che se le tramandano di generazione in generazione e le condividono con il pubblico cucinandole passo passo nelle piazze dei paesi, i cui scorci vengono mostrati in tutto il loro fascino più suggestivo da inquadrature che incorniciano l’ambientazione che ha reso possibili certi sapori. Una cornice vera e propria viene posizionata dinanzi ai protagonisti della puntata. Il brutto di Ricette di famiglia è che è grigio e pigro. Questa non si distingue dalle molte altre trasmissioni condotte da Davide Mengacci su questo argomento. Se togli il titolo e vedi un segmento da casa, potresti scambiarlo senza problemi con Cuochi senza Frontiere, Fornelli in piazza, addirittura con La domenica del Villaggio. E lo sguardo “istituzionale” fatto di sindaci e presidenti di camere di commercio risucchia ogni piacere da quella che potrebbe essere un’esperienza molto più goduriosa. Il cibo buono parla da sé se lo sai inquadrare bene, e trasmettere gusti e profumi. Prendere una mela annurca e commentare “che bontà!”  praticamente ancor prima di averla morsa sa di pubblicità grossolana per la promozione di un prodotto locale, non fa riempire la bocca di acquolina e lo spirito di desiderio di uscire subito a comprarne una, se ci fosse la possibilità. La striscia del sabato di Rete4 (ore 11.00) ha lo stomaco per il lavoro, ma non ha il palato. Quello vogliamo.

giovedì 11 novembre 2010

COTTO E MANGIATO: il menù del giorno


È la liturgia, fisica e verbale, che ha fatto il successo di Cotto e mangiato (ora anche su Facebook), la rapida rubrica di Italia1 dedicata alla cucina, che da settembre si è allargata con “il menù del giorno” (ore 13.40), dieci minuti in cui si raccolgono in un ideale pranzo completo dall’antipasto dolce, quattro ricette, intramezzate da spezzoni in cui la giornalista, ormai lanciatissima anche con schede e libri, dà qualche suggerimento di presentazione o racconta come decorare la tavola, guardando fissa in camera con l’autorità concessale dal primo piano oltre che dai fedelissimi. È la liturgia essenziale che facilmente rimane in mente la chiave vera del successo, dicevamo. La mise en place è pronta davanti a Benedetta Parodi. In due parole e solo poche più azioni, fa sembrare semplicissime e fattibilissime molte golose pietanze. Ed ecco che, come chiude sempre la preparazione di ogni piatti, tutto è pronto: tocca il cibo con un dito (cotto) e se lo porta alla bocca come per assaporarlo (mangiato). Se televisivamente questa è la prima ragione per cui funziona, la seconda sta nella effettiva golosità e spesso solo apparente semplicità delle proposte che finisci per desiderare di preparare subito. Forse anche paradossalmente, per il fatto di non essere una professionista nel mestiere, la padrona di casa si colloca al nostro livello, e aiuta la gente a sentirsi capace. La versione allungata non è esteticamente esaltante, ma riprende nella sigla note di Louis Armstrong che da sempre fanno da sottofondo.