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venerdì 15 maggio 2026

QUANDO LA VITA DI DÀ MANDARINI: indimenticabile

Dopo le prime due puntate ero tentata di mollare la visione di Quando la vita ti dà mandarini: mi pareva un po’ troppo melodrammatico ed esageratamente piagnucolone. Avevo però sentito commenti entusiasti da parte di chi lo aveva visto, mi era caduto l’occhio su un articolo (qui) in cui chi scriveva diceva che l’aveva aiutata a capire i propri genitori, cosa che mi è ripetutamente tornata in mente,  TIME magazine lo ha scelto come miglior k-drama del 2025 e ha ricevuto 8 nomination, vincendo in 4 categorie compreso miglior serie drammatica, ai 61esimi Baeksang Arts Awards, uno dei più prestigiosi premi sudcoreani che premiamo l’eccellenza in campo cinematografico, televisivo e teatrale, oltre ad aver ricevuto una sfilza di altri riconoscimenti e nomination,  quindi ho deciso di perseverare.

Non potevo fare scelta migliore: è una delle serie più complesse, realistiche  e stratificate che io abbia visto, con personaggi a tutto tondo che hanno il gusto di persone vere che mi è sembrato di conoscere e che mi è dispiaciuto lasciar andare. È in effetti una di quelle narrative definite slice-of-life, fetta-di-vita. C’è lo spessore di un ritratto che percorre diverse epoche e generazioni, partendo dagli anni ’60 fino agli anni 2000, con una narrativa non lineare, ma che, pur seguendo un percorso storico, interseca quattro fasi nella vita dei protagonisti, punteggiata da eventi storici globali, come la morte del leader nordcoreano o le olimpiadi di Seul. Siamo nel contesto dell’isola di Jeju per noi pittoresco, ma anche molto duro, quasi selvaggio, e i mandarini del titolo vogliono infatti fare riferimento alle difficoltà della vita, ma anche alla sua dolcezza.

Ad averla vista, non si stenta a credere che sia stata una delle produzioni più costose mai realizzate per una serie TV coreana (si dice circa 41,5 milioni di dollari), così come si pensa che sia azzeccato quando detto dal regista Kim Won-suk (My Mister) in una conferenza stampa prima dell’uscita ovvero che “Questa serie è un omaggio alle generazioni passate dei nostri padri e delle nostre madri, ma è anche un inno di incoraggiamento per le figlie e i figli che ora si apprestano ad affrontare il mondo che li attende. Speriamo che questa storia contribuisca ad abbattere le barriere invisibili tra generazioni, generi e persone in generale.” Una cosa è certa, è estremamente commovente, strappalacrime, ma eviterei una connotazione negativa per questa parola. I personaggi frignano spesso e volentieri. Noi di più.

Le vicende seguono la vita di una coppia, Ae-sun (interpretata dalla cantante IU da giovane e da Moon So-ri  nella mezza età, dal altre da bimba ) e Gwan-sik (Park Bo-gum da giovane uomo, Park Hae-joon da uomo maturo), così come narrata dalla primogenita Yang Geum-myeong. L’ultima puntata si chiude proprio con la sua dedica: “Ai miei genitori. Con rimpianto, gratitudine e profondo rispetto. A una vita vissuta fino in fondo”. A volte li trova troppo coinvolti, ma riconosce anche che “Il mondo lontano dalle loro braccia era una giungla” (1.07). Parte della profondità viene anche proprio dal riuscire a vedere le vite dei propri genitori, e la propria, con una maturità che si acquisisce con l’età e il passare del tempo. E lei stessa si vede come un personaggio che ha amor proprio (1.11), e la forza di chi è stato profondamente amato e costantemente sostenuto e ne è consapevole.

Ae-Sun è la figlia di una haenjeo che rischia la vita ogni giorno per immergersi a pescare abaloni e che vuole per sua figlia una sorte diversa. La piccola, bravissima a scuola, non fa che sognare di diventare poetessa e andare all’università, ma rimane presto orfana, e nella povertà non si può permettere di studiare. Nonostante inizialmente lo respinga, si innamora del tenero ma un po’ imbranato Gwan-sik che, letteralmente dall’età dall’asilo, le fa il filo – e tutta la vita le regala quelle forcine per capelli che sono un suo segno estetico distintivo -  e che da adulto si guadagna da vivere facendo il pescatore e, molto amorevole, si dedica completamente alla famiglia - "papà era come il mare: contavamo su di lui per vivere" (1.16). Si sposano e hanno tre figli. Devotissimi l’uno all’altra e ai propri figli, passano molte traversie nella loro vita, tanti dolori e qualche gioia, fanno molti sacrifici e ci sono sempre gli uni per gli altri, anche circondati da altre persone che gravitano intorno alla loro vita. Ha scritto bene il suddetto TIME quando ha detto che questa miniserie ha il pregio di fare sembrare straordinarie le vicende ordinarie della vita. E l’ethos che la permea è che si è vissuta una vita felice quando, a dispetto delle molte privazioni e dei “dardi dell’avversa fortuna” che ha comportato, è stata vissuta nell’amore e nell’attenzione reciproca. C’è l’intimità del quotidiano, immersi in una natura madre e matrigna cinematograficamente magnifica.

Scritto da a Lim Sang-choon (When the Camelia Blooms),  è davvero una storia indimenticabile.

giovedì 10 luglio 2025

TASTEFULLY YOURS: gustosamente romantico e umoristico

Mi mancheranno i personaggi di Tastefully Yours (Netflix), una miniserie umoristico-romantica in 10 puntate (ma ne sarebbero benvenute altre), che di primo acchito ho trovato poco convincente, ma  poi mi ha conquistata con il suo cuore. È una favola con lieto fine, in parte prevedibile sulla base degli stilemi del genere, dove al massimo fra i protagonisti si arriva a un paio di baci e un “ti amo”, ma realizzata con garbo. È una di quelle storie  che sai che andrà a finire bene, ma vuoi vedere come e con i tuoi occhi, e se le immagini dei fotogrammi scelti alla fine di ogni puntata mi ha trasportato nostalgicamente all’infanzia perché mi ha ricordato fortemente gli album di figurine dei vari programmi TV, ho molto gradito anche il saluto finale di autori e attori che hanno ciascuno lasciato un messaggio personale in linea con il tema del programma.

ATTENZIONE SPOILER

Il potenziale erede dell’impero culinario del Gruppo Hansang, il direttore esecutivo Han Beom-woo (Kang Ha-neul), vuole a tutti i costi far sì che il proprio ristorante, il Motto, riceva tre stelle. Per questo è in competizione col fratello Han sun-woo (Bae Na-Ra) che ha un ristorante chiamato La Lecel, che pure cerca di raggiungere lo stesso obiettivo. Chi prima otterrà il riconoscimento avrà in eredità l’intero impero. A metterli l’uno contro l’altro è la madre anaffettiva, Han Yeo-ul (Oh Min-ae ), unicamente interessata al proprio conglomerato. Il cibo e i suoi ristoranti sono più importanti dei suoi figli, non è nemmeno andata al funerale della madre, anche se era giustificata dal fatto che l’azienda sarebbe fallita se non fosse andata, mentre questa è stata una nonna amorevole verso i nipoti facendo loro apprezzare piatti deliziosi (1.10), e se la si vede piangere sulla tomba della defunta è solo per il tempo in cui viene filmata dalle telecamere ai fini pubblicitari.

Beom-woo non ha una grande cultura culinaria, per lui un ingrediente vale l’altro, gli interessa solo il successo a cui viene spinto dalla genitrice. Per questo ha assunto una valente cuoca Jang Young-hye (Hong Hwa-yeon) che, molto ambiziosa, inizialmente è più interessata ai riflettori che non a essere messa sotto pressione in cucina. Quando stanno per lanciare il loro nuovo menu con un piatto esclusivo, si rende conto che c’è un altro locale che lo propone. Vi si reca e scopre con sorpresa che è una piccola locanda gestita da una giovane cuoca in bolletta, Mo Yeon-joo (Go Min-si) che al contrario è appassionata di quello che rende la cucina veramente speciale, dei sapori, degli ingredienti accuratamente selezionati, anche per stagionalità e biologici, della maestria con cui si realizzano i piatti che impara a pensare per le persone che li mangeranno. Chef Mo, che è stata abbandonata in fasce davanti a un convento e lì cresciuta, si è in seguito laureata con lode alla prestigiosa scuola di cucina CIA e ha esperienza in un rinomato ristorante, dal quale se ne è andata dopo essersi presa la colpa di un errore compiuto dal ragazzo di cui era innamorata, Jeon Min (Yoo Yeon-seok), pure lui uno chef.

Quando il giovane protagonista perde il suo locale a favore del fratello, a causa di uno sgambetto di quest’ultimo, decide perciò di fare una proposta a questa giovane cuoca mirando a diventare lui il numero uno sulla piazza. Segretamente vuole fare quello che ha fatto sempre ovvero rilevare ristoranti più piccoli, rubarne le ricette e poi chiuderli. Dovrebbe farlo anche in questo caso, ma si innamora, scopre il valore della cucina fatta non solo per soldi, l’esserci gli uni per gli altri. A condividere le avventure culinarie di Beom-woo e Yeon-Joo ci sono Jin Myeong-sook (Kim Shin-rok) la dipendente di punta del ristorante di gukbap più famoso della zona che sogna lei stessa di diventare un’autentica cuoca, e Shin Chun-seung (Yoo Su-bin) figlio del proprietario di quel ristorante di gukbap, che tutti considerano un buono a nulla finché in questo contesto non riesce a dimostrare le proprie capacità. Lavorano insieme a imparano a volersi bene.

Rispetto alle storie occidentali di questa natura, i personaggi si preoccupano meno di spiegare i propri comportamenti o errori per arrivare al perdono e all’avvicinamento reciproco. Lo vediamo noi e tanto basta. Sono più riservati. Spesso quando c’erano dissapori avrei voluto gridare ai personaggi: spiega all’altro che cosa ti spinge a comportarti così, non aspettare che ti legga nel pensiero! Il bello in ogni caso, quello che tante produzioni occidentali sembrano spesso aver dimenticato è vedere la costruzione del rapporto e come l’innamoramento non sia istantaneo, ma graduale, quando ci si conosce.   Ci sono momenti delicati, minimi, di attrazione accennata: lui la vede che si addormenta sull’autobus e le cade la testa contro il vetro e si siede accanto a lei e lei appoggia la testa contro la sua spalla, lui la prende per mano per correre a ripararsi dalla pioggia, lei lo tira verso di sé quando vede che la pensilina della fermata dell’autobus ha un buco sulla tettoia che rischia di bagnarlo… C’è il primo castissimo bacio su fuochi d’artificio a forma di cuore e quando lui vuole mettersi con lei arriva l’ex di lei (1.05) l’ostacolo-tropo per eccellenza. Ci sono le innocue schermaglie amorose e battute. Quando lui la accompagna al mercato a comprare dei granchi, la invita con entusiasmo a guardare come al maschio piaccia la femmina, lei lo fredda ribattendo che sono tutte femmine, cosa che spegne il suo sorriso in modo per noi esilarante.

Scritta da Jung Soo-yoon, con la regia di Park Dan-hee mostra anche cibo da far venire l’acquolina in bocca ha un peso notevole, sia sul fronte propriamente gustativo che su quello valoriale: una competizione di food truck dove loro presentano Gimbap classico avvicina i quattro come squadra. Un padre opposto a matrimonio del figlio con una francese cena con i genitori di lei e, sebbene ostile, attraverso il cibo si avvicinano (1.05). Veniamo da Paesi diversi ma il palato non fa distinzioni, osservano. Un pasto casalingo fuori competizione (1.10) costringe i due fratelli a sedersi con la madre intorno a un tavolo e a riassaporare piatti che evocano ricordi intimamente connessi con sentimenti radicati aprendo spiragli emozionali.

Si riflette sui rapporti familiari (i fratelli con la madre, dei due fratelli che si riavvicinano, Chef Mo con la monaca che le ha fatto da madre o sempre lei con il cuoco del ristorante da cui si è licenziata, in una storia secondaria, Shin Chun-seung con il proprio padre), sul valore dell’onestà e dell’importanza delle persone che contano più del denaro. La recitazione è solida.

martedì 5 novembre 2024

HIERARCHY: una scuola d'elite coreana

Scritto da Chu Hye-mi, e con la regia di Bae Hyeon-jin, Hierarchy (ovvero “Gerarchia”, in coreano 하이라키) è una serie scolastico-romantico-adolescenziale di Netflix ambienta nell’esclusiva Jooshin High School dove il prestigio, in un Paese che valorizza moltissimo la cultura, in questo caso è dettato dai frequentanti, tutti ricchissimi rampolli di famiglia a cui viene impartita la più vasta istruzione possibile. A fondare questa scuola privata, il cui motto è proprio “noblesse oblige”, è il Jooshin Group.

Un ragazzo che frequentava la scuola con una borsa di studio rimane ucciso e il fratello Kang Ha (Lee Chae-min) si iscrive nella stessa scuola, sempre grazie a una borsa di studio, per scoprire che cosa è accaduto e per vendicarsi. Qui incontra subito un ambiente molto snob dove chi non è danaroso viene regolarmente bullizzato. Re e regina della cricca di giovani sono considerati Kim Ri-an (Kim Jae-won), che è l’erede designato del gruppo Jooshin, che ha una madre completamente anaffettiva, che nel momento in cui lui le chiede più attenzione gli domanda se non sia sufficiente il numeroso personale che ha assunto per seguirlo; e Jung Jae-i (Roh Jeong-eui), figlia di un potente capo di un gruppo d’affari rivale, il Jaeyul Group che tiranneggia la figlia disprezzandola come la madre da cui si è separato e usandola solo ai fini di business. Ri-an e Jae-i erano una coppia innamorata, ma eventi in partenza poco chiari li vedono separati. La migliore amica di lei, He-ra (Ji Hye-won), è gelosa della loro relazione e non si accorge che il comune amico Lee Woo-jin (Lee Won-jung) è interessato a lei.

La serie è inclusa in un filone che comprende titoli come Élite, Sweet Revenge, The Glory e Boys Over Flowers. Personalmente non li ho visti e mi fido della critica e dei fan che li reputano migliori. Nonostante una sigla di gran stile infatti, la qualità della produzione  elevata da scenografie stilose e una fotografia elegante, Hierarchy non riesce a catturare le simpatie degli spettatori. Vorrebbe essere una storia di amore, amicizia e vendetta, ma non si distingue a sufficienza da titoli indicati sopra per offrire qualcosa di nuovo, ripete dinamiche già viste in altri teen drama. La mancanza di una direzione chiara, personaggi stereotipati e l’assenza di coesione fra alcune parti della trama sono lamentele sollevate che condivido. La soluzione alla morte del fratello di Kang Ha è appagante, ma il triangolo fra questi, Ri-an e Jae-i è inconsistente. Sembra un’opportunità sprecata, perché il potenziale in realtà c’era.

Centro focale di interesse sono il privilegio e le gerarchie sociali che contaminano la società coreana, il potere e le manipolazioni messe in atto per mantenere il proprio status: chi è economicamente benestante gode evidentemente di maggiori possibilità, ma la critica che si muove è di costituire una casta chiusa che non solo non condivide il proprio benessere, esclude volontariamente gli altri per puro senso di superiorità e perché può e ostracizza gli esterni alla propria cerchia umiliandoli e ritenendoli sacrificabili. La generazione giovane, almeno nei tre-quattro leading characters, è mostrata migliore rispetto a quella dei propri genitori nella misura in cui credono ancora nella responsabilità personale, nel voler rendere la realtà migliore e nell’esserci gli uni per gli altri.

Ammetto di aver avuto grande difficoltà nel valutare la capacità recitativa dei personaggi.  Ji Hye-won che interpreta He-ra mi è parsa molto convincente nel ruolo dell’amica d’infanzia gelosa di Jae-i, che ora le è vicina ora cerca di affossarla, che ricchissima cade in disgrazia ma è lei stessa maciullata dalle macchinazioni altrui e dalle sorti economiche della propria famiglia. È stata estremamente espressiva. Diversamente da lei  Roh Jeong-eui, che è appunto l’amica Jae-i, mi è sembrata molto piatta. Sono consapevole però che in estremo oriente fa parte della cultura cercare di non mostrare sul proprio volto i propri sentimenti: dissimularli o nasconderli è incoraggiato. Quindi non sono stata davvero in grado di valutare se certe scelte di recitazione fossero scarso talento da parte dell’attrice o, come mi pare di poter intuire da altri momenti di narrazione, scelte di mostrarsi stoicamente impassibile. Forse la voce avrebbe aiutato, ma non conosco il coreano e per semplicità ho guardato il programma doppiato in inglese (in italiano non c’era la possibilità). In ogni caso ho sentito lo scarto culturale e la mia mancanza di strumenti per fare una valutazione adeguata. Genericamente le interpretazioni sono state apprezzate nonostante per qualcuno siano state troppo smaccate e mancassero di sfumature.

Se si è amanti del sottogenere di ragazzi ricchi e viziati in collegi esclusivi non scoraggio la visione, ma non la incoraggio nemmeno. Al mio scrivere non è prevista una seconda stagione, comunque poco probabile vista la tiepida ricezione.

giovedì 30 dicembre 2010

THANK YOU commuove con delicatezza e amorevolezza


Una bimba si ferma a fare popò in un campo, mentre la madre le sta vicino. Visto che ci sono, per non annoiarsi, ripassano insieme alcune regole fondamentali che la madre le fa ripetere ogni mattina prima di andare a scuola: primo. Spazzolino da denti e forbicina per le unghie - non devo usare quelle degli altri e non devo prestare i miei; secondo. Quando sanguino devo solo usare il fazzoletto che mi ha dato mamma, poi metterlo in una busta di plastica dopo averlo usato e portarlo a casa; terzo. Anche se c’è uno sfregio e sanguino non devo accettare aiuto dagli altri. È per via del segreto di famiglia, le rivela la mamma, quando si mostra dispiaciuta di non potersi eventualmente far aiutare dagli amici: lei è una bambina speciale, un angelo del paradiso che ha fatto un errore ed è stato rimandato sulla terra. La mamma non glielo dice, ma quella bambina speciale, Bom (il cui nome significa primavera), è sieropositiva, infettata per una trasfusione a causa di un errore di una dottoressa in ospedale.

Dopo una prima puntata un po’ confusionaria e poco chiara, si può vedere racchiuso in questo inizio della seconda puntata tutto lo spirito di Thank you (Gomapseumnida), il k-drama vincitrore nel 2007 dell’Amnesty International Award scritto dalla sceneggiatrice di I’m sorry I love you e A love to kill. Thank you è una storia tenera e caparbia, dolce e potente, e di un romanticismo scritto con understatement.  Min Ki Seo (Jang Hyuk) è un medico molto apprezzato, ma con un caratteraccio, che perde per malattia la dottoressa di cui era innamorato, Prima di morire lei gli chiede di scusarsi per lei con una bimba, a cui ha modo di regalare un orso di peluche grande quanto lei, ma a cui non fa in tempo a parlare di quello che rimpiange: un suo errore le ha trasmesso l’HIV. Solo alla fine verrà fuori questa richiesta di perdono: Min Ki Seo conosce la piccola Bom (Seo Shin Ae) e la madre Lee Young Shim (Gong Hyo Jin), che, sola, si è resa insensibile agli uomini e si dedica anima e corpo alla adorabile figlioletta (custodendo in segreto la verità della sua malattia) e al vecchio nonno che soffre di uno stato di demenza molto avanzato. Vive con poveri mezzi, su un’isola rurale di natura rigogliosa e mari cristallini, la Blue Island.

La semplicità e l’affetto reciproco di madre e figlia travolgono  Min Ki Seo e i due personaggi di innamorano, ma la storia d’amore, davvero, è fatta di parole non dette, frasi non pronunciate, brevi intensi momenti che li avvicinano ma potrebbero non arrivare mai a compimento. Ed è una storia di ignoranza prima e accettazione poi quella di Thank you: da parte della comunità, di Bom e della sua malattia. Spezza il cuore quella bimba che si scopre respinta dagli amici più cari, quando la notizia della sua malattia si sparge nel villaggio. Piena di vita, radiosa, pura nel riso e nel pianto, conquista senza riserve. Nella sua ingenuità, nelle sue piccole deliziose malizie di bimba (farsi portare al parco giochi dicendo di non volerlo lei, ma il suo orsacchiotto), nel suo rapporto con gli adulti, scritto in modo molto realistico, sul confine fra la realtà e la magia della comprensione infantile (il considerare “angeli” le figure maschili che le sono vicine). Seo Shin Ae dimostra una intelligenza d’attrice ben al di là dei suoi anni, e l’intero cast brilla. Memorabile anche la figura del nonno e la sua passione per i “le choco pie”, le tortine al cioccolato. Levità e lieve umorismo colorano momenti di grande pregnanza e intensità. Il padre biologico di Bom, le sue scelte da ragazzo, il suo volersi riscattare nel presente, pure sono parte di una narrazione che commuove con tanta delicatezza e amorevolezza, svelando riserve e impeti del cuore umano. Alla quarantaquattresima edizione dei Paek-Sang Arts Awards, la serie ha vinto per la miglior sceneggiatura.

Si può vedere in streaming online in originale coreano con i sottotitoli in inglese qui.

lunedì 27 dicembre 2010

WINTER SONATA: il più classico melodramma coreano



Romantica, lirica, con un tono dolcemente melodrammatico, Winter Sonata, fiction sud-coreana o k-drama, come vengono chiamate, racconta la storia d’amore fra Yujin (Choi Ji Woo) e Joon Sang (Bae Yong Joon). Scritta da Oh Soo-yeon (Four Sisters, Love Letter, Wedding), con il titolo originale di Gyeoul Yeonga (겨울연가), questa serie in 20 puntate è la seconda in un ciclo dedicato alle quattro stagioni, tutte sotto la direzione dell’apprezzato regista Yoon Seok-ho. Le vicende coprono un arco di molti anni e hanno inizio quando il giovane Joon Sang si trasferisce in un nuovo liceo, in un paesino dove ha chiesto alla madre di poter studiare convinto di trovare il padre che non ha mai conosciuto. A scuola frequenta le lezioni e il club radiofonico e qui conosce quelli che diventeranno i suoi più cari amici e appunto l’amore della sua vita, con cui trascorre momenti indimenticabili. Un giorno, mentre si reca ad un appuntamento con Yujin viene investito e muore. Salto in avanti di dieci anni. Yujin è una apprezzata architetto. Le viene chiesto di lavorare a un progetto di un centro con Lee Min-Hyung che assomiglia incredibilmente al suo amore scomparso. Si innamora anche di lui, ma tutto complotta perché siano separati: prima Oh Chelin (Park Sol-Mi), la sua amica, e fidanzata di Min-Hyung (Park Yong Ha), che pure innamorata da ragazzina di Joon Sang non vuole che un altro uomo ancora le preferisca Yujin; poi Sang-Hyuk, amico d’infanzia di Yujin, da sempre innamorato di lei, con cui ora lei è fidanzata e con cui vuole costruire una vita insieme; infine i genitori di entrambi - dopo che Min-Hyung ha avuto un incidente e ha scoperto di essere Joon Sang, privo di memoria dopo il primo incidente – quando erroneamente si credeva che in due innamorati fossero fratellastri (da parte di padre). Superano ogni ostacolo e malinteso, ma Min-Yung scopre di avere problemi di salute e di rischiare la vista se non la vita. Si dicono addio: lui va negli USA  a farsi operare, lei in Francia a studiare. In chiusura nuovo salto a tre anni dopo: Yujin ritrova Min-Hyung/Joon-Sang. Ha costruito la casa dei sogni che Yujn aveva progettato. Ora è cieco. La serie finisce con l’uno nelle braccia dell’altra.

La trama, pur narrata con lentezza e nella quotidianità, è piena di colpi di scena che tengono fino all’ultimissismo momento con il fiato sospeso. È coinvolgente e trascinante, zeppa di momenti dolci e intensi. E castissimi. I personaggi si baciano tre volte in 20 ore, e non vanno oltre. E anche quei baci sono labbra che appena si sfiorano. Si abbracciano, il resto delle volte. È quasi esagerato per una sensibilità occidentale, ma non toglie nulla all’intensità delle emozioni narrate, fatte di desiderio e di sguardi e di lacrime. Molte lacrime. Qualcuno ha scherzato dicendo che dovevano ribattezzarla “Winter Sfigata”. I momenti d’amore sono costruiti su eventi minimi e ordinari, su oggetti ed elementi quotidiani: prendere l’autobus insieme, andare in bicicletta, passeggiare, giocare con la neve… i piccoli pupazzi di neve che Yujin e Joon-Sang costruiscono, il ciondolo della stella Polaris che Min-Hyung le regala, il pezzo di un puzzle, la musica del pianoforte, la manopola di neve che Joon-Sang doveva tornare a Jujin…

Forte, fortissimo, il senso stagionale dell’inverno che ammanta di bianco tutto, è lo scenario in cui si svolgono le vicende, ma molto di più, ne è partecipe e soggetto principe. Altrettanto forte il tema della memoria (Yujin che non dimentica, l’amnesia di Joon-Sang, i puzzle, il passato dei genitori). E intenso il senso del destino e del fato che tesse la vita dei protagonisti al di là anche delle loro azioni. Oltre ai due chiari protagonisti, anche Oh Chelin e Sang-hyuk hanno un forte rilievo e vengono ritratti come persone umane. Sang-hyuk è innamoratissimo e molto paziente, ma non è immune ad errori anche gravi e a richieste che magari poi ritira, ma che dimostrano che è un personaggio in se stesso, non un mero ostacolo alla felicità degli innamorati. Lo stesso vale per Oh Chelin. Accanto a loro, che sono veri e propri comprimari, anche i personaggi minori brillano, da gli altri amici di scuola che alla fine trovano la felicità insieme, Jin-Suk (Lee Hye-Eun) e Yong-Kuk (Ryu Seung-Soo), i genitori di Sang-Hyuk, le madri dei due protagonisti, i loro colleghi di lavoro e perfino il loro vecchio insegnante di scuola. Un po’ pesante, per l’eccessiva ripetitività, la colonna sonora. Quante volte mai si potrà ascoltare “My Memory”?

Prodotto dalla KBS nel 2002, Winter Sonata, nel suo genere e nella sua semplicità è un vero piccolo capolavoro, nella recitazione, nella sceneggiatura, nella scenografia, nella regia. Un italiano è colpito anche da molti elementi cultural-antropologici di una società con regole tanto diverse: Yujin che in ritardo a scuola è costretta a mettersi in ginocchio con le braccia alzate dal suo insegnante, i ragazzi che puliscono le aule, il bruciare qualcosa per un funerale, la festa di fidanzamento ufficiale, l’inginocchiarsi dei personaggi uno davanti all’altro, i sentimenti di obbligazione e di onore differenti… È affascinante anche solo da questo punto di vista. Winter Sonata è anche però stato un megasuccesso in tutta l’Asia, facendo diventare delle superstar i suoi protagonisti. I luoghi dove sono state girate le scene sono diventati meta di turisti, ed in loco è stata perfino realizzata una statua di Yuiin e Joon-Sang. Della serie inoltre è stato realizzato un musical ed è previsto un film. I materiali legati alla serie e i gadget si sprecano. Al regista infine è stato dato il riconoscimento del Premio Presidenziale per il contributo alla nazione nell’effetto di promuovere la cultura nazionale all’estero.  

Come ha osservato un acuto post, questo k-drama affronta il tema dell’amore sotto varie prospettive: primo amore, amore possessivo, amore dei genitori, amore dei figli, amore perso, amore vero… con Joon Sang come modello di uomo sensibile, intelligente, bello e di successo capace di amare la sua donna con gentilezza e comprensione. Seok Ho si dimostra maestro del melodramma attraverso l’uso del simbolismo (la stella polare che rappresenta Joon Sang, il pezzo mancante del puzzle che rappresenta Yu Jin nella vita di Joon Sang, la prima neve invernale che rappresenta i due amanti), parallelismi, ripetizioni e tempistica. Si toccano molti temi: la dualità positiva e negativa in ciascuno di noi, i problemi di identità, le differenti reazioni alla perdita dell’amore, l’amore incestuoso, il fato che prevale…

Online, trovate la serie qui: in originale coreano con i sottotitoli in inglese. I giapponesi ne hanno anche fatto una versione anime, disponibile in streaming con i sottotitoli in italiano.