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martedì 5 novembre 2024

HIERARCHY: una scuola d'elite coreana

Scritto da Chu Hye-mi, e con la regia di Bae Hyeon-jin, Hierarchy (ovvero “Gerarchia”, in coreano 하이라키) è una serie scolastico-romantico-adolescenziale di Netflix ambienta nell’esclusiva Jooshin High School dove il prestigio, in un Paese che valorizza moltissimo la cultura, in questo caso è dettato dai frequentanti, tutti ricchissimi rampolli di famiglia a cui viene impartita la più vasta istruzione possibile. A fondare questa scuola privata, il cui motto è proprio “noblesse oblige”, è il Jooshin Group.

Un ragazzo che frequentava la scuola con una borsa di studio rimane ucciso e il fratello Kang Ha (Lee Chae-min) si iscrive nella stessa scuola, sempre grazie a una borsa di studio, per scoprire che cosa è accaduto e per vendicarsi. Qui incontra subito un ambiente molto snob dove chi non è danaroso viene regolarmente bullizzato. Re e regina della cricca di giovani sono considerati Kim Ri-an (Kim Jae-won), che è l’erede designato del gruppo Jooshin, che ha una madre completamente anaffettiva, che nel momento in cui lui le chiede più attenzione gli domanda se non sia sufficiente il numeroso personale che ha assunto per seguirlo; e Jung Jae-i (Roh Jeong-eui), figlia di un potente capo di un gruppo d’affari rivale, il Jaeyul Group che tiranneggia la figlia disprezzandola come la madre da cui si è separato e usandola solo ai fini di business. Ri-an e Jae-i erano una coppia innamorata, ma eventi in partenza poco chiari li vedono separati. La migliore amica di lei, He-ra (Ji Hye-won), è gelosa della loro relazione e non si accorge che il comune amico Lee Woo-jin (Lee Won-jung) è interessato a lei.

La serie è inclusa in un filone che comprende titoli come Élite, Sweet Revenge, The Glory e Boys Over Flowers. Personalmente non li ho visti e mi fido della critica e dei fan che li reputano migliori. Nonostante una sigla di gran stile infatti, la qualità della produzione  elevata da scenografie stilose e una fotografia elegante, Hierarchy non riesce a catturare le simpatie degli spettatori. Vorrebbe essere una storia di amore, amicizia e vendetta, ma non si distingue a sufficienza da titoli indicati sopra per offrire qualcosa di nuovo, ripete dinamiche già viste in altri teen drama. La mancanza di una direzione chiara, personaggi stereotipati e l’assenza di coesione fra alcune parti della trama sono lamentele sollevate che condivido. La soluzione alla morte del fratello di Kang Ha è appagante, ma il triangolo fra questi, Ri-an e Jae-i è inconsistente. Sembra un’opportunità sprecata, perché il potenziale in realtà c’era.

Centro focale di interesse sono il privilegio e le gerarchie sociali che contaminano la società coreana, il potere e le manipolazioni messe in atto per mantenere il proprio status: chi è economicamente benestante gode evidentemente di maggiori possibilità, ma la critica che si muove è di costituire una casta chiusa che non solo non condivide il proprio benessere, esclude volontariamente gli altri per puro senso di superiorità e perché può e ostracizza gli esterni alla propria cerchia umiliandoli e ritenendoli sacrificabili. La generazione giovane, almeno nei tre-quattro leading characters, è mostrata migliore rispetto a quella dei propri genitori nella misura in cui credono ancora nella responsabilità personale, nel voler rendere la realtà migliore e nell’esserci gli uni per gli altri.

Ammetto di aver avuto grande difficoltà nel valutare la capacità recitativa dei personaggi.  Ji Hye-won che interpreta He-ra mi è parsa molto convincente nel ruolo dell’amica d’infanzia gelosa di Jae-i, che ora le è vicina ora cerca di affossarla, che ricchissima cade in disgrazia ma è lei stessa maciullata dalle macchinazioni altrui e dalle sorti economiche della propria famiglia. È stata estremamente espressiva. Diversamente da lei  Roh Jeong-eui, che è appunto l’amica Jae-i, mi è sembrata molto piatta. Sono consapevole però che in estremo oriente fa parte della cultura cercare di non mostrare sul proprio volto i propri sentimenti: dissimularli o nasconderli è incoraggiato. Quindi non sono stata davvero in grado di valutare se certe scelte di recitazione fossero scarso talento da parte dell’attrice o, come mi pare di poter intuire da altri momenti di narrazione, scelte di mostrarsi stoicamente impassibile. Forse la voce avrebbe aiutato, ma non conosco il coreano e per semplicità ho guardato il programma doppiato in inglese (in italiano non c’era la possibilità). In ogni caso ho sentito lo scarto culturale e la mia mancanza di strumenti per fare una valutazione adeguata. Genericamente le interpretazioni sono state apprezzate nonostante per qualcuno siano state troppo smaccate e mancassero di sfumature.

Se si è amanti del sottogenere di ragazzi ricchi e viziati in collegi esclusivi non scoraggio la visione, ma non la incoraggio nemmeno. Al mio scrivere non è prevista una seconda stagione, comunque poco probabile vista la tiepida ricezione.

sabato 25 agosto 2018

RISE: dimenticabile


Bene che sia finito come ha fatto, Rise: applausi del pubblico, inchini dei ragazzi che nella serie hanno messo in scena lo spettacolo, commozione dei presenti e dello spettatore a casa e l’annuncio da parte del’autorità che il programma di teatro della scuola verrà tagliato, così come la serie non tornerà per una seconda stagione. Non dispiace, va bene così. Ispirata al libro Drama High di Michael Sokolove, che raccontava una storia vera, ha detto ciò che doveva, e ha calato il sipario.

Letteralmente dal primo secondo si vede che l’autore è lo stesso di Friday Night Lights, Jason Katims, per il modo in cui sceglie di introdurre la cittadina dove sono ambientate le vicende, e in seguito lo si sente nel modo di costruire le relazioni personali, ma si è rimasti distanti da quei vertici, mancando di mordente, fuori da alcuni momenti. In questo caso l’ambientazione è quella di una piccola comunità operaia di Stanton, dove il denaro scarseggia. Un ambizioso professore di lettere, Lou Mazzuchelli (Josh Radnor, Mercy Street, How I met your mother), “Mr Mazzu”, prende la direzione del dipartimento teatrale del liceo dove lavora sostituendo Tracey Wolfe (Rosie Perez) che decide di rimanere con lui e di spalleggiarlo. Vuole mettere in scena lo spettacolo Spring Awakening (Risveglio di Primavera) e, anche se i ragazzi raccolgono la sfida con entusiasmo, molti genitori si oppongono strenuamente al progetto perché ritengono che le tematiche affrontate siano inappropriate: aborto, abuso, suicidio, sesso, omosessualità…Alla fine è un successo.

Molte di queste questioni riguardano i ragazzi da vicino. Non hanno vite facili. A Lilette Suarez (Auli’i Cravalho, in originale la voce della protagonista principale del film della Disney diventato Oceania in italiano), viene offerto il ruolo principale di Wendla. Lei dopo la scuola lavora come cameriera con la madre Vanessa (Shirley Rumierk) con cui vive, che ha una relazione con l’allenatore della squadra di football della scuola, Sam Strickland (Joe Tippet), cosa che non viene presa bene dalla figlia di quest’ultimo, Gwen (Amy Forsyth). Il ruolo di protagonista principale maschile viene dato a Robbie Thorne (Damon J. Gillespie), star della squadra di football, che ha una madre che sta morendo di SLA e un padre che lo spinge ad eccellere nello sport e non vede di buon occhio la sua nascente relazione con la protagonista dello spettacolo. Gordy (Casey Johnson), il figlio maggiore di Mr Mazzu, ha problemi di alcool, e si sente inizialmente messo da parte quando il padre e la madre Gail (Marley Shelton) decidono di accogliere in casa Maashous Evers (Rarmian Newton), un adolescente senzatetto che per il club di teatro è addetto alle luci. Sam Saunders (Ted Sutehrland), attratto dal compagno Jeremy (Sean Grandillo), attraverso lo spettacolo si vede costretto ad affrontare il suo mai ammesso orientamento sessuale, di fronte alle pressioni contrarie di una famiglia cattolica molto conservatrice. Sasha Foley (Erin Kommor) scopre di essere incinta, ma non può contare affatto sul sostegno del padre con cui vive, mentre lo trova in Tracey e Michael (Ellie Desautels), uno studente transgender.   

Un po’ come nello spettacolo teatrale con cui si intreccia – che a conoscerlo bene sicuramente dà una lettura più pregnante a tutto – le situazioni complicate della vita sono molte e si affastellano in questa ennesima versione di studenti del liceo alle prese con il mondo dello spettacolo (dal classicone Fame al neo-classico Glee), e le riflessioni sull’arte come specchio della realtà e come palco, è il caso di dirlo, che ci fa riflettere su quello che viviamo mettendo in risalto il nostro vissuto, non si riesce ad essere particolarmente originali, pregnanti o incisivi, di fatto. Dimenticabile.

venerdì 16 marzo 2018

IMMATURI - LA SERIE: nostalgia, amicizia, amore


Nostalgia, amicizia e amore: sono state queste le colonne portanti di quella favola italiana a lieto fine che è stata la serie Immaturi (Canale5), diretta da Rolando Ravello,  degna rivisitazione per la TV dell’omonimo successo cinematografico di Paolo Genovese, qui sceneggiatore insieme a Paola Mammini e Giovanna Guidoni (a cui si aggiunge anche Marco Alessi fra i soggettisti).

Un gruppo di trenta-quarantenni riceve dal Ministero della Pubblica Istruzione una lettera che li informa che, poiché uno degli esaminatori alla loro maturità non aveva il titolo per rivestire quel ruolo, il loro esame è stato annullato e devono sostenerlo di nuovo. La gran parte di loro decide di ri-frequentare l’ultimo anno del liceo classico in modo da arrivare preparati. Lorenzo Romanini (Ricky Memphis), che rischierebbe di perdere la propria attività come agente immobiliare senza il diploma e che vive ancora con mamma Iole (Paola Tiziana Cruciani) e papà Maurizio (Maurizio Mattioli), ritrova da adulto la donna di cui era innamorato al liceo e che non ha spesso di amare, ricambiato, Luisa (Irene Ferri), single ma con una figlia piccola. Piero Mistico (Luca Bizzarri) è un conduttore radiofonico che finge di essere sposato con prole per poter scaricare con facilità la ragazza di turno con cui esce nel momento in cui si stanca, ma che finisce per innamorarsi della severa professoressa di filosofia, Claudia Russo (Ilaria Spada). Il suo migliore amico Virgilio Montesi (Paolo Kessisoglu), che ha una sua videoteca,  è in crisi con la moglie che lo ha tradito, e flirta con una sua giovanissima ora neo-compagna di classe. Francesca Coppetti (Nicole Grimaudo), apprezzata cuoca con un suo ristorante, nasconde a tutti di essere sesso-dipendente, ed è in seria difficoltà per  l’attrazione con Daniele di Giulio, (Daniele Liotti), uno dei professori, affetto da ludopatia.  Serena Serafini (Sabrina Impacciatore) è sposata a un uomo ricchissimo ed ha la puzza sotto il naso finché la scomparsa del consorte che la molla senza dirle nulla per fuggire ad accuse varie, le fa scoprire la vita da una nuova prospettiva, e l’amore con il conducente di autobus, Gigi Ferone (Paolo Calabresi), padre di Savino (Andrea Carpenzano) che è il fidanzato che lei inizialmente disapprova di sua figlia  Lucrezia (Carlotta Antonelli).

Ogni puntata si apre con Mistico che alla radio invita un ascoltatore a tornare indietro nel tempo con la memoria ad una data che vorrebbe rivivere; dell’anno scelto racconta gli eventi essenziali lanciando una canzone significativa di quel momento. E loro, da “immaturi”, quel viaggio possono farlo concretamente nell’opportunità unica di rivivere le esperienze di quell’età della vita che segna l’inizio dell’età adulta, con ancora illusioni sul futuro e sogni da realizzare. Si sa in partenza dove si arriverà, con una seconda possibilità per i protagonisti di ripercorrere le proprie scelte. È un’allegoria, in fondo, che rilette sui rimpianti che si hanno e sulle cose che si farebbero in modo diverso col senno di poi. E acutamente si vedono i personaggi allo stesso tempo adulti,  ma ancora inevitabilmente non per forza più saggi. Se non si è scoperto prima chi si è e che cosa si vuole dalla vita, è il momento di farlo ora.  

Una solida interpretazione da parte di tutti (con forse il solo Kessisoglu un po’ più debole degli altri, ma nemmeno troppo) e una sceneggiatura vagamente favolistica piena di humor e leggerezza, ma con un ritmo serrato, hanno confezionato una prima stagione che ha funzionato d’incanto. C’è molto di inverosimile e ci sono tanti stereotipi, ma poco importa. Tutti sono stati ben caratterizzati nelle loro motivazioni e sono risultati autenticamente simpatici a modo loro. Nel corso delle 8 puntate della prima stagione si è volentieri sospesa l’incredulità per farsi trasportare in una Roma dove si può sognare una seconda occasione. Ce l’avrà anche la serie, che è già stata confermata per una benvenuta seconda stagione. 

venerdì 3 giugno 2011

I LICEALI 3: specchio della realtà?


La partenza de I Liceali 3 è stata slittata dopo le ragionevoli rimostranze del produttore Pietro Valsecchi che riteneva la collocazione un gioco al massacro, vista la concorrenza. Per un po’ è anche girata voce che, dopo la messa in onda posticipata della prima puntata, la serie sarebbe saltata del tutto, per ripartire in autunno. Da quello che si è visto, la nuova stagione – orfana di Cicerino (Tirabassi) e Sabbatini (Pandolfi) e rinnovata in cast, regia e troupe – è migliore della seconda che aveva fortemente deluso rispetto alla prima, ma è ben al di sotto delle potenzialità di un simile soggetto, e in certi momenti è a dir poco risibile, come nel rapporto fra la nuova professoressa Francesca Strada (Christiane Filangeri)  e il marito che in teoria vorrebbe essere geloso, in realtà sembra una specie di squilibrato.

Punto di riferimento, anche per il rapporto instaurato con i ragazzi, ora è Enea Pannone (Massimo Poggio), il professore di matematica introdotto nell’arco scorso, con il professor Cavicchioli (Ivano Marescotti) diventato preside e osteggiato per aver dato in ristrutturazione e poi in affitto la palestra alla Provincia – situazione con cui si intende accennare alla crisi economica in cui versa la scuola. Temibilissima professoressa di greco e latino è Maristella Amoruso (Lucia Ocone), nel cui nome qualcuno ha voluto vedere una frecciatina al Governo, e ci sono il prof di arte Poppi (Marco Bonini) e la supplente di filosofia sempre in ritardo Campanella (Chiara Gensini), che visto il nome i ragazzi prendono in giro. Fra i ragazzi de liceo Colonna per ora si sono fatti notare la nipote di Pannone, la timida Camilla (Virginia Valsecchi, figlia del produttore) che si innamora di Lorenzo (l’ex veejay di All Music Ivan Olita che usa le sue origini russe per parlare la lingua anche nella serie) temendo di ferire la neo-compagna Alice (Giulia Elettra Goretti), del “club delle divine”. Jamal (Angel Tom Karumathy), piccolo genio della matematica di origini indiane, per ora è un po’ l’outsider del gruppo.

Il binomio adolescenza e la scuola sono considerati un momento della vita, e della memoria ormai per molti, quasi universale, un po’ come la famiglia, un ideale luogo di riti di passaggio in cui la maggior parte di noi riesce ad identificarsi. Le tematiche travalicano le generazioni, ma qui la mia sensazione è che siano studenti di qualche anno fa. Mi chiedo che età abbiano gli sceneggiatori. Forse, come ha sottolineato Valsecchi, è che è una serie per ragazzi e genitori allo stesso tempo. Se solo fosse passata su Italia1, anziché su Canale5, sarebbe stato necessario rimontarla tutta, han detto, un’osservazione estremamente interessante rispetto al tono e all’estetica cercarti. 

In un telefilm che aspira a essere specchio della realtà vien da mettersi le mani nei capelli a sentire, nientemeno che al classico, un’insegnante di lettere dire “sembra che ha smesso” invece di “sembra che abbia smesso”, uno studente domandare “algo-che?” di un “algoritmo” e l’intera classe fare temi autobiografici da scuola media. Speriamo sia un po’ deformante, come in altri aspetti, mi sono detta. Poi però mi sono sentita insultata dal fatto che la supplente di filosofia non conoscesse la professione  della madre di Socrate (3.02). Come è possibile? Non sapere che era una levatrice significa con conoscere la maieutica, significa non conoscere Socrate proprio. Non lo penso possibile nemmeno nella peggiore delle circostanze. E per fortuna! A quel punto ho spento.