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mercoledì 15 aprile 2026

THE FOUR SEASONS: amicizia a una certa età

Briosa e leggera, ma allo stesso tempo profonda nel riflettere su amicizia e rapporti di coppia, mi ha presa praticamente all’istante la commedia The Four Seasons (Netflix), ideata da Tina Fey, Lang Fisher e Tracey Wigfield sulla base dell’omonimo film di Alan Alda che qui fa un’apparizione come guest star nel ruolo del padre di una delle protagoniste. Il titolo viene dal fatto che 3 copie di amici di lunga data si incontrano per una vacanza insieme a ogni stagione. Le puntate sono otto, due per stagione e, appropriatamente, la musica di Vivaldi le punteggia tutte e quattro.

Si inizia in primavera, nella casa al lago di Nick (Steve Carell, The Office) ed Anne (Kerri Kenney-Silver, Reno 911!) dove è tradizione che trascorrano del tempo insieme a Jack (Will Forte, The Last Man on Earth), un insegnante, e sua moglie Kate (Tina Fey, 30 Rock) e insieme a Danny (Colman Domingo, che ha all’attivo più di una nomination all’Oscar e nel 2024 è stato inserito dalla rivista Time fra le 100 persone più influenti al mondo), un architetto, e suo marito Claude (l’italiano Marco Calvani), perennemente preoccupato per la salute del consorte. 

Durante un'escursione, Nick confessa agli amici quello che presto diventerà chiaro a tutti: nonostante siano lì per festeggiare il loro 25esimo anno di matrimonio, lui si sente soffocare in un rapporto dove la moglie è completamente apatica, e vuole il divorzio. Gli amici cercano di evitare che questo accada, cercando di ragionare con lui e pungolando Anne che dal canto suo capisce prima che si ufficiale e cerca di scongiurarlo organizzando una cerimonia di rinnovo dei voti coniugali. Nulla da fare. Alla successiva vacanza, in estate, Nick arriva accompagnato dall’igienista dentale che ora frequenta, la 32enne Ginny (Erika Henningsen), che organizza per loro tutti, meno Anne, di fermarsi in un eco hotel tropicale, odiato da tutti che cercano di mostrarsi comunque di supporto. La relazione continua anche in autunno, quando vanno in visita all’università dove Kate, Jack e Danny si sono conosciuti, nonostante la figlia della coppia, Beth (Ashlyn Maddox), che studia lì, esprima tutta la sua rabbia per la separazione dei genitori, realizzando un per-noi-esilarante spettacolo teatrale di sfogo. Si chiude con l’inverno, il festeggiamento del capodanno, e un inaspettato colpo di scena con la sua coda. Tutte le interpretazioni sono impeccabili.

La forza del programma, già confermato per una seconda stagione che vedrà il segmento invernale ambientato in provincia di Trento, in Italia, è nella amicizia semplice di persone che si conoscono da molto tempo. Sono vere tante delle critiche di chi ha risposto in modo tiepido alla serie: non c’è particolare approfondimento dei personaggi – il melodrammatico Claude è particolarmente macchiettistico; non è costruita per avere uno smaccato umorismo, anche se ci sono molte battute sagaci e qualche momento veramente ilare – penso allo spettacolo che mette in scena la figlia di Nick e Anne; la prima stagione è costruita sulla classica crisi di mezza età… ma c’è una levità vissuta con cui è gradevole intrattenersi.

Si indaga l’amore e in particolare quello all’interno del matrimonio, che cosa lo sostenga e che cosa lo affondi, e quali siano i segnali che fanno capire la direzione in cui sta andando. Mostra come essere sposati sia lavoro e dedizione, una scelta quotidiana fatta anche di compromessi, oltre che gioie, ma anche di inaspettati piccoli piaceri che diventano rivelazioni. Sono personaggi che sono invecchiati, e alcune delle battute riguardano questo inevitabile processo, il corpo che cede e le abitudini che vengono messe in discussione. Con Nick che comincia una relazione con una ragazza più giovane, e con la figlia, si medita anche sulle differenze generazionali. E ovviamente grande tema è l’amicizia, come ridere delle stesse cose e cogliere gli stessi riferimenti possa essere banale e scontato, ma è il collante di relazioni che scaldano il cuore e fanno famiglia, fanno festa – i racconti di Nick non vengono colti dagli amici della sua nuova compagna, lui si sente tagliato fuori e desidera il facile genuino rapporto con i suoi vecchi compagni d’avventure.  

Condivido anche l’acuta osservazione di  Brian Tallerico su RogerErbert.com quando scrive che “l'idea che mostriamo diversi aspetti di noi stessi non solo ai nostri amici ma anche ai nostri partner quando siamo lontani dalle restrizioni della normale vita domestica è molto interessante”. Ed è, con la prospettiva di anni, fare un bilancio valutando quello che funziona e quello che si vorrebbe diverso, anche con riconoscenza per quello che si ha. In parte si richiama The White Lotus ma solo perché ci sono persone in vacanza, e nell’esame di coscienza sulle proprie scelte e la propria vita, con i suoi limiti e trionfi. Qualche piccolo passaggio sembra un po’ tirato per i capelli, ma per la gran parte suona vera. Autentica nella sua ordinarietà di eventi.

giovedì 17 agosto 2023

FLEISHMAN IS IN TROUBLE: una miniserie su...tutto

“Avevo trascorso l’intera estate ad ascoltare la storia di Toby, vedendola solo attraverso i suoi occhi. Avevo dimenticato una verità essenziale del giornalismo, cioè che dovresti sempre domandarti, quando ascolti la versione delle cose di qualcuno, cosa l’altra persona nella storia, quella che non era lì, direbbe se lo fosse. Avevo dimenticato quella lezione, che avevo imparato da ogni storia che ho mai scritto. Era che non ci sono veri cattivi nella vita, non veramente. Non ci sono nemmeno veri eroi. Ognuno è grande e ognuno è terribile e ognuno ha dei difetti, e non ci sono eccezioni a questo.” (1.07) Queste è un po’ l’ethos di Fleishman is in trouble - Fleishman a pezzi (di FX e Hulu, su Disney+ in Italia), per bocca di Libby (Lizzy Caplan, Masters of Sex), migliore amica del protagonista e narratrice in voice-over nella serie. Tratta dall’omonimo romanzo di Taffy Brodesser-Akner, qui showrunner al suo esordio, la serie, quasi in chiusura nella spettacolosa puntata del sottofinale, chiosa così il ribaltamento di prospettiva della narrazione a cui abbiamo assistito, che ha rivelato come centrale una tematica diversa da quella che sembrava in corso di via.

POSSIBILI SPOILER A SEGUIRE.
Toby Fleishman (Jesse Eisenberg, The Social Network) è un medico epatologo che ha da poco divorziato dalla moglie Rachel (Claire Danes, Homeland), una agente teatrale molto affermata, ambiziosa e di successo, dopo 15 anni di matrimonio. Deve re-imparare a vivere senza di lei. Il suo mondo è capovolto - letteralmente (la regia offre occasionalmente inquadrature capovolte). Hanno avuto due figli insieme, Hannah (Meara Mahoney Gross) e Solly (Maxim Swinton), di 11 e 9 anni. Un giorno, apparentemente di punto in bianco, Rachel svanisce nel nulla e Toby si trova a trascurare il lavoro per gestire da solo i due figli ancora piccoli. Si confida con i migliori amici di sempre, Libby e Seth (Adam Brody, the OC).

Attraverso la prospettiva di lui si esplorano molte tematiche: il matrimonio e il divorzio e la difficoltà di trovare nuove persone con cui uscire, il lutto della perdita di una relazione, l’educazione dei figli, il privilegio, la disparità economica e la distribuzione della ricchezza, l’importanza o meno del successo economico e dell’appagamento professionale, il potere di non avere obbligazioni, la forza dei legami, le differenze fra la mezza età e la gioventù (ci si sposa troppo presto? Si cambia?), la solitudine (avere molto amore e non sapere dove metterlo - 1.05), l’importanza di ascoltare, il senso della possibilità e il senso vita…temi affrontati in modo profondo e leggero insieme, anche in modo frammentario un po’ come accade nella realtà dove le questioni si intrecciano e ritornano. Libby, una giornalista che ha lasciato la carriera per fare la mamma a tempo pieno, pure si sente persa anche se il suo matrimonio con Adam (Josh Radnor, How I met your mother) non è proprio in crisi, insoddisfatta, incerta di che cosa fare nella vita, con l’opprimente sensazione che le opzioni a sua disposizione siano drasticamente diminuite a seguito delle scelte che ha fatto, senza che se ne rendesse conto.

In un momento molto meta, che commenta libro e serie e anche anticipa quella che poi sarà a quel punto l’attesa conclusione, si osserva che parla “di tutto”: “riguarda la vita e il matrimonio e i soldi e l’insoddisfazione e l’amicizia di una vita e come tutte queste cose si fondono nella mezza età, rendendoti infelice” (1.08): “Come si può essere così disperatamente infelici quando si è così sostanzialmente felici?” (1.08) quando apparentemente si ha ciò che è necessario e ciò che si è voluto? La crisi di mezza età colpisce tutti loro amici, e naturalmente ha un valore metaforico la visita di Toby insieme ai figli al museo di storia naturale di New York, dove è affascinato, attratto e respinto, da una “esibizione” di Vantablack, il materiale più scuso mai realizzato dall’uomo. Tutto il cast, di attori sia eccellenti che benvoluti, brilla.

Il colpo di scena che cambia la prospettiva, prima di tornare sul binario iniziale, è una storia di depressione post-partum e anche violenza ostetrica. Nella puntata “Me-Time” (1.07) spicca il tour de force di Claire Danes, in particolare in un momento in cui piange durante una sessione con un gruppo di supporto e ancor di più in seguito in una citatissima scena in cui si lancia in un potente feroce grido catartico in cui si coagulano tutte le emozioni di una vita segnata dall’abbandono e votata al superlavoro come mezzo di compensazione. Memorabile.

La serie è concepita come autoconclusiva e me ne dispiace, anche in considerazione del fatto che l’autrice, nel corso delle tavole rotonde di The Hollywood Reporter di quest’anno, ha dichiarato che lei sarebbe disponibile ad andare avanti indefinitamente. Vorrei una seconda stagione che non ci sarà; in ogni caso sono già grata di questa che considero fra le migliori visioni dell’anno.

NB: Ho seguito la serie in originale e le traduzioni sono mie. La versione italiana ufficiale potrebbe essere diversa.

martedì 5 gennaio 2021

BRIDGERTON: "Gossip Girl" incontra Jane Austen

È un incrocio fra Gossip Girl e Jane Austen la goduriosamente romantica Bridgerton (rilasciata da Netfllix il giorno di Natale), tratta dal ciclo di romanzi rosa di grande successo di Julia Quinn, ed in particolare dal primo volume “Il Duca e io” (che diventa qui il titolo del quinto episodio). Siamo nell’Età della Reggenza, quindi nell’arco fra il 1811 e il 1820, e specificatamente nel periodo del 1813 in cui le debuttanti dell’alta società vengono presentate a corte. I Bridgerton sono una famiglia inglese, composta da otto figli, quattro maschi e quattro femmine, che hanno l’iniziale del nome in ordine alfabetico per età, e dalla loro madre vedova. La prima stagione è dedicata a Daphne (Phoebe Dyenevor), la più vecchia delle sorelle, e alla sua appassionata storia d’amore con il Duca di Hastings, Simon (Regé-Jean Page), il più desiderato fra gli scapoli. Anche i familiari hanno rilievo nella storia, così come la famiglia Featherington, con le tre figlie, e la temuta scrittrice misteriosa, Lady Whistledown, in originale con la voce di Julie Andrews e in italiano di Melina Martello,  che, proprio come in Gossip Girl, rivela gli scandali e i pettegolezzi in una periodica pubblicazione che attira la curiosità di tutti e la cui identità viene rivelata (ma solo al pubblico a casa, non ai personaggi intra-diegesi) nell’ultimo episodio.

Superati i primi dieci minuti di messa in onda, in cui la narrazione mi pareva troppo smaccata, ho apprezzato questa serie, di cui mi auguro future stagioni dedicate agli altri fratelli, che indossa i propri riferimenti e influenze con consapevolezza e gusto. A momenti ha avuto il sapore di una favola e di una soap opera, e in particolare penso alle vicende dei Featherington o alla figura del padre del Duca, e il gusto naturalmente di un romanzo rosa, visto il materiale d’origine, e la sua forza è stata proprio quella di conoscere bene i cliché dei vari generi attigui, sapendo quando usarli e quando distanziarsene. Li ha irrisi, evidenziandoli, e penso in particolare alle scene in cui i protagonisti commentano i comportamenti di alcune dame e gentiluomini (gli sguardi, i finti svenimenti…), così rivelando le convenzioni e i mores della società dell’epoca, ma al contempo li ha utilizzati senza ritegno (i giuramenti, il duello, i balli…), rinnovandoli anche. Scenografia e costumi sono stati mozzafiato. Il trucco, specie maschile, l’ho trovato un po’ troppo carico, ma è un peccato veniale. 

Questa creazione di Chris Dan Dusen è riuscita anche ad elevarsi dai propri modelli, mostrandosi moderna e intelligente, lì dove ha constatato con realismo come di fronte all’apparente romanticismo ci fosse una pressione inaudita per le giovani donne ad essere il “diamante della stagione”, a trovare marito come unico modo di sopravvivenza, e lì dove con altrettanta precisione ha mostrato come il mantenere la virtù fosse un costo non indifferente non solo per le giovani donne coinvolte, ma per le loro famiglie tutte, che potevano esserne onorate o disonorate, e per gli uomini che le avevano sotto la propria tutela. Ne andava letteralmente della vita, in qualche caso. La politica dei rapporti interpersonali e di coppia come transazione economica è emersa a ogni piè sospinto, da frasi come il pretendente che dichiara che se intende comprare un cavallo non lo chiede all’animale, ma al proprietario, quando ci si rivolge al fratello per avere la mano di Daphne, alla indicazione di “mercato matrimoniale” (1.08) per indicare il senso delle varie soirée, promenade e balli a cui sono tenuti a partecipare i personaggi.

Non si è totalmente cinici, si aspira all’amore che si riconosce come un bene raro, ma si riflette su che cosa faccia un buon matrimonio, talvolta un vero “campo di battaglia” (1.03), arrivando alla conclusione che è una solida amicizia di base che tiene unite le coppie. E solitamente in questo genere di narrazioni le nozze sono il premio ultimo, dopo di che “vissero per sempre felici e contenti”. Non qui: la cerimonia nuziale (1.05), sfarzosa ma ridotta a pochissimi momenti essenziali, non è l’apice, né il traguardo a cui si giunge superati numerosi ostacoli. È solo una tappa, fra le tante di un percorso accidentato, nella consapevolezza che le relazioni sono sempre in fieri, e nella riflessione su questo il rapporto madre-figlia ha avuto bei passaggi.

Il ruolo del vil denaro e dello status, così come dei gender issues, escono dalla bocca dei protagonisti di continuo e danno spessore ideologico piuttosto esplicito alle vicende, così come c’è una pregnante riflessione sul sesso. L’ignoranza in cui erano tenute le giovani donne è un liet motiv che si rivela la spina dorsale della storia, ed è stata declinata ora come occasione di seduzione e intimità - Simon che chiede a Daphe se si tocchi e lei che viene mostrata poi masturbarsi (1.03) sono stati da applauso, sia per la loro deliziosità nella costruzione della relazione fra i due, che per la pregnanza valoriale – ora come ostacolo alla felicità della coppia - il coito interrotto di Simon ai danni dell’ignara neosposa è stato emblematico (1.06). Se questa serie è in una certa misura “l’educazione di Daphne Bridgerton”, come si è espresso l’ideatore (EW), è anche appropriatamente l’educazione sessuale della giovane donna. Le scene di sesso sono davvero sexy, un piacere da guardare, e anche qui, come era successo per Normal People, si è usato sul set un coordinatore di intimità, una figura emersa negli ultimi tempi che si sta rivelando molto importante.

Intelligente è stato anche  il modo di mostrare come le donne dell’epoca, fortemente ristrette nelle proprie libertà, abbiano usato come arma quello che avevano a disposizione, e in questo caso proprio il gossip, che lunghi dall’essere solo qualcosa di frivolo per gente che non ha nulla da fare, è stato uno strumento di  potere e liberazione e difesa (1.02). E attraverso la parola si costruisce anche la bellissima gioiosa amicizia che si mette in scena fra due delle protagoniste femminili, Eloise (Claudia Jessie) e Penelope (Nicola Coughlan), due fra i personaggi più riusciti.  

Questa è stata la prima scripted series per Netflix targata Shondaland, ovvero la casa di produzione di Shonda Rhimes (Grey’s Anatomy, Scandal) che con la piattaforma di streaming ha stretto un contratto da 150 milioni di dollari. Sebbene questo programma non sia scritto da lei (per quello dobbiamo aspettare Inventing Anna, il cui atteso debutto è previsto per quest’anno), si sente ugualmente la sua sensibilità, ed in primis con un casting inclusivo con molti attori BIPOC, come si dice ora  - che sta per Black, Indigenous and People of Color, ovvero Neri, Indigeni e Persone di Colore -, nel ruolo di nobili britannici, in un’epoca in cui presumibilmente non ce n’erano altrettanti. Ci è proprio domandati: è storicamente accurato? Alcuni storici suggeriscono che ci siano prove che nell’aristocrazia britannica ci fosse sangue nero (in proposito, volendo, si legga questo articolo del Post), ma in realtà è poco significativo. Non è un documentario, e la produttrice esecutiva Betsy Beers spiega come non sia un casting daltonico, ma hanno cercato di immaginare la storia e il mondo nel modo in cui volevano vederlo (Entertainment Weekly), nello stesso modo in cui sono state prese licenze poetiche nelle musiche scelte o nell’abbigliamento (e su questo si legga su Vogue l’intervista alla costumista).

Se mi calo per un momento dei panni di Lady Whistledown, e faccio un piccolo volo pindarico metatestuale, non posso che osservare che le debuttanti in società sono le attrici alle audizioni, e che la regina Charlotte (Golda Rosheuvel), nera, è la controfigura di Shonda Rhimes: una malignità senza un fondamento, da parte mia? Scherzi a parte, a meno di non considerare “storia rosa” alla stregua di una parolaccia, e anche però nei limiti di quell’etichetta, Bridgerton è per la gran parte un vero piacere.  

giovedì 21 febbraio 2019

FOREVER: la trappola dell'abitudine


Gli autori di Forever (Amazon video, 2018, non l’omonima serie della ABC del 2014), Alan Yang (Master of None) e Matt Hubbard (30 Rock), avrebbero chiesto ai critici televisivi di non rivelare di che cosa parla il loro programma, cosa che, se nel suo significato più profondo lo troviamo in nuce nel pilot, nel suo aspetto più prosaico di ambientazione e trama non si evince nemmeno da lì. Come per gli spoiler, specie in questo nuovo panorama televisivo, non è chiaro che tempi di scadenza abbia una simile richiesta, ma essendo questo un mio primo post sulla serie, preferisco aderire alla richiesta.  Provo solo a dare un indizio: “forever” significa “per sempre”; che cos’è che a questo mondo è per sempre? Questo forse potrebbe indirizzare nel verso giusto.

Per i primi cinque minuti di “Together Forever” (1.01), con le sole immagini senza audio, seguiamo la storia di una relazione, quella fra Oscar Hoffman (Fred Armisen, Portlandia), un dentista,  e June Hoffman (Maya Rudolph, Saturday Night Live), un’impiegata. Nell’ultima tranche vediamo atti che si ripetono sempre uguali anno dopo anno, come cambiano di significato. Per dodici anni Oscar e June hanno condotto la stessa vita che ora rende lei insoddisfatta, a partire dalla vacanza al lago a cui quest’anno decidono di rinunciare in favore di una sugli sci. Questo cambierà la loro vita in modo inaspettato. E farà loro conoscere Kase (Catherine Keener, The Kominsky Method), ex-impiegata del governo che diventa amica di June, e Mark (Noah Robbins), un adolescente vagamente ribelle.

L’interrogativo principale che sottende alla narrazione è se sia bella o interessare una cosa che è per sempre, sempre uguale. Si ragiona sul senso della ripetizione, su come ci imprigioni, su come, bloccati negli stessi meccanismi, rischiamo di vivere una vita in trappola, che ci impedisce di trovare la felicità, e di come andiamo in cerca a volte di ciò che rompe lo schema, che ci salva dalla noia del tutto uguale. Oscar e June sembrano davvero condannati per l’eternità a fare le stesse cose: lui il cruciverba, lei lavorare la terracotta (e qui avete un altro piccolo indizio su che cosa riguarda la serie, se pensate a un popolare film che ha fatto del lavoro dell’argilla una delle sue scene iconiche), insieme fare una passeggiata, salutare i vicini (con uno che immancabilmente tosa l’erba del proprio giardino, l’altra che pota la siepe)… quando arriva la nuova vicina Kase c’è un senso di eccitazione e di possibilità.

Ci si sofferma a riflettere su come la ripetizione possa essere sì rassicurante, ma anche vincolante – di questo diventa il simbolo la trota alle mandorle che Oscar prepara sempre per June -  e su come l’abitudine possa diventare una schiavitù. Si medita anche su di che cosa si va in cerca nella vita: “Oceanside” (1.07) ha a momenti il gusto di una storiella zen; e sulle occasioni mancate della vita: in particolare con il personaggi di Oscar, e di Andre e Sarah. Questi ultimi hanno una puntata che porta il loro nome (1.06) a loro dedicata, con una digressione narrativa alla maniera in cui è stato anche fatto anche da Master of None. E in fondo con questo episodio la serie, nella visione, costringe lo spettatore a fare quello che predica, ovvero a guardare non sempre e solo gli stessi personaggi, ma nuovi, mostrando che c’è anche altro che potremmo perderci se guardiamo sempre e solo quello a cui siamo abituati. È contenuto che diventa stile, è monito allo spettatore, è lezione di vita: fare cose diverse; rompere la routine, uscire dalla nostra zona di conforto.

In una serie che parla di matrimonio e felicità e intimità, la conclusione non è di fatto che si debba  rincorrere solo quello che in un dato momento è nuovo e attrae, anche perché non si può poi tornare indietro, ma solo che non ci si deve lasciare schiacciare dalla macina del sempre uguale fino ad essere morti dentro, ma riuscire a vedersi e a parlarsi con onestà, perché solo così si riesce a costruire rapporti che siano autentici e appaganti. È perdere quello che è pericoloso e ci rende infelici.

L’ambizioso progetto, la cui locandina non può non richiamare alla mente “American Gothic” di Grant Wood, riesce a essere estremamente divertente, seppure malinconico;  e  sebbene a tratti surreale, non si perde in se stesso mostrando un intenso attaccamento alla realtà. La recitazione è di prim’ordine.

venerdì 3 ottobre 2014

THE AFFAIR: esce la sigla della serie più attesa dell'autunno


 
La serie più attesa dell’autunno è The Affair, ideata da Sarah Treem, autrice teatrale e sceneggiatrice per In Treatment e House of Cards, e Hagai Levi, ideatore di Be Tipul, la versione originaria israeliana da cui è stato tratto In Treatment, di cui è stato poi produttore. Fra i produttori esecutivi di questo nuovo progetto ci sono Eric Overmyer (Treme) e Jeffrey Reiner (Friday Night Light).
Come è facile intuire dal titolo, racconta di una storia d’amore, in questo caso, una storia extraconiugale, vista dal due punti di vista diversi, maschile e femminile, con i protagonisti che ne hanno anche ricordi differenti, con un effetto un po’ alla Rashomon, è stato detto. Ne sono coinvolti Alison (Ruth Wilson), una cameriera sposata con Cole (Joshua Jackson, Fringe), che gestisce un ranch in crisi finanziaria che è appartenuto alla sua famiglia per generazioni, e Noah (Dominic West, The Wire), un insegnante della scuola pubblica di New York e aspirante romanziere coniugato con Helen (Maura Tierney, ER). Quando la relazione comincia, Alison e Cole stanno cercando di superare una tragedia che ha sconvolto le loro vite, e Noah sta trascorrendo una vacanza marina nella tenuta dei familiari della moglie.
Ambientato a Montauk, New York, sulla costa est degli USA, è stato definito un drama romantico dark e si focalizza sugli effetti di una relazione di questo genere, scavando nelle complessità delle relazioni a lungo termine. Al tour per la stampa dell’associazione dei critici televisivi, da quanto scrive l’Hollywood Reporter, la Treem ha dichiarato che pensano al programma soprattutto nei termini di matrimonio e che il titolo, con riferimento alla relazione extraconiugale, nel proseguire la visione finisce per suonare in qualche modo ironico.
Intanto il canale Showtime, che la manderà in onda le 10 puntate previste a partire dal 12 ottobre, ha fatto uscire in anteprima la sigla (sotto), con musica originale di Fiona Apple. Mi pare un gioiello.  

mercoledì 23 maggio 2012

THE BIG BANG THEORY: un commovente finale di stagione (5.24)


Mi  ha commosso la season finale della quinta The Big Bang Theory (5.24) che, si sapeva in partenza, avrebbe avuto due grandi eventi: il matrimonio di Howard (Simon Helberg) e Bernadette (Melissa Rauch) e il lancio nello spazio di Howard, terrorizzato dall’idea. Non è stata la più divertente delle puntate - di una buona stagione con gli ultimi episodi che parevano un crescendo - ma ha celebrato quello che è diventato un vero e proprio caposaldo della serie: l’amicizia.    
Come già ha avuto modo di notare David Eckstein su Zap2it a inizio di stagione, con le tre donne (Penny, Bernadette ed Amy) divenute di diritto parte integrante del gruppo, ormai la sit-com è diventata il nuovo Friends, in versione nerd – l’altra sit-com che in questo momento può aspirare ad esserne l’erede è Happy Endings . Questo significa anche che oltre all’aspetto comico conta davvero molto anche quello di connessione emotiva. Ci importa dei personaggi in ogni caso, al di là delle risate, che non sono mancate.
Le uscite autocentrate di Sheldon (Jim Parsons) sono un must, e Penny e Leonard (Johnny Galecki) continuano ad essere la coppia per cui fare il tifo. Un trend ho trovato più marcato e ho apprezzato perché è esilarante e non si è mai visto prima: le costanti battutine e ammiccamenti di attrazione lesbica di Amy per Penny. Mayim Bialik è magnifica nel trasmettere l’entusiasmo frustrato senza vergogna di Amy e non mi stanco mai di vedere le reazioni facciali schoccato-imbarazzate di Kaley Cuoco come Penny. Se le battute sulla presunta omosessualità di Raj (Kunal Nayyar) sono molto esplicite, ma in qualche modo anche più “usuali”, con le donne non l’ho mai visto fare prima. Bravi.
Davvero, con le immagini di chiusura e “le mani che si univano” (non esplicito di più per non rovinarla a chi non avesse ancora visto la puntata) mi sono veramente venute le lacrime agli occhi.

venerdì 29 aprile 2011

LE NOZZE DI WILLIAM E KATE: una vera favola


Non mi importava nulla di seguire le nozze di William e Kate, eppure le ho trovate emozionanti e commuoventi. La scenografia c’era tutta: sposi giovani e belli, abiti sfarzosi – con lui in alta uniforme dalla giacca rossa e lei con un abito stretto in vita e la parte delle spalle e delle braccia in pizzo, sobria e raffinata, in vago stile rinascimentale – la tiara, le carrozze… proprio da favola, nel senso più tradizionale del termine. Scommetto che da qualche parte c’era anche qualche topolino a brindare e a ballare.

Quello che per me l’ha resa autenticamente una favola però è il loro atteggiamento. Nonostante alcuni segni esterni tutt’ora resistenti e per me assai sgradevoli: la mano di lei che viene passata da un uomo che la dà in moglie a un uomo che la prende in moglie, passando attraverso quella dell’arcivescovo (se non è un simbolo retaggio della proprietà patriarcale sulla donna quello non so quale lo sia); il fatto di dichiarali “man and wife” (uomo e moglie) anziché “husband and wife” (marito e moglie), come disgustosamente prevede talvolta, come in questo caso, il rito anglosassone; il fatto che solo lei abbia ricevuto l’anello nuziale, perché lui non ne vuole sapere di portare la fede, si dice – io credo che la reciprocità sia la cosa più romantica e che lui poteva ben accettarla per il tempo della cerimonia e togliersi la fede nella vita quotidiana, se tanto gli dava fastidio… nonostante alcuni segni sgradevoli dicevo, compensati da altri di modernizzazione (niente “obbedienza” a lui per lei, come già per Diana; il fatto che lei non sia di “sangue nobile”;  il fatto che abbiano convissuto prima; la presenza di una coppia gay sposata fra gli invitati), è stato l’atteggiamento dei nubendi a renderla davvero una favola.

Sono stati la felicità che si leggeva sui loro volti, l’evidente amore l’uno per l’altra e il loro senso di complicità a rendere questa una favola. Non è stata la finta favola di un matrimonio combinato dove lui era piegato alla volontà di qualcun altro e lei era inesperta e timorata. È stata la decisione matura di due persone che si sono scelte e che si conoscono bene. Regali entrambi, e sicuri di sé entrambi. Persone che hanno preso una decisione consapevole e reciproca. Non c’è niente di più romantico, per quel che mi riguarda.

Ho seguicchiato solo Rai1 e Canale5.
Canale5 ha puntato più sul gossip, con Cesara Buonamici a fare bene da timone per Signorini, e una Parodi in trasferta molto adeguata nelle sue osservazioni. Mi è piaciuto che abbia sottolineato che Kate è una donna determinata che sa quello che fa, non una ragazzina timida, ma che questo appunto non rende la sua di meno una favola – sempre che avere un favola sia desiderabile -  semmai, aggiungo io, la sgancia da quello che una favola dovrebbe essere. Per una volta la Parodi, che tende solitamente a essere abbastanza sessista, ha saputo un po’ rispondere per le rime a Signorini per cui non ci sarebbe stata favola per il fatto che la sposa non tradiva sufficiente emozione, secondo lui. Le emozioni che avrei avuto interesse a indagare io, per quel che mi riguarda, sono quelle di Carlo. Chissà che cosa è stato per lui questo momento.
Rai1 è stata più ufficiale, e un po’ più soporifera, scegliendo di parlare anche in momenti inadeguati (avrei voluto sentire il benvenuto del decano che parlava del significato delle nozze).
Canale5 ha optato per i sottotitoli (meglio), Rai1 per una traduzione che mi ha lasciato interrogare se i traduttori avessero mai sentito una versione decente della formula nuziale, una cosa piuttosto standard, invece di quella improbabile, in certi passaggi, con cui hanno deciso di renderla.

Una bella cerimonia, che non avevo interesse a seguire nei dettagli, probabilmente eccessivi, che la copertura mediatica ha assicurato, ma che ha una ragione d’essere: per una volta è una notizia positiva, di festa, di gioia, di un uomo e di una donna che sembrano amarsi autenticamente.

Non a tutti è stato gradito, come si può notare da una impagabile foto, ma da “Today”, ecco il momento del bacio, il vero “money shot” come lo ha chiamato Meredith Viera senza troppe cerimonie:


mercoledì 27 aprile 2011

Tre in competizione per LA TORTA DI NOZZE PERFETTA



In The Great Cake Bake (Wedding TV), tradotto “La torta di nozze perfetta”, uno di quei programmi che tengono udibile la traccia sonora originale su cui parla la traduttrice, si chiede a una futura sposa di descrivere la sua torta di matrimonio ideale e poi si lancia una competizione fra 3 diversi pasticceri - di cui non viene detto solo il nome, ma anche una piccola biografia professionale - che raccontano come vogliono realizzare il progetto e perché lo interpretano in un certo modo, spiegano parte dei passaggi necessari e in conclusione presentano il lavoro finito.

Delle tre torte, messe una accanto all’altra, la sposa deve scegliere quella che la convince di più, e non è una scelta facile perché sono tutte di solito talmente spettacolose che le si vorrebbero tutte. È una formula asciutta, ma convincente, presentata da Sian Lloyd, gallese, nota nel Regno Unito soprattutto come apprezzata (e premiata) meteorologa.

martedì 26 aprile 2011

DESTINATION WEDDINGS: matrimoni di miele



Destination Weddings (su Wedding TV, canale 426 del satellite) ha il difetto di sembrare uno lungo spot promozionale, ma le visite ai resort per luna di miele nei paradisi tropicali di Giamaica, Antigua, St.Lucia e Turks e Caikos, ma anche in posti come Cipro, Santorini o Montecarlo sono sicuri di lasciare a bocca aperta chiunque. Uno dei luoghi, tanto per far capire il genere di ambienti che si descrive (con interviste dei responsabili e di coloro che ci lavorano), è una struttura di 22 ettari con parco acquatico, 3 diversi villaggi, 16 ristoranti, una convenzione con Martha Stewart e con il programma Sesame Street per apposite attività ricreative per i bambini. Non è solo pensata per evitarsi lo stress di trattare direttamente con i 43 fornitori di servizi che dicono essere il numero medio con cui si deve aver a che fare per l’organizzazione, ma per avere proprio un “matrimonio di miele”. Per chi ha il portafoglio adeguato è un suggerimento, per gli altri un modo per sognare location mozzafiato.