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martedì 26 ottobre 2021

GHOSTS: una sit-com di spiriti e di spirito

Avevo casualmente visto il pilot della versione inglese di Ghosts in un viaggio aereo di ritorno dagli Stati Uniti, nel 2019, anno in cui ha debuttato. Mi era piaciuto a sufficienza da voler vedere subito il remake americano, che gli rimane molto fedele, nell’incipit. Da quello che ho letto – non ho modo di verificarlo di prima mano – se ne discosta dalla terza puntata.

Il concetto è forte, e l’umorismo non manca. Una giovane giornalista freelance newyorkese, Samantha (Rose McIver, iZombie) riceve in eredità una grande dimora di campagna che non sa essere abitata da fantasmi. Nonostante l’iniziale diffidenza di lui, lei e il marito Jay (Utkarsh Ambudkar), un cuoco, decidono di rinnovarla per farne un bed&breakfast. Durante la permanenza sul luogo, lei cade dalle scale. Tecnicamente morta per 3 minuti a seguito dell’esperienza, quando torna a casa, questi fantasmi li vede come se fossero in carne e ossa. Non è pazza. E per gli spiriti che vagano per la casa è fantastico avere una viva con cui comunicare. Loro sono morti in varie circostanze e epoche diverse.

Hetty (Rebecca Wisocky) è l’originaria proprietaria della casa. Issac (Brandon Scott Jones) è un veterano della guerra d’Indipendenza morto per dissenteria, evidentemente ma non esplicitamente attratto dagli uomini. Pete (Richie Moriarty) è un capo dei boy scout morto nel 1985 per una freccia conficcata nel collo. Flower (Shelia Carrasco) è una hippie morta per l’attacco di un orso con cui cercava di fare amicizia (complici le droghe). Trevor (Asher Grodman) è l’ultimo deceduto in ordine di tempo, un trader di Wall Street donnaiolo e amante della bella vita, morto senza pantaloni. Alberta (Danielle Pinnock) è una cantante flapper morta per un possibile attacco di cuore, anche se lei è convinta di essere stata assassinata. Sasappis (Roman Zaragoza) è un nativo americano della tribù dei Lenape. Thorfinn (Devan Chandler Long) è un tonitruante vichingo che ha visto la fine colpito da un fulmine. Crash (Hudson Thames), decapitato, è per ora apparso solo nel pilot, ma la produzione dice che potrebbe tornare in episodi futuri. Poi ci sono una serie di fantasmi senza nome morti di colera, emaciati, puzzolenti.

Le dinamiche fra i fantasmi sono scoppiettanti. Sono un gruppo di mal-abbinati che difficilmente si sarebbero trovati volontariamente insieme, ma che ora devono passarci l’eternità, o quanto meno il tempo necessario a, finalmente, raggiungere l’aldilà a loro negato. Parte dell’umorismo viene da fatto che arrivano da contesti e epoche molto diverse fra loro per cui non colgono i reciproci riferimenti culturali, o hanno modi di pensare diversi. Molti di loro non hanno idea di che cosa possa essere un film, ad esempio, e Thorfinn è esaltato quando vede per la prima volta un televisore e vede che parlano della sua gente; Isaac è entusiasta all’idea che in Internet si possa sapere qualcosa di lui, in che modo viene ricordato, avvilito che Alexander Hamilton sia diventato più famoso di lui; Hetty ha vissuto in un’epoca in cui alle donne non era concesso votare, e lei è contraria che lo facciano, e ci vuole Alberta a farle vedere la situazione in una prospettiva differente, quando si tratta di scegliere qualcuno che faccia loro da rappresentante con i vivi...  

Ideato da un nutrito gruppo di autori (Mathew Baynton, Simon Farnaby, Martha Howe-Douglas, Jim Howick, Laurence Rickard, e Ben Willbond) la sit-com è stata adattata per l’americana CBS da Joe Port e Joe Wiseman, già produttori di Zoey’s Extraordinary Playlist. L’umorismo è ora buffo e un po’ svitato, ora profondo e intenso. Da una premessa anche sufficientemente sciocca infatti c’è il potenziale di riflettere col sorriso in termini storico-antropologici su diverse questioni, volendo. La serie è stata confermata per un’intera stagione per cui ci sarà tempo di approfondire gli archetipi messi in scena. Inizialmente non ero troppo convinta dell’intesa fra i due sposini, che apparivano poco in sincronia, ma già dalla seconda puntata questa sensazione per me è sparita – forse ero io. Se regge nel tempo quello che le prime puntate offrono, si ha garantita una serie allegra, con cuore, leggera ma non stupida, insomma piena di spiriti e di spirito.     

domenica 16 agosto 2020

THE UNICORN: ricominciare dopo un lutto


Rinnovata per una seconda stagione, The Unicorn ha come protagonista Wade (Walton Goggins, The Shield, Justified), vedovo e ora padre single di due ragazzine adolescenti, Grace (Ruby Jay) e Natalie (Makenzie Moss), che cerca di capire come andare avanti dopo la morte della moglie. È quello che il suo gruppo di amici definisce un “unicorno” (da cui il titolo), ovvero una brava persona, senza grilli per la testa,  devota alla famiglia e con un buon lavoro – è un architetto paesaggista – che è in cerca di una nuova relazione e non ha paura di impegnarsi: una creatura elusiva che tutte le donne cercano, una rarità insomma. Un DILF (la versione maschile di MILF), come ha scherzato qualcuno. E i suoi tentativi di avviare una nuova relazione, sebbene con riluttanza, e il suo ruolo genitoriale ora che è sua sola responsabilità sono il fulcro di questa commedia scaldacuore dove il grande motore che fa sì che la vita continui è l’amicizia. Wade può infatti contare sul supporto, e le spinte, di Forrest (Rob Corrdry, The Daily Show with Jon Stewart) e Delia (Michaela Watkins, Casual), lui specialista in risorse umane, lei pediatra, e di Ben (Omar Benson Miller) e Michelle (Maya Lynne Robinson), genitori oberati di quattro figli.

La serie di ritrova necessariamente ad affrontare il tema della perdita. In 1.03 il protagonista viene spinto dagli amici a rivolgersi a un gruppo di aiuto-aiuto di persone che hanno perso il  proprio partner di vita, come modo di affrontare la propria rabbia. Il primo impatto non è dei migliori, perché le vedove son tutte donne, parlano molto di sesso e sebbene lui non sia puritano, si sente fuori luogo. Ci riprova però e riesce a trovare una connessione proprio sul tema della rabbia, trova la legittimazione a provarne – ha diritto di essere arrabbiato di quello che gli è successo -  e a sfogarla in modo produttivo. La figlia minore a sua volta trova il modo di manifestare la propria rabbia per le cose che stanno cambiano e per il modo in cui lei si sente lasciata in disparte.

In realtà però non è tanto il lutto a farla da padrone. Altrimenti, come After Life, ben ha dimostrato recentemente, uscire con qualcuno che ha appena subito la perdita di una persona tanto amata tanto facile non è. Qui è trascorso più di un anno dal funerale e sono le piccole grandi quotidianità delle vita ordinaria a dominare la scena, in particolare la difficoltà a trovare una persona con cui si possa davvero andare d’accordo al punto da condividere la vita su base stabile, con la prospettiva di una persona ormai matura. La forza del programma è quella di trattare con una certa intelligenza la propria premessa: anche nel mostrare l’inesperienza del protagonista  in certi aspetti dell’educazione delle proprie figlie, ma di non lo fanno apparire un’inetto ai fini di strappare una facile risata.

Nulla di quanto accade sulle schermo è in realtà particolarmente divertente. Si sorride, ma non ci sono grandi risate, ma c’è un tono fine e gentile che la rende amabile. E in finale di stagione (1.18), in cimitero, grazie a una puzzola, si mette in campo quello che con ogni probabilità potrà essere l’interesse sentimentale (Natalie Zea) del protagonista nel prosieguo delle vicende.

Ideata da Bill Martin, Mike Schiff e Grady Cooper, questa sit-com non rivoluziona certo il genere, ma rinverdisce il classico “una famiglia di amici” con un cast davvero di prim’ordine.  

lunedì 13 aprile 2020

EVIL: il paranormale declinato dai King



Ideato dai coniugi King (The Good Wife, The Good Fight, Braindead), Evil, dell’americana CBS, si addentra in un territorio in parte nuovo per la coppia, quello dei fenomeni paranormali, e se il risultato non è ai livelli di apice a cui ci hanno abituato, nondimeno si riconosce il loro stile e traspare uno spessore molto in sintonia con le loro corde e forse inusitato al genere.

Kristen Bouchard (Katja Herbers), una psicologa forense di New York, viene assunta da David Acosta (Mike Colter, The Good Wife) un aspirante sacerdote cattolico, per indagare su fenomeni paranormali e di possessione allo scopo di stabilire se siano veri o meno. Insieme a loro lavora anche Ben Shakir (Aasif Mandvi), un esperto di tecnologia. Lì dove David è il credente, Kristen e Ben gli fanno da contraltare come scettici pronti da dargli delle spiegazioni scientificamente fondate. Molti fenomeni hanno spiegazione, ma tanti altri no. Nel corso delle loro indagini Kristen si scontra con il viscido, minaccioso dottor Leland Townsend (Michael Emerson, Lost, Person of Interest), un esperto di occulto che ha connessioni con forze demoniache e che spinge gli altri a commettere azioni malvage. Si avvicina pericolosamente alla quattro figlie di Kristen, che lei cresce sola in assenza del padre via per lavoro, e stringe una relazione con la madre di lei, Sheryl (Christine Lahti).

Le puntate sono genericamente autoconclusive incapsulate in una trama orizzontale di sottofondo, vaga ma che via via che si procede si fa più pregnante (alla maniera già usata nelle precedenti creazioni dei King), con una accattivante mitologia (una mappa con simboli demoniaci, una veggente che parla per Dio, i “60”, il simbolo della capra, videogiochi che portano al limite della realtà…). La forza maggiore del programma sta nel riuscire a mantenere un buon equilibrio di scienza vs. miracoli, fra fede e sospetto, fra razionale e irrazionale in un modo che non si prende gioco dell’intelligenza dello spettatore, ma facendo leva sull’autosuggestione, così come questa coinvolge i protagonisti. La sensazione di minaccia è pressante, sublime e godibilissima quando è in scena Michael Emerson, che sa essere creepy come pochi, ma si crea anche attraverso altri canali, in primis attraverso le paure dei protagonisti che prendono una vera a propria forma: nel caso di Kristen si tratta del mostro George, tanto umoristico quanto minaccioso e obbrobrioso, e che emerge nei suoi incubi portando alla luce quelle preoccupazioni che la mente razionale tiene sedate.

Si riflette su concetti come la manipolazione, la superstizione, le teorie cospiratorie e si riesce in modo indiretto a fare delle riflessioni sulla natura del bene e del male e su come potenzialmente nascono e si sviluppano concetti distruttivi – penso alla mirabile storia di misoginia sviluppata con un personaggio secondario, attivamente spinto da Leland per propri fini a odiare le donne e a compiere atti di terrorismo (con una conclusione inaspettata e ottimale), o anche al mettere in bocca a un personaggio così subdolo e maligno frasi come “la gentilezza è ipocrisia”. Si fa proprio un lavoro di cesello nello screditare i veri mali della quotidianità, nella confezione di storielle sovrannaturali molto easy.

Alla prima stagione di 13 episodi, i cui titoli contengono sempre un numero, farà seguito una confermata seconda stagione.  

lunedì 30 settembre 2019

BOB ♥ ABISHOLA: non diverte


Non fa ridere Bob ♥ Abishola (Bob hearts Abishola – Bob cuore Abishola, in italiano forse potremmo dire "Bob Lovva Abishola"), la nuova serie sull'americana CBS di Chuck Lorre (Due uomini e mezzo, The Big Bang Theory) e Eddie Gorodetsky, Al Higgins e Gina Yashere (una comica britannico-nigeriana). Nemmeno un po’. E questo la boccia come sit-com. Funziona meglio sul lato umano e di tenerezza, ma non a sufficienza.

Bob (Billy Gardel, Mike e Molly) è un uomo di mezza età che nella vita ha una fabbrica di calzini a gestione familiare, a Detroit. Fra lo stress lavorativo e quello provocatogli dalla madre Dottie (Christine Ebersole), il fratello Douglas (Matt Jones) e la sorella Christina (Meritbeth Monroe) finisce per avere un attacco di cuore. In ospedale, il Woodward Memorial Hospital, si innamora dell’infermiera di origine nigeriana che si prende cura di lui, Abishola  (Folake Olowofoyeku), che ha un figlio, Dele, per cui sogna la carriera di medico, e che vive con zia Olu (Shola Adewusi) e zio Tunde (Barry Shabaka Henley). Bob inizia a corteggiare Abishola, regalandole dei calzini. A raccogliere le confidenze di lei e a commentare la situazione ci sono anche la collega Gloria (Vernee Watson) e l’amica Kemi (Gina Yashere).

Da una sit-com che infila una scorreggia entro il primo minuto nella speranza di provocare ilarità, si capisce che non si punta troppo in alto, ma la premessa è interessante. Nel podcast di “TV’s Top Five” (puntata del 20 settembre 2019) Lorre dichiara di trovare l’immigrazione un argomento politico, ma gli immigrati un argomento semplicemente umano: vuole celebrarli perché sono loro che hanno reso grande l’America e, con loro, il loro coraggio e la determinazione che ci vogliono  per andare a vivere in un Paese straniero cercando una vita migliore. Nel confronto fra culture diverse spera di poter guardare la realtà in prospettiva fresca, scoprendo valori che magari un tempo appartenevano anche alla cultura americana, ma ora apparentemente non più. Fa l’esempio specifico del rispetto per le persone più vecchie e indica una scena del pilot che in effetti salta agli occhi (ho ascoltato l’intervista dopo aver visto la puntata e ammetto di aver notato da sola quanto diceva): Dele serve la colazione alla madre Abishola. L’intenzione perciò c’è, ed è nobile, e si potrà realizzare lì dove si riuscirà ad evitare la caricatura etnica e gli stereotipi da cui all’esordio non si sfugge (specie con gli zii).

Dove pure c’è potenziale è anche in quello che in The Kominsky Method Lorre ha dimostrato di saper esplorare bene: la vulnerabilità dell’essere umano. Un uomo sentimentalmente solo, ma con desiderio di amare e con un certo fascino gentile, e una immigrata tosta e pragmatica che deve lavorare sodo e crescere un figlio, cominciano a trovarsi interessanti a sufficienza da voler imparare a conoscersi. Può davvero essere la base di qualcosa di autenticamente romantico e questo è evidente che lo comprendono bene. Ugualmente una miniera interessante può essere l’esplorazione del rapporto fra i neri afro-americani e i neri africani. Come già in Mom (pure di Lorre) il riso non preclude parti drammatiche o comunque serie.

La recitazione è buona, i passaggi di scena con le slugline scritte a caratteri cubitali sono quantomeno originali.

Rimane, per il poco che ho visto, il problema enunciato all’esordio: non diverte. E avrà speranza di sopravvivere solo se riuscirà a farlo, presto.

domenica 28 luglio 2019

UPFRONTS 2019- 2020: CBS


La CBS ha presentato agli upfronts i seguenti programmi per la stagione 2019-2020:


 
All Rise. Ideato da Greg Spottiswood, è un procedurale legale che esamina tutti gli aspetti del sistema penale, dai giudici, ai giurati, ai procuratori distrettuali, agli ufficiali giudiziari… Nel cast Marg Helgenberger, Simone Missick, Jessica Camacho, e Wilson Bethel. Qui il promo.

Bob (Hearts) Abishola. Tecnicamente, è "Bob ❤ Abishola", ed è ideata da Chuck Lorre (The Big Bang Theory), dalla comica Gina Yashere, da Eddie Gorodetsky, e Al Higgins (che in precedenza ha collaborato con Lorre nella serie di Netflix The Kominsky Method). Billy Gardell (il Mike titolare della precedente Mike & Molly) è Bob, un "uomo d'affari di mezza età di Detroit" che ha un infarto. Quando si riprende, si innamora immediatamente della sua infermiera, un’immigrata nigeriana di nome Abishola (Folake Olowofofoyeyeku), e fa di tutto per conquistarla. Qui il promo.

Broke. Mantenuto dal fondo fiduciario del padre, oltraggiosamente ricco, che all’improvviso gli taglia i viveri, il protagonista (Jaime Camil, Jane the Virgin) decide con la moglie (Natasha Leggero) di trasferirsi a casa della sorella di lei, nella San Fernando Valley. La serie viene dallo scrittore/produttore Alex Herschlag (Will & Grace). Qui il promo.

Carol’s Second Act. Patricia Heaton (The Middle, Everybody Loves Raymond) interpreta  una madre che, dopo essersi ritirata dall'insegnamento e aver tirato su due figli, decide di diventare medico, e si ritrova circondata da neolaureati molto più giovani di lei. Ideata da Emily Halpern e Sarah Haskins (Trophy Wife), è una commedia multi-camera con nel cast anche Kyle MacLachlan. Qui il promo.

Evil. Ideato da Michelle e Robert King (The Good Wife, The Good Fight) questo procedurale esplora la possibilità di possessione demoniaca, fenomeni paranormali e miracoli seguendo una psicologa clinica (Katja Herbers, Westworld), scettica, un sacerdote in formazione (Mike Colter, The Good Wife) e un falegname. Nel cast ci sono anche Michael Emerson (Lost) e Aasif Mandvi. Qui il promo.

The Unicorn. Un padre (Walton Goggins) vedovo con due figlie  - una tendenza della prossima stagione, si direbbe – cerca di conciliare il ruolo di genitore col desiderio di costruire una nuova vita sentimentale. Attorniato da un affiatato gruppo di amici e familiari. Corddry e Michaela Watkins completano il cast principale. È una sit-com single-camera ideata da Bill Martin e Mike Schiff (Grounded for life). Qui il promo.


E per mid-season:

FBI: Most Wanted. Se non fosse già chiaro dal titolo, questo spin-off di FBI di Dick Wolf si concentrerà sulla divisione incaricata di rintracciare i criminali sulla lista dei "più ricercati" dell'Ufficio. Nel cast Kellan Lutz, Julian McMahon (Nip/Tuck), Alana De La Garza e Keisha Castle-Hughes.


Tommy. È un procedurale ideato da Paul Attanasio (Bull, Homicide: Life on the Street) che ha come protagonista Edie Falco nel ruolo di una poliziotta di New York che si trasferisce sulla costa opposta per diventare la prima donna capo della polizia di Los Angeles e usa la sua onestà e le sue tattiche dure per conciliare questioni sociali, politiche e di sicurezza nazionale con l'applicazione della legge. Qui il promo.



venerdì 9 novembre 2018

GOD FRIENDED ME: ateismo vs. fede



È una sorta di Ultime dal Cielo in salsa religiosa God Friended Me, o forse, meglio ancora, è un più scettico e disincantato Joan of Arcadia nell’epoca dei social network, e pur presentando storie banali o comunque costruite ai limiti della credibilità, riesce ad essere amabile e giocoso a sufficienza da non alienare il pubblico di fronte ad un dibattito anche importante, quello fra atei e religiosi. Nonostante la premessa, o forse proprio per quella, spinge verso l’idea dell’esistenza di Dio, ma è aperta al confronto, al dibattito, all’incontro fra i due versanti ideologici.

Miles Finer (Brandon Michael Hall, The Mayor), figlio di un predicatore, il reverendo Arthur (Joe Morton), è un ateo convinto e ha un podcast in cui parla apertamente di queste sue convinzioni. Un giorno riceve una richiesta di amicizia su Facebook da parte di Dio. Lui rifiuta, ma l’Altissimo non molla l’osso finché lui non accetta. Seguono dei suggerimenti di amicizia che Miles si vede costretto ad accettare, finendo per conoscere le persone in questione e per aiutarle. La prima che incontra, Cara Bloom (Violett Beane, The Flash), è una giornalista con il blocco dello scrittore che grazie a lui re-incontra la madre che l’aveva abbandonata anni prima, e presto diventa una presenza importante nella sua vita. A raccogliere le sue confidenze è anche l’esperto di computer Rakesh (Suraj Sharma), che cerca con e per lui, di scoprire chi si nasconde dietro all’account “Dio”. Miles è convinto si tratti di una burla, ma allo stesso tempo non può non guardare con sospetto come segni di un Essere Alto elementi ed accadimenti che incrocia nella vita. La sorella Ali (Javicia Leslie) spinge perché padre e figlio riprendano dei rapporti più stretti.

In un mondo, e in un contesto come gli Stati Uniti, così polarizzato sulle tematiche religiose, è apprezzabile una serie che riesce a evitare predicozzi, ma a portare ragioni e argomentazioni sia per credere che per non credere in Dio, umanizzando l’altra parte qualunque sia quella di partenza. Anche lì dove c’è candore non è ebete creduloneria. Gli attori, Brandon Michael Hall in primis, sono convincenti e riescono a infondere i personaggi non solo di umanità, ma anche di un pizzico di umoristico distacco e sospetto di fronte alla bizzarria della situazione, che però indagano razionalmente. Un feel-good drama sull’americana CBS ideato da Steven Lilien e Bryan Wynbrandt.  

giovedì 31 maggio 2018

UPFRONTS 2018-2019: CBS


La CBS ha presentato agli upfronts  per la stagione 2018-2019 i seguenti programmi:


FBI. È un procedurale su come funziona un ufficio dell’FBI di New York realizzato da Dick Wolf e dal team che sta dietro al franchise di Law & Order. Sono state ordinate 13 puntate  prima ancora che ci fosse un copione. Nel cast ci sono Missy Peregrym e Jeremy Sisto. Qui il promo.


God Friended Me. Il presentatore di un podcast che si autodefinisce “un fastidioso ateo che vuole farti pensare”, ma il cui padre è un reverendo, non è così certo di che cosa pensare quando Dio gli chiede amicizia su Facebook e poi gli manda dei poke che lo spingono ad aiutare delle persone per ragioni che non sono immediatamente chiare. La verità nasconde più di quanto chiunque immagini.  La serie è ideate da Bryan Wynbrandt e Stevem Lilien. Qui il promo.


Happy Together. Una coppia di trentenni con una riva molto tranquilla e ordinaria,  cerca di sentirsi di nuovo giovane e cool, quando si trasferisce da loro una pop star emergente che cerca di nascondersi ai paparazzi. Una commedia con Damon Wayans jr.  Qui il promo.


Magnum PI. Basato sull’omonima serie degli anni ’80, qui Magnum è un investigatore che, come nell’originale, guida una Ferrari, è un veterano di guerra (in questo caso quella dell’Afghanistan) e lavora con l’aiuto di due suoi amici, TC e Rick, e dell’ex-agente del MI:6, Higgins, ora una donna.   Qui I promo.


The Neighborhood. È una sit-com. Un uomo bianco molto gentile a amichevole nei confronti dei propri vicini di casa si trasferisce con la famiglia in un quartiere nero. Non tutti apprezzano la sua espansività. Qui il promo.

 
Murphy Brown. È il revival della ben nota sit-com degli anni ’80. È però un mondo diverso fra canali via cavo che trasmettono notizie a ciclo continuo, social media, “fake news” e un clima politico decisamente differente. Qui il promo.


Per mid-season:

Fam. In questa sit-com multi-camera ideata da Corinne Kingsbury (The Newsroom), una giovane donna (Nina Dobrev di The Vampire Diaries) desidera una vita perfetta con il suo nuovo fidanzato e vuole fare buona impressione sui suoceri, ma il suo sogno viene messo a rischio quando va a vivere con lei ribelle sorellastra adolescente che vuole allontanarsi dall’influenza paterna.


The Code. Siamo alla base di Quantico dei Marine. Le più brillanti menti militari, addestrate come soldati, pubblici ministeri, difensori e investigatori, affrontano i più difficili casi legali, lavorando con integrità e alla ricerca della verità. Gli attori protagonisti, Mira Sorvino e Dave Annable hanno recentemente  lasciato al’improvviso la serie.
  

The Red Line. Siamo a Chicago. Un poliziotto bianco spara a un medico nero. Si esaminano le prospettive di ciascuna delle tre famiglie coinvolte. Si esamina la politica del crimine, spesso personale, con un approccio sia storico che inter-relazionale e razziale. Produttori esecutivi sono Greg Berlanti e Ava DuVernay. Nel cast c’è anche Noah Wyle.


mercoledì 24 maggio 2017

UPFRONTS 2017 - 2018: CBS


La CBS ha presentato agli upfronts i programmi indicati sotto. La rete non rende disponibili su YouTube i trailer delle serie per chi è in Italia. Alcuni li trovate qui.  
Drama

Seal Team. Ricca d’azione, questa serie segue le operazioni ad alto rischio di una delle forze speciali d’elite più famose al mondo, quella dei Navy Seals, compreso lo stress di altra natura che loro e le loro famiglie devono affrontare sul fronte di casa: mantenere segreti, venir informati della partenza all’ultimo momento, la consapevolezza che ogni missione potrebbe essere l’ultima…Nel cast David Boreanaz.


Wisdom of the crowd. Un’icona della tecnologia di Silicon Valley (Jeremy Piven), impegnato a scoprire l’assassino della figlia, lancia una nuova compagnia e crea una piattaforma mondiale in cui le persone possono inviare e valutare le prove. Insieme a uno staff di specialisti, rivoluziona il modo di investigare i crimini. 

S.W.A.T. Ispirato dalla serie televisiva e dal film con lo stesso nome, questo poliziesco vede il tenente Daniel “Hondo” Harrelson (Shemar Moore) a capo di una unità altamente qualificata che deve operare nella comunità dove è cresciuto. Si vede diviso e in equilibrio fra la lealtà alla strada, dove i poliziotti a volte sono visti come il nemico, e quella nei confronti dei colleghi. Come comandante incoraggia  comunicazione e rispetto invece di forza e aggressione, ma quando c’è una crisi, tutti sono pronti a mettere in atto la loro preparazione tecnica.

Instinct. Previsto per mid-season, e precedentemente noto con il titolo di Killer Instint, è l’adattamento di un romanzo di James Patterson e ha come protagonista Alan Cumming. Un ex-agente della CIA diventato professore torna alla sua vecchia vita per aiutare la polizia di New York a catturare un serial killer.  


Comedy

Young Sheldon.  È lo spin-off di The Big Bang Theory. Shledon Cooper (Iain Armitage) ha 9 anni (siamo nel 1989) e ha appena cominciato il liceo, con quattro anni in anticipo, insieme al fratello maggiore molto meno brillante di lui, mentre la sorella gemella è ben contenta di rimanere in quarta elementare. La madre, molto religiosa, cerca di prepararlo a quello che lo aspetta, perché si rende conto che il figlio sarà anche un piccolo genio, ma non è  in grado di leggere i segnali delle persone che lo circondano. Jim Parsons (Sheldon adulto) fa il voice-over. 

9JKL. Basato sulle esperienze della vita reale di Mark Feuerstein, produttore esecutivo e interprete, questa sit-com ha come protagonista un attore in un momento di pausa professionale da poco divorziato che torna a casa: va vivere in un appartamento posizionato fra i propri genitori e la famiglia del fratello. Mentre si rialza da un momento no, deve imparare a trovare un equilibrio fra la sua indipendenza e la presenza un po’ invadente dei familiari che lo amano, ma letteralmente lo circondano.

Me, Myself & I. La vita di Alex Riley (Bobby Moynihan) viene esaminata in tre momenti diversi: nel 1991, quando ha 14 anni, e lui e sua madre si trasferiscono a Los Angeles quando lei si risposa; nel presente, a 40 anni, in un momento di stasi personale e professionale; nel 2042, a 65 anni, quando si rende conto che per essere felice deve mettere da parte il lavoro presso la sua azienda di successo e dedicarsi alla sua vera passione: le invenzioni.     

By the Book. Questa sit-com multi-camera (ma inizialmente concepita come single-camera) era precedentemente nota come Living Biblically ed è tratta dall’omonimo libro di A.J. Jacob. Un uomo (Jay R. Ferguson), decide di provare a vivere secondo le regole della Bibbia. La serie è prodotta da Johnny Galecki (il Leonard di The Big Bang Theory) ed è prevista per mid-season.

mercoledì 9 novembre 2016

BRAINDEAD: un divertissement politico-fantascientifico


Non arriva né con sorpresa né con delusione la cancellazione dopo una sola stagione di Braindead (CBS, Rai4 in Italia con il sottotitolo “Alieni a Washington”), ideata dai coniugi King già autori di The Good Wife. La serie, sebbene solida, non è riuscita ad essere quella graffiante satira dell’attualità che ci si aspettava fosse, nondimeno ha comunque trasmesso con ironia il messaggio che voleva far passare: la politica americana, o forse la politica in genere, è contagiata da un virus, quello dell'estremismo. E quando questo accade, non importa se si è di destra o di sinistra, ma c’è una sorta di coincidentia oppositorum.  
Questo concetto la serie lo trasmette in modo allegorico: insetti di provenienza aliena, che hanno la forma di una sorta di formiche, arrivano sulla Terra e entrando nella testa delle persone attraverso le orecchie e si mangiano metà del loro cervello. I sintomi del "contagio", che può portare addirittura all'esplosione della testa, sono eloquenti rispetto al loro significato metaforico: perdita di equilibrio, incapacità di sentire, aggressività, disinteresse per l’intimità... oltre ad altro. Gli sceneggiatori acutamente ricordano, facendo diventare testo il metatesto (1.10), che la cultura letteraria ha fornito vari esempi di insetti usati evocativamente in maniera similare, e si citano lo scarafaggio di Kafka, le farfalle di Nabokov, il Grillo Parlante di Collodi.

Siamo a Washington. Laurel Healy (la deliziosa Mary Elizabeth Winstead), una documentarista per cui scarseggia il denaro per finire il progetto che le sta a cuore, decide di lavorare per il fratello Luke (Danny Pino), un politico democratico, ascoltando le richieste e le lamentele degli elettori. Nonostante l’opposta posizione politica, stringe amicizia e poi comincia ad avere un interesse sentimentale per Gareth (Aaron Tveit), capo del personale del rivale del fratello, Red Wheatus (Tony Shalhoub, Monk). Laurel si rende presto conto che alcune persone hanno cominciato a comportarsi in modo strano, e investiga insieme a Gustav (Johnny Ray Gill) e Rochelle (Nikki M. James) su questi insetti, che sono attratti dalla pancetta, amano la musica di The Cars, depongono le uova in fiori di ciliegio e hanno progetti di espansione sulla terra tanto che hanno progettato serre e disegnato i distretti elettorali come cerchi nel grano. Per non attrarre troppo l’attenzione parlando di creature aliene, si cercano esempi molto concreti e si citano la malattia di Lyme e il virus Zika (1.05 e oltre).

Molto è l’umorismo, a partire dall’originalissima modalità del riassunto delle puntate precedenti, realizzato in forma canora, e in un caso fatto della puntata un'altra vecchia serie televisiva, Gunsmoke, che si era preferito vedere al posto (1.11), ma questo non impedisce di trattare tematiche serie, come la tortura (1.07), la manipolazione delle informazioni (1.08), la cavillosità pretestuosa di certe argomentazioni (1.05), l’ostruzionismo, la guerra… Si carbura forse un po’ lentamente, ma in conclusione si rimane comunque appagati da quello che in definitiva è un piccolo divertissement a sfondo politico-fantascientifico.    

martedì 4 ottobre 2016

MACGYVER (2016): stantio


I cosiddetti MacGyverismi ammetto che lasciano sempre un po’ di stucco, ma il nuovo MacGyver, reboot dell’omonima serie TV degli anni ’80 con Richard Dean Anderson, delude moltissimo, anche se alla fine del pilot si spiega l’origine della Phoenix Foundation per cui l’eroe ha sempre lavorato e anche se si intravedono alcune delle sue caratteristiche distintive (la sua riluttanza all’uso delle armi da fuoco, ad esempio). Non è solo che non si rende giustizia all’iconico personaggio ideato da Lee David Zlotoff, è che il risultato è proprio pessimo.

Il giovane Angus MacGyver (Lucas Till), che qui non ha problemi a presentarsi col suo nome di battesimo, mentre nell’originale questo è un gran segreto per lungo tempo, dopo studi all’MTI, esperienza militare e trofei vari vinti in campo scientifico, lavora ora per il segretissimo Dipartimento di Servizi Esterni, al cui vertice c’è Patricia Thornton (Sandrine Holt, Hostages), che deve occuparsi dei soliti progetti di distruzione o conquista del mondo da parte di cattivi di turno. Accanto a lui troviamo Jack Dalton (George Eads, CSI), abile con le armi, e la sua ragazza Nikki (Tracy Spirikados, Revolution). Per la fine del pilot lei è uscita di scena (o forse no?) e al suo posto come analista informatica entra l’hacker fino ad allora tenuta in carcere di massima sicurezza, Riley Davis (Tristin Mays). Mac, come lo chiamano come nomignolo, ha poi un compagno di stanza (il cui ruolo sembra quello di consentire un momento leggero-comico), Wilt (Justin Hires).

Non si capisce davvero perché la CBS abbia deciso di riesumare quello che ha tutta l’aria di uno zombie, se non voleva impegnarsi a fare sul serio. Nessuno si aspetta cronaca vera, ma i personaggi sono così inverosimili da apparire risibili (un esempio per tutti Riley e la sua uscita dal carcere), quasi parodistici. Le vicende sono trite e il dialogo sono puramente di servizio – e nella prima puntata che esordisce con delle scene girate sul lago di Como non si ha avuto nemmeno l’accortezza di assumere degli under-five (così nel sistema americano vengono contrattualmente definiti quegli attori che sono più di mere comparse, ma hanno meno di 5 battute) che sapessero pronunciare l’italiano in modo decente.


Un primo pilot era stato cestinato perché non convinceva. Forse sarebbe stato meglio fare lo stesso con questo. Il cast è anche più che dignitoso, ma la qui non si dice nulla che non sia stato già detto, e meglio, in passato. Questa incarnazione sviluppata da Peter M. Lenkov  odora già di stantio. 

lunedì 30 maggio 2016

UPFRONTS 2016 - 2017: CBS



Ecco sotto le scelte della CBS presentate agli upfronts.


Bull (drama): Il dottor Phil McGraw, noto personaggio del daytime televisivo americano, è stato da più giovane un consulente nei processi e aiutava gli avvocati ad analizzare giurie e testimoni. Lo porta sullo schermo, in una versione romanzata, Michael Weatherly (NCIS).  A scrivere questo procedurale legale è lo stesso McGraw insieme a Paul Attanasio (House). 




MacGyver (drama): il personaggio diventato popolare nell’incarnazione di Richard Dean Anderson (ABC, 1985-1992) torna in una versione più giovane a cui dà il volto Lucas Till. La serie, che ha nel cast anche George Eads (CSI), è finita fra le mani di molti produttori, sceneggiatori e registi e sembra che il pilot possa venire girato nuovamente, quindi non  è ben chiaro come potrà risultare il prodotto ultimo. L’idea di base vede il noto eroe creare una organizzazione clandestina e utilizzare come sempre le sue abilità per prevenire disastri.





Pure Genius (drama): un milionario (Augustus Prew, The Borgias) fonda una clinica che usa la miglior tecnologia all’avanguardia e assume un chirurgo (Dermot Mulroney) per aiutarlo a risolvere difficili problemi medici, compresa potenzialmente la malattia di cui soffriva la madre a cui lui è risultato geneticamente positivo. Nel cast c’è anche Odette Annable (The Astronaut Wives Club). Questo serie medica procedurale è scritta da Jason Katims (Parenthood).





The Great Indoors (comedy, multi-camera): Un reporter con molte avventurose esperienze al suo attivo (Joel McHale, Community) in seguito a un infortunio si ritrova a dover lavorare nel dipartimento digitale e dei social della rivista per cui scrive e deve gestire un gruppo si giovanissimi colleghi, più a loro agio col computer che con il mondo esterno. La serie è ideata da Mike Gibbons (Tosh.0).  




Kevin Can Wait (comedy, multi-camera): Un poliziotto appena andato in pensione (Kevin James, The King of Queens), sposato e con tre figli, cerca di adattarsi alla sua nuova vita. Ne sono stati ordinati 13 episodi.




Man with a plan (comedy): un lavoratore autonomo (Matt LeBlanc, Friends, Episodes) deve diventare un genitore molto più presente di quanto non fosse prima nella vita dei suoi tre figli quando la moglie (Jenna Fischer nel pilot, ma il ruolo sarà soggetto a recasting) torna a lavorare fuori casa per la prima volta in 13 anni. Essere padre gli diventa molto più difficile. La serie viene dalla coppia  Jeff e Jackie Filgo (That ‘70s Show).   




Per midseason sono previsti:

Doubt (drama): Ideato da Tony Phlean e Joan Rater (Grey’s Anatomy), questo procedurale legale ha come protagonista una avvocatessa di successo (Katherine Heigl) che comincia una storia d’amore con un suo cliente che non si sa se abbia o meno commesso un grave crimine. La serie ha nel cast Laverne Cox (Orange is the New Black) che sarà la prima attrice transgender a interpretare un personaggio principale transgender sulla televisione dei network. Nel cast anche Steven Pasquale, Dulé Hill. Dreama Walker, Eliott Gould. 


Training Day (drama): Questa storia mezza serializzata, mezza procedurale è ambientata 15 anni dopo il film con lo stesso titolo che riprende. Un detective della polizia di Los Angeles moralmente ambiguo (Bill Paxton, Big Love) viene affiancato da un poliziotto novellino (Justin Cornwell). Nel cast ci sono anche Julie Benz (Buffy, Angel, Dexter) e Drew Van Acker). La serie è scritta da un ex-detective della polizia, Will Beall, e prodotta da Jerry Bruckheimer.  




Star Trek: la serie torna con una nuova incarnazione su CBS All Access.