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sabato 7 agosto 2021

SERVANT: dall'atmosfera creepy

In Servant (su Apple TV+, già dal novembre 2019), i Turner, Dorothy (Lauren Ambrose, Six Feet Under), giornalista televisiva di successo, e Sean (Toby Kebbell), cuoco-fotografo culinario che si definisce un bon vivant professionale, una coppia di Philadelphia, hanno perso un bambino di tredici settimane, Jericho (Mason e Julius Belford). La madre ha rimosso l’evento e per aiutarla a ritornare gradualmente alla realtà dopo il crollo psicologico le hanno affidato, come oggetto terapeutico transitorio, una bambola che lei tratta come un bambino vero, tanto che finisce per assumere una tata a tempo pieno, Leanne (Nell Tiger Free, Game of Thrones), che si trasferisce a casa loro per prendersi cura di lui. La ragazza, che viene da un paesino rurale del Wisconsin, è molto timida, riservata e religiosa, non batte ciglio e si prende cura dell’oggetto come se fosse un bambino vero. Lo diventa, e questo spaventa e insospettisce Sean, che comincia a indagare su chi sia questa ragazza, e Julian (Rupert Grint, il Ron di Harry Potter), fratello minore di Dorothy.

Con già una seconda stagione a disposizione, ideata da Tony Basgallop che è sceneggiatore di tutte le puntate del primo arco, e con M. Night Shayamalan (Il Sesto Senso), che fa anche un breve cameo nel ruolo di un fattorino della pizza ed è regista di alcune puntate, fra i produttori esecutivi, la serie si muove sul terreno dell’inquietante. Il fulcro è il lutto e la depressione post-partum. Tagli obliqui, inquadrature di primissimo piano e a grandangolo, palette grigia, ritmo da perenne suspense, ansia sottesa, insistenza sui dettagli di cibo che viene eviscerato per le preparazioni del giorno e attenzione al senso del sapore. Anche se lo chiamano horror non mi sento di definirlo tale, perché non c’è nulla che faccia paura, ma è creepy al punto giusto, con un tocco di sovrannaturale.  

Lauren Ambrose mostra una Dorothy volutamente troppo gioiosamente carica e allegra e per questo sempre in qualche modo stonata rispetto all’ambiente e alla situazione. Sean per qualche ragione si trova sempre schegge di legno in qualche parte del corpo e ha perso il senso del gusto e dell’olfatto (e non c’entra il COVID). La glaciale Leanne è in bilico fra l’innocenza, l’ossessione religiosa (prega inginocchiata davanti al letto ogni sera, si fustiga la schiena e realizza crocifissi di stoppie). Percepisci che l’equilibrio mentale è andato perduto e c’è un senso perenne di minaccia, ma la lancetta si sposta costantemente fra la madre Dorothy e la tata Leanne, senza essere mai certi su chi è più instabile e per questo potenzialmente pericoloso. Julian è il mondo esterno che entra nella claustrofobia di quella casa e non sa bene come intervenire. Sean pure rimane di fatto fondamentalmente inerme, più focalizzato sulle proprie creazioni culinarie che autenticamente responsivo.

Le 10 puntate della prima stagione vanno da qualche parte nel senso che si arriva, almeno in parte, a spiegare perché Jericho è morto; intriga ma non trascina. Pur essendoci qualche colpo di scena, c’è un certo senso di staticità, di reiterazione di schemi fissi, che non ammette nemmeno troppa vera umanità nei personaggi, ingabbiati in un dolore che soffoca, si direbbe, anche la narrazione: si suonano le stesse note ancora e ancora, senza che appaia di fatto ripetitivo, ma piuttosto psicologicamente anestetizzante, paralizzato.  Uno show non imperdibile, ma da godersi più che altro per l’atmosfera che crea.

sabato 3 luglio 2021

ZOEY'S EXTRAORDINARY PLAYLIST: la seconda stagione

Approvo la scelta di Zoey’s Extraordinary Playlist (Lo straordinario mondo di Zoey, su RaiPlay), che vive in un mondo parzialmente fantastico, di ignorare il COVID-19 nella sua seconda stagione (di cui ora in Italia sono disponibili i primi 6 episodi). E la loro decisione di usare meno persone nei numeri musicali non l’ho notata nemmeno sapendolo, segno che hanno fatto proprio un buon lavoro.

Dopo la precedente devastante season finale, terminata con la morte del padre della protagonista, il prosieguo in questa stagione è stato inevitabilmente quello dell’elaborazione del lutto, per la protagonista in primis, ma per tutti i personaggi, con la madre Maggie (Nary Steenburgen) che non è pronta alle avance di altri uomini o prova a distrarsi con il gioco d’azzardo, con il fratello David (Andrew Leeds) che è tentato di lasciare la professione di avvocato che non lo appaga e si mette a suonare con la band nel garage dei vicini di casa… Non ha sguazzato nel dolore però, si è piuttosto concentrata su come superiamo i momenti tragici, su come andiamo avanti. Jane Levy, che interpreta Zoey, trasmette una naturale verve gioiosa, anche se è convincente anche in momenti bui ed è davvero trascinante. Per questo, nonostante si siano affrontati temi molto tosti – la storia più disperata l’ho trovata in fondo quella della depressione post-partum della cognata Emily (Alice Lee), forse liquidata un po’ troppo in fretta – c’è comunque una sensazione vitale di fondo, oltre alla tinta da commedia che dopo l’uscita dal cast di Lauren Graham (Joan, che si trasferisce a Singapore), dovuta in parte alla pandemia in parte a sui impegni precedenti, è stata anche ben sostenuta dal boss di lei, Danny Michael Davis (Noah Wiseberg), CEO della SPQR Point.

L’esuberante personalità di Mo (Ale Newell), uno dei migliori personaggi gender nonconforming che si siano mai visti, è rimasto una colonna centrale; e si è avuta l’apertura del locale MaxiMo con Max (Skylar Astin). Le secondarie vicende personali di Leif (Michael Thomas Grant) e Tobin (Kapil Talwalkar) sono state un riempitivo che non è mai pesato. La storia di razzismo sistemico che coinvolgeva Simon (John Clarence Stewart) ha mostrato sensibilità alle tematiche d’attualità anche quando sono scomode da guardare. Questo fa l’autore Austin Winsberg: lancia molti stimoli, e fa slalom con gentilezza e levità fra diversi di questi. Non sempre c’è grande approfondimento magari, ma la formula funziona e arriva al cuore. Sulla strada tracciata da Crazy Ex-Girlfriend, con la dimensione musical come elemento di spessore. Qui che le canzoni non sono originali, ad eccezione di quella volutamente cringy dell’episodio del compleanno di Zoey (2.08), apprezzo che non sempre la titolare della serie di fatto le conosca già, quando le sente.

Si è giocato di più con il “potere” dell’eroina di riuscire a sentire le autentiche emozioni degli altri – in una puntata (2.09) tutte i brani risultano rimescolati e lei non riesce subito ad individuare chi le sta inviando una richiesta d’aiuto. Finisce anche per sentirsi intrappolata per il modo in cui questa sua empatia musicale condiziona la sua vita, ma è sensato che non cerchino di spiegarlo troppo per lasciare al tutto un aspetto “magico”: questa non è una storia di supereroi. L’aspetto più appagante è stato il ruolo che ha avuto nella vita sentimentale della nostra programmatrice favorita, divisa fra Max e Simon. Da ricordare sono sicuramente la prima volta fra lei e Max (2.02), ma anche la chiusura di quest’arco (2.13). In fondo ce lo sia aspettava – visto il passato infatti, questo giro era necessario un piccolo lieto fine - anche se ce l’hanno fatta penare fino all’ultimo.

Il colpo di sena finale però, che si stava capendo in corso di via è arrivato proprio all’ultimo momento e non solo funziona come cliffhanger, ma simpaticamente chiude così come gli spettatori sanno bene esordisce ogni apertura di puntata quando appare il titolo, con il personaggio (e in questo caso i personaggi), che pronunciano una parolaccia che viene “beeppata” e così censurata e sostituita dalla firma musicale della serie. 

Salvo salvataggi in extremis da parte di qualcuno, la serie non è stata rinnovata per una terza stagione dalla NBC che la manda in onda: BEEP! 

venerdì 2 aprile 2021

DAS LETZTE WORT: un "Six Feet Under" tedesco

È tanto banale quanto azzeccato definire Das Letzte Wort – The Last Word (L’ultima Parola) su Netflix, come il Six Feet Under tedesco.

Karla Fazius (Anke Engelke) rimane improvvisamente vedova il giorno del suo venticinquesimo anniversario di matrimonio con il marito Stephan (Johannes Zeiler), che amava molto, colpito da un aneurisma. È uno shock per tutta la famiglia, in particolare per l’adolescente Tonio (Juri Winkler), che lo aveva insultato l’ultima volta che lo aveva visto, e che cerca supporto psicologico per affrontare quanto avvenuto, ma anche per la figlia Judith (Nina Gummich), una fotografa, che per l’occasione torna a Berlino. Karla riceve una serie di scosse biografiche, perché appunto deve riaversi da una perdita tanto improvvisa quanto dolorosa, ma anche perché scopre presto che il marito, un dentista, aveva in realtà lasciato il lavoro per dedicarsi all’attività artistica in un suo studio e glielo aveva sempre tenuto nascosto e lei ora, se non è proprio in bolletta, ha necessità di lavorare; in più, la madre Mina (Gudrun Ritter) è stata cacciata dalla casa di riposo per il suo comportamento ribelle e ora vive con loro. Dopo il funerale decide di prendersi una licenza come elogista funebre, e inizia a lavorare per Andreas Borowski (Thorsten Merten, anche ideatore della serie), direttore di un’agenzia di pompe funebri a gestione familiare, in crisi. Il figlio ventiduenne, Ronnie (Aaron Hilmer) già lavora nel preparare i cadaveri, e il padre vorrebbe idealmente lasciargli in eredità l’attività, ma la moglie Frauke (Claudia Gesler-Bading) preferirebbe liberarsene.

Curiosamente, la colonna sonora usa molto le canzoni dell’italiano Paolo Conte, ma è la pimpante “I’m Gonna Live Till I Die” cantata da Frank Sinatra a fare da sigla, in una celebrazione di vita, mentre le immagini, in un buon montaggio, ci mostrano varie bare in un crematorio e una che si avvia all’inceneritore. Ci allerta del fatto che la serie non sarà un mortorio, perdonate il gioco di parole, ma accanto a temi tanto grevi c’è energia e vitalità, e anche umorismo.

C’è l’utilizzo del realismo magico, un po’ come accadeva proprio nel celebrato Six Feet Under, nei momenti in cui Karla parla con il marito defunto che vede e dialoga con cui come se fosse presente qui e ora. Per lei è un modo di elaborare il lutto. Questo tema non è estraneo al piccolo schermo – facilmente vengono in mente titoli come After Life o Sorry For Your Loss. Qui avviene nel confronto costante con quello di molte altre persone. Per Karla infatti un modo di comprendere e superare quello che è capitato è proprio lo svolgere la professione di oratrice funebre, che io nemmeno avevo idea esistesse, quando deve cercare le ultime parole con cui onorare una vita di una persona e dirle addio. La serie stessa, nella sesta e ultima puntata della prima stagione, più breve e frettolosa delle altre, e che volendo potrebbe con soddisfazione fungere da chiusura definitiva, cerca di lasciare noi con delle parole finali che possano dare sollievo, conforto, senso.

Che cos’è la morte? Una fine, un inizio, una porta? (1.04) La vita che abbiamo vissuto è stata la migliore che avremmo potuto vivere? Siamo stati veramente felici? (1.01) Quanto tempo ci vuole per conoscere veramente qualcuno (1.02)? Qual è il modo migliore per onorare la memoria di qualcuno? Si medita sul senso della morte, ma soprattutto per i vivi, per chi rimane. E l’idea ultima è che non c’è un modo giusto, o sbagliato, per portare un lutto. Tonio ad un certo punto (1.04) dice che si sente come “un divo in una zona di guerra che non deve sapere che c’è la guerra”. Die Trauerrede, l’elogio funebre, deve rendere giustizia al defunto, ma come celebrare la vita di un giovane uomo morto per incidente, che aveva comportamenti crudeli da serial killer in erba fin da bambino, e che è più facile amare da morto che da vivo (1.05)? Che funerale dare a una madre che ti ha sempre vessata e, nelle parole poco consone della protagonista che non ha peli sulla lingua, si è comportata da autentica stronza? Un funerale è per i vivi: chi ha più diritto di dire la propria sul modo in cui è più giusto salutare la persona amata?

Non tutto è perfetto – la moglie di Borowski e la nonna sono state troppo macchiette – ma Das Letzte Wort ha ragionato con spessore, ma anche con la giusta leggerezza, su temi difficili costruendo solidi personaggi e credibili rapporti fra loro. Ancora non c’è voce di una seconda stagione, ma mi auguro davvero che Netflix voglia aspettare ancora qualche stagione prima di fare il funerale alla serie. 

domenica 16 agosto 2020

THE UNICORN: ricominciare dopo un lutto


Rinnovata per una seconda stagione, The Unicorn ha come protagonista Wade (Walton Goggins, The Shield, Justified), vedovo e ora padre single di due ragazzine adolescenti, Grace (Ruby Jay) e Natalie (Makenzie Moss), che cerca di capire come andare avanti dopo la morte della moglie. È quello che il suo gruppo di amici definisce un “unicorno” (da cui il titolo), ovvero una brava persona, senza grilli per la testa,  devota alla famiglia e con un buon lavoro – è un architetto paesaggista – che è in cerca di una nuova relazione e non ha paura di impegnarsi: una creatura elusiva che tutte le donne cercano, una rarità insomma. Un DILF (la versione maschile di MILF), come ha scherzato qualcuno. E i suoi tentativi di avviare una nuova relazione, sebbene con riluttanza, e il suo ruolo genitoriale ora che è sua sola responsabilità sono il fulcro di questa commedia scaldacuore dove il grande motore che fa sì che la vita continui è l’amicizia. Wade può infatti contare sul supporto, e le spinte, di Forrest (Rob Corrdry, The Daily Show with Jon Stewart) e Delia (Michaela Watkins, Casual), lui specialista in risorse umane, lei pediatra, e di Ben (Omar Benson Miller) e Michelle (Maya Lynne Robinson), genitori oberati di quattro figli.

La serie di ritrova necessariamente ad affrontare il tema della perdita. In 1.03 il protagonista viene spinto dagli amici a rivolgersi a un gruppo di aiuto-aiuto di persone che hanno perso il  proprio partner di vita, come modo di affrontare la propria rabbia. Il primo impatto non è dei migliori, perché le vedove son tutte donne, parlano molto di sesso e sebbene lui non sia puritano, si sente fuori luogo. Ci riprova però e riesce a trovare una connessione proprio sul tema della rabbia, trova la legittimazione a provarne – ha diritto di essere arrabbiato di quello che gli è successo -  e a sfogarla in modo produttivo. La figlia minore a sua volta trova il modo di manifestare la propria rabbia per le cose che stanno cambiano e per il modo in cui lei si sente lasciata in disparte.

In realtà però non è tanto il lutto a farla da padrone. Altrimenti, come After Life, ben ha dimostrato recentemente, uscire con qualcuno che ha appena subito la perdita di una persona tanto amata tanto facile non è. Qui è trascorso più di un anno dal funerale e sono le piccole grandi quotidianità delle vita ordinaria a dominare la scena, in particolare la difficoltà a trovare una persona con cui si possa davvero andare d’accordo al punto da condividere la vita su base stabile, con la prospettiva di una persona ormai matura. La forza del programma è quella di trattare con una certa intelligenza la propria premessa: anche nel mostrare l’inesperienza del protagonista  in certi aspetti dell’educazione delle proprie figlie, ma di non lo fanno apparire un’inetto ai fini di strappare una facile risata.

Nulla di quanto accade sulle schermo è in realtà particolarmente divertente. Si sorride, ma non ci sono grandi risate, ma c’è un tono fine e gentile che la rende amabile. E in finale di stagione (1.18), in cimitero, grazie a una puzzola, si mette in campo quello che con ogni probabilità potrà essere l’interesse sentimentale (Natalie Zea) del protagonista nel prosieguo delle vicende.

Ideata da Bill Martin, Mike Schiff e Grady Cooper, questa sit-com non rivoluziona certo il genere, ma rinverdisce il classico “una famiglia di amici” con un cast davvero di prim’ordine.  

mercoledì 13 maggio 2020

AFTER LIFE: doloroso ed esilarante



Brilliant: così mi sento di definire After Life, la più recente commedia scritta e diretta da Ricky Gervais (Derek, The Office), con due stagioni di 6 puntate ciascuna, su Netflix. Magnifica e intelligente. Dolorosa e umoristica. Specifica e universale.

Tony Johnson (Ricky Gervais) è infelice e suicidario dopo la morte per cancro della moglie Lisa (Kerry Godliman). Doversi prendere cura della cagna Brandy è l’unica cosa che lo spinge a non farla finita. Lavora per il Tambury Gazette, un giornale che racconta le vicende della gente comune del luogo, il cui direttore è suo cognato Matt (Tony Basden). Arrabbiato con il mondo e senza peli sulla lingua, cerca di trovare un senso alla propria vita con l’aiuto delle persone che lo circondano, fra cui i colleghi: il fotografo Lenny (Tony Way), l’addetta alla pubblicità Kath (Diane Morgan), la giornalista neoimpiegata Sandy (Mandeep Dhillon), l’addetta alla reception Valerie (Michelle Greenidge).  

La serie è costruita su una sequela di situazioni ricorsive in cui vediamo il protagonista meditare sulla condizione umana nel confronto con gli altri: interagisce spesso con frustrazione con i colleghi; chiacchiera con una vedova più anziana di lui che si ferma sempre su una panchina davanti alla lapide del defunto marito, Anne (Penelope Wilton, Downton Abbey); va a trovare il padre Ray (David Bradley) - che soffre di demenza e metà delle volte non lo riconosce e si trova in una casa di cura -, dove fa amicizia con l’infermiera Emma (Ashley Jensen, Catastrophe); cerca un conforto che non arriva dagli appuntamenti con lo psichiatra (Paul Kaye) suggeritogli dal cognato, che pure si avvale dei suoi servigi professionali; inscena piccole scaramucce con il postino Pat (Joe Wilkinson), che gli legge sempre le cartoline e non gli infila mai la posta nell’apposita fessura sulla porta; socializza castamente con una prostituta, una “professionista del sesso” come precisa regolarmente lei, Daphne “in arte” Roxy (Roisin Conaty) e per un periodo con Julian (Tim Plester), uno spacciatore, anche lui vedovo affranto. Quando è da solo in casa cerca di consolarsi guardando al computer spezzoni di vecchi homevideo dell’amata perduta.

E poi ci sono gli incontri con le minute, insignificanti, spesso patetiche realtà quotidiane degli abitanti che chiamano il giornale perché si scriva una storia su di loro, a partire da Brian (David Earl), una accumulatore compulsivo, che fa di tutto per comparire sulle pagine della Gazzetta e finisce poi per essere assunto per distribuirla. Nell’assurdità spesso ridicola di questi incontri, che Tony affronta con molto sarcasmo, in realtà emerge tanto dolore e sofferenza e vede che ciascuno di noi cerca di andare avanti come può.

Come è un classico per Gervais, il suo ateismo, quasi un tabù nello stato della televisione attuale, è dichiarato senza compromessi. Offre invece e incoraggia un umanismo che crede nel prendersi cura gli uni degli altri e nel fare del proprio meglio per il prossimo fino a che la morte non mette fine a tutto. Filosoficamente forse è un po’ banale, nel senso che il fare del bene non sempre può essere di così facile definizione, ma che ci sia consapevolezza anche di questo è lapalissiano.

Tony dà del denaro a Julian che gli dice esplicitamente che non averlo è l’unica cosa che lo trattenga dal togliersi la vita. Se lo avesse, comprerebbe droga a sufficienza da farla finita. Lui tira fuori il portafogli e gli dà il necessario. Il giorno dopo l’amico è morto per overdose. Tony ha fatto bene? Ha fatto male? Quando accenna al cognato che sapeva delle intenzioni di Julian, Matt lo minaccia di non fargli più vedere il nipote, se non nega quello che ha appena confessato, lui perciò lo nega. La serie è quindi ben consapevole di avere morali ambigue e non si preoccupa di dare una risposta o una soluzione – ed è meglio così – non di meno invita ad essere il miglior sé che si può, informato dalle proprie conoscenze e capacità e sensibilità, nel quotidiano, nel piccolo, in gesti di premura che mostrano considerazione. Nel vedere che Tony riserva tante piccole attenzioni ala fine della prima stagione (1.06) alle persone che nella vita lo circondano, come non commuoversi? Quello è il senso ultimo e la bussola morale del programma.

Sotto i riflettori è un “paese-famiglia” vagamente stilizzato e fatto anche di tante persone “ai margini”, che sprizzano umanità. È un’esistenza dolente, si medita sul lutto, sui modi di affrontare il dolore, sulla solitudine. Nella citazione di Frost che si mette sulle labbra di Tony alla fine della seconda stagione, di una sola cosa si può essere certi, che la vita continua. La cosa essenziale è esserci, con reciprocità, nella certezza  che per essere felici  “avere qualcuno da amare è tutto. Non serve altro”.

Ho poi notato con piacere una cosa di cui già mi avevano avvertita. Come anche chi non mi conosce di persona può sapere leggendo la mia breve nota biografica indicata in questo blog, soffro di encefalomielite mialgica / sindrome da fatica cronica (ME/CFS). E se ora non sono più severa, sono stata grave e molto grave per parecchi lustri. Gervais in passato nei suoi spettacoli comici ha ridicolizzato l’invalidante patologia di cui soffro, e ha portato danno alla comunità dei pazienti per questo, aumentando lo stigma. È stato ferocemente criticato da noi attivisti e una clip del suo monologo su di noi è finito anche nel documentario sulla patologia “Unrest”, di Jennifer Brea. Qui, risolleva la questione e quello che ha deciso di scrivere ha il sapore di una scusa e di una correzione.

Il protagonista (2.06) è chiamato a intervistare un cinquantenne che si identifica in una bambina di 8 anni, e come tale si veste. La moglie insiste che sta avendo un crollo nervoso, lui la accusa di essere transfobica. La vicenda tutta, anche con una scena successiva con la figlia di lui e con una conversazione con Lenny, è costruita in modo molto calibrato e rispettoso della comunità trans, credo. In ogni caso la moglie dell’uomo ritiene che sia solo una delle sue tante fasi, come quando appunto, dopo aver visto un documentario sulla ME/CFS ha passato un anno credendo di averla. Lui replica che era stato un incubo, che era stanco tutto il giorno. E quando lei l’apostrofa dicendo che è una stronzata, lui la incalza facendo presente che c’è molto fraintendimento e cinismo sulla malattia. Lei a quel punto ammette che è vero, solo che lui non ce l’aveva. Sono state alla fine poche battute, ma che per me e per molti hanno voluto dire tanto.  
  
Gervais è graffiante e spiazzante come sempre, ma non disumano, anzi acutamente consapevole di quello che ci rende tutti vulnerabili e per questo davvero brillante, oltre che immancabilmente esilarante.   

mercoledì 31 ottobre 2018

SORRY FOR YOUR LOSS: una serie sul lutto

È stata costruita con sensibilità e acume la serie Sorry for you loss, trasmessa su Facebook Watch (canale televisivo di Facebook: qui il link per vederla), per una prima stagione di 10 puntate che ha raccolto eccellenti recensioni. Gli argomenti principali sono il lutto, la depressione e il suicidio, per cui evidentemente non si tratta di tematiche allegre. Il registro è drammatico, ma non da svenamento, il tocco non è esattamente leggero, ma non è nemmeno tale da provocare acuto dolore nello spettatore.

Leigh Shaw (Elizabeth Olsen) è recentemente rimasta vedova, si è presa un’aspettativa dal lavoro di giornalista di una rubrica di consigli per il sito web Basically News e si è trasferita a vivere con la madre Amy (Janet McTeer), che gestisce una sua palestra, la Beautiful Beast, e la sorella Jules (Kelly Marie Tran), ex alcolista che lavora come insegnante di fitness presso la madre. Leigh, fresca del lutto - il titolo è l’equivalente italiano di “spiacenti della tua perdita” e la sigla di fissa su questa scritta fra una serie di messaggi di condoglianze che appaiono e scompaiono dallo schermo – rivive nei ricordi il marito Matt (Mamoudou Athie), un insegnante di inglese con ambizioni da fumettista che soffriva di seri problemi di depressione, e cerca di superare il lutto, grazie anche alla presenza del fratello di lui, Danny (Jovan Adepo), con cui però ha un rapporto conflittuale. Rimane il dubbio: la morte di Matt è stata incidente o suicidio?

Ideata da Kit Steinkellner, la serie tocca un tema caldo del momento nel panorama televisivo, quello del lutto, presente in forme diverse, ma in qualche caso unito ai temi della depressione e del suicidio come qui. Possiamo pensare a titoli come The First, A Million Little Things, Kidding, The Haunting of Hill House, This is us…

Gli aspetti affrontati sono molti: di chi è e a chi appartiene il lutto, che non è l’esclusiva di una sola persona, la presenza o l’assenza degli altri come testimoni della propria sofferenza, l’effetto sugli altri e la reazione e le aspettative altrui al proprio dolore, il senso e la risposta alle condoglianze, i tempi necessari a superare una perdita, il comparare il dolore (“tu puoi avere un altro marito, io non posso avere un altro fratello” – 1.01), il che cosa sia di conforto, lo sforzo personale per superare la sofferenza, il significato degli oggetti legati ai ricordi, la consapevolezza che molto delle persone non si conosce, i piccoli dettagli,  le reazioni emotive inaspettate, come ci comportiamo con chi ci è vicino in momenti in cui siamo fortemente provati e vulnerabili, la ricerca di senso, il desiderio di rendere onore alla persona venuta a mancare, la felicità e le aspettative realistiche dalle relazioni, le cicatrici…

La protagonista, coraggiosamente da parte della narrazione, non è solo triste, ma è un groviglio di emozioni, ed è intrattabile, a lungo, prende male tutto quello che le dicono. Il riportare alla memoria è centrale: talvolta è un ricordo cosciente, a volte compiuto, altre volte volatile, in qualche caso è a cascata – un pettitino trovato in un cassetto innesca il ricordo delle nozze, poi del funerale (1.08) – o frammentario e fuggevole – Leigh non ricorda la battuta che Matt le ha raccontato quando si sono conosciuti a un party, che poi finalmente le sovviene (1.10).

Il parlare, o il non farlo, è una colonna importante di riflessione. In un gruppo di auto-aiuto la vedova condivide le proprie emozioni, ma nella vita reale spesso preferisce tecere, mentire o comunque non dire della morte del proprio marito. A chi dirlo? Quando dirlo? Si dice o non si dice per se stessi o per gli altri? “Qualche volta l’atto più generoso è tenersi le cose per sé” (1.07) viene detto ad un certo punto (con echi trasversali rispetto alle storyline della puntata). Se non dirlo alla donna che ora vive felice nella casa che tu abitavi con lui può avere senso (1.09), non rivelarlo all’uomo con cui fai l’amore e che vorrebbe una storia con te sembra irrispettoso (1.10). Si ha occasione di meditare a lungo su questi aspetti visto che la ritrosia verbale è reiterata.

“Se il dolore finisce, lui è andato” (1.10). È una serie dolorosa, sul dolore. Il senso è che la morte non è la fine del mondo, ma è la fine di un mondo, è imparare a vivere di nuovo con il dolore, a sopravvivere, a superarlo (1.01), mantenendo intatto il legame con la persona persa. È anche addentrarsi, come nelle favole si entra nella foresta, nel luogo che in assoluto fa più paura, per scoprire chi si è (1.10). Anche come spettatori.    

venerdì 6 aprile 2012

AWAKE: più dolente che avvincente


In Awake, in onda sull’americana NBC dallo scorso primo marzo, Michael Britten (Jason Isaac, noto soprattutto per il ruolo di Lucius Malfoy nei film di Harry Potter) è un poliziotto che ha un incidente stradale insieme alla sua famiglia. Lo vediamo all’esordio (1.01) nell’auto capovolta e semi accartocciata. Poi, si sveglia. Solo, in due realtà differenti fra loro: nella prima ha perso la moglie e, quando in teoria si addormenta, si risveglia in un’altra realtà in cui invece ha perso il figlio.
Michael non sa quale delle due realtà sia vera, o come funzioni questo passaggio da una realtà all’altra, salvo il fatto che capita quando si addormenta. Tiene anche al polso un braccialetto elastico di colore diverso, per sapere in quale delle due realtà si trova in un dato momento. Nella realtà “rossa” - e resa stilisticamente con colori caldi, come appunto il giallo o il rosso – ad essere viva è la moglie Hannah (Laura Allen, I 4400, Dirt) e suo collaboratore al distretto di polizia è un giovane poliziotto ispanico, Efrem Vega (Wilmer Valderrama). Visto il lutto che ha subito, è tenuto a seguire delle sessioni di psicoterapia con il dottor Jonathan Lee (BD Wong). Nella realtà “verde” – e resa stilisticamente con filtri freddi, dal verde al blu – a sopravvivere è stato il figlio Rex (Dylan Minnette), suo partner sul lavoro da lungo tempo è il detective Isaiah "Bird" Freeman (Steve Harris, The Practice) e nella sua vita c’è anche l’allenatrice di tennis del figlio, che era amica della moglie, Tara (Michaela McManus). Le sedute di terapia psicologica le svolge con la dottoressa Judith Evans (Cherry Jones).
Entrambi gli psicoterapeuti ritengono che l’altra realtà sia un sogno, costruito da Michael come forma di coping con il dolore e come occasione per la sua mente di portare a galla quello che apparentemente sa, ma non in modo esplicito. Nei casi polizieschi affrontati infatti le due realtà in qualche maniera si intersecano e una offre indizi all’altra per la risoluzione. Il protagonista prende proprio spunto dai propri “sogni” per indirizzare le indagini, con una certa resistenza da parte dei suoi collaboratori, che non riescono a capire da dove vengano certe intuizioni o perché i collega si comporti in un certo modo.  Dietro però è evidente che c’è qualche cosa di più complicato, un qualche mistero che viene somministrato allo spettatore col contagocce (alla Fringe), un complotto forse, come è evidente in “The Little Guy” (1.02) da una conversazione del capitano del distretto di polizia in cui lavora Michael, Tricia Harper (Laura Innes, ER), che chiude la puntata, anche se per ora non è stata ripresa.
L’idea, è stato detto dall’inizio, ricorda il film Inception, e le puntate di questo telefilm ideato da Kyle Killen (Lone Star, in cui pure c’era il tema della “doppia vita”) sembrerebbero quasi autoconclusive, in vicende poliziesche che non sono nulla di esaltante o che non si sia già visto condito in tremila salse. Se non ho archiviato subito il telefilm, che mi aspettavo molto più avvincente che dolente, è proprio per questo aspetto. Il tema portante, la preoccupazione di fondo, mi pare quella di trasmettere il senso del dolore e della perdita di un lutto. L’assenza e il vuoto lasciati dai propri cari scomparsi all’improvviso, i piccoli dettagli inaspettati che te ne fanno notare l’assenza (come il profumo dell’ammorbidente nella biancheria o la motocicletta che il figlio stava costruendo all’insaputa dei genitori in 1.02), i sentimenti inaspettati che ti trovi a provare (come il senso di colpa di Rex, in 1.03, che confessa a Tara avrebbe preferito che fosse stata la madre a sopravvivere al posto del padre), la sensazione di sospensione fra sogno e realtà, il ripercorrere con la mente come sarebbe la realtà se le cose fossero andate diversamente, la reazione di chi ti circonda che sa che hai subito una grossa perdita… sono questi gli elementi che rendono Awake una storia a cui dare una possibilità nonostante intrecci francamente poco entusiasmanti.