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domenica 16 agosto 2020

THE UNICORN: ricominciare dopo un lutto


Rinnovata per una seconda stagione, The Unicorn ha come protagonista Wade (Walton Goggins, The Shield, Justified), vedovo e ora padre single di due ragazzine adolescenti, Grace (Ruby Jay) e Natalie (Makenzie Moss), che cerca di capire come andare avanti dopo la morte della moglie. È quello che il suo gruppo di amici definisce un “unicorno” (da cui il titolo), ovvero una brava persona, senza grilli per la testa,  devota alla famiglia e con un buon lavoro – è un architetto paesaggista – che è in cerca di una nuova relazione e non ha paura di impegnarsi: una creatura elusiva che tutte le donne cercano, una rarità insomma. Un DILF (la versione maschile di MILF), come ha scherzato qualcuno. E i suoi tentativi di avviare una nuova relazione, sebbene con riluttanza, e il suo ruolo genitoriale ora che è sua sola responsabilità sono il fulcro di questa commedia scaldacuore dove il grande motore che fa sì che la vita continui è l’amicizia. Wade può infatti contare sul supporto, e le spinte, di Forrest (Rob Corrdry, The Daily Show with Jon Stewart) e Delia (Michaela Watkins, Casual), lui specialista in risorse umane, lei pediatra, e di Ben (Omar Benson Miller) e Michelle (Maya Lynne Robinson), genitori oberati di quattro figli.

La serie di ritrova necessariamente ad affrontare il tema della perdita. In 1.03 il protagonista viene spinto dagli amici a rivolgersi a un gruppo di aiuto-aiuto di persone che hanno perso il  proprio partner di vita, come modo di affrontare la propria rabbia. Il primo impatto non è dei migliori, perché le vedove son tutte donne, parlano molto di sesso e sebbene lui non sia puritano, si sente fuori luogo. Ci riprova però e riesce a trovare una connessione proprio sul tema della rabbia, trova la legittimazione a provarne – ha diritto di essere arrabbiato di quello che gli è successo -  e a sfogarla in modo produttivo. La figlia minore a sua volta trova il modo di manifestare la propria rabbia per le cose che stanno cambiano e per il modo in cui lei si sente lasciata in disparte.

In realtà però non è tanto il lutto a farla da padrone. Altrimenti, come After Life, ben ha dimostrato recentemente, uscire con qualcuno che ha appena subito la perdita di una persona tanto amata tanto facile non è. Qui è trascorso più di un anno dal funerale e sono le piccole grandi quotidianità delle vita ordinaria a dominare la scena, in particolare la difficoltà a trovare una persona con cui si possa davvero andare d’accordo al punto da condividere la vita su base stabile, con la prospettiva di una persona ormai matura. La forza del programma è quella di trattare con una certa intelligenza la propria premessa: anche nel mostrare l’inesperienza del protagonista  in certi aspetti dell’educazione delle proprie figlie, ma di non lo fanno apparire un’inetto ai fini di strappare una facile risata.

Nulla di quanto accade sulle schermo è in realtà particolarmente divertente. Si sorride, ma non ci sono grandi risate, ma c’è un tono fine e gentile che la rende amabile. E in finale di stagione (1.18), in cimitero, grazie a una puzzola, si mette in campo quello che con ogni probabilità potrà essere l’interesse sentimentale (Natalie Zea) del protagonista nel prosieguo delle vicende.

Ideata da Bill Martin, Mike Schiff e Grady Cooper, questa sit-com non rivoluziona certo il genere, ma rinverdisce il classico “una famiglia di amici” con un cast davvero di prim’ordine.  

giovedì 7 novembre 2019

La seconda stagione di SUCCESSION: stupefacente

È la serie del momento, quella da non perdere. Avevo indicato Succession (HBO) fra le migliori nuove serie del 2019 in un mio post, anche se poi non ho mai scritto sulla prima stagione. Nella seconda si conferma come un appuntamento imperdibile, un commento graffiante sull’era Trump – la prima table read della serie pare sia stata fatta proprio il giorno delle elezioni. È shakespeariana (con il bardo anche citato esplicitamente), una morality tale alla Chaucer per dirla con uno degli interpreti (qui), è inventiva, intelligente, crudele, attuale, sottile, spavalda, spietata, satirica, umoristica…

Al centro delle vicende c’è sempre la famiglia Roy  - modellata pare sui Murdoch, ma anche con un pizzico dei Redstones e dei Kennedy -  e le manovre personali e d’affari per accaparrarsi la gestione dell’impresa di famiglia, la Waystar Royco, un conglomerato mediatico titanico. Il patriarca Logan (Brian Cox) è un umorale re Lear, al suo terzo matrimonio -  con Marcia “Marcy”, di origine libanese -, che tiranneggia non solo i suoi sottoposti, conscio del proprio potere, ma anche i suoi figli, desiderosi di compiacergli. Se nella prima stagione era in fin di vita, e appunto si cercava di capire chi gli sarebbe succeduto alla guida dell’impresa di famiglia, ora è sano e vitale e intenzionato a decidere lui. Ha un pessimo rapporto con il proprio fratello, Ewan (James Cromwell, American Horror Story, The Young Pope), che lo definisce peggio di Hitler, un uomo moralmente corrotto che ha creato un “impero di merda” (2.08).

Il figlio della prima moglie, Connor (Alan Ruck, Persons Unknown) ha poco interesse per gli affari aziendali, preferisce dedicarsi allo stimolo del momento, che sia cercare di accaparrarsi la vendita del pene di Napoleone o lanciarsi in politica come possibile candidato alla Casa Bianca, mettendo in ridicolo la famiglia con la sua inettitudine. Il primogenito della seconda moglie, Kendall (Jeremy Strong, Masters of Sex), il più interessato a prendere le redini dal padre, ha un forte problema di abuso di sostanze e un matrimonio fallito alle spalle; alla fine della prima stagione rimane coinvolto in un incidente simile a quello di Chappaquiddick, di cui è al corrente solo il padre che lo protegge, e questo lo tortura nel corso del nuovo arco narrativo, rendendolo una specie di zombie completamente asservito al genitore, a cui aveva cercato senza successo di ribellarsi. In “Vaulter” (2.02) pugnala alle spalle in modo plateale i dipendenti di una azienda che credevano in lui:  “Mio papà mi ha detto di farlo” risponde con quasi scioccante candore alla domanda sul perché lo avesse fatto.

Il fratello più giovane, Roman (Kieran Culkin), è una sorta di giullare lecchino interessato più a divertirsi che a impegnarsi davvero negli affari di famiglia – mi ha ricordato un po’ il primo Curtis Alden (Christpher Marcantel) di Quando si Ama, se non fosse che questi raccoglieva in sé anche il dolore qui incarnato da Kendall. Uno dei risvolti più affascinanti della seconda stagione è stata la costruzione del rapporto fra lui e la consigliera generale dell’azienda, che gli fa da mentore, Gerri (J. Smith-Cameron). La sorella Siobhan “Shiv” è quella politicamente più sveglia e brillante e, anche se le sue idee sono all’opposto di quelle della sua famiglia, è la possibile vera erede alla dirigenza dell’impero e nel corso di tutta la seconda stagione il suo ruolo nel futuro degli affari e come viene gestita l’eventuale successione è uno dei migliori esempi della profonda sottigliezza di cui è capace la serie - sia a livello affaristico che umano. È sposata con Tom (Matthew Macfayden) che è un dirigente nell’azienda di famiglia, e in questa stagione ha un ruolo importante in un network stile Fox-news, ma che si sente sempre l’anello debole e non ha esattamente le mani pulite. Presto diventa una sorta di mentore del cugino Greg (Nicholas Braun), nipote del fratello di Logan, che arriva come neofita nelle file di famiglia e cerca di navigarle al meglio. Un po’ ingenuo, ma non poi del tutto, è noi, in un certo senso, in quanto outsider degli intrallazzi e costantemente vagamente a disagio dalle situazioni in cui si trova coinvolto, ma in cui cerca di trovare un proprio ruolo. Il rapporto fra Tom e Greg è declinato in modo molto umoristico, e in questa stagione ancora di più.

Due volti nuovi nel secondo arco sono stati quelli di Rhea Jarrell (Holly Hunter), CEO dei Pierce Media Group (PGM), che Logan Roy intende acquisire, e Nat Pierce (Cherry Jones), la proprietaria, a capo di una dinastia mediatica di sinistra che pare sia modellata sui Sultzbergers che controllano il New York Times o i Bancroft del Wall Street Journal, i Chandler del Los Angeles Times o i Taylor del Boston Globe (per approfondire questo tema si legga Slate).   

L’ideatore Jesse Armstrong (Peep Show, In the Thick of It, ma ha fra le altre cose ha scritto anche la 1.03 di Black  Mirror, un episodio a mio avviso molto riuscito) con questa creazione può essere ritenuto, come Emily Nussbaum ha definito David Chase di The Sopranos, un iconoclasta e un profeta del disgusto, in questo caso anche con un “tono idiosincratico” e  propensione all’assurdo che dà ragione a chi ha definito la sua creazione una sorta di Arrested Development più dark, oltre che un Trono di Spade più politicamente astuto (THR – l’articolo vale la pena leggerlo anche per scoprire chi sono i consulenti dello show sulle news televisive, media, finanza e affari, politica, eventi sociali, matrimoni e altro).

La serie è dolorosamente tranciante rispetto al dispotismo e il nepotismo delle oligarchie plutocratiche; tagliente nel mostrare gli aspetti più feroci e senza scrupoli degli affari, dei passi falsi e delle alleanze che si modificano, degli accordi traditi e delle inaspettate fortune o sfortune; agghiacciante nel mettere in scena il bullismo e il sadismo del potere fuori controllo – il miglior esempio è “Hunting” (2.03) in cui il patriarca umilia alcuni suoi sottoposti costringendoli a inginocchiarsi e a grugnire e competere per delle salsicce; terrificante e caustica – in “Safe room” (2.04) si riesce a ridere di nazismo, pedofilia e a un funerale, e a dolersi di un Kendall suicidario; tanto a tratti smaccata, quanto sottilissima negli scambi umani: che siano i virtuosistici passaggi verbali della cena in “Tern Haven” (2.05), Kendal che cerca di confidarsi con la propria madre (“Return” - 2.07) o Shiv e Marcy che affrontano Rhea (“Dundee” - 2.08); tutte queste cose spesso insieme come nella mirabile season finale con twist di chiusura che diverte nel flipper dei protagonisti che cercano di decidere chi sarà la persona designata al “sacrificio di sangue” (2.09) ovvero a prendersi la colpa di uno scandalo che riguardava le navi da crociera della compagnia, e sorprendente nella risoluzione ultima della faccenda con una puntata che, sullo sfondo di un ricchezza economica inarrivabile – si svolge su uno yacht che oltre a cabine di lusso, ha una piscina interna e un’area di atterraggio per l’elicottero – è costruita di fatto su una singola e sola frase molto semplice che Logan dice al figlio Kendall: “non sei un killer” (2.10).  Potrebbe ricordare una soap-opera, ma non cede mai ai toni melodrammatici. Stupefacente.  

Il poster della serie mostra la famiglia riunita con sullo sfondo a ogni stagione una diversa opera d’arte, che immagino una chiave di lettura: nella prima si è trattato della “Caccia alla Tigre” di Rubens, nella seconda di “Dante e Virgilio all’Inferno” di Bouguereau. Appropriatamente però ho visto che qualcuno su twitter ha commentato la season finale, e specificatamente il comportamento di Logan verso Kendall, usando l’immagine di “Saturno che divora i suoi figli” di Goya. Della memorabile sigla di apertura rimane come un tarlo il tema musicale di Nicholas Britell – “ha giustapposto un pianoforte tradizionale con un beat hip-hop incombente come suono principale, con corde distorte e elettronica inserita per enfatizzare ulteriormente questi contrasti” (Vulture) -  che torna ricorsivamente anche nel corso della diegesi.

Già non vedo l’ora per la terza stagione.

lunedì 12 agosto 2019

L'eccellente RAMY: un musulmano in cerca di identità


È un viaggio, prima di tutto metaforico, ma per un paio di puntate anche fisico, alla ricerca della propria identità personale, culturale, spirituale e sociale quello che Ramy Yousseff intraprende come autore dell’autotitiolata Ramy (dell’americana Hulu), un tentativo di scoprire chi è, in che cosa crede e chi vuole essere nella vita, sia come singolo che nella comunità a cui appartiene. E con una voce distintiva e originale confeziona quella che per me, almeno per ora, è la miglior serie dell’anno: non c’è puntata in cui non si venga provocati a pensare, non si rimanga a bocca aperta per la profondità della riflessione e per la vis comica che permette di ridere anche nella più inaspettata delle situazioni – chi avrebbe detto che lo avrei fatto di fronte alla tragica dichiarazione di una adolescente che minaccia di togliersi la vita (1.08) o che avrei sorriso con partecipe comprensione dell’affermazione di una donna che lamenta la mancanza di “misogninia vecchia scuola”. Questa serie ci riesce.

La coordinata principale mi pare alla fine il disorientamento,  l’essere persi alla ricerca di qualcosa che forse non esiste, o esiste solo per tasselli che si giustappongono e compongono un mosaico ben diverso da quello che ci si aspetterebbe. “Sono perso” (1.09) gli dice il cugino ad un certo punto: lo sono tutti, lo siamo tutti.

Ramy Hassan (Ramy Youssef) è un musulmano di orgine egiziana che vive in New Jersey, negli Stati Uniti, con i genitori Farouk (Amr Waked) e Maysa (Hiam Abbass, Succession),  amorevoli (lo chiamano spesso “habibi”) e relativamente permissivi, e con la sorella Dena (May Calamawy), studentessa universitaria. Lavora, ha delle relazioni, e un gruppo di amici, fra cui Mo (Mohammed Amer) e Ahmed (David Merheje), con il suo stesso background religioso, e Steve (Stephen Way), che ha una grave disabilità dovuta ad una forma di distrofia muscolare ed è sulla sedia a rotelle e necessita spesso anche del ventilatore, che conosce fin da ragazzino, quando in seguito agli attacchi dell’11 settembre gli amici che precedentemente frequentava lo allontanano: “sei un terrorista?” gli chiedono dopo che non si sentono di fidarsi più di lui visto che quello che racconta sulle sue abitudini masturbatorie, che non ha ancora propriamente sviluppato e capito, non li convincono (1.04).

Ramy è un millennial che cerca di essere una brava persona. Solo, non ha ancora capito del tutto che cosa vuole dalla vita e che peso vuole che abbiano le proprie radici. È diviso fra la comunità religiosa e  la vita laica intorno a sé e si sente non del tutto appropriato in nessuna delle due, lacerato e frastornato da ipocrisie e da valori contraddittori. Intraprende un viaggio in Egitto (1.09; 1.10) per comprendere meglio la cultura da cui proviene, per trovarsi ancora di più a brancolare nel deserto in preda ad allucinazioni e vedere che la vecchia realtà così come l’aveva immaginata alla fine è morta.

Molte sono le tematiche affrontate e prima fra tutte l’essere diversi, esotici, e per questo isolati, soli: lui si sente spinto in direzioni opposte di fronte a “tentazioni” che gli si propongono e non vorrebbe seguire, come bere, drogarsi, fare sesso durante il Ramadan – trova il tutto o il nulla, ma cerca un equilibrio; la sorella soffre la discriminazione legata al fatto di essere una donna e, ancora vergine, è perseguitata dagli insegnamenti del padre che da quando era bimba ha dipinto il sesso come il peccato peggiore, con conseguenze apocalittiche – “un uomo e una donna non sono mai soli, fra loro c’è sempre il diavolo” (1.06) è la prima cosa con cui aveva esordito quando era ancora in età da avere le carte dei Pokemon come interesse principale; la madre non regge la solitudine ora che i figli son grandi e il marito sempre al lavoro e non si sente più desiderata e cerca, inventandosi un lavoro, un contatto umano che possa dare nuovo senso alle sue giornate (1.07); l’amico Steve è fino troppo consapevole che la disabilità gli limita fortemente le possibilità di relazioni sentimental-sessuali e vorrebbe poter cogliere le poche occasioni che ha…Ogni puntata, per ragioni diverse, è un piccolo gioiello.

Ramy è concentrato sulla propria ricerca di autenticità e di senso della vita, ma non in modo così egoico da non vedere quella degli altri, da non vedere ad esempio che certe frasi che i genitori gli ripetono hanno il valore apotropaico di scongiurare quello che temono, vede ed è anche spaventato dalle difficoltà altrui verso cui mantiene un distacco comunque empatico. Fatica invece a riconoscere all’inizio le stesse difficoltà in un mondo altro, che si aspetta più “vero”, l’Egitto, per rendersi poi conto che cambia la realtà – è un luogo in cui è percepito come potenzialmente più pericoloso bere un bicchiere d’acqua di rubinetto che farsi una pista di coca-, ma le difficoltà sono le stesse.

Ramy è celebrata per essere la prima serie su una famiglia arabo-musulmana, fatta di persone normali, non di percepiti potenziali nemici dell’occidente. Per alcuni aspetti siamo un po’ sullo stesso terreno di Master of None, ma raggiunge vertici maggiori perché è meno “fighetto”, meno staccato dalla cultura di origine, è più disorientato. Leggero e divertente, ma allo stesso tempo acuto e reale. Notevole davvero. È stato rinnovato per una seconda stagione.

mercoledì 6 giugno 2018

POSE: trans, ballroom culture, famiglia


Il debutto di Pose (sulla rete americana FX) ha convinto molto di più di quanto non ci si aspettasse perché, confezionato in una narrazione molto tradizionale, apre a un mondo totalmente sconosciuto ai più. Il senso di anticipazione per la nuova serie firmata da Ryan Murphy, che l’ha ideata insieme a Brad Falchuck e Steven Canals, già era alta: fa la storia della televisione per avere il più grande numero di attori trans come protagonisti e il più ampio cast di interpreti LGBTQ di qualunque serie di narrativa. L’Huffington Post riporta anche (qui) che tutti i proventi andranno in beneficienza a sfondo “arcobaleno” e in particolare focalizzata su gruppi transgender. 

Siamo a New York alla fine degli anni ’80 e si guarda alla “ball culture” e alla sua comunità, e al “house system” che, come spiega wikipedia e come illustra già il pilot della serie in modo molto efficace senza essere didascalico, indica una subcultura underground LGBT negli Stati Uniti, in cui le persone “sfilano” (“walk” in inglese), ovvero competono, in alcuni eventi chiamati “balls” (balli) davanti a una giuria e a un pubblico per vincere dei trofei. Alcuni si sfidano proprio nel ballo, nella house dance chiamata “voguing” (resa popolare da Vogue di Madonna e dal documentario Paris is Burning), altri nel travestimento drag, ma ricevono voti anche per i costumi, l’aspetto e l’atteggiamento. Quelli che si sfidano appartengono a “houses” (case) che sono una specie di famiglie alternative formate prevalentemente da giovani omosessuali neri e ispanici che trovano accoglienza. Queste case sono guidate da “madri” o “padri” che seguono e aiutano i “figli” della casa. Chi fra le case guadagna più trofei e riconoscimenti diventa “leggendario”.   

L’incipit della serie vede proprio i membri della House of Abundance che rubano da un museo degli abiti regali per vincere a basi basse nella gara (ve ne sono diverse) che richiede loro di vestirsi da reali –  “La categoria è…” annuncia il presentatore Pray Tell (Billy Porter) per ognuna. Questo è il biglietto da visita dello sfolgorante, scintillante mondo che stiamo per imparare a conoscere. Presto capiamo che è un costume variopinto sotto cui batte il cuore di un family drama di inclusione e accettazione. Subito dopo, con una situazione che è fin uno stereotipo per quanto tragicamente comune era - e magari è, anche se mi illudo sempre meno -, ci viene presentato Damon (Ryan Jamaal Swain): ha diciassette anni e adora ballare; quando confessa al padre, che si vergogna di lui, che è gay, questi lo sbatte fuori di casa dicendogli “per me sei morto”, e la madre rincara la dose ammonendolo sul fatto che Dio lo punirà dandogli “quella malattia”, e che si tratti dell’HIV/AIDS pre-possibilità-di-cure non è nemmeno necessario dirlo. Ad avere la certezza di essere sieropositiva è la transessuale Blanca (MJ Rodriguez) che decide di lasciare la House of Abundance guidata dalla “madre” Elektra (Dominique Jackson) per fondare, nel tempo che le rimane, una casa sua, la House of Evangelista (in onore della modella Linda Evangelista). Blanca invita Damon, che di tutta questa cultura è digiuno, a entrare a far parte della sua casa. E a lei si unisce anche Angel (Indya Moore), che inizia una storia con Stan Bowes (Evan Petters). Nell’era reaganina che permette l’ascesa dell’impero Trump e di una vita di lusso ed eccesso, Stan lavora per il magnate, assunto da Matt (James Van De Beek, Dawson’s Creek) e la sera torna a casa dalla moglie Patty (Kate Mara, House of Cards) e dai figli, ma non riesce ad arginare l’attrazione per Angel, che sa bene non essere socialmente accettabile.  

La recitazione è impeccabile e Pose intelligentemente, forse perché sa quanto inusuali sono questo genere di soggetto e di casting, usa di proposito una narrazione e uno stile molto tradizionale e “confortante”: si mostrano persone che, come tutti (generalizzo, ma passatemela), vogliono essere accettate per se stesse, per la verità di quello che sono intimamente, amate e circondate da una famiglia che tiene a loro - Angel sogna il principe azzurro, Blanca pretende che i suoi “figli” tengano all’istruzione perché è il solo modo di andare avanti nella vita e definisce e si comporta da madre spingendo perché Damon entri in una scuola di danza… 

La società potrà emarginare certi gruppi, ma rimangono persone la cui umanità qui viene celebrata. Murphy e i suoi adottano l’approccio più sconcertantemente “già visto” a cui siamo abituati – con espliciti riferimenti a classici degli anni ’80 come Flashdance o Saranno Famosi, e abbondanti tracce musicali di quegli anni – quasi proprio a far capire a quelli di noi che non fanno parte di quella realtà che nonostante l’apparenza non sono poi così distanti da quello che conosciamo, e a mostrare a chi invece ne fa parte che vengono visti e riconosciuti e apprezzati. Una scelta che mi ha sorpreso perché è sensata, elegante, intelligente e coinvolgente. In effetti questi personaggi, anche solo dal pilot, sanno già di famiglia.     

lunedì 12 ottobre 2015

MASTERS OF SEX - terza stagione: famiglia e carriera


Gli autori di Masters of Sex avevano promesso che ogni stagione sarebbe stata diversa dall’altra, e così è stato anche per questa terza, che si è da poco conclusa e che ha però deluso rispetto alle precedenti, pur essendo comunque qualitativamente migliore della maggior parte dell’offerta televisiva. Il motivo principale è che si è scostata dalla loro ricerca sul sesso concentrandosi su relazioni personal-familiari che esulano dalla relazione fra i due ricercatori William Masters e Virginia Johnson (i sempre eccellenti  Michael Sheen e Lizzy Caplan) .
Se la prima stagione si è focalizzata sulla novità delle loro ricerche e la seconda sull’irrobustirsi del loro rapporto personale, questo arco si direbbe sia stato concentrato sulla famiglia, figli e genitori, partendo con un salto temporale che ci ha spostati alla metà degli anni ’60, in corrispondenza con la pubblicazione del loro storico testo “Human Sexual Response”  -  “Siamo noi la rivoluzione sessuale” dice Virginia in conferenza stampa -  e deviando dalla realtà storica dei personaggi per andare sull’invenzione. Alla fine di “Parliament of Owls” (3.01) appare il disclaimer: “Questo programma tratta degli importanti risultati di Masters e Johnson. I figli Tessa, Henry, Johnny e Jenny sono interamente di finzione”. Virginia si  ritrova a gestire una figlia adolescente trascurata e ribelle che chiama in aiuto i nonni ancorati a vecchi modelli di comportamento in cui il solo ruolo della donna è quella di procacciarsi un marito e stare a casa, un figlio che vuole arruolarsi e poi un bebè appena nato, dato che è incinta e partorisce alla fine di 3.02; Bill lega di più con il bambino colpevole di bullismo nei confronti si  suo figlio, dopo che lo minaccia, che non con il sangue del suo sangue, nonostante si ritagli del tempo per fare da viceallenatore.
Meglio ancora, la serie in questo arco mette al centro dei riflettori il difficile rapporto fra vita professionale e personale, fra carriera e famiglia, dove per gli uomini è storicamente squilibrata a favore della prima, e per le donne a favore della seconda – il discorso che fa Bill a Virginia alla fine di “Three’s a crowd” (3.02) in cui la invita a vedersi come una pioniera per le donne che lavorano, conversazione poi ripresa da lei a fine stagione, ne è una prova tangibile. I figli vanno progressivamente in secondo piano. È stato anche un tema importante da affrontare – come impatta la vita di chi è loro vicino quello che i due ricercatori fanno? - ma non ha mai avuto il nitore desiderato. Si  ri-decolla negli ultimi episodi.
Libby (Caitlin FitzGerald) ha una relazione con un vicino di casa, Paul; Virginia si lega ad un investitore della loro clinica un magnate dei profumi Dan Logan, (Josh Charles, che non sbaglia un colpo nella scelta dei ruoli); Bill, contro il parere di Virginia inizia un programma che prevede l’uso di soggetti “surrogati” che li metterà nei pasticci e comincia ad essere geloso del tempo che Virginia passa lontano da lui. Continua ad essere affrontata la “questione omosessuale”, con una sensibilità certamente di oggigiorno, con Betty (AnnaLeigh Ashford) e la sua compagna che vogliono avere un bambino e Baston (Beau Bridges) che comincia una relazione con Jonathan (Rob Benedict). E con Margaret (Allison Janney), che dopo il divorzio cerca di ricostruirsi una nuova vita, si è addirittura provato a parlare di un tema sicuramente poco esporato, quello delle relazioni sentimental-sessuali a tre.
Si è combattuto con onore, ma alla fine della terza stagione, si è un po’ “battuti”, come il protagonista che in apertura dell’ultima puntata si sogna in un ring (riprendendo una metafora pugilistica già utilizzata nel corso della seconda stagione) e in chiusura si ritrova emotivamente sconfitto, solo e desolato. Tenere un buon equilibro fra casa e lavoro è difficile sullo schermo quanto nella vita privata, a quanto pare.