sabato 7 agosto 2021

SERVANT: dall'atmosfera creepy

In Servant (su Apple TV+, già dal novembre 2019), i Turner, Dorothy (Lauren Ambrose, Six Feet Under), giornalista televisiva di successo, e Sean (Toby Kebbell), cuoco-fotografo culinario che si definisce un bon vivant professionale, una coppia di Philadelphia, hanno perso un bambino di tredici settimane, Jericho (Mason e Julius Belford). La madre ha rimosso l’evento e per aiutarla a ritornare gradualmente alla realtà dopo il crollo psicologico le hanno affidato, come oggetto terapeutico transitorio, una bambola che lei tratta come un bambino vero, tanto che finisce per assumere una tata a tempo pieno, Leanne (Nell Tiger Free, Game of Thrones), che si trasferisce a casa loro per prendersi cura di lui. La ragazza, che viene da un paesino rurale del Wisconsin, è molto timida, riservata e religiosa, non batte ciglio e si prende cura dell’oggetto come se fosse un bambino vero. Lo diventa, e questo spaventa e insospettisce Sean, che comincia a indagare su chi sia questa ragazza, e Julian (Rupert Grint, il Ron di Harry Potter), fratello minore di Dorothy.

Con già una seconda stagione a disposizione, ideata da Tony Basgallop che è sceneggiatore di tutte le puntate del primo arco, e con M. Night Shayamalan (Il Sesto Senso), che fa anche un breve cameo nel ruolo di un fattorino della pizza ed è regista di alcune puntate, fra i produttori esecutivi, la serie si muove sul terreno dell’inquietante. Il fulcro è il lutto e la depressione post-partum. Tagli obliqui, inquadrature di primissimo piano e a grandangolo, palette grigia, ritmo da perenne suspense, ansia sottesa, insistenza sui dettagli di cibo che viene eviscerato per le preparazioni del giorno e attenzione al senso del sapore. Anche se lo chiamano horror non mi sento di definirlo tale, perché non c’è nulla che faccia paura, ma è creepy al punto giusto, con un tocco di sovrannaturale.  

Lauren Ambrose mostra una Dorothy volutamente troppo gioiosamente carica e allegra e per questo sempre in qualche modo stonata rispetto all’ambiente e alla situazione. Sean per qualche ragione si trova sempre schegge di legno in qualche parte del corpo e ha perso il senso del gusto e dell’olfatto (e non c’entra il COVID). La glaciale Leanne è in bilico fra l’innocenza, l’ossessione religiosa (prega inginocchiata davanti al letto ogni sera, si fustiga la schiena e realizza crocifissi di stoppie). Percepisci che l’equilibrio mentale è andato perduto e c’è un senso perenne di minaccia, ma la lancetta si sposta costantemente fra la madre Dorothy e la tata Leanne, senza essere mai certi su chi è più instabile e per questo potenzialmente pericoloso. Julian è il mondo esterno che entra nella claustrofobia di quella casa e non sa bene come intervenire. Sean pure rimane di fatto fondamentalmente inerme, più focalizzato sulle proprie creazioni culinarie che autenticamente responsivo.

Le 10 puntate della prima stagione vanno da qualche parte nel senso che si arriva, almeno in parte, a spiegare perché Jericho è morto; intriga ma non trascina. Pur essendoci qualche colpo di scena, c’è un certo senso di staticità, di reiterazione di schemi fissi, che non ammette nemmeno troppa vera umanità nei personaggi, ingabbiati in un dolore che soffoca, si direbbe, anche la narrazione: si suonano le stesse note ancora e ancora, senza che appaia di fatto ripetitivo, ma piuttosto psicologicamente anestetizzante, paralizzato.  Uno show non imperdibile, ma da godersi più che altro per l’atmosfera che crea.

Nessun commento:

Posta un commento