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domenica 20 luglio 2025

THE LISTENERS: intenso

Tratto dal romanzo omonimo di Jordan Tannahill che lo ha portato lui stesso sul piccolo schermo con la regia di Janicza Bravo, e basato su un vero fenomeno noto come The Hum o anche come brusio di Taos o ronzio di Taos in italiano, The Listeners (BBC1) è una potente miniserie in 4 puntate che si presta in molti punti anche a una lettura metaforica. Nella realtà il brusio in questione è stato un fenomeno a lungo indagato e mai spiegato nonostante le ipotesi, e nella finzione televisiva se ne è parlato in passato anche in un episodio di The X-Files.

Un’insegnante di inglese, Claire Kutty (Rebecca Hall, con un’interpretazione molto intensa) comincia a sentire uno strano rumore di sottofondo, una sorta di costante mormorio. Né il marito Paul (Prasanna Puwanarajah) né la figlia diciasettenne Ashley (Mia Tharia) né altre persone nella sua vita sentono alcunché. Non si tratta di acufeni, perché se si tappa le orecchie non lo sente più. Cerca di fare ogni possibile analisi che le venga in mente ma tutti i test medici risultano negativi. La dottoressa le dice che è semplicemente ipersensibile al rumore bianco probabilmente, e cause possibili sono la perimenopausa, l'ansia o lo stress. La psicologa ipotizza una causa psicosomatica. Lei non è convinta. Non capisce più a un certo punto che cosa sia reale e cosa no, e questo la spaventa: ha paura di perdere sé stessa, in qualche maniera, ma contemporaneamente è convinta che non sia tutto nella sua testa. È un percorso molto familiare a chi ha una malattia difficile da diagnosticare, ho pensato guardandola.

Un suo studente adolescente, Kyle Francis (Ollie West), le rivela di sentire lo stesso brontolio, e insieme cercano di capire cosa possa essere che causa questo problema: forse sono le pale di energia eolica? fabbriche vicine e quindi inquinamento acustico industrale? il 5G? Insieme poi si  rivolgono a un gruppo di supporto, dove ci sono persone che convivono con questo problema da tempi differenti.  Il leader del gruppo, Omar (Amr Waked), dice che la maggior parte delle persone non percepiscono le frequenze sotto i 20 Hertz, loro forse sono fra i pochi che invece percepiscono qualcosa di simile; la sua ipotesi è che ci siano dei fulmini che causano questo rumore nell’atmosfera per via della risonanza Schumann e che loro riescono a percepire. Questa vicenda per Claire crea tensioni in casa con il marito, che la lascia, e appena si scopre che è uscita sola con un suo studente fuori dalla scuola viene aperta un’investigazione e lei perde il lavoro.  

Le domande sono però più delle risposte. Perché non lo sentono da tutta la vita? Qual è il trigger? Altre culture e persone di altri periodi storici lo sentivano? C’è anche spazio per i complotti: che sia qualcosa di controllato dal governo? Le ipotesi portate avanti sono alcune delle spiegazioni proposte nella vita vera e si arriva in questo specifico caso a una spiegazione (la perdita di un gasdotto), ma fino in ultimo si rimane con il dubbio che sia altro.

Quello a cui assistiamo è una epifania personale. Claire comincia ad essere sempre più trascinata dall’esperienza che diventa al di là dell’estati. La dimensione mistico-religiosa fa percepire questo rumore come “il suono dell’eternità” o “il suono della terra” e ad agitarsi come una tarantolata sdraiata a terra. Ha sconvolto la sua vita, con qualcosa che apparentemente è piccolo, ma lei percepisce come enorme. Comincia a fare sogni strani, allucinati. Non cerca più di allontanarlo con fastidio, ma lo cerca e incanala. Sono forse episodi psicotici, è soggetta a manipolazione mentale da quando è entrata in un gruppo che da molti è descritto come una setta? Il sedicente leader ha un passato torbido, e lui e la moglie Jo (Gayle Rankin) sono stati accusati già in passato di aver formato un cult  sessuali.   

La forza principale della narrazione sta nel tenersi in buon equilibro fra il sospetto che ci sia sotto qualcosa di poco limpido e la soggettiva, genuina, coinvolgente, reale esperienza di chi vive quella realtà. Per questa ragione è al contrario lo spettatore in disequilibrio. Non c’è dubbio che è legittimo che i familiari dei coinvolti temano un influsso del gruppo di persone percepite come pazze. Il marito e la figlia che vedono allontanarsi sempre di più la persona che amano, la madre del diciassettenne che vuole che esca dalla casa dove si incontrano e chiama la polizia, o che teme che ci sia grooming dell’insegnante nel confronti del proprio studente, che si rivolge all’autorità scolastica e non vuole che ci siano più contatti fra loro sono sensati e ragionevoli. Vediamo anche l’altra parte e siamo consapevoli che non sono matti, contemporaneamente c’è una punta di sospetto che ci sia qualche possibile problema altro; se fosse un nostro familiare non avremmo la stessa preoccupazione che si approfitti della sua vulnerabilità allontanandolo da noi? Sono due punti di vista che si scontrano, ma in cui ci sono valide ragioni da entrambe le parti. Si comprende perché chi sente questo rumore graviti verso un luogo che accoglie la loro “stranezza”, dove si sentono compresi e accettati, e queste persone non sono viste come ignoranti o ingenue. Sono persone anche messe in crisi dalla propria percezione della realtà, dal loro cervello. Sono credibili tutti, anche i capi della presunta setta, che non sono macchiettistici cattivi, non vengono deumanizzati. Anche il finale è inaspettato.

Con il fatto che la protagonista è un’insegnante, le scritte sulla sua lavagna danno possibili chiavi di lettura di quanto accade. Si incrociano vari aspetti tematici e stilistici: l’amore come malattia, il realismo magico, la non linearità del tempo, il narratore non attendibile…Il tono generale di questo thriller psicologico è teso, snervante, a tratti allucinatorio, comunque delicato.

sabato 31 maggio 2025

MISS AUSTEN: misurata, credibile e coinvolgente

Basata sull’omonimo romanzo di Gill Hornby, Miss Austen (BBC1 e per ora inedita in Italia), è una miniserie in 4 puntate che catapulta in atmosfere simili a quelle delle famosa scrittrice Jane Austen di cui quest’anno ricorre il 250esimo anniversario della nascita.

Ci si muove su due linee temporali: nel 1830, tredici anni dopo la morte della sorella Jane (Patsy Ferran), le vicende seguono Cassandra (Keeley Hawes, Orphan Black: Echoes) che si reca a Kintbury, presso la casa della famiglia Fowle. Ufficialmente è lì per aiutare Isabella (Rose Leslie, Game of Thrones), figlia della defunta amica Eliza, che dopo la morte del padre è costretta a traslocare in fretta e furia e ha un futuro incerto; è innamorata del dott. Lidderdale (Alfred Enoch), ma con lui non vede futuro. In realtà l’obiettivo di Cassandra è un altro: trovare e distruggere le lettere private di Jane, che potrebbero compromettere la reputazione della sorella se divulgate.

ATTENZIONE SPOILER

Attraverso una serie di flashback, si svelano episodi della giovinezza delle sorelle Austen: il promesso sposo di una giovanissima Cassandra (Synnøve Karlsen) muore subito prima di sposarla, ma dal momento che lei aveva promesso che non si sarebbe sposata con nessun altro, rifiuta le avance di un giovane di cui si era successivamente innamorata, nonostante le pressioni della sorella Jane che al contrario vuole poter dedicare la propria vita alla scrittura e, come Cassandra stessa, vive con i genitori, mentre loro fratello è diventato il marito di Mary (Liv Hill da giovane, Jessica Hynes da adulta), sorella di Eliza, la migliore amica di Jane a cui aveva scritto tutte quelle lettere che ora da adulta Cassandra intende recuperare. Anche Mary, piuttosto odiosa a tutti e manipolatrice, che esalta il marito come scrittore non riconoscendo la maggiore grandezza letteraria di Jane, arriva a casa Fowle e cerca quelle stesse lettere.

È molto pacata e sensibile questa miniserie, diretta da Aisling Walsh e sceneggiata da Andrea Gibb, che ricalca quelli che erano le passioni e le difficoltà e le sfide nel XIX° secolo per le donne, limitate nella possibilità di esprimere se stesse e spesso rassegnate a ruoli molto specifici, oltre che completamente dipendenti dagli uomini da un punto di vista economico. C’è affetto nei confronti dei personaggi e della narrativa dell’illustre scrittrice britannica, verso Persuasione in particolare, che viene letto dai personaggi nella diegesi e punteggia le vicende offrendo anche lo spunto per una soluzione alla vita amorosa di Isabella, permettendole così un lieto fine. Il restraint, la moderazione, la compostezza, la misura, il controllo delle proprie reazioni, la mancanza di ostentazione sono la nota distintiva. L’amore per l’autrice la cui memoria viene omaggiata non la fanno eroina sopra le altre, anzi, si vede come la sua brillantezza è anche consentita dal supporto e dall’amore delle persone che le stanno vicine e la sostengono nella propria vita.

Le interpretazioni sono di prim’ordine e dimostrano molta profondità emozionale, e anche i valori produttivi sono elevati. C’è chi ha lamentato una tensione drammatica limitata. Dal momento che la serie è più incentrata su una tranquilla riflessione emotiva e sui ricordi personali piuttosto che su drammi o conflitti esterni, alcuni ritengono sia un po' troppo sommessa o priva di slancio per coloro che si aspettano una narrazione più dinamica. Chi conosce la letteratura a cui fa riferimento però non può rimanere deluso da questa caratteristica, anzi, perché è proprio un suo punto di forza. Diversa l’obiezione di chi ha visto un eccesso di empatia nei confronti di Cassandra, plasmata negli anni dal proprio dolore e dall’amore per la sorella, nel suo atto di distruggere le lettere di quest’ultima per proteggere la reputazione, il decoro e la privacy suoi e dei propri familiari, mal giudicata per aver compiuto un atto di vandalismo culturale – di circa 3000 lettere stimate ne sono sopravvissute solo 160, probabilmente le più “innocue” (fonte: wikipedia). Personalmente vedo buone ragioni in entrambe le posizioni (distruggere o preservare le lettere cioè) e non so scegliere quella più meritevole da sostenere, perciò mi sta bene la scelta della serie che rimane sospesa sul giudizio. Lo comprende e non lo condanna e questa è, volendo, una presa di posizione, ma preferisco interpretarla come una presa di posizione rimandata a eventuali considerazioni successive quando qui si guarda solo alle motivazioni di Cassandra che agiva come persona del suo tempo con un rapporto personale con un’autrice che poteva stimare ma non poteva sapere quanto importante sarebbe divenuta per i posteri.

Questa specifica narrazione è finzione, ma sembra vera, credibile e coinvolgente, svolta con ragione e sentimento, è il caso di dirlo.

martedì 18 febbraio 2025

INDUSTRY: una fenomenale terza stagione

“Il denaro doma la bestia. Il denaro è pace. Il denaro è civilizzazione. La fine della storia è il denaro”: così dice Eric (Ken Leung) nel suo ispirato discorso aziendale nella season finale di una fenomenale terza stagione di Industry, ideata dagli ex-consulenti finanziari Mickey Down e Konrad Kay, parole, confesserà poi, che ha preso a prestito da un racconto di Denis Johnson pubblicato sul New Yorker nel 2014 intitolato “The Largesse of the Sea-Maiden”, da cui il finale della terza stagione trae il titolo: “Infinite Largesse”. 

La serie (HBO – BBC1; ho parlato della prima stagione qui e non ho invece scritto sulla seconda) è fenomenale, una delle migliori in assoluto, e in crescita, per cui mi rammarico che ancora in Italia non venga trasmessa. In realtà, pur essendo il denaro e l’etica capitalista necessariamente molto visibili per una narrazione ambientata nel mondo dell’alta finanza, è stato meno il fulcro in questo arco (la messa in onda originaria è andata dall’11 agosto al 29 settembre 2024), più interessato ai rapporti di classe. È stata proprio uno studio su quei rapporti, sulla difficoltà di cambiare classe sociale nonostante il portafoglio di cui uno possa ritrovarsi a godere e nonostante l’illusorietà della mobilità sociale; in un conteso come quello britannico che fa da sfondo alle vicende, anche sull’inevitabilità del classismo. E parallelamente, in mezzo agli intrighi, la politica, la plutocrazia, i media, la società, il privilegio, la pressione performativa sul lavoro, la meritocrazia, il desiderio, il passato, è uno studio sui personaggi ognuno a modo loro spezzato dalla vita, ma che cercano di andare avanti nonostante tutto.

ATTENZIONE SPOILER IMPORTANTI  

La Pierpoint  ̶  la banca londinese per cui lavorano i protagonisti e che nelle battute finali (3.08) verrà chiusa sei mesi dopo l’egregio lavoro di Eric di coinvolgere i finanziatori egiziani Al-Miraj per tenerla a galla  ̶  investe in un’azienda che è in procinto di essere quotata in borsa, la Lumi, il cui CEO è Sir Henry Muck (basta cambiare una lettera del cognome e si capisce facilmente che tipo di multimiliardario visionario intende rappresentare), interpretato da un Kit Harrington che dimostra di non essere memorabile solo come il Jon Snow di Game of Thrones. Presto lui comincia a mostrare interesse per Yasmin (Marisa Abela), alle prese con la scomparsa del padre, Charles (Arthur Levy), accusato di appropriazione indebita per aver sottratto soldi alla propria casa editrice, la Hanani Publishing. In seguito (3.06), con dei flashback si viene a scoprire che, in vacanza in Italia sullo yacht del padre, dopo una feroce litigata con lui durante la quale lei gli augura la morte, lui ubriaco si è buttato in acqua per stizza e ripicca, e lei non ha fatto nulla per aiutarlo mentre stava affogando ed è così morto. A saperlo è solo Harper (Myha'la Herrold), che alla fine della stagione precedente era stata licenziata dalla Pierpoint per aver falsificato le proprie credenziali sul curriculum, e ottiene un lavoro come assistente esecutiva in una piccola azienda, dove conosce una manager di portfolio, Petra (Sarah Goldberg), con la quale si mette in affari. Harper è brillante ma senza scrupoli: Otto (Roger Barcley), padrino di Henry, la saluta con un “ecce Brute”, in una di quelle gemme di dialogo (3.08) che fanno apprezzare una volta di più la serie. Robert (Harry Lawtey), dopo che si ritrova la propria cliente che lo usava come boy toy morta a letto, diventa una sorta di liaison fra la Henry e la Pierpoint. L’amicizia fra lui e Yasmin li conduce finalmente ad ammettere l’amore l’uno per l’altra, ma il giorno stesso in cui fanno l’amore lei decide di sposare Henry (3.08) in un gran colpo di scena. Rishi (Sagar Radia) è perseguitato da crescenti debiti di gioco che conducono all’assassinio a sangue freddo di sua moglie davanti ai suoi occhi nel girono del proprio compleanno. Sweetpea (Miriam Petche) è una nuova assunta alla Pierpoint, che a fine stagione viene chiusa, come dicevo a inizio paragrafo. Lei ed Eric si ritrovano così senza lavoro.

Tutti gli eventi portano ad un calo di sipario su una fase della serie, che finora può essere descritta come un incrocio fra Succession, Mad Men e qualcuno ha azzardato anche Girls. Allo stesso tempo è un mondo a parte che mai abbiamo visto in TV, con un linguaggio proprio (per me difficile da comprendere sinceramente, e non per l’inglese, in italiano sarebbe uguale, l’alta finanza non fa per me). Non c’è uno stile espositivo, ma il ritratto caratteriale di ciascuno, e le debolezze e i punti di forza di ciascuno bene emergono dalle relazioni, dalle interazioni reciproche.

È brutale e feroce, implacabile. Basti pensare a “Nikki Beach, or: So Many Ways to Lose" (3.06) puntata in cui Yasmin ricorda quello che è accaduto con col padre e quella in cui lei e Harper si distruggono verbalmente a vicenda: Yasmin la accusa di trovare utile per sè stessa il suo dolore, Harper le vomita addosso gli stessi dolorosi insulti del padre: “senza talento, puttana, inutile”.  Le persone sono un mezzo per un fine (3.06) e “la verità non è importante” (3.07). Un altro buon esempio è il ludopatico Rishi, naturalmente, quando viene pestato e si presenta al lavoro sanguinante (3.04), per cui nessuno mostra preoccupazione, e la morte della moglie alla fine ci porta ai limiti de I Soprano. Ed non si può non pensare a Eric, licenziato senza mezzi termini.

È priva di sentimentalismo. Yasmin e Robert si ameranno anche, ma appartengono a due mondi diversi, e Robert non se la prende nemmeno quando vengono annunciate le  nozze di lei con Henry nella season finale. Intorno a una lunga tavolata la regia fa scomparire tutto e rimangono idealmente soli i due innamorati: “mi dispiace” dice lei; “capisco” replica lui. Ma il vero brillante gioiello di scena è quando si fermano a una stazione di servizio sulla via per la tenuta di Henry. Lei lo vede grattare un “gratta e vinci” e cristallizza una volta in più (altre volte ci sono riferimenti, ad esempio col cibo) che lui viene dalla working class, diversamente da lei. 

È capace di convivere con l’ambiguità. A fine stagione Yasmin prende con sé una dipendente dello yacht su cui era stata in Italia, che al tempo era incinta, che aveva visto sul suo letto far sesso orale con suo padre. La donna è esplicita nel dire che, in altre occasioni, c’erano state molte bambine in quei party. Scene intense, anche per la reazione e per come sono costruite, ma noi pubblico rimaniamo con il dubbio se anche Yasmin sia stata molestata dal padre da piccola. Questa incertezza esiste anche sul piano finanziario, dove ci sono molti avvenimenti e piccoli colpi di scena, l’idea è che i mercati siano solo “fumo e specchi” (3.02), ma indistinguibili dalla realtà, perché la percezione è la realtà: “il denaro è un’illusione. È un costrutto sociale basato sulla fiducia” (3.04). E scrive bene Aramide Tinubu su Variety, quando dice che “(n)el corso degli otto episodi, gli spettatori vedono in ogni momento come la percepita responsabilità sociale non riesca a mascherare un nucleo marcio”.

Partito forse un po’ in sordina, ora Industry è uno sleeper hit acuto, audace, sicuro di sé, che non si contiene. Non è un caso che su Metacritic la terza stagione abbia un punteggio di 86 e una collezione di sfavillanti critiche positive.

lunedì 5 dicembre 2022

THIS IS GOING TO HURT: crudo e venato di umorismo

This is going to hurt, ovvero “Farà male”: questo è il titolo della serie della BBC1 (e co-prodotta dalla AMC, in Italia disponibile su Disney+) ideata e interamente scritta da Adam Kay che l’ha basata sul suo memoir dallo stesso titolo, che racconta le vicende in un reparto di ostetricia e ginecologia di un ospedale inglese del servizio sanitario nazionale. Perciò non si può certo dire che non ci abbiano avvertito. È stato in effetti doloroso, e per la migliore delle ragioni possibili. L’episodio 6 è stata una delle pagine di televisione più belle e devastanti che abbia visto quest’anno: costruita lentamente, montata puntata dopo puntata. Ineccepibile nel dire senza dire, come nessuno meglio degli inglesi sa fare. Se penso all’ultima battuta del personaggio di Shruti (Ambika Mod) in quella puntata, sono capace di mettermi a piangere anche ora. E c’è il dolore fisico ginecologico, che è difficile venga mostrato in un simile ventaglio di situazioni.

All’esordio, nonostante le eccellenti recensioni che la preannunciavano, ero rimasta un po’ infastidita dai commenti sarcastici del protagonista che rompeva la quarta parete, alla Fleabag. Mi parevano inadeguati. Poi si sono fatti più soft o io ho imparato a conoscerlo, chissà…in ogni caso mi ha conquistata. Adam (Ben Whishaw, A Very English Scandal) è un giovane medico completamente assorbito e sfinito per il proprio lavoro nel reparto maternità, tanto che commette l’errore di mandare a casa una paziente che poi necessita un parto cesareo perché in pericolo. Nigel Lockhart (Alex Jennings), suo diretto superiore, deve intervenire e anche Tracy (Michele Austin), la capo ostetrica lo tiene d’occhio. La sua vita privata ne soffre molto perché trascura il ragazzo con cui esce, Harry (Rory Fleck Byrne), e inizialmente lo tiene nascosto ai colleghi e alla madre (Harriet Walter). Il suo affrontare le tensioni con sarcasmo non gli impedisce di sentirsi pressato dal ritmo incalzante delle richieste, dalla scarsità delle risorse, dalla burocrazia e dagli interessi personali, dalle aspettative altrui. Shruti, un’empatica tirocinante, pure è sopraffatta dal lavoro e dallo studio: un collega la invita fuori, ma non ha tempo; i genitori sono orgogliosi di lei, ma ne sente la pressione; scoppia e avere il lavoro che per lei era il sogno di una vita non si rivela quello che si aspettava. Vicky (Ahsley McGuire), sua supervisora al lavoro, la avverte che è sempre così, è molto stressante (1.04), e non tutti ci sono portati.

Le descrizioni delle situazioni sono molto oneste e anche brutali. Io credo di poter dire di sapere una cosa o due sulla fatica, e non so se l’ho mai l’ho vista rappresentata così bene. I protagonisti sono davvero esausti e sono spesso lì per crollare, fisicamente, ma anche proprio per le responsabilità e il burn-out, tirati continuamente da tutte le parti. In questo senso ha particolarmente brillato la summenzionata puntata numero 6, dove si fa un confronto fra il servizio delle cliniche private e quello delle strutture pubbliche e non si dice quello che ci si aspetterebbe: è un applauso ai medici pubblici sottopagati e sovraccarichi di lavoro che fanno davvero miracoli in situazioni impossibili.  Anche sul fronte delle pazienti le situazioni sono toste: c’è quella razzista, quella che subisce abusi in ambito domestico, quella che si taglia con la forbice le grandi labbra perché le trova esteticamente strane…E il parto nella season finale (1.07) è un unicum: non ne ho mai visto uno mostrato in tale dettaglio e realismo, con la telecamera sparata in mezzo alle gambe della partoriente. Non poteva essere più appropriato e di impatto.

Cruda, ma venata di un umorismo che alla fine è necessario, la serie evita il melodramma, anche lì dove sarebbe facile caderci. La recitazione è al massimo livello. Da non perdere.

lunedì 5 ottobre 2020

I MAY DESTROY YOU: sulla "rape culture"

Il drink di una giovane donna viene drogato e lei, priva di coscienza, viene violentata. Quando si risveglia non ricorda quasi nulla. Fa denuncia dell’accaduto alla polizia, ma alla fine dei conti è un nulla di fatto. Questo è in soldoni il nerbo attorno a cui si costruisce la notevole I May Destroy You (BBC1 – HBO), serie ideata e scritta da Michaela Coel (Chewing Gum), che interpreta anche il ruolo principale di Arabella, una influencer di Twitter londinese che ha un contratto con una casa editrice per scrivere un libro. È proprio mentre si prende una pausa di un’oretta dal lavoro che le capita questo devastante evento.

Non è sicuramente la prima volta che in TV viene affrontato il tema delle bevande che vengono spiked ai fini di stupro,  penso ad esempio a Veronica Mars che su questo argomento ha costruito un’intera stagione. Qui suona più personale e crudo, e il tema del consenso si svolge in un momento storico in cui c’è una crescente “sintonizzazione” collettiva sulla rape culture in senso ampio.  Le puntate zig-zagano e riflettono su molti aspetti connessi (infra) e intersezionali (gender, orientamento e razza in primis), ma è nella finale che illumina il percorso fatto, con una valenza fortemente metatesuale in riferimento al ruolo della scrittura. Nel vedere la protagonista che febbrilmente lavora al proprio libro spostando dalla parente i post-it che ne costituiscono l’outline, si è assistito più nello specifico in questo segmento a un poioumenon - per utilizzare quel termine tecnico che indica un artefatto artistico che racconta la storia della propria stessa creazione – che ce la mostra come una narrazione intenta a scardinare le retoriche più usuali che nascono da queste premesse.

Arabella, che non riesce a ottenere giustizia dal canali ufficiali, perché la polizia non ha prove sufficienti, finalmente (1.11) e inaspettatamente ricorda quello che è accaduto e questa epifania la porta ad immaginare, contemporaneamente come scrittrice e come vittima, delle storie che chiudano e diano un senso a quello che le è accaduto: ora è una brutale, irrealistica ma catartica storia di vendetta, ora è una storia di compassione per il carnefice, ora è l’immaginarsi un incontro consensuale ed equilibrato. Alla fine nessuna di queste alternative è convincente, quello che accade è che la vita continua, in un modo che non fa rumore. Il “lieto fine” è avere successo grazie anche alla vicinanza e al sostegno dei propri amici, qui Terry (Weruche Opia), un’aspirante attrice, e Kwame (Paapa Essiedu).

Arabella non riesce più a scrivere, ha comportamenti erratici e maleducati, i social ne fanno un’eroina e la trasformano in una star, ma la demoliscono anche, è allo sbando, una “diavola” (come allegoricamente la fanno vestire per Halloween) senza direzione. Questi in parte sono gli effetti psicologici della violenza, perché i danni non sono solo il sangue e le ecchimosi che le foto registrano su ginocchia, inguine, testa, o le lacrime, e non sono solo nell’immediato. Ma in parte è anche carattere: è un personaggio respingente. Si droga nella vita privata, ha anche un ragazzo, Biagio (Marouane Zotti), che è un spacciatore italiano  - e alcune scene sono girate ad Ostia –, ha sotto il letto il “ricordo” di un aborto di cui si era dimenticata…ha un passato complicato e spesso si comporta male, ma questo non significa che “se la sia andata a cercare”. Le cose si mescolano, come nella realtà. E questo confondere le acque, questa indeterminatezza di reazioni la rendono vivamente umana.

Se la scotomizzazione (farmacologica o psicologica che fosse) da parte della protagonista foraggia tentativi di ricostruzione mnemonica dell’evento principale, il precipitato di quella stessa rape culture che lo ha causato si sostanzia in storie minori e orbitanti, che stratificano la riflessione. Si parla di stealthing, quando un suo partner sessuale toglie il preservativo senza che lei se ne avveda (1.04), ad esempio. Kwame, gay, subisce pure lui un violenza sessuale da parte di un altro uomo. (1.04). Quando  accompagna l’amica alla polizia, sente che “la gente non sa che cosa è un crimine e cosa non lo è, e non lo denuncia” (1.05). Lui sta male per quello che ha subito, ma lui stesso non è sicuro che quello che gli è accaduto sia infatti un crimine – c’è il sessismo che fa credere che un uomo non possa essere violentato, che gli debba piacere per forza. In cerca di superare l’esperienza va a letto con una donna, per rivelarle solo dopo di esser gay (1.08) e perpetra lui stesso un modello di disonestà che la ragazza non riesce a perdonargli. Pure, una giovane donna che gestisce un corso di auto-aiuto a cui Arabella partecipa, da ragazzina aveva accusato ingiustamente di violenza carnale un compagno di classe. Alla fine della puntata (1.06), scopriamo in modo sorprendente, agghiacciante, che lo aveva “imparato dalla madre” che la aveva costretta a mentire sul proprio padre accusandolo di molestie sessuali perché lei potesse ottenere la sola custodia della figlia. Lei era troppo piccola per capirne le implicazioni e aveva ubbidito a quello che la madre aveva chiesto di fare. Non mi pare che si vada nella direzione del dire che le vittime diventano per forza carnefici (la letteratura in proposito dice infatti che non è così), ma sicuramente si dice che certi comportamenti sono appresi e perpetuati da assenza di onestà e di dialogo e di mancanza di consapevolezza, e che il fondamento del cambiamento verso una cultura più salubre è il consenso. Riguardano la sfera sessuale, ma sono comportamenti che attengono ai rapporti di potere ed eventualmente al mancato rispetto reciproco.

Bisogna dar credito anche a una serie che riesce a rendere più audace un rapporto sessuale in cui lei ha il ciclo mestruale, e il partner maschile si sofferma ad esaminare affascinato un grumo di sangue, che non un menage a trois che avviene nella stanza accanto.

Situazioni sgradevoli e personaggi occasionalmente odiosi non la rendono una visione facile, ma non si può negare che sia una visione pregnante, e una narrazione rilavante.   


mercoledì 1 agosto 2018

THE MINIATURIST: appagante



Tratto dall’omonimo libro di Jessie Burton, The Miniaturist (BBC1) - “Il Miniaturista”, per Bompiani -, è un adattamento di John Brownlow in due puntate che regala circa due ore e mezza di televisione appassionante ed elegante, molto curata nei dettagli e nello stile – scorci, arredamenti, abiti...

Siamo ad Amsterdam, nella seconda metà del XVII° secolo, nel 1686 per essere precisi. Una giovane donna, Petronella “Nella” Oortman (una luminosa Anya Taylor-Joy), per salvare la propria famiglia dai debiti, accetta di sposare il ricco mercante Johannes Brandt (Alex Hassell). Arrivata nella casa di lui, viene accolta con freddezza e sospetto dalla sorella non sposata di lui, Marin Brandt (Romola Garai), molto devota e ascetica, e dai domestici Cornelia (Hayley Squires) e Otto (Paapa Essiedu), un ex-schiavo. La ragazza riceve come regalo di nozze dal neo-marito il modellino di una casa identica da quella in cui va a vivere, e dopo un primo ordine, spesso senza farne richiesta riceve, da una miniaturista (Emily Berrington, la Niska di Humans) che le cela la propria identità, molti oggetti che sono sorprendentemente fedeli a quelli veri e bamboline che rappresentano le persone della sua vita. Si sente come se venisse spiata e come se qualcuno sapesse anche in anticipo tutti i segreti che a poco a poco lei stessa viene a scoprire o gli eventi che stanno per accadere.

La narrazione è ricca di suspense e di colpi di scena, tanto inaspettati quanto sensati e coerenti, e riesce in un’impresa rara e quanto mai gradita - anche se forse avrebbe beneficiato ai una costruzione un po’ più lenta: tutti i personaggi principali a mano a mano che si conoscono si vogliono bene e cercano di proteggersi e rispettarsi a vicenda. Nel corso delle vicende ci sono “i cattivi della situazione”, che in parte lo sono perché intrappolati dai mores del’epoca, che per varie ragioni precipitano gli eventi verso situazioni tragiche,  ma la famiglia rimane unita e presente gli uni agli altri fino alla fine. Ciascuno dei personaggi è tridimensionale e realistico, anche in fondo il personaggio della miniaturista, per gran parte del tempo permeato di mistero, anche quando  con lei si scopre una vena vagamente sovrannaturale. Un altro punto di forza della storia è stato riuscire a trattare tematiche quanto mai attuali, pur in una cornice d’epoca.

Con la regia di Guillem Morales, è stata una miniserie decisamente appagante.

martedì 15 maggio 2018

PICCOLE DONNE: pars costruens (parte 2 di 2)


-       Continua dal post precedente -

Dopo una pars destruens, una pars construens di un programma che ho proprio apprezzato. Penso sia anche difficile re-immaginare una vicenda che ha tanta storia e stratificazioni sulle proprie spalle.

Le Piccole Donne immaginate da Heidi Thomas sono più adulte, e più vicine anche di età l’una alle altre, sembrerebbe. Dovrebbero avere 16, 15, 13 e 12 anni. Qui sono tutte giovani adulte. Per quanto mi rammarichi un pochino che non si siano mostrati tutti loro che mettevano in scena insieme i racconti scritti da Jo, le loro attività, il trascorrere tempo insieme e fare scampagnate e il frequentarsi con passatempi probabilmente più consoni all’età ora rappresentata è uscita benissimo comunque. Molto spesso si è mostrata Jo che dava la schiena a Laurie - o Teddy, come lo chiamava lei sola - preferendo concentrarsi sulla sua scrittura. In qualche modo rappresenta fisicamente l’indisponibilità di lei a un rapporto con lui, ma la loro dinamica è stata congegnata in modo molto accorto, così come quella fra Amy e Laurie. Si è stati attenti a costruire un “passato nell’infanzia” per loro, in modo che la loro storia d’amore sbocciata in viaggio in Europa avesse una base solida su cui fiorire. Nel film del ‘49 fanno dire ad Amy che “in Italia la sporcizia diventa colore locale”, cosa che mi ha sempre fatto un po’ ridere, ma mai la si mostra in viaggio. Qui sì, e quel poco che accade è ben realizzato. Nel complesso, il personaggio di Laurie è quello che ci ha guadagnato di più, rispetto a versioni precedenti che ho visto. L’ho trovato perfetto: un attore fisicamente attraente e che ha colto alla perfezione il personaggio. E una scrittura che lo ha supportato. Per la prima volta ho pensato che fosse un peccato che Jo non lo prendesse sul serio.

La prospettiva più adulta c’è anche stata nell’incorporare più che in passato la madre e il padre delle protagoniste. Una brevissima scena che mostra la preoccupazione di Marmee dopo che Jo ed Amy hanno litigato dipinge con una rapidissima pennellata la situazione di una donna che in tempo di guerra deve crescere quattro figlie da sola, con il marito lontano. O ancora, si empatizza quando scoppia in lacrime fa le braccia di Jo nel momento in cui si rende conto che Beth sta morendo e le parla del futuro che immaginava per loro. Il padre, grande assente nella storia, qui ha trovato un suo piccolo spazio. Ho apprezzato il libro “March” di Geraldine Brooks che ha vinto il premio Pulitzer e che ricostruisce la vita del padre distante, e a cui non ho potuto non ripensare. Nella miniserie serie lui in realtà ha un ruolo in fondo inutile, fuori da qualche conversazione con Jo che, appunto, poteva venire fatta meglio con il professor Bhaer. Il padre, un predicatore, alla fine poteva più proficuamente intervenire nei momenti in cui si toccato il concetto di Dio: da molti è stato notato che rispetto al libro il tono religioso è stato attenuato (ma forse qualcuno sovrappone morale e religione?), ma rispetto ad altre versioni io l’ho trovato invece più presente, anche se in modo delicato. In ogni caso, il tentativo di reinserire la figura paterna l’ho apprezzato.

La ritrosia della lentigginosa Beth è diventata quasi patologica qui, ma lei è ritratta meno inerme e più consapevole della sua sorte. E se nella prima puntata mi aveva un po’ irritato il fatto che lamentasse un mal di testa e la madre le rispondesse con un equivalente di “datti una mossa che tutte ne soffrivamo”, in seguito mi è parsa più adeguata, e realistica la rappresentazione della malattia per le conoscenze dell’epoca. Beth non si è mai ripresa fino in fondo dalla scarlattina, ma alla fine qui non si dà un vero e proprio nome a ciò di cui muore. Il suo rimane un personaggio positivo, e il rapporto privilegiato che ha sempre avuto con Jo è stato riscritto in modo efficace. Più debole invece il rapporto con nonno Lawrence.

Delle sorelle quella di cui si è sempre apprezzato meno il talento, perché era in ambito domestico e perché trovava realizzazione in quelli che erano i limiti che la società dell’epoca le imponeva, è stata Meg. Si dice che tutte le ragazze vogliano essere Jo, e si riconoscano in Jo. Io mi sono riconosciuta in tutte loro in un qualche momento della mia vita. Per via dei miei problemi di salute, ho finito per diventare Beth (meno la morte prematura, voglio sperare), ma alla fine quella nei cui desideri mi sono riconosciuta di più è probabilmente Meg. Qui l’ho trovata adeguata, ma in fondo non apprezzata al pari delle altre, come è sempre stato ovunque. Tuttavia, la durevolezza del romanzo è data proprio dalla capacità di mostrare uno spettro di donne che, pur diverse, in quanto ad aspirazioni, hanno tutte una propria dignità. Credo che sia vero quello che dice Sarah Elbert (la citazione l’ho trovata sulla pagina in inglese di Wikipedia), ovvero che si affrontano tre temi principali: “la domesticità, il lavoro e l’amore vero, tutti interdipendenti e ciascuno necessario al raggiungimento dell’identità individuale della sua eroina”. Delle sue eroine, direi io. E la serie questo lo trasmette, come trasmette un ideale di sorellanza realistico e vivo, successo notevole. Zia March, infusa di umorismo alla Violet di Downton Abbey, è uscita grintosa e intelligente, degna zia delle nipoti, testarda, ma umana.

Ho amato molto della serie il modo in cui è riuscita a trasmettere il senso del tempo. Se precedenti versioni sembravano condensare tutto, qui il passaggio degli anni, e il ripetersi dei Natali, ha dato un buon respiro alle vicende, giustificando anche la chiusura di cui parlavo prima. La ricostruzione ambientale e scenografica poi è stata sontuosa, non perché mostrasse lusso, ma per l’effetto cartolina, innevata o verdeggiante a seconda della stagione. Gli esterni e i panorami della città raramente hanno colto altrettanto nel segno. La regia di Vanessa Caswill ha fatto un bel lavoro con un buon uso della cinematografia e della luce.

La critica è divisa sul successo estetico della miniserie. Probabilmente ha ragione un commento che ho letto da qualche parte sul web, ovvero che nessuno sarà mai veramente soddisfatto di una rivisitazione di questa storia perché ciascuno ha un’idea molto personale di come dovrebbe essere. Sicuramente è così per me. È proprio con questa consapevolezza che cerco di aprirmi a questa rilettura che alla fine mi ha soddisfatta. Forse non sarà  proprio il mio Piccole Donne, ma credo renda giustizia a quei personaggi tanto amati.            

lunedì 7 maggio 2018

PICCOLE DONNE: pars destruens (parte 1 di 2)


A qualche riflessione sulla nuova versione in tre puntate per il la BBC1 premetto il fatto che sono una grandissima appassionata della quadrilogia di Piccole donne (quindi anche “Piccole donne crescono”, “Piccoli uomini” e “I ragazzi di Jo”) che ho visto in numerose versioni, incluso un anime giapponese. Quella che mi è rimasta nel cuore, e che probabilmente nella memoria si sovrappone anche al libro, letto ormai moltissimi anni fa, è quella cinematografica del 1949 per la regia di Mervyn LeRoy dove Elizabeth Taylor interpreta Amy. 

Questo più recente adattamento (in Inghilterra è andato in onda il 26, 27 e 28 dicembre 2017) è uscito dalla penna di Heidi Thomas, di nuovo alle prese con una narrazione corale femminile dopo il suo apprezzato Call the Midwife. Siamo in Massachussetts (ricreata ai fini televisivi in Irlanda), nel periodo della guerra civile americana, e vediamo fiorire in giovani donne le quattro sorelle March, ovvero Meg (Willa Fitzgerald), Jo (Maya Hawke, la figlia di Ethan Hawke e Uma Thurman al suo debutto come attrice), Beth (Annes Elwy) ed Amy (Kathryn Newton, Big Little Lies), che vivono con la madre Marmee (Emily Watson), mentre il padre (Dylan Baker) è al fronte. Meg lavora come istitutrice e sogna sopra ogni cosa una famiglia, Jo aspira a diventare scrittrice e non ha interesse per le relazioni sentimentali, la timida Beth ama suonare il piano ma presto si ammala, Amy ha un grande talento artistico. La ricca zia Josephine (Angela Lansbury) critica il fratello che antepone gli ideali agli interessi economici, ma in fondo non è così aspra come sembra. Il vicino di casa, il signor Lawrence (Michael Gambon), accoglie con sè il nipote orfano Laurie (Jonah Hauer-King) che diventa presto un grande amico delle sorelle: innamorato per anni di Jo finirà per sposare Amy, mentre Meg andrà in sposa all’istitutore di lui, John Brooke (Julian Morris, Pretty Little Liars). Beth muore, Jo guadagna pubblicando racconti e si innamora di un professore di origine tedesca, il professor Bhaer (Mark Stanley), conosciuto in una breve parentesi a New York.   

Questa nuova incarnazione del romanzo di Louisa May Alcott mi ha convinta e appassionata, nonostante abbia diverse critiche da fare. Partendo da queste ultime, devo dire che l’obiezione maggiore che muovo al programma è di avere in qualche modo cancellato o comunque fortemente sminuito la povertà delle protagoniste. Fin dall’incipit, quando Jo si lamenta dell’assenza di doni a Natale, e Meg le risponde sottolineando quanto sia brutto essere poveri, si mette sotto i riflettori nel libro la difficoltà economica in cui si trovano le sorelle (di fatto anche edulcorata, pare, rispetto a quella che vivevano le sorelle Alcott su cui sono ricalcate). Il fatto di dover portare la loro colazione a persone ancor più povere di loro qui non è vissuta come un grossissimo sacrificio; le ragazze non si lamentano di avere vestiti vecchi e consunti non adeguati a una festa a cui devono andare, anzi sono tutte in tiro; quando si recano a un ballo, non soffrono delle frecciatine maligne delle coetanee che commentano con disprezzo il loro stato sociale. Meg viene guardata dall’alto in basso da una ragazza perché lavora per guadagnarsi da vivere, e le viene insinuato che la madre ha intenti da scalatrice sociale nel far frequentare alle ragazze Laurie, e quando il padre si ammala e la madre deve lasciarle per andare al fronte ad aiutarlo, non hanno così tanto denaro da affrontare una grande spesa improvvisa, e Joe deve perciò comunque vendere i propri capelli per racimolare la somma, ma sono comunque persone relativamente benestanti. Ho l’idea che rappresentarle povere avrebbe alienato una parte del pubblico contemporaneo, e mi dispiace molto, perché purtroppo la povertà è una realtà molto presente anche nella vita attuale, e trovare il modo di metterla in scena penso avrebbe fatto un gran bene. In fondo loro erano le ragazzine del loro tempo che non potevano permettersi i vestiti alla moda e che per questo subivano un po’ di bullismo da parte delle compagne.

La versione cinematografica del ‘94 con Winona Ryder nel ruolo di Jo aveva il pregio della consapevolezza che i romanzi nascevano come specchio autobiografico dell’autrice, e incorporavano perciò anche gli aspetti filosofici e culturali dibattuti nella famiglia di Louisa, il cui padre Amos Bronson era un esponente di spicco della filosofia trascendentalista. Qui, si rimane più superficiali. Non basta dire che Jo e il professor Bhaer si recano a un convegno di filosofia e citare Kant e Hegel per dare spessore filosofico alle interazioni. Ho apprezzato che, in modo inusuale nelle trasposizioni su video,  si sia scelto di chiudere con una sorta di flash-forward a quando ormai Jo e il suo innamorato sono sposati e hanno aperto la scuola che è il fulcro del terzo e quarto romanzo del ciclo, ma allo stesso tempo proprio per questo avrebbe avuto più senso dare un substrato intellettuale un po’ più pregnante alle conversazioni, facendo sì che ci fosse una base per intuire il senso di quanto vediamo poi. Una colonna portante della storia è la concezione morale della vita. La scrittrice cilena Marcella Serrano, scrivendo con “Arrivederci Piccole Donne” le vicende di quattro cugine ispirate alle protagoniste, ha sottolineato come questo classico della letteratura dell’infanzia sia ancora tanto importante per le donne perché le ha accompagnate e le accompagna tutt’ora nella loro formazione morale. È anche oggi un punto di riferimento. Lo penso anch’io, perché per me è stato così. Per questo mi rammarico che non si sia prestata più attenzione a questo aspetto, se non un po’ attraverso le conversazioni fra madre e figlia.   

Nella prima puntata ho trovato Jo un tantino maschilista. Nel libro e nelle versioni precedenti che ho visto, l’aspirante scrittrice si lamenta sempre del fatto di essere nata donna e non uomo per le opportunità mancate, però più come una sofferta discriminazione che rivendica una parità, con uno spirito femminista. Nell’originale le si rimprovera di essere un “maschiaccio”, qui mi pare diventi più una sua critica alla presunta “debolezza” e alla “femminilità” delle sorelle, che rimangono in qualche modo più contenute nel ruolo che la storia permette loro di avere. Forse è una mia distorsione della memoria vedere il personaggio come comunque fiero della propria femminilità, ma questa è la prima versione che mi ha fatto percepire che Jo si sentisse di meno, non una pari a cui è consentito di meno per ragioni arbitrarie. Per fortuna questo non c’è stato nelle puntate successive, e ho visto in lei l’eroina indipendente e femminista che ho imparato ad amare. 

Un altro elemento di rammarico per me è stato il personaggio del professor Bhaer. Intanto, in un casting che ho giudicato impeccabile, ho trovato la scelta dell’attore inadeguata, non perché gli mancasse talento, ma perché era totalmente inadatto. E fra lui e Jo non c’era alchimia, erano completamente “sbagliati”. Sono state fatte quelle scene fra loro perché bisognava, ma era evidente che non c’era investimento alcuno. Ho sempre adorato quel personaggio che appare così tardi e riesce a far capitolare Jo ai sentimenti, quando prima aveva sempre dichiarato “io non sposerò mai”, per usare la buffissima traduzione italiana utilizzata nel film di LeRoy. È naturale, sensato, organico, e molto romantico, con la scena sotto la pioggia e l’ombrello. Qui non mi è piaciuta, l’ho trovata non dico forzata, perché non lo era, ma priva del valore e dell’intensità che avrebbe dovuto avere, perché mancava una vera costruzione precedente. Il confronto sul valore della scrittura che Jo fa con il padre, avrebbe dovuto farle con lui, tanto per cominciare. È chiarissimo che qui non si è #TeamBhaer.

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sabato 25 marzo 2017

TABOO: pesante


Nella serie Taboo, prodotta da BBC1 ed FX, siamo nella prima metà della seconda decade dell’Ottocento. James Delaney (Tom Hardy, The Revenant), creduto morto da tempo, torna dall’Africa nella madre patria Inghilterra in occasione del funerale del padre, morto per avvelenamento da arsenico. Eredita un piccolo ma strategico pezzo di terra, Nootka Sound, che è conteso dal Regno Unito e dagli Stati Uniti, che sono in guerra. A difendere gli interessi della Corona in particolare è la Compagnia delle Indie Orientali, alla cui presidenza c’è Sir Stuart Strange (Jonathan Pryce, l’Alto Passero di Game of Thrones), che cerca con ogni mezzo di fargli cedere l’immobile. Fra loro c’è un forte braccio di ferro fatto di astuzie e violenze, a cominciare, dopo che si rifiuta di cedere, dal suo tentato omicidio, che costringe il protagonista a rivolgersi al medico americano Dumbarton (Michael Kelly, House of Cards).  In occasione della divisione dell’eredità salta fuori anche la vedova del defunto, Lorna Bow (Jessie Buckley), un’attrice. Nel tornare a casa, James ricontatta anche la sorellastra Zilpha Geary (Oona Chaplin) – quando è entrata in scena sembrava Amy Winehouse in “Back to Black” -, con cui ha avuto una relazione incestuosa. Il marito di lei, Thorne (Jafferson Hall, Vickings), non lo sopporta, e dal canto suo James, che è tornato non tutto apposto con la testa e con visioni e poteri sovrannaturali, la possiede in forma “telepatica”. Il fedele servitore Brace (David Hayman) conosce importanti segreti del passato dell’uomo.

Ideata dal Tom Hardy insieme al padre Edward Hardy e a Steven Knight (Peaky Blinders), la serie colpisce in positivo prevalentemente per la scenografia, mentre rimane la sensazione che sia altrimenti più pretenziosa che altro e che si prenda troppo sul serio. Un forte gusto per la violenza e la brutalità - gli scontri fisici fra Delaney e i suoi attentatori (1.04), il waterboarding e altre forme di tortura (1.07), la violenza domestica ai danni di Zilpha e il suo esorcismo (1.04) - e un gusto quasi felliniano per atmosfere al limite del grottesco - dalla raffigurazione delle prostitute, agli incontri di travestiti, alla rappresentazione quasi disturbante del principe reggente - aggiungono ai toni cupi un senso allucinatorio e demoniaco, e una perenne sensazione di minaccia e putrefazione. Sebbene Hardy sia un’eccellente presenza scenica sotto più punti di vista, Delaney è il tipo perennemente brooding che si esprime con poco più di monosillabi. La trama, svolta in modo lento, è avvincente ma il risultato, seppur con i suoi meriti, è ugualmente pesante.

I poteri magici sessuali dell’uomo potranno forse far riferimento alla figura folcloristica dell’incubo ma, sebbene meno risibile, non mi è sembrata più convincente, concettualmente parlando perché visivamente siamo ovviamente su un altro pianeta, di quella di Cruz Castillo e Sandra  Mills nella soap opera Santa Barbara (negli anni ’80), dove lei godeva per via telepatica quando lui faceva l’amore con la moglie Eden. Alcuni storici (cfr The Telegraph) poi si sono rammaricati della rappresentazione storicamente inaccurata della Compagnia delle Indie Orientali, dipinta come un incrocio fra la CIA, l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale, e la più potente e malvagia multinazionale sul pianeta, cosa che non era.

Alle 8 puntate della prima stagione è previsto che  seguano altre due stagioni.


sabato 29 ottobre 2016

THE A WORD: l'autismo in primo piano


Già rinnovata per una seconda stagione, The A Word (BBC1), ha come protagonisti un bimbo autistico – la A del titolo sta appunto per ‘autismo’ - e i suoi familiari ed è stata sviluppata e interamente scritta da Peter Bowkers sulla base di una serie israeliana, Yellow Peppers di Keren Margalit.

Joe Hughes (Max Vento) ha 5 anni. Trascorre gran parte del suo tempo con delle enormi cuffie sulle orecchie, ascoltando canzoni di cui conosce testi e autori, e cantandole a voce alta – la colonna sonora che accompagna le vicende ha una certa pregnanza. Lo fa per tagliare fuori il mondo. Lo incontriamo la prima volta che cammina solo per una solitaria via immersa nella rigogliosa, fredda, silenziosa natura del Lake District nel nord-ovest dell’Inghilterra, finché un camioncino non lo va a riprendere e lo porta a casa. Glielo vedremo fare più volte nel corso delle 6 puntate della prima stagione, così come lo vedremo chiudere ogni volta la porta del tutto prima di aprirla per entrare da qualche parte. È un bambino diverso. E i familiari inizialmente non vogliono accettarlo, ma alla fine devono ascoltare le parole degli esperti. È bravo, gentile e affettuoso, ma ha significativi problemi di comunicazione, ha difficoltà nel processo uditivo, non nel senso di non riuscire a sentire, ma nel dar senso a ciò che sente e del dare priorità a quel che sente, ha difficoltà nella risposta emozionale e comportamenti di auto-rassicurazione. In una parola è autistico, ho meglio è nello spettro dell’autismo perché, spiegano e ribadiscono, non si tratta di un singolo disturbo e non è una malattia, ma si tratta di una serie di comportamenti che creano difficoltà nella comunicazione sociale. La diagnosi è dura per tutta la famiglia.

Mamma Alison (Morven Christie) in particolare non vuole l’etichetta, perché teme che la comunità del paese dove vivono finisca per ridurre suo figlio solo a quello. Cerca di fare il meglio per il piccolo, a rischio di prevaricare gli altri, e trascurando anche la figlia sedicenne Rebecca (Molly Wright) i cui problemi diventano invisibili.  Dopo che la sua prima storia di sesso e amore finisce male riesce a confidarsi più che con i genitori con gli zii che sono venuti a vivere vicini, Eddie (Greg McHugh) che ora gestisce il birrificio di famiglia, fratello della madre, e sua moglie Nicola (Vinette Robinson), che cerca la riconciliazione dopo averlo tradito. Per papà Paul (Lee Ingleby) si tratta del primo figlio biologico e quasi vorrebbe farne un altro per avere una seconda possibilità, pur essendo oberato di lavoro per l’imminente apertura di un gastropub. Nonno Maurice (il sempre eccellente Christopher Eccleston, in un cast tutto molto solido) non sempre ha il miglior rapporto con i figli (Alison e Eddie), pur cercando a modo suo di essere presente per il nipotino e la famiglia. Non  ha ancora superato del tutto la morte della moglie e instaura una relazione con la sua insegnante di musica Louise (Pooky Quesnel), che ha un figlio con la sindrome di Down.

Si comincia a parlare parecchio di autismo in TV, e il modello più vicino che viene alla mente in questo caso è quello di Parenthood, visto anche il similare approccio attraverso la lente del nucleo familiare. Ci sono diversi parallelismi. Qui in The A Word spesso ci sono domande e non risposte. Quale è il tipo di scuola migliore? Meglio lasciare Joe in una scuola “normale”, educarlo in casa o mandarlo in una scuola specializzata a trattare casi simili al suo? (1.02) Che tipo di sentimenti prova il piccolo? Troppi, troppo pochi? Bisogna forzarlo a provarne, a mostrarli? (1.05) Che tipo di relazioni e di vita potrà avere? C’è un Joe più reale di quello che si vede dentro quello che traspare? Per un momento (1.04) Alison si illude che possa essere miracolosamente guarito – gli aneddoti e qualche articolo di letteratura parlano di situazioni in cui, in momenti di febbre alta, i soggetti hanno una diminuzione della loro sintomatologia, cosa che accade a lui. Quale delusione risvegliarsi la mattina successiva e vedere che quella gioia era un’illusione, frammenti di una realtà che devono rassegnarsi a non poter avere. Il grande tema di fondo, legato alla sua situazione specifica, ma anche a quella di tutti i familiari, è quello della comunicazione, di come sia difficoltosa e poco lineare. Messi intorno a un tavolo da una terapeuta, le modalità di ciascuno di gestire il relazionarsi reciproco, talvolta disfunzionale, emergono esplicitamente.

La serie non ha soluzioni facili. È stata criticata perché manca di umorismo, quando certi comportamenti degli autistici spesso provocano involontaria ilarità, e perché nell’essere accurata è stata troppo da manuale, quando il fatto che c’è uno spettro dell’autismo significa proprio che c’è una certa varietà di fenotipi comportamentali, diciamo così, che hanno la propria specifica individualità. (The Guardian) Rimane spazio per superare questi eventuali limiti in stagioni successive. Il prisma dei rapporti familiari e interpersonali in generale sono quello che brilla in questa serie. Spesso i momenti migliori si hanno non quando si guarda direttamente alla tematica scelta, ma quando si mostra la quotidianità che nulla ha a che vedere con quello, ma che ne viene condizionata.