Visualizzazione post con etichetta medical drama. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta medical drama. Mostra tutti i post

giovedì 30 ottobre 2025

THE PITT: pronto soccorso iper-realista

Meritatamente miglior serie drammatica agli Emmy del 2025 (ne ha vinti 5 in varie categorie su 13 nomination), The Pitt, ideata da R. Scott Gemmill, è figlia putativa ed erede spirituale di ER: è ambientata nel pronto soccorso (the pitt, “la fossa” appunto, come ama chiamarla il protagonista principale) di un grande ospedale, in questo caso quello del fittizio Pittsburgh Trauma Medical Center; ha un nutrito cast che lavora in ensemble; ha come lead actor Noah Wyle, che ha letteralmente fatto la gavetta nella serie medica che vediamo come genitrice e che qui interpreta il dottor Michael "Robby" Robinavitch, medico a capo del posto di lavoro; produttori esecutivi sono John Wells e Noah Wyle. Se nel DNA si riconosce ER, non è un reboot, con buona pace degli eredi del creatore di quest’ultima, Michael Crichton, che hanno intentato una causa ritenendo che lo fosse, e non autorizzato. A me è indubbiamente piaciuto molto di più, anche per il tono meno frenetico. C’è molto gergo tecnico, ma come ha ben osservato lo stesso Wyle in un’intervista a Fresh Air, non è necessario che il pubblico comprenda, è sufficiente che veda che i medici sanno quello che fanno in quella che scherzosamente chiama “pornografia della competenza”. Esteticamente tende ad essere iperrealistico (un parto in 1.11 ne è un bell’esempio) e notevole a mio avviso è stata la decisione di non avere musica, con lo specifico obiettivo di rimuovere un “artificio”: la colonna sonora è data dai rumori della strumentazione e dal gergo di cui sopra.

Qui ogni puntata corrisponde esattamente a un’ora di un turno di lavoro di 15 ore, stratagemma che rende la fruizione particolarmente adatta al binge watching anche se nella programmazione ne viene consegnata al pubblico solo una puntata alla settimana. La giornata della prima stagione segna per il dottor Robby l’anniversario della morte del suo mentore, morto di COVID anni prima, evento che si porta dietro ancora lutto ed emozioni represse, e disturbo post-traumatico da stress che trova molti trigger nell’uomo nel corso dell’impegnativa giornata lavorativa. L’amministratrice dell'ospedale Gloria Underwood (Michael Hyatt) si presenta periodicamente e pungola Robby pretendendo una maggiore attenzione per avere migliori valutazioni da parte dei pazienti. Insieme a lui lavorano medici, alcuni dei quali sono alla loro primissima esperienza in un pronto soccorso, paramedici e infermieri.

LIEVI SPOILER  

La dottoressa Heather Collins (Tracy Ifeachor), è una medica specializzanda all'ultimo anno che è, segretamente, agli inizi di una gravidanza molto desiderata. Il dottor Frank Langdon (Patrick Ball),  anche lui specializzando all'ultimo anno, ha un passato non troppo superato di problemi di dipendenza da sostanze. La dottoressa Cassie McKay (Fiona Dourif), specializzanda al secondo anno, è una 42enne, separata e con un figlio undicenne, che indossa un braccialetto elettronico per ragioni non chiarite. La dottoressa Samira Mohan (Supriya Ganesh), specializzanda al terzo anno, è più lenta di altri perché ci tiene a stabilire un rapporto importante e curato con i propri pazienti. Loro sono la vecchia guardia, completati dalla caposala Dana Evans (Katherine LaNasa), infermiera con decenni di esperienza. I neofiti sono poi Victoria Javadi (Shabana Azeez), precocissima brillante studentessa figlia di una nota dottoressa che lavora nello stesso ospedale che si prende subito una cotta per l’infermiere Mateo Diaz (Jalen Thomas Brooks); Dennis Whitaker (Gerran Howell), un insicuro studente di medicina del quarto anno, un po’ “campagnolo” tanto che una collega lo ribattezza Huckleberry; la dottoressa Trinity Santos (Isa Briones, Picard), specializzanda al primo anno apparentemente molto determinata, ma con un passato evidentemente difficile; la dottoressa Melissa "Mel" King, specializzanda del secondo anno, molto empatica e neurodivergente, sebbene non sia mai indicata una diagnosi in termini espliciti, (per l’efficace rappresentazione di questo aspetto della sua vita si legga questo articolo sul Time), e con una sorella autistica.

Li vedi solo in un contesto lavorativo, e non c’è molto spazio per la parte personale. Eppure, ora dopo ora, frammenti di loro emergono e li si conosce così. Nel Pronto Soccorso sovraffollato e sottofinanziato, capitano ogni genere di casi e si affronta una panoplia di situazioni e tematiche, molto attuali: l’aborto, volontario e spontaneo, la donazione di organi, le molestie sessuali, gli abusi, la transfobia, le dipendenze, il burn-out, professionale e dei caregiver, il razzismo, la violenza legata alle armi, il traffico sessuale, le lunghe attese e la carenza di personale, le personalità difficili, la mancanza di medicina preventiva, la solitudine maschile, i genitori che invecchiano, le vaccinazioni e le mascherine e l’ostilità contro queste, il “dottor Google” (1.14), l’aggressione al personale sanitario, la fatica (ho proprio notato per quanto tempo debbano stare sempre in piedi!), la difficoltà di equilibrio fra reazione emotiva e professionale, il fine vita… Wyle ha dichiarato in più occasioni di sostenere anche nella vita privata i professionisti del settore, cooperando con loro, e rispetto a quest’ultimo aspetto la serie ha anche collaborato espressamente con una noprofit, End Well, perché venisse impostata un’adeguata conversazione su questo argomento, evitando i modi tipici in cui solitamente è affrontato nel prime-time (per approfondire, si veda questo articolo sul loro sito). Le ultime puntate vedono in protagonisti impegnati nel soccorrere gli oltre 100 feriti di una grande sparatoria di massa, in quello che è apparentemente un’impresa da Sisifo. 

In un momento di crisi della sanità americana, esacerbata dal clima politico, sociale ed economico che si vanta di posizioni antiintellettualiste e anti-scientifiche che rischiano una forte regressione, la si commenta, ma si riesce comunque a mostrare speranza guardando alle gesta di questi “first responders”, persone che per prime intervengono, eroi nella misura in cui sono soprattutto umani, persone a cui importa degli altri.


lunedì 20 ottobre 2025

BRILLIANT MINDS: ispirato a Oliver Sacks

Da un punto di vista estetico e narrativo non c’è niente di particolarmente originale o intrigante nella nuova serie medica Brilliant Minds (dell’americana NBC, Canale5, venerdì in seconda serata) che vede il dottor Oliver Wolf  interpretato da un sempre convincente, intenso, grintoso, perennemente accigliato Zachary Quinto - questa produzione era inizialmente intitolata proprio Dr Wolf - risolvere casi al Bronx General Hospital. C’è il medico geniale che sa risolvere problemi che nessun altro riesce, anche contro lo scetticismo dei colleghi, come da parte del primario di neurochirurgia Josh Nichols (Teddy Sears), di cui poi diventa innamorato, e nonostante venga anche mal visto per i suoi metodi anticonvenzionali; ha qualcuno che crede in lui, qui la dottoressa Carol Pierce, primaria di psichiatria (Tamberla Perry) e sua amica dai tempi dell’università; ha un team di giovanissimi specializzandi del primo anno che imparano standogli vicino: Ericka Kinney (Ashleigh LaThrop), che lo adora ed è molto propositiva; Jacob Nash (Spence Moore II), ex-giocatore di football che dopo troppi incidenti sportivi ha deciso di cambiare percorso; Dana Dang (Aury Krebs), a cui sono affidati i riferimenti pop; e Van Markus (Alex MacNicoll) che trova spesso in difficoltà con i pazienti a causa di una rara condizione con cui ha convissuto per tutta la vita e che gli diagnostica il dottor Wolf, la sinestesia da tocco speculare, che gli permette di rispecchiare i sintomi dei suoi pazienti… si pensi un po’ al dottor House con il suo team, anche se tutti sono più giovani e umanamente è forse un po’ l’opposto.

POSSIBILI SPOILER

Se infatti un taglio inusuale c’è, è nell’approccio alla medicina in vicende che sono ispirate al lavoro del famoso reale neurologo e scrittore scomparso nel 2015 Oliver Sacks (suo è fra gli altri il libro “Risvegli” da cui è stato tratto l’omonimo film) ed in particolare ai suoi libri L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello e Un antropologo su Marte. Di Sacks ho letto Vedere Voci, che ha avuto una grande influenza sulla mia vita, e Gratitudine, prima di aver visto la serie, e volutamente proprio L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello dopo aver seguito la serie: vi ho naturalmente riconosciuto, con alcune variazioni, diversi dei casi. Penso che la traslazione sia stata adeguata, ma carente, perché si è persa la maggiore pregnanza e diluita la riflessione filosofico-culturale che caratterizza il libro. C’è in piccola parte, ma non ha lo stesso spessore e autori migliori avrebbero tratto di più, pure rispetto alle considerazioni narratologiche e il loro potenziale, anche terapeutico. Tutti i casi di cui si parla, nel libro come nella serie, sono di tipo neurologico-psichiatrico. Nel testo c’è una umanissima, sensibile e acuta riflessione sulla memoria eidetica e il valore della la narrazione che è uno spreco non sia stata sfruttata, ad esempio, e sul vissuto di tutta una varia umanità che deve affrontare sfide non indifferenti.

Quello che è originale nel panorama attuale è che si ha uno stile che abbraccia la medicina come una missione e vuole essere di ispirazione. Non è solo una serie che ha cuore: non guarda la malattia, guarda la persona, perché quella è la chiave per accedere alla verità della loro condizione. I discorsi ispirazionali in quella direzione suonano un po’ forzati, ma si è capaci di smorzarli con brio (come in 1.02 dove si fa un brillante riferimento, anche se non esplicito, a Friday Night Lights).  Insomma, quello che la serie propone è un cambio di paradigma e un approccio olistico: non super tecnologie che rendono l’umano secondario quando non irrilevante, ma la necessità di comprendere l’essere umano nella sua totalità. La brillantezza del dottor Wolf sta nel vedere veramente la persona, cosa paradossale per lui che soffre di prosopagnosia (cecità ai volti, come la chiamano costantemente nel pilot – solo dalla seconda puntata cominciano ad usare termine scientifico). Ritiene una sua forza, non un elemento a suo svantaggio, il fatto di essere empatico e di prendersi a cuore i propri pazienti. E senza scadere nella positività tossica si guarda anche alla possibilità che situazioni patologiche possano rivelarsi benefiche, aggiungere invece di togliere, come nel caso dell’anziana con la “malattia di cupido” (1.08), anche se nel libro era la paziente stessa che aveva correttamente ipotizzato la causa del proprio problema. Più incisiva avrei voluto che fosse stata anche la riflessione del paziente non in quanto deficitario, ma quando essere umano, che il libro riesce a fare meglio. Ce ne sono buoni echi però, così come ho appezzato il sottolineare l’importanza delle connessioni, del non rimanere soli, indicando esplicitamente i danni alla salute portati dall’isolamento.

Il protagonista è allo stesso tempo uno spirito ribelle ed un lupo solitario (Wolf dopotutto è “lupo” in inglese) e viene anche esplorata la sua backstory con flashback di quando era più giovane – il fatto che fosse un giovane ragazzo gay o che avesse un padre (Gray Powell) con  problemi di salute non meglio specificati ma apparentemente di natura psichiatrica e altro ancora non del tutto venuto a galla, come traspare presto (1.02) dalle labbra del capo dell’ospedale, che altri non è se non sua madre, Muriel Landon (Donna Murphy), con cui c’è un rapporto un po’ ruvido. Non manca un pizzico di umorismo. Vero fine stagione emerge poi di prepotenza la vicenda legata al padre Noah (Mandy Patinkin da anziano), a cui da adolescente (quando lo interpreta Ted Sutherland) e ancora prima da bambino (Jaden Waldman) Wolf era profondamente legato. In questo caso mi è parso un po’ soapy, ma non so quanto sia effettivamente realmente aderente alla realtà biografica dell’uomo a cui si ispira.

Questo procedurale ideato da Michael Grassi non è imperdibile, ma è tradizionale nel miglior senso del termine, solido, nonostante un titolo piuttosto blando, e con ampio margine di costruzione dei personaggi e delle relazioni. Negli Stati Uniti è ora in onda una seconda stagione. 

sabato 30 novembre 2024

DOCTOR ODYSSEY: è un'allucinazione?

Dare una chance o no Doctor Odyssey, dal 28 novembre 2024 su Disney+, disponibile poco dopo il debutto negli USA il 26 settembre sulla ABC (la ABC è di proprietà della Disney)? Per me la risposta aveva un pro e un contro: il pro è che ha come protagonista Joshua Jackson (Dawson’s Creek, Fringe, The Affair), un attore bravo e attraente che sta invecchiando bene, nel ruolo del dottor Max Bankman un medico neoassunto su una nave da crociera, la Odyssey (Odissea), ed ero in cerca di una serie di easy-viewing per sostituire la terminata The Good Doctor; il contro è che la serie è ideata da Ryan Murphy, insieme a Jon Robin Baitz e Joe Baken. Intendiamoci, ho stima intellettuale per Murphy, che ha al suo attivo numerose pregevoli produzioni. Solo, mi sento spesso attivamente bullizzata dalle sue creazioni che non mi fanno stare bene e, alla fine, a che pro seguirle? Poi è arrivata una teoria di TV Line che mi incuriosita molto: dovevo vederla. Ma procediamo con ordine…

Il suddetto dottor Bankman viene accolto sulla nave da crociera di cui al titolo dal capitano Robert Massey (Don Johnson, Miami Vice, Nash Bridges). Incontra subito i suoi più stretti collaboratori, gli infermieri Avery Morgan (Phillipa Soo) e Tristan Silva (Sean Teale), quest’ultimo forse non troppo segretamente innamorato della collega. Bankman è anche troppo qualificato per quel lavoro, ma vuole un ambiente diverso da quello a cui è abituato, più rilassato e che gli permetta anche di godersi un po’ la vita, e in ogni caso si rende conto che nonostante la sua bravura, i suoi collaboratori riescono ad essere più efficaci di lui lì dove è necessaria anche l’esperienza sul campo di casi che nell’ambiente di una nave di quel tipo si ripetono con costanza. Il motivo per cui cerca un cambio di rotta è che è stato il paziente zero all’inizio della pandemia da coronavirus e ha una nuova prospettiva ora che è guarito. E qui vene il bello. TV Line infatti si domanda: e se non lo fosse?   

Qui spiegano la loro teoria che traduco di seguito. “Max non ha mai sconfitto il COVID. È bloccato in coma, sospeso tra la morte e la vita. L'Odyssey è il paradiso, che lo invita a passare dall'altra parte. La nave non esiste! Come spiegare altrimenti l'aura ultraterrena del dottor Max? Come si spiega altrimenti che una nave di queste dimensioni impieghi solo tre medici? Come si spiega altrimenti l'assurda bizzarria di tutto  ̶  come l'equipaggio un minuto prima curi un uomo per aver mangiato troppi gamberi e quello dopo faccia festa su una spiaggia, lasciando apparentemente gli ospiti dell'Odyssey a cavarsela da soli?”

La narrazione è velocissima, con eventi ridotti all’osso e salti pindarici, quindi che passino da curare un paziente a divertirsi non è necessariamente significativo, ma la loro ipotesi ha senso. Poi, naturalmente portano ampie prove indiziarie a supporto della propria tesi: sembra un sogno in qualche modo irreale, molto luminoso come se fossero stati usati dei filtri di Instagram, tanto che Ryan Murphy avrebbe usato la parola “sparkle” (luccichio, scintillio) per descriverne la qualità;  il nome Odissea allude a un viaggio o una ricerca intellettuale o spirituale, quindi il protagonista o trova un modo di tornare alla vita o rimane sulla nave che è il paradiso: il capitano della nave la definisce proprio come tale, “paradiso”; un teaser della ABC per la serie ha usato la canzone “Wouldn’t It Be Nice” dei Beach Boys il cui testo dice “Non sarebbe bello se potessimo svegliarci al mattino quando il giorno è nuovo?” e sotto il continuare della canzone si sentono macchinari di ospedale…E indubbiamente entrare nella nave visivamente ha il senso di attraversare un tunnel e uscirne salire una scala verso una grande luce (1.02), la luce del Paradiso?

Insomma, è vero: Tristan e Avery potrebbero non essere gli assistenti del dottor Max a bordo della Odyssey, ma parte del suo team di cura e lui in una sorta di purgatorio della coscienza. E la luce in cui sono immersi i personaggi, per me a dire il vero fastidiosa e poco attraente, è segno di una realtà atra, distorta. Persino sul set pare abbiano avanzato questa ipotesi. Dopotutto, come ricorda bene sempre TV Line, se il tutto si rivelasse un sogno o una illusione durante un coma non sarebbe nemmeno così rivoluzionario: nel 1988, nella celeberrima series finale di St. Elsewhere – A Cuore Aperto si scopre che la realtà dell’ospedale in cui sono ambientate le vicende altro non era se non quello che il giovane Tommy Westphall (Chad Allen), il figlio autistico del dottor Westphall, che era un personaggio ricorrente, immagina accada dentro una palla di vetro, di quello che se giri e scuoti inneva l’interno.

Se fosse un’allucinazione, se non altro questo renderebbe meno attivamente stronzo Max (quando ci vuole ci vuole), che nel pilot bacia Avery davanti a Tristan poco dopo che lui gli ha ammesso di esserne innamorato, non certo un comportamento da nobile eroe, mettiamola così. La locandina con la tagline “Big Deck Energy” non grida proprio finezza, a dire il vero  - “Deck” è ponte, ma mi sorprenderei se qualcuno mi dicesse che non ha pensato a “Dick” (cazzo). Non so se continuerò a seguire Doctor Odyssey perché ha un modo di raccontare le storie troppo rapido per i miei gusti, troppo succede-questo-e-poi-questo-e-poi-questo come uno spuntare una lista di accadimenti senza spessore o conseguenze a lungo termine, e per questo troppo poco appagante. Curiosa però, sono curiosa.

lunedì 5 dicembre 2022

THIS IS GOING TO HURT: crudo e venato di umorismo

This is going to hurt, ovvero “Farà male”: questo è il titolo della serie della BBC1 (e co-prodotta dalla AMC, in Italia disponibile su Disney+) ideata e interamente scritta da Adam Kay che l’ha basata sul suo memoir dallo stesso titolo, che racconta le vicende in un reparto di ostetricia e ginecologia di un ospedale inglese del servizio sanitario nazionale. Perciò non si può certo dire che non ci abbiano avvertito. È stato in effetti doloroso, e per la migliore delle ragioni possibili. L’episodio 6 è stata una delle pagine di televisione più belle e devastanti che abbia visto quest’anno: costruita lentamente, montata puntata dopo puntata. Ineccepibile nel dire senza dire, come nessuno meglio degli inglesi sa fare. Se penso all’ultima battuta del personaggio di Shruti (Ambika Mod) in quella puntata, sono capace di mettermi a piangere anche ora. E c’è il dolore fisico ginecologico, che è difficile venga mostrato in un simile ventaglio di situazioni.

All’esordio, nonostante le eccellenti recensioni che la preannunciavano, ero rimasta un po’ infastidita dai commenti sarcastici del protagonista che rompeva la quarta parete, alla Fleabag. Mi parevano inadeguati. Poi si sono fatti più soft o io ho imparato a conoscerlo, chissà…in ogni caso mi ha conquistata. Adam (Ben Whishaw, A Very English Scandal) è un giovane medico completamente assorbito e sfinito per il proprio lavoro nel reparto maternità, tanto che commette l’errore di mandare a casa una paziente che poi necessita un parto cesareo perché in pericolo. Nigel Lockhart (Alex Jennings), suo diretto superiore, deve intervenire e anche Tracy (Michele Austin), la capo ostetrica lo tiene d’occhio. La sua vita privata ne soffre molto perché trascura il ragazzo con cui esce, Harry (Rory Fleck Byrne), e inizialmente lo tiene nascosto ai colleghi e alla madre (Harriet Walter). Il suo affrontare le tensioni con sarcasmo non gli impedisce di sentirsi pressato dal ritmo incalzante delle richieste, dalla scarsità delle risorse, dalla burocrazia e dagli interessi personali, dalle aspettative altrui. Shruti, un’empatica tirocinante, pure è sopraffatta dal lavoro e dallo studio: un collega la invita fuori, ma non ha tempo; i genitori sono orgogliosi di lei, ma ne sente la pressione; scoppia e avere il lavoro che per lei era il sogno di una vita non si rivela quello che si aspettava. Vicky (Ahsley McGuire), sua supervisora al lavoro, la avverte che è sempre così, è molto stressante (1.04), e non tutti ci sono portati.

Le descrizioni delle situazioni sono molto oneste e anche brutali. Io credo di poter dire di sapere una cosa o due sulla fatica, e non so se l’ho mai l’ho vista rappresentata così bene. I protagonisti sono davvero esausti e sono spesso lì per crollare, fisicamente, ma anche proprio per le responsabilità e il burn-out, tirati continuamente da tutte le parti. In questo senso ha particolarmente brillato la summenzionata puntata numero 6, dove si fa un confronto fra il servizio delle cliniche private e quello delle strutture pubbliche e non si dice quello che ci si aspetterebbe: è un applauso ai medici pubblici sottopagati e sovraccarichi di lavoro che fanno davvero miracoli in situazioni impossibili.  Anche sul fronte delle pazienti le situazioni sono toste: c’è quella razzista, quella che subisce abusi in ambito domestico, quella che si taglia con la forbice le grandi labbra perché le trova esteticamente strane…E il parto nella season finale (1.07) è un unicum: non ne ho mai visto uno mostrato in tale dettaglio e realismo, con la telecamera sparata in mezzo alle gambe della partoriente. Non poteva essere più appropriato e di impatto.

Cruda, ma venata di un umorismo che alla fine è necessario, la serie evita il melodramma, anche lì dove sarebbe facile caderci. La recitazione è al massimo livello. Da non perdere.

giovedì 8 ottobre 2015

CODE BLACK: caos e cliché


Ambientato all’Angels Memorial Hospital di Los Angeles, Code Black  (sull’americana CBS dal 30 settembre) esordisce con in sovrimpressione la spiegazione di che cosa si intenda con questo termine: si ha un codice nero quando “l’afflusso di pazienti è così elevato, che non ci sono risorse a sufficienza per trattarli”. E si procede nel dire che nel pronto soccorso di un ospedale medio questo accade cinque volte all’anno, in questo ospedale accade fino a 300 volte all’anno.
Il solito assortimento appena abbozzato di nuovi residenti in medicina  - Angus (Harry M. Ford) che fatica a credere in se stesso; Christa (Bonnie Somervile), la vecchia del gruppo, cosa che devono dirti altrimenti non te ne accorgeresti; Mario (Benjamin Hollingsworth); Malaya (Melanie Chandra) – vengono accolti dalla “mamma”, il capoinfermiere Jesse (Luis Guzman), ma presto fanno la conoscenza anche di “papà”, la dottoressa anticonformista Leanne Rorish (una sempre magnifica Marcia Gay Arden, premio Oscar per Pollock), la solita severissima professionista che non tollera imprecisioni e che al primo errore ti manda via. Ha fatto da mentore al dottor Neal Hudson (Raza Jaffrey) che ora però la giudica più imprudente e pericolosa: “Tu sei il medico che vogliono; io sono il medico di cui hanno bisogno”, lo apostrofa trionfante lei.
Basato su un documentario dallo stesso titolo del 2014 di Ryan McGarry, il programma ideato da Michael Seitzman ne riprende anche un po’ le caratteristiche. La nota dominante è il caos, con sangue ovunque e oggetti di qui e di là e inquadrature che non riescono ad essere chiare e pulite.  La potremmo vedere come una versione aggiornata di ER, ma senza la rivoluzione estetica portata dall’ormai storico programma ospedaliero. Vedere persone che aspettano e medici che corrono e gridano, e casi clinici a mala pena abbozzati, forse è realistico abbastanza da ricordare la vita reale, ma non abbastanza da costituire un racconto sufficientemente avvincente, specie se lo stile concitato si trascina dietro la debolezza narrativa di storie sdolcinate e strappalacrime e prevedibili cliché.

martedì 12 luglio 2011

HOUSE - settima stagione: ha saltato lo squalo?


È stata una stagione abbastanza solida, ma la settima non è stata la migliore di House che si sia vista. L’impressione è che la serie regga bene il peso degli anni, ma che ormai quello che doveva dire lo abbia già detto. E alla season finale (7.23) è stato inevitabile domandarsi se la serie non abbia saltato lo squalo.

Questa tranche è cominciata in modo molto romantico, con House (Hugh Laurie) e la Cuddy (Lisa Edelstein) che finalmente si dichiarano l’amore reciproco e lo consumano anche fisicamente. Il momento in cui lei bacia la ferita sulla gamba di lui non ha potuto non riportarmi alla mente la coppia romantica per eccellenza degli anni ‘80, quella de Il tempo della nostra vita in cui Kayla toglie la benda dall’occhio di Patch. E abbiamo visto l’impossibile: House felice. La relazione è stata mantenuta realistica, con la difficoltà di entrambi di tenere separato lavoro e vita personale e ridefinire i confini della loro dinamica. Il diagnosta più famoso della TV non ne è uscito snaturato, ma è rimasto per il resto il misantropo a cui si vorrebbe tirare il collo di sempre.

Poi però li hanno fatti separare, in modo che ho trovato frettoloso e pretestuoso. Mantenete coppie felici sullo schermo, si sa, è sempre un’impresa titanica, ma non c’era vera ragione di separarli e la sensazione è che l’abbiano fatto più per tornare al solito vecchio schema che altro. Sarebbe stato più stimolante se fossero riusciti a far “crescere” House, mettendolo in una situazione per lui più scomoda. Lo sesso discorso vale per l’introduzione del personaggio di Martha Masters (Amber Tamblyn), geniale studentessa che non vuole mai mentire ai pazienti o infrangere le regole. Quando a fine dell’arco lo fa (7.19), decide che non fa per lei e di andarsene, quando una soluzione differente avrebbe potuto costituire occasione per costringere House fuori dalla sua “comfort zone”. 

Fra parentesi, ho sorriso a vedere la Tamblyn (Joan of Arcadia) nel ruolo di una dottoressa – ma, concedetemi un’osservazione frivola, che brutto taglio di capelli che le hanno dato. Ha cominciato la carriera quando era bambina in General Hospital, nel ruolo di Emily Bowen Quartermaine. Nella storia sua madre è morta di cancro e lei è stata adottata da Alan e Monica Quartermaine, entrambi chirurghi. Lei stessa poi (anche se per allora il suo personaggio era interpretato da Natalia Livingston) è diventata un medico. Il suo ruolo in House perciò è oltremodo appropriato.

Tornando alla serie, nessun episodio spicca veramente questo giro. Non ce ne sono stati di veramente memorabili, ad esclusione della puntata con i vari “sogni” della Cuddy (7.15)  e del sotto-finale in cui Gregory cerca di operarsi da solo (7.22) – entrambe puntate che rendono chiaro una volta di più che Hugh Laurie si merita l’Emmy –, ed entrambe comunque non forti abbastanza come altre in passato. E se Taub (Peter Jacobson) ha avuto un minimo di storia personale (con un bel colpo di scena finale in cui si scopre che ha messo incinta non una, ma ben due donne allo stesso tempo), e qualcosinaa si è fatto anche con “Tredici” Hudley (Olivia Wilde), terribilmente sottosfruttati sono stati invece Chase (Jesse Spencer) e Foreman (Omar Epps), pur avendo entrambi un passato che potrebbe essere una miniera di possibilità narrative, e soprattutto Wilson (Robert Sean Leonard), davvero sottovalutato.

Lisa Edelstein, che interpreta la dottoressa Lisa Cuddy, ha già annunciato che non tornerà per l’ottava stagione, ed entra nel cast di The Good Wife, una serie più vicina come spirito a quel The West Wing che la fatta notare in origine – ma presumibilmente questo non dovrebbe escluderle necessariamente la possibilità di apparire come guest star per chiudere eventuali fili narrativi nell’ottava stagione, che si preannuncia l’ultima.