mercoledì 5 febbraio 2020

DICKINSON: un'anacronistica poetica follia


Il più delle volte la Emily di Dickinson, la rivisitazione in chiave moderno-adolescenziale della vita della ben nota poetessa, sembra la rappresentazione di una ragazzetta viziata americana moderna e nulla di più. Voglio dire, ci vuole qualcosa di più di esclamare un “let’s get this party commenced” (1.03) invece di un “let’s get this party started” – ovvero usare un verbo più obsoleto per esprimere “che la festa abbia inizio” - per trasportarci in un’epoca passata.

Mi rendo conto ovviamente che è parte dell’obiettivo: mostrare l’attualità dell’esperienza dell’autrice alle generazioni contemporanee, andando al cuore della sua essenza. Mi chiedo però perché Alena Smith (The Affair), l’ideatrice, non abbia pensato a un qualche escamotage per rendere credibile la commistione passato-presente invece di stravolgere la realtà dell’epoca: che so, prendere una giovinetta odierna che sta studiando letteratura e farle fare dei voli di fantasia immaginandosi come l’eroina della penna. Almeno si evitava la sensazione di ragazzine d'oggi che si mettono in costume per gioco. Magari sono io che ho idee più restrittive rispetto a quello che la realtà era a quel tempo, ma la mia impressione è che si mostri il comportamento di quelle pulzelle come all’epoca sarebbe stato quello di donne di bordello, non di giovani di buona famiglia, come si suppone siano quelle rappresentate. Proprio come la mentalità su queste cose sia cambiata nel tempo, e quali fattori hanno contribuito al cambiamento, e come studiarlo ci possa aiutare nell’oggi, ha un ruolo filosofico-politico significativo. Con questo genere di approccio, simili riflessioni vengono cancellate, ed è un delitto, la più grave mancanza di questa serie, che per il resto è accuratamente ricercata e cosciente della realtà.

Siamo in Massachusetts, nel 19° secolo. Emily (Heilee Stenfeld) è una teen-ager – questo stesso termine sarebbe inappropriato all’epoca, ma vista la poetica dell’ideatrice un anacronismo da parte mia ci sta -, ed è una ribelle che aspira a fare la poetessa. Ha molto talento, ma è osteggiata dal padre Edward (Toby Huss) che ritiene che le donne non debbano scrivere, ma dedicarsi solo ad attività domestiche, alle quali la madre Emily (Jane Krakowski) la sottomette. La loro è una famiglia distinta, conosciuta in città da generazioni, e l’essere pubblicata porterebbe disonore, nella prospettiva del genitore, tanto più che ha ambizioni politiche. Ha una sorella più giovane, Lavinia (Anna Barishnikov), che ha testa solo per i ragazzi, ed un fratello più grande, Austin (Adrian Enscoe) che è fidanzato con Sue (Ella Hunt), un’orfana piena di debiti, che è la migliore amica di Emily. Di più, fra Emily e Sue c’è un rapporto saffico. A corteggiare Emily c’è un compagno di scuola che la apprezza moltissimo, George (Samuel Farnsworth), ma lei lo disdegna mostrando invece apprezzamento per un segretario del padre, Ben (Matt Lauria, Parenthood).

Con puntate ispirate ogni volta a dei versi di una lirica, che fungono anche da titolo, e che appaiono periodicamente sullo schermo come fuggevoli scritte dorate, i temi che si affrontano sono rilevanti allora come ora: la propria vocazione, come sviluppare e far sentire la propria voce e il proprio autentico io, la poesia, il ruolo nella società e il giudizio della società, l’essere donna e la femminilità, l’essere soli vs. sposarsi, la sessualità, l’ambientalismo, la morte… Quest’ultima è rappresentata come un personaggio a tutti gli effetti, in carne e ossa (Wiz Khalifa), in momenti fortemente visionari, come quello affascinante della season finale (1.10) in cui la protagonista immagina il proprio funerale e in cui compare un altro di questi ricorrenti personaggi di fantasia, l’Ape (Jason Mantzoukas), delle dimensioni di un umano adulto.

Si nota un certo taglio umoristico, su cui volutamente si preme l’acceleratore. La madre restrittiva che imporne rigide regole alle figlie viene fatta esprimere con un tono iperbolico quasi da sit-com nel raccomandarsi alle figlie di “pulire costantemente” casa mentre lei non c’è. Non è un caso, credo che ad interpretare Henry David Thoreau, che Emily va a trovare sperando di ingaggiarlo come sostenitore a favore della sua causa a che non venga abbattuto l’albero preferito della sua tenuta per farvi passare una ferrovia (1.02), sia stato assunto un comico, John Mulaney. La storia, quella vera, ci racconta di un uomo solitario e frugale sulla carta, ma che poi nella realtà si faceva ampiamente mantenere dalle donne di famiglia. Qui hanno toni esplicitamente comici la madre che passa col cesto a ritirargli la biancheria da lavare e la sorella che passa a portargli i suoi dolcetti. Lo stesso hanno fatto con Louisa May Alcott (interpretata da Zosia Mamet di Girls), invitata a un pranzo di Natale (1.08), fresca della sua prima pubblicazione, ritratta come una romanziera unicamente interessata ai soldi, e pronta a tavola a discutere possibili idee letterarie fra cui quella di Piccole Donne che la renderà famosa, e quella che sarà il Moby Dick di Melville, che lei prontamente respinge come noiosa. L’irrisione giocosa qui è indubbia, ma nel complesso il tono della serie sembra indeciso, sbagliato. Forse semplicemente non convince me. Almeno non del tutto, perché contemporaneamente, con la sua verve, è molto gustosa.

Non sono sicura di condividere moralmente, per così dire, l’esperimento di narrazione biografica, ma sono disposta a raccoglierlo come una poetica follia. In questa prospettiva, non poso negare che sia riuscita.  Non sorprende che sia fra le serie più richieste della neonata AppleTV+, quando era una delle debuttanti da cui ci sia aspettava di meno.

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