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venerdì 29 agosto 2025

THE STUDIO: esilarante satira cinematografica

Si dice che solo chi ama veramente qualcuno o qualcosa può, conoscendolo a fondo e rispettandolo pur consapevole dei difetti, criticarlo e prenderlo in giro come si deve. Questo è sicuramente vero per The Studio (AppleTV+), una serie che professa un grande amore per il cinema e i suoi talenti, che conosce dall’interno, e proprio per questo riesce a metterne a nudo le idiosincrasie e le follie, ricavandone un umorismo pungente ma amorevole, creando una satira a un tempo riconoscibile anche a chi non è del settore, ma con un livello di lettura molto più pungente ed acuto per chi conosce i meccanismi interni dell’ambiente  che sono molto reali. La serie è dinamica, veloce, piena di energia. Parte da un’idea e con un effetto a valanga la fa diventare via via più grande fino a travolgere tutto. L’effetto è esilarante e ricorda un po’ Curb Your Enthusiasm per il modo in cui si vede passo dopo passo arrivare a rovinose catastrofi con l’accumulo di elementi piccoli e di buone intenzioni che vanno storti. Molti critici l’hanno subito salutata come un delle migliori serie comiche del 2025 e io mi associo.

Protagonista principale è Matt Remick, il dirigente di fittizi studi cinematografici, i Continental Studios, interpretato da Seth Rogen (Platonic, sempre per Apple TV+), che ha ideato il programma insieme a Evan Goldberg, con cui divide il lavoro alla regia, co-creato insieme anche a Peter Huyck, Alex Gregory, e Frida Perez. Sulla base di quanto riporta Variety, il progetto è liberamente ispirato alle esperienze di Rogen e del suo partner creativo di lunga data Evan Goldberg con la Sony, una collaborazione durata anni che è implosa in modo spettacolare quando la loro satira politica "The Interview" ha scatenato un hackeraggio di e-mail nel 2014 che ha offerto uno sguardo rivelatore e spesso dannoso sui meccanismi interni dell'industria.

Il presidente della Continental, Griffin Mill (Bryan Cranston – il nome nella finzione è un omaggio al ben diverso personaggio del film di Robert Altman The Player, interpretato da Tim Robbins) ha appena licenziato Patty Leigh (Catherine O’Hara, Schitt’s Creek), che dirigeva gli studio -  con quello che è stato visto come un evidente parallelismo con Amy Pascal, capo della Sony e produttrice di "Spider-Man", una delle vittime dell'hackeraggio di cui sopra – e promuove Matt con la richiesta che produca film di cassetta. In particolare gli affida il compito di sviluppare in un grande successo attira-pubblico un film dedicato al Kool-Aid Man, il personaggio immaginario di un marchio di bevande in polvere molto noto negli USA. Lui, che brama a quel ruolo, accetta pur dispiaciuto per Patty che è stata sua mentore, e pur nell’equilibrio che deve riuscire a mantenere: è un vero cinefilo che sogna di produrre film di grande qualità e merito artistico che vegano ricordati nella storia, ma è consapevole delle obbligazioni professionali che vedono nella grandi produzioni di IP (proprietà intellettuale) il maggior margine di profitto.  

Grande tensione, sofferenza per lui e materiale per l’umorismo, sono proprio legati a questa tensione fra produrre mega successi al botteghino, anche se qualitativamente scadenti, e dare spazio agli artisti, di cui si sente un mecenate; in una misura minore si ritiene lui stesso tale, perché sa riconoscere il talento e lo nutre, considerandosi un amico delle star. È costretto continuamente a scendere a compromessi, ma il suo cuore è pieno di passione e rispetto per la settima arte. In “L’oncologo Pediatrico” (1.06, la traduzione in italiano avrebbe dovuto essere al femminile!) che mi ha visto empaticamente partecipe, comincia a frequentare un’oncologa pediatrica. Invitato a una festa di colleghi di lei, tutti lo trattano con snobismo perché ritengono che il loro lavoro sia di maggiore pressione e valore di quello di uno che dirige uno studio cinematografico. Ignoranti, disprezzano e deridono qualcosa di cui non conoscono nemmeno le basi, non lo rispettano: lui, genuino, difende il proprio lavoro, arringa sull’argomento che cosa sia arte e che cosa non lo sia – tutti i film sono arte fintanto che esprimono emozioni umane, ritiene – un argomento di riflessione di filosofia estetica che probabilmente Tolstoj avrebbe condiviso (si legga il suo “Che cos’è l’arte?”).

A lavorare con lui c’è un team composto da Sal Saperstein (Ike Barinholtz), vicepresidente della produzione alla Continental e amico intimo di Matt, che non dimenticherete nella sua esilarante ribalta in occasione dei Golden Globe (1.08) – non è atteso oramai da tutti che ai veri Golden Globe qualcuno lo ringrazi? Vedremo. Ci sono poi Quinn Hackett (Chase Sui Wonders), la sua ex-assistente che lui promuove a dirigente junior e Maya Mason (Kathryn Hahn), la dinamica addetta al marketing, di grande intuito commerciale. Condividono con lui successi e delusioni. Come non trovare fantastico “Casting” (1.07), che riflette sui limiti e le difficoltà di essere politicamente corretti e non offendere nessuno, quando il team si interroga se far interpretare il Kool Aid Man ad Ice Cube sia razzista. Cercano di non esserlo. Cambiano tutto il cast e poi gli stessi autori, per finire a ritrovarsi con un problema completamente diverso. È stato uno dei miei episodi preferiti, che per la gran parte sono grosso modo autoconclusivi.

Il più lodato, e lo capisco per la sua intelligenza, è “Il piano sequenza” (1.02). Matt visita il set della produzione della regista Sarah Polley mentre lei sta cercando di realizzare un piano sequenza, con il risultato di disturbare le riprese, tutto girato in modo metatestuale proprio con quella modalità. Scrive acutamente The Hollywood Reporter: “Ciò che eleva The Studio a livelli di imbarazzo viscerale quasi insopportabili (complimenti) è il modo in cui è girato. Goldberg e Rogen, che hanno diretto tutti e dieci gli episodi di mezz'ora, privilegiano riprese lunghe e cinetiche che seguono i personaggi lungo i corridoi o dentro e fuori le sale riunioni. Anche se non raggiungono mai le proporzioni di quella ripresa di 18 minuti di un episodio di The Bear, riconoscerete un effetto simile. Senza il sollievo di tagli frequenti, siamo risucchiati direttamente nel continuo attacco di panico della vita di Matt. (...) Le riprese sgranate di The Studio, le palette di colori terrosi e i costumi di ispirazione retrò evocano l'era della New Hollywood per disegnare il contrasto tra le fantasie vecchia-scuola di Matt e situazioni da mal di testa molto moderni”.

La serie vanta anche un lungo elenco di guest star nel ruolo di se stessi. Solo per citarne alcuni: Martin Scorsese, Steve Buscemi, Ron Howard, Ice Cube, Charlize Theron, Adam Scott, Aaron Sorkin, Ramy Youssef, Jean Smart, Zac Efron, Quinta Brunson, Olivia Wilde, Lucia Aniello, Ted Sarandos, Matt Belloni, Zoë Kravitz…Quest’ultima è il fulcro di una spassosissimo equivoco (1.09) perché non si rende conto che un “buffet stile vecchia Hollywood” significa di droghe di vario tipo, per cui finisce involontariamente strafatta  la sera prima di un’importante presentazione.

La nevrosi di Matt sono ciò che lo rendono umano e creano connessione, e nel suo cercare di mantenere le redini e tutti contenti, spesso bastonato e umiliato, reagiamo a un umorismo molto pregnante, forse anche perché riusciamo a vedere il catartico ammettere le follie e le piccolezze dietro a un settore che nelle apparenze vorrebbe mostrare solo lustrini e magia.

venerdì 6 settembre 2024

SOMEBODY SOMEWHERE: la seconda stagione

Somebody Somewhere ha saputo regalare una seconda stagione anche migliore della prima.

Il legame di amicizia fra Sam (una luminosa Bridget Everett) e Joel (Jeff Hiller) è stato l’asse emozionale portante. In questa stagione vivono temporaneamente insieme perché Joel ha affittato la sua casa come Airbnb. La loro amicizia è così autentica e profonda che quasi non sembra scritta: condividono i pasti, le passeggiate di 10.000 passi in cui commentano allegramente chi vedono, e raggiungono un “nuovo livello di intimità” quando entrambi hanno un attacco di diarrea sincronizzato (2.02) che fa sbellicare dalle risate. Con sceneggiatori meno abili sarebbe stato qualcosa di volgare e scadente, ma qui lo humor è talmente naturale e giocoso che ha solo il potere di renderci complici di un momento insignificante che in realtà significa tutto. E i due interpreti hanno un’invidiabile intesa sul set.  

Sam nel corso di questo arco si avvicina anche di più alla sorella Tricia (Mary Catherine Garrison), che ha divorziato e la cui figlia è partita per il college, e le due trovano sostegno l’una nell’altra. Affrontano insieme la madre alcolista Mary Jo (Jane Brody) che ha avuto un infarto e si trova in un centro assistito – nessuna delle due vuole vedere lei e in realtà lei pure non vuole vedere nessuna delle due; nascono momenti di imbarazzo. L’interprete del padre, Ed (Mike Hagerty), è mancato prima delle riprese e la sua assenza è stata giustificata dalla storia dicendo che se ne era andato a trovare il fratello lasciando a loro il compito di gestire la fattoria – con una nota di tristezza ripuliscono il granaio, una vita che si chiude. Tricia, tradita, da quella che era la sua migliore amica, si re-inventa, professionalmente come organizzatrice di eventi e con un business di cuscini nato casualmente, con scritte piene di parolacce ispirate in modo divertente dagli insulti rivolti alla sua ex-amica: non solo l’ha tradita, ma dice in giro che ci ha provato con suo marito, cosa vera, ma omettendo di essere stata lei per prima prima a portarsi a letto il suo.

Questi due legami riescono a dare un centro di gravità a Sam, che sente meno la solitudine. Dolori e risate, dolcezza e amarezza si mescolano costantemente per i personaggi e in modo fluido. La puntata finale giustappone bene una volta in più questa doppia anima del programma: ha il triste funerale dell’insegnante di canto di Sam e l’allegro matrimonio di Fred Rococo (Murray Hill), il comune amico che li ha invitati per la cerimonia in cui si è unito alla sua fidanzata Suzie. A Joel era stato chiesto di celebrare la funzione, a Sam di cantare, e i preparativi per la grande giornata punteggiano la stagione. 

Le emozioni di Sam sono sempre in superficie e crude. Ne viene sopraffatta quando riprende le lezioni di canto per prepararsi in vista delle nozze, ne viene schiacciata e rimane ferita quando si sente umiliata tanto da Joel quando da Tricia che le hanno nascosto informazioni estremamente significative nel timore che non fosse in grado di accettarle: lui non le ha rivelato che ha iniziato una relazione con Brad (Tim Bagley), che in passato prendevano in giro insieme, e lei le ha tenuto nascosto e si è fatta sfuggire solo per errore che la loro sorella defunta in realtà si era ammalata a 47 anni, e non a 48 anni come credeva lei. Le sue insicurezze rialzano la testa e la mostrano in tutta la sua vulnerabile umanità.

La grandezza della serie ancora una volta sta nel non avere bisogno di storie pirotecniche o grandi eventi per mostrare quanto dolorose sono le ferite della vita, ma di riuscire a farlo emergere da situazioni minime. Umorismo amaro sgorga dai momenti dolorosi, ma gioia e autentico divertimento si innescano da reale condivisione di momenti di vita. Si sa essere seri e impertinenti e c’è la sensazione che si voglia mostrare la vita per quello che è, bella e brutta insieme, e con il positivo e negativo che non sono nemmeno separabili in molti casi, ma coesistono essenzialmente.

Il programma ha come sottofondo anche il tema della guarigione emozionale, che non è istantanea, ma richiede tempo, e pazienza, necessità che gli autori sanno concedersi. Si scava nel personale, con autenticità, anche con un ritmo ben misurato.

Con gioia ho appreso che la serie è stata rinnovata per una terza stagione. Sarà però l’ultima. Negli USA debutta il prossimo 27 ottobre. 

mercoledì 8 marzo 2023

SOMEBODY SOMEWHERE: umanità, amarezza, umorismo

Ispirato alla vita della comica e cabarettista Bridget Everett, che interpreta il ruolo principale ed è anche produttrice esecutiva, Somebody Somewhere (ovvero "Qualcuno da qualche parte", su HBOMax, per ora inedita da noi, ma dovrebbe approdare su Sky) racconta le vicende di Sam, una quarantenne in crisi dopo la morte di una delle sue due sorelle.

Siamo in Kansas, in una cittadina chiamata Manhattan (anche se in realtà si è girato nei sobborghi di Chicago) dove Sam è tornata per prendersi cura della sorella ora mancata. È infelice, si sente sola e persa, non è sicura di chi sia veramente, il monotono lavoro di correggere esami la logora e lascia insoddisfatta. Non riesce nemmeno a capire che cosa la renda felice: cantare, ma le spezza anche il cuore. La sua famiglia non la sostiene. La sorella Tricia (Mary Catherine Garrison) in particolare, che gestisce un negozio chiamato Tender Moments insieme alla sua migliore amica Charity (Heidi Johanningmeier), la butta giù domandandole che cosa abbia mai fatto nella vita, anche se poi lei stessa (1.05) finisce per scoprire che il suo matrimonio con Rick (Danny McCarthy) non va così bene come credeva. La madre di Sam, Mary Jo (Jane Drake Brody), è un’alcolista che è in difficoltà ad ammetterlo, e anche il padre Ed (Mike Hagerty, nel suo ultimo ruolo prima della morte nel maggio del 2022), un agricoltore, non solo fatica a riconoscerlo, ma è anche restio a confidarsi con altri e a chiedere aiuto. Sam però riesce ad ottenere il sostegno di uno dei sui migliori amici, collega ed ex-compagno di scuola, il timido Joel (Jeff Hiller), che per la propria chiesa suona il piano e, all’insaputa della pastora, organizza delle serate di cabaret spacciandole per prove del coro. Coinvolge anche Sam che finalmente trova un po’ di luce. Della nuova comunità di Sam fan parte anche Fred Rococo (il noto drag king Murray Hill, Life & Beth), scienziato del suolo dell'università, e Michael (Jon Hudson Odom), il ragazzo di Joel.

Bridget Everett guarda con affetto sincero le piccole comunità americane, riuscendo ad evitare di farle apparire sradicate e opprimenti, o idealizzate e caramellose. Ne mostra il cuore pulsante attraverso variegate e variopinte persone, umane nella loro diversità di età, debolezze, interessi, espressione di genere e forme fisiche, identità sessuali. È realistica e agrodolce, empatica e sottile, briosa ma rilassata. I dialoghi sono realistici, e c’è un senso di amicizia vera, vissuta nella quotidianità delle piccole cose.

Centra il bersaglio nel mostrare un generico dolore nei confronti della vita che non viene necessariamente di qualcosa di grande o specifico – sì, qui c’è stato un lutto importante, ma l’insoddisfazione per la realtà non viene solo da quello, ma è data dal vivere in sé stesso. Solitudine e delusione sono al centro della narrazione, eppure si riesce a trasmettere una sensazione di speranza e di calore. Si mostra come questa negatività si supera attraverso legami umani che sanno accettarti per come sei, riuscendo ad essere al contempo leggeri e significativi.

Una serie molto umana, umoristica ma con delicatezza e pronta con indulgenza e ridere delle anche di fronte alle amarezze. La seconda stagione debutta negli USA il prossimo 23 aprile. 

lunedì 17 gennaio 2022

ONLY MURDERS IN THE BUILDING: erotetica, umoristica, transmediale

È la quintessenza della narrazione erotetica Only Murders in the Building (Disney+), ibridata con umorismo venato di malinconia e consapevolezza trasmediale: domande, domande domande la cui risposta ci accompagna nella risoluzione di un giallo – “hai sempre avuto bisogno di sapere che cosa era successo”, dice la madre alla figlia protagonista (1.06) ricordando i tempi in cui cercava di raccontarle le favole.

Tre inquilini dell’Arconia, un complesso di appartamenti nell’Upper West Side di New York, condividono una grande passione per i podcast di true crime. Charles-Haden Savage (Steve Martin) è un attore televisivo che ha un passato di successo nel ruolo di Brazzos, un investigatore del piccolo schermo; è un uomo solo finchè non comincia a frequentare una musicista che suona il fagotto che vive nel suo stesso palazzo, Jan (Amy Ryan). Oliver Putnam (Martin Short), che fra tutti è quello che è trascinato dal maggior entusiasmo, è un regista di Broadway dalle alterne fortune ora in difficoltà; a sostenerlo riluttantemente è solo un vecchio amico produttore, Teddy Dimas (Nathan Lane). Mabel Mora (Selena Gomez) è una ristrutturatrice di appartamenti che già da piccola frequentava l’edificio. Un giorno proprio lì si verifica un omicidio: a morire è Tim Kono (Julian Cihi), ma mentre gli investigatori credono che sia stato un suicidio, i tre la pensano diversamente e decidono di investigare e contemporaneamente produrre loro stessi un podcast sulle indagini. Mabel lo tiene inizialmente nascosto ai suoi due nuovi anziani amici, ma da bimba era una grande amica di Kono che faceva parte di un gruppo da lei chiamati i suoi Hardy Boys, dal nome di una collana di gialli per ragazzi che ruota intorno ad adolescenti che sono segugi dilettanti, perché con loro si divertiva a risolvere piccoli misteri. Già un’altra amica del gruppo, Zoe, aveva perso la vita anni fa ed un altro di loro, Oscar (Aaron Dominguez), era stato condannato perché ritenuto responsabile. 

Ideata da Steve Martin e John Hoffman (Grace and Frankie), la serie può contare su un improbabile trio che, a dispetto dell’età dei protagonisti, funziona alla grande. Sarà anche che è occasione di commenti fra loro e si gioca con gusto sullo scarto generazionale, ma non suona mai viscido che due uomini anziani trascorrano così tanto tempo con una donna giovanissima. E la Gomes, di fronte a due pesi massimi come Martin e Short se la cava più che egregiamente, contrappunto serioso e sardonico alla effervescente verve dei due. Le loro vite segretamente solitarie trovano nella passione comune genuino affetto e amicizia. Mi ha fatto pensare a una sorta di versione umana di Scooby Doo.

Si fa anche ilarmente la parodia del genere, come quando ad essere sospettato è Sting, che nel ruolo di sé stesso sta con autoironia al gioco, e si scherza con le sue canzoni (1.03; 1.04). Non so se ho mai riso così di gusto come quando Oliver si è trovato in ascensore con il cantante e ha detto al proprio cane di non stare troppo vicino alla star, utilizzando umoristicamente il titolo di una canzone dei Police “Don’t stand so close to me”, il gruppo di cui Sting faceva parte.  

Di fatto si arriva anche a una conclusione del giallo – ci sono thriller e suspense - e anche con un apprezzamento per il fandom: qui irriducibili appassionati vengono coinvolti nella storia dei protagonisti. C’è una certa eleganza formale - la sigla è evocativa di certe copertine del New Yorker - e anche il gusto di provare qualcosa di innovativo.  Come ha scritto acutamente Gregory Lawrence su The Collider, “(è) Edgar Wright che incontra 30 Rock. È audace ma calmo, terrificante ma confortante, triste ma sciocco, satirico ma empatico - ed è tutte queste cose servite da chef che si fidano di te, perché tu ti fidi di loro”. E a proposito di 30 Rock, anche Tina Fey compare fra le guest star.

Brioso e coinvolgente, divertente con cuore: uno dei debutti più forti del 2021. 

mercoledì 5 febbraio 2020

DICKINSON: un'anacronistica poetica follia


Il più delle volte la Emily di Dickinson, la rivisitazione in chiave moderno-adolescenziale della vita della ben nota poetessa, sembra la rappresentazione di una ragazzetta viziata americana moderna e nulla di più. Voglio dire, ci vuole qualcosa di più di esclamare un “let’s get this party commenced” (1.03) invece di un “let’s get this party started” – ovvero usare un verbo più obsoleto per esprimere “che la festa abbia inizio” - per trasportarci in un’epoca passata.

Mi rendo conto ovviamente che è parte dell’obiettivo: mostrare l’attualità dell’esperienza dell’autrice alle generazioni contemporanee, andando al cuore della sua essenza. Mi chiedo però perché Alena Smith (The Affair), l’ideatrice, non abbia pensato a un qualche escamotage per rendere credibile la commistione passato-presente invece di stravolgere la realtà dell’epoca: che so, prendere una giovinetta odierna che sta studiando letteratura e farle fare dei voli di fantasia immaginandosi come l’eroina della penna. Almeno si evitava la sensazione di ragazzine d'oggi che si mettono in costume per gioco. Magari sono io che ho idee più restrittive rispetto a quello che la realtà era a quel tempo, ma la mia impressione è che si mostri il comportamento di quelle pulzelle come all’epoca sarebbe stato quello di donne di bordello, non di giovani di buona famiglia, come si suppone siano quelle rappresentate. Proprio come la mentalità su queste cose sia cambiata nel tempo, e quali fattori hanno contribuito al cambiamento, e come studiarlo ci possa aiutare nell’oggi, ha un ruolo filosofico-politico significativo. Con questo genere di approccio, simili riflessioni vengono cancellate, ed è un delitto, la più grave mancanza di questa serie, che per il resto è accuratamente ricercata e cosciente della realtà.

Siamo in Massachusetts, nel 19° secolo. Emily (Heilee Stenfeld) è una teen-ager – questo stesso termine sarebbe inappropriato all’epoca, ma vista la poetica dell’ideatrice un anacronismo da parte mia ci sta -, ed è una ribelle che aspira a fare la poetessa. Ha molto talento, ma è osteggiata dal padre Edward (Toby Huss) che ritiene che le donne non debbano scrivere, ma dedicarsi solo ad attività domestiche, alle quali la madre Emily (Jane Krakowski) la sottomette. La loro è una famiglia distinta, conosciuta in città da generazioni, e l’essere pubblicata porterebbe disonore, nella prospettiva del genitore, tanto più che ha ambizioni politiche. Ha una sorella più giovane, Lavinia (Anna Barishnikov), che ha testa solo per i ragazzi, ed un fratello più grande, Austin (Adrian Enscoe) che è fidanzato con Sue (Ella Hunt), un’orfana piena di debiti, che è la migliore amica di Emily. Di più, fra Emily e Sue c’è un rapporto saffico. A corteggiare Emily c’è un compagno di scuola che la apprezza moltissimo, George (Samuel Farnsworth), ma lei lo disdegna mostrando invece apprezzamento per un segretario del padre, Ben (Matt Lauria, Parenthood).

Con puntate ispirate ogni volta a dei versi di una lirica, che fungono anche da titolo, e che appaiono periodicamente sullo schermo come fuggevoli scritte dorate, i temi che si affrontano sono rilevanti allora come ora: la propria vocazione, come sviluppare e far sentire la propria voce e il proprio autentico io, la poesia, il ruolo nella società e il giudizio della società, l’essere donna e la femminilità, l’essere soli vs. sposarsi, la sessualità, l’ambientalismo, la morte… Quest’ultima è rappresentata come un personaggio a tutti gli effetti, in carne e ossa (Wiz Khalifa), in momenti fortemente visionari, come quello affascinante della season finale (1.10) in cui la protagonista immagina il proprio funerale e in cui compare un altro di questi ricorrenti personaggi di fantasia, l’Ape (Jason Mantzoukas), delle dimensioni di un umano adulto.

Si nota un certo taglio umoristico, su cui volutamente si preme l’acceleratore. La madre restrittiva che imporne rigide regole alle figlie viene fatta esprimere con un tono iperbolico quasi da sit-com nel raccomandarsi alle figlie di “pulire costantemente” casa mentre lei non c’è. Non è un caso, credo che ad interpretare Henry David Thoreau, che Emily va a trovare sperando di ingaggiarlo come sostenitore a favore della sua causa a che non venga abbattuto l’albero preferito della sua tenuta per farvi passare una ferrovia (1.02), sia stato assunto un comico, John Mulaney. La storia, quella vera, ci racconta di un uomo solitario e frugale sulla carta, ma che poi nella realtà si faceva ampiamente mantenere dalle donne di famiglia. Qui hanno toni esplicitamente comici la madre che passa col cesto a ritirargli la biancheria da lavare e la sorella che passa a portargli i suoi dolcetti. Lo stesso hanno fatto con Louisa May Alcott (interpretata da Zosia Mamet di Girls), invitata a un pranzo di Natale (1.08), fresca della sua prima pubblicazione, ritratta come una romanziera unicamente interessata ai soldi, e pronta a tavola a discutere possibili idee letterarie fra cui quella di Piccole Donne che la renderà famosa, e quella che sarà il Moby Dick di Melville, che lei prontamente respinge come noiosa. L’irrisione giocosa qui è indubbia, ma nel complesso il tono della serie sembra indeciso, sbagliato. Forse semplicemente non convince me. Almeno non del tutto, perché contemporaneamente, con la sua verve, è molto gustosa.

Non sono sicura di condividere moralmente, per così dire, l’esperimento di narrazione biografica, ma sono disposta a raccoglierlo come una poetica follia. In questa prospettiva, non poso negare che sia riuscita.  Non sorprende che sia fra le serie più richieste della neonata AppleTV+, quando era una delle debuttanti da cui ci sia aspettava di meno.

venerdì 23 dicembre 2011

CHUCK LORRE: il profilo del New Yorker sul maestro della sitcom


A Chuck Lorre, recentemente indicato dall’Hollywood Reporter fra i 50 showrunner più potenti della televisione, hanno chiesto come fosse cambiato il suo stile di dirigere un programma. Ha risposto: “Mi sono evoluto da sporadici attacchi di panico completi a un costante brusio di ansietà di basso livello”.
 A Chuck Lorre - vero nome Charles Levine, cambiato perché la madre che odiava la famiglia del padre gli diceva che era un buono a nulla, un vero Levine, ma che si è pentito di aver cambiato – The New Yorker ha dedicato un articolo nel numero del 6 dicembre 2010 dal titolo “A Simple Medium”: “È dai tempi di Norman Lear – che ha rivoluzionato la sit-com americana degli anni Settanta con programmi come “All in the Family” e che, a un certo punto, ha avuto in onda sette programmi di successo – che non capitava di avere un solo uomo che domina così tanto il genere” (p. 34).
Oltre a Two and a Half Man (un programma che gli ha consentito di trovare il suo focus comico: “uomini che si comportano come stupidi” dice l’articolista) e a The Big Bang Theory (probabilmente la sua migliore), che sono le sit-com più viste negli USA,  Mike & Molly (che sentir definire, come fanno alcuni, “il programma con le persone grasse” lo fa arrabbiare) “è la sesta sit-com ad andare in onda che Lorre abbia prodotto, ideato o co-ideato” (p.34). È fortemente coinvolto in tutti gli show che portano il suo nome. Non è un caso che la sua agenda, che lui scherzosamente chiama “L’Inferno di Chuck”, preveda anche pause pipì di cinque minuti, potenziali pause per pisolini e scherzose indicazioni che gli intimano di tornare a casa.   
Sotto faccio un sunto a flash di quello che viene detto nel menzionato articolo del New Yorker, come promemoria per me, fondamentalmente, con qualche rapido eventuale piccolo commento mio fra parentesi quadre – una specie di appunti di lavoro.
  • Ha cominciato a guardare la TV insieme al padre, apprezzando comici come Jackie Gleason, Jack Benny e Bob Hope, e uno dei suoi “momenti formativi” è avvenuto guardano l’Ed Sullivan Show. Ha trovato straordinaria la logica della battuta “Dottore, mi fa male se faccio così”, a cui il medico ha risposto “E tu non fare così”.
  • Per anni ha suonato la chitarra come professionista . Ha co-scritto la musica della sigla delle “Teenage Mutant Ninja Turtles”. 
  • Ha cominciato a lavorare in TV negli anni ’80 perché gli sembrava una cosa facile, atteggiamento che ora descrive come “arroganza carburata da stupidità”.  
  • Ha lavorato in: Muppet Babies; My Little Pony: licenziato perché non aveva una “voce da ‘Pony’”; GoldenGirls-Cuori Senza Età: è riuscito a far avere un copione a Betty White attraverso un vicino di casa dell’attrice; Charles in Charge-Babysitter; I miei due papà; Roseanne (1990-1992); Frannie’s turn: da lui ideato nel 1992 su una cinquantenne che diventa indipendente (cancellata dopo 5 settimane); Grace Under Fire: l’attrice protagonista Brett Butler era “scontenta di quasi ogni battuta di ogni copione” [io ricordo Grace under fire come una sitcom un po’ ruvida, e “molto Brett Butler”]; Cybill: la leggenda vuole che Cybill Shepherd lo abbia fatto licenziare perché lui ha applaudito troppo quando Christine Baranski ha vinto l’Emmy, lui sostiene che è stato licenziato per la scontentezza della Shephard su come “lo humor veniva distribuito”, e la Shepard dice “Chuck sa perché è stato licenziato” [Cybill è una di quelle sit-com che mi è dispiaciuto veder cancellare perché mi piaceva molto – era sia divertente che amara]; Dharma & Greg (dal 1997 al 2002).
  • Ha la reputazione di essere una persona difficile (ma è irritato del fatto che Entertainment Weekly lo abbia definito nel 2007 “l’uomo più arrabbiato della televisione”) e detesta i critici televisivi: “Odiano il nostro successo e credono che se si martirizzano si sveglieranno nel mondo dello spettacolo con lavori veri”; “Non avete assolutamente alcun potere di avere effetto sugli ascolti e sul probabile successo o fallimento di un programma televisivo. In quell’arena siete risibilmente impotenti. Non siete molto diversi da un flaccido pene che si dimena miseramente verso una vagina che vi dà il benvenuto”. [Sopravviverò. Forse dovrebbe ricordarsi qual è stato il risultato di credere che lavorare in TV fosse facile. Chissà perché, ma essere paragonata a un flaccido pene non mi tange più di tanto].
  • È stato sposato due volte e dal primo matrimonio ha avuto due figli: la figlia lavora con lui in The Big Bang Theory, il figlio è un infermiere.

  • La critica negli ultimi tempi predilige le sit-com single camera (es. Curb Your Enthusiasm, The Office, Arrested Development, 30 Rock): son come piccoli film, non c’è pubblico, sono girate on location, c’è maggiore improvvisazione. Le sit-com di Lorre, e quelle che predilige, sono MULTI-CAMERA (es. I Love Lucy, Tutti Amano Raymond): son come piccole opere teatrali, chiaramente messe in scena, favoriscono la parola scritta, sono girate davanti a un pubblico, sono “all’antica , americane, legate da regole, e fortemente resistenti al cambiamento”. Sono un classico. 
  • Sulla sit-com: “È un genere molto intimo. (…) Non c’è musica, Non c’è magia della telecamera. Non ci sono trucchi di montaggio. Non è un medium visuale. È fatto di persone e parole”.
  • Ancora sulla sit-com come genere: “È come un haiku. È molto semplice e molto strutturata”.
  • Al posto della parola sit-com preferisce usare “character-com” o “half-hour comedy” perché le commedie che preferiamo non sono affatto commedie di situazione, ma legate ai personaggi: “proprio la natura di ciò che è grande dei programmi con pubblico e quattro telecamere” è che “è un’opportunità per conoscere queste persone” .
  • Le sit-com migliori sono quelle in cui non accade nulla, per così dire. Bisogna evitare grovigli narrativi (quando li ha fatti si è pentito). Non devono essere inutilmente complicate. È una forma “purgatoriale” di intrattenimento: i personaggi appaiono settimana dopo settimana con gli stessi tic e discussioni, e negli stessi luoghi. Ci sono complicazioni ma raramente soluzioni, sfide ma raramente trionfi. Il “trucco magico” della sit-com tradizionale è che “i personaggi fanno incrementali progressi molto piccoli, senza cambiare mai veramente”. 
  • Su The Big Bang Theory: cominciata nel 2007, ha avuto nel primo minuto di messa in onda, riferimenti a Papa Doc, Duvalier e Vladimir Nabokov; non molte sitcom permetterebbero che fosse così enfatica la sgradevolezza di Sheldon; uno sceneggiatore della sit-com, Dave Goetsch, dice quegli elementi più affilati che in altri programmi comici vengono coperti diventano le pietre angolari di Big Bang.
  • Sulla sua vanity card (ovvero il logo di produzione che appare alla fine della puntata) si diverte a scrivere ogni volta qualcosa di diverso, usandola come modo per comunicare i suoi pensieri, sulla vita, sullo stato del Paese, sulle censure della CBS, qualche volta inserendo battute che non gli è stato permesso inserire nel programma. Qualche volta pure le vanity card vengono censurate. In quel caso, finiscono sul web. Sulla sua pagina personale sono tutte conservate. [in un Archivio, e vale lì la pena anche leggersi l’articolo (di un a volte amaro umorismo) scritto per la rivista Written By su come ideare una sitcom di successo, How to create a hit sitcom].
  • Non ama che il pubblico sappia che cosa avviene dietro le quinte o agli attori. Lo vede come un modo di proteggere la fiction. [Se non ricordo male, qualcuno ha detto che infatti chiedono agli attori dei loro programmi di non usare Twitter e affini; Gloria Monty ricordo che aveva lo stesso tipo di idea].
  • Tom Bissell, che per il New Yorker ha curato l’articolo con il profilo di Chuck Lorre, riflette: “I film, forse, ci mostrano chi vogliamo essere, e la letteratura ci mostra chi siamo veramente. Le sitcom, se ci mostrano qualcosa, ci mostrano persone che ci piacerebbe conoscere. Per questo, la sitcom è un medium concepito per rassicurare. (…) La maggior parte delle sitcom parlano di famiglie, e per i milioni che guardano una sitcom, questa diventa una specie di famiglia mentale. (…) Molte sitcom sono, in effetti, più dark di quanto non ci si renda conto. Al suo nocciolo, ‘Two and a Half Men’ parla di solitudine. ‘The Big Bang Theory’ parla di alienazione. ‘Mike & Molly’ parla di odio per se stessi. (…) Ridere di queste cose con le nostre famiglie mentali ci può permettere di affrontare la nostra solitudine, alienazione e odio per noi stessi. Può essere che il costante evitare ogni finale catarsi drammatica da parte della sit-com sia la sua forza accidentale. Se così fosse, questo renderebbe la forma di intrattenimento meno simile alla vita in modo confortante la più simile alla vita reale.”


    Chuck Lorre, dal 2012, entrerà a far parte della Hall of Fame dell’Academy of Television Arts & Sciences, come di recente annunciato dall’Hollywood Reporter.

    lunedì 27 settembre 2010

    KATY PERRY si prende in giro al Saturday Night Live


    Oggi negli Stati Uniti, la cantante Katy Perry avrebbe dovuto fare una apparizione come guest star per il debutto della prima puntata della quarantunesima stagione di Sesame Street, il noto programma per l’età pre-scolare con i Muppets. La trasmissione ha una lunga tradizione di celebrità  ospitate all’interno dello show, anche come strizzatina d’occhio agli adulti che spesso guardano il programma insieme ai bimbi e si divertono anche loro a vedere i propri beniamini in una luce più giocosa. Katy ha girato un video con il pupazzo Elmo, parodiando la sua canzone “Hot and Cold”. Il ritornello dice “You're hot then you're cold / You're yes then you're no / You're in and you're out / You're up and you're down” (Sei caldo poi sei freddo / sei sì poi sei no / sei dentro e sei fuori / sei su e sei giù) ed era perciò perfetto per spiegare ai più piccoli gli opposti. La sua partecipazione è però finita su YouTube prima di andare in onda e alcuni si sono lamentati del look dell’artista di “Teenage Dream”.  Secondo alcuni  sarebbe stata troppo scollata - ma a mio avviso si tratta di puritanesimo e malizia negli occhi di chi guarda – e il timore era di turbare l’animo di innocenti bambini che avrebbero finito per concentrarsi troppo sui suoi seni.  Il programma, come reazione, per evitare possibili critiche da parte dei genitori, ha deciso di non mandare più in onda il programmato segmento. 

    Katy Perry si è presa una specie di rivalsa partecipando l’altro ieri alla premiere del Saturday Night Live  (NBC) in cui non solo si è esibita, ma si auto-ironicamente prestata a uno sketch in cui era vestita come una bambina piccola, ma con una attillata maglietta con il volto di Elmo. Si è scherzato sul fatto che si è “veramente sviluppata durante l’estate”, e le comiche che la accompagnavano nella gag  hanno approfittato del fatto che Sesame Street insegna a contare e a imparare le lettere dell’alfabeto, per dire che la puntata questa volta si sarebbe concentrata sul numero 38 (come le sue forme insomma) e sulle lettere DD (come le coppe del reggiseno). “Non essere imbarazzata del tuo corpo” le hanno detto seriosamente. L’episodio diventa culturalmente pregnante nella misura in cui fa riflettere su come viene rappresentato il corpo femminile in TV, sulla promozione da un lato di espressioni corporee ben più spinte e molto ‘sessuali’, e dall’altro sulla demonizzazione e conseguente repressione di quella che è la normale fisicità di una donna.