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sabato 15 giugno 2024

CONSTELLATION: ambizioso, ma confuso

Constellation (Apple TV+) non è stata rinnovata per una seconda stagione: qualcuno ha avuto pietà. Non mancava di ambizione questa serie che presto (1.03) ha reso chiaro quale fosse il proprio concetto ispiratore, colonna vertebrale delle vicende, il principio di indeterminazione di Heisenberg. Peccato che sia stato svolto in modo molto confuso: ti aspettavi che progressivamente ci fosse maggiore senso e chiarezza, ma non arrivava mai. Spesso non si capiva chi era chi, e non mi considero una spettatrice del tutto sprovveduta. Poi si è scaduti in ingenuità risibili.

In questo thriller psicologico fantascientifico ideato da Peter Harness su un concetto di Sean Jablonski, Johanna “Jo” Ericsson (Noomi Rapace) è un’astronauta svedese che lavora per l’ESA sulla Stazione Spaziale Internazionale. Mentre sono impegnati in un esperimento chiamato Cold Atomic Lab (CAL), un oggetto li colpisce e il suo collega Paul (William Catlett) rimane ferito e muore. Jo esce in perlustrazione per valutare i danni e vede il cadavere di una cosmonauta russa. I colleghi sopravvissuti rientrano sulla Terra, lei invece rimane indietro per riparare il modulo di emergenza funzionante rimasto che, nonostante strani fenomeni a bordo, poi riporta a casa anche lei, dove la attendono con ansia il marito Magnus (James D'Arcy) e la figlioletta Alice (Davina Coleman e Rosie Coleman), ma dove desiderano conferire con lei anche l’eroe della NASA Henry Caldera (Jonathan Banks), che dirige l’esperimento che stavano conducendo, e Irena Lysenko (Barbara Sukowa), capo del volo della Roscosmos.

Tornata sul nostro pianeta però, la donna trova la realtà che la circonda e le persone intorno a lei diverse da com’erano e i fatti non sembrano collimare – la macchina di famiglia ha un colore diverso, la figlia non sa più parlare svedese, un collega dice di aver avuto una relazione extraconiugale con lei che lei ritiene di non aver mai avuto, il nome della vedova del suo collega è differente…-, viene messa in dubbio la sua stabilità mentale, almeno da alcuni, e le vengono somministrati dei farmaci contro quelle che apparentemente sono allucinazioni. Lei stessa non riesce ad essere sicura se il problema sia suo o meno. “La realtà è una cospirazione?”, recita la locandina.

È presto chiaro che esiste un mondo parallelo in cui ad essere morto non è il suo collega Paul, ma lei: Jo è il gatto di Shrödinger che è contemporaneamente vivo e morto, ma a causa dell’esperimento che stavano conducendo con il CAL in alcuni momenti il confine fra le due realtà è poroso: si hanno visioni dell’altra parte, che interferiscono con quello che accade, e delle due versioni della realtà, Jo sembra capitata in quella sbagliata. Anche sua figlia, particolarmente perspicace, si rende conto che quella che ha davanti non è la sua “mamma” o “mami” (la chiama in due modi diversi a seconda della versione in cui è). Anche di Caldera c’è un’altra versione, Bud, in cui non ha scritto un libro diventando una leggenda, ma è una sorta di fallito alcolizzato, e la stessa Irena ha vissuto lo stesso che sta passando Jo. C’è chi sa la verità, anche se non vuole dirla.

Come dicevo, ambizioso, ma estremamente contorto: le vicende si intuiscono, ma non si mai sicuri di sapere chi si sta vedendo, con il risultato di tanta confusione. Fra passato, presente e realtà parallele nello spazio e qui, i passaggi logici sfuggono e non in modo da stimolare una curiosità investigativa, ma in modo frustrante. Talvolta è bello lasciarsi trasportare dall’atmosfera, senza la necessità di comprendere ogni cosa. Non qui. La protagonista poi passa molto tempo in una baita in montagna immersa nella neve, ma poi le baite sono due, così come le figlie e lei cammina e cammina nella bufera fra una e l’altra. È un flashforward ricorrente, ma spostarsi su più timeline oltre che fra realtà diverse non è elettrizzante, rende solo più torbida la visione.  A bordo della stazione spaziale ha visioni di alcune delle realtà di casa. Tutto un minestrone. Il marito della protagonista, un insegnante di scuola elementare, pare un rammollito a cui la figlioletta di dieci anni deve spiegare le cose. Ad un certo punto la bimba esce dalla baita in piena notte e lui che cosa fa? Dorme. E passi, ma poi si sveglia, non la trova e va a cercarla riportandola indietro. Tempo di riprendersi e lei esce di nuovo non vista. Lui dov’è? Sta di nuovo dormendo. Ma andiamo! Risibile. E vedere un astronauta che si trova su una navicella di emergenza per il rientro che non si stacca e per farla funzionare si mette a tirare pugni al quadrante della sofisticata tecnologia, come faceva Fonzie per far partire la musica dei i juke-box, è stato imbarazzante. Mi sono sinceramente vergognata per loro. Non intendeva essere umoristico.

Forse era un potenziale film che è stato diluito impropriamente in una serie. Ci sono stati stimoli interessanti, riflessioni sull’orrore che può anche rappresentare lo spazio immenso, l’effetto psicologico che la distanza da casa può avere sulle persone, la sensazione di isolamento… il senso di disorientamento poteva avere un valore estetico di forma che rispecchia il contenuto, ma non può andare avanti ad oltranza, perché, anche complice il ritmo lento e le situazioni ripetitive, alla fine a nessuno piace rimanere perennemente nel vuoto.    

mercoledì 20 aprile 2022

SEVERANCE: "unheimlich" e straordinario

Conto già Severance – Scissione (AppleTV+) fra le migliori serie dell’anno. E non ricordo l’ultima volta che sono stata così entusiasta di una season finale. Ero letteralmente on the edge of my seat, come si direbbe in inglese, seduta sul bordo della sedia, con il fiato sospeso e in tensione. È riuscita a emozionarmi, sorprendermi e ad appagarmi come di più difficilmente avrebbe potuto fare. ​Un must.

La premessa di questo thriller psicologico distopico ideato da Dan Erikson, con la regia di Ben Stiller per sei delle nove puntate della prima stagione e Aoife McArdle per le rimanenti, è abbastanza semplice: siamo in un futuro prossimo in cui un’azienda, la Lumon, ha ideato una procedura biomedica, chiamata “severance - scissione”, grazie alla quale la vita privata dei dipendenti è separata da quella lavorativa - gli “innie” sono le personalità dentro, gli “outie” quelle fuori. Le due parti della persona non sanno nulla l’una dell’altra. Il passaggio avviene attraverso un ascensore che attiva o disattiva una specifica parte del cervello.  

Mark Scout (Adam Scott, Parks and Recreation), o semplicemente Mark S. sul lavoro, dove i dipendenti sono conosciuti con il nome di battesimo e l’iniziale del cognome, lavora per la divisione Macrodata Refinement e ha deciso per la scissione per affrontare il lutto della moglie Gemma. È legato alla sorella Devon (Jenn Tulock) che aspetta un bambino ed è sposata con Ricken (Michael Chernus). I suoi colleghi nel suo dipartimento sono Dylan George (Zach Cherry), che si vanta di essere il più bravo e si gode i vantaggi che questo comporta, e Irving Bailiff (John Turturro), che crede molto nei valori dell’azienda. Una nuova impiegata, Helly Riggs (Britt Lower), arriva a sostituire Petey (Yul Vazquez), di cui Mark era amico, ma alla donna la nuova realtà sta stretta e cerca ogni modo per uscire da quella situazione. Senza successo. Presto, stimolati anche da altri avvenimenti, vogliono scoprire di più su sé stessi e l’azienda per cui lavorano. A controllare strettamente gli impiegati c’è Seth Milchick (Tramell Tillman) che però fa rapporto alla sua diretta superiore, la gelida Harmony Cobel (Patricia Arquette), che nella vita privata è vicina di casa di Mark che la conosce come signora Selvig, e non ha subito la scissione. Fra le persone con cui i dipendenti hanno maggior contatto c’è Casey (Dichen Lachman, Dollhouse), consulente di benessere, e Burt Goodman (Christopher Walken), che lavora per la divisione “Ottica e Design” ed è attratto da Irving.

La serie va ben oltre la critica a una società che ci vuole schizofrenici nel senso etimologico del termine, pronti a separare quello che siamo sul posto di lavoro e nella nostra vita privata, riconoscendo come essenziale l’interezza delle nostre esperienze, anche dolorose, per l’identità di ciascuno, e per la propria autostima. Diversamente è un inferno. E come tale, fatto di rituali triti e senza senso, è la vita dei dipendenti della Lumon – robotica, impersonale, asettica, labirintica - in cui devono ripetersi per autoconvincersi che “il lavoro è misterioso importante”, sostenuti da sentenze che hanno un gusto religioso e un panottico che punisce ogni minima trasgressione. È metafora della vita, ma anche riflessione sulle religioni, sulla solitudine e i rapporti umani, sul potere e la conoscenza, sui pregiudizi (e qui si pensi a 1.05 in particolare) e sul dissenso, sull’arte, sull’identità, sulla consapevolezza e su che cosa ci rende umani.

C’è un po’ di Lost, de Il Prigioniero, di Mr Robot, di Counterpart (nella sigla, nello sdoppiamento e nel rapporto con un’autorità invisibile), di Devs, di Maniac, di Scientology... Se dovessi scegliere un solo aggettivo per descriverla sceglierei, “unheimlich”, perturbante. A partire dalla notevole sigla di apertura realizzata da Oliver Latta, che ha il nome d’arte di Extraweg (qui la sua pagina web), che la descrive come “il viaggio mistico di queste diverse identità, ricordi di esperienze, dolore, perdita e controllo in un unico corpo, attraverso l'uso del surrealismo e sottile umorismo ironico” (si legga questo articolo in proposito).

Due trigger warning importanti: uno su autolesionismo – suicidio (in 1.04-1.05) e l’altro su immagini intermittenti che possono dare problemi a soggetti sensibili.

Sceneggiato e recitato alla perfezione. Straordinario. E poi, anche se non fanno ciao, ci sono le caprette – chi vedrà capirà.

sabato 2 marzo 2019

HOMECOMING: un teso thriller psicologico


ATTENZIONE SPOILER. In Homecoming, ideato da Eli Horowitz e Micah Bloomberg per Amazon Prime Video sulla base di un podcast dallo stesso nome, seguiamo due linee temporali diverse: nel presente Heidi Bergman (Julia Roberts) lavora come terapeuta in un centro governativo segreto di supporto alla transizione chiamato “Homecoming” il cui obiettivo sulla carta è quello di aiutare i soldati che sono stati in guerra a riabituarsi alla vita civile, ma che in realtà, sotto la direzione di Colin Belfast (Bobby Cannavale, Mr Robot), ha ben altri obiettivi, con risultati che sfuggono loro di mano, ovvero azzerare i ricordi dolorosi ai fini di re-inserire personale già qualificato in contesti conflittuali. Fra i casi seguiti più da vicino da Heidi c’è quello del giovane Walter Cruz (Stephan James). Nel tempo futuro, quattro anni dopo, Heidi lavora come cameriera in un locale e vive con la madre Ellen (Sissy Spacek) e non ha memoria del suo passato e degli esperimenti in cui è stata coinvolta nella struttura del Homecoming, gestita dal gruppo Geist. Un agente del Dipartimento della Difesa, Thomas Carrasco (Shea Whigham, Boardwalk Empire), indaga su che cosa sia accaduto in quegli anni e in che cosa consistesse quel progetto.   

La serie, che si avvantaggia molto nella su interezza della sensibilità registica di Sam Esmail (l’ideatore di  Mr Robot, di cui si sente l’eco stilistico), mantiene le due linee temporali distinte con un semplicissimo stratagemma: un diverso formato di ripresa, un rapporto d’aspetto 16:9 per il 2018, che restringe lo schermo quando ci porta nel 2022. Nel momento in cui Heidi finalmente ricorda, in “Protocollo” (1.08), sullo schermo assistiamo a una dilatazione del formato davanti ai nostri occhi, un aprirsi della memoria che viene reso fisico e visuale quanto è personale e cognitivo. Il tono costante è teso e c’è un sottotono di paranoia – a partire da “Ananas” (1.02) quando uno dei militari si lamenta del gusto dell’ananas, mettendo in dubbio di trovarsi in Florida, come secondo lui cercano di far loro credere – e cospirazione: la chiusura di stagione, anche con una inquietante fine post-titoli di coda, preme ulteriormente l’acceleratore. Non è forse un classico – ahimè forse con qualche fondamento – il sospetto che l’esercito tratti i propri sottoposti come cavie conducendo esperimenti su di loro a loro insaputa? C’è anche una banale tran tran e allo stesso tempo un costante senso di minaccia, un po’ alla Hichcock, nello svolgimento dell’intrigo. Molto è costruito su conversazioni e come ben sottolinea James Poniewozik, sul New York Times, tutto è “blando e minimalista” e si coglie bene come gli spazi anonimi, gli eufemismi e il depersonalizzato linguaggio aziendale possano essere più terrificanti di scene da paura.

Forte è il tema della memoria, non solo perché Heidi sembra aver cancellato il proprio passato, ma proprio perché con la memoria si ha a che fare, e con i ricordi dolorosi di chi ha vissuto scenari di guerra e con il disturbo post-traumatico da stress. I ricordi dolorosi, le esperienze penose non fanno parte di quell’importante bagaglio che ci rendono chi siamo? Ci sono interrogativi sui limiti etici dei propri esperimenti, anche lì dove sono eventualmente motivati da ragioni nobili, e proprio quelle ragioni sono qui messe in discussione, additando alla corruzione del sistema, un tema caro a Esmail. Il sovracitato Poniewozik osserva acutamente che parte di quello che Homecoming si domanda è quanto responsabile tu debba essere, quanto in alto in un’organizzazione, perché tu sia moralmente responsabile. L’impotenza anche di contrastare simili negligenze è incarnata da Thomas, che da un lato viene ripreso dai propri superiori perché indaga oltre quello che la prassi professionale gli richiederebbe, dall’altro viene sminuito e ridicolizzato da Colin che lo etichetta denigrandolo come un insignificante impiegato che, pur scoprendo la verità, non può fare nulla in proposito: ha ragione, è costretto ad ammettere Thomas. Che cosa serve a scardinare queste realtà tanto potenti quanto apparentemente invisibili?

Questo ipnotico thriller psicologico è stato rinnovato per una seconda stagione, sans Julia Roberts.

lunedì 24 settembre 2018

SHARP OBJECTS: feroce e intenso



Dolorosa. Elegante. Quieta. Atroce. Asciutta. Sorprendente. È stata tutto questo l’intensa, pacata miniserie Sharp Objects dall’omonimo romanzo - “Sulla Pelle” in italiano - di Gillian Flynn, anche sceneggiatrice in alcune delle puntate, ma portato sullo schermo da per la HBO da Marti Noxon (Dietland, Buffy) e Jean-Marc Vallée, regista di tutte otto le puntate come era già stato per Big Little Lies.

Siamo a Wind River; una piccola comunità del Missouri. Un giovane donna è stata assassinata e le sono stati tolti tutti i denti, e un’altra è scomparsa, e poi lei pure viene trovata uccisa, e Camille Parker (una Amy Adams che sa essere un nervo scoperto e mostra che vale tutte le 5 nomination agli Oscar ricevute nella sua carriera) è una giornalista che viene mandata dal suo capo-mentore-amico Frank (Miguel Sandoval) a scrivere un reportage sugli eventi perché si tratta della sua città natale, dove ancora risiede la sua famiglia. Camille, che beve come una spugna e ha un passato di intenso autolesionismo –l’intero suo corpo è un groviglio di cicatrici che di è autoinfllitta scrivendosi delle parole sulla pelle e che nasconde sotto gli abiti – con il ritorno a casa deve fare i conti con i demoni riaffioranti del passato, e in particolare con la madre Adora (Patricia Clarckson), che già ha perso una figlia, Marian, in circostanze misteriose, e con la sorellastra adolescente Amma (Eliza Scanlen), che a casa si sottomette al ruolo di santerellina impostale dalla famiglia, ma che, fuori con le amiche nel passatempo cittadino del pattinaggio a rotelle, rivela una capricciosa anima persa più oscura e pericolosa. Oltre al capo della polizia locale (Matt Craven), indaga sul caso il detective Richard Willis (Chris Messina).

ATTENZIONE SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO. “Non dirlo alla mamma”, sono le parole pronunciate in chiusura di “Milk” (1.08). Nell’ultimo minuto, per non dire nel’ultimo secondo, Camille capisce che è la sorella l’assassina; e per non lasciare il dubbio che si tratti solo di un suo sospetto, a metà dei titoli di coda finali, si ha un piccolissimo inserto in cui la si vede insieme alle amiche commettere il delitto. Nella puntata precedente (1.07) si era scoperto che era stata invece la madre a causare la morte delle figlia adolescente anni prima. Soffrendo di Sindrome di Munchausen per procura, la avvelenava per potersene prendere cura, come da anni ormai faceva con Amma e prova ora a fare con Camille. 

Non è però tanto il giallo il fulcro di interesse delle vicende, quanto la psiche torturata e l’universo interiore di Camille. I ricordi le affiorano alla memoria come stilettate, in fugacissimi intrusivi frammenti mnemonici che a flashback le compaiono davanti agli occhi come potrebbe accadere a ciascuno di noi. Non c’è un ricordo passato completo e compiuto, ci sono dettagli elicitati da una parola, o un banalissimo stimolo di qualunque altro tipo. È la vita passata che intrude in quella presente e la riempie di significati altri, in questo caso penosi, spesso insopportabili.  

Con un’eleganza anche più raffinata di quella che Vallée ci aveva mostrato in Big Little Lies si scava in emozioni intense e multivalenti e si indaga la difficoltà di creare intimità. Quello che si dice in fondo è come l’essere veramente nudi consista nel rivelare se stessi nella propria vulnerabilità, come sia difficile lasciarla vedere - in questo senso la scena intima fra Camille e John Keene (Taylor John Smith), il fratello della seconda vittima sospettato di averla uccisa, in 1.07 è stata un vero capolavoro -  e come sia difficile prendersene cura - come mostra l’allontanamento di Richard da Camille in chiusura. Rabbia,  manipolazione, negazione, il morso dei problemi mentali, il desiderio di popolarità e i mostri che ne derivano sono in primo piano. Una thriller psicologico feroce che non mola mai la presa.