sabato 15 dicembre 2018

MANIAC: un trial fallito


In Maniac un gruppo di scienziati ha messo a punto e sperimentano su cavie umane volontarie tre pillole (A, B e C) che hanno l’obiettivo di risolvere i problemi mentali che li affliggono: la prima espone il problema, la seconda propone scenari alternativi per affrontarlo, la terza permette di trovare una soluzione e superare il problema. Ingerendole, attraverso l’analisi di un megacomputer “umanizzato”, il GRTA, in cui il progettista ha infuso la personalità della madre psicoterapeuta, e attraverso situazioni di realtà virtuale che i protagonisti vivono nella propria mente,  si “guarisce”.

Alla sperimentazione della Naberdine Pharmaceutical Biotech (NPB) partecipano Annie Landsberg (Emma Stone), che ha una diagnosi di disturbo di personalità borderline e ha perso la sorella in un grave incidente d’auto e non riesce a superare il lutto, e Owen Milgrim (Jonah Hill), a cui è stata diagnosticata una schizofrenia, poco apprezzato dalla ricca famiglia e in particolare dal padre Porter (Gabriel Byrne), che ritiene di avere nella vita una grande missione di salvare il mondo. A seguire i loro progressi sono gli scienziati Azumi Fujita (Sonoya Mizuno), che sente una forte pressione dai superiori a fare un buon lavoro, e James Mantleray (Justin Theroux, The Leftovers), che ha sempre avuto un complesso di inferiorità nei confronti della famosa madre Greta (Sally Field) e che finisce per innamorarsi della macchina che ha costruito.

Remake di un’omonima serie norvegese di Espen PA Lervaag, questa proposta targata Netflix era molto attesa perché a co-scriverla insieme a Patrick Somerville è stato Cary Fukunaga, qui pure regista di tutte le puntate così come per la prima celebrata stagione di True Detective. La reazione generale è stata uno scarso apprezzamento del contenuto, stringi stringi abbastanza vacuo e nemmeno troppo originale, ma un godimento a livello estetico dell’aspetto visivo. Personalmente non ho apprezzato nessuno dei due elementi e l’ho considerato solo una grande perdita di tempo. 
 
Certo, c’è irrisione dei generi parodistici e bizzarria negli scenari virtuali immaginati, c’è empatia nei confronti del dolore psichico provato, c’è motteggio delle soluzioni semplici della pillola risovi-tutto e valorizzazione dei rapporti umani. Il tono si tiene in un buon equilibrio fra canzonatura e dolore e solitudine, in un intento comunque chiaramente comico: questo si vede. Gli attori svolgono un lavoro eccellente e Justin Theroux in particolare, dopo il ruolo iperdrammatico di The Leftovers, dimostra una notevole verve comica. Sia sul piano della forma che nel contenuto però non c’è niente che Legion non abbia già detto e meglio – incluse le scelte scenografiche e più genericamente di look di una ambientazione futuristico-vintage. Certo, quest’ultimo si prende forse troppo sul serio in proporzione, e fa voli pindarici psichedelici in cui è molto più facile perdersi, ma è allo stesso tempo molto più appagante.   

Se il trial clinico della finzione, a dispetto di tutto, ha portato a qualche risultato, non lo stesso mi sento di dire del trial televisivo.

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