lunedì 31 gennaio 2011

HOW I MET YOUR MOTHER: "E alla fine arriva mamma" ci riprova



Ideata da Craig Thomas e Carter Bays, a una prima visione non mi ha convinto, ad una seconda già mi è parsa più dolce e tenera e ho colto quale potrebbe essere il fascino segreto che ha accattivato molti. E alla fine arriva mamma!, o How I met your mother con il titolo originale, passata senza successo su Italia1 nel del preservale del 2008 e tornata alle ore 14.35, non è una situation comedy che raccoglie premi a destra e a manca, è piuttosto tradizionale e non offre grandi sputi di originalità narrativa o stilistica, ma fa ridere con battute che si potrebbero realmente pronunciare nella vita e riguarda un gruppetto di 5 amici che condividono le proprie esperienze. A narrarle è Ted  (Josh Radnor), un architetto di 27 anni, che nel 2030 siede i suoi figli sul divano e comincia dicendo loro più o meno “ragazzi, vi racconto una storia incredibile, quella di come ho incontrato vostra madre”, e comincia se non proprio da Adamo ed Eva quasi, da 15 anni prima. La madre in questione non la vediamo, perché, appunto, solo alla fine arriva mamma. Gli occhi di Ted inizialmente sono puntati su Robin (Cobie Smulders) che a quanto pare nel futuro è la zia dei ragazzi. Ted, un cucciolone nel cuore, nel 2005 sente il desiderio di accasarsi dopo che vede fidanzarsi i suoi due amici, gli innamoratissimi Marshall (Jason Segel, visto nell’ancora inedito Freaks and Geeks in TV e in Molto incinta al cinema), un futuro avvocato, e Lily (Alyson Hannigan, la Willow di Buffy), una maestra d’asilo. A completare il gruppo c’è il farfallone un po’ cinico Barney, il più spassoso di tutti, interpretato con gusto da Neil Patrick Harris diventato famoso molto giovane per aver interpretato Doogie Howser nell’omonimo telefilm e recentemente anche impegnato in una bizzarra “serie televisiva” sul web dal titolo Dr. Horrible’s Sing Along Blog. Questi “amici” non possono competere con “Friends” in astuzie verbali e sono molto meno “fighetti”, se mi si passa il termine, ma sono freschi e umani.

venerdì 28 gennaio 2011

KALISPERA: confessioni senza troppo spessore


Kalispéra è giusto alla conclusione, e sorprende che non mungano più a lungo una mucca tanto ricca di latte. Il difetto dello show e il suo pregio coincidono: è leggero e familiare, e molto alla mano nei contenuti. Alfonso Signorini è il padrone di casa nel vero senso della parola, visto che la scenografia è un caldo salotto, con annessa cucina, di quella che parrebbe una vera abitazione, se non fosse per una certa consapevolezza teatrale del pubblico seduto nelle poltrone che sta a guardare, con la ribalta costituita da alcuni scalini che appunto guardano gli spettatori, dove il conduttore si siede per quelle che chiama chiacchierate “cheek to cheek”, guancia a guancia. Sono una firma i suoi “dovete sapere”, che cercano la complicità di chi guarda da casa, e i suoi “fammi capire” che elicitano confidenze. Non sembrano nemmeno interviste strutturate, ma uno scambio di confessioni fra amici, perché si vede che ha rapporti di lunga data con gli ospiti o è comunque abituato a creare amicizie istantanee personal-professionali come direttore di TV Sorrisi e Canzoni e Chi. Il calore è innegabile ed è la grande ragione positiva del successo di questa striscia. Al di là dello scoop mondano, del gossip, di quattro giri di ballo con l’invitato della serata, non è che lo spessore delle chiacchiere sia chissà che elevato però. Se anche ci si prova, viene da storcere il naso. Nella puntata con ospite di grido Belen Rodriguez, Signorini ha esordito con un pensiero alla Paramahansa Yogananda, con la nota storiella della rana pessimista che affoga nel latte e di quella ottimista che a forza di nuotare forma il burro e riesce a saltar fuori dal secchio in cui era caduta, e con l’importanza di sorridere, leggendo una poesia in proposito di una sacerdote. Sono stati pensieri che condivido, ma mi son sentita ridicola a sentire una predica da Signorini. Sarà anche laureato in filologia medievale alla Cattolica, ma quello non è la voce del curriculum con cui si fa conoscere.

giovedì 27 gennaio 2011

HORROR IN PRESA DIRETTA: il nuovo numero di Ol3Media


È online il nuovo numero di “Ol3Media” (Anno 04 - Numero 09 - Gennaio 2011), rivista online di Cinema, Televisione e Media Studies del Master Cine&Tv, dedicato questo numero all’Horror in presa diretta.

Di seguito trovate l’indice degli interventi:

 Presentazione a cura di Corrado Peperoni

L’inferno del Reale di Diary of the Dead – Le cronache dei morti viventi di George A. Romero di Andrea Mariani

What If It’s Real?: Live-record Horror and Popular Belief in the Supernatural by Joseph Laycock

Il cannibalismo dei media in soggettiva e allo specchio: [.REC] di Jaume Balaguerò e Paco Plaza di Marco Cipolloni

Revising Paranornal Activity: Paranormal Entity is Reality Horror Perfected by Karley Adney 

A Pre-History of ‘Reality’ Horror Film by Alexandra Heller-Nicholas

George A. Romero’s Diary of the Dead and the Rise of the Diegetic Camera in Recent Horror Films by Zachary Ingle

Double the Passive: The trials of the viewer/subject in Cloverfield and The Blair Witch Project by Keira McKenzie

Lying To Reveal the Truth: Horror Pseudo-Documentaries and the Illusion of Reality by Don Tresca

No Country For Old Cannibals: L’amazzonia di Deodato e i Mondo Movies di Marco Cipollini

Zero Day and Cloverfield: Shooting America’s Scars by Peter Turner

Blood, evil and videotapes: L’orrore senza fine di Rec. di Miguel Ángel Pérez-Gómez e Milagros Expósito-Barea

mercoledì 26 gennaio 2011

AMERICAN IDOL 10: uno show rinvigorito dai nuovi giudici



Gli ascolti e le vendite degli artisti erano calati, Ellen Degeneres non aveva funzionato come si era sperato, e il più amato e odiato dei giudici, Simon Cowell, aveva annunciato che se ne sarebbe andato: dire che il futuro di American Idol, alla fine della nona stagione, fosse incerto sarebbe un understatement. Dopo il debutto della decima stagione però si è sentito già dire: Simon chi? Il nuovo terzetto sembra essere stato lì da sempre, e ha  rinvigorito lo show in modo insperato. Steven Tyler è una forza, divertente, pieno di opinioni, deciso ed energico, senza essere rude; Jennifer Lopez è dolce, accogliente, anche tenera con tutta la sua fatica a dire “no” e non fa rimpiangere Kara DioGuardi; e Randy Jackson è sempre “the dog” ed è tutta la continuità che serve. Certo la competizione sarà un’altra cosa, ma intanto nelle selezioni degli aspiranti Idol, funzionano alla grande. Il solo quesito rimane: Ryan Seacrest quando dorme? Lavora di continuo. Vedere come è caldo e coccolone nei confronti dei concorrenti e dei loro familiari, pur riuscendo a mantenere la dovuta distanza, e come partecipa delle loro emozioni rimane uno dei suoi talenti che rendono la visione attraente.

martedì 25 gennaio 2011

PUSHING DAISIES: una romantica favola per adulti



È una favola per adulti Pushing Daisies (lunedì, La5, ore 21.10). Romantica. Ideata da Bryan Fuller (Dead Like Me, Wanderfalls), è perfino narrata come nelle favole da una voce fuori campo, che nell’originale appartiene a Jim Dale, responsabile della lettura degli audiolibri di Harry Potter. Dalla premessa sembra incredibile l’adorazione di tutta la critica, me compresa, giustificata solo dalla visione effettiva.

Il giovane Ned (Field Cate) scopre di avere un dono. Tocca una persona morta e questa torna in vita. Se la ritocca però, questa muore di nuovo. Non solo, se non la ritocca entro un minuto da quando l’ha riportata in vita, qualcun altro è destinato a cadere al posto di chi è resuscitato. Da adulto Ned (Lee Pace), il pasticcere (the pie maker, originale), prepara torte in un locale, The Pie Hole, dal tetto fatto come se fosse una crosta di pasta frolla e i lampadari a forma di ciliegia. Sfruttando la sua abilità, aiuta un investigatore privato, Emerson Cod (Chi McBride) a risolvere i crimini. Un giorno però la morta in cui si imbatte è  Chuck (Anna Friel), la ragazzina ora donna di cui era innamorato fin da bambino. Come un principe azzurro la risveglia, ma non ha il coraggio di lasciarla scomparire di nuovo dalla sua vita. Si amano, ma non possono toccarsi. Mai. Questa è la loro condanna, mentre Vivian (Ellen Greene) e Lily (Swoosie Kurtz), le asociali ex-nuotatrici-vestite-da-sirene zie di Chuck la piangono, e la cameriera della pasticceria Olive Snook (Kirstin Chenoweth) si strugge d’amore per Ned.

È bizzarro il punto di partenza di questo telefilm, e ancora più bizzarre sono le sue storie e le sue immagini fiabesche, fatte di colori saturi - e un look fra Il favoloso mondo di Amélie e i film di Tim Burton, ma il New Yorker (del 12 novembre 2007) cita come progenitori anche Twin Peaks, La piccola bottega degli orrori, Roald Dahl, e i vecchi cartoni della Warner Bros -, l’assenza di cinismo (che rende ancor più gustosa l’aria di indispettita sopportazione di Emerson), l’ossessione per i cinque sensi (il toccare in primo luogo, ovviamente), la passione per i fiori e il cibo, le riflessioni sui limiti dell’amore, la vita e la reclusione, la morte… Tutto color e sapor confetto.. Bisogna amare la TV per apprezzare questa girandola magica in bilico fra l’esistenziale e il quotidiano che lascia sbalorditi e con la bocca aperta, o forse no. Forse però un dolce così non è per il palato di tutti. Il titolo deriva dall’espressione idiomatica “to push up the daisies” (spingere su le margherite) che in inglese significa essere morti, essere fertilizzante per i fiori che crescono sulla propria tomba.

lunedì 24 gennaio 2011

THE RICHES: il sogno americano, rubato



“Il Sogno Americano: lo ruberemo!” dichiara Wayne Malloy nella prima puntata di The Riches, in onda su Fx dal  24 gennaio alle 00.40, ideata da Dmitry Lipkin. È una famiglia appartenente alla comunità Rom, quella dei Malloy. Wayne (Eddie Izzard) vive inventandosi ogni volta una diversa identità e trascinando i figli  - Didi (Shannon Marie Woodward), Cael (Nole Fisher) e Sam (Aidan Mitchell) - con sé nelle sue avventure: intrufolatosi nella riunione di classe di vecchi compagni di scuola si finge uno di loro per ripulirli dei portafogli e poi dileguarsi con la figlia più grande e il figlio più giovane, ad esempio. Wayne dice che non è nato per seguire delle regole, vuole una vita degna di essere vissuta, vuole essere un “re”. Arrivano in ritardo a prendere la sua regina, la madre dei suoi tre figli, Dahlia (Minnie Driver) che è appena uscita dal carcere dopo due anni di galera e che ha problemi di droga. Si riabbracciano e tornano al campo dove c’è la famiglia di lei, ma contrasti li spingono subito a fuggire. Poi c’è un incidente.

Per complicate vicende una macchina esce di strada e guidatore e passeggera muoiono. Abituati ad improvvisare e ad approfittare su due piedi delle occasioni, i Malloy decidono di fingersi la coppia morta, per tutti solo scomparsa, che si stava trasferendo in una lussuosissima casa comprata via internet in un quartiere in cui nessuno li conosceva. Ci sono titubanze, incertezze, timori. Wayne va a giocare a golf con i vicini fingendosi un avvocato, professione in cui poi si improvvisa. Camaleonticamente cambia pelle a seconda dell’occasione. Questa volta alla sua famiglia propone di restare, di abbandonare la vita del nomade, di diventare un “buffer”, come chiamano gli altri, creature aliene, diverse. Quello che faranno sarà semplicemente “vivere”, investendo su se stessi. Dahlia si sente strappata dalla sua comunità e da tutto ciò che conosce, fra i figli c’è disaccordo: tornare alla vita di prima o rimanere sedentari? Una serie affascinante in due stagioni (di cui la prima ha convinto, la seconda deluso) di vite vissute su una corda tesa nel vuoto, fra menzogna e verità, e dove le due si mescolano. 

Due gli elementi di nota:
In originale il telefilm usa diversi termini gergali delle comunità nomadi (un esempio è la parola “buffer” di cui sopra. Alcune parole in particolare sono presi dalla lingua nota come Shelta, ma conosciuta anche come “The Cant”.
Il figlio più giovane dei Malloy, Sam, è un cross-dresser, ovvero adotta a piacimento tanto abbigliamento maschile quanto femminile. Eddie Izzard, l’attore che interpreta il padre Wayne, è noto come cross-dresser eterosessuale. La serie ha tuttavia dichiarato di aver fatto questa scelta per il piccolo Sam prima Izzard venisse in contatto con il programma. Si tratta di una scelta originale e interessante. Nella finzione scenica i personaggi accettano questa scelta del figlio, ma a momenti emerge la problematicità della pratica. È utile in questo senso anche nella lettura della cultura della loro comunità di appartenenza.

domenica 23 gennaio 2011

GLAAD Media Awards 2011: le nomination




I GLAAD Awards, i premi della Gay & Lesbian Alliance Against Defamation (GLAAD), la principale organizzazione a favore dei diritti e contro la diffamazione di gay e lesbiche, ogni anno premiano quei programmi che promuovono immagini “eque, accurate e inclusive” della comunità LGBT, cosa vista come modo per eliminare l’omofobia e la discriminazione basata sull’identità di genere o sull’orientamento sessuale. Questa è la 22esida edizione. Nel video sopra si possono vedere i principali nominati.

Come miglior serie drammatica si contendono il premio:
Brothers and Sisters
Degrassi
Grey’s Anatomy
Pretty Little Liars
Tue Blood

Come miglior commedia sono in lizza:
Glee
Greek
Modern Family
Nurse Jackie
United States of Tara

La lista completa delle nomination (televisive e no) la trovate qui.

venerdì 21 gennaio 2011

BURGER KING: alla gogna il nuovo spot



Andrebbe messo alla gogna chiunque abbia ideato la pubblicità per il Burger King che per me andrebbe boicottato finché non ritira il suo ignobile spot. Il messaggio di fondo è che i suoi ingredienti vengono cresciuti all’eccellenza per dare il massimo del gusto. Peccato solo che quella che viene indicata come “educazione rigorosa” volta a quell’obiettivo sia tortura: si vede un uomo che frusta i campi, poi che si accanisce a dare delle scosse elettriche alle cipolle, con aria sadica. Ci sono già abbastanza violazioni di diritti umani nel mondo senza far passare l’idea che usare ingiusta violenza sia sinonimo di inflessibile insegnamento.

mercoledì 19 gennaio 2011

HARRY'S LAW: il più recente telefilm di David E. Kelley




Oh, se solo David E. Kelley (Picket Fences - La famiglia Brock, Ally McBeal, The Practice, Boston Public, Boston Legal) imparasse a frenare le sue eccentricità… Il nuovo Harry’s Law (NBC), di cui è ideatore e sceneggiatore, oltre che produttore esecutivo insieme a Bill D’Elia, regista del pilot, non è un buon telefilm, ma non è nemmeno inguardabile come altri suoi tentati progetti (Snoops, The Brotherhood of Poland, NH, The Wedding Bells). Si vede il genio che un tempo era, si vede al di là delle situazioni irreali, dei personaggi eccessivi, della tendenza a fare la predica. Questa nuova serie l’ho vista con un po’ di tristezza per il potenziale non realizzato, ma mai con irritazione, come troppo spesso era accaduto ultimamente.

In Harry’s Law, Harriet “Harry” Korn (Kathy Bates, Misery, Six Feet Under) è un avvocato pagato 600.000 dollari l’anno che non ne può di occuparsi di cause di brevetti. Si è resa conto che è terribilmente noioso, così la licenziano. “Dicono che la morale della storia arriva alla fine, ma chiedi a me, qualche volta arriva all’inizio, nel mezzo, è solo che non la capisci fino alla fine”, esordisce,  e “qualche volta non la capisco proprio”, continua. Un ragazzo, Malcom Davies (Aml Ameen), che tenta il suicidio buttandosi da un palazzo, le cade addosso, e si salva, lasciano lei solo vagamente ammaccata; subito dopo un collega più giovane, Adam Branch (Nate Corddry, Studio 60 on the Sunset Strip), che in tribunale una volta le era stato contro e che lei aveva chiamato un “moccioso arrogante”, la investe con la macchina, ma lei cade su un mucchio di materassi e si salva. Decide di aprire il suo personale studio legale in un quartiere prevalentemente nero di diseredati, e assume il primo come paralegale e, nonostante qualche obiezione iniziale, accetta che il secondo lavori per lei come avvocato. Adam la ammira tantissimo e per questo ha deciso di lasciare un prestigioso studio per una scrivania da lei (da notarsi la canzone della sigla de I Jefferson, quando porta le sue carte). La segue nella nuova avventura professionale anche la segretaria Jenna (la sempre deliziosa Brittany Snow, American Dreams). Nel locale che prendono in affitto come studio si trovano decine di paia di scarpe di gran marca abbandonate lì dal precedente gestore del locale, e su iniziativa di Jenna, che adora le calzature, lo studio legale diventa allo stesso tempo un negozio di calzature.

L’idealismo per la giustizia e per le questioni sociali non manca, e pochi come Kelley riescono davvero ad arrivare al nocciolo delle questioni con scambi di battute focose e arringhe appassionate, cercando l’umanità e la moralità dietro ai casi. Qui l’autore sembra davvero aver preso la protagonista come un alter-ego per dar voce alle sue opinioni politiche, in modo molto diretto. Nel pilot Harry si scalda su quanto sarebbe opportuno legalizzare la droga, ad esempio. La premessa sopra le righe potrebbe anche passare con un po’ di buona volontà, e lo stesso vale per le scene un po’ troppo melodrammatiche, ma è proprio con i casi che si cade nello sdolcinato, nel condiscendente, nel socialmente semplicistico. E alla fine il programma, ambientato a Cincinnati,  non convince.

Una piccola nota: Adam Branch, nel pilot, parlando con un cliente in carcere, senza un vero motivo, per sottolineare quello che dice, usa il finger-spelling, la digitazione delle lettere con le mani, come fanno i sordi. Il personaggio con cui parlava non era sordo, e non c’era una vera ragione per farlo, per cui mi ha colpito. Mi chiedo se sia stata una scelta dell’attore, che chiaramente segna in modo estremamente naturale ed efficace, o se sia voluto dagli autori. In ogni caso è un dettaglio che mi è piaciuto molto.

martedì 18 gennaio 2011

SIX FEET UNDER: l'occhio interiore (3.03)



Chi siamo realmente? Chi sentiamo di essere? Qual è la nostra voce interiore? Chi fingiamo di essere? Chi cerchiamo di essere? Chi cerchiamo di accontentare? Sono questi interrogativi il tema forte e il senso della puntata “L’occhio interiore” (3.03) di Six Feet Under, scritta da Kate Robin e diretta da Michael Engler, in onda su FX (canale 131) martedì 18 (ore 19.05) e andata in onda originariamente negli USA nel 2003. In fondo sono quesiti che esamina di costante l’intera serie: la morte, la sua vicinanza, l’esservi costantemente dinanzi dovrebbe dare una prospettiva più lucida di fronte a queste domande. Vengono affrontate in questo caso attraverso più storie.

La vittima, la defunta della puntata, Callie Renee Mortimer, è una giovane donna. Gli amici hanno finto di seguirla fischiandole dietro pronti ad aggredirla. Per scherzo. Lei non lo ha capito. Ho temuto di essere sul punto di esserlo sul serio. È finita in mezzo alla strada ed è stata investita. All’elogio funebre uno degli amici dice che fingevano, they were “pretending”, facevano finta. Ebbene, fare finta è la morte, porta alla morte.
Questo concetto poi lo esprime Olivier (Peter Macdissi), l’insegnante di arte di Claire (Lauren Ambrose). Invita gli studenti ad essere autentici, a portare se stessi nell’opera, a non cercare di far piacere a nessuno. Di essere perfino sfrontati in questo. Gli altri cercano solo di fotterti (parole sue). Tutta la lezione può essere intesa come un commento metatestuale alla puntata e alla scrittura.
Nate (Peter Krause) cerca di accontentare Lisa (Lili Taylor) e preservare l’immagine di un matrimonio felice, ma in realtà è infelice, disperato perché falso. Riesce a essere vero come persona dove è naturale, non forzato, dove abbraccia persone che soffrono e le consola senza parole: le familiari della defunta, sua moglie Lisa. Entrambe affrante per una perdita, entrambe consolate da una addolorato abbraccio che vive di un dolore altro, pieno in estensione, ma vuoto.
David (Micahel C. Hall) e Keith (Matthew St. Patrick) sono felici, sono pieni di vita e di energia quando cantano, urlano, strepitano, sono uomini uno sull’altro, sono se stessi.

Essere chi siamo è vita, energia, arte, creazione. Il falso, la maschera, sono insoddisfacenti croste che non interessano a nessuno. Dobbiamo avere il coraggio di mostrare chi siamo. Questo dice la puntata. E i personaggi riscoprono se stessi: David, timoroso di mostrarsi come parte di una coppia gay in pubblico, finisce per cantare a squarciagola in camera da letto, con Keith; Claire rifiuta una relazione aperta con il musicista con cui andava a letto; Ruth (Frances Conroy) rubacchia nei supermercati; Nate, insoddisfatto, presta la spalla alla moglie che decide di lasciare il lavoro.

L’episodio, in inglese intitolato “The Eye Inside”, ma noto anche come “Another Voice” (Un’altra Voce), ha alcuni dettagli domestici inusuali per un drama: David e Keith che trovano una coda in macchina e hanno un microscopico screzio di fine giornata; Ruth e Bettina (Kathy Bates) che si confidano l’un l’altra ad inizio puntata; Claire che non vuole far mangiare al suo ragazzo una waffle perché dice che è vecchia. Si tratta di microdettagli molto reali, di una quotidianità quasi banale, molto crudi. E quasi tangenziali rispetto alla narrazione. Nate che si masturba in macchina prima di rientrare a casa, Federico (Freddy Rodriguez) che dice a Nate che il primo anno di matrimonio è il più duro… Sono scene “minori”, ma sono quelle che “lavorano ai fianchi” e sottilmente ammaccano l’armatura della puntata, rendendola vissuta, usata.

Federico ammira Nate per essere riuscito a consolare una cliente: lui al contrarioè  bravo con i cadaveri, ma non sa come comportarsi con i vivi. Attraverso il suo personaggio si tratteggia anche un altro tema tipico della serie: il lavoro – la vita, come si inter-relazionano, condizionano, spiegano l’un l’altro.


lunedì 17 gennaio 2011

GOLDEN GLOBES 2011: i vincitori



Ieri notte (in Italia li ha mandati in onda in diretta alle 2 del mattino SkyUno, canale 109) sono stati consegnati i prestigiosi Golden Globe, ovvero i premi della Hollywood Foreign Press, cioè la stampa straniera presente da Hollywood. Questa 68esima edizione è stata presentata da un Ricky Gervais succinto (mi aspettavo un monologo un po’ più corposo in apertura), ma decisamente al vetriolo.
Ecco di seguito i vincitori in campo televisivo:


Miglior serie (drama): Boardwalk Empire

Miglior serie (musical o commedia): Glee

Miglior miniserie o film per la TV: Carlos

Miglior attore (drama): Steve Buscemi, Boardwalk Empire

Miglior attrice (drama): Katey Sagal, Sons of Anarchy

Miglior attore (musical o commedia): Jim Parsons, The Big Bang Theory

Miglior attrice (musical o commedia): Laura Linney, The Big C

Miglior attore (miniserie o film per la TV): You don’t know Jack

Miglior attrice (miniserie o film per la TV): Claire Danes, Temple Grandin

Miglior attore non protagonista (serie, miniserie o film per la TV): Chris Colfer, Glee

Miglior attrice non protagonista (serie, miniserie o film per la TV): Jane Lynch, Glee


In campo di cinema hanno vinto: The Social Network, che ha portato a casa la statuina per il miglior film drammatico e per la sceneggiatura di Aaron Sorkin, vecchia conoscenza televisiva (The West Wing, Sportsnight, Studio 60 on the Sunset Strip), per la regia (David Fincher), e per la colonna sonora (Trent Reznor e Atticus Ross); The Kids Are All Right, premiato come miglior commedia e miglior attrice in una commedia o musical, Annette Benning; Toy Story 3 (miglior film d’animazione); In a Better World (miglior film in lingua straniera); Colin Firth (miglior attore drammatico on The King’s Speech), Natalie Portman (miglior attrice drammatica in Black Swan), Paul Giaamatti (miglior attore in una commendia o musical in Barney’s Version); Christina Bale e Melissa Leo come miglior attori non protagonisti in The Fighter; “You Haven’t Seen the Last of Me” (miglior canzone originale in Burlesque).


domenica 16 gennaio 2011

NO RESERVATIONS: cibo e viaggi con Anthony Bourdain



Uno dei programmi in assoluto più ghiotti sul satellite è No Reservations con Anthony Bourdain, in onda ora con le repliche della prima stagione su Discovery Travel & Living (canale 406) dal 19 (ore 4.10 del mattino) e su RaiSat Gambero Rosso (canale 411). Si tratta di viaggi di un cuoco che ti trascina con sé in ogni parte del globo ad assaggiare vicariamente i piatti più tipici e particolari, ti contagia con una onnivora voracissima abbuffata di cultura culinaria, ti sazia di esperienze gustative senza freni, ti disseta con ampi bicchieroni di antropologia gastronomica e no. E’ appassionato, sfrenato, senza limiti. Con una buona dose di cinismo newyorkese come condimento e una dichiarata ostilità per i vegetariani. Bourdain è anche noto per il suo classico Kitchen Confidential, pubblicato anche in Italia con lo stesso titolo.  In quel testo, da cui è anche stata tratta una serie televisiva dallo stesso titolo fin’ora mai arrivata in Italia, partendo dalla sua iniziazione con una fatidica memorabile prima ostrica, passando attraverso la sua vita di sesso, droga e pentole & fornelli, Bourdain porta dietro le quinte delle cucine fra quelli che la rendono viva ogni giorno come professionisti: pirati e mercenari, ballerini e artigiani (non artisti, badate bene) del cibo. Un libro dove la CIA è il Culinary Institute of America e si scopre perché non magiare pesce il lunedì a New York, quanto sono importanti gli asciugamani asciutti e puliti, quali sono gli strumenti indispensabili in cucina, che rapporto avere con il proprio sous-chef, il gergo, le parolacce (un inventario)… Non una guida gastronomica, non un ricettario, ma una biografia e un exposé. Un libro che porta in trincea, dove le ferite e le bruciature (non solo fisiche) si fanno dietro a un fornello. E cibo, cibo ancora cibo: il corpo non è un tempio, è un parco giochi. Lo stesso spirito, forse solo un po’ più “messo in riga” dal piccolo schermo, e lo stesso insaziabile entusiasmo si ritrovano in questi diari visuali. Qui quel suo bagaglio di vita viene messo a frutto in inimitabili e accurate visite guidate di cui si vuole ancora e ancora. Da non perdere.

sabato 15 gennaio 2011

OFF THE MAP: medici senza camicie



Invece di chiamarli Medici Senza Frontiere, il New York Times ha scherzato chiamandoli Medici Senza Camicie: Off the Map, il telefilm che ha appena debuttato sull’americana ABC, è dopotutto prodotto da Shonda Rhimes, la nota autrice di Grey’s Anatomy, ed è ideato da una delle sceneggiatrici di quest’ultima serie, Jenna Bans. Ma Off the Map Grey’s Anatomy non è, nemmeno in quell’aspetto, anche se un po’ di fanservice indubbiamente c’è. Magari per loro. Ne esce una serie sciacquetta, insipida e finta.

Siamo da qualche parte nel sud dell’America – l’ambientazione è volutamente vaga, ma le riprese, mozzafiato, sono fatte alle Hawaii – e nel mezzo della giungla alcuni medici americani lavorano nella clinica Cruz de Sur a Ciudad de las Estrellas. Il pilot si apre come tre dei personaggi principali che osservano semi divertiti, quasi fosse un gioco, alcune persone che rischiano di affogare per essere state sbalzate fuori da un gommone, prima di buttarsi ad aiutarli. Vorrebbe essere vagamente umoristico, ma ne esce sbruffone e basta. Sono il dottor Ben Keeton (Martin Henderson), il fondatore dell’avamposto medico, il dottor Otis Cole (Jason George, Sunset Beach, Eastwick) e la dottoressa il cui nome, Zitajalehrena Alvarez, risulta impronunciabile un po’ per tutti per cui finiscono per chiamarla "Zee". È l’unica non americana e l’unica a guardare con un po’ di sufficienza l’ennesimo americano arrivato a salvare il mondo.


Le vicende partono con l’arrivo alla clinica di altri tre giovani che cercano qui un nuovo inizio, lasciandosi ciascuno una dolorosa vicenda alle spalle: Lily Brenner (Caroline Dhavernas, Wanderfalls) che ha perso il fidanzato; Tommy (Zach Gilford, Friday Night Lights) un chirurgo plastico che dice di aver perso la sua famiglia per orgoglio; e Mina (Mamie Gummer), che per eccessiva stanchezza dovuta a superlavoro non si è accorta di una “zebra della medicina”, un caso di meningite batterica che lei ha scambiato per comune influenza, con la conseguenza che un bambino è morto e lei si è vista sbattere fuori dal suo corso di specializzazione. Le condizioni in cui lavoreranno, vengono subito informati, non sono ideali: si è nel Terzo Mondo ed è come trovarsi negli anni ’50, bisogna usare il cervello e l’istinto, e il più delle volte non ci sono farmaci perché dipendono dalle donazioni: Ben tira un pugno a un paziente che si è infilato la coda di un enorme pesce in un piede, come forma di distrazione e anestesia; sempre Ben, in mancanza di fluidi, pianta tutto nel bel mezzo di un’operazione per arrampicarsi su una palma e prendere delle noci di cocco il cui latte viene poi utilizzato per una trasfusione, come si faceva durante la Seconda Guerra Mondiale, informa; un inalatore per l’asma lo ha portato da casa Mina, e come pagamento si vede portare dalla riconoscente paziente una gallina…

Sono subito buttati nella mischia: salvare e operare un turista americano che si è impigliato sul cavo di una funivia (Lily); convincere un padre a non rifiutare i farmaci per i familiari che stanno morendo di tubercolosi (Tommy), anche grazie alla mediazione di un ragazzo, Charlie (Jonathan Castellanos) che si adopera come traduttore; aiutare una donna asmatica (Mina)… Ho apprezzato che, nel pilot, le vicende più d’azione siano state date a una donna e quelle più di famiglia a un uomo: penso che in passato difficilmente sarebbe accaduto. Le storie però sono come tante, non troppo ben scritte, nemmeno nel dialogo, e i personaggi sono sufficientemente piatti e anonimi. Tutto suona finto, forzato, messo lì ad hoc. Anche lì dove gli elementi ci sarebbero  - vedi la storia del turista che vuole spargere le ceneri della moglie in un lago che sembra accendersi di luci, sempre nel pilot - alla fine mancano la poesia e l’ispirazione.

E la questione linguistica è molto irritante. Il tema della incomunicabilità per il fatto di parlare idiomi diversi e il riuscire a superarla pur non avendo la competenza linguistica necessaria è stato un tema ricorrente anche in Grey’s Anatomy, e con la società multi-culturale americana è un tema che viene affrontato anche troppo poco, ma un conto è Seattle, dove aspettarsi che la gente parli inglese è anche ragionevole. In un Paese in cui la lingua principale è lo spagnolo mostrare irritazione per il fatto di non venire capiti è ignorante e immaginare che una dottoressa che tanto ha studiato e che decide di andare all’estero non abbia nemmeno il buon senso di chiedere a qualcuno come si dice in spagnolo “casa”, una parola che continua a ripetere alla paziente che vuol dimettere, è risibile e alla fine indisponente. La richiesta implicita sembra essere quella di chiederci di identificarci con la frustrazione di questi giovani, e non ci si riesce. Potrebbe essere l’occasione invece di affrontare il problema degli americani che si aspettano che gli altri parlino la loro lingua e che non fanno alcuno sforzo per imparare quella degli altri, ma non è questo che si sta facendo. Apprezzo che provino ad ambientare un telefilm in una parte del mondo diversa dagli Stati Uniti, cosa tradizionalmente molto rischiosa e di scarso successo, oltreoceano. Vorrei però che la ABC avesse deciso di ammortizzare i costi delle strutture impiantate alle Hawaii per girare Lost, con telefilm con una maggiore personalità del dimenticabile Off the Map.


venerdì 14 gennaio 2011

GLEE: un successo in salsa musical



Glee (Italia1, dal 10 gennaio) è uscito dalla penna di Ryan Murphy, che ci ha portato Nip/Tuck e Popular, e lo si potrebbe descrivere come un High School Musical con più humor, più cervello e più problemi esistenziali. È un musical, è un dramma, è una commedia.

Un gruppo di ragazzi di liceo, per la maggior parte impopolari, fondano un club canoro per esibirsi in numeri musicali. Ci sono Quinn (Dianna Agron), la cheerleader caduta dal piedistallo perché rimasta incinta; Rachel (Lea Michele) che ha le stelle del successo negli occhi da quando è nata; Finn (Cory Monteith) che è un giocatore di football che ha tanta passione per il canto da superare le prese in giro dei compagni; Artie (Kevin McHale) che è sulla sedia a rotelle; Kurt (Chris Colfer), un ragazzo gay che vive solo con il padre dopo la scomparsa della madre; Mercedes (Amber Riley), che è abbondante di peso, ma altrettanto abbondante nella sua magnifica voce nera; Puck (Mark Salling), un piacente teppistello; Tina (Jenna Ushkowitz), l’orientale con la balbuzie, Santana (Naya Rivera), Brittany (Heather Morris)...

A stimolarli e guidarli è Will Schuester detto Mr. Shue (Matthew Morrison), un insegnante di liceo, sottopagato e scoraggiato, che è tentato di lasciare il lavoro che sente come una vocazione per trovare qualcosa di più redditizio, ma che alla fine entusiasmato dall’idea decide di rimanere e cerca di motivare i propri studenti e a far loro trovare gioia nella vita attraverso questa attività. “Glee” in inglese significa proprio gioia e i “glee club” sono compagnie di canto corale. Sul lato familiare Will ha una moglie (interpretata da Jessalyn Gilsig) con cui apparentemente, ma solo apparentemente, fila tutto liscio. Fanno quello che socialmente è richiesto, ma non c’è cuore. Mentre a scuola una timida consulente, Emma (Jayma Mays, Ugly Betty) è genuinamente innamorata di lui. Nei ragazzi c’è la passione, ma lo humor arriva dagli insegnanti, dal preside, e dalla magnificamente coriacea allenatrice delle cheerleader Sue (una fantastica Jane Lynch, The L Word, Party Down). La serie usa i cliché magari, ma lo fa con la piccola consapevolezza che lo diventano per un motivo e che ci sono persone dietro quei cliché. Arguto e dolce, amaro e ottimista. Intimamente è una classica storia di riscatto dei “perdenti” (dei “loser”, indicati con la lettera elle fatta con indice e pollice, come è comune in America). Un grande successo pieno di numeri musicali.

giovedì 13 gennaio 2011

SOAP OPERA SPIRIT AWARDS 2011: le nomination


Per la quarta volta, TV GUIDE CANADA, molto attenta alle soap opera, consegnerà i suoi Soap Opera Spirit Awards, premi puramente simbolici che vogliono premiare almeno con la lode quello che i redattori del giornale ritengono essere il meglio del genere. I vincitori verranno annunciati il 7 marzo. Intanto, ci sono le nomination, relative al periodo che va dal primo gennaio 2010 al 31 dicembre 2010.

La novità è che quest’anno sono stati presi in considerazione anche i web serial. Quelli che, in differenti categorie, hanno ricevuto una menzione sono:  Steamboat, umoristica parodia del genere soap, Venice, la “soap lesbica” di Crystal Chappell, The Bay, una sorta di Dynasty che segue le vicende di una giovane dedita alla vita mondana, The Cell, su un uomo che si ritrova in una cella, ma non è in prigione e non è solo, e Gotham, il progetto di Martha Byrne.

Le principali nominations le trovate sotto:


MIGLIOR SOAP OPERA
Beautiful
General Hospital
Una vita da vivere
Steamboat
Venice
Febbre d’amore

MIGLIOR CAPO SCENEGGIATORE
Bradley Bell, Beautiful
Bob Guza, General Hospital
Ron Carlivati, Una vita da vivere
Michael O’Leary, Steamboat
Crystal Chappell, Venice

MIGLIOR SCENEGGIATURA DI COPIONE E DI BREAKDOWN
Beautiful
Il tempo della nostra vita
General Hospital
Una vita da vivere
Venice

MIGLIOR REGIA
The Bay
Beautiful
General Hospital
Una vita da vivere
Venice
Febbre d’amore

MIGLIOR ENSEMBLE
General Hospital
Una vita da vivere
Steamboat
Venice
Febbre d’amore

MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA
Debbi Morgan (Angie, AMC)
Laura Wright (Carly, GH)
Florencia Lozano (Téa, OLTL)
Crystal Chappell (Gina, Venice)
Michelle Stafford (Phyllis, Y&R)
Melody Thomas Scott (Nikki, Y&R)

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA
James Scott (EJ, DAYS)
Maurice Benard (Sonny, GH)
Trevor St. John (Todd, OLTL)
Jerry verDorn (Clint, OLTL)
Eric Braeden (Victor, Y&R)
Michael Muhney (Adam, Y&R)

MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA
Kathryn Hays (Kim, ATWT)
Jane Elliott (Tracy, GH)
Nancy Lee Grahn (Alexis, GH)
Kimberly McCullough (Robin, GH)
Hillary B. Smith (Guya, Venice)
Stacy Haiduk (ex-Patty, Y&R)
Elizabeth Hendrickson (Chloe, Y&R)

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA
Jon Hensley (Holden, ATWT)
Eric Martsolf (Brady, DAYS)
Jonathan Jackson (Lucky, GH)
Jason Thompson (Patrick, GH)
Dominic Zamprogna (Dante, GH)
Jordan Clarke (The Colonel, Venice)

Tutte le altre nomination, per un totale di 20 categorie, le trovate qui.
Altri riconoscimenti sono:

L’IRNA PHILLIPS SPIRIT AWARD PER IL MIGLIOR CONTRIBUTO ALLA FORMA D’ARTE SERIALE
Agnes Nixon

IL VANGUARD AWARD
Bradley Bell, Beautiful

IL  DOUGLAS MARLAND MEMORIAL AWARD
Helen Wagner, Così gira il mondo
Jacqueline Courtney, Destini / Una vita da vivere


mercoledì 12 gennaio 2011

HARPER'S ISLAND: incapace di creare la giusta suspense



In Harper’s Island, telefilm in 13 puntate ideato da Ari Schlossberg in onda su Fox dal 14 gennaio (ore 21.00), una giovane coppia, Henry Dunn (Christopher Gorham) e Trish Welllington (Katie Cassidy) decidono di sposarsi e raccolgono su un’isola tutti i parenti e gli amici per la cerimonia e la festa. Peccato che su quell’isola anni prima fosse stata assassinata la madre di Abby Mills (Elaine Cassidy), amica dello sposo. A uno a uno, gli invitati cominciano a morire e passato e presente sembrano intrecciarsi. Una premessa originale di una serie horror (che già son rare) è stata rovinata da una regia priva di immaginazione e banale, incapace di creare la giusta suspense, e da una sceneggiatura che ha introdotto troppi personaggi in un colpo solo senza ben delinearli e che non ha saputo far sì che ci importasse qualcosa se vivevano o morivano.

lunedì 10 gennaio 2011

KEITH OLBERMANN: basta con la retorica della violenza



Lo scorso 8 gennaio una deputata americana democratica dell’Arizona, Gabrielle Giffords, ha subito un attentato da un uomo, Jared Lee Loughner, che ha sparato contro di lei, ferendola alla testa, e ha ucciso 6 delle 19 persone coinvolte. Le reazioni a un simile tragico evento sono state immediate da più parti. Keith Olbermann, conduttore di Countdown, sulla MSNBC, ha dedicato all’evento un commento speciale che si può vedere sopra. La trascrizione del discorso, in originale, si può trovare qui, mentre sotto c’è la mia traduzione. Lo condivido nei contenuti, che sono stati riescheggiati con altre parole da più parti in questi giorni, e me ne piace la solida struttura retorica.

“Finalmente stasera, come promesso, un Commento Speciale sul tentato omicidio della deputata Gabrielle Giffords dell’Arizona. Dobbiamo mettere giù le armi. Cosa altrettanto importante dobbiamo mettere via, e in modo permanente, le metafore delle armi. La sinistra, la destra, il centro – i politici e i cittadini – sani e pazzi. Questa mattina in Arizona, l’epoca in cui questo Paese è disposto ad accettare il “prendere di mira” gli oppositori politici e mettere bersagli sui loro volti e l’epoca del pericoloso confondersi fra raduni politici e show di armi, è terminata. Questa mattina in Arizona, quest’epoca di invocazione della violenza, che si intensifica costantemente fino quasi a diventare estatica, nei fatti o nella fantasia del nostro dibattito politico, si è chiusa. È essenziale, questa sera, non richiedere vendetta, ma domandare giustizia; insistere non sulla ritorsione contro quei politici e commentatori che ci hanno così irresponsabilmente portato a questo tempo di terrorismo domestico, ma a lavorare per cambiare le loro  menti e quelle dei loro sostenitori – o se quelle menti questa sera sono troppo chiuse, o quelle menti questa sera sono state troppo poco toccate, o se quelle menti questa sera sono troppo trionfanti, di assicurarci attraverso mezzi pacifici che quei politici e commentatori e sostenitori non abbiamo più spazio nel nostro sistema di governo.

Se Sarah Palin, il cui sito web ha messo e ha oggi sfregato via i bersagli su 20 rappresentati del Congresso compresa Gabby Gifford, non ripudia la sua parte nell’amplificare la violenza e le immagini violente nella politica, deve essere dimessa dalla politica – deve venire ripudiata dai membri del suo stesso partito, e se mancano di farlo, ciascuno di loro deve essere giudicato per aver silenziosamente difeso questa tattica che oggi si è rivelata così terribilmente predittiva, e devono a loro volta essere dimessi dai membri responsabili del loro stesso partito.
Se Jesse Kelly, la cui campagna contro la parlamentare Giffords ha incluso un evento in cui lui incoraggiava i suoi sostenitori a unirsi a lui nell’usare i mitra, non lo ripudia, e non ammette che anche se è stato solo indirettamente, o solo coincidentalmente, ha contribuito alla nube nera di violenza che ha avviluppato la nostra politica, deve venire ripudiato dal partito repubblicano dell’Arizona.
Se il parlamentare Allen West, che durante la sua vincente campagna ha detto ai suoi sostenitori che avrebbero dovuto rendere il suo oppositore timoroso di uscire di casa, non ripudia quelle osservazioni e tutti gli altri suggerimenti di violenza e forzata paura, dovrebbe venir ripudiato dai suoi elettori e dalla dirigenza repubblicana del Congresso.
Se Sharon Angle, che ha parlato di “Soluzioni del Secondo Emendamento”, non ripudia quell’osservazione e spinge i suoi sostenitori a ripensare alla terribile realtà di quello che implicavano le sue parole, deve essere ripudiata dai suoi sostenitori in Nevada.
Se i leader del Tea Party che hanno preso fuori contesto una citazione di Jefferson sul sangue e la tirannia e l’albero della libertà non capiscono – non capiscono stasera, ora, che cosa questo veramente significa, e quei leader non dicono a coloro che li seguono di aborrire la violenza e tutte le minacce di violenza, allora quei leader del Tea Party devono essere ripudiati dal partito repubblicano.
Se Glenn Beck, che è lì a ossessionare quasi tanto stranamente come ha fatto il signor Loughner sull’oro e sul debito e che ha nostalgicamente scherzato riguardo all’uccidere Michael Moore, e Bill O’Reilly, che ha allegramente ripetuto “Tiller the Killer” finché la frase non si è impressa a fuoco nelle menti dei suoi spettatori, non cominciano le loro prossime trasmissioni con scuse solenni per essersi rivolti alle fantasie di morte e ai sogni di bagni di sangue, per aver fornito ossigeno a coloro che sono nel pieno della follia e per cui la violenza è una soluzione accettabile, allora quei commentatori e gli altri devono venir ripudiati dai loro spettatori, e da tutti i politici, e dagli sponsor e dai network che li impiegano.
E se quelli di noi che si considerano “a sinistra” pure non rinnovano il proprio impegno a essere vigili nell’eliminare tutti i nostri suggerimenti alla violenza – per quanto inavvertiti possano essere stati – allora anche noi meritiamo di venire ripudiati dai più sobri e pacifici fra i nostri politici e i nostri spettatori e i nostri network.

Qui, una volta, con una maldestra metafora, ho fatto una simile dichiarazione non intenzionale riguardo alla candidatura dell’allora-senatore Clinton. Suonava come se fosse una chiamata alla violenza fisica. È stato sbagliato, allora. È ancora più sbagliato questa sera. Mi scuso di nuovo per averlo fatto, e esorto i politici e i commentatori e i cittadini di ogni convinzione politica a usare il mio commento come mezzo per riconoscere l’insidiosità del linguaggio figurativo violento, che se può scivolare così facilmente nei commenti di uno tanto opposto alla violenza quanto me, quanto facilmente, quanto pervasivamente, quanto disastrosamente può scivolare in una mente già violenta o squilibrata?
Perché questa sera ci troviamo ad una degli incroci cliché della storia americana. Anche se il presunto terrorista Jared Lee Loughner stava semplicemente sparando nella folla politica perché voleva sparare in una folla politica, anche se fosse stato in qualche modo inconsapevole di chi c’era nella folla, nondimeno ci siamo costruiti per anni un momento come questo.
Supponiamo che i dettagli siano una coincidenza. La violenza non lo è. La retorica è degenerata ed è caduta al di là del brutto e al di là del minaccioso e al di là degli scenari di fantasia e fino al territorio dell’omicidio imminente.
Non torneremo agli anni 50 dell’Ottocento, quando un parlamentare a favore della schiavitù ha pestato a morte un senatore contrario alla schiavitù; quando un folle antischiavista ha tagliato a morte con una spada i sostenitori della schiavitù.
Non torneremo agli anni ’60, quando con la razionalizzazione di un insano desiderio di fama, o di odio, o di opposizione politica, un Presidente è stato assassinato e un ultra-conservatore che sarebbe diventato presidente è stato paralizzato, e un leader della pace è stato assassinato su una balconata.
Non lo faremo.
Perché questa sera, quello che la signora Palin e quello che il signor Kelly, e quello che il deputato West, e quello che la signora Angle, e quello che il signor Beck, e quello che il signor O’Reillly, e quello che voi e io dobbiamo capire, è che l’uomo che ha sparato oggi non ha sparato a una deputata democratica e ai suoi sostenitori.
Non era solo un folle incitato da migliaia di tentazioni quotidiane da uomini leggermente meno folli a fare cose che razionalmente non condonerebbero.
Ha sparato oggi alla nostra libertà e ai nostri diritti di vivere e di essere d’accordo o di essere in disaccordo in sicurezza e in libertà dalla paura che il nostro sostegno o opposizione ci costino la nostra vita e la nostra salute e il nostro senso di sicurezza. Il bersaglio potrebbe benissimo essere stato sulla migliora Palin, o sul signor Kelly, o su di voi, o me. Lo sbaglio, l’orrore, sarebbe stato – potrebbe ancora essere - altrettanto reale e altrettanto inaccettabile.
In un momento di tale urgenza e impatto, noi come americani – conservatori o liberal – dovremmo versare i nostri cuori e le nostre anime nella politica. Non dovremmo mai – nessuno di noi, non Gabby Giffords e nessun conservatore – dover versare il nostro sangue. E ogni politico e commentatore che accenna a qualcosa di diverso, o peggio sta ora zitto, non dovrebbe avere spazio nel nostro sistema politico, e gli dovrebbe venir negato quello spazio, non con la violenza, ma venendo evitato e ignorato.
È un impegno, è dritto al punto, ed è essenziale che ogni politico americano e commentatore e attivista e partigiano lo prenda e lo prenda ora, lo dico io per primo, e liberamente: la Violenza, o la minaccia di violenza, non ha spazio nella nostra Democrazia, e mi scuso e ripudio ogni atto e ogni cosa nel mio passato che possa anche inavvertitamente incoraggiato la violenza. Perché per qualunque altra cosa ciascuno di noi possa essere, siamo tutti americani.”

domenica 9 gennaio 2011

TELL ME YOU LOVE ME: amore-relazioni-sesso



Dall’11 gennaio arriva su FX Tell me you love me, sottotitolato in italiano “Il sesso. La vita”, una serie che è durata una sola stagione e che personalmente amo molto. Quello che epidermicamente incuriosisce e intorno a cui è stato fatto tutto il can can sono le scene di sesso, molto esplicite. “Lo faranno davvero?” tanti si sono chiesti. No, è la risposta, non lo fanno davvero. E il motivo per guardare la serie, davvero, non è quello: si cerca forse il sesso, quello che si trova è un piccolo gioiellino inteso ad indagare la vita di coppia. Bello davvero. È vero, ci sono parecchie scene di sesso MOLTO esplicite, ma non sono volgari e sono appropriate. Mi sembra che il nucleo della serie sia esplorare il rapporto amore-relazione-sesso. Questi tre elementi si attorcigliano l’un l’altro come fili per crearne uno unico. Come si condizionano e come si riavvolgono l’uno sull’altro e si fondono sono ciò che è in primissimo piano.

Ci sono tre coppie, più una, potremmo dire. Jamie (Michelle Borth) e Hugo (Luke Kirby) sono due giovani fidanzati, prossimi al matrimonio alle prese con il quesito della fedeltà a lungo termine e del suo senso. Carolyn (Sonya Walzer, Lost) e Palek (Adam Scott, Party Down) dono due trentenni che cercano invano da molto di avere dei figli. Dave (Tim DeKay) e Katie (Ally Walker, Profiler; Santa Barbara) sono una coppia sulla quarantina, sposata da tanti anni. Hanno dei figli, si amano molto, ma non fanno più sesso da molto tempo. Le loro storie sono in primo piano. Accanto a loro anche una terapeuta da cui alcuni dei personaggi (non tutti, almeno con il pilot) si fanno seguire. Anche della dottoressa May Foster (Jane Alexander, 68 anni, nominata all’Oscar più volte) viene mostrata la vita personale. È anziana (dettaglio che mi è piaciuto molto, perché è molto raro veder ritratte persone di quest’età, e tanto più come sessualmente attive) e con una vita personale felice accanto al marito Arthur (David Selby, 66 anni). Trasversale l’età: dai 20 ai 70. C’è uno sguardo in questo modo a diverse “fasi” della vita, anche.

Lo stile di narrazione è molto intimo (sia nel racconto, che nella regia). Intimità è la parola chiave, ciò a cui aspira la serie: nelle inquadrature, nel focalizzarsi molto sui personaggi protagonisti tralasciando gli altri a un ruolo marginale ed essenziale, nell'andare ai momenti che costruiscono intimità, tralasciando il resto. Il sesso è una delle componenti. È quasi come se ci fosse una sorta di elisione di tutto ciò che non è intimo. A un certo punto, due dei protagonisti si parlano al telefono. Il fatto che sono al lavoro, il fatto che la chiamata costituisce un’interruzione di quello che stanno facendo e che prende magari solo qualche minuto della loro giornata si capisce da come la scena vene strutturata, ma tutto è focalizzato su quell’intenso minuto, sul quel momento a parte, a latere della vita vissuta davanti a tutti, un momento che è intenso e privato e importante, e appunto intimo. “Siamo testimoni di silenzi che mettono a disagio, sguardi evitati, brandelli di conversazioni, documentati con una telecamera a mano che ha solo l’effetto di incrementare la sensazione voyeuristica delle cose”, scrive  Rick Porter. Il New Yorker (Sept 3 & 10, 2007) fa in proposito questa interessante osservazione: “Quello che è diverso in “Tell Me” è che si ferma dopo il momento in cui gli altri vanno in dissolvenza – cioè, nelle scene dove la tradizionale conclusione sarebbe una dissolvenza che lascia intendere il sesso, le telecamere continuano a girare, ed eccoci qui, improvvisamente in territorio vergine, per così dire, a guardare coppie di finzione che vanno fino in fondo”. È un programma che denuda anima e corpo, come è stato scherzosamente detto, recitato molto bene, ma ancor prima ben scritto da Cynthia Mort, l’ideatrice/produttrice esecutiva. E la critica è unanime nel dire che la serie migliora a mano a mane che si procede con le puntate, anche se io l’ho trovato invece coerente nella sua consistenza.

In un certo senso è una sorta di anti-Nip/Tuck. Lì le cose sono gridate e sbattute in faccia, qui sussurrate e conservate al riparo di sguardi indiscreti. Penso a una storia presente in entrambe le serie: alla figlia dei protagonisti arrivano le mestruazioni molto presto, quando è molto giovane. In Nip/Tuck questo diventa una occasione quasi sociale, l’occasione di una festicciola perfino. In TMULM c’è la bimba che va sulla soglia della camera dei genitori e al padre, che si alza per chiederle di che cosa ha bisogno, la bimba chiede che sia la madre ad occuparsi di lei e lei dice quasi sottovoce che le è arrivato il ciclo. Carolyn e Palek vanno dalla terapeuta. Chiudete la porta, si affretta a dire lei. Sono conversazioni che si fanno dietro una porta chiusa.

Per quello che ne capisco io anche la rappresentazione della psicologa è genericamente ben fatta. Sicuramente è mostrata come una persona competente che sa svolgere il proprio lavoro, anche se non è un tecnico a rappresentarla, e si vede. Ci sono diversi “errori di scrittura”  rispetto a quello che sarebbe professionalmente adeguato per uno psicologo. Faccio qualche esempio. È capitato che la dottoressa Foster abbia chiesto: “Come è andata?”: non si dovrebbe porre una domanda nei termini di successo o insuccesso. Quando ha chiesto a uno dei protagonisti l’età in cui ha avuto il primo rapporto sessuale, ha di rimando commentato che la persona in questione era giovane: non si dovrebbero dare giudizi di valore. Appropriatamente nel suo ruolo assegna ai suoi clienti dei “compiti per casa”. Diversamente da come ha fatto però non si danno compiti al negativo (non fare questo) come lei invece ha fatto, ma si danno compiti postivi (fai questo). Non avrebbe dovuto dire, come le è capitato di fare, un generico ‘vedrai che le cose andranno meglio di come pensi’, come accade nella seconda puntata, ad esempio. Non serve e non si può dire (magari poi le cose vanno peggio). Bisognerebbe semmai stabilire prima che cosa ci si aspetta, altrimenti è troppo vago e non si possono promettere cose che non si possono anticipare. Tell Me You Love Me ignora tutto ciò, e in questo senso non è ben scritto dal punto di vista psicologico-tecnico, ma sono elementi di cui solo un professionista si accorgerebbe, non un profano.

Durante tutto il corso della serie (10 puntate) i personaggi delle diverse coppie non si incrociano praticamente mai, se non in una manciata di occasioni, e in modo casule o quasi. Questo ha un effetto molto specifico. In primo luogo rende tutto molto “reale”, nel senso che come per la maggior parte delle persone che incrociamo nella vita, queste ci sono estranee, e hanno inevitabilmente una loro vita intima che ci è invece nascosta. Un altro effetto è che elementi di per sé insignificanti, come due persone che si incrociano, possono nella vita di una persona avere comunque una valenza “intima”, interiore, importante. Nell’ultima puntata Katie è al tavolo di un ristorante, insieme al marito e a un amico. Il ristornante è quello in cui lavora Jamie. Hugo è andato a trovarla per pranzo. Quando Hugo entra nel locale, Katie lo guarda ed è evidente, anche se non è esplicitato, che pensa a qualcosa (un qualcosa di indefinito che siamo noi eventualmente a ricostruire nel suo significato). Quello stesso sguardo verso, poi, la coppia è anche oggetto di conversazione per Jamie e Hugo ed è importante nel modo in cui in quel momento costruiscono la loro nuova fase del rapporto. Sono accadimenti praticamente insignificanti, irrilevanti, eppure di una pregnanza molto potente e intima. Un altro effetto è quello di far saltare agli occhi come il comportamento apparentemente sproporzionato agli eventi in determinate situazioni è giustificato da quello che le persone sono in quello momento nel loro complesso, non solo dall’evento in sé asetticamente considerato. Palek e Dave, sempre nell’ultima puntata, si scontrano per una fornitura che Palek doveva ricevere di cui non è soddisfatto. C’è un vero scontro fra i due. Volano insulti anche, ed è evidente che c’è una tensione in ciò che avviene che non è completamente giustificata dagli eventi specificatamente lavorativi. Abbiamo appena visto, e a lungo, che cosa accade nelle rispettive vite dei due uomini. Questo incrocio di vite ha il sapore quasi di una digressione e un po’ il senso degli accadimenti privati ne viene amplificato.

L’American Film Institute ha incluso Tell Me You Love Me fra i suoi 10 migliori programmi del 2007.