mercoledì 30 novembre 2011

GINNASTE: ragazze come tante che lavorano sodo


Mi è piaciuto sin dalla sua concezione il docu-reality di MTV Ginnaste – vite parallele (alle ore 15.00 e alle ore 19.00 e con una puntata speciale il venerdì sera alle 21.00, in più online su www.mtv.it/ondemand) che racconta di alcune ragazze adolescenti che fanno parte della nazionale italiana di ginnastica artistica che prima si preparavano in vista dei mondiali di Tokyo dello scorso ottobre e ora per le Olimpiadi di Londra del 2012 presso il Centro Tecnico Federale di Milano, dove vivono anche.
Realizzato in collaborazione con la Federazione Ginnastica d’Italia, mostra per una volta persone che lavorano sodo, con dedizione, sacrificio e impegno per realizzare degli obiettivi: si allenano sei ore al giorno, studiano e sono lontane dalle loro famiglie. Per Carlotta, Betta, Alessia, Giulia, Eleonora, Jessica e Sara i punti di riferimento sono l’allenatore Paolo, la psicologa, le amiche, quando devono superare la paura di non riuscire a fare un esercizio, quando soffrono di nostalgia, quando devono affrontare la riabilitazione per essersi rotte un braccio, devono gestire un ginocchio dolorante, andare a comparare i trucchi e imparare ad applicarli prima di una gara, controllano i post su Facebook, ricevono la notizia che hanno vinto il concorso dell’Esercito a cui avevano partecipato…
Sono modelli positivi, ma ragazze come tante, che condividono la palestra anche con dei ragazzi, che magari a volte fanno un po’ gli scemi, fra gli anelli e le parallele, il trampolino e le travi, e prendono scherzosamente in giro il loro allenatore Serghey che, straniero, se ne esce con frasi tipo “non chicchirate” al posto di “chiacchierate” o vi “ricorderate” di me. Questi comportamenti giustificano alcune osservazioni che vengono fatte dal programma con una voce fuori campo, un po’ risibili nel loro aspetto “etologico”, tipo “quando il gruppo dei maschi si ritrova insieme, è sempre gara di spavalderia e scatta immediatamente la prova di forza”. A quell’età le ragazze (sono tutte fra i 14 e i 10 anni) a volte sembrano bimbe, a volte donne. A vederle nel quotidiano si impara a conoscerle davvero, anche se vorrei che ci fosse una maggiore attenzione all’aspetto tecnico-sportivo. Ho seguito solo qualche puntata, ma di ginnastica artistica ne so quanto prima, quando penso che sarebbe bello che fosse un veicolo anche per trasmettere delle informazioni sulla disciplina sportiva.  

martedì 29 novembre 2011

DIRTY SOAP è andata avanti dignitosamente pur azzoppata


Dirty Soap ha terminato la prima stagione, dopo otto puntate al posto della annunciate sei. Alla fine ha coinvolto parecchio proprio perché protagonisti sono persone che per gli amanti del genere soap opera sono come di casa. E questo nonostante la serie sia stata “azzoppata” in corso di via dalla malattia di Kirsten Storm, che appare solo nelle prime quattro puntate, poi più niente. All’attrice, che è stata sostituita per alcuni mesi anche all’interno del cast di General Hospital di cui fa parte, è stata diagnosticata l’endometriosi, e dopo le iniziali puntate in cui era evidente che c’era qualcosa che non andava, hanno smesso semplicemente di mostrarla, cosa saggia, salvo farle un augurio di buona guarigione nell’ultima puntata (1.08), dicendo che non si sapeva nulla di nuovo.
A un certo punto  il programma ha rischiato di trovarsi in una situazione un po’ infelice, oltre che pensate, con Kirsten malata, Farah Fath che scopre possibili cellule cancerogene alla visita ginecologica e viene operata, e Kelly Monaco che fa fare un tour del set a una piccola paziente leucemica e incontra una sua vecchia amica che ha avuto lo stesso problema. Si è tenuto però un buon equilibrio e buon gusto nell’affrontare le questioni.
La struttura alla fine è uscita quasi episodica (la puntata in cui Kelly si rende conto che sta dimagrendo troppo, quella in cui decidono di fare il campeggio – “lavoro tutto l’anno per poi far finta di essere un senzatetto per una settimana?” protesta JP che non ne vuole sapere) con come storie continuate portanti quella di Brandon che deve fare i conti con la madre di Nadia che nonl o sopporta e di Farah che vuole sapere che direzione prende la storia fra lei e PJ. E mentre Galen e Jenna sono finiti molto in secondo piano, questi ultimi, che inizialmente non avevano fatto la migliore delle impressioni, ne sono usciti come una coppia davvero spassosa.    
Simpatica la titolazione delle puntate, che fa il verso scherzoso ai titoli delle soap: All My Family, As the Ex Returns, One Life To Give, Days of Our Mama Drama, The Cold and the Beautiful…

lunedì 28 novembre 2011

NO ORDINARY FAMILY, ma telefilm ordinario


I protagonisti di No Ordinary Family, che debutta oggi su Italia1 (ore 15.35), saranno anche una famiglia per nulla ordinaria, peccato che non si possa dire lo stesso del telefilm, partito con grandi speranze, anche per via dell’ottimo cast adulto, ma deludente già in partenza. È stato chiuso dopo 20 puntate.
Una sorta de Gli Incredibili in formato carne e ossa, i Powell acquistano dei superpoteri dopo un incidente aereo. Il marito Jim (Michael Chiklis, The Shield), che lavora nella polizia come disegnatore di identikit, acquista una grande forza e diventa quasi invulnerabile. La moglie Stephanie (Julie Benz, Dexter). che è una scienziata, diventa superveloce. Ai due figli  Daphne (Kay Panabaker) e JJ (Jimmy Bennett) si sviluppano improvvisamente il potere, rispettivamente, della telepatia e della superintelligenza. Sono archetipi – la madre oberata dal superlavoro, il padre deluso dalla sua inefficacia nella vita, la figlia adolescente che deve imparare a che fare i conti con le pressioni sociali, il ragazzino non troppo brillante  - dove i superpoteri costituiscono una visibile metafora di quello che accade nelle loro vite e dei desideri e delle paure della vita familiare contemporanea.   
Ideata da Greg Berlanti (Everwood, Brothers and Sisters) e Jon Harmon Feldman, la serie è priva di autentica originalità ed è estremamente semplicistica. Inoltre sebbene il messaggio di fondo sembri essere che la vera forza, il vero superpotere, sta nell’unità della famiglia, mi associo e faccio mia la critica di Julian C. Chambliss, professore di storia in Florida, che in un pregnante saggio per PopMatters denuncia il ricadere facilone in ruoli familiari e di genere tradizionali. 
Scrive Chambliss: “La trasformazione del padre da uomo senza poteri incapace di avere un effetto sia in casa che sul lavoro a eroe solitario che aggiusta i mali della società è il nucleo narrativo del primo episodio. Il pilot comincia con Jim Powell che ricorda quando la sua famiglia era unita, e in modo prevedibile traccia la sua riscoperta di sé una volta che manifesta la sua forza. (…) L’appagamento del desiderio delle spettatrici donne attraverso Stephanie Powell è sia incoraggiante che condiscendente. Gli sceneggiatori rimodellano i dibattiti di lunga data sugli effetti del lavoro sulla famiglia attraverso l’esperienza di Stephanie. Come per suo marito, i poteri di Stephanie Powell le permettono di soddisfare un ruolo familiare tradizionale. Lei lotta per bilanciare lavoro e famiglia e queste paure alimentano le sue preoccupazioni di essere una cattiva moglie e madre. Diventare super-veloce le permette di essere ancora una volta una figura materna tradizionale, continuando anche allo stesso tempo ad essere una donna che lavora. Dal momento che aveva già successo, il guadagno che ottiene dal ricevere i poteri è di portare in primo piano le preoccupazioni domestiche senza sacrificare la sua identità professionale. È letteralmente in grado di mantenere il suo impegnativo lavoro di ricercatrice scientifica e di correre a casa ad aiutare il figlio con i compiti di matematica. Può anche passare più tempo con suo marito, finire il lavoro presto a sufficienza da preparare la cena e organizzare una “serata romantica”. Il suo potere le permette di essere materna, risolvendo la tensione creata dalla pressione sociale per le donne di classe media di “fare tutto”.”   
Chambliss continua concentrandosi sui figli. Attraverso JJ, che di per sé vede la sua superintelligenza come il potere con meno risultati di tutti a livello di  efficacia, gi autori  “affrontano problemi relativi al successo [accademico] dei maschi bianchi adolescenti. La comune lamentela di “se solo si applicasse” si è modificata (…)” e in questo modo il suo personaggio “diventa emblematico delle preoccupazioni della classe media rispetto alle opportunità future”.  Per quanto riguarda invece Daphne, come per sua madre, il suo potere è legato al suo genere sessuale di appartenenza. “La capacità di leggere nella mente le permette di affrontare le preoccupazioni rispetto ai sentimenti del suo ragazzo riguardo al fatto che lei non vuole fare sesso. Come per sua madre, il potere di Daphne è una specie di appagamento del desiderio che supporta stereotipi di genere tradizionali.”  Attraverso i suoi poteri è in grado di scoprire che il suo ragazzo la tradisce “validando così la sua decisione a rimanere casta. Mentre i suoi poteri così come quelli di sua madre potrebbero avere un grande effetto sul mondo in senso ampio, l’applicazione è totalmente domestica (…)”.
Alla fine però, sebbene a tutti i membri della famiglia siano concessi dei superpoteri, non a tutti è concessa la possibilità di usarli nel mondo esterno. “Questo privilegio è riservato al padre”. A lui spetta l’avventura di combattere il crimine, di essere il fondamento eroico del programma, di “fare la differenza”.  Un telefilm completamente dimenticabile.

venerdì 25 novembre 2011

GIOVANI CAMPIONESSE nel campo della ginnastica artistica


Allenamenti alla sbarra, cavallina, corpo libero sono gli ingredienti di Make it or break it – giovani campionesse, che immagino Italia1(ore 16.50) abbia deciso di mandare in onda ora per cavalcare l’onda del reality di MTV “Ginnaste”. La serie, ideata da Holly Sorensen, non è molto sottile nella caratterizzazione dei personaggi, piuttosto stereotipati, ma è l’ambientazione ciò che rende inusuale la serie, proprio il mondo della ginnastica artistica.
Tre ragazze – Payson (Ayla Kell), Kaylie (Joisie Loren) e Lauren (Cassie Scerbo) -  si allenano da anni in una palestra in Colorado conosciuta come The Rock, per arrivare in nazionale. Duramente e con rinunce. In palestra arriva una nuova bravissima ragazza, Emily Kmetko (Chelsea Hobbs) che rischia di scalzare una del trio che si sente minacciata. Nella vita non ha nulla, e mentre gareggia ha anche un brutto incidente, ma nonostante tutto riesce a conquistarsi una posizione.
Parte delle storie si costruiscono sulla rivalità feroce che c’è fra le ginnaste, e sul ruolo dei genitori anche in questo, sui problemi economici (della squadra, della palestra, delle famiglie), sui problemi fisici per gli incidenti che capitano durante l’attività sportiva, sulle gare (la finale della prima stagione le vede contro la squadra cinese),  sulle questioni adolescenziali (i party, il ballo della scuola, i primi amori).

giovedì 24 novembre 2011

GLEE contro il gioco "palla avvelenata"


Da sempre il bullismo è un tema centrale di Glee. In questa terza stagione mi pare abbia un peso ancora maggiore, rappresentato nella sua gratuità, odiosità e potenzialità di fare del male. Non solo, mentre altrove è spesso il tema di una puntata e via, qui la costanza con cui è messo in atto è tale che la sensazione che mi rimane alla fine delle puntate è proprio quella di essere stata oggetto di bullismo da parte del programma. Non escludo sia voluto. Dopotutto è proprio il ripetersi senza sosta delle tante piccole vessazioni quotidiane che alla fine logora e spezza, più che non il singolo atto che nella sua singolarità può apparire anche abbastanza insignificante nelle sue conseguenze.
Il telefilm è sempre stato molto vocale  sulla necessità di opporsi a queste forme di abuso, e per questo va applaudito. Recentemente però non mi ha convinto la presa di posizione contro lo sport chiamato in originale dodgeball, e in italiano conosciuto come “palla avvelenata”, ma chiamato anche in altri modi – quando ero alle medie io, ad esempio, nella mia scuola si giocava sempre, e veniva chiamato “Guerra Mondiale”.
Nell’episodio “Mash off - La Guerra dei Glee Club” (3.06), i due club canori della scuola, le Nuove Direzioni e le Note Dolenti si scontrano violentemente a palla avvelenata. Alla fine Santana (Naya Rivera) colpisce il nuovo arrivato Rory (Damian McGinty) tanto da fargli sanguinare il naso. In seguito, quando devono annunciare il proprio programma per essere eletti presidenti degli studenti, Kurt (Chris Colfer) modifica la sua proposta iniziale, che aveva a che fare con il menù della mensa e l’obesità, in una che preveda l’abolizione del gioco palla avvelenata, usata appunto come forma di bullismo.
Mi rendo conto che questa è una questione che è stata sollevata altre volte nell’ambito della società americana, ed evidentemente ha un fondamento concreto, che non escludo abbia rilevanza anche nella nostra realtà italiana. Che il programma avesse cara la questione in partenza è lampante, a guardarsi indietro, dai promo (sotto) e dalle immagini immagini (sopra) usate per pubblicizzare la partenza della terza stagione, che usano proprio questo gioco in forma di bullismo. A me però, il modo in cui è stato trattato sembra tanto un modo sbagliato di affrontare e risolvere il problema.
Ho giocato sempre tanto a questo gioco, che mi ha sempre divertito molto, e mai l’ho visto usare come forma di bullismo, almeno non in modo in cui io me ne rendessi conto. Visto che però questo problema evidentemente c’è, non sarebbe forse meglio insegnare la correttezza piuttosto che proporre l’abolizione del gioco? Molte cose possono essere strumento di potenziale bullismo, tutto sta a come vengono utilizzate, chiaramente. Dove sono gli insegnanti, lì? Gli educatori? Non dovrebbero essere loro a monitorare quello che accade? Non sono loro i responsabili e non dovrebbero sia fare un po’ da “gendarmi” sia responsabilizzare i ragazzi? La lezione che danno mi pare davvero quella sbagliata.

mercoledì 23 novembre 2011

Negi anni '80 SECOND CHANCE prevede la morte di Gheddafi nel 2011




In modo davvero curioso, un telefilm del 1987 aveva previsto la morte di Gheddafi nel 2011. Nella sit-com Second chance, protagonista è Chazz Russell (Kiel Martin), un uomo che muore e si ritrova davanti a San Pietro (Joseph Maher) che deve decidere se mandarlo in paradiso o all’inferno. Viene fuori che non è stato né abbastanza buono per il primo, né sufficientemente cattivo per il secondo. Per la seconda chance del titolo viene perciò rimandato sulla terra, dove incontra un se stesso da giovane, interpretato da un Matthew Perry pre-Friends. Il passato in cui viene mandato è quello di 24 anni prima, il 1987.
Prima della morte di Chazz arriva però al cospetto dell’apostolo che sta all’entrata dell’Aldilà proprio il Colonnello, sforacchiato da una serie di pallottole. San Pietro lo spedisce dritto dritto all’inferno. La sua pena del contrappasso? È esplodere ogni due minuti con delle bombe da kamikaze messe intorno al corpo. È, appunto, il 2011. La clip in cui accade, che poi è quella iniziale, le vedete sopra.

martedì 22 novembre 2011

IL ROMANZO È UN TELEFILM AMERICANO


Aldo Grasso ha scritto un articolo per “Il club de La Lettura” del Corriere della Sera, intitolato “Accendi la tv. Il romanzo è un telefilm americano”, in cui spiega perché ritiene che la grande narrativa d’autore, capace di raccontare e criticare la società ed esaminare i grandi temi esistenziali, si trovi ora su altri media rispetto ai libri-romanzo: si è fatta telefilm, e si può pensare a reti televisive-brand come HBO o Showtime come un tempo si pensava ad Adelphi o Einaudi. Pur non credendo io morto il genere tradizionale “romanzo” come tale, sottoscrivo in pieno la sua tesi e le sue argomentazioni. Si citano Mad Men, The Wire, Six Feet Under, The Sopranos, Breaking Bad, Star Trek, Weeds, Lost, Bored to Death. Dato che la riproduzione è riservata, per la lettura rimando semplicemente al link. Vale proprio la pena.  

lunedì 21 novembre 2011

LILIT: due anime per indagare il femminile


Lilit – in un mondo migliore (Rai3, domenica, ore 23.35) ha come intento programmatico quello di scoprire e approfondire le varie sfaccettature del femminile, riflettendo sulle stesse categorie di maschile e femminile. Nel far questo si presenta con una doppia anima, una di serioso talk show, l’altra di varietà comico. La prima è riuscita, la seconda molto meno.
In una recente puntata Gad Lerner, ad esempio, ha riflettuto su come l’immagine stereotipata della donna abbia costruito un maschile finto-obbligatorio che fa sì che, se desideri qualcosa che non corrisponde ai canoni, tu venga tacciato come pappa molla o furbo. Interrogato se le donne sarebbero in grado in questo momento storico di imporre un modello femminile, in campo di  politica tanto per indicarne uno, suggerisce di fare la prova. Si è intervistata Vittoria, un transessuale a cui si è chiesto di raccontare la propria ricerca della femminilità e si è domandato se un eccesso in questa direzione non rischi di distruggerla (no, è stata la risposta). Si è chiuso con una citazione letta dalla scrittrice Igiaba Scego che raccontava dell’infibulazione della madre quando aveva otto anni. Daniele Bossari, che è una presenza fissa in una sua postazione tecnologica, ha presentato gli androidi e i ginoidi e il progetto Lifenaut, e ha posto interrogativi sull’identità di ciascuno in questi termini. Si sono affrontati insomma argomenti seri in modo serio, anche se non serioso.  
La parte umoristica affidata ad Antonio Cornacchione, che cerca di restituire un uomo ruspante che non esiste più, e a Cristina Bugatty, che diventa maestra di esempi femminili oggi rifiutati se esclusivi, non riescono o riescono solo in parte in quello che sembra vogliano fare, ovvero esagerare questi modelli per sovvertirli mostrandone in qualche modo il ridicolo che c’è in essi. Cornacchione che si ribella alla femminizzazione del maschio che dovrebbe rifiutarsi di andare nei centri commerciali perché il suo posto è nella natura selvaggia, fra le cacche di vacca, fa ridere. Mentre gioca a scacchi da solo, o meglio con il suo lato femminile, e dichiara che vince lui perché la sua controparte è troppo emotiva, ci mette 20 anni a decidere e poi comunque quando prende una decisione sbaglia, per certi versi costruisce una buona battuta, ma allo stesso tempo non riesce a farlo in modo sufficientemente forte da non perpetrare questa odiosa idea, con il risultato di ferire anche. Lo stesso la Bugatty, nella sua versione di donna che fa i mestieri e insegna a stirare, dando le istruzioni in una versione che evidentemente è leggibile in modo forte come un doppio senso sessuale, ho visto quello che ha cercato di fare e glielo riconosco, ma non mi ha convinto, né mi ha fatto ridere più di tanto.     
In entrambe le anime dello show ci vedo anche un piglio intellettuale, che non vuole comunque dichiarasi tale o che vuole mascherarsi, per paura di alienarsi il pubblico. Presentato con brio da Debora Villa, il programma deve il suo nome alla figura di Lilith che secondo la leggenda è stata la prima donna creata da Dio. Stancatasi del Paradiso si ribellò e se ne andò e fu per questo esililata nel regno delle ombre e, in seguito, dalla costola di Adamo Dio creò Eva. Poiché il personaggio ha una connotazione negativa di strega, e qui la si vuole positiva e sorridente e senza rivendicazioni che la facciano percepire come ostile, perde l’acca del suo nome e viene rappresentata come una sorta di Venere di Botticelli che incontra Medusa.

venerdì 18 novembre 2011

CURB YOUR ENTHUSIASM: l'ottava stagione


È partita dall’esatto punto dove si era terminato con la precedente ottava stagione Curb Your Enthusiasm, per poi schizzare a un anno dopo le vicende di allora. La puntata (8.01), che segna il definitivo divorzio fra Larry (Larry David) e Cheryl (Cheryl Hines), ha avuto i suoi momenti, ma è stata tirata un po’ in eccesso all’interno in una arco complessivamente buono, che però ha avuto dei momenti di cedimento. In particolare hanno deluso le puntate con le guest star famose Ricky Gervais (8.06) e Rosie O’Donnell (8.07) forse perché si poggiavano più sulla loro presenza che sulla storia. Parte della stagione si è spostata da Los Angeles, con una trasferta newyorkese di Larry, con tanto di apparizione da parte del sindaco Bloomberg (8.10).
La sit-com è stata esilarante quando si è affidata a quello che sa fare meglio. Il politicamente scorretto è sempre un tema al centro dei riflettori: donne maltrattate e violenza domestica  con Larry non crede che una energumena possa essere una donna maltrattata (8.02); bianchi-neri (8.02) - arguto è anche il modo in cui mette sotto i riflettori quanto talvolta risultiamo razzisti nel cercare di non esserlo; l’omosessualità (8.10), con Larry impegnato a cercare un regalo per un bambino che non sembri gay alla madre del piccolo; la religione, con Larry che, pur ebreo, non rinuncia ad andare a mangiare un delizioso pollo in un locale palestinese che affigge manifesti anti-ebraici sulle pareti e non rinuncia a portarsi a letto una ragazza del locale, una che per eccitarsi gli urla che lo scoperà fino a buttar fuori l’ebreo che è in lui o espressioni tipo “scopami ebreo, bastardo”: “Al pene non importa nulla di razza, credo e colore. Il pene  vuole raggiungere la sua madrepatria, vuole andare a casa”, si giustifica (8.03), mentre gesticola un indice che si infila in un buco. O ancora, con Larry che involontariamente insegna a un bambino a disegnare una svastica, un simbolo di cui il piccolo di sette anni apprezza l’aspetto stilistico e alla menzione di Larry che probabilmente agli ebrei non piacerebbe nell’abbigliamento risponde: “Fatevi una vita, ebrei” (8.10). Perfino il Parkinson è occasione per situazioni di ilarità (8.10) – tanto di cappello a Michael J.Fox per essersi prestato.  Altrove cose così forti risulterebbero offensive, ma c’è un certo tatto nonostante tutto nel modo in cui viene fatto e alla fine risulta esilarante e si ride di quello che altrove è un tabù.
L’asocialità di Larry rimane memorabile: “un appuntamento è un’esperienza che fai con un’altra persona che ti fa apprezzare il fatto di essere solo” (8.03). E insieme a questa, c’è la sua analisi puntuale delle convenzioni sociali (è giusto portare una ragazzina ad una cena di adulti? Bisogna riconfermasi un appuntamento una volta che è stato fissato? Qual è il limite di tempo entro cui si devono porre le condoglianze a qualcuno che ha subito un lutto?), ci sono quello che facciamo per evitare obbligazioni sociali e le bugie che raccontiamo per uscire da inviti sociali sgraditi (la trasferta newyorkese e il momento finale di trasferimento a Parigi ne sono il risultato), ci sono le complicate interazioni umane e le assurde situazioni (una donna piange davanti al banco frigo del gelato e non vuole spostarsi per lasciarglielo prendere, ad esempio) per cui alla fine deve comunque essere sempre Larry a scusarsi, c’è quello che la gente inferisce da determinate conversazioni… I suoi amici lo definiscono appropriatamente “un assassino sociale” (8.03) perché dice in faccia a tutti quello che pensa, con conseguenze spesso disastrose.
A volte di tratta semplicemente di situazioni vagamente imbarazzanti: Larry che deve spiegare a una ragazzina come infilarsi l’assorbente interno perché ha appena avuto il menarca (8.01); Larry, Jeff (Jeff Garlin), Funkhouser (Bob Einstein) e Richard (Richard Lewis) che discutono del seno della ragazza di quest’ultimo che lavora nel burlesque (8.02); la reazione sconvolta di Larry all’eccitazione di Suzie (Susie Essman) causato dall’”auto procura-orgasmi” (8.09) – da inserire negli annali.
Ci sono state spassosissime commedie degli errori – Larry creduto maltrattato, il suo coinquilino Leon sospettato del furto di un laptop – e come è tipico di Curb storie che apparentemente sono scollegate ma che si incastrano alla fine l’una dell’altra (8.09, ad esempio, con il giocatore di baseball e il bebè lanciato da una palazzo in fiamme) e con situazioni minime che gli esplodono vigorosamente in faccia: la bugietta dell’essere arrivato in ritardo perché il dermatologo lo ha fatto aspettare è la piccola palla di neve che rotolando si trasforma in una valanga con il dermatologo che alla fine viene abbandonato da tutti i clienti quando questi perde il corteo funebre per raggiungere il cimitero e qualcuno commenta “dicono che fa aspettare i suoi clienti” (8.04).
Tanti i momenti memorabili in questa stagione insomma: “The Safe House” (8.02), “Palestinian chicken” (8.03), “The Smiley Face” (8.04) e “Larry v. Michael J. Fox” (8.10, che ha anche una breve comparsata di Aasif Mandvi), in particolare, sono da maestro, con Curb your enthusiasm al suo meglio.

giovedì 17 novembre 2011

GRIMM: un procedurale sovrannaturale deludente


In Grimm - la serie partita alla fine di ottobre sull’americana NBC, titolo che fa riferimento tanto alle fiabe dei fratelli Grimm, quanto al fatto che grim in inglese significa “cupo” - Nick Burkhardt (David Giuntoli) è un poliziotto della omicidi di Portland che comincia a vedere dei mostri nei volti di alcune delle persone che incontra. Messa alle strette dalla situazione, la zia morente (Kate Burton), che gli ha praticamente fatto da madre, gli rivela che quando ha perso i genitori è perché erano stati uccisi e che lui è un Grimm, un veggente in grado di riconoscere e combattere creature mitologiche di varia natura che costituiscono una minaccia per l’umanità. Finisce per conoscere un “lupo mannaro” “riformato” che lavora come orologiaio, si mantieni in forma con il pilates e cerca di aiutarlo come può,  Monroe (Silas Weir Mitchell), e per risolvere i casi grazie alle sue doti, cercando di non far insospettire nè il suo collega  Hank (Russell Hornsby), né la sua fidanzata Juliette (Bitsie Tulloch).
Il primo episodio è stato ispirato a cappuccetto rosso, con una universitaria uccisa mentre era andata a far jogging nel bosco con una felpa rossa, e poi con una bimba rapita che pure aveva un indumento con cappuccio rosso. La puntata esordisce proprio con una citazione: “Il lupo pensò fra sé e sé, che tenera giovane creatura, che bel bocconcino - (I fratelli Grimm, 1812)”.  
Ideato da Stephen Carpenter, David Greenwalt (Angel, Buffy, X-Files) e Jim Kouf (Ghost Whisperer, Angel), questo procedurale sovrannaturale delude perché è molto blando e generico, privo di forti caratteristiche visuali e anche abbastanza piatto da un punto di vista umano. Nick non si pone tanti problemi alla rivelazione dei suoi poteri e del suo nuovo ruolo, ma si rinchiude in una roulotte a cercare di comprendere vecchi tomi e disegni. Qui e lì si vede che si è stati a scuola da Angel, anche nel pizzico di umorismo che Monroe riesce a dare, ma la lezione non è stata fatta propria.
Si chiamano in causa le favole in un momento in cui vanno per la maggiore (in Italia abbiamo avuto Cenerentola, e al cinema, ricorda Mike Lechevallier su Slant Magazine, ci sono stati due film che traggono ispirazione dai fratelli Grimm, Hanna di Joe Wright e Drive di Nicolas Winding Refn). Allo stesso tempo si ripete che “questa non è una favola” , dichiarando cioè che c’è un fondo di verità in quello che questi racconti narrano, ma non si abbraccia lo spirito e il valore di questo genere letterario, né si riesce a reinterpretarlo per costruire qualcosa di nuovo e vitale, come sta facendo l’eccellente Once Upon a Time.

mercoledì 16 novembre 2011

CRUSOE: un eroe da parco giochi


Descritta come un miscuglio di Lost, MacGyver, Cast Away e I pirati dei Caraibi, Crusoe, la serie del 2008 della NBC disponibile su Amazon in DVD, ispirata al classico della letteratura di Daniel Defoe, sembrava molto attraente. Forse i bambini o i preadolescenti potranno trovare pane per i loro denti in un telefilm di avventura e azione, condito di umorismo, dove l’isola dove è naufragato lo sventurato Robinson sembra più un parco giochi di mille astruse “attrazioni” di ingegneria che altro. Alla fine è anche ben poco deserta, infatti arrivano pittoreschi pirati, lì dove vive forzatamente il protagonista (Philip Winchester) in compagnia del giovane “selvaggio” (che comunque conosce ben 12 lingue) Venerdì (Tingasi Chirisa), - nella realtà le scene sono girate fra Gran Bretagna e Sud Africa. Questi pirati, uno dei quali ha una mappa marchiata sulla schiena, catturano Robinson con il proposito di farsi aiutare, nonostante lui abbia preparato per precauzione sulla sua strada un’infinità di trappole.

Chi cercasse nella serie ideata da Stephen Gallagher le ambizioni allegoriche del libro vuole troppo. La sceneggiatura nel resto del tempo ricostruisce con dei flashback il passato del nostro naufrago, zigzagando nel tempo con mal riuscito sentimentalismo. Rimane orfano di madre da piccolo e nel vedere il padre che ne riconosce il corpo in un obitorio ante litteram si sente una voce di adulto commentare che non si sa che cosa sia più duro per un bambino, se vedere la madre morta o il padre che piange. Io un’idea su che cosa sia più difficile ce l’avrei. Siamo a questi livelli. E molte alzate si sopracciglia ha causato nella critica il fatto che Robinson non faccia una piega nel vedere una donna, dopo molto tempo dall’incidente che lo ha tenuto distante dalla moglie Susannah (Anna Walton), per cui si strugge ancora. Nella serie vedo i punti di riferimento e di ispirazione anticipati, peccato che non sia stati messi a buon uso. Risibile, a prenderlo sul serio. 

martedì 15 novembre 2011

PARENTHOOD: fardello e privilegio


Nella puntata “Do Not Sleep With Your Autistic Nephew’s Therapist” (2.17) di Parenthood, scritta è diretta da Jason Katims (che ha anche sviluppato questa serie) e che termina con Max che sente suo padre Adam e suo zio Crosby litigare, e Adam dire che lui ha la sindrome di Asperger, viene esplicitato attraverso le parole di Sarah e il padre dei suoi figli, Seth, come questa serie concepisce l’essere genitori, argomento che già dal titolo è la colonna portante: è un fardello, ma allo stesso tempo è un privilegio.
Lo si vede qui, proprio con Sarah e Seth, e con Julia e Joel quando che si vedono la bimba Sidney diventare improvvisamente vegetariana, e nella successiva “Qualities and difficulties” (2.18), scritta da Bridget Carpenter e diretta da Robert Berlinger, con Adam e Kristina che devono spiegare a Max in che cosa consiste la sua forma di autismo, con il terapeuta che disapprova come lo hanno fatto e con loro che cercano di imparare come farlo e si dicono a vicenda che sono un buon padre e una buona madre. In tutte queste situazioni si vedono entrambe le realtà – il fardello e il privilegio - e contemporaneamente, e talvolta il confine fra le due è molto labile.
Ancora una volta Parenthood si dimostra una serie molto solida e quella che meglio racconta, in questo momento in forma drammatica, con cervello e complessità emotiva, che cosa significhi essere una famiglia. Notevole anche il taglio multigenerazionale: gli anziani non sono vecchie pantofole polverose che non hanno più nulla da dire – Zeek e Camille che chiudono la porta in faccia allo spettatore dopo che una bacio tira l’altro sono stati perfetti (2.17) –, ai bambini è concessa l’ingenuità, agli adolescenti la voglia di sperimentare la vita, agli adulti il fatto di non avere tutte le risposte. Vivono, e anche questo è un fardello e un privilegio.   
Nella foto: Sarah (Lauren Graham), che ha esplicitato questa idea nella serie, con i figli Amber (Mae Whitman) e Drew (Miles Heizer).     

lunedì 14 novembre 2011

BIENNALE DI VENEZIA: televisori nel padiglione svizzero


Le foto sopra e quelle sotto sono state scattate all’Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia di quest’anno, in un’edizione intitolata ILLUMInazioni, presso il padiglione della Svizzera, nella parte della mostra dei Giardini (per chi non fosse pratico, è divisa fra Giardini e Arsenale). L’artista Thomas Hirschhorn l’ha intitolata “Crystal of Resistance”.
Come si può vedere, parte dell’opera sono televisori (l’oggetto) e televisioni (l’oggetto in quanto immagini), in un caotico marasma di oggetti, che non usava solo questi, ma giornali, foto, manichini, cellulari, lattine e molto altro. Applicate a una parete c’erano quelli che sembravano voraci bocche dai denti di cotton-fioc, altrove c’erano bottiglie vuote e cocci di bottiglie sui muri. Qui e là c’erano cristalli che resistevano a tutto e nascevano su tutto.
Non mi azzardo a fare chissà che interpretazioni dell’opera, molto ricca di spunti, come si può vedere e leggere anche al link dell’opera. Il senso che è rimasto a me – se fosse quello voluto non lo so, e in ogni caso il significato di un’opera d’arte va sempre comunque al di là delle intenzioni dell’autore e non è dato né si esaurisce in una sola volta -  è quello che l’essere umano riempie, ingolfa, sporca esasperatamente il mondo di cianfrusaglie, parole, immagini, spazzatura da cui emergono, come un atto di resistenza, solo alcuni cristalli.    
Presente è anche la TV, lo schermo. E di schermi se ne sono visti tanti quest’anno alla Biennale. Non solo quando si trattava di installazioni video. Di quest’edizione mi ha colpito proprio quanti veri e propri schermi ci fossero come parte essenziale dell’opera, quasi che l’arte contemporanea non potesse farne a meno. Spenta o accesa, la TV, cme oggetto prima ancora che come contenuto, è onnipresente.





venerdì 11 novembre 2011

HART OF DIXIE: il pittoresco cuore del sud


In Hart of Dixie, serie della CW partita negli USA a fine settembre e confermata per un’intera stagione, Rachel Bilson (The OC) è la dottoressa newyorkese Zoe Hart (la Hart del titolo), una aspirante chirurgo cardiotoracico che, non potendo continuare la specializzazione come sperava e pure mollata dal suo ragazzo, decide di trasferirsi e accettare la proposta di una anziano dottore, Harley Wilkes (Nicholas Pryor, Port Charles), a lavorare con lui. Per questo si trasferisce in Alabama, Stato conosciuto anche  come Heart of Dixie, omofono del titolo e, dato che Heart in inglese è “Cuore”, simbolico del fatto che qui la nuova dottoressa imparerà a mettere sentimento in quello che fa. Arrivata nella cittadina di Bluebell, scopre che il medico in questione è prematuramente scomparso e che le ha lasciato in eredità metà dell’ambulatorio medico cittadino. Per la fine del pilot viene a sapere che si trattava del suo padre biologico e decide di fermarsi.
TV Guide ha giustamente ri-nominato la serie Southern Exposure, una versione sudista del classico Northern Exposure-Un medico tra gli Orsi, ma in questa cittadina del sud come non se ne vedevano con ambientazioni esterne tanto belle dai tempi di Savannah, dove la cucina prevede specialità come grits, mint julep e gumbo, e dove si organizzano eventi di comunità che richiamano Gilmore Girls-Una mamma per amica, Hart si trova un pesce fuor d’acqua, in ostilità col dottor Brick Breeland (Tim Matheson) - alla Everwood – l’altro medico locale con cui deve dividere lo studio, e “nel mezzo del nulla” con possibili incontri ravvicinati con strani animali: un ranocchio sul letto appena sveglia (1.02), zecche (1.02), serpenti (1.03), Burt Raynold (1.01) ovvero il coccodrillo domestico del sindaco della cittadina, l’ex giocatore di football Lavon Hayes (Cress Williams, Friday Night Lights) – alla Men in Trees, telefilm che viene richiamato come sensibilità in più occasioni, compreso un certo gioioso apprezzamento per una ben poco timida esposizione del corpo maschile nudo. (Non mi vedete piangere).
I calzoncini corti di Hart non passano inosservati alle tre anziane pettegole del paese, che commentano sedute su una panchina (dopo due sole puntate già le voglio rivedere - Clara, Lu and Em di una nuova generazione?), e lei non passa inosservata nemmeno all’avvocato che le dà un passaggio fino in centro all’arrivo, George Tucker (Scott Porter, Friday Night Lights), sebbene sia fidanzato con Lemon (Jamie King, Kitchen Confidential), figlia del medico che divide l’ambulatorio con Hart e bellezza del sud, vestita quasi sempre in tonalità di giallo e ricercatissimi cappellini, che cerca di nascondere una certa attrazione per il sindaco con cui ha un passato. Il fascino della nuova dottoressa non sfugge nemmeno al suo vicino di casa Wade Kinsella, ovvero l’attore Wilson Bethel (Febbre d’Amore), che come guest-star in The OC ha già avuto modo di interpretare il ragazzo di Rachel Bilson che in quella serie interpretava Summer. Wade, che Hart  ubriaca bacia e che lui si diverte a stuzzicare, lavora anche come barista nel locale della cittadina, il Rammer Jammer (nome che è un’incitazione sportiva tipica dell’Alabama University, con una storia piuttosto controversa).     
Ideata da Leila Gerstein, e con produttori esecutivi i ben noti Josh Schwartz e Stephanie Savage (Gossip Girl, The OC), questo telefilm è molto meno kawaii di quanto non mi aspettassi. È accogliente, un po’ come si dice siano gli ex-Stati della Confederazione che tengono alle buone maniere, e di nobili sentimenti. I casi medici sono vagamente patetici nel senso che sono appena abbozzati e giusto messi lì come scusa, ma è chiaro che non è quello il punto. Si è anche radicati nella realtà (I Soprano e Sex and the City, così come l’Uragano Katrina e il disastro ecologico della BP sono cose che esistono nella loro realtà), ma questa è una cittadina tanto pittoresca quanto ideale nel fare comunità. Dopo quattro, cinque puntate ti affezioni ai personaggi e, anche se sono un po’ finti e un po’ troppo zuccherosi, hai voglia di vederli lo stesso e di sederti con loro attorno ai tavolini con le tovaglie a quadretti allestiti sul prato, a mangiare la colazione di pancake organizzata dal reverendo Mayfair e sua moglie (1.05). Per la cittadina di Bluebell (che in inglese è la “campanula”, il fiore) la CW ha anche ideato un sito, con un messaggio del sindaco, gli eventi cittadini, le pubblicità dei locali, un blog di gossip e molto altro ancora, come  fosse vera.
Posso però segnalare una cosa che mi dà molto ai nervi? La protagonista guarda con aria schifata il pranzo, qualcosa che non sarà di suo gusto ma che è perfettamente commestibile, e lo butta nella spazzatura senza nemmeno toccarlo (1.01). Che schiaffo a chi non ha da mangiare. Che comportamento immorale. È una scena che si ripete in molte serie americane  - in MacGyver addirittura nella sigla si vede il protagonista dare due leccate a un gelato e buttare via quello che non gli va più di finire – e che personalmente trovo scandalosa.

giovedì 10 novembre 2011

LOREM IPSUM: il punto di vista del web, fra serio e faceto



Dice Wikipedia: “Il Lorem ipsum è un insieme di parole utilizzato da grafici, designer, programmatori e tipografi come testo riempitivo in bozzetti e prove grafiche. È un testo privo di senso, composto da parole in lingua latina (spesso storpiate), riprese pseudocasualmente da uno scritto di Cicerone del 45 a.C.”.
Lorem Ipsum è invece un programma di DeeJayTV (ore 20.00), scritto e raccontato con molta ironia da Matteo Curti, che analizza attraverso qualche filmato di repertorio e soprattutto attraverso “il punto di vista del web” l’argomento  scelto per la puntata: gli UFO, dimagrire, auto e moto, dialetti e musica, cani e gatti, bambini e anziani, l’inglese dei politici…
La forza del programma, che dura 10 minuti circa a puntata ed è giunto alla sua seconda edizione,  sta nel sapersi mantenere fra il serio e il faceto, riuscendo ad essere contemporaneamente informativo e esilarante mostrando le molte bizzarrie umane. Sul web, sul sito del programma, è possibile vedere, o rivedere, le puntate.

mercoledì 9 novembre 2011

SUBURGATORY: il purgatorio della periferia, e della TV


La critica ha mediamente apprezzato Suburgatory, la sit-com della ABC partita a fine settembre e confermata per un’intera stagione,  molto più di quanto non abbia fatto io, che l’ho trovata troppo carica per i miei gusti.
George Altman (Jeremy Sisto, Six Feet Under) è un architetto newyorkese che cresce da solo una figlia adolescente, Tessa (Jane Levy). Un giorno trova in camera sua un pacchetto di preservativi e, preoccupato, decide di trasferirsi in periferia (suburbia in inglese), cosa che non aggrada troppo alla figlia che si trova catapultata in quello che considera un purgatorio (purgatory) di finte apparenze dove la gente si allarga un po’ troppo. Da qui il titolo: suburbia più purgatory uguale suburgatory. Nonostante l’aria artificiale, a Tessa, che una madre non ha, non sfugge l’attenzione materna di Dallas (Cheryl Hines, Curb Your Enthusiasm) nei suoi confronti,  e c’è una possibile per quanto improbabile amicizia con la figlia di lei Dalia (Carly Chaikin).
Soprassediamo sulla premessa poco credibile. Avesse George trovato la figlia, che so, a letto con più di un ragazzo contemporaneamente, avrei anche potuto trovare ragionevole il trasferimento, ma davvero un newyorkese oggidì si preoccuperebbe  tal punto di trovare dei condom in camera della figlia adolescente? Sarebbe da preoccuparsi di più se non ci fossero. Anche abbuonando però la premessa tirata un po’ per i capelli, la serie non mi esalta.
L’atteggiamento condiscendente di Tessa glielo perdoni anche, è un’adolescente dopotutto: uno sguardo fresco e critico alla realtà dovrebbe essere una prerogativa di chi è giovane e la sua spocchia è intesa come veicolo per gran parte dell’umorismo della serie. Funzionerebbe forse, se la realtà in questione non fosse così smaccatamente eccessiva da renderla sgradevole e ogni commento superfluo. George la descrive come “felliniana”, sarà che appunto grottesco e circense non sono mai stati nelle mie corde, ma non riesco ad apprezzarlo. La perfezione falsa e la falsità perfetta che si vive dietro alle staccionate bianche e ai prati ben curati della periferia ha trovato una tale impeccabile rappresentazione in Desperate Housewives che quella di Suburgatory alla fine mi appare al confronto solo patetica. E il product placement della Red Bull nel pilot era così smaccato da rendersi complice di ciò che in teoria ci dice che vorrebbe criticare.
Nella prima puntata di questa sit-com ideata da Emily Kapnek la sola battuta che mi abbia fatto davvero ridere è stata quella di Tessa che commenta una gonna che in teoria dovrebbe lasciar scoperto l’ombelico, ma che in realtà, osserva lei, lascia scoperto qualcos’altro: la vagina. Tessa si aggiunge così all’elenco dei personaggi che hanno utilizzato, nell’umorismo di questa gettata autunnale di telefilm, quella che è diventata la parola più gettonata, o forse dovrei dire la più figa.

martedì 8 novembre 2011

Gli attori più pagati della TV


La rivista Forbes ha stilato l’elenco degli attori più pagati della TV: primo Charlie Sheen ($40 milioni a cui andranno aggiunti i 125 milioni di dollari che ha ottenuto dal patteggiamento nella causa contro la serie Due uomini e mezzo di cui faceva parte), secondo Ray Romano ($20 milioni, che deve soprattutto ai diritti del suo famosissimo Tutti amano Raymond, al compenso come attore in Men of a Certain Age e ad altre entrate), terzo Steve Carrell (The Office, $15 milioni). Seguono a ruota Mark Harmon di NCIS (con 13), Jon Cryer di Due uomini e mezzo e Laurence Fishburne di CSI (con 11), Patrick Dempsey di Grey’s Anatomy (con 10) e tutti con 9 milioni di dollari all’anno Simon Baker (The Mentalist), Hugh Laurie (Dr House) e Chris Meloni (Law & Order: SVU).

Combinati, i dieci attori uomini più pagarti guadagnano 147 milioni di dollari all’anno, contro i 94 milioni di dollari annuali dei compensi combinati delle 10 attrici donne più pagate: Tina Fey (per 30 Rock e per il suo libro “Bossypants” che ha venduto 150.000 copie solo nel primo mese) e “la casalinga disperata” Eva Longoria, che guadagnano entrambe $13 milioni, la collega di quest’ultima Marcia Cross, Mariska Hargitay (Law & Order: SVU) e Marg Helgenberger (CSI) che prendono 10 milioni a testa;  le altre “casalinghe” Teri Hatcher e Felicity Huffman, stimate 9 milioni, e a seguire Courtney Cox (Cougar Town, ex-Friends) ed Ellen Pompeo (Grey’s Anatomy)  con 7 milioni. Chiude la decina con 6 milioni Julianna Margulies (The Good Wife).

lunedì 7 novembre 2011

AMERICA IN PRIMETIME: documentario in 4 parti sulla TV


America in Primetime, in onda sulla rete televisiva americana PBS dallo scorso 30 ottobre, disponibile liberamente anche online (al link) e pure acquistabile in DVD, è una serie documentaristica in quattro parti il cui obiettivo è riflettere sulla televisione, attraverso interviste ad attori e autori e attraverso clip mirate  - essendo la PBS un servizio pubblico riesce a usarne molte perché può averne i diritti a un costo contenuto.
Le puntate sono:
INDIPENDENT WOMAN: sulla rappresentazione della donna e come si è trasformata da casalinga modello a tutti i costi a persona complessa e sfaccettata e semplicemente umana.
MAN OF THE HOUSE: sulla rappresentazione dell’uomo, da “re del suo castello” alle recenti conflittuali figure dei programmi attuali.
THE MISFIT: sui personaggi unici che sfidano le aspettative sociali e gli stereotipi comici, portando sullo schermo le personalità più varie.   
THE CRUSADER: sul’eroe e sul tipo di giustizia per cui combatte, sull’ampliarsi della zona grigia fra giusto e sbagliato e sui demoni personali che deve affrontare.

Prodotta da The Documentary Group in partnership con the Academy of Television Arts and Sciences Foundation (ATAS) e WETA Television, America in Primetime adotta una prospettiva in qualche modo storica, perché mostra l’evoluzione dell’argomento trattato dalle origini fino ai nostri giorni, offrendo molti spunti di riflessione. Davvero da non perdere.
Si è partiti con la puntata Indipendent Woman di cui vedete sotto la clip iniziale. È stata eccellente. Temo che la quarta, sul “crusader” (il crociato, letteralmente, colui che combatte, che lotta per un ideale), a giudicare dalla lista di programmi che vengono menzionati sul sito come parte del documentario, lo consideri solo come eroe maschio – nemmeno Buffy? Spero di sbagliarmi, altrimenti questo mostrerebbe una volta in più che, indipendenza o meno, le donne di strada ne hanno ancora molta da fare.  

venerdì 4 novembre 2011

ENLIGHTENED: Laura Dern e Mike White sono "illuminati" e tristi


Mi piace Mike White: le puntate da lui scritte in Dawson’s Creek sono fra quelle di quella serie che mi hanno colpito di più; ho apprezzato il suo contributo in Freaks and Geeks - come dimenticare “Kim Kelly is my friend”  (1.04); ho rimpianto la prematura cancellazione di Pasadena, da lui ideata. Ho atteso con trepidazione un suo nuovo progetto, e ora che è arrivato il nuovo semi-autobiografico Enlightened, per l’americana HBO, co-ideato con Laura Dern con la quale condivide anche i doveri di produttore esecutivo, non sono sicura che mi piaccia. L’ho trovato ben scritto, e ha i suoi bei momenti, ma non posso dire mi abbia conquistata.
Dopo una storia finita male con il suo capo Damon (Charles Esten), Amy (Laura Dern) – di cui facciano conoscenza mentre è sulla tazza del cesso seduta a piangere, con il trucco che le cola - ha un crollo emotivo-psicologico in ufficio. Passa qualche mese in un centro di meditazione alle Hawaii, dove trova la pace interiore nuotando con le tartarughe marine, e torna a Riverside (California) come una donna rinnovata, serena, pronta a “cambiare ed essere agente di cambiamento”. Cerca di fare ammenda per il rabbioso comportamento con cui ha lasciato tutto e tutti, con la minaccia di una causa legale si fa riassumere dalla Abaddonn Industries, la corporation per cui lavorava, e si impegna a riprendere la vita di tutti i giorni con un nuovo atteggiamento. Non è facile: con la madre Helen (Dianne Ladd, la vera madre dell’attrice) ha difficoltà di comunicazione; Damon è sposato e non la vuole vedere; il suo ex Levi (Luke Wilson) sniffa mentre lei gli parla della sua illuminazione; la sua vecchia assistente Krista (Sarah Burns), che ora ha il suo ufficio, cerca di evitarla, sebbene lei la consideri un’amica; il suo nuovo capo Dougie (Timm Sharp), il socialmente imbranato Tyler (interpretato da Mike White, che in questa serie fa anche il regista del pilot) e gli altri colleghi sembrano tutti un po’ squinternati. Lei poi vorrebbe una svolta ecologica per l’azienda, ma nessuno la sta ad ascoltare e finisce ad essere impiegata in quello che in pratica è una specie seminterrato.
Questo dramedy di mezz’ora netta a puntata potrebbe quasi essere una sorta di anti-Nurse Jackie, se non fosse che alla fine dei conti hanno molti più punti di contatto di quanto le due protagoniste non desidererebbero probabilmente ammettere. Amy ha abbandonato il cinismo e il sarcasmo, vuole lasciarsi alle spalle le amarezze e le paure della vita, cerca la crescita spirituale, e vuole raggiungere saggezza e consapevolezza attraverso una via vagamente new-age. La serie decolla nella frizione e nello scontro fra questi due aspetti: la realtà che vorrebbe farti mandare tutto e tutti in malora e l’impegno a renderla migliore. Solo quando il dolore che provoca affrontarla e saperla ribaltare a tuo favore viene esposto alla luce del sole Mike White brilla.
La puntata “Someone Else’s Life” (La vita di qualcun altro, 1.03) si apre con la protagonista sotto le coperte. In voice over si sente: “Qualche volta, a tarda notte, visitata da paura e vergogna, sto stesa a letto e penso alla vita di qualcun altro. Immagino l’amore che ricevono, e il sollievo che si prova nell’essere conosciuti veramente, i piaceri privati che condividono, gli amici che hanno, le pressioni che non hanno, il loro senso di importanza, la soddisfazione del loro lavoro. Immagino quanto sono appagati, quanto è ricca la loro vita. E in questi momenti, mi sento vuota e che mi manca qualcosa”. Su queste parole scorrono le immagini della sua ex-assistente Krista, la cui compagnia lei cerca, senza riuscire ad avere. Verso la chiusura della puntata, dopo aver rinunciato a un lavoro con i senzatetto perché non la pagherebbe a sufficienza per mantenersi e pagare i suoi debiti, Amy riflette: “Qualche volta penso alla vita di qualcun altro. Immagino tutto l’amore che non hanno. Vedo la passione che manca, gli amici che non conoscono, e le terribili pressioni che li schiacciano. In quei momenti, mi rendo conto quanto ho e quanto ho da dare”. E su queste parole scorrono le immagini dei suoi attuali colleghi. Invita Tyler a uscire a pranzo con lei, e anche se Krista si è all’improvviso liberata e ha finalmente tempo da trascorrere insieme, Amy le dice che non può perché ha già un impegno. In questi momenti penso che Enlightened sia sulla strada giusta, pronto a diventare qualcosa di grande, mentre cerca la serenità superando momenti di grande tristezza. In questi momenti penso che valga la pena di fidarsi di Mike White. 

giovedì 3 novembre 2011

CORTESIE PER GLI OSPITI: un piatto che si lascia mangiare


La formula di Cortesie per gli ospiti (Real Time, lunedì, ore 21.10), che ha cominciato la nuova, settima stagione lo scorso 12 settembre, è piuttosto semplice ed azzeccata: due concorrenti mostrano alle telecamere, che li giustappone in un montaggio alternato, tre oggetti che rappresentano loro, le loro vite e le loro passioni e poi annunciano il tema che hanno scelto per la serata in cui invitano a cena i tre giudici del programma e (cose che mi piace) il rivale.  Poi ci si concentra su un concorrente alla volta e lo si segue mentre fa la spesa, mentre cucina, mentre apparecchia. Arrivano i giudici, mangiano, si godono il momento conviviale  che viene ripreso e alternato da flash di commento diretti alla telecamera.
In chiusura Alessandro Borghese fa la propria valutazione in merito alle pietanza e alla loro presentazione, Roberto Ruspoli giudica come sono stati preparati tavola, tovaglia e stoviglie, Chiara Tonelli  offre la propria opinione sulla casa, l’ambientazione e l’accoglienza ricevuta in genere. Dalla somma dei voti che ciascuno di loro dà si ottiene un punteggio che permette di stabilire chi è il vincitore, ma ci può essere un pari merito. Seguono possibili consigli per il miglioramento.
La spesa di realizzazione di un programma del genere è sufficientemente ridotta e il potenziale di ripetizione pressoché inesauribile, il risultato anche però è un po’ fiacco e la ragione è duplice. I concorrenti talvolta sembra che partecipino più per mettersi in mostra che per passione, e i giudici sono un po’ troppo caserecci in come si atteggiano. I giudizi sono anche sensati e curati, ma è proprio nella maniera di porgersi che sembrano un po’ troppo “svaccati”, un po’ troppo “ci facciamo una cena gratis cavandone una puntata”. Insomma, lo show è un piatto che si lascia mangiare, ma che non offrirei agli ospiti.